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TORINO 2004
Fuori
Concorso |
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FUORI
CONCORSO:
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BAB EL SHAMS / LA PORTE DU SOLEIL di Yousry Nasrallah |
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BEFORE SUNSET di Richard Linklater |
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DAI
SI GEIN - REAKING NEWS di Johnnie To
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DEAD END RUN di Sogo Ishii
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DIAS DE CAMPO / JOURNEES A LA CAMPAGNE di Raoul Ruiz
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THE GRUDGE di Takashi Shimizu
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THE HUADU CHRONICLES: BLADE OF THE ROSE di Cory Yuen e Patrick Leung
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MOZART. REQUIEM di Aleksandr Sokurov
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NEW POLICE STORY di Benny Chan |
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SIDEWAYS di Alexander Payne
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VANITAS di Paulo Rocha
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UNE
VISITE AU LOUVRE di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet
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YESTERDAY ONCE MORE di Johnnie To
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Detours
(lungometraggi)
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ÄSSHÄK, GESCHICHTE AUS DER SAHARA di Ulrike Koch
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ASTIGMATISM di Jon Red
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DIGITAL SHORTS BY THREE FILMMAKERS di Joon-ho Bong, Sogo Ishii e Yu Lik-Wai
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FINAL SOLUTION di Rakesh Sharma |
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ILLUMINAZIONI di Bruno Bigoni |
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MARLENE DE SOUSA di Tonino De Bernardi
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Detours
(cortometraggi e mediometraggi)
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ARTO LINDSAY PERDOA A BELEZA di Luca Guadagnino
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CONTRETEMPS di Jean-Claude Rousseau
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LE DIEU SATURNE di Jean-Charles Fitoussi
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FAIBLES AMUSEMENTS di Jean-Claude Rousseau
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KOKORU ODORU / SOUL DANCING di Kiyoshi Kurosawa
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NIETZSCHE EM NICE di Julio Bressane
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L’OPÈ INCATENATO di Daniele Ciprì e Franco Maresco
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AS SEREIAS di Paulo Rocha
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SOL DORMENTE di João Trabulho
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TRAVIS di Kelly Reichardt
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VISITORS di Stephen Dwoskin
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| Detours
Cina
(lungometraggi)
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GOOD MORNING, BEIJING di Pan Jianlin
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BEFORE SUNSET (Richard Linklater) |
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Jesse e Celine si reincontrano a Parigi. Sono passati nove anni dalla
loro unica notte viennese
PRIMA DELL’ALBA, piccolo film di (esagerato) culto
di una decina di anni fa, titolo forte di una filmografia a dir poco
discutibile (quella di Richard Linklater), trova con BEFORE SUNSET
il suo tardivo, superfluo prologo. La storia dei due giovani che si
incontrano per caso a Vienna e che, in una lunga notte, parlano
parlano parlano (ma alla fine fanno roba, perché certi cervellotici
discorsi, certi rigiramenti retorici puntano a quello) e poi si
lasciano senza scambiarsi gli indirizzi ma con la solenne promessa
di rivedersi dopo sei mesi nella stessa città, si ripropone
pressoché uguale: in BEFORE SUNSET lui, divenuto scrittore,
presenta a Parigi il libro che parla di quell’esperienza
(occasione per riassumere il film precedente, sviscerarne le
implicazioni, farci un po’ di teoria all’acqua di rose e mettere
nel paniere una prima decina di minuti) e incrocia di nuovo la
ragazza. I due passeggiano per la capitale francese e ancora parlano
parlano parlano. Faranno roba? Questa volta il finale risulta meno
sospeso e più chiaro, chiusa, peraltro dignitosa, di un filmetto
per tutti gli altri versi ineluttabilmente trascurabile. Linklater,
che si crede un Rohmer ma non riesce ad essere nemmeno un Burns,
come nove anni fa (il tempo passa invano) è convinto di avere un
sacco di cose da dire, ma se allora l’idea centrale del film
poteva sorreggere il profluvio verbale dei due protagonisti,
rendendolo chiacchiericcio quasi ameno, qui, spolpata la trovata,
smembratane la suggestione (il dubbio su ciò che è avvenuto
trascorsi i sei mesi evapora, i due scoprono gli altarini), lascia
nel modesto piatto un mucchio di banalità artificiose da
disseminarsi in un percorso parigino d’insostenibile scontatezza
(il bateau mouche, sissignori). La Delpy è sempre deliziosa
(la pellicola è tutta sulle sue spalle – la si ascolti in
originale -), Hawke un
relitto umano allo sbando, tutto smorfie e mugugnetti.
