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THE BEAUTIFUL WASHING MACHINE
(James Lee) |
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Teoh ha comprato una lavatrice di seconda mano che si aziona e si spegne quando vuole, come se avesse vita propria. Quando l’anima femminile che si cela nell’elettrodomestico si materializza, Teoh la sfrutta per ogni faccenda domestica, affittandola persino a estranei. Tra i proprietari successivi c’è l’anziano vedovo Wong, che l’accoglie in casa con l’entusiasmo del figlio e la diffidenza della figlia.
Lava che ti passa
Un uomo acquista una lavatrice. È stato abbandonato
dalla compagna e deve sbrigarsela da solo con le faccende domestiche.
Anche al lavoro le cose non vanno per il meglio. Il nuovo
elettrodomestico, però, non funziona molto bene e spesso si ferma a metà
di un ciclo di lavaggio per non ripartire più. Il protagonista si lega
alla lavatrice in modo strano: la guarda mentre è in azione, le dà da
mangiare e la avvicina al letto (un po’ come il Christopher Lambert di
"I love you" di Marco Ferreri, innamorato di un fischietto che
ripete incessantemente di amarlo senza chiedere nulla in cambio). Un
giorno si trova in casa una donna silenziosa e riverente (la ex
compagna? una conoscente? una sconosciuta?) e la tratta come una serva
facendola sgobbare tutto il giorno e arrivando addirittura a cederla ad
altri in cambio di denaro. Ma lui viene ucciso e la donna riesce a
scappare, finendo nell’auto di un uomo ormai anziano con due figli,
dedito a masturbazioni solitarie davanti a video gay. Inseritasi nel
nucleo famigliare, la ragazza dovrà vedersela con i figli del nuovo
padrone: col più giovane riuscirà a stabilire un legame affettivo,
mentre subirà violenza dal marito della figlia (con il suono della
centrifuga in sottofondo) che per fatalità la ucciderà, ma… quando
alla fine l’uomo anziano finirà al supermercato ad acquistare litri e
litri di birra Guinness,
chi troverà alla cassa? Di nuovo lei, rediviva! Questa in sintesi
(qualità mancante al giovane regista malese James Lee) la trama del
film. Le inquadrature, quasi sempre fisse, si succedono con una messa in
scena non casuale ma catatonica. Qualsiasi ipotesi di bellezza è però
distrutta dalla fotografia livida di Teoh Gay Hian che, penalizzata dal
supporto Betacam, stende una patina giallognola sul destino dei
protagonisti. Difficile capire quello che il regista e sceneggiatore
vuole comunicare attraverso una narrazione fitta di simboli (la maschera
indossata dall’uomo anziano, la lavatrice stessa) e metafore poco
illuminanti. Forse che i rapporti sociali sono ancora ingabbiati in una
logica maschilista che impedisce alla donna qualsiasi realizzazione
personale al di là delle occupazioni muliebri? Oppure che i rapporti di
coppia sono destinati a non essere mai paritari, con uno dei due
elementi al comando e l’altro succube, entrambi comunque infelici? O
magari che l’incapacità di comunicare cova i germi
dell’insoddisfazione e che l’istituzione familiare non è altro che
un ricettacolo di pulsioni inespresse? Qualunque siano le motivazioni
che si celano dietro al lungometraggio, poco arriva al di qua dello
schermo e la visione si limita a diventare estenuante. Nelle note di
regia si legge che la donna che il protagonista si trova in casa è
"la materializzazione dell’anima femminile racchiusa
nell’elettrodomestico". Certo, se per capirlo bisogna
leggerlo!!!
Voto: 4
Luca
Baroncini
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CASSHERN
(Kiriva Kazuaki) |
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In un
futuro imprecisato la terra è devastata dalle guerre nucleari. Uno
scienziato cerca di coltivare dei geni mutanti che possano produrre
degli organi di ricambio per gli esseri umani ma l’esperimento gli
sfugge di mano e dei corpi mutanti prendono vita, organizzando un
esercito di robot che minaccia di distruggere l’umanità. Il giovane
Tetsuya, da poco morto in combattimento, ritorna in vita assumendo
l’identità del guerriero Casshern, l’unico ad essere in grado di
salvare la terra.
