TORINO 2003
OMAGGI

 

OMAGGI

  
Stan Brakhage
    - CHINESE SERIES di Stan Brakhage
    - EYE MYTH di Stan Brakhage
    - INTERPOLATIONS di Stan Brakhage
    - LOVESONG di Stan Brakhage
    - MARYLIN'S WINDOW di Stan Brakhage
    - NIGHT MULCH AND VERY di Stan Brakhage
    - NIGHTMUSIC di Stan Brakhage
    - PANELS FOR THE WALLS OF HEAVEN di Stan Brakhage
    - STAN'S WINDOW AND WORK IN PROGRESS di Stan Brakhage
    - THE DANTE QUARTET di Stan Brakhage
    - THE GARDEN OF EARTHLY DELIGHTS di Stan Brakhage
    - THE GOD OF DAY HAD GONE DOWN UPON HIM di Stan Brakhage
    - THE JESUS TRILOGY AND CODA di Stan Brakhage

   Kinji Fukasaku
   
- BATORU ROWAIARU - BATTLE ROYALE di Kinji Fukasaku
    - BATTLE ROYALE II: REQUIEM di Kinji Fukasaku, Kenta Fukasaku
    - JINGI NAKI TATAKAI di Kinji Fukasaku
    - JINGI NO HAKABA di Kinji Fukasaku


   Joao Cesar Monteiro
   
- A SAGRADA FAMILIA di João César Monteiro
    - QUE FAREI EU COM ESTA ESPADA? di João César Monteiro
    - QUEM ESPERA POR SAPATOS DE DEFUNTO MORRE DESCALÇO di João César Monteiro
    - SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN di João César Monteiro
    - VAI E VEM di João César Monteiro

 


    William Friedkin
    - 12 ANGRY MEN di William Friedkin
    - BLUE CHIPS di William Friedkin
    - C.A.T. SQUAD: PYTHON WOLF di William Friedkin
    - C.A.T. SQUAD: STALKING DANGER di William Friedkin
    - CRUISING di William Friedkin
    - DEAL OF THE CENTURY di William Friedkin
    - FRITZ LANG INTERVIEWED BY WILLIAM FRIEDKIN di William Friedkin
    - GOOD TIMES di William Friedkin
    - JADE di William Friedkin
    - JAILBREAKERS di William Friedkin
    - NIGHTCRAWLERS - EPISODE OF THE TWILIGHT ZONE di William Friedkin
    - ON A DEAMAN'S CHEST - EPISODE OF TALES FROM THE CRYPT di William Friedkin
    - PRO FOOTBALL: MAYHEM ON A SUNDAY AFTERNOON di William Friedkin
    - RAMPAGE di William Friedkin
    - RULES OF ENGAGEMENT di William Friedkin
    - SORCERER di William Friedkin
    - THE BIRTHDAY PARTY di William Friedkin
    - THE BOLD MEN di William Friedkin
    - THE BOYS IN THE BAND di William Friedkin
    - THE BRINK'S JOB di William Friedkin
    - THE EXORCIST di William Friedkin (1973)
    - THE EXORCIST di William Friedkin (2000)
    - THE FRENCH CONNECTION di William Friedkin
    - THE GUARDIAN di William Friedkin
    - THE HUNTED di William Friedkin
    - THE NIGHT THEY RAIDED MINSKY'S di William Friedkin
    - THE PEOPLE VS. PAUL CRUMP di William Friedkin
    - THE THIN BLUE LINE di William Friedkin
    - TO LIVE AND DIE IN L.A. di William Friedkin


    Eclissi di Cinema. Tutti i film di Aleksandr Sokurov

    - AL’TOVAYA SONATA: DMITRIJ ŠOSTAKOVIC di Aleksandr Sokurov
    - AMPIR di Aleksandr Sokurov
    - BESEDY S SOLZENICYN di Aleksandr Sokurov
    - DNI ZATMENIJA di Aleksandr Sokurov
    - DOLCE di Aleksandr Sokurov
    - DUCHOVNYE GOLOSA di Aleksandr Sokurov
    - ELEGIJA di Aleksandr Sokurov
    - ELEGIJA DOROGI di Aleksandr Sokurov
    - ELEGIJA IZ ROSSII di Aleksandr Sokurov
    - I NICEGO BOL’ŠE di Aleksandr Sokurov
    - K SOBYTIJAM V ZAKAVKAZ'E di Aleksandr Sokurov
    - KAMEN' di Aleksandr Sokurov
    - KRUG VTOROJ di Aleksandr Sokurov
    - LENINGRADSKAJA RETROSPEKTIVA (1957-1990) di Aleksandr Sokurov
    - MARIJA (KREST' JANSKAJA ELEGIJA) di Aleksandr Sokurov
    - MAT' I SYN di Aleksandr Sokurov
    - MOLOCH di Aleksandr Sokurov
    - MOSKOVSKAJA ELEGIJA di Aleksandr Sokurov
    - NA CHOLODNOM I ROVNOM VETRU di Aleksandr Burov
    - ODINOKIJ GOLOS CELOVEKA di Aleksandr Sokurov
    - ONE TAKE MOVIE di Michail Bukojemski
    - OSTROV. SOKUROV di Svetlana Proskurina
    - OTEC I SYN di Aleksandr Sokurov
    - PER KINOPANORAMA di Svetlana Proskurina
    - PETERBURGSKAJA ELEGIJA di Aleksandr Sokurov
    - PETERBURGSKIJ DNEVNIK. KVARTIRA KOZINCEVA di Aleksandr Sokurov
    - PETERBURGSKIJ DNEVNIK. OTKRYTIE PAMJATNIKA DOSTOEVSKOMU di Aleksandr Sokurov
    - POVINNOST' di Aleksandr Sokurov
    - PRIMER INTONACII di Aleksandr Sokurov
    - PROSTAJA ELEGIJA di Aleksandr Sokurov
    - RAZZALOVANNYJ di Aleksandr Sokurov
    - ROBER. SCASTLIVAJA ZZN' di Aleksandr Sokurov
    - RUSSKIJ KOVCEG di Aleksandr Sokurov
    - SKORBNOE BESCUVSTVIE di Aleksandr Sokurov
    - SMIRENNAJA ZIZN' di Aleksandr Sokurov
    - SOKUROV I DRUGIE di Aleksandra Tuchinskaja
    - SOLDATSKIJ SON di Aleksandr Sokurov
    - SONATA DLJA GITLERA di Aleksandr Sokurov
    - SOVETSKAJA ELEGIJA di Aleksandr Sokurov
    - SPASI I SOCHRANI di Aleksandr Sokurov
    - TATAKAU HEITAI di Kamei Fumio
    - TELEC di Aleksandr Sokurov
    - TERPENIE TRUD di Aleksandr Sokurov
    - TICHIE STRANICY di Aleksandr Sokurov
    - VIAGGIO NEL SILENZIO DEL TEMPO di Gigi Piana
    - VOSTOCNAJA ELEGIJA di Aleksandr Sokurov 


    Stavros Tornes, cineasta greco e italiano
    - ADIO ANATOLI di Stavros Tornes
    - BALAMOS di Stavros Tornes
    - DANILO TRELES (O FIMISMENOS ANDHALOUSIÀNOS MOUSIKOS) di Stavros Tornes
    - DOMANI di Mimmo Rafele
    - EBBREKA di Vincenzo Attingenti
    - EKSOPRAGMATIKO di Stavros Tornes
    - ÈNAS ERODIOS GIA TI GERMANIA di Stavros Tornes
    - EVELINE di Ciriaco Tiso
    - I VOSKI / LES PATRES DU DESORDRE di Niko Papatakis
    - IL CAMALEONTE di Ciriaco Tiso
    - IL RISVEGLIO di Vincenzo Attingenti
    - IL RITRATTO OVALE di Ciriaco Tiso
    - KARKALOU di Stavros Tornes
    - KIERION di Dìmos Thèos
    - KOATTI di Stavros Tornes
    - L'ESCALIER DE LA HAINE di Louis Skorecki
    - LA CHIAVE D'ARGENTO di Ciriaco Tiso
    - LA FEDE di Ciriaco Tiso
    - ME TON NIKOS KAVVADHIA di Stavros Tornes
    - OURANOS di Takis Kanellopoulos
    - PLATIA IPPODHAMIAS di Stavros Tornes
    - STAVROS TORNES ATTORE SENZA FINZIONE (ANTOLOGIA) di Sergio Grmek Germani
    - STAVROS TORNES: O FTHOHOS KINIGOS TOU NOTOU di Stavros Kaplanidis
    - THIRAIKOS ORTHROS di Kostas Sfikas, Stavros Tornes
    - TO BLOKO di Ado Kyrou
    - UN'ELUSIONE di Ciriaco Tiso