Voto: 4
Luca Pacilio
Carramba... che delusione!
Nove anni fa l'americano Jesse e la francese Celine
si incontrano per caso in treno. L'attrazione è immediata e, quasi
per gioco, vivono un'intensa giornata insieme lungo le strade di
Vienna, città da scoprire per entrambi. Parlano di tutto,
facilitati dal fatto di non conoscersi e di non dover rendere conto
dei loro pensieri che scorrono in completa libertà. L'intenzione
inconscia di non stabilire alcun legame permette loro di
oltrepassare con disinvoltura e schiettezza le maschere
dell'apparenza e i due vivono poco meno di ventiquattro ore intense
e indimenticabili. Anche il film "Prima dell'alba" si
ritaglia uno spazio di rilievo nell'immaginario collettivo,
acquistando un'aura di culto grazie alla capacità di ritrarre, con
leggerezza, ansie e desideri di una generazione (vogliamo ancora
chiamarla "generazione x"?). Dopo nove anni Richard
Linklater torna metaforicamente sul luogo del delitto, facendo
incrociare nuovamente i destini di Jesse e Celine, ma molte cose
sono cambiate, sia nei due personaggi che nella situazione di
partenza, e l'approccio minimale del regista non riesce a creare la
medesima atmosfera. La forza di "Prima dell'alba" era
proprio nella casualità dell'incontro e nel fatto che i due
protagonisti, pur essendo un ragazzo e una ragazza qualsiasi, erano
caratterizzati con sensibilità e cavalcando gli stereotipi. Quasi
impossibile, date le premesse, non stabilire un'empatia immediata, e
difficile non struggersi per il finale incerto, ma molto romantico,
in cui i due decidono di non scambiarsi indirizzo e telefono ma di
incontrarsi dopo sei mesi ancora a Vienna. La stessa alchimia non si
ripete sulle strade di Parigi. Intanto perché lui non è più un
ragazzo qualunque ma è diventato un uomo di successo, scrittore di
best-seller in tour europeo promozionale, e la magia delle piccole
cose ostentata da chi ha fama e soldi ha già rotto i coglioni (uno
dei suoi maggiori problemi è di non avere un editore per il mercato
orientale), ma anche perché il vagare per le strade della capitale
francese, evitando come la peste i monumenti più famosi, ha
evidenti forzature e sembra più nascere dall'esigenza di riproporre
la stessa situazione del film precedente che dalle motivazioni dei
personaggi. Cambiati i presupposti, banalizzati i caratteri, non può
che attenuarsi anche l'impatto ciarliero dei due. Così la filosofia
spicciola ma ricercata del loro dissertare perde naturalezza e
inciampa il più delle volte nella superficialità. Minori gli
sforzi anche nella sceneggiatura, che si limita a cogliere il fiume
in piena dei dialoghi, e nei pedinamenti discreti della regia. In
"Prima dell'alba" c'erano incontri casuali (il poeta
barbone), trovate divertenti (il gioco del telefono al pub) e la
bella idea di ripercorrere alla fine del film gli stessi luoghi
frequentati dai due ragazzi durante il loro cammino con il peso
della loro assenza. In "Prima del tramonto" tutto pare più
affrettato, meno curato, riciclato. Di curioso (un po' come nelle
"Invasioni barbariche" rispetto a "Il declino
dell'impero americano") ci sono i segni del tempo sui
personaggi ma anche sugli attori, con una parentesi di vita di nove
anni che non passa inosservata: i pochi flashback non giovano a
Ethan Hawke, smagrito e affettato, mentre Julie Delpy ha forse
acquistato più grazia e femminilità. Nonostante la delusione,
restiamo comunque in attesa, tra altri nove anni, di un possibile
"Prima della notte", sperando che nel frattempo lei non
venga notata per caso a un ristorante da un produttore e diventi una
star del cinema!
