TORINO 2003
INTRODUZIONE

 

 

INTRODUZIONE:


    - Considerazioni sul XXI Torino Film Festival
    - Fiat Cinema
   
- Piatto ricco ma...

    - Nothing else...

 


di Stefano Trinchero 
di Luca Baroncini 
di Luca Pacilio 
di Stefano Selleri 

 

 

 

Considerazioni sul Torino Film Festival

Non è più presente la dicitura “cinema giovani” sulla locandina del Torino Film Festival, eppure quest’anno l’impressione è che il festival sia tornato davvero ad essere “cinema giovani”. Sono infatti mancati le grandi anteprime in cartellone, è questa è stata forse la causa del calo di pubblico registratosi. Peccato, perché la qualità del festival è stata al solito molto alta, e dovendo scegliere preferiamo decisamente un festival a misura d’uomo, che si preoccupi più di mostrare cinema invisibile piuttosto che di presentare in anteprima film che godranno comunque di ampia visibilità.  Il solo “Looney Tunes back in action” non è bastato a richiamare masse di spettatori. “So Close” di Corey Yuen ha mandato la folla in visibilio, ma essendogli stata concessa una sola proiezione non è scattato il passaparola. Confermata la tradizionale (di solito molto apprezzata) proiezione dell’horror (asiatico) di mezzanotte del sabato sera. Deludente il film (“The grudge 2”). Nella rassegna “Americana” si è scelto di limitare gli acclamati film di finzione in virtù di una maggiore attenzione al documentario. Il cambio di direzione (affidata per la prima volta alla coppia Turigliatto-D’Agnolo Vallan) non ha comunque fatto registrare particolari traumi o cambiamenti di percorso rispetto alle precedenti edizioni. Oltre ai consueti concorsi sono state presentate retrospettive complete dedicate a un grande autore americano (Friedkin), a una star degli ambienti cinefili (Sokurov) e a un regista misconosciuto “amico” del festival (Stavros Tornes). In aggiunta due omaggi a due cineasti recentemente scomparsi, Joao Cesar Monteiro e Kinji Fukasaku (i suoi quattro film hanno forse fatto le veci della sezione nipponica, che tanto successo aveva riscosso tra gli spettatori del festival). Friedkin si è confermato un regista in grado di riscuotere il gradimento del pubblico, sempre in bilico tra l’alone di culto dato da una carriera tormentata e i grandi successi hollywoodiani che ne hanno decretato la fama. E’ stato sorprendente vedere a poca distanza l’uno dall’altro due capolavori come “To live and die in L.A.” e “Cruising”, polizieschi dolorosi e sofferti che hanno mostrato alcuni punti di contatto, come la costante oscillazione dei loro protagonisti lungo la linea che separa il bene dal male. Una confusione di ruoli tra poliziotto e criminale, una costante ambiguità smascherata dal contatto degli uni con gli altri, un processo osmotico che culmina in entrambi i film nella perdita d’identità attraverso l’usurpazione degli abiti dei protagonisti da parte di altri personaggi (la fidanzata di Al Pacino in “Cruising”, il compagno di Petersen in “To live and die in L.A.”). L’omaggio a Joao Cesar Monteiro (nell’attesa di una retrospettiva completa) ha addirittura creato qualche momento di tensione tra gli spettatori rimasti fuori da una sala incapace di contenere tutti coloro che avrebbero voluto accostarsi alla prima parte dell’opera del cineasta portoghese. I suoi primi film accanto all’ultimo “Vai e vem” mostrano una sorta di chiusura di un cerchio che sembra aprirsi con lo sguardo in macchina di Luis Miguel Cintra (“Quem espera por sapatos do defunto morre descalço) per chiudersi con l’occhio del cineasta impresso sugli ultimi fotogrammi della sua opera (“Vai e vem”).