 

 

 

 

- Omaggio a Stan Brakhage

 

THE GOD OF DAY HAD GONE DOWN UPON HIM
(
Stan Brakhage)

PANELS FOR THE WALLS OF HEAVEN
(
Stan Brakhage)


Terza e quarta pellicola del gruppo noto come "Vancouver Island Film" che vuole essere l'immaginaria biografia della seconda moglie di Brackage perché, nelle sue parole:" I wished that Marilyn and I could have grown up next door to each other and began a family. I missed her whole childhood and adolescence, so I'm trying to give my sense of such a thing."

The God of day Had gone down upon him è da collegare alla crisi di mezz'età.
Uno dei pochissimi film con immagini di vero nell'ultimo periodo di Brackage, raccoglie immagini di acqua, spiagge, animali marini. Onde si infrangono ripetutamente, lo scorrere del tempo e, contemporaneamente, la coscienza del trascorrere d'esso. La comprensione della mortalità e come sempre il riflesso nell'immagine di quanto, bloccato dall'inconscio, non si può verbalizzare ma solo brevemente scorgere o ricordare. L'oscurità incombe, i tessuti gli oggetti si confondono nel fuori fuoco. "Marilyn pensa che i film siano bellissimi ma che non lo sia affatto quello che ha passato", un dono senza tempo.
 Il titolo è tratto da una frase in David Copperfield.

Panels for the Walls of Heaven è un labirinto di forme immagini e colori irriducibili all'esperienza. Predominano i rossi ed i bruni nel susseguirsi di impressioni, evoluzioni e sovraimpressioni non figurative. Il continuo lavoro di Brackage sul movimento, sullo zoom ha solo una breve stasi su alcuni fotogrammi neri, centrali nel film. Non è certo un'evidente ascesa al paradiso ma l'ultimo capitolo d'una vita, una visione stratificata e sintetica di tutto quanto è stato possibile e non sarà più.
I primi due capitoli della serie sono: A Child's Garden and the Serious Sea, la prima infanzia e The Mammals of Victoria per l'adolescenza.

Fondamentale per i riferimenti sul web è www.fredcamper.com ed è fortunatamente Camper stesso ad avvertire che l'unico modo per avvicinare l'opera di S. Brackage è quello di vedere i suoi film, in pellicola. http://www.fredcamper.com/Film/Brakhage2.html#GodofDay e http://www.fredcamper.com/Film/Brakhage3.html per i due film in questione.
E mai disperare.

Luigi Garella

 

 

 

- Omaggio a Kinji Fukasaku

 

BATORU ROWAIARU - BATTLE ROYALE
(Kinji Fukasaku)


In un futuro prossimo, l’incremento demografico giapponese ha raggiunto vette impressionanti. In parallelo sono aumentati disoccupazione e delinquenza. Il governo corre ai ripari con il Battle Royale Act: ogni anno una classe di studenti, estratta a sorte, è portata su un’isola deserta e i ragazzi sono costretti a uccidersi a vicenda e ad indossare uno speciale collare esplosivo, azionato in caso di infrazione delle regole.

Ne resterà soltanto uno

Bollato come uno dei film più pericolosi mai girati e pubblicizzato come fonte ispiratrice di Quentin Tarantino per "Kill Bill", sembra prossimo l'arrivo anche in Italia (ad opera della bolognese Shin Vision) del lungometraggio di Fukasaku Kinji, autore giapponese dalla lunga ma poco esportata carriera. La frase di lancio "Hai mai ucciso il tuo migliore amico?" rappresenta perfettamente lo spirito del film: una lotta senza esclusione di colpi su un'isola deserta. L'originalità sta nell'inversione dei ruoli alla base del soggetto. I giovani che si scontrano frequentano la stessa classe di una scuola media e il loro sobillatore altri non è che un crudele professore. Si suppone, infatti, che in un prossimo futuro il governo, incapace di ristabilire il dialogo tra giovani e adulti, autorizzi annualmente una specie di gioco ("Battle Royale", appunto) il cui progetto "educativo" si fonda sulla competitività e la violenza. In pratica, una classe viene sequestrata e obbligata a combattere fino a quando non resterà un unico sopravvissuto. I giovani sono sempre più lassisti e sbandati? La soluzione sta nel risvegliare nel singolo la capacità di lottare accantonando sentimenti ed emozioni. Meno cinico di quello che il marketing vuole farci credere (alla fine a vincere è comunque la solidarietà), il film gode di un forte impatto visivo, ingigantito dal tonitruante commento musicale, e di una messa in scena estrema e fumettistica ma dai presupposti plausibili. Sono una quarantina i ragazzi che devono massacrarsi, eppure la successione dei crudeli decessi riesce sempre a colpire. Merito di un'accurata caratterizzazione dei personaggi, tra l'altro interpretati con convinzione, che non diventano solo anonime pedine di una carneficina e mostrano uno spessore, il più delle volte elementare ma funzionale al racconto. Perfetto Takeshi Kitano nel ruolo dell'insegnate, che conferisce una simpatia grottesca alla sua figura di lucido assassino. Vendetta, amori adolescenziali, forza, coraggio, ricerca di valori, educazione, disciplina, sono temi cardine del cinema giapponese, dai classici ai cartoni animati che hanno invaso l'occidente negli anni ottanta, e Fukasaku Kinji li amplifica rendendo lo scontro epico e compiacendosi dei numerosi dettagli splatter. Questo vigoroso incontro tra "Il Signore delle Mosche" e "Contenders - Serie 7" può anche essere letto come una critica alla società giapponese, in cui l'esplosione della bolla speculativa ha vanificato il duro lavoro di una generazione, ora adulta, che ha trasmesso incertezza e ansia ai figli dando vita a un gap sempre più esteso ed ormai insanabile. Il discorso politico sembra però più un'etichetta attribuita a posteriori per dare un senso alla violenza presente in ogni fotogramma. Una sorta di anestetico alle pulsioni distruttive dell'uomo messe in scena da Fukasaku Kinji. Non si spiega altrimenti perché il presupposto sociale venga liquidato da alcune didascalie iniziali per poi lasciare spazio unicamente alla feroce e spietata lotta all'ultimo sangue.

Voto:  7                                    Luca Baroncini


42 Little Pupils

Le veementi polemiche socio-psico-pedagogiche che hanno accompagnato il film di Fukasaku fin dalle prime proiezioni non fanno onore all’acume del regista, che mette a punto, con questo BATTLE ROYALE, soprattutto un divertissement horror intinto di grottesca ironia. Il pretesto iniziale non sta in piedi da nessun punto di vista, ma è appunto solo un pretesto per un (almeno all’inizio) fulgido, fantasioso, sghignazzante countdown geometrico (l’isola come scacchiera minata), straniato (il gelido ispettore generale – un Takeshi Kitano irrefrenabile primadonna anche nella morte –, i viennesi spunti musicali), scatenato (la scena della cucina, giostra di equivoci fra i Borgia e il grand-guignol). La melensa conclusione (con presunto colpo di scena prefinale) è una caduta di tono che ammoscia senza rimedio il risultato complessivo.

