TORINO 2004
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
- THE BEAUTIFUL WASHING MACHINE di James Lee
- CASSHERN di Kiriva Kazuaki
- EOLGULEOPEUN MINYEO / HYPNOTIZED di Kim In-Sik 
- L’ESQUIVE di Abdellatif Kechiche
- L’IGUANA di Catherine McGilvray
- ILLUMINATION di Pascale Breton 
- INU NEKO / THE CAT LEAVES HOME di Nami Iguchi 
- JIANG HU / LEFT HAND di Wong Ching Po
- MAKE MY DAY di Henrike Goetz 
- MOSHENG TIANTANG / AN ESTRANGED PARADISE di Yang Fudong 
- LOS MUERTOS di Lisandro Alonso 
- NOTTE SENZA FINE di Elisabetta Sgarbi 
- PARVANE-HA-BADRAGHE-MIKONAND / BUTTERFLIES ARE JUST A STEP BEHIND di M.E. Moaiery 
- UNDERTOW di David Gordon Green 

 

 

- IN CONCORSO

 

THE BEAUTIFUL WASHING MACHINE
(James Lee)


Teoh ha comprato una lavatrice di seconda mano che si aziona e si spegne quando vuole, come se avesse vita propria. Quando l’anima femminile che si cela nell’elettrodomestico si materializza, Teoh la sfrutta per ogni faccenda domestica, affittandola persino a estranei. Tra i proprietari successivi c’è l’anziano vedovo Wong, che l’accoglie in casa con l’entusiasmo del figlio e la diffidenza della figlia.


Lava che ti passa

Un uomo acquista una lavatrice. È stato abbandonato dalla compagna e deve sbrigarsela da solo con le faccende domestiche. Anche al lavoro le cose non vanno per il meglio. Il nuovo elettrodomestico, però, non funziona molto bene e spesso si ferma a metà di un ciclo di lavaggio per non ripartire più. Il protagonista si lega alla lavatrice in modo strano: la guarda mentre è in azione, le dà da mangiare e la avvicina al letto (un po’ come il Christopher Lambert di "I love you" di Marco Ferreri, innamorato di un fischietto che ripete incessantemente di amarlo senza chiedere nulla in cambio). Un giorno si trova in casa una donna silenziosa e riverente (la ex compagna? una conoscente? una sconosciuta?) e la tratta come una serva facendola sgobbare tutto il giorno e arrivando addirittura a cederla ad altri in cambio di denaro. Ma lui viene ucciso e la donna riesce a scappare, finendo nell’auto di un uomo ormai anziano con due figli, dedito a masturbazioni solitarie davanti a video gay. Inseritasi nel nucleo famigliare, la ragazza dovrà vedersela con i figli del nuovo padrone: col più giovane riuscirà a stabilire un legame affettivo, mentre subirà violenza dal marito della figlia (con il suono della centrifuga in sottofondo) che per fatalità la ucciderà, ma… quando alla fine l’uomo anziano finirà al supermercato ad acquistare litri e litri di  birra Guinness, chi troverà alla cassa? Di nuovo lei, rediviva! Questa in sintesi (qualità mancante al giovane regista malese James Lee) la trama del film. Le inquadrature, quasi sempre fisse, si succedono con una messa in scena non casuale ma catatonica. Qualsiasi ipotesi di bellezza è però distrutta dalla fotografia livida di Teoh Gay Hian che, penalizzata dal supporto Betacam, stende una patina giallognola sul destino dei protagonisti. Difficile capire quello che il regista e sceneggiatore vuole comunicare attraverso una narrazione fitta di simboli (la maschera indossata dall’uomo anziano, la lavatrice stessa) e metafore poco illuminanti. Forse che i rapporti sociali sono ancora ingabbiati in una logica maschilista che impedisce alla donna qualsiasi realizzazione personale al di là delle occupazioni muliebri? Oppure che i rapporti di coppia sono destinati a non essere mai paritari, con uno dei due elementi al comando e l’altro succube, entrambi comunque infelici? O magari che l’incapacità di comunicare cova i germi dell’insoddisfazione e che l’istituzione familiare non è altro che un ricettacolo di pulsioni inespresse? Qualunque siano le motivazioni che si celano dietro al lungometraggio, poco arriva al di qua dello schermo e la visione si limita a diventare estenuante. Nelle note di regia si legge che la donna che il protagonista si trova in casa è "la materializzazione dell’anima femminile racchiusa nell’elettrodomestico". Certo, se per capirlo bisogna leggerlo!!!