Stefano Trinchero

 Fiat Cinema

Un cielo gravido di pioggia apre la giornata. Tutto intorno è umido ma non è freddo. C’è chi va al lavoro. Chi attende l’autobus per andare a scuola. Una ragazza dà un’occhiata in giro mentre un punto interrogativo le si stampa sul viso. Un uomo di mezza età guarda infastidito l’orologio e intanto si sistema il cavallo dei pantaloni. Nuvole di fumo escono da ogni bocca in cerca di colori a cui unirsi, ma svaniscono presto, rapite dal grigio. Nel viavai routinario con cui si sta risvegliando la città, si distinguono alcune figure che camminano non togliendo gli occhi dai fogli che stringono con fermezza tra le mani. Per loro i semafori non esistono e nemmeno le automobili e i tram. Dalle pagine sfogliate con così tanta attenzione arrivano dettagli arancioni che, uniti a lettere dell’alfabeto, formano il programma del Torino Film Festival, giunto quest’anno alla Ventunesima edizione. I concentratissimi lettori stanno cercando di capire come muoversi tra le 11 sale della Multisala Pathé e si stanno dirigendo all’angolo tra Via Roma e Via Buozzi, dove una navetta li porterà al centro “8 Gallery”, per la seconda volta consecutiva sede ufficiale della manifestazione cinematografica. Taverna Dantesca, Postal Bar, Caffè Prussia, Donne in Vetta Abbigliamento, Caffetteria Capriccio, Profumi Sinatra, bar Plaza, Riflessi Photo Industry, Kira…Idee per la Testa, rimbalzano da una strada all’altra fino alla Tavola Calda Lingotto, che anticipa di pochi metri l’entrata agli sterminati e imponenti ex-stabilimenti della Fiat, trasformati in enorme galleria commerciale, a sua volta comprendente la più europea delle Multisale (Pathé appunto) sede del Torino Film Festival. Nel passaggio alla periferia l’evento ha perso la sua connotazione tipicamente cittadina e soffre dell’effetto straniante e asettico di ogni centro commerciale. Tanta gente in giro senza un perché che cerca la consolazione di altri sguardi per dare un senso al suo vagare. Cornice di plastica a parte, è cambiata anche la Direzione: i due giovani e competenti Roberto Turigliatto e Giulia d’Agnolo Vallan hanno sostituito l’ormai veterano Stefano Della Casa. Invariato il clima informale, con pochissimo glamour nonostante la presenza di ospiti internazionali di rilievo e l’attenzione crescente dei media. Ben diciannove le sezioni in cui è suddiviso il programma, sempre attento a tutto ciò che è immagine in movimento ponendo la massima attenzione alle cinematografie “marginali”, quelle geograficamente e culturalmente più lontane dal mercato. Un percorso, quindi, soprattutto di scoperta, non sempre facile da seguire, ma ricco di opportunità. Rispetto alle passate edizioni è stato ampliato il Concorso Internazionale, allargando la selezione anche a opere non in pellicola, ed è stata eliminata la sezione “Nipponica”, spalmando i film orientali tra gli altri titoli. È stata invece conservata “Americana”, quest’anno incentrata su film e documentari con tema l’America. Percorrendo un po’ il programma troviamo anche il “Concorso Internazionale Cortometraggi” e “Spazio Italia”, focalizzato su temi a carattere sociale quali l’immigrazione, la politica internazionale, il mondo del lavoro. Tre le retrospettive, che, come ogni anno, includono un autore americano ai margini di Hollywood (William Friedkin), un europeo da cineclub (il russo Aleksandr Sokurov)  e un artista dimenticato (il greco Stavros Tornes). Tre anche gli “omaggi” fuori concorso: al portoghese recentemente scomparso Joao César Monteiro, al giapponese che ha ispirato Tarantino, Kinji Fukasaku e all’artista sperimentale e d’avanguardia Stephen Dwoskin. Nel vastissimo programma i due direttori hanno anche inserito qualche contentino per il pubblico (come l’anteprima europea di “Looney Tunes: Back in Action” di Joe Dante), ma quest’anno i titoli dal forte appeal commerciale erano davvero pochi.

Luca Baroncini

 

Piatto ricco ma...

