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AMERICANA:
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ABLE EDWARDS di Graham Robertson |
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THE BIG RED ONE di Samuel Fuller |
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K STREET di Steven Soderbergh |
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LADY BY THE SEA di Kent Jones e Martin Scorsese |
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MEAN CREEK di Jacob Aaron Estes |
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MY SCARLET LETTER di Karen Dee Carpenter |
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SILVER CITY di John Sayles |
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SOLDIERS PAY di David O. Russell, Tricia Regan e Juan Carlos Zaldivar |
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TANNER ON TANNER di Robert Altman |
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THE TOOLBOX MURDERS di Tobe Hooper |
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WHEN WILL I BE LOVED di James Toback |
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ABLE EDWARDS
(Graham
Robertson) |
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L’umanità vive in colonie spaziali, soggetta al potere delle
multinazionali. La Edwards Corp., leader nel settore della produzione di
androidi, versa in cattive acque. Il direttivo decide di replicare
geneticamente il defunto Abel Edwards, fondatore storico dell’azienda:
compito del clone sarà rinnovare la compagnia, utilizzando il fiuto
affaristico che fu dell’originale.
E’ un esperimento avventuroso questo ABLE EDWARDS
e - nonostante i limiti di una sceneggiatura che, nell’urlata
citazione del Kane wellesiano, dà conto della vita di questa sorta di
Walt Disney clonato che, in un’epoca di virtualità diffusa, apre, in
controtendenza, un parco di
attrazioni reali – si afferma come opera piuttosto interessante. La
premessa era quella di produrre un film a basso costo (il budget è di
trentamila dollari) facendolo passare per un kolossal: l’autore
allora, utilizzando tecniche amatoriali, scandendo delle foto e
adoperandole come fondali (ABLE EDWARDS è il trionfo della
retroproiezione e del chromakey) racconta un’inquietante fantastoria
ambientata in un futuro imprecisato, girandola in 15 giorni, con sole
inquadrature a macchina fissa. Un po’ Lars Von Trier prima maniera
(quello del lambiccato formalismo), un po’ cinema d’antan
- ma condito da Philip
K. Dick et similia -, ABLE EDWARDS, disseminato di riferimenti alla
nostra realtà, chiari fino al fastidio, basato su un
racconto polifonico un po’ corrivo, rimane, nonostante ciò,
oggetto da scoprire, le cui peculiarità vanno ben oltre la mera
curiosità. Prodotto da Prezzemolo Soderbergh.
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto: 6
Stefano Trinchero
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MEAN CREEK
(Jacob Aaron
Estes) |
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Sam confida al suo fratello maggiore Rocky di essere
stato picchiato a scuola da George, un ragazzino obeso e problematico.
Rocky, per vendicarlo, progetta con un amico una burla crudele.
Nella
provincia americana (siamo in Oregon) una marachella può degenerare in
dramma, la gioventù è a disagio e mai innocente, gli adulti latitano,
la violenza resta ai margini ma è pronta a diventare protagonista. Un
gruppetto di giovani fa una gita al fiume ma c’è qualcosa sotto, una
cattiveria da esprimersi con freddezza: è la natura umana maligna di
suo? E’ un certo ambiente a farla marcire nel cinismo? Interrogativi
atavici per una pellicola che riprende un filone cinematografico molto
vivo qualche lustro fa (la produce Rick Rosenthal, regista di BAD BOYS)
e al quale il regista si rifà dichiaratamente (Mi
sono ispirato al genere di film con i quali sono cresciuto, quelli che
parlano di un mondo popolato di adolescenti che affrontano una profonda
crisi etica). Siamo, con tutta evidenza, dalle parti di STAND BY ME
anche se, in questo caso, la situazione si estremizza (incrociando, il
film, la strada di ELEPHANT), le conclusioni sono grosso modo le stesse:
dopo l’escursione tutti diventano tragicamente adulti (si passa dal
primo bacio al primo delitto) e al peso di un rimorso che durerebbe una
vita preferiscono, dopo tormentata elaborazione, il confronto duro con
la realtà dei fatti.