Voto: 5½
Luca Baroncini
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DAI SI GEIN - BREAKING NEWS (Johnnie To) |
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Quando una squadra mobile TV cattura le immagini dell’imbarazzante disfatta subita da un battaglione di polizia nel corso di una sparatoria con cinque rapinatori, la credibilità delle forze dell’ordine viene gravemente compromessa. Nel corso di un’indagine, però, il detective Cheung individua casualmente l’edificio nel quale i malviventi si sono asserragliati: l’ispettore Rebecca decide allora di sfruttare l’occasione in chiave promozionale, trasformando l’assalto delle Forze Speciali in uno show televisivo in diretta. Presi in trappola, gli assediati innescano una sorta di controinformazione con l’ausilio di internet e di alcune webcam.
Dentro
la notizia
Considerato il più autorevole erede dell’action
movie made in Hong Kong, To Johnnie è già autore di culto (e molto
di tendenza). Per avere prova della competenza tecnica del regista
basta godersi la sequenza di apertura del lungometraggio "Breaking
news" in cui, attraverso un incredibile piano sequenza, si
assiste allo scontro tra polizia e rapinatori in una fase cruciale
delle indagini. L’abilità tecnica purtroppo non basta a dare
spessore a un film che mantiene la promessa di azione e ritmo
indiavolato, ma delude le lecite aspettative di una critica nei
confronti dell’utilizzo improprio dei mezzi di comunicazione. La
storia prevede infatti che la polizia, per risollevare la propria
immagine nei confronti dell’audience televisiva dopo una disfatta
in diretta, approfitti di una situazione estrema (un intero palazzo
nelle mani di criminali senza scrupoli) per costruire un vero e
proprio show mediatico, finalizzato unicamente a riconquistare il
favore dell'opinione pubblica. L’idea è interessante e quanto mai
attuale, ma la sceneggiatura esagera personaggi e situazioni e
inserisce troppi inserti umoristici, accentuando i toni grotteschi a
scapito della tensione. Il thriller finisce così per latitare e non
basta moltiplicare all’infinito botti ed esplosioni, pur con
spettacolarità, per incollare lo spettatore allo schermo. Di bello
c’è l’ambientazione cittadina, in uno dei tanti alveari di
cemento che infittiscono la metropoli cinese, e la regia di polso,
ma l’elementarità dell’intreccio e il suo dipanarsi verso un
finale con qualche ombra ma tutto sommato conciliante, smorzano la
forza del film riducendolo a routinario action-movie.
Voto: 6
Luca Baroncini
Voto: 6½
Luca Pacilio
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DEAD END RUN (Sogo Ishii) |
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Un film composto da tre cortometraggi, legati insieme da un selvaggio inseguimento. Nel primo, Last Song, un uomo corre lungo un vicolo inseguito da una donna-robot che ama i musical di Broadway. Nel secondo, Shadows, l’inseguimento coinvolge un personaggio condotto nel vicolo da un killer che non gli lascia via di scampo. Nel terzo, Fly, un uomo, fuggendo dalla polizia, finisce sopra un tetto, dove rapisce una ragazza intenzionata a suicidarsi.
L'ultima
corsa
Il titolo va preso letteralmente, cioè corri e poi
muori. I tre episodi che compongono il mediometraggio, infatti, sono
una perfetta sintesi della morte come liberazione da una vita mai
vissuta pienamente; una morte ricercata ma subita casualmente e
inflitta per disperazione, grazie a coincidenze che forse non sono
tali. Prima, però, bisogna correre. L’incipit di ogni episodio è
sempre lo stesso: buio, trambusto in sottofondo e una corsa a
perdifiato verso la salvezza. Da chi e perché poco importa.
L’importante è scappare il più lontano possibile. L’epilogo
vede la morte sul proscenio, ma lo sguardo, tutt’altro che
rassicurante, è comunque affettuoso e a volte addirittura ironico.