Kiriya Kazuaki resuscita per
questo film il guerriero che era stato in passato protagonista di una
serie a cartoni animati, nota in Italia come Kyashan, mettendo in
atto un sostanziale processo di trasfigurazione di un’immagine animata
all’interno di uno scenario costruito sull’ibridazione
dell’immagine filmica. Casshern rappresenta infatti un esempio estremo
di quel fenomeno di apocalisse cinematografica fondato su quella
progressiva digitalizzazione della materia del set che arriva a
configurare lo spazio cinematografico come un grande spazio vuoto
riempito digitalmente intorno ai corpi degli attori. Il punto di forza
del film è proprio la potenza visiva data dagli scenari di devastazione
all’interno del quale si svolge l’azione,
in grado di esprimere un’immagine degli ultimi rantoli della
civiltà umana coniugando il fumo delle macerie a sontuose architetture
dittatoriali. La desolante e cupa estetica del mondo futuro costruita da
Kazuaki sortisce l’effetto di mettere da subito in primo piano la
matrice squisitamente politica del film, in grado di esprimersi a pieno
regime anche all’interno del campo della mitologia pop. Forse qualche
lungaggine dal punto di vista narrativo rischia di appesantire
eccessivamente il film.
Voto: 7
Stefano Trinchero
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EOLGULEOPEUN MINYEO / HYPNOTIZED
(Kim
In-Sik) |
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Ji-su, dalla personalità disturbata, soffre di un senso di vuoto che la porta sull'orlo del suicidio. All'ospedale incontra lo psichiatra Suk-won che, nonostante l'impegno, non riesce ad aiutarla. Un anno dopo i due si rincontrano e si innamorano: ma mentre le condizioni psichiche della ragazza migliorano, lui comincia ad attaccarsi a lei morbosamente.
Sotto il vestito niente
Ci sarà una ragione per cui uno spot dura qualche
decina di secondi e un videoclip non supera mediamente i cinque minuti.
A sostegno degli evidenti limiti di uno stile patinato, tutto giocato
sul glamour delle immagini e sulle contrapposizioni del montaggio, può
essere di lezione il film di Kim In-Sik. L’inizio è folgorante, con
l’intimità della protagonista che prende forma nel fluttuare degli
oggetti della sua stanza: un mondo interiore, incapace di aderire alle
regole gravitazionali della concretezza, reso con grande suggestione. Ma
tutta la prima parte, pur con qualche licenza allo spot, riesce ad unire
una ricerca puramente estetica con la capacità di intrigare. Poi, però,
il raffinato design degli interni e il look modaiolo dei personaggi
prendono il sopravvento sulle motivazioni, trasformando il
lungometraggio in una vetrina del "cool". Netta linea di
demarcazione, il flashback in cui la protagonista ripercorre il suo
trauma affettivo, girato con uno stile di insopportabile vacuità (roba
da trasformare i ragazzi della "Compagnia delle Indie" in
maestri del neorealismo) in cui occhiali di tendenza, idromassaggi nella
neve, gare di sci, yacht, loghi di multinazionali e amplessi esagerati
(ma chiaramente falsi) tra lenzuole di seta, anzichè palesare un amore
lo ridicolizzano. Dopo è un’escalation nel vuoto, con la
professionalità degli psicologi messa per l’ennesima volta a dura
prova e i continui tira e molla affettivi dei personaggi sempre più
privi di senso. A danneggiare ulteriormente il risultato, la bellezza
degli attori protagonisti, dapprima accattivante poi sempre più
insopportabile. Anche la divertente trovata della scala con i gradini
sonori diventa alla lunga ripetitiva. Essendo un film coreano, poi, non
possono mancare alcuni passaggi obbligati: la pedofilia (malamente
appiccicata attraverso un micro-raccordo di sceneggiatura poco utile
agli sviluppi), almeno un dettaglio gore (una gratuita porzione di testa
e qualche frattaglia qua e là) e un po’ di sesso esplicito.
Inevitabile, infine, la conclusione tragica, a conferma di uno
stile in cui la narrazione procede per luoghi comuni ed è solo un
pretesto. Ma l'esibita ricerca formale manca di un piglio personale e,
ancorata alla volubilità delle mode, resta prigioniera dei confini
dorati di una vetrina vuota.
Voto: 5
Luca
Baroncini
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L’ESQUIVE
(Abdellatif Kechiche) |
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Un gruppo
di adolescenti della banlieue parigina sta mettendo in scena Il gioco dell’amore e del caso di Marivaux per la
recita di fine anno. Krimo è appena stato lasciato dalla sua ragazza e
compra il ruolo di Arlecchino da un compagno di classe solo per poter
recitare al fianco di Lydia, la ragazza di cui è innamorato. Krimo non
dimostra alcuna attitudine per la recitazione e Lydia e non è sicura di
essere davvero intenzionata ad uscire con lui.