Il regista Estes (al debutto nel lungometraggio), pur non schivando lo
stereotipo, è indubbiamente accorto nel non spingere gli eventi verso
conclusioni facilmente leggibili, si impegna nello sfaccettare al
massimo i suoi personaggi e nel condurre gli eventi nelle zone d’ombra
del dubbio morale. E’ però proprio in questa accortezza che MEAN
CREEK si rivela un film strapensato: lo zoo umano è assemblato e
variegato ad arte (per età: si va dal bambino, all’adolescente, dal
postadolescente al giovane; per condizione sociale, culturale e
psicologica); la colonna sonora è furba fino al malandrino; la
narrazione progredisce per tappe ragionate (veloce descrizione degli
ambienti in cui vivono i protagonisti, interazione, collasso; solo nel
finale emergono strategicamente, le figure genitoriali) giocando, in
accumulo, con climax ed anticlimax. Una pittoresca natura è ambiguo
scenario di questo apologo sulla giovinezza crudele (la chiocciola
infilzata, fastidiosa sottolineatura), l’autore dosando con mestiere
la tensione e traendo il meglio dai suoi giovani interpreti.
Interessante, certo, ma la nudità dello schema sfiora l’indecenza.
Voto: 6
Luca
Pacilio
Voto: 6
Stefano Trinchero
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MY SCARLET
LETTER
(Karen Dee
Carpenter) |
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Emily e i suoi amici sognano di fuggire dalla loro
piccola città.
Cortometraggio che disegna con
linea convenzionale il disagio di una compagnia di giovani nei confronti
della provincia rurale
nella quale vivono. Costruito sull’idea
che certi luoghi segnano sempre e comunque il destino di chi vi
è nato e vissuto, seguendoli in tutto il corso dell’esistenza, il
film, di stampo autobiografico, non riesce ad andare oltre il racconto
prevedibile di una particolare situazione che si vorrebbe elevare ad
emblema.
Voto:
5
Luca Pacilio
Voto:
6
Stefano Trinchero
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SILVER CITY
(John Sayles) |
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Colorado. Danny O’Brien,
incaricato dallo staff di Dick
Pilger – candidato conservatore alla
carica di governatore - di indagare sulla misteriosa comparsa di un
cadavere che potrebbe rovinarne la campagna elettorale, viene coinvolto
in un complotto politco.
Quello di Sayles è un cinema impegnato, apertamente
schierato, ed è facile leggere dietro il complicato intrico tramico di
questo SILVER CITY, la desolata visione che l’autore ha della
situazione del suo Paese (a chi somiglierà mai il futuro governatore
Pilger – interpretato da Chris Cooper -, rampollo di una dinastia di
politicanti repubblicani, rozzo e ignorante?). Costruito come un
rompicapo di cui occorre far combaciare tutte le tessere, SILVER CITY
combina il piano narrativo della cospirazione con quello intimo
costituito dal ritratto del protagonista (Danny Huston), un ex
giornalista che si confronta, suo malgrado, con un sistema cannibale e
spietato che cercherà in ogni modo di metterlo a tacere. Sayles, vero
autore indipendente, anche stavolta non ne vuol sapere di sintetizzare
e, non temendo la macchinosità dell’impianto narrativo, non opera
alcuna semplificazione per rendere più facilmente leggibile un’opera
corale e ondivaga. Si fa fatica a seguirlo ma SILVER CITY, nel suo
intransigente ritratto del sistema dell’informazione e della politica made
in USA, è senza dubbio film da rispettare.
