TORINO 2004
AMERICANA

 

AMERICANA:
ABLE EDWARDS di Graham Robertson 
THE BIG RED ONE di Samuel Fuller
K STREET di Steven Soderbergh
LADY BY THE SEA di Kent Jones e Martin Scorsese
MEAN CREEK di Jacob Aaron Estes
MY SCARLET LETTER di Karen Dee Carpenter
SILVER CITY di John Sayles
SOLDIERS PAY di David O. Russell, Tricia Regan e Juan Carlos Zaldivar
TANNER ON TANNER di Robert Altman 
THE TOOLBOX MURDERS di Tobe Hooper 
WHEN WILL I BE LOVED di James Toback

 

 

- AMERICANA

 

ABLE EDWARDS
(
Graham Robertson)


L’umanità vive in colonie spaziali, soggetta al potere delle multinazionali. La Edwards Corp., leader nel settore della produzione di androidi, versa in cattive acque. Il direttivo decide di replicare geneticamente il defunto Abel Edwards, fondatore storico dell’azienda: compito del clone sarà rinnovare la compagnia, utilizzando il fiuto affaristico che fu dell’originale.

E’ un esperimento avventuroso questo ABLE EDWARDS e - nonostante i limiti di una sceneggiatura che, nell’urlata citazione del Kane wellesiano, dà conto della vita di questa sorta di Walt Disney clonato che, in un’epoca di virtualità diffusa, apre, in controtendenza,  un parco di attrazioni reali – si afferma come opera piuttosto interessante. La premessa era quella di produrre un film a basso costo (il budget è di trentamila dollari) facendolo passare per un kolossal: l’autore allora, utilizzando tecniche amatoriali, scandendo delle foto e adoperandole come fondali (ABLE EDWARDS è il trionfo della retroproiezione e del chromakey) racconta un’inquietante fantastoria ambientata in un futuro imprecisato, girandola in 15 giorni, con sole inquadrature a macchina fissa. Un po’ Lars Von Trier prima maniera (quello del lambiccato formalismo), un po’ cinema d’antan - ma condito da  Philip K. Dick et similia -, ABLE EDWARDS, disseminato di riferimenti alla nostra realtà, chiari fino al fastidio, basato su un  racconto polifonico un po’ corrivo, rimane, nonostante ciò, oggetto da scoprire, le cui peculiarità vanno ben oltre la mera curiosità. Prodotto da Prezzemolo Soderbergh.

  Voto:                                                       Luca Pacilio


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

MEAN CREEK
(
Jacob Aaron Estes)


Sam confida al suo fratello maggiore Rocky di essere stato picchiato a scuola da George, un ragazzino obeso e problematico. Rocky, per vendicarlo, progetta con un amico una burla crudele.

Nella provincia americana (siamo in Oregon) una marachella può degenerare in dramma, la gioventù è a disagio e mai innocente, gli adulti latitano, la violenza resta ai margini ma è pronta a diventare protagonista. Un gruppetto di giovani fa una gita al fiume ma c’è qualcosa sotto, una cattiveria da esprimersi con freddezza: è la natura umana maligna di suo? E’ un certo ambiente a farla marcire nel cinismo? Interrogativi atavici per una pellicola che riprende un filone cinematografico molto vivo qualche lustro fa (la produce Rick Rosenthal, regista di BAD BOYS) e al quale il regista si rifà dichiaratamente (Mi sono ispirato al genere di film con i quali sono cresciuto, quelli che parlano di un mondo popolato di adolescenti che affrontano una profonda crisi etica). Siamo, con tutta evidenza, dalle parti di STAND BY ME anche se, in questo caso, la situazione si estremizza (incrociando, il film, la strada di ELEPHANT), le conclusioni sono grosso modo le stesse: dopo l’escursione tutti diventano tragicamente adulti (si passa dal primo bacio al primo delitto) e al peso di un rimorso che durerebbe una vita preferiscono, dopo tormentata elaborazione, il confronto duro con la realtà dei fatti.
Il regista Estes (al debutto nel lungometraggio), pur non schivando lo stereotipo, è indubbiamente accorto nel non spingere gli eventi verso conclusioni facilmente leggibili, si impegna nello sfaccettare al massimo i suoi personaggi e nel condurre gli eventi nelle zone d’ombra del dubbio morale. E’ però proprio in questa accortezza che MEAN CREEK si rivela un film strapensato: lo zoo umano è assemblato e variegato ad arte (per età: si va dal bambino, all’adolescente, dal postadolescente al giovane; per condizione sociale, culturale e psicologica); la colonna sonora è furba fino al malandrino; la narrazione progredisce per tappe ragionate (veloce descrizione degli ambienti in cui vivono i protagonisti, interazione, collasso; solo nel finale emergono strategicamente, le figure genitoriali) giocando, in accumulo, con climax ed anticlimax. Una pittoresca natura è ambiguo scenario di questo apologo sulla giovinezza crudele (la chiocciola infilzata, fastidiosa sottolineatura), l’autore dosando con mestiere la tensione e traendo il meglio dai suoi giovani interpreti. 
Interessante, certo, ma la nudità dello schema sfiora l’indecenza.

Voto:  6                                    Luca Pacilio


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

MY SCARLET LETTER
(
Karen Dee Carpenter)


Emily e i suoi amici sognano di fuggire dalla loro piccola città.

Cortometraggio che disegna con linea convenzionale il disagio di una compagnia di giovani nei confronti della  provincia rurale nella quale vivono. Costruito sull’idea  che certi luoghi segnano sempre e comunque il destino di chi vi è nato e vissuto, seguendoli in tutto il corso dell’esistenza, il film, di stampo autobiografico, non riesce ad andare oltre il racconto prevedibile di una particolare situazione che si vorrebbe elevare ad emblema.