Voto:  6,5                                    Stefano Selleri


L'ultimo film di Fukasaku, se possibile, incupisce ulteriormente il quadro del Giappone moderno che il regista, durante la sua carriera, ha tratteggiato. Le premesse sulla crisi economica e morale imperversanti nelle isole nipponiche ha i toni dell'apocalisse urbana. Al contrario di quanto avveniva negli anni'60 non sono i mostri a spazzare le città ma la società stessa ad essere divenuta mostruosa ed esplosiva: il governo per ripulirla ha ben pensato d'inventare una lotteria in cui sono i giovani tremendi virgulti ad eliminarsi vicendevolmente. Fuor di metafora un mattatoio regolamentato. In scala teenage non siamo molto lontani da quanto comunemente avviene tra il cittadino medio operoso ed il pelandrone emarginato. Solo chi sopravvive è utile. Formalizzazione di un assunto culturale evidente agli stessi giapponesi - tematizzato in ogni manga di consumo- tanto da mettere in dubbio lo scandalo suscitato da Battle Royale. Un esperimento in vitro che ha la forza dell'invenzione teorica ma ha pure i germi del fallimento pratico. Non solo Fukasaku inceppa il meccanismo statale facendo sopravvivere degli emeriti imbranati, la coppia della rinascita nel fiacco finale, ma, contemporaneamente è la vitalità dell'invenzione a perdersi. Se infatti il prologo e le prime fasi dell'azione, grazie anche al professore idiota e crudele interpretato da Kitano Takeshi, promuovono ben più d'una aspettativa sulla ferocia dell'operazione, l'inanellarsi seguente di risapute situazioni, iterate senza inventiva, è capace di sgonfiare ogni entusiasmo. Si è certo liberi d'attribuire ciò alla prospettiva dello spettatore occidentale, sempre che la noia non sia un fattore universale, al pari della mancanza di stile.

Voto:  5                                    Luigi Garella


Al grande gioco della morte, in cui viene visualizzato costantemente il numero dei partecipanti superstiti, in un lugubre quanto pedante conto alla rovescia, Fukasaku presta il grande schermo per parlare in termini trasversali del nipponico conflitto generazionale post recessione: un atto d'accusa sotto forma di blockbuster in cui si mescola la real tv alla Survivor con le logiche di percorso obbligato dei videogame. Le dinamiche del sospetto sono variegate ma sboccano in omicidi di puntigliosa modalità seriale, la bontà non sembra pagare, se decidi di essere dalla parte di chi frega forse ce la fai, solo la meglio gioventù, innamorata e tenace, avrà la meglio. Grande idea e il regista, che non ha nessuna paura di essere scorretto e ben poco pacificato, la applica su una griglia numerica in cui l'esame dei caratteri conta poco, affidandosi l'autore alla meccanica ripetizione del(l'il)logico massacro ferino.

Voto:  6,5                                    Luca Pacilio

 

BATTLE ROYALE II: REQUIEM
(Kinji Fukasaku - Kenta Fukasaku)


Nanahara Shuya, superstite del programma governativo Battle Royal, è ora a capo di un gruppo terroristico, i Wild Seven, che attacca la città di Tokio. Il governo risponde lanciando un nuovo programma che recluta una classe di diplomati delle scuole superiori affinché parta in una missione che sgomini i terroristi.


I superstiti del primo capitolo combattono il governo a colpi di attentati (e due grattacieli gemelli crollano nell'apocalittico inizio), rivendicano diritti, affermano il loro concetto di pace contro quello decretato "da un manipolo di nazioni" e alla fine sopravvivono. Scene di azione frenetiche (lo sbarco sull'isola sotto il tiro dei cecchini), un sequel che inizia come un remake ma che prende tutt'altre strade (lo scopo del gioco - sgominare i terroristi insediati nell'isola - viene sovvertito dai partecipanti coatti, che si aggregano alla banda isolana contro il sistema), paralleli con la realtà attuale di spudorata evidenza (non manca un elenco delle nazioni bombardate dagli USA negli ultimi decenni), truculenza di prammatica, una certa prolissità riscattata da una varietà di soluzioni omicide che mancava al primo capitolo, in quello che si pone come rinnovato atto d'accusa al mondo adulto nipponico che ha scelto di seguire un Paese (indovina quale) nella sua politica di sopraffazione.
Forse il più spudorato, sfrenato, esplicito film antiamericano a larga diffusione uscito dopo l'11 settembre, quasi (quasi senza quasi) un'apologia del terrorismo e delle sue istanze. Imperdibile e inesportabile per le medesime ragioni: l'inedita prospettiva e la coraggiosa uncorrecteness con la quale Fukasaku (e suo figlio che ha concluso il film) esce dal coro.

Voto:  6,5                                  Luca Pacilio


Ne resterà soltanto uno II

Il successo e le polemiche suscitate dal primo film hanno spinto il regista Fukasaku Kinji a cimentarsi nel seguito, già nelle intenzioni suo testamento cinematografico (il regista era già gravemente malato di cancro alla prostata a inizio riprese e il film è stato ultimato dal figlio). Del capostipite conserva l'idea di partenza (tanto che all'inizio si pensa più a un remake che a un sequel) ma non ne mantiene la compattezza narrativa e la potenza visiva. Si moltiplicano a livello esponenziale botti ed esplosioni ma le tante morti previste dal gioco al massacro "Battle Royale" non godono di alcuna inventiva, fondando i loro presupposti unicamente sull'accumulo. L'unica trovata è quella del collare esplosivo a coppia (chi muore fa uccidere anche il compagno a cui è stato assegnato). Per il resto la violenza si ripete nella totale assenza di fantasia. Dopo una prima parte fotocopia, la seconda affianca all'intrattenimento un'ideologia coraggiosa che condanna senza tanti preamboli l'America e le sue connivenze politiche con i regimi dittatoriali, ma la grana è grossa e lo spunto si fa apprezzare unicamente per l'audacia con cui sfida i potenti del mondo. Tra l'altro è forse la prima volta dopo l'"11 settembre" che una fiction mostra grattacieli abbattuti da terroristi.
Meno riusciti anche i personaggi, più esagitati e caricaturali, a partire dal nuovo professore che risulterebbe una macchietta pure in un cartone animato per bambini. Anche la tecnica, accelerando le sequenze di azione e sgranando il risultato, scimmiotta con poca verve i videoclip. Ma l'azione è confusa, il look "new barbarians" dei terroristi imperdonabile, le lungaggini si sprecano e l'impatto finisce per risultare da routinario action-movie.

Voto:  5                                    Luca Baroncini


Dies Irae

(In?)evitabile sequel di BATTLE ROYALE, realizzato quasi del tutto (salvo il primo giorno di riprese) dal figlio di Fukasaku, Kenta [con ri(n)tocchi kitaniani, a quel che sembra], BR II è, nella prima mezz’ora, un remake del primo episodio in cui, tolti un ritmo spigliato e qualche dettaglio divertente (il gioco delle coppie fra i concorrenti), c’è poco da segnalare. L’alleanza fra i due gruppi di ragazzi (i saggi ribelli e le ignare vittime governative) segna l’inizio di un banale action thriller: la macchina infernale dei decessi (il punto di forza di BR) è messa in ombra dalle argomentazioni tramiche [la violenta (e non immotivata) critica alla politica estera dell’attuale amministrazione americana], la messinscena ristagna in un’ordinaria apocalisse postmoderna, il trionfo conclusivo è più trash che kitsch. Il REQUIEM in onore di Kinji Fukasaku rimbomba senza avvincere e stordisce senza commuovere.

Voto:  4,5                                   Stefano Selleri

JINGI NAKI TATAKAI - 
Battle without Honor and Umanity

(
Kinji Fukasaku)


Lotte senza umanità e onore nel Giappone del dopoguerra.