L’esquive (la schivata) è stata senza dubbio la prima grande
sorpresa del festival, apprezzato unanimemente sia dal pubblico che
dalla critica al punto di contendere a Los muertos il primo
premio. Abdellatif Kechiche (al suo secondo film da regista dopo Tutta
colpa di Voltaire) ha reclutato una serie di eccellenti giovani
attori, magnificamente diretti per arrivare a sostenere una serie di
dialoghi lunghi e complicatissimi che nel loro succedersi vorticoso
rappresentano il motore del film. Kechiche ricrea sul set una lingua
nuova, potentissima, tagliente e aggressiva, in grado di esprimere al
meglio il meticciato culturale regnante nella banlieue; una lingua che
prende in prestito il vocabolario del francese per innestarlo sulle
sonorità dell’arabo, dando vita a un flusso di parole che costituisce
una quotidiana preghiera rabbiosa, a metà strada tra la lingua parlata
e il rap. Il contrasto tra la lingua della banlieue e quella della
commedia di Marivaux produce un effetto straniante pari a quello
prodotto dal vestito settecentesco indossato da Lydia (Sara Forestier,
semplicemente straordinaria) mentre cammina tra i palazzi grigi della
periferia parigina, apre uno squarcio doloroso perché sembra dimostrare
come all’interno di uno scenario tanto chiuso e desolante l’amore e
la bellezza possano palesarsi soltanto inscrivendosi all’interno della
categoria del ridicolo, dell’alieno, del falso. La funzione della
commedia sembra essere quella di aprire un palcoscenico vivibile
all’interno di un quartiere problematico e arriva ad estendersi fino a
trascinare i suoi protagonisti all’interno di un ulteriore set che
chiama in causa le loro vite per coinvolgerle all’interno di
un’altra vicenda amorosa, questa volta reale, o meglio iperrealista
per come distorce la struttura della commedia sentimentale dotandola di
una lingua violenta, di uno scenario grigio, di sentimenti rabbiosi. L’esquive
si presenta come un film indubbiamente violento, capace cioè di
rinchiudere la violenza insita nei luoghi in cui è “giocato”
(nell’accezione francese del termine) all’interno dei corpi e delle
voci dei suoi protagonisti, fino al punto in cui una violenza esterna,
paralizzante, politica e poliziesca, non cercherà di ridurli al
silenzio e all’immobilità in una sequenza dolorosa e terrificante.
Voto: 9
Stefano Trinchero
Storia di ragazzi e di ragazze
È tipico del cinema estremizzare lo sguardo sulla
realtà. Succede anche nella vita quotidiana (il palcoscenico della
politica ne è un esempio lampante), quando per esprimere un parere si
antepone l'effetto al contenuto. Così, se pensiamo al contraddittorio
universo adolescenziale ci vengono in mente spaccio, pasticche, abusi
sessuali, violenza, guerriglie urbane, mentre, salendo i gradini della
scala sociale, si passa ad abiti firmati, sms, feste esclusive, shopping,
arrivismo e apparenza. Abdellatif Kechiche riesce ad evitare tutto questo
e a raccontare i giovani uscendo dalla gabbia dello stereotipo. L'ambiente
è quello della periferia di Parigi, con una scenografia di enormi
palazzoni tutti uguali e una commistione di etnie diverse non per forza
inconciliabili (spesso i ragazzi, non solo musulmani, per sostenere la
verità di quanto affermano, giurano sul Corano e non sulla Bibbia). La
sceneggiatura si sofferma su un gruppo di compagni di classe che stanno
preparando la rappresentazione teatrale de "Il gioco dell'amore e del
caso" di Marivaux per lo spettacolo di fine anno scolastico. Anche il
perno narrativo del teatro, come specchio della realtà e via di fuga dal
grigiore del presente, viene utilizzato in modo originale. Non c'è spazio
nella visione di Kechiche per pistolotti edificanti o personaggi cui basta
una recita per trovare il proprio posto nel mondo, oppure, forse sì (la
terapia del teatro come ghiotta opportunità di uscire da se stessi è
innegabile) ma non è solo questo il punto. Il punto è il tentativo di
rappresentare i giovani così come sono, con i dubbi, le angosce, le
indifferenze, le spavalderie, l'arroganza, l'egocentrismo, la rabbia, ma
anche i sentimenti, la dolcezza, l'ingenuità. Le difficoltà di crescere
in un ambiente familiare problematico e privo di stimoli, al di là della
sopravvivenza, non volano alto trovando soluzioni esistenziali fuori dalla
portata dei personaggi, ma cercano la verità nel linguaggio e negli
atteggiamenti. La macchina da presa sta addosso ai giovani attori e la
regia alterna in modo nervoso primi piani sempre più ravvicinati, che
trasmettono l'irrequietezza degli stati d'animo e consentono di entrare in
contatto con il disagio di un'età terribile, in cui scoperte e
consapevolezze si fondono con complessità. Strepitosi gli interpreti e
intensi i dialoghi, spesso ripetitivi (come la maggior parte delle
conversazioni del resto) ma con la chiara funzione di amalgamare la
spontaneità della vita con la finzione cinematografica.
