JOHN LANDIS INCONTRA IL PUBBLICO AL 
22° TORINO FILM FESTIVAL

a cura di  Luca Baroncini 

 

 

E’ un regista che non ha bisogno di presentazioni. Basta la sua filmografia per accendere ricordi e aneddoti in ognuno di noi. Titoli come “Animal house” (1978), “The Blues Brothers” (1980), “Un lupo mannaro americano a Londra” (1981) e “Una poltrona per due” (1983) sono entrati saldamente nell’immaginario collettivo e hanno lanciato attori come John Belushi, presenza effimera ma indimenticabile, e Eddie Murphy, che non ha più trovato un regista capace di valorizzare il suo incontenibile talento comico. Probabilmente ai giovanissimi il nome del regista dirà poco, perché è soprattutto alla fine degli anni Settanta e nel decennio degli Ottanta che Landis conquista il pubblico. La sua voglia di sperimentare, però, non si è mai fermata. Ad un grande successo è spesso seguito un film più personale o commercialmente rischioso e dopo una riuscita serie televisiva (l’audace “Dream On” in onda negli Stati Uniti dal 1990 al 1994) torna ora con il documentario “Slasher”. Il Torino Film Festival ha dedicato al regista americano una retrospettiva completa e John Landis si è sottoposto docilmente a ripetuti incontri con il pubblico e la stampa, presentando anche alcune delle sue pellicole in rassegna e “Il settimo viaggio di Sinbad”, primo film da lui visto al cinema e immediato colpo di fulmine nei confronti di un’arte che poteva racchiudere sogni e desideri in uno schermo pieno di immagini in continuo divenire.
Ancora giovane (è nato il 3 agosto del 1950), arriva all’incontro con il pubblico in giacca e cravatta, accompagnato dalla co-direttrice Giulia D’Agnolo Vallan. Oltre a una discreta verve (più vicina, come il suo cinema, alla comicità che all’ironia) dimostra anche un approccio concreto lontano da qualsiasi intellettualismo (anche in questo caso il suo cinema si rivela una perfetta cartina di tornasole) oltre che un certo polso. Ma ecco com’è andata.

 

Qual è il suo legame con il vecchio cinema americano degli studios?

"Faccio parte di una generazione cresciuta con la televisione. Ho visto in tv tanti vecchi film: i Laurel e Hardy, i film dei fratelli Marx, Hitchcock. Sono entrato alla 20th Century Fox come fattorino a metà degli anni '60, in un periodo di transizione: c’era appena stato il fiasco di “Cleopatra” e gli Zanuck dovettero in breve tempo vendere tutto. Nel frattempo io mi muovevo giornalmente all’interno degli studios, incontrando gladiatori, pagliacci, gli interpreti de “Il pianeta delle scimmie”. È lì, ad esempio, che ho avuto modo di conoscere Bruce Lee. Oggi questi studios sono diventati negozi dove si vendono modellini. I tempi sono cambiati, quella Fox è ora solo una sottodivisione di multinazionali".

Qual è la forma migliore di scrittura cinematografica?

"Meglio di un soggetto è una sceneggiatura. Bisogna fare attenzione, però, perché la sceneggiatura è una forma bastarda di letteratura. In fondo uno scrittore non ha scuse. Basta avere una matita e dei fogli di carta, oggi ci sono perfino dei software appositi per scrivere sceneggiature. Pensa che io scrissi il copione di “Un lupo mannaro americano a Londra” nel '69 ma lo girai soltanto nell'81. Nessun voleva produrlo perché la sceneggiatura metteva a disagio in quanto non rientrava in un genere specifico: non abbastanza horror da fare paura e non sufficientemente comica da fare ridere. Sono riuscito nell’impresa di girarlo solo grazie al successo dei film precedenti. In ogni caso, sii paziente e provaci!”

Com’è stato lavorare con John Belushi?