L’immagine iniziale ha un valore forte e simbolico, il fungo atomico di Hiroshima: la seconda guerra mondiale è appena finita. La macchina da presa, con un approccio documentaristico (camera a mano), ci porta velocemente tra le strade caotiche della città colpita dalla catastrofe nucleare. Da qui si snoda la trama del film, Shoza, un soldato congedato, si unisce a una piccola banda yakuza e si ritrova coinvolto in una guerra tra gang rivali. Scoppierà presto all’interno del suo gruppo una sanguinosa lotta per il potere.
E’ un film realista, lontano dalla mitologia dell’eroe giapponese, che la Toel Studio, dove Fukasaku si formò artisticamente, continuava a dipingere. “Jingi Naki Tatakai” è pervaso da atmosfere cupe e violente, che rappresentano un contraltare al progresso economico, propagandato dal governo.
Ne esce un ritratto composito e diretto della malavita, l’intreccio narrativo è fitto e coinvolgente. Il montaggio è rapido e ritmato, la fotografia sporca e sgranata; fiction e documentario si contaminano per tutto il film e le radici del pulp tarantiniano sono chiare al riaccendersi delle luci in sala.
Maestro dello yakuza-eige, ma distante da modelli retorici, Fukasaku mette in scena una strenua critica della società contemporanea, analizzando le conseguenze drammatiche che la guerra ebbe per un’intera generazione di giapponesi, che è anche quella del regista.

Voto:  7,5                              Mauro Ravarino

 

JINGI NO HAKABA - Graveyard of Honor
(
Kinji Fukasaku)


Un giovane yakuza per sua pazzia viene cacciato dal clan, inizia a drogarsi, si lega ad una prostituta. Morirà suicida gettandosi dal tetto del carcere.

Il Giappone postbellico era forse terreno marcio su cui costruire, l'età verde di cui Mishima mostrava già la putrescenza delle speranze.
Il giovane yakuza di grandi speranze vorrebbe divenire capoclan ma ha il grosso problema d'esser un maledetto pazzo. Mancare di rispetto e di compostezza nell'irregimentata formazione mafiosa giapponese, profondamente invischiata con la politica ed il potere, è una colpa da lavare nel sangue, tutti lo sanno. Graveyard of Honor è la folle picchiata umana del suo protagonista, tratto dalla biografia d'un vero yakuza, che si annichilisce in ogni modo. Facendo di testa propria scatena guerre, tradisce gli amici, si innamora d'una prostituta, la droga non fa che spingerlo oltre nel delirio.
Di sequenza in sequenza Fukasaku perseguita il suo protagonista con l'aiuto di una macchina a mano frenetica ed un sonoro frastornante, un acido antiamericanismo pervade la pellicola tirando le fila di una narrazione sfasciata ma pronta a rapprendersi in un nucleo di follia e degradazione che ha ben pochi paragoni. La sequenza del suicidio e quella del pasto con le ossa dell'amata cremata sono difficili da dimenticare quando inserite in un progetto di messa in scena di tale potenza.
Rifatto da Mike Takashi nel 2002.

Voto:  7                                Luigi Garella


Voto:  6,5                                Luca Pacilio

 

 

 

- Omaggio a Joao Cesar Monteiro

 

A SAGRADA FAMILIA
(Joao Cesar Monteiro)


Maria lavora in una fabbrica tedesca di ombrelli come caporeparto del settore produzione. João Lucas rinuncia a condurre una vita normale e vive praticamente a letto, in mezzo a piante verdi.

Su un letto un padre e suo figlio giocano e chiacchierano; lo stesso letto: il padre e la madre amoreggiano senza una parola. Nel salotto l'ottuso perbenismo dei nonni attenta agli equilibri della sacra famiglia mentre il bambino filma tutto e, stuzzicato, lancia proclami anarchici. Frammentano il tutto brani tratti da Eschilo, Joyce e Breton. Film che, procedendo per quadri staccati, mescola, in un bianco e nero di grande fascino, ombre e luci, passione e disprezzo, improvvisazione e rigorosissima sperimentazione: Monteiro era al suo debutto (il film è stato da poco ritrovato e restaurato dalla Cinematequa Portoguesa) ma già mostrava l'indice e, mettendo in cornice la realtà, se ne sbatteva del "bel girare".

Voto:  7,5                              Luca Pacilio

 

QUEM ESPERA POR SAPATOS DE DEFUNTO MORRE DESCALÇO
(Joao Cesar Monteiro)

SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN
(Joao Cesar Monteiro)


La morte di Joao Cesar Monteiro è stata senza dubbio il momento più triste di questo 2003 cinematografico e il Torino Film festival non ha saputo esimersi dal dedicare al grande cineasta portoghese il giusto tributo, anche in occasione dell’uscita (in Francia, per esempio...) del suo ultimo, splendido film (“Vai e vem”). Vedere questi primi due cortometraggi (presentati in coppia) è stato importante non solo per aver finalmente frantumato il loro perenne stato di invisibilità, ma anche e soprattutto perchè si sono rivelati due tasselli imprescindibili della filmografia di Monteiro. Guardare in “Sapatos” quella stessa quercia (ai giardini di Principe Real a Lisbona, luogo amato dal cineasta) attorno alla quale gravita “Vai e vem” è stato semplicemente commovente, è stato come se tutto il suo cinema si fosse aperto e chiuso con quelle quercia (che fa pensare a un altro grande albero della storia del cinema, quello all’inizio di “No, o la folle gloria del comando” di Manoel de Oliveira), e con il raccordo tra lo sguardo in macchina di Luis Miguel Cintra e l’occhio di Monteiro alla fine di “Vai e vem” (Margarida Gil, a fine film, parlerà del mito Orfeo, dello sguardo dopo la morte). E’ incredibile come in questi due film siano già raccolte tutte le tematiche ricorrenti nel cinema di Monteiro. “Sophia de Mello Breyner Andresen” è un breve documentario parte di una serie di film commissionati per descrivere alcune personalità importanti della cultura portoghese. Si apre con una dedica a Dreyer e prosegue come un ritratto di famiglia che è allo stesso tempo una dichiarazione d’amore per la lingua portoghese e un saggio sull’impossibilità di filmare la poesia. E’ un film girato di fronte all’oceano, come lo splendido “A flor do mar”. In “Sapatos” troviamo invece il cinema (parla di due ragazzi alle prese con un film che cercano di ottenere le scarpe dei defunti per rivenderle), Lisbona, l’autobiografia (si apre con immagini di Londra, dove Monteiro passò un anno alla London School of Film Tecnique), i primi sintomi di quel folle picarismo che è alla base del suo cinema (come ha fatto notare Julio Bressane a fine proiezione). Due film fondamentali, che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta partono e si staccano dalla lezione della nouvelle vague per esplorare un cinema personale e libero come pochi altri al mondo, in grado di far coesistere nella stessa inquadratura classicismo e avanguardia, l’ombra e la luce, l’occhio e la macchina da presa uno di fronte all’altra.

Voto:  9   -   8                            Stefano Trinchero


Voto:  7   -   7                                 Luigi Garella

 

VAI E VEM
(Joao Cesar Monteiro)


Lisbona. Le giornate del signor João Vuvu, anziano vedovo.

Finale: Rondò

Monteiro si congeda dalla vita e dal cinema con un’opera come al solito sconcertante per glaciale acume e sulfurea follia. Se la vita è un pendolo che oscilla senza sosta fra il dolore e la noia, le giornate del signor Vuvu sono una suite perfettamente calibrata di conversazioni domestiche, passeggiate nel parco, incontri casuali, soste silenziose in cui il dolore (l’abortita riconciliazione con il figlio) non fa che rendere più dolce – raro contrasto – i sapori dell’esistenza, i (non) colori della luce e del buio, la dolcezza dell’argomentazione più sfrenata (il manifesto blasfemo esposto nella scena del caffè è esilarante e inattaccabile, da ogni punto di vista), la gioia del sesso meno codificato, l’irrisione sussurrata e impietosa di tutto l’universo [autore empirico compreso, vedi i cenni (i rimproveri sornioni) alle opere precedenti di JCM, LA COMMEDIA DI DIO su tutte]. Piani sequenza di superba staticità, dialoghi infallibili, squarci di poesia [il ciclico mistero della vita e dell’amore, cullato dal medesimo duetto de La Verbena de la Paloma (meta)recitato in una scena del film] si susseguono lungo tre ore sublimi, prima del sontuoso epilogo in cui la Morte, fedele spettatrice delle umane vicende, si presenta nelle mi(s)tiche vesti di una sirena/fanciulla-fiore e spalanca a tutto schermo un occhio di taglio buñueliano in cui il cinema (si) riflette con abbagliante profondità. L’impassibile tenebra dell’ignoto indugia ai margini della pupilla dilatata, il limpido verde centrale è il solo, fragile pegno possibile.