Voto:  4                                Luca Baroncini

 

CASSHERN
(Kiriva Kazuaki)


In un futuro imprecisato la terra è devastata dalle guerre nucleari. Uno scienziato cerca di coltivare dei geni mutanti che possano produrre degli organi di ricambio per gli esseri umani ma l’esperimento gli sfugge di mano e dei corpi mutanti prendono vita, organizzando un esercito di robot che minaccia di distruggere l’umanità. Il giovane Tetsuya, da poco morto in combattimento, ritorna in vita assumendo l’identità del guerriero Casshern, l’unico ad essere in grado di salvare la terra.


Kiriya Kazuaki resuscita per questo film il guerriero che era stato in passato protagonista di una serie a cartoni animati, nota in Italia come Kyashan, mettendo in atto un sostanziale processo di trasfigurazione di un’immagine animata all’interno di uno scenario costruito sull’ibridazione dell’immagine filmica. Casshern rappresenta infatti un esempio estremo di quel fenomeno di apocalisse cinematografica fondato su quella progressiva digitalizzazione della materia del set che arriva a configurare lo spazio cinematografico come un grande spazio vuoto riempito digitalmente intorno ai corpi degli attori. Il punto di forza del film è proprio la potenza visiva data dagli scenari di devastazione all’interno del quale si svolge l’azione,  in grado di esprimere un’immagine degli ultimi rantoli della civiltà umana coniugando il fumo delle macerie a sontuose architetture dittatoriali. La desolante e cupa estetica del mondo futuro costruita da Kazuaki sortisce l’effetto di mettere da subito in primo piano la matrice squisitamente politica del film, in grado di esprimersi a pieno regime anche all’interno del campo della mitologia pop. Forse qualche lungaggine dal punto di vista narrativo rischia di appesantire eccessivamente il film.

Voto:  7                               Stefano Trinchero

 

EOLGULEOPEUN MINYEO / HYPNOTIZED
(Kim In-Sik)


Ji-su, dalla personalità disturbata, soffre di un senso di vuoto che la porta sull'orlo del suicidio. All'ospedale incontra lo psichiatra Suk-won che, nonostante l'impegno, non riesce ad aiutarla. Un anno dopo i due si rincontrano e si innamorano: ma mentre le condizioni psichiche della ragazza migliorano, lui comincia ad attaccarsi a lei morbosamente.