Voto:  5                                    Luca Pacilio


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

SILVER CITY
(
John Sayles)


Colorado. Danny  O’Brien, incaricato dallo staff di  Dick Pilger – candidato conservatore  alla carica di governatore - di indagare sulla misteriosa comparsa di un cadavere che potrebbe rovinarne la campagna elettorale, viene coinvolto in un complotto politco.


Quello di Sayles è un cinema impegnato, apertamente schierato, ed è facile leggere dietro il complicato intrico tramico di questo SILVER CITY, la desolata visione che l’autore ha della situazione del suo Paese (a chi somiglierà mai il futuro governatore Pilger – interpretato da Chris Cooper -, rampollo di una dinastia di politicanti repubblicani, rozzo e ignorante?). Costruito come un rompicapo di cui occorre far combaciare tutte le tessere, SILVER CITY combina il piano narrativo della cospirazione con quello intimo costituito dal ritratto del protagonista (Danny Huston), un ex giornalista che si confronta, suo malgrado, con un sistema cannibale e spietato che cercherà in ogni modo di metterlo a tacere. Sayles, vero autore indipendente, anche stavolta non ne vuol sapere di sintetizzare e, non temendo la macchinosità dell’impianto narrativo, non opera alcuna semplificazione per rendere più facilmente leggibile un’opera corale e ondivaga. Si fa fatica a seguirlo ma SILVER CITY, nel suo intransigente ritratto del sistema dell’informazione e della politica made in USA, è senza dubbio film da rispettare.

Voto:  6½                                 Luca Pacilio


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

THE TOOLBOX MURDERS
(
Tobe Hooper)


Nell e Steven Burrows, trasferitisi a Los Angeles per iniziare una nuova vita, prendono alloggio al Lusman Building, uno storico complesso d’appartamenti a Hollywood. Poco dopo il loro arrivo, i condomini iniziano a morire in modi orribili uccisi con trapani, seghe e martelli a opera di una misteriosa presenza che si cela tra i muri. La pellicola si ispira Lo squartatore di Los Angeles (The Toolbox Murders, Dennis Donnelly, 1978).

Casa dolce casa?

Che sia sperduta nel profondo sud degli Stati Uniti o tra le palme e la folla di aspiranti attori di Los Angeles, la casa continua ad essere per Tobe Hooper un ricettacolo di malvagità, un simbolo del male nella sua essenza più pura, un rifugio peloso per tutte le nefandezze del mondo. Rispetto al cult "Non aprite quella porta", a cui più volte il nuovo "The toolbox murders" rimanda, c’è però più voglia di spaventare e di giocare con i meccanismi della paura che di colpire al cuore le sicurezze dell’America. Sta di fatto che il lungometraggio di Hooper si segue tutto d’un fiato, fa sobbalzare più di una volta sulla poltrona, non lesina sui dettagli gore, ha una certa cattiveria di fondo, ma si configura soprattutto come gustoso intrattenimento per gli appassionati del genere. I risvolti sociali della vicenda passano quindi presto in secondo piano e chi si aspettava, visto il soggetto, una critica arguta nei confronti dello star system o della società dell’apparenza, resterà probabilmente deluso. Di grande suggestione l’idea che pochi metri di distanza separino la quiete dall'orrore mentre l'indifferenza regna sovrana, ma la sceneggiatura non si preoccupa troppo di sostanziare in modo plausibile le coordinate del massacro. Costruisce una coppia di protagonisti interessante (lui medico e lei insegnante alle prese con il trasloco nella grande metropoli e l’inconciliabilità del lavoro con la vita di coppia), ma personaggi di contorno abbastanza stereotipati (il factotum dall’aspetto sinistro, la vicina schizzata, il suo compagno tatuato e minaccioso, il ragazzino onanista) e non riesce a dare un senso al frenetico susseguirsi di omicidi nel giro di pochi giorni. Come al solito uno degli aspetti più riusciti della visione di Hooper è la creazione della suspense, la predisposizione di pochi sapienti dettagli in grado di creare uno stato di allarme, il lasciar supporre eventi che saranno poi disattesi, insomma, il regista americano si conferma un abile maneggiatore di quella cosa informe e viscerale chiamata paura. Da questo punto di vista il film funziona alla grande, grazie anche all'efficace utilizzo degli stacchi sonori (non a caso la proiezione è stata anticipata da un video in cui lo stesso Hooper consiglia di vedere il film con il volume al massimo) e alla capacità di predisporre situazioni in fondo elementari (ragazza sola rientra a casa di sera – strani rumori provengono dalla parete dell’appartamento attiguo), viste e straviste, ma con grande senso del ritmo e dello spettacolo. Rispetto allo sguardo addomesticato da Hollywood ("Poltergeist", "Space Vampires"), dopo la folgorante cattiveria degli esordi, e al torpore degli ultimi anni, si può dire che Hooper sia tornato a un’apprezzabile schiettezza. Quello di cui si sente la mancanza è uno sguardo un po’ meno convenzionale sul contesto dei sanguinosi eventi. L'ambientazione a Los Angeles, invece, resta un possibile spunto che viene solo sfiorato (bella la visione panoramica della città dal vetro imbrattato di sangue) per lasciare spazio alla solita storia di maledizioni, geroglifici e cattivoni mascherati. Perdipiù con un finale molto scontato e la porticina maldestramente aperta (non si sa mai) su un possibile sequel!

Voto:  6½                               Luca Baroncini


Voto:  6                                     Luca Pacilio


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

 

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