Voto:  8,5                              Stefano Selleri


Ultimo, indimenticabile atto del cinema ombellicale di un maestro. Nella definitività affabulatoria del film di Monteiro sembra entrare di prepotenza, ma anche di soppiatto, di sguincio o semplicemente di riflesso tutto lo scibile umano: politica, filosofia, religione, morale triturate in un girovagare circolare che ci dice della necessità dell'uomo di imparare a convivere con l'insolubilità dell'enigma esistenziale. Aforismi, ironia bruciante, giochi di parole, bellissimo cinema che fa spalancare l'occhio (l'immagine- testamento finale), che nella sua composizione visiva privilegia l'ombra (figure immerse spesso in un pittorico controluce) e l'i(\a)llusione ottica, che sfregia la correttezza con irriverenze che farebbero la gioia dei vecchi censori (Giuseppe che dice a Maria: "Abbiamo scoperto l'immacolata fornicazione ma ci siamo dimenticati di trascriverne la formula"). Siparietti come tessere di un mosaico di libera geometria per un film anarcoide e sovversivo, che solleva mille questioni ma ci rammenta che è sempre il problema ad essere interessante, mai la sua soluzione.

Voto:  8                                  Luca Pacilio


Voto:  9                             Stefano Trinchero

 

 

 

- William Friedkin

 

 

12 ANGRY MEN
(William Friedkin)


Un giovane ispanico è accusato dell¹omicidio del padre. Dopo il dibattimento in aula, i dodici giurati si chiudono in camera di consiglio. Undici vorrebbero liquidare la faccenda in fretta, per tornare a casa, convinti della colpevolezza del ragazzo, ma il dodicesimo...

Il remake del folgorante debutto di Lumet, LA PAROLA AI GIURATI, con script affidato allo stesso Reginald Rose che aveva scritto il film del 1957, non appariva  francamente necessario soprattutto se, come in questo caso, le novità anziché arricchire il dato di partenza, finiscono col renderlo meno vibrante e coeso. La claustrofobia lumetiana, che costringeva tutta l'opera nella camera di consiglio, viene smentita da un inutile incipit ambientato nell'aula tribunalizia (Mary Mc Donnel in apparizione straordinaria interpreta il giudice), la resa dei personaggi perde in sottigliezza, alcuni apparendo quasi caricaturali, molte sequenze risultano prolisse e diluite in eccesso. Insistendo su un'operazione di attualizzazione piuttosto pretestuosa (si insiste troppo sulla differenza sociale e razziale dei giurati) e sottolineando oltremodo ogni passaggio, l'opera quando non rivernicia aggiunge malamente (la storia - debolissima - del test psichiatrico). Rimangono le buone prestazioni attoriali (ma George C. Scott è penalizzato da un personaggio la cui scrittura manca di misura) e la consueta, abile orchestrazione del regista che asseconda alla lettera il "giro di tavolo".

Voto:  5                                Luca Pacilio

 

BLUE CHIPS
(William Friedkin)


Pete Bell, allenatore storico delle squadre di college americane, prova sulla sua pelle come i tempi stiano cambiando. Viaggia in cerca di talenti, ma quando li trova, scopre che le famiglie vogliono denaro in cambio dell¹iscrizione alla sua università.

Non un semplice film sul basket ma acuta analisi di un ambiente con svisceramento della retorica dello spogliatoio ad esso connessa (what you see here/ what you hear here/ let it stay here/ when you leave here). Quando i valori dello sport si calcolano in milioni di dollari e l'ideale decoubertiniano viene inquinato dagli interessi e dal denaro, il compromesso può diventare una strada obbligata a meno che non si rinunci a tutto e si torni a insegnare a far canestro ai ragazzini. Ben scritto da Ron Shelton (il regista di BULL DURHAM e TIN CUP) BLUE CHIPS guarda la partita dell'onestà dalla panchina e offre all'occhio e al cuore la sofferenza di un coach e di un uomo. Cameo per il cestista Larry Bird e un superbo Nick Nolte, forse l'attore americano più sottovalutato degli ultimi anni.

Voto:  6,5                                Luca Pacilio


Voto:  6                                  Luigi Garella


Voto:  5,5                          Stefano Trinchero

 

CRUISING
(William Friedkin)


Un poliziotto sulle tracce di un serial killer si trova ad indagare nell’ambiente dei locali gay.

Forse il film di Friedkin più sorprendente della sua retrospettiva, un poliziesco notturno e feroce, una discesa all’inferno che affronta uno dei temi più cari al regista statunitense: quello della confusione e perdita dell’identità. E’ illuminante la scena finale, in cui la fidanzata di Al Pacino scherzosamente ne assume l’identità vestendone gli abiti ed è impossibile non pensare al finale di “Vivere e morire a Los Angeles”. E’ come se i personaggi di Friedkin percorressero una parabola di cambiamento, di sgretolamento che passa per una mutazione che è prima di tutto fisica. “Cruising” è la storia di un uomo che non regge al trauma di uno spostamento (“deplacement”) forzato, un uomo prelevato dal suo ambiente naturale e immerso nel buio. Al ritorno in superficie nulla sarà più come prima, non è più possibile resistere alla visione della luce. Il venire a contatto con una massa di corpi seminudi, bardati di cuoio e borchie, agisce direttamente sulla psiche e sui lineamenti di Al Pacino, come in una sorta di osmosi traumatica. La ricostruzione della scena gay è livida, cruda, l’occhio di Friedkin non teme nulla e non indugia di fronte a nulla, al contrario lascia trasparire tutto il dolore e il fascino del peccato, del desiderio, della perversione. Friedkin riesce a costruire minuziosamente la miscela esplosiva che agisce sulla psiche del protagonista attraverso il contrasto tra la durezza degli amplessi notturni e casuali filmati senza timore e il lento instaurarsi di un rapporto intimo del protagonista con il suo vicino di casa. “Cruising” non è semplicemente un capolavoro di cinema poliziesco, è un film che analizza e fotografa la nascita e lo sviluppo di un’ossessione. Nell’inscenare una lotta contro il male, Friedkin mostra la deriva di un uomo inesorabilmente contaminato da quello che sta combattendo.

Voto:  9                                Stefano Trinchero


L'ambiguità è oramai proverbialmente da attribuire ai film di W. Friedkin che negli anni ha vieppiù setacciato i propri lavori alla ricerca, parrebbe, della più torbida commistione di bene e Male. I due corni d'un problema, d'una situazione in cui l'umano si trova, per il regista americano, sono sempre, con evidenza, divergenti ma è proprio nell'agire, nella persecuzione dell'obiettivo morale (e spesso d'ambito lavorativo) che essi tendono a confondersi, congiungersi e prolificare inestricabili.
Nascono quindi le oziose discussioni su Friedkin reazionario o meno solo per il fatto d'essere uno dei pochissimi realizzatore d'oltreoceano a ricordare che l'indefinito intellettuale non è affatto una colpa soprattutto quando intesse di sé l'intera costruzione filmica, tematizzazione, quando e se riuscita, del dubbio -del personaggio, dell'autore, dello spettatore- e dell'impossibilità odierna dell'essere eroico.
Cruising, benché mutilato da imposizioni produttive, è un incredibile sprofondamento  nell'oscuro, notturno, urbano e psicologico, e nel disturbante più intimo. Il consueto gioco di reciproche sostituzioni (il dualismo di personalità che percorre tutta la filmografia del regista, To live and Die in L.A., The hunted, L'esorcista, Rampage, Rules of Engagment) si unisce qui con un'altra portante linea di frizione come quella tra legge ed eversione, lasciata intuire pure nel delineare figure di figli in costante relazione con la forte assenza paterna. La grandezza dello stile è innegabile anche alle prese con le perversioni bondage dell'ambiente omosessuale (assenti nella versione televisiva), Pacino, in un ruolo che ricorda le sue prime esperienze con Schatzberg, è al di là di ogni elogio: la sequenza a scene del suo "studio del personaggio" gode di raffinatezze imperdibili (il modo di bere il caffè che cambia improvvisamente).