Sotto il vestito niente

Ci sarà una ragione per cui uno spot dura qualche decina di secondi e un videoclip non supera mediamente i cinque minuti. A sostegno degli evidenti limiti di uno stile patinato, tutto giocato sul glamour delle immagini e sulle contrapposizioni del montaggio, può essere di lezione il film di Kim In-Sik. L’inizio è folgorante, con l’intimità della protagonista che prende forma nel fluttuare degli oggetti della sua stanza: un mondo interiore, incapace di aderire alle regole gravitazionali della concretezza, reso con grande suggestione. Ma tutta la prima parte, pur con qualche licenza allo spot, riesce ad unire una ricerca puramente estetica con la capacità di intrigare. Poi, però, il raffinato design degli interni e il look modaiolo dei personaggi prendono il sopravvento sulle motivazioni, trasformando il lungometraggio in una vetrina del "cool". Netta linea di demarcazione, il flashback in cui la protagonista ripercorre il suo trauma affettivo, girato con uno stile di insopportabile vacuità (roba da trasformare i ragazzi della "Compagnia delle Indie" in maestri del neorealismo) in cui occhiali di tendenza, idromassaggi nella neve, gare di sci, yacht, loghi di multinazionali e amplessi esagerati (ma chiaramente falsi) tra lenzuole di seta, anzichè palesare un amore lo ridicolizzano. Dopo è un’escalation nel vuoto, con la professionalità degli psicologi messa per l’ennesima volta a dura prova e i continui tira e molla affettivi dei personaggi sempre più privi di senso. A danneggiare ulteriormente il risultato, la bellezza degli attori protagonisti, dapprima accattivante poi sempre più insopportabile. Anche la divertente trovata della scala con i gradini sonori diventa alla lunga ripetitiva. Essendo un film coreano, poi, non possono mancare alcuni passaggi obbligati: la pedofilia (malamente appiccicata attraverso un micro-raccordo di sceneggiatura poco utile agli sviluppi), almeno un dettaglio gore (una gratuita porzione di testa e qualche frattaglia qua e là) e un po’ di sesso esplicito.  Inevitabile, infine, la conclusione tragica, a conferma di uno stile in cui la narrazione procede per luoghi comuni ed è solo un pretesto. Ma l'esibita ricerca formale manca di un piglio personale e, ancorata alla volubilità delle mode, resta prigioniera dei confini dorati di una vetrina vuota.

Voto:  5                                Luca Baroncini

 

L’ESQUIVE
(Abdellatif Kechiche)


Un gruppo di adolescenti della banlieue parigina sta mettendo in scena Il gioco dell’amore e del caso di Marivaux per la recita di fine anno. Krimo è appena stato lasciato dalla sua ragazza e compra il ruolo di Arlecchino da un compagno di classe solo per poter recitare al fianco di Lydia, la ragazza di cui è innamorato. Krimo non dimostra alcuna attitudine per la recitazione e Lydia e non è sicura di essere davvero intenzionata ad uscire con lui.

L’esquive (la schivata) è stata senza dubbio la prima grande sorpresa del festival, apprezzato unanimemente sia dal pubblico che dalla critica al punto di contendere a Los muertos il primo premio. Abdellatif Kechiche (al suo secondo film da regista dopo Tutta colpa di Voltaire) ha reclutato una serie di eccellenti giovani attori, magnificamente diretti per arrivare a sostenere una serie di dialoghi lunghi e complicatissimi che nel loro succedersi vorticoso rappresentano il motore del film. Kechiche ricrea sul set una lingua nuova, potentissima, tagliente e aggressiva, in grado di esprimere al meglio il meticciato culturale regnante nella banlieue; una lingua che prende in prestito il vocabolario del francese per innestarlo sulle sonorità dell’arabo, dando vita a un flusso di parole che costituisce una quotidiana preghiera rabbiosa, a metà strada tra la lingua parlata e il rap. Il contrasto tra la lingua della banlieue e quella della commedia di Marivaux produce un effetto straniante pari a quello prodotto dal vestito settecentesco indossato da Lydia (Sara Forestier, semplicemente straordinaria) mentre cammina tra i palazzi grigi della periferia parigina, apre uno squarcio doloroso perché sembra dimostrare come all’interno di uno scenario tanto chiuso e desolante l’amore e la bellezza possano palesarsi soltanto inscrivendosi all’interno della categoria del ridicolo, dell’alieno, del falso. La funzione della commedia sembra essere quella di aprire un palcoscenico vivibile all’interno di un quartiere problematico e arriva ad estendersi fino a trascinare i suoi protagonisti all’interno di un ulteriore set che chiama in causa le loro vite per coinvolgerle all’interno di un’altra vicenda amorosa, questa volta reale, o meglio iperrealista per come distorce la struttura della commedia sentimentale dotandola di una lingua violenta, di uno scenario grigio, di sentimenti rabbiosi. L’esquive si presenta come un film indubbiamente violento, capace cioè di rinchiudere la violenza insita nei luoghi in cui è “giocato” (nell’accezione francese del termine) all’interno dei corpi e delle voci dei suoi protagonisti, fino al punto in cui una violenza esterna, paralizzante, politica e poliziesca, non cercherà di ridurli al silenzio e all’immobilità in una sequenza dolorosa e terrificante.