Il regista Ishii Sogo, dominatore della scena underground
giapponese, unisce generi diversi, passando dal musical all’action
movie e, a dispetto della grevità dei temi esistenziali affrontati,
sembra non prendersi troppo sul serio. Il primo episodio, forse il
migliore, vede un uomo in fuga uccidere per errore una donna che
prima di salire in cielo si scatena in canti e balli. Nel secondo è
di scena un regolamento di conti e nel terzo un uomo, inseguito
dalla polizia, raggiunge il tetto di un grattacielo e prende in
ostaggio una ragazza triste. La forza del soggetto non trova sempre
adeguato risalto nel taglio sperimentale adottato da Sogo, reo di
infliggere allo spettatore la pena capitale di un videoclip eterno e
frenetico. Se l’inizio e la fine di ogni segmento hanno un loro
perché e sostengono adeguatamente la scarna narrazione, il corpo di
ogni racconto si dilunga con poco valore aggiunto. All’ennesimo
uomo che avanza impugnando la pistola, cade, si rialza, spara e
urla, lo spettatore ha tutto il tempo, e il diritto, di pensare ai
fatti propri.
Voto: 5
Luca Baroncini
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DIAS DE CAMPO / JOURNEES A LA CAMPAGNE (Raoul Ruiz) |
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In un bar di Santiago due uomini anziani parlano come se fossero già
morti.
DIAS DE CAMPO è una pellicola importante per il
prolifico Ruiz (mentre si appresta alle riprese di KLIMT – con
John Malkovich nei panni del pittore austriaco -, ha appena ultimato
quelle di LE DOMAINE PERDU con Giraudeau e Paredes) dato che
rappresenta il suo ritorno, dopo decenni (era il 1973, per la
precisione), in terra cilena, un ritorno felice, segnato da
un’opera delicata nella quale si rinvengono senza fatica tutti i
nodi fondamentali della sua poetica. Ciò che i due vecchi rievocano
al tavolino del bar è davvero il passato? Il personaggio di cui si
racconta non è piuttosto il narratore? Questi due uomini che
discutono nel locale La Parrocchia non sono forse i personaggi di un
romanzo che parla di due persone al bar che rievocano un passato
immaginario che è, invece, in tutta evidenza, il presente reale? E
uno dei due non è proprio lo scrittore immaginista dalla cui penna
essi provengono (La Parrocchia
è il locale del futuro)? Bastano questi interrogativi retorici
per comprendere come l’adattamento che Ruiz ha fatto dei vari
racconti di Federico Gana costituisca l’ennesima occasione per il
grande autore di esporre i suoi bizzarri teoremi sul tempo, il
racconto e il sogno (nei suoi film sembra che la morte non esista e
che, di contro, si proponga sempre un’altra vita) e per mescolare
ad arte i vari piani, senza mollare mai la presa della coerenza ma
non perdendo un’oncia di suggestione: lascia dunque andare a
briglia sciolta il suo estro (la sfilata dei fiammiferi, geniale) e
la sua camera (i consueti, impagabili carrelli con gli oggetti che
si muovono in sincrono; lo sguardo che si insinua nella grana della
carta etc) confondendo lo spettatore in una fitta rete di (im)possibili
percorsi narrativi. Legato a filo doppio al suo recente UNE
PLACE PARMI LES VIVANTS , DIAS DE CAMPO è l’opera di un poeta
dell’immagine che non rinuncia alle sue ossessioni e continua a
fare un cinema povero solo di mezzi. Irrinunciabile.
E’ previsto un omaggio particolare a Ruiz nella prossima edizione
del Festival.
Voto: 7½
Luca Pacilio
Los otros
L’aspetto più interessante del lungometraggio del
cileno Raoul Ruiz è la dimensione in cui si muovono i personaggi:
sfiora il sogno, accarezza i ricordi, vive di immaginazione, ma è
soprattutto un luogo squisitamente filmico, lontano da spazi e tempi
razionali, che trova ragione di esistere solo sullo schermo. In
questo universo, volutamente privo di certezze, i personaggi fanno
quello che possono per sopravvivere alle esigenze narrative e si
abbandonano con consapevolezza alla volontà dell’onnisciente
autore. Non facile, in parallelo, per lo spettatore seguire il
tortuoso cammino che ne deriva. Da un lato si prova una sorta di
ammirazione per la totale libertà che si respira nella
sceneggiatura, per il rigore della messa in scena e per il gusto
pittorico dei giochi di luce. Dall’altro, però, si fatica a
mantenere costante l’interesse nei confronti dei personaggi, ad
appassionarsi alle virate surreali, a cogliere l’ironia sottesa al
progetto senza confonderla con un greve umorismo, a sopravvivere
alla patina intellettuale che rischia di creare una distanza
incolmabile. Il sottile gioco di Ruiz, tutto di testa e mai di
pancia, lungi dal divertire e senza impensierire troppo, finisce così
per perdere qualsiasi leggerezza, restando ancorato a una cerebralità
poco comunicativa.