Voto:  8                                 Luigi Garella


Voto:  7,5                                Luca Pacilio

 

FRITZ LANG INTERVIEWED BY WILLIAM FRIEDKIN
(William Friedkin)


Intervista all'anziano regista tedesco realizzata nel 1974. La macchina da presa indugia da più angolazioni sul solo volto di Lang che risponde alle domande e narra aneddoti della sua carriera.

Meno di un'ora di intervista non sarebbero sufficienti per una descrizione complessiva d'alcun regista, men che meno per uno del pari di Fritz Lang che ha segnato con i suoi lavori due delle cinematografie più esaltanti della storia, due modi produttivi dell'epoca della grande industrializzazione del cinema. Una carriera che dall'Ufa, prima come attore poi come sceneggiatore, infine regista plenipotenziario, si sposta, con la fuga dal nazismo ad Hollywood. Lang capace di adattarsi al nuovo ambiente ed alle differenti esigenze strutturando il proprio stile sempre in modo inconfondibile, da Fury - Furia all'Alibi era perfetto sono innumeri i contrasti che lo oppongono ai producers de agli executives che le case di produzione gli mettono alle calcagna, mitiche le sfuriate con J.L. Mankiewicz proprio sulla conduzione del suo primo film americano. Una vita quella di Lang avvolta nel buio per più d'un punto, dalla misteriosa morte della prima moglie alla fuga da Goebbels, al suo carattere aspro. Nei decenni da grande creatore di finzioni e menzogne il regista ha, al momento in cui gli si presenta il pressoché sconosciuto Friedkin, perfezionato i dettagli della propria vita, la loro narrazione. Baluginano sul suo volto lampi di soddisfazione quando descrive minuzie della memoria che non si può non credere spunti d'un film mai realizzato, per scenografie a venire. L'ambiguità langhiana è fitta nebbia nei suoi film, abituato a condurre il gioco di certo non si può far abbindolare da un intervistatore come Friedkin. Non è una chiacchierata con Bogdanovich né tanto meno le battute imposte da Godard, imprescindibili grimaldelli di comprensione, aneddoti sciapi s'inanellano con, bisogna dirlo, un non indifferente gusto per la parola (l'accento tedesco di Lang è indimenticabile e spassoso) ma è certo il testamento meno significativo e la sua opera meno volitiva ed incisiva. Vecchio e malato morì pochi mesi dopo il colloquio.
Il montaggio effettuato per il To. Film Fest è del 2003, di un anno precedente la proiezione alla Berlinale delle complete due ore di girato.

Voto:  6                                Luigi Garella


Voto:  7                                 Luca Pacilio

 

JADE
(William Friedkin)


Un losco personaggio viene assassinato. La colpevole è (forse) una bella e misteriosa prostituta…

The Curse of the Jade Screenwriter

Soldi, sesso e potere in disillusa RONDE tra chincaglierie orientali, blando sadomaso e sotterranea disperazione. Malgrado il soap-istico script di Joe “BASIC INSTINCT” Eszterhas, Friedkin crea un piacevole noir dal sapido retrogusto esot(er)ico, capace di scherzare col fuoco (e giocare con le apparenze) come da gloriosa tradizione. Fulgide schegge di cinema (gli inseguimenti, poco importa se a piedi o in auto) emergono da un contesto, se non esaltante, piacevolmente solido. Gli attori (a eccezione di Caruso, imbambolato) sono perfetti (menzione d’onore per un’ammaccata Angie Everhart).

Voto:  6,5                                Stefano Selleri

 

RAMPAGE
(William Friedkin)


Un uomo, alla vigilia di Natale, massacra una famiglia di tre persone. Il caso viene affidato al procuratore distrettuale Anthony Fraser, da sempre convinto oppositore della pena di morte.

RAMPAGE è, come l'HENRY di Mc Noughton, film antispettacolare su un serial killer. Combinando elementi diversificati, problematizzando ogni implicazione e mettendo sul piatto diversi personaggi e altrettanti punti di vista, Friedkin espone tutte le posizioni, anche le più scomode, e offre un affresco controverso in cui si incrociano dilemmi e aut aut. Esaurito il capitolo delle efferate uccisioni si apre quello processuale in cui si affronta il tema della pena capitale: il regista, prosciugando i fatti, risulta scarno e ambiguo nello stesso tempo, fa un uso magistrale del fermo immagine, seziona la psiche del killer come questi seziona la sue vittime, lasciando allo spettatore dubbi e disturbi. Lontano dalle sale per problemi distributivi, il film uscì, modificato dal suo autore, nel 1992. Tratto da una storia vera.

Voto:  7                                Luca Pacilio


Voto:  6,5                          Mauro Ravarino

 

RULES OF ENGAGEMENT
(William Friedkin)


Durante un assalto all¹ambasciata americana dello Yemen, il colonnello Childers ordina di far fuoco sulla folla. Muoiono ottantatre civili. La videocassetta che dimostra come alcuni di loro fossero armati è distrutta dal consigliere di stato americano Sokal, che ritiene l¹incriminazione di Childers il solo modo possibile per evitare un conflitto in Medioriente. Il processo si gioca tra testimonianze contrastanti, frammentarie e parziali.

Di nuovo un Friedkin a rischio di ambiguità ideologica, anche se il militarismo che traspare in questo RULES OF ENGAGEMENT  non sembra costituire una presa di posizione dell'autore quanto la registrazione di un dato di fatto, che viene analizzato nel confronto con le altre prospettive in campo: il misurarsi del soldato con l'osservanza di un sistema di regole e col suo senso del dovere. Purtroppo il film zoppica nella costruzione drammaturgica e nella delineazione dei personaggi, eccessivamente schematici, e se ha una parte processuale piuttosto riuscita, denuncia, per il resto, un carattere anonimo sconosciuto al resto della produzione del suo autore. Trascurabile.

Voto:  5                                Luca Pacilio

 

THE BIRTHDAY PARTY
(William Friedkin)


Nella tranquilla pensione di Meg e Petey, l¹unico cliente è Stanley, un pianista dal passato ignoto. La quotidianità è turbata dall¹arrivo di una coppia di uomini, McCann e Goldberg, molto invadenti, nel giorno del compleanno di Stanley.

Pinter adatta una delle sue pièce chiave allo schermo e Friedkin ne redime la claustrofobia teatrale scrutando la quotidianità malata dei protagonisti con la mobilissima camera a spalla.   
Tutto elusioni e sottintesi (in una parola: pinteresque), pregno di un umorismo acre piegato alle ragioni del dramma di fondo, THE BIRTHDAY PARTY è uno degli esempi cristallini di quel teatro della minaccia che ha consegnato Pinter alla leggenda: occorrono pochi indovinati elementi (basta strappare gli occhiali dal naso di Stanley per metterlo in una posizione di soggiacente inferiorità, il buio, le allusioni continue) per far trasudare le immagini di ansia e paranoia. Il legame tra i due ospiti e il pensionante Stanley resta ambiguo fino alla fine (i due accusano Stan di aver tradito l'"organizzazione")  e il fuoco di fila di domande, nell'assurdo e brutale interrogatorio, rimane nella coscienza dello spettatore come uno dei passaggi più attraenti e disturbanti dell'opera.
Il più violento film di Friedkin?

Voto:  7,5                                Luca Pacilio


Voto:  7                                 Luigi Garella


Voto:  7                             Stefano Trinchero

 

THE FRENCH CONNECTION
(William Friedkin)


Due agenti della Narcotici di New York scoprono una collaborazione fra la malavita locale e alcuni trafficanti marsigliesi.

Fuck the World, Viva il Cinema!