Voto:  9                                Stefano Trinchero


Storia di ragazzi e di ragazze

È tipico del cinema estremizzare lo sguardo sulla realtà. Succede anche nella vita quotidiana (il palcoscenico della politica ne è un esempio lampante), quando per esprimere un parere si antepone l'effetto al contenuto. Così, se pensiamo al contraddittorio universo adolescenziale ci vengono in mente spaccio, pasticche, abusi sessuali, violenza, guerriglie urbane, mentre, salendo i gradini della scala sociale, si passa ad abiti firmati, sms, feste esclusive, shopping, arrivismo e apparenza. Abdellatif Kechiche riesce ad evitare tutto questo e a raccontare i giovani uscendo dalla gabbia dello stereotipo. L'ambiente è quello della periferia di Parigi, con una scenografia di enormi palazzoni tutti uguali e una commistione di etnie diverse non per forza inconciliabili (spesso i ragazzi, non solo musulmani, per sostenere la verità di quanto affermano, giurano sul Corano e non sulla Bibbia). La sceneggiatura si sofferma su un gruppo di compagni di classe che stanno preparando la rappresentazione teatrale de "Il gioco dell'amore e del caso" di Marivaux per lo spettacolo di fine anno scolastico. Anche il perno narrativo del teatro, come specchio della realtà e via di fuga dal grigiore del presente, viene utilizzato in modo originale. Non c'è spazio nella visione di Kechiche per pistolotti edificanti o personaggi cui basta una recita per trovare il proprio posto nel mondo, oppure, forse sì (la terapia del teatro come ghiotta opportunità di uscire da se stessi è innegabile) ma non è solo questo il punto. Il punto è il tentativo di rappresentare i giovani così come sono, con i dubbi, le angosce, le indifferenze, le spavalderie, l'arroganza, l'egocentrismo, la rabbia, ma anche i sentimenti, la dolcezza, l'ingenuità. Le difficoltà di crescere in un ambiente familiare problematico e privo di stimoli, al di là della sopravvivenza, non volano alto trovando soluzioni esistenziali fuori dalla portata dei personaggi, ma cercano la verità nel linguaggio e negli atteggiamenti. La macchina da presa sta addosso ai giovani attori e la regia alterna in modo nervoso primi piani sempre più ravvicinati, che trasmettono l'irrequietezza degli stati d'animo e consentono di entrare in contatto con il disagio di un'età terribile, in cui scoperte e consapevolezze si fondono con complessità. Strepitosi gli interpreti e intensi i dialoghi, spesso ripetitivi (come la maggior parte delle conversazioni del resto) ma con la chiara funzione di amalgamare la spontaneità della vita con la finzione cinematografica.

Voto:  7½                               Luca Baroncini


Voto:  8                                     Luca Pacilio

 

L’IGUANA
(
Catherine McGilvray)


UIl giovane conte Aleardo approda con il suo panfilo in un’isola portoghese. Qui conosce tre nobili decaduti e la loro servetta, l’Iguana, costantemente maltrattata dai padroni.