Era un vero piacere dirigerlo. In “Animal house” è stato favoloso. Anche in “The Blues Borthers”, ma aveva gravi problemi di droga e tirava talmente tanto di cocaina… davvero ragazzi, non drogatevi, perché le droghe vi ammazzano senza pietà! Con John avevo grande comunicazione, potevo parlargli durante le riprese e lui seguiva i miei consigli, improvvisando sul momento. Ad esempio per “Animal House” basterebbe riguardare i giornalieri originali e scopriremmo la mia voce che dice a John, mentre sto girando: “Ehi, lì c’è una mela, prendila! Sembra buona, mangiala!”. Molti dialoghi di “Animal House” li ho successivamente tolti perché la fisicità di John suppliva a tutte le parole previste dal copione. Era straordinariamente espressivo e nonostante l’imponenza fisica riuscì a rendere dolce un personaggio ruvido come Bluto.”

Com’è il suo rapporto con Hollywood oggi e cosa ne pensa dell’utilizzo di tanti registi stranieri per film tipicamente americani?

Hollywood ha sempre usato cineasti di altre nazioni, sia registi che attori. La novità può essere l’Oriente, ma ci sono stati riconoscimenti ufficiali e davanti a un successo non si tira indietro nessuno. Anche a me il successo piace a causa dei soldi e del potere. “The Blues Brothers” era considerato ridicolo ma è diventato un cult. Se fosse stato un fiasco non avrei fatto “Un lupo mannaro americano a Londra”. Ho diretto “Tutto in una notte” nel 1985 ed è stato un fiasco, ma me lo potevo permettere perché venivo dalla regia del video di “Thriller” con Michael Jackson. Il merito di un successo si ripartisce sempre su tutte le categorie che hanno partecipato al progetto, mentre la colpa di un insuccesso ricade sempre e solo sul regista. Quanto a Hollywood, sono cresciuto con Hollywood, ma ho vissuto il periodo che ha segnato la fine dello studio system. Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare negli anni Settanta quando si cercavano nuove idee che potessero risollevare le sorti del colosso. In quegli anni io e altri miei colleghi abbiamo “sfruttato” la situazione di transito e di incertezza per piazzare le nostre idee. Oggi tutte le case di produzione sono divisioni di multinazionali e quindi non c’è più alcuna possibilità di fare riferimento all’impegno e alla creatività del singolo. Rientra tutto nelle sinergie del mercato globale e l’unica cosa importante è fare soldi. A Hollywood non interessa più se sei un sovversivo o un allineato, importa solo incassare. Prendete per esempio “The Day After Tomorrow” che è un film stupido ma con grandi effetti speciali e critica l’attuale amministrazione repubblicana poco attenta alle conseguenze devastanti dell’effetto serra. Nonostante il discorso “no-global” il film è stato prodotto dalla “20th Century Fox” di Murdoch. La Paramount ha prodotto “South Park”, che è uno dei film più sovversivi degli ultimi anni!”

Com’è nato il progetto “Slasher”?

Ero alla festa di compleanno di un amico che raccontava di quando faceva il “banditore”. Non conoscevo assolutamente questa realtà e mi ci sono immerso per scoprire tutti i retroscena che si nascondono dietro al mercato dell’auto. Mi sono fatto accompagnare ad una vera svendita di auto usate a Sacramento ed è stato allora che ho deciso di fare un film su questa incredibile “figura”. Le svendite sono il trionfo del capitalismo ed esprimono l’immagine più sensazionale dell’America. Era quello il periodo in cui l’amministrazione Bush cercava di vendere agli americani l’invasione in Irak, proprio come uno “slasher” che ricorre a trucchi effettistici. Mi sembrava più incisivo parlare indirettamente dell’America piuttosto che attaccare direttamente l’amministrazione Bush. Tra l’altro per comperare le immagini dei telegiornali avremmo dovuto spendere 90 dollari al secondo e i soldi non c’erano. Quanto a Michael Bennett (il protagonista del documentario n.d.r.) l’ho scelto perché aveva una personalità molto affascinante ma anche, devo dire la verità, perché abitava a un’ora e mezza da casa mia. Ho controllato il calendario dei suoi appuntamenti e ho visto che doveva andare a Memphis, posto importantissimo per la musica rock e blues, un po’ come Vienna per Mozart. Non conoscevo i problemi economici della città, diventata simbolicamente la capitale della bancarotta americana. Così sono partito con l’idea di fare un documentario su un venditore di auto usate e mi sono trovato a fare altro. E, almeno per me, il risultato è stato molto più interessante delle premesse. E’ stata anche un’esperienza molto educativa perché sono abituato a girare una mia personale visione, mentre qui mi sono trovato a registrare tutto ciò che accadeva, quindi  sono i fatti a parlare.