Voto: 5½
Luca Baroncini
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THE
GRUDGE (Takashi
Shimizu) |
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Karen, una ragazza americana che vive a Tokio, entra in contatto con una
maledizione che possiede una casa: il rancore di una vicenda finita
nel sangue abita ancora tra quelle pareti.
La prima particolarità del remake americano del
dittico JU-ON sta innanzi tutto nel fatto che a dirigerlo è lo
stesso autore degli originali, Takashi Shimizu, con una troupe in
gran parte giapponese. La seconda, piuttosto interessante, è che
nonostante la presenza di attori americani (in primo piano Sarah
Michelle Gellar, la Buffy dell’omonima serie televisiva, e Bill
Pullman) l’ambientazione rimanga orientale, con un registro visivo
livido che molto richiama i precedenti. Ciò detto, però,
l’imbastardimento non poteva non avvenire a livello di atmosfere:
se JU-ON procedeva su un registro minimale assai riuscito, con uno
sguardo penetrante sulla quotidianità dei personaggi, un leit motiv
che brillava di naturalezza tanto da far apparire le incursioni
horror come realmente aliene e disturbanti, THE GRUDGE ha invece
tutta l’enfasi del film di genere commerciale alla quale
l’Occidente è abituato: il film, infatti, anticipa e sottolinea
ogni piega terrificante ripiegandosi su una routine che fa a pugni
con la sottigliezza del soggetto di partenza. THE GRUDGE riprende da
JU-ON 1 e 2 solo il nodo narrativo fondamentale e, modificando del
tutto le microtrame e i collegamenti tra le vicende dei personaggi,
riduce l’inquietante sostrato mentale dell’intreccio originale a
mera meccanica orrorifica. Tutto diventa dunque scandalosamente
prevedibile, lo sbadiglio compreso.
Voto: 4½
Luca Pacilio
Voto: 5½
Stefano Trinchero
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MOZART. REQUIEM (Aleksandr Sokurov) |
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Nel febbraio del 2004 Alexander
Sokurov mette in scena il Requiem di Mozart nella Sala piccola della
Filarmonica di San Pietroburgo e lo riprende con cinque telecamere.
La particolarità dell’allestimento sta nel fatto che i cantanti,
tutti indossanti dei sa scuri, non sono fermi ma si muovono sul
proscenio, in modo a tratti libero, a tratti studiatamente
coreografico, generalmente caotico. L’illuminazione della
performance contribuisce, mantenendo la semplicità della
rappresentazione, ad aumentarne la suggestione. Sokurov predilige un
montaggio che, prescindendo dall’andamento musicale, si sofferma
su singole espressioni, atti e movimenti dei componenti del coro e
dell’orchestra, alternando, con una modalità che porta subito
alla mente IL FLAUTO MAGICO di Bergman, lo sguardo sulla scena a
quello sul pubblico, facendo dei pietroburghesi presenti, come
sottolineato dallo stesso regista, dei personaggi del film.
Voto: 6½
Luca Pacilio
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SIDEWAYS (Alexander Payne) |
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Myles, scrittore senza editore da poco divorziato,
propone a Jack, un ex
attore in procinto di sposarsi, un giro per la regione dei vini
della California.