Voto: 7½
Luca Baroncini
Voto: 8
Luca Pacilio
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L’IGUANA
(Catherine McGilvray) |
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UIl giovane conte Aleardo approda con il suo panfilo in
un’isola portoghese. Qui conosce tre nobili decaduti e la loro
servetta, l’Iguana, costantemente maltrattata dai padroni.
E’ consolante sapere che in
Italia non si è totalmente perso il gusto per un cinema che punti
all’immagine, che miri a una suggestione che nasca dalla
contemplazione della figura, che non si consegni al mero realismo ma che
azzardi anche sul terreno del visionario o dell’irrazionale. La
regista, partendo dall’omonimo, complesso romanzo della Ortese, gira
un film a basso costo in cui, tra scorci di artificio pittorico, un
registro visivo ricercato e antinaturalistico, si rivela, nei confronti
dei suoi connazionali, in netta e sana controtendenza. Certo, non è
tutto oro: l’atmosfera surreale che regna nell’isola in cui è
ambientata la vicenda deve più di qualcosa a Ruiz, il simbolismo è
gridato ma sfuggente (ma questa era una caratteristica del romanzo di
partenza), la regista non riesce ad evitare una deleteria deriva
teatrale (e la non certo memorabile interpretazione del protagonista
Andrea Renzi non giova), il mistero e le figure enigmatiche che animano
la scena sono gestiti con più di una punta di compiacimento, la noia
corre sul filo. Ma quest’isola piena di suoni, che rassembra quella
scespiriana de La Tempesta, in
cui strani riti e apparizioni, realtà e visioni si intersecano, in cui
anche l’horror dà una punta di tinta alla generale fatiscenza che
domina gli interni, può valere un’occhiata e ci fa sperare in
un’alternativa valida alla generale tendenza dell’attuale
cinematografia nostrana.
Voto: 5½
Luca
Pacilio
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ILLUMINATION
(Pascale
Breton) |
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Ildutt, personalità borderline,
decide di curarsi quando conosce Christina.
Ildutt vive - ai limiti di
una società che non comprende e non lo comprende - una giovinezza di
verità estrema, sorta di Myskin tormentato alla ricerca disperata di
una normalità che gli permetta di far breccia nel cuore dell’amata
Christina. Ma il delirio che lo coglie a tratti lo conduce, per
liberarsene, sulla via di altri diversi deliri, differenti margini e
alienazioni; il suo candore estremo, la sua sincera voglia di integrarsi
in un microcosmo meschino e indifferente, ne fanno soltanto un
emarginato al quadrato, un uomo che, con disarmante ingenuità, non
chiede nulla a parte il diritto di amare ma la cui “follia” è
rivelatrice, portando a illuminare spietatamente il mondo di tenebre e
chiusura che lo circonda. Il regista, nella descrizione del percorso del
protagonista, dimostra sensibilità e profondità rare, non forza mai la
scrittura, dumontianamente lascia parlare le immagini (la sequenza, di bellezza
cristallina, di Ildutt che accarezza le montagne; quella del fermaglio -
feticcio di un amore riposto nell’animo - ingrandito dalla lente) e
una voce off miracolosamente
non invasiva, gira un film bellissimo, con la più toccante
dichiarazione d’amore vista al cinema negli ultimi anni.
Produce l’infallibile Paulo Branco.
Voto:
8½
Luca Pacilio
Voto:
9
Stefano Trinchero
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INU NEKO / THE CAT LEAVES HOME
(Nami Iguchi) |
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Due amiche
d’infanzia si trovano a dover condividere, quasi involontariamente, lo
stesso appartamento. Riemergeranno vecchi rancori legati ad alcune mai
risolte vicende di cuore.