Ragazzo del pubblico: “Mi scuso per la domanda…
John Landis: “Allora passiamo oltre!

Risate generali, il ragazzo sta per ricominciare a parlare, Landis insiste “Parlo seriamente, passa il microfono a un altro!”

La risata si smorza in imbarazzo e cala un silenzio tombale all’interno della multisala Massimo. Landis non si scompone e il microfono raggiunge velocemente un altro spettatore.

Com’è nato il sodalizio con Michael Jackson per “Thriller”?

“I video sono pubblicità alle canzoni. Prima di tutto bisogna avere una buona canzone. Michael Jackson mi ha telefonato dopo avere visto “Un lupo mannaro americano a Londra” e voleva trasformarsi in un mostro. A quell’epoca (1983 n.d.r.) MTV non voleva mettere in onda video di neri. Questo mi ha stimolato molto. Inoltre Michael Jackson era talmente una potenza che l’ho sfruttato per riportare i corti cinematografici nelle sale di prima visione. Dopo il videoclip l’album triplicò le vendite e divenne quello più venduto di tutti i tempi. Il risultato è stato un fenomeno anche molto imitato, è sempre così quando fai successo, ma per ottenere un prodotto del genere ci vogliono soldi, e molti, e se non sei Michael Jackson non è facile trovare qualcuno che ti produca.”

Tornando a “Slasher”, c’era un sceneggiatura da seguire o era tutto basato sull’improvvisazione?

“Nessun copione, tutto era reale. Anche io a volte non ci credevo. Purtroppo ho dovuto ridurre il materiale e concentrarmi su Michael Bennett, altrimenti il risultato sarebbe stato troppo dispersivo. Del resto, abbiamo registrato 90 ore. Più di “The Blues Brothers”, ma molto meno caro!”

Lei si dà una grande libertà sui ritmi di montaggio, con pause e stasi evidenti. Quanto c’è di intuitivo e quanto di sperimentale?

“Beh, un po’ di intuizione e  un po’ di sperimentazione. Vedi, ho sempre in mente l’immagine grandiosa, inventata da Chuck Jones, in cui Willy il Coyote si trova all’improvviso oltre l’orlo del precipizio sospeso nel vuoto e, per un attimo infinito, guarda in macchina e saluta: è geniale! E’ una sospensione che ho cercato spesso di ricreare nei miei film”.

John Landis: “Mi sento in colpa per avere zittito il ragazzo di prima. Ora tocca a te, forza, e non scusarti delle domande che fai!”.

Michael Jackson rappresenta i neri senz’anima?

“Michael Jackson è completamente pazzo, ha avuto una vita molto difficile, ha subito violenze, è una specie di alieno. Però è uno dei più grandi artisti musicali che abbia mai conosciuto!”

Cosa ne pensa di quelli che definiscono “American Pie” l’”Animal House” del nuovo millennio?

“Quando un film ha successo la gente comincia a copiare. Non mi piace chi imita “Animal House” se il film è una merda. Il primo “American Pie”, comunque, è inoffensivo. La grandezza di “Animal House” è nella forza della sua sceneggiatura. Dietro ci sono persone che hanno vissuto la realtà descritta nei Campus universitari e questa verità si sente. I remake belli, comunque, mi piacciono. Del resto, quante volte è stato fatto “Amleto”?

 “Wow, è la cosa più pretenziosa che abbia mai detto! Non sono abituato ad essere preso così sul serio e trattato con così grande rispetto per il lavoro che ho fatto. Non posso che ringraziarvi!"




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