Alexander
Payne affida questo sghembo road-movie a due perdenti che
cercano di incarnare lo stereotipo cinematografico della coppia
comica, due moderni Laurel & Hardy che compiono il loro
“viaggio della speranza” nel tentativo di guarire da una chiara
incapacità di vivere. Paul Giamatti (che interpretando ruoli di
perdente tormentato è diventato ormai una superstar del cinema
indipendente americano) e Thomas Haden si rivelano eccellenti
artefici di questa divertentissima saga dell'indecisione
nella quale due uomini profondamente diversi si rinchiudono dentro
uno spazio chiuso (la macchina, le colline della California) e
confrontano le loro diverse attitudini e ambizioni, compensando a
vicenda i loro istinti più deleteri e provocando contrasti che
sfociano in una serie di situazioni paradossali, tanto disperate da
risultare inesorabilmente comiche. Entrambi si avvicinano a un punto
di non ritorno (il matrimonio, il fallimento della propria carriera
di scrittore) con l'intenzione di bruciare quel frammento delle loro
vite (una settimana) che li separa da un futuro che non hanno
intenzione di affrontare, anche a causa di un passato doloroso che
si sta ancora tentando di rimuovere, come nel caso di Miles. Il
nocciolo del loro picarismo è allora in questa fuga estremamente
circoscritta, una fuga “ad elastico” al termine della quale
ritorneranno al punto di partenza. Il film si fa testimone di questa
sorta di limbo, un procedere spaziale e temporale dagli orizzonti
“confinati” che rischia di rivelarsi una palude per le vite dei
protagonisti, che dovranno macinare molti chilometri prima di
compiere un piccolissimo ma decisivo passo in avanti. Il motore di
questo movimento è insito nell'inettitudine di
Miles e Jack, capaci di reagire alla deriva della loro vita
solo attraverso una strepitosa
serie di comici riti di umiliazione ai quali approdano nel loro
maldestro tentativo di abbandonarsi ai riti del piacere sensoriale
(il vino, il sesso).
Voto: 9
Stefano Trinchero
Voto: 7½
Luca Pacilio
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UNE VISITE AU LOUVRE (Jean-Marie Straub e Danièle Huillet) |
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Una visita
al Museo del Louvre costruita su un monologo tratto dagli scritti di
Cézanne.
Il pensiero di Cézanne
prende forma nel suono della voce perentoria di Julie Koltaï mentre sullo schermo scorrono i quadri commentati nel
testo, come se la voce narrante si trovasse di fronte allo schermo,
al fianco dello spettatore. Ma il lavoro di Straub e Huillet sembra
piuttosto quello di riconciliare le immagini con il testo, di
materializzarle sullo schermo assecondando il suono della voce e
ricostruendo il percorso di un pensiero e di una teorica che sono
prima di tutto la conseguenza di uno sguardo. Une visite au
Louvre comporta proprio la ricostruzione di quello sguardo, la
restaurazione di un gesto del vedere, che consiste nel mettere in
mostra una serie di squadri, di tramutarli in immagine
cinematografica per esportarli al di fuori del luogo in cui sono
custoditi, insieme allo sguardo attraverso il quale Cézanne
esibisce la sua concezione dell’arte e della pittura. La
trasposizione dei quadri che si susseguono sullo schermo non è solo
geografica (traslocare parte del Louvre lasciandolo vedere al di
fuori delle sue mura) ma riguarda anche e soprattutto la materia
dell’immagine: come lo stesso Cézanne ammette, la pittura non
ha nulla a che vedere con la letteratura, con l’aneddotica,
con la psicologia degli eventi rappresentati, ma è piuttosto una
questione di colori. Straub e Huillet compiono una trasfigurazione
che, importando le immagini dei quadri all’interno della
rappresentazione cinematografica, li strappa al loro supporto
materiale e tattile (la tela) per ricomporli di sola luce. Il cinema
di Straub e Huillet, nel suo estremo rigore, si impone di ridisporre
sullo schermo quelle stesse combinazioni di colori e di contrasti
che avevano colpito lo sguardo di Cézanne, ricolloca altrove una
serie di forme trovando nella stasi della macchina da presa il
fulcro di quella antica componente museale del cinema, la cui eterna
vocazione ritorna ad essere quella di esibire pubblicamente immagini
delle cose.
Voto: 10
Stefano Trinchero
Voto: 8
Luca Pacilio
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ARTO
LINDSAY PERDOA A BELEZA (Luca
Guadagnino) |
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Arto Lindsay filmato e intervistato da Luca Guadagnino
Che
Lindsay fosse, oltre che il sublime musicista che conosciamo, anche
un raffinato intellettuale e una persona di gran fascino lo sapevamo
di nostro. E’ bello comunque averne una conferma in questo caso:
le parole di Arto prevalgono infatti su tutto, persino sul vuoto
presuntuoso di questo lavoro, persino sulle marzullate alle quali
l’artista viene sottoposto.
Voto: 4
Luca Pacilio
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