Iguchi Nami ha saputo
conquistare il favore di pubblico e critica (Premio della giuria) grazie
a un film intimo ed essenziale, capace comunque di sondare in profondità
una serie di rapporti interpersonali estremamente delicati, collocandosi
a pieno all’interno di uno specifico frangente del cinema giapponese
classico che vede in Ozu il proprio referente principale. Iguchi Nami si
dimostra abile nel filmare l’orizzonte di incertezza e precarietà
(prima di tutto sentimentale) che grava sulle vite delle due
protagoniste e lo fa inserendo la macchina da presa all’interno dei
loro spazi comuni, esplorando con rigore e leggerezza i rituali che
scandiscono le loro giornate: l’esplorazione dei fragili meccanismi
della convivenza parte dalla consapevolezza di dover relazionare la
macchina da presa con due corpi all’interno di un unico spazio.
Voto:
7
Stefano Trinchero
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JIANG HU / LEFT HAND
(Wong Ching Po) |
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La lotta
per la successione al trono di un boss mafioso si intreccia con la
vicenda di due fratelli incaricati di assassinare un potente gangster.
Il film che avrebbe dovuto
essere, insieme a Casshern, l’ oggetto cinematografico più atipico e
“di genere” all’interno del concorso, sembrava muoversi
all’inizio all’interno di coordinate piuttosto convenzionali, chiuso
dentro un piano narrativo costruito sull’intreccio e l’unità
temporale (tutto in una notte). Al di là dei colpi di scena che
rimettono in discussione l’intera struttura del film, il finale
riserva alcuni momenti di grande cinema, in particolare una sequenza di
combattimento “acquatico” di grande forza visiva. Prima di allora
non è sembrato che il film mostrasse particolari punti di interesse.
Voto:
6
Stefano Trinchero
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MAKE MY DAY
(Henrike Goetz) |
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Hee-Jin è una giovane coreana che vive a Berlino. Stufa del monotono torpore che avvolge la sua cerchia di amici, decide di partire per Parigi in cerca di amore e felicità, ma la realtà che le si presenta davanti la conduce presto al disincanto.
Aspettando la felicità
Henrike Goetz prova a raccontare i dubbi e le
insicurezze dell’attuale gioventù (facendo rientrare in questo
termine quella fascia di variegata umanità che va dai venti ai trenta e
passa anni) e per farlo mette in scena i problemi di una ragazza coreana
poliglotta che vive a Berlino e, dopo avere abortito, decide di
raggiungere a Parigi un ragazzo di cui si è innamorata. Quando le sue
aspettative saranno completamente disilluse tornerà a casa per
riprendere la vita monotona di sempre, non prima però di essere giunta
alla conclusione che gli uomini sono destinati a farsi del male l’un
l’altro perché è nella loro natura, ma bisogna andare avanti
nonostante tutto. Nella narrazione, piatta e lineare, dominano il
menefreghismo, la totale assenza di interessi, l’incapacità di
comunicare e l’opportunismo. L’autore, con un certo coraggio, mette
in scena personaggi antipatici, a partire dalla protagonista, ma non
riesce a renderne universali le motivazioni. Si succedono così dialoghi
insignificanti (tranne le appiccicate battute conclusive necessarie per
spiegare la posizione, fino ad allora di totale distacco, del regista e
sceneggiatore), gesti quotidiani che si ripetono per abitudine e
rapporti sociali e affettivi fondati sul nulla. Sempre e comunque senza
alcun entusiasmo e con la sensazione di una vita più subita che davvero
vissuta. Non c'è nemmeno un'originale idea di cinema. Il regista
tedesco, infatti, applica uno stile molto vicino al "dogma",
con una fastidiosa luce naturale che nelle scene diurne è anche
accettabile, mentre negli interni e nelle sequenze notturne assume la
classica e orribile sgranatura da cinema verità. Verità che, però, si
esplicita solo nella forma, perché i fatti procurano la sensazione di
una forzata compressione che stufa in fretta e dice poco.
Voto:
5
Luca Baroncini
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MOSHENG TIANTANG / AN ESTRANGED PARADISE
(Yang Fudong) |
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Il giovane Zuzhi vive nella città di Hangzhou
(paradiso) e attraversa un periodo di crisi che coincide e finisce con
la stagione delle piogge.