E’ consolante sapere che in Italia non si è totalmente perso il gusto per un cinema che punti all’immagine, che miri a una suggestione che nasca dalla contemplazione della figura, che non si consegni al mero realismo ma che azzardi anche sul terreno del visionario o dell’irrazionale. La regista, partendo dall’omonimo, complesso romanzo della Ortese, gira un film a basso costo in cui, tra scorci di artificio pittorico, un registro visivo ricercato e antinaturalistico, si rivela, nei confronti dei suoi connazionali, in netta e sana controtendenza. Certo, non è tutto oro: l’atmosfera surreale che regna nell’isola in cui è ambientata la vicenda deve più di qualcosa a Ruiz, il simbolismo è gridato ma sfuggente (ma questa era una caratteristica del romanzo di partenza), la regista non riesce ad evitare una deleteria deriva teatrale (e la non certo memorabile interpretazione del protagonista Andrea Renzi non giova), il mistero e le figure enigmatiche che animano la scena sono gestiti con più di una punta di compiacimento, la noia corre sul filo. Ma quest’isola piena di suoni, che rassembra quella scespiriana de La Tempesta, in cui strani riti e apparizioni, realtà e visioni si intersecano, in cui anche l’horror dà una punta di tinta alla generale fatiscenza che domina gli interni, può valere un’occhiata e ci fa sperare in un’alternativa valida alla generale tendenza dell’attuale cinematografia nostrana.

Voto:  5½                                  Luca Pacilio

 

ILLUMINATION
(Pascale Breton)


Ildutt, personalità borderline,  decide di curarsi quando conosce Christina.

Ildutt vive - ai limiti di una società che non comprende e non lo comprende - una giovinezza di verità estrema, sorta di Myskin tormentato alla ricerca disperata di una normalità che gli permetta di far breccia nel cuore dell’amata Christina. Ma il delirio che lo coglie a tratti lo conduce, per liberarsene, sulla via di altri diversi deliri, differenti margini e alienazioni; il suo candore estremo, la sua sincera voglia di integrarsi in un microcosmo meschino e indifferente, ne fanno soltanto un emarginato al quadrato, un uomo che, con disarmante ingenuità, non chiede nulla a parte il diritto di amare ma la cui “follia” è rivelatrice, portando a illuminare spietatamente il mondo di tenebre e chiusura che lo circonda. Il regista, nella descrizione del percorso del protagonista, dimostra sensibilità e profondità rare, non forza mai la scrittura, dumontianamente lascia parlare le immagini (la sequenza, di bellezza cristallina, di Ildutt che accarezza le montagne; quella del fermaglio - feticcio di un amore riposto nell’animo - ingrandito dalla lente) e una voce off miracolosamente non invasiva, gira un film bellissimo, con la più toccante dichiarazione d’amore vista al cinema negli ultimi anni.
Produce l’infallibile Paulo Branco.

Voto:  8½                                  Luca Pacilio


Voto:  9                              Stefano Trinchero

 

INU NEKO / THE CAT LEAVES HOME
(Nami Iguchi)


Due amiche d’infanzia si trovano a dover condividere, quasi involontariamente, lo stesso appartamento. Riemergeranno vecchi rancori legati ad alcune mai risolte vicende di cuore.

Iguchi Nami ha saputo conquistare il favore di pubblico e critica (Premio della giuria) grazie a un film intimo ed essenziale, capace comunque di sondare in profondità una serie di rapporti interpersonali estremamente delicati, collocandosi a pieno all’interno di uno specifico frangente del cinema giapponese classico che vede in Ozu il proprio referente principale. Iguchi Nami si dimostra abile nel filmare l’orizzonte di incertezza e precarietà (prima di tutto sentimentale) che grava sulle vite delle due protagoniste e lo fa inserendo la macchina da presa all’interno dei loro spazi comuni, esplorando con rigore e leggerezza i rituali che scandiscono le loro giornate: l’esplorazione dei fragili meccanismi della convivenza parte dalla consapevolezza di dover relazionare la macchina da presa con due corpi all’interno di un unico spazio.

Voto:  7                                 Stefano Trinchero

 

JIANG HU / LEFT HAND
(
Wong Ching Po)


La lotta per la successione al trono di un boss mafioso si intreccia con la vicenda di due fratelli incaricati di assassinare un potente gangster.