Con il cambio di gestione (Della Casa passa il testimone alla coppia Turigliatto - D'Agnolo Vallan) il Torino Film Festival non abdica al suo ruolo di policroma vetrina di cinema di qualità e propone, nei nove giorni del Lingotto, il consueto drappello di pellicole per intenditori.
Va d'altra parte registrato il sensibile calo di pubblico (il confronto è con l'ultima, trionfale edizione) sulle cui cause possono formularsi diverse ipotesi:
La collocazione del festival: per il secondo anno al Pathé, il Torino Film Festival se è vero che può contare su numerose sale ben attrezzate e costi modici (bloccato rispetto all'anno scorso il prezzo dell'abbonamento) è vero altresì che è stato sensibilmente allontanato dal cuore della vita cittadina: questa scelta forse comincia a manifestare i suoi risvolti negativi (bisogna decidere di andare al Festival, è impensabile essere attratti nel suo vortice, nessuno si trova lì per caso, non esiste per il Lingotto uno spettatore occasionale); trascorrere tanto tempo in una sorta di centro commerciale è poi una prova del fuoco che, intorno al quinto - sesto giorno, fa rimpiangere le file sotto il sole del Festival di Venezia (ed è tutto dire...).
La mancanza di grandi eventi, quelli che incuriosiscono anche il pubblico meno abituato a queste kermesse (alle anteprime di Lynch, Cronenberg, De Palma delle due edizioni precedenti, l'edizione numero 21 ha saputo opporre al massimo la prima del nuovo Joe Dante, peraltro in orario infelice e in uno dei giorni più sfigati); in questo si è fatta sentire la mancanza della verve di Della Casa, grande mescolatore di Alto e Basso: il suo spirito ludico (la dannata\beata serie Z) giovava alla manifestazione, la sua esplorazione dei generi prima che degli Autori (lo confesso, io che non ne sono certo un fan: mi sono mancati i suoi western) costituiva la sacrosanta sdrammatizzazione di una rassegna che non ha mai avuto paura di proporre cose di impegno altissimo miscelandole con altre di estrazione molto meno nobile. Lo sguardo sommario sul programma di quest'anno se incuriosiva moltissimo i cinefili e gli addetti ai lavori - alle dolci prese con pellicole che non godono certo di facile visibilità -, lasciava alquanto perplessi o indifferenti tutti gli altri e ciò proprio per la mancanza di eventi strategici, magari costruiti allo scopo, ma che, assicurando pubblico ed attenzione, non intaccavano certo il blasone di una manifestazione ricca tanto da risultare inattaccabile.
La sfortuna: un numero imprecisato di black out ha interrotto moltissime visioni, ha dilatato più volte, e in giorni diversi, i tempi, causando accavallamenti di appuntamenti; i cambi di programma a tratti sono stati il vero programma e questa incertezza ha scoraggiato alquanto coloro che, orari alla mano, organizzavano la loro giornata festivaliera; nella seconda settimana ci si sono messe anche le navette che, pare per una protesta dei tassisti (qui si aprono scenari inquietanti...), per un intero giorno non hanno garantito la copertura del tragitto Festival - Centro (mandando a farsi friggere in un battibaleno la tanto decantata raggiungibilità del Lingotto).
Ma al di là della risposta del pubblico (che, ripeto, è fattore determinante anche per garantire la sopravvivenza del Festival nella forma in cui lo conosciamo) il TFF non è stato certo avaro di quelle ghiotte visioni che sono la gioia degli affamati di celluloide: la retrospettiva completa di Sokurov - per la prima volta al mondo veniva riunita integralmente la sua opera - curata da Enrico Ghezzi (un appuntamento immancabile per coloro che vedono nel russo uno dei massimi cineasti viventi) e accompagnata dallo stesso regista che si è concesso al pubblico in un incontro che, piaccia o meno quello che l'artista ha affermato, è stato uno dei momenti chiave dell'edizione; accanto ad essa gli omaggi ai cineasti Brakhage, Monteiro e Fukasaku; la retrospettiva di William Friedkin cui si riconnetteva una piccola antologia di noir americani; le consuete sezioni AMERICANA (con in bella vista due perle come BRIGHT LEAVES e THE FOG OF WAR) e FUORI CONCORSO (con Rivette, Yuen, Straub-Huillet, Shimizu e Ki-Duk, tra gli altri). Queste, come al solito, solo alcune delle proposte, ma bastanti sul serio a coprire le giornate al Lingotto tanto da farci trascurare colpevolmente la sezione competitiva di cui ci sono giunti solo lontani echi.
Chiuso il capitolo si lavora per il prossimo, si parla già di ritocchi e cambiamenti: quanto drastici lo constateremo l'anno che verrà.

Luca Pacilio

 

Nothing else...

I film e nient’altro: proiezioni ininterrotte dalle dieci di mattina a notte fonda, in dieci sale tecnicamente ineccepibili (se si eccettuano i sottotitoli elettronici, non sempre in sintonia con le immagini, e il soffio irragionevolmente gelido dell’aria condizionata), poca propensione a concedere spazio ai minuetti di autori e produttori (Valeria Bruni Tedeschi, a onor del vero, ha sfoggiato alla presentazione del suo esordio registico un numero notevole di collaboratori, ma per il resto non sono state segnalate pretenziose passerelle di stampo veneziano), un cartellone capace di combinare presente e passato (la sottosezione Noir di Americana, dedicata a classici anni ’40 e ’50 di – fra gli altri – Walsh, Aldrich, Siegel), invisibili recuperati (a TELEC, forse, avremmo fatto bene a rinunciare: non sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?) e magnifiche anticipazioni (l’estremo Monteiro, al cui cospetto ogni lode è fatalmente inadeguata), pellicola e video.
Nella luccicante cornice del Lingotto (strano e raggelato innesto di una serra esotica e un aeroporto), il 21° Torino Film Festival ha dimostrato efficienza organizzativa (da applausi il servizio navette, sicuro link fra il citato Lingotto e il centro cittadino) e ha regalato momenti memorabili anche fuori dagli schermi (su tutti, Dario Argento che presenta William Friedkin che introduce THE FRENCH CONNECTION). Pubblico in calo rispetto agli anni precedenti – si mormorava con toni da congiura nei corridoi – per la mancanza di nomi di richiamo. Ma se Friedkin, Monteiro, Rivette e Wiseman (presenti, con una o più proiezioni, nel primo weekend festivaliero) non sono nomi di richiamo, non è colpa degli organizzatori, né dei registi: (s)fortunatamente, popolarità e valore procedono di rado insieme. Ai film, ora.

Stefano Selleri

 

 

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