Voto: 6½
Luca Pacilio
Voto: 6
Stefano Trinchero
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THE TOOLBOX MURDERS
(Tobe
Hooper) |
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Nell e Steven Burrows, trasferitisi a Los Angeles per iniziare una nuova vita, prendono alloggio al Lusman Building, uno storico complesso d’appartamenti a Hollywood. Poco dopo il loro arrivo, i condomini iniziano a morire in modi orribili uccisi con trapani, seghe e martelli a opera di una misteriosa presenza che si cela tra i muri. La pellicola si ispira Lo squartatore di Los Angeles (The Toolbox Murders, Dennis Donnelly, 1978).
Casa
dolce casa?
Che sia sperduta nel profondo sud degli Stati Uniti
o tra le palme e la folla di aspiranti attori di Los Angeles, la casa
continua ad essere per Tobe Hooper un ricettacolo di malvagità, un
simbolo del male nella sua essenza più pura, un rifugio peloso per
tutte le nefandezze del mondo. Rispetto al cult "Non aprite quella
porta", a cui più volte il nuovo "The toolbox murders"
rimanda, c’è però più voglia di spaventare e di giocare con i
meccanismi della paura che di colpire al cuore le sicurezze
dell’America. Sta di fatto che il lungometraggio di Hooper si segue
tutto d’un fiato, fa sobbalzare più di una volta sulla poltrona, non
lesina sui dettagli gore, ha una certa cattiveria di fondo, ma si
configura soprattutto come gustoso intrattenimento per gli appassionati
del genere. I risvolti sociali della vicenda passano quindi presto in
secondo piano e chi si aspettava, visto il soggetto, una critica arguta
nei confronti dello star system o della società dell’apparenza,
resterà probabilmente deluso. Di grande suggestione l’idea che pochi
metri di distanza separino la quiete dall'orrore mentre l'indifferenza
regna sovrana, ma la sceneggiatura non si preoccupa troppo di
sostanziare in modo plausibile le coordinate del massacro. Costruisce
una coppia di protagonisti interessante (lui medico e lei insegnante
alle prese con il trasloco nella grande metropoli e l’inconciliabilità
del lavoro con la vita di coppia), ma personaggi di contorno abbastanza
stereotipati (il factotum dall’aspetto sinistro, la vicina schizzata,
il suo compagno tatuato e minaccioso, il ragazzino onanista) e non
riesce a dare un senso al frenetico susseguirsi di omicidi nel giro di
pochi giorni. Come al solito uno degli aspetti più riusciti della
visione di Hooper è la creazione della suspense, la predisposizione di
pochi sapienti dettagli in grado di creare uno stato di allarme, il
lasciar supporre eventi che saranno poi disattesi, insomma, il regista
americano si conferma un abile maneggiatore di quella cosa informe e
viscerale chiamata paura. Da questo punto di vista il film funziona alla
grande, grazie anche all'efficace utilizzo degli stacchi sonori (non a
caso la proiezione è stata anticipata da un video in cui lo stesso
Hooper consiglia di vedere il film con il volume al massimo) e alla
capacità di predisporre situazioni in fondo elementari (ragazza sola
rientra a casa di sera – strani rumori provengono dalla parete
dell’appartamento attiguo), viste e straviste, ma con grande senso del
ritmo e dello spettacolo. Rispetto allo sguardo addomesticato da
Hollywood ("Poltergeist", "Space Vampires"), dopo la
folgorante cattiveria degli esordi, e al torpore degli ultimi anni, si
può dire che Hooper sia tornato a un’apprezzabile schiettezza. Quello
di cui si sente la mancanza è uno sguardo un po’ meno convenzionale
sul contesto dei sanguinosi eventi. L'ambientazione a Los Angeles,
invece, resta un possibile spunto che viene solo sfiorato (bella la
visione panoramica della città dal vetro imbrattato di sangue) per
lasciare spazio alla solita storia di maledizioni, geroglifici e
cattivoni mascherati. Perdipiù con un finale molto scontato e la
porticina maldestramente aperta (non si sa mai) su un possibile sequel!
Voto:
6½
Luca Baroncini
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto: 6
Stefano Trinchero
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Torino
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