Il film che avrebbe dovuto essere, insieme a Casshern, l’ oggetto cinematografico più atipico e “di genere” all’interno del concorso, sembrava muoversi all’inizio all’interno di coordinate piuttosto convenzionali, chiuso dentro un piano narrativo costruito sull’intreccio e l’unità temporale (tutto in una notte). Al di là dei colpi di scena che rimettono in discussione l’intera struttura del film, il finale riserva alcuni momenti di grande cinema, in particolare una sequenza di combattimento “acquatico” di grande forza visiva. Prima di allora non è sembrato che il film mostrasse particolari punti di interesse.

Voto:  6                                 Stefano Trinchero

 

MAKE MY DAY
(
Henrike Goetz)


Hee-Jin è una giovane coreana che vive a Berlino. Stufa del monotono torpore che avvolge la sua cerchia di amici, decide di partire per Parigi in cerca di amore e felicità, ma la realtà che le si presenta davanti la conduce presto al disincanto.


Aspettando la felicità

Henrike Goetz prova a raccontare i dubbi e le insicurezze dell’attuale gioventù (facendo rientrare in questo termine quella fascia di variegata umanità che va dai venti ai trenta e passa anni) e per farlo mette in scena i problemi di una ragazza coreana poliglotta che vive a Berlino e, dopo avere abortito, decide di raggiungere a Parigi un ragazzo di cui si è innamorata. Quando le sue aspettative saranno completamente disilluse tornerà a casa per riprendere la vita monotona di sempre, non prima però di essere giunta alla conclusione che gli uomini sono destinati a farsi del male l’un l’altro perché è nella loro natura, ma bisogna andare avanti nonostante tutto. Nella narrazione, piatta e lineare, dominano il menefreghismo, la totale assenza di interessi, l’incapacità di comunicare e l’opportunismo. L’autore, con un certo coraggio, mette in scena personaggi antipatici, a partire dalla protagonista, ma non riesce a renderne universali le motivazioni. Si succedono così dialoghi insignificanti (tranne le appiccicate battute conclusive necessarie per spiegare la posizione, fino ad allora di totale distacco, del regista e sceneggiatore), gesti quotidiani che si ripetono per abitudine e rapporti sociali e affettivi fondati sul nulla. Sempre e comunque senza alcun entusiasmo e con la sensazione di una vita più subita che davvero vissuta. Non c'è nemmeno un'originale idea di cinema. Il regista tedesco, infatti, applica uno stile molto vicino al "dogma", con una fastidiosa luce naturale che nelle scene diurne è anche accettabile, mentre negli interni e nelle sequenze notturne assume la classica e orribile sgranatura da cinema verità. Verità che, però, si esplicita solo nella forma, perché i fatti procurano la sensazione di una forzata compressione che stufa in fretta e dice poco.

Voto:  5                                  Luca Baroncini

 

MOSHENG TIANTANG / AN ESTRANGED PARADISE
(
Yang Fudong)


Il giovane Zuzhi vive nella città di Hangzhou (paradiso) e attraversa un periodo di crisi che coincide e finisce con la stagione delle piogge.

Fudong nega che, come sottolineato in patria, il suo cinema guardi a quello cinese degli anni 20, ma che questo film sia fortemente derivativo è fuori discussione (il pensiero va alla nouvelle vague, innanzi tutto, ma non solo) e lo si comprende da certe scelte (il limpido bianco e nero), da alcuni passaggi - frammenti di alta suggestione, squisitamente figurativa -, certo montaggio. Film a basso costo, sostanzialmente incompiuto, AN ESTRANGED PARADISE si propone, dietro la sua apparenza astratta, come sottile analisi psicologica non priva di realismo e profondità. Il talento visivo di questo debuttante è rimarchevole e la costruzione della sua opera rimane interessante anche quando lo svolgimento paga con troppa evidenza il conto ai modelli: sostanzialmente giustificato, dunque, l’interesse di cui la pellicola è stata oggetto prima e durante la kermesse torinese.