Uno dei polizieschi più insolenti e devastanti mai realizzati: Friedkin rinvigorisce il genere tramite la galvanizzante secchezza del documentario (le riprese en plein air – quasi nouvelle vague –, l’impiego della macchina a mano) e moltiplica segreti, bugie, travestimenti, doppi sensi, tripli giochi, allusioni, pasticci (e pastiche) linguistici vari. Il manicheismo di guardie e ladri sopravvive soltanto in un’accezione disillusa: da un lato i cattivi che spacciano, dall’altro i cattivi che devono stroncare i cattivi suddetti e sono pronti a tutto pur di riuscire nell’impresa. La struttura sarcastica e musicale (gli inseguimenti e le sparatorie, i divertissement sadomaso nei gabinetti e nelle stanze da letto, i giri in metropolitana… e sotto) copre un reticolo di frodi multiple (il pestaggio parzialmente simulato per proteggere l’informatore, l’imboscata finale) che non può che risolversi in un nulla di fatto solo apparente, dato che, in effetti, tutto è stato fatto: il cattivo (il peggiore, la personificazione di un rimorso represso) è spacciato, gli altri sono liberi di disperdersi in vista delle didascalie finali, ritornando ombre nell’ombra. Immenso il duello (distaccato, fulmineo, western) fra il brutale poliziotto Hackman e il fascinoso borghese Rey, memorabile la scorribanda fra automobile e treno, risolta come un frenetico pezzo di bravura chiuso con chirurgica essenzialità (una pausa, un colpo, una caduta). Il cinismo dolente di un gioco (?) fatale.

Voto:  8                                Stefano Selleri


Voto:  7,5                                Luigi Garella


Voto:  8                                   Luca Pacilio

 

THE GUARDIAN
(William Friedkin)


Una baby-sitter rapisce il bambino affidatole per immolarlo a un albero sacro. Poco tempo dopo, una coppia in attesa di un bambino, compra la villa ai margini del bosco dove si trova la pianta. Alla nascita del figlio, i due cercano una baby-sitter...

Nulla si spiega in THE GUARDIAN, secca favola horror che procede per sapienti vaghezze di tono e che affida la tensione, come sempre nei film dell'autore, a improvvise, vertiginose accelerazioni narrative, immagini lampanti e scevre da effettacci (anche se di sangue ne scorrono, letteralmente, fiumi). Friedkin costruisce la tensione tassello per tassello e la fa esplodere in poche, liberatorie scene esemplari (l'assalto dei lupi alla casa di Ned), non ha bisogno di sottolineare nulla potendosi affidare al suo pregevole stile che conferisce l'esatta cifra ad ogni passaggio tramico. La patina paratelevisiva, che fa un po' serie B, non guasta, come la scelte attoriali, opportunamente anonime.

Voto:  6                                 Luca Pacilio

 

TO LIVE AND DIE IN L.A.
(William Friedkin)


Un agente della polizia di Los Angeles viene ucciso dal falsario Eric Masters. Il suo compagno si mette sulle tracce del malvivente per vendicarlo.

Non si possono concepire gli anni '80 del cinema internazionale senza Vivere e Morire a L.A., e Manhunter - Frammenti di un omicidio, con cui condivide l'attore protagonista William L. Petersen, l'estetica del poliziesco, per parlarne semplicisticamente, l'uso delle musiche e degli spazi sono in entrambi i casi esemplari. To Live and Die in LA è una costola allucinata di The French Connection, alla piaga della droga si sono sostituiti i soldi falsi. La menzogna del potere viene però gestita da un artista truffatore (Willem Dafoe), abilmente descritto nella articolata sequenza della stampa di cartamoneta, preso di mira dai servizi federali. Petersen si vede accollato un nuovo collega, interpretato da Bill Pankow, la caccia è senza sosta ma in continua divagazione, ed il confine tra legalità e crimine presto deragliato. L'ambiente si costruisce attraverso una complessa giustapposizione di ambienti e personaggi stringendo i protagonisti in un imbuto facile a sfociare nell'animalesca resa dei conti. Nulla però è così semplice, gli informatori non sono d'aiuto (il grandioso personaggio di Turturro), le donne pronte al tradimento e gli avvocati (Dean Stockwell) triplogiocano. L'affano di Friedkin non è però indirizzato alla conclusione tramica, per quanto indimenticabile, bensì alla definizione d'un intero mondo in corsa vertiginosa verso l'annullamento.

[Il Dvd americano di prossima commercializzazione contiene oltre alle solite inutili interviste anche il finale richiesto dalla produzione (l'eroe non muore, non avviene la sostituzione, ed i due colleghi vengono spediti in Alaska) ed una scena mai inserita, tra il personaggio di Pankow e l'ex moglie, di cui il regista ancora si domanda il perchè dell'espunzione -  contenuti mostrati durante le proiezioni al TFF2003]

Voto:  9                                 Luigi Garella


Voto:  9                             Stefano Trinchero


Voto:  8                                  Luca Pacilio


Voto:  7                              Mauro Ravarino

 

 

 

- Eclissi di Cinema. Tutti i film di Aleksandr Sokurov

 

 

MARIJA (KREST' JANSKAJA ELEGIJA)
(Aleksandr Sokurov)


Prima opera compiuta di Sokurov che segue i lavori in un kolchoz della famiglia della contadina Marija nel 1978 e poi dieci anni dopo la proiezione nello stesso luogo, l'elegia della contadina si compie.

I lavori estivi con attrezzature misteriose e ritmi eterni avvolge la prima stupenda parte dell'Elegia/requiem della contadina Marija, il sole splende nella campagna e si susseguono brevi sequenze di collaborazione e vita quotidiana, la visita al cimitero dove riposa il figlioletto morto, il riposo all'ombra del camion, la figli di Marija che si asciuga il sudore sul retro del carro. La protagonista è presente ovunque con la sua energia e le memorie, nella spossante fatica del lavoro come nei tristi racconti serali alla luce del set.
I tempi e gli spazi dell'azione si eternano nell'occhio puro e limpidamente russo di Sokurov, senza indugiare ma con la continua capacità di cogliere questo o quel dettaglio, situazione, parola capaci di sintetizzare l'istante del sentire, una qualità così rara da avere il gusto misterioso dell'epifania ed è il tratto indimenticabile del regista.
A distanza di dieci anni, introdotto da due lunghe sequenze d'avvicinamento in automobile, il regista si reca nuovamente nel villaggio di Marija per la proiezione della prima parte. I colori si slavano nel bianco e nero di contro all'algida solarità dei tempi del lavoro, Marija è morta da tempo, stroncata dalle fatiche, la figlia si avvicina, finita la proiezione, al padre chiedendo perché abbia dovuto invitarlo dopo lungo tempo, l'uomo, senza parole adeguate, non può che confermale il proprio affetto, prima di uscire dalla sala. La macchina da presa si inoltra nel bosco del cimitero fino alla tomba di Marija accanto a quella del figlio.
Superflua è ogni spiegazione, la voice over del regista ha avvertito solo della situazione in cui si sono svolte le riprese, la diversità della situazione è evidente, bruciante e "Maria è un film requiem per una contadina".

Voto:  8                                Luigi Garella

 

MAT' I SYN - MADRE E FIGLIO
(Aleksandr Sokurov)


Un figlio è accanto alla madre morente: memoria desiderio e natura.

Sfugge, in mille direttrici di luce, si formano invisibili angoli, legami trascendenti l'esperienza, come muti diagrammi d'amore: "Intorno a questa sensazione esile, ai confini della realtà e pur così percettibile, ruotava, come intorno ad un asse sommessamente vibrante, tutta la stanza e poi ancora intorno ai due cui si appoggiava: allora gli oggetti trattenevano il fiato, la luce alla parete si rapprendeva in dorate merlettature…tutto taceva, ed aspettava, era lì per loro…" (Musil). 
I fili del tempo si annodano come meraviglia del non-visto, le lenti anamorfiche e la fotografia di Fjodorov velano e, in un paradosso che può essere solo dei sentimenti, tracciano l'essenza di due esseri umani. La striminzita figura umana si sfalda, si trasfigura nella dimensione naturale: tre tronchi di betulla, un camino, la finestra, un sentiero nella campagna, mare. 
Le parole, poche e preziose scivolano dal buio, nessun dio, solo affetto unisce madre e figlio immersi nell'incomprensibile necessità della morte, cinema di pura sensazione, la compostezza della tristezza fa tremare le ginocchia e si accompagna con i pochi gemiti che la natura produce; brani di musica classica, rarefatti e filtrati refrain della vita. Muoversi, in braccio al figlio, l'erba alta a solleticare i sensi, sentire e comunicare. L'immanenza pura è fatta anche di eterni cristalli visivi in una composizione di pura instabile luminosità. Il vedere come cardine delle possibile, parlare è un pleonasmo per il futuro, chi ha solo il fragile possesso del presente si affida al tatto, freddo vento calore, ed alla vista, il sintetico prevale: pudore ed un senso morale della visione spontaneo (all'apparenza almeno) e toccante. 
Lontanissimo da facili patetismi Sokurov conia un nuovo cinema modulato sul sentimento, lo schermo come offuscato da lacrime a venire, mai palesemente simbolico sempre perfetto, si fa linda esperienza, empatia istintiva.