Fudong nega che, come
sottolineato in patria, il suo cinema guardi a quello cinese degli anni
20, ma che questo film sia fortemente derivativo è fuori discussione
(il pensiero va alla nouvelle
vague, innanzi tutto, ma non solo) e lo si comprende da certe scelte
(il limpido bianco e nero), da alcuni passaggi - frammenti di alta
suggestione, squisitamente figurativa -, certo montaggio. Film a basso
costo, sostanzialmente incompiuto, AN ESTRANGED PARADISE si propone,
dietro la sua apparenza astratta, come sottile analisi psicologica non
priva di realismo e profondità. Il talento visivo di questo debuttante
è rimarchevole e la costruzione della sua opera rimane interessante
anche quando lo svolgimento paga con troppa evidenza il conto ai
modelli: sostanzialmente giustificato, dunque, l’interesse di cui la
pellicola è stata oggetto prima e durante la kermesse torinese.
Voto:
6½
Luca Pacilio
Voto:
7
Stefano Trinchero
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LOS MUERTOS
(Lisandro Alonso) |
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Un uomo esce di galera dopo avere scontato la sua
pena. Vuole raggiungere la figlia e inizia un viaggio in completa
solitudine...
Lungo viaggio di ritorno
Un uomo esce di galera dopo avere scontato la sua
pena. Vuole raggiungere la figlia e inizia un viaggio in completa
solitudine. Prima però gode della libertà attraverso la riscoperta di
gesti semplici ma vitali, come mangiare un gelato, acquistare un regalo
e soddisfare i propri istinti sessuali con una prostituta. Raccontare la
storia del film dell’argentino Lisandro Alonso ha però poco senso,
perché la sua forza è tutta nella commistione tra le immagini,
essenziali nel procedere lineare della vicenda, e i suoni della natura
in cui è immerso il protagonista. A dare spessore al tutto, la
collocazione geografica e temporale. Siamo in Argentina, ma sembra di
essere lontani dalla civiltà, in una terra in cui l’istruzione, la
sanità, diciamo il progresso per come l’occidente è abituato a
considerarlo, non trovano spazio. E siamo nel novembre 2003, quindi
nella piena contemporaneità, mentre le dinamiche dei personaggi, i
gesti quotidiani, le poche battute di dialogo, paiono provenire da un
passato inevitabilmente remoto. Esemplare, al riguardo, la truce, ma in
fondo naturale, scena dell’uccisione della capra o il ruvido approccio
del protagonista all’alveare pieno di miele. L'occidente fa capolino
solo nel finale, in cui una bambina, sola nella giungla insieme al
fratello maggiore, gioca con un piccolo robot proveniente da quello che
nel contesto descritto sembra un impossibile futuro. Ma Alonso non forza
la mano, non sembra volere suscitare indignazione o facili e
semplicistici atti d’accusa in cui ragione e torto sono chiari e
riconoscibili (e se lo vuole non ci riesce). Il suo sguardo si limita
quindi a mostrare senza giudicare, lasciando che le ambiguità restino
tutte nel titolo. La sensazione finale è di essere stati testimoni
dell'inconciliabile distanza tra mondi diversi in precaria convivenza.
Ma si resta con la voglia di saperne di più.
Voto:
6½
Luca Baroncini
Voto:
7
Luca Pacilio
Voto:
7½
Stefano Trinchero
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UNDERTOW
(David Gordon Green) |
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John Munn vive con i suoi due figli
in una fattoria isolata. L’inaspettata visita del fratello di
John sconvolgerà le loro vite.
Pare proprio che non ci sia
Torino Festival senza un film di Gordon Green che stavolta, prodotto
nientemeno che da Terrence Malick, ci racconta del cuore violento di
un’America sospesa in un tempo inindividuabile con una ruvida
storia in cui si mescolano amori e odi familiari, eredità fisiche e
morali da gestire, nuove e antiche rapacità. Il film, pur puntando su
un solido andamento thriller e su una tensione conseguentemente
progressiva, rimane farraginoso e ibrido, e non contribuiscono al suo
fascino l’impianto drammaturgico e le atmosfere -
volutamente demodè -, i continui freeze
frame - immotivati e velleitari - e uno score
musicale di lusso sprecato - un Philip Glass meno appariscente del
solito -. Toni tra il gotico e il fiabesco (c’è tanta letteratura
americana dentro: da Harper Lee, a certo Capote o Flannery ‘O Connor)
e un odore di cinema anni 70 quasi in ogni fotogramma per il terzo film
del ventinovenne regista di cui si attendono prove più convincenti dopo
il lodato debutto (GEORGE WASHINGTON, vincitore dell’edizione 2001 del
TFF).
Voto:
5
Luca Pacilio
Voto:
5
Stefano Trinchero
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Torino
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