Voto:  6½                                  Luca Pacilio


Voto:  7                              Stefano Trinchero

 

LOS MUERTOS
(
Lisandro Alonso)


Un uomo esce di galera dopo avere scontato la sua pena. Vuole raggiungere la figlia e inizia un viaggio in completa solitudine...


Lungo viaggio di ritorno

Un uomo esce di galera dopo avere scontato la sua pena. Vuole raggiungere la figlia e inizia un viaggio in completa solitudine. Prima però gode della libertà attraverso la riscoperta di gesti semplici ma vitali, come mangiare un gelato, acquistare un regalo e soddisfare i propri istinti sessuali con una prostituta. Raccontare la storia del film dell’argentino Lisandro Alonso ha però poco senso, perché la sua forza è tutta nella commistione tra le immagini, essenziali nel procedere lineare della vicenda, e i suoni della natura in cui è immerso il protagonista. A dare spessore al tutto, la collocazione geografica e temporale. Siamo in Argentina, ma sembra di essere lontani dalla civiltà, in una terra in cui l’istruzione, la sanità, diciamo il progresso per come l’occidente è abituato a considerarlo, non trovano spazio. E siamo nel novembre 2003, quindi nella piena contemporaneità, mentre le dinamiche dei personaggi, i gesti quotidiani, le poche battute di dialogo, paiono provenire da un passato inevitabilmente remoto. Esemplare, al riguardo, la truce, ma in fondo naturale, scena dell’uccisione della capra o il ruvido approccio del protagonista all’alveare pieno di miele. L'occidente fa capolino solo nel finale, in cui una bambina, sola nella giungla insieme al fratello maggiore, gioca con un piccolo robot proveniente da quello che nel contesto descritto sembra un impossibile futuro. Ma Alonso non forza la mano, non sembra volere suscitare indignazione o facili e semplicistici atti d’accusa in cui ragione e torto sono chiari e riconoscibili (e se lo vuole non ci riesce). Il suo sguardo si limita quindi a mostrare senza giudicare, lasciando che le ambiguità restino tutte nel titolo. La sensazione finale è di essere stati testimoni dell'inconciliabile distanza tra mondi diversi in precaria convivenza. Ma si resta con la voglia di saperne di più.

Voto:  6½                                  Luca Baroncini


Voto:  7                                       Luca Pacilio


Voto:  7½                              Stefano Trinchero

 

UNDERTOW
(
David Gordon Green)


John Munn vive con i suoi due figli  in una fattoria isolata. L’inaspettata visita del fratello di John sconvolgerà le loro vite.

Pare proprio che non ci sia Torino Festival senza un film di Gordon Green che stavolta, prodotto nientemeno che da Terrence Malick, ci racconta del cuore violento di  un’America sospesa in un tempo inindividuabile con una ruvida storia in cui si mescolano amori e odi familiari, eredità fisiche e morali da gestire, nuove e antiche rapacità. Il film, pur puntando su un solido andamento thriller e su una tensione conseguentemente progressiva, rimane farraginoso e ibrido, e non contribuiscono al suo fascino l’impianto drammaturgico e le atmosfere -  volutamente demodè -, i continui freeze frame - immotivati e velleitari - e uno score musicale di lusso sprecato - un Philip Glass meno appariscente del solito -. Toni tra il gotico e il fiabesco (c’è tanta letteratura americana dentro: da Harper Lee, a certo Capote o Flannery ‘O Connor) e un odore di cinema anni 70 quasi in ogni fotogramma per il terzo film del ventinovenne regista di cui si attendono prove più convincenti dopo il lodato debutto (GEORGE WASHINGTON, vincitore dell’edizione 2001 del TFF).

Voto:  5                                    Luca Pacilio


Voto:  5                              Stefano Trinchero

 

 

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