Voto:  10                                Luigi Garella

 

OTEC I SYN - PADRE E FIGLIO
(Aleksandr Sokurov)


Padre e figlio abitano nello stesso appartamento e sono legati da un profondo affetto. Il primo, un militare prossimo al ritiro, vedovo dall¹età di vent¹anni, ripone ogni speranza nel figlio adolescente, il quale manifesta però voglia di indipendenza e desiderio di decidere da sé della propria vita.

Sokurov smembra la complessità dei rapporti di sangue più dello sfruttato, esausto tema del conflitto generazionale: in tali rapporti ravvisa un'ineluttabilità che si traduce in un vincolo e in una responsabilità; in essi la condotta dell'uomo sembra obbedire a regole superiori che impongono di agire, di fare e dire le cose giuste in tempo, perché certi equilibri delicatissimi saltano, a volte in modo irreparabile. Come in MAT'I SYN il legame tra genitore e figlio - estremo, incontrollato, morboso - dimostra come l'arte interviene non solo quando si è privi di qualcosa ma anche quando si vive una dimensione in eccesso, con un troppo da gestire che determina il problema della scelta: e Sokurov in PADRE E FIGLIO ritrae questo passaggio, quello della scelta, in cui l'uomo agisce d'istinto, animalmente, gettando la ragione in un cantuccio. Un padre cerca di tenere stretto a sé il figlio -  un impudico, quasi erotico groviglio di corpi, incipit di strepitosa bellezza che rimane scolpito nella memoria - non accettando la sua imminente autonomia di adulto; un figlio che, pur amando teneramente il genitore, cerca in ogni modo di affermare un sé affrancato da quello paterno. Un film, non tutto convincente, che confermando l'occhio magico del suo regista (una fotografia decolorata, interni disegnati da penombre sfumate, viraggi sopraffini) fa scivolare nei suoi ambienti, che sembrano ibernati in un tempo sospeso, una continua, ossessiva base techno.

Voto:  7                                Luca Pacilio


Nel grembo paterno

Sembra un unico corpo quello con cui si apre il film del russo Aleksandr Sokurov e invece la visione dettagliata si allarga gradualmente fino a lasciare intendere il caloroso abbraccio tra due entità, scolpite e levigate: un padre e un figlio. Un forte e solido punto di partenza (il padre) da cui è necessario staccarsi per vivere la propria vita (il figlio). Un legame assoluto che può finire per stritolare e a cui bisogna abbandonarsi con amore per poi trovare una strada personale da seguire. Il lungometraggio affronta questo non facile connubio di affetto e carnalità con uno stile molto personale. Immagini deformate da lenti anamorfiche, una fotografia flou che immerge ogni sequenza nel talco profumato e nebbioso dei ricordi e dei sogni e una sceneggiatura che lancia tanti indizi (troppi?) per poi non risolverne alcuno. L'aspetto che più colpisce è proprio la forza della visione del regista, la sua capacità di rendere dinamica anche la sequenza più immobile. Basta vedere, al riguardo, il bellissimo primo confronto tra il giovane figlio e la fidanzata: quasi una danza di volti che giocano con il pertugio di una finestra. Meno convincente l'impianto narrativo, con dialoghi evocativi ma pretenziosi, il cui significato resta perlopiù oscuro. È curioso come il rapporto messo in scena tenda a mostrare l'amore filiale con caratteristiche di attaccamento morboso e tenerezza in genere più presenti nelle descrizioni della figura materna piuttosto che paterna. Ma questo dipende probabilmente da una diversa impronta culturale, o dalla storia personale del regista. Oppure dal tentativo di rendere tangibile la materia dei sentimenti, dando forma e consistenza alla natura più intima dell'uomo.

Voto:  7                                Luca Baroncini


Voto:  7                                  Luigi Garella

 

TELEC
(Aleksandr Sokurov)


Il crepuscolo di Lenin.

Dacia Lenin

L’infinita sofferenza dell’animale ferito a morte che si agita nei torpori della cattività, chiuso in una villa d’irreale perfezione, assistito da carcerieri freddi e distanti, già alle prese con un futuro (materializzato dall’apparizione di Stalin) dal quale il grande e minuscolo ex leader è irrimediabilmente escluso. L’idea è notevole, lo sviluppo molto meno: la ricerca di un grottesco alla Cechov, solo a (brevi) tratti fruttuosa (la merenda sull’erba), stride con lo smanceroso allestimento “da camera” (l’imbarazzante cortina fumogena stesa dalla fotografia); il tutto scivola – complice la stinta prova degli attori – nel vaudeville preterintenzionale (Lenin come nonnetto pestifero spaventosamente simile al Monty Woolley de IL SIGNORE RESTA A PRANZO). Occasione buttata.

Voto:  5                                Stefano Selleri


Voto:  6,5                                Luigi Garella


Voto:  5                                    Luca Pacilio


Voto:  6,5                              Mauro Ravarino

 

 

 

- Stavros Tornes, cineasta greco e italiano

 

 

KOATTI/COATTI
(Stavros Tornes)


Stavros Tornes e compagna lungo le strade di Roma. Intraprenderanno un viaggio che li porterà in Calabria.

L’impressione avuta da Koatti è immediatamente quella della grande libertà che anima questo cinema senza meta, slegato da tutto, che sembra quasi essere finito per caso sulla pellicola. Un “Viaggio in Italia” picaresco e sgangherato che affonda le sue radici nella terra, per le vie di Roma e sulla strada che porta altrove. Lo spirito con cui Tornes affronta il cinema è riassunto nei titoli di testa, scarabocchiati su un foglio bianco e filmati. “Koatti”, in un’accezione assolutamente libera, è un film di generi, perchè scavalca e viaggia attraverso in generi ad ogni cambio di inquadratura, senza preoccuparsi di distinguere il documentarismo dalla finzione, la commedia dal film a tesi di soggetto politico.

Voto:  7,5                              Stefano Trinchero


Un film anti-dicotomico che supera i confini labili tra i generi (documentario e fiction), compensa la distanza tra forma e contenuto e mescola l’alto e il basso. Rispecchiando così il lato più bello della rassegna torinese: un festival che in un certo senso è di confine, ma solo per scavalcarlo a sua volta.
L’autore greco in questo viaggio “senza regole”, che è la struttura primaria di Koatti, crea una sintesi di idee e rumori, immagini, voci e passioni.
Sono viaggi, usando un termine letterario potremmo definirli “vagabondaggi”, senza mete precise, che si mescolano al quotidiano e registrano, vivendolo, il presente. Stavros Tornes, che è il protagonista del film,  vive a Roma dopo il colpo di stato in Grecia; in Koatti ci conduce e si sposta tra strade assolate, amici e chiacchiere politiche. Passando nel suo peregrinare  attraverso quartieri operai, incontrando personaggi bizzarri.
L’unico lungometraggio italiano di Tornes è una testimonianza sincera e popolare, anche estetico-politica, ovviamente autobiografica, ma non autoreferenziale, dell’Italia degli anni ‘70. Un’opera sperimentale, non priva di ironia, che si riallaccia al “Viaggio in Italia” di Rossellini, ma da un’ottica assolutamente underground.

Voto:  7,5                            Mauro Ravarino


Voto:  7                                 Luigi Garella

 

 

 

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