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Considerazioni sul
Torino Film Festival
Non
è più presente la dicitura “cinema giovani” sulla locandina del
Torino Film Festival, eppure quest’anno l’impressione è che il
festival sia tornato davvero ad essere “cinema giovani”. Sono infatti
mancati le grandi anteprime in cartellone, è questa è stata forse la
causa del calo di pubblico registratosi. Peccato, perché la qualità del
festival è stata al solito molto alta, e dovendo scegliere preferiamo
decisamente un festival a misura d’uomo, che si preoccupi più di
mostrare cinema invisibile piuttosto che di presentare in anteprima film
che godranno comunque di ampia visibilità.
Il solo “Looney Tunes back in action” non è bastato a
richiamare masse di spettatori. “So Close” di Corey Yuen ha mandato la
folla in visibilio, ma essendogli stata concessa una sola proiezione non
è scattato il passaparola. Confermata la tradizionale (di solito molto
apprezzata) proiezione dell’horror (asiatico) di mezzanotte del sabato
sera. Deludente il film (“The grudge 2”). Nella rassegna
“Americana” si è scelto di limitare gli acclamati film di finzione in
virtù di una maggiore attenzione al documentario. Il cambio di direzione
(affidata per la prima volta alla coppia Turigliatto-D’Agnolo Vallan)
non ha comunque fatto registrare particolari traumi o cambiamenti di
percorso rispetto alle precedenti edizioni. Oltre ai consueti concorsi
sono state presentate retrospettive complete dedicate a un grande autore
americano (Friedkin), a una star degli ambienti cinefili (Sokurov) e a un
regista misconosciuto “amico” del festival (Stavros Tornes). In
aggiunta due omaggi a due cineasti recentemente scomparsi, Joao Cesar
Monteiro e Kinji Fukasaku (i suoi quattro film hanno forse fatto le veci
della sezione nipponica, che tanto successo aveva riscosso tra gli
spettatori del festival). Friedkin si è confermato un regista in grado di
riscuotere il gradimento del pubblico, sempre in bilico tra l’alone di
culto dato da una carriera tormentata e i grandi successi hollywoodiani
che ne hanno decretato la fama. E’ stato sorprendente vedere a poca
distanza l’uno dall’altro due capolavori come “To live and die in
L.A.” e “Cruising”, polizieschi dolorosi e sofferti che hanno
mostrato alcuni punti di contatto, come la costante oscillazione dei loro
protagonisti lungo la linea che separa il bene dal male. Una confusione di
ruoli tra poliziotto e criminale, una costante ambiguità smascherata dal
contatto degli uni con gli altri, un processo osmotico che culmina in
entrambi i film nella perdita d’identità attraverso l’usurpazione
degli abiti dei protagonisti da parte di altri personaggi (la fidanzata di
Al Pacino in “Cruising”, il compagno di Petersen in “To live and die
in L.A.”). L’omaggio a Joao Cesar Monteiro (nell’attesa di una
retrospettiva completa) ha addirittura creato qualche momento di tensione
tra gli spettatori rimasti fuori da una sala incapace di contenere tutti
coloro che avrebbero voluto accostarsi alla prima parte dell’opera del
cineasta portoghese. I suoi primi film accanto all’ultimo “Vai e vem”
mostrano una sorta di chiusura di un cerchio che sembra aprirsi con lo
sguardo in macchina di Luis Miguel Cintra (“Quem espera por sapatos do
defunto morre descalço) per chiudersi con l’occhio del cineasta
impresso sugli ultimi fotogrammi della sua opera (“Vai e vem”).
Stefano
Trinchero |
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Fiat Cinema
Un cielo gravido di pioggia
apre la giornata. Tutto intorno è umido ma non è freddo. C’è chi va
al lavoro. Chi attende l’autobus per andare a scuola. Una ragazza dà
un’occhiata in giro mentre un punto interrogativo le si stampa sul viso.
Un uomo di mezza età guarda infastidito l’orologio e intanto si sistema
il cavallo dei pantaloni. Nuvole di fumo escono da ogni bocca in cerca di
colori a cui unirsi, ma svaniscono presto, rapite dal grigio. Nel viavai
routinario con cui si sta risvegliando la città, si distinguono alcune
figure che camminano non togliendo gli occhi dai fogli che stringono con
fermezza tra le mani. Per loro i semafori non esistono e nemmeno le
automobili e i tram. Dalle pagine sfogliate con così tanta attenzione
arrivano dettagli arancioni che, uniti a lettere dell’alfabeto, formano
il programma del Torino Film Festival, giunto quest’anno alla
Ventunesima edizione. I concentratissimi lettori stanno cercando di capire
come muoversi tra le 11 sale della Multisala Pathé e si stanno dirigendo
all’angolo tra Via Roma e Via Buozzi, dove una navetta li porterà al
centro “8 Gallery”, per la seconda volta consecutiva sede ufficiale
della manifestazione cinematografica. Taverna Dantesca, Postal Bar, Caffè
Prussia, Donne in Vetta Abbigliamento, Caffetteria Capriccio, Profumi
Sinatra, bar Plaza, Riflessi Photo Industry, Kira…Idee per la Testa,
rimbalzano da una strada all’altra fino alla Tavola Calda Lingotto, che
anticipa di pochi metri l’entrata agli sterminati e imponenti
ex-stabilimenti della Fiat, trasformati in enorme galleria commerciale, a
sua volta comprendente la più europea delle Multisale (Pathé appunto)
sede del Torino Film Festival. Nel passaggio alla periferia l’evento ha
perso la sua connotazione tipicamente cittadina e soffre dell’effetto
straniante e asettico di ogni centro commerciale. Tanta gente in giro
senza un perché che cerca la consolazione di altri sguardi per dare un
senso al suo vagare. Cornice di plastica a parte, è cambiata anche la
Direzione: i due giovani e competenti Roberto Turigliatto e Giulia d’Agnolo
Vallan hanno sostituito l’ormai veterano Stefano Della Casa. Invariato
il clima informale, con pochissimo glamour nonostante la presenza di
ospiti internazionali di rilievo e l’attenzione crescente dei media. Ben
diciannove le sezioni in cui è suddiviso il programma, sempre attento a
tutto ciò che è immagine in movimento ponendo la massima attenzione alle
cinematografie “marginali”, quelle geograficamente e culturalmente più
lontane dal mercato. Un percorso, quindi, soprattutto di scoperta, non
sempre facile da seguire, ma ricco di opportunità. Rispetto alle passate
edizioni è stato ampliato il Concorso Internazionale, allargando la
selezione anche a opere non in pellicola, ed è stata eliminata la sezione
“Nipponica”, spalmando i film orientali tra gli altri titoli. È stata
invece conservata “Americana”, quest’anno incentrata su film e
documentari con tema l’America. Percorrendo un po’ il programma
troviamo anche il “Concorso Internazionale Cortometraggi” e “Spazio
Italia”, focalizzato su temi a carattere sociale quali l’immigrazione,
la politica internazionale, il mondo del lavoro. Tre le retrospettive,
che, come ogni anno, includono un autore americano ai margini di Hollywood
(William Friedkin), un europeo da cineclub (il russo Aleksandr Sokurov)
e un artista dimenticato (il greco Stavros Tornes). Tre anche gli
“omaggi” fuori concorso: al portoghese recentemente scomparso Joao César
Monteiro, al giapponese che ha ispirato Tarantino, Kinji Fukasaku e
all’artista sperimentale e d’avanguardia Stephen Dwoskin. Nel
vastissimo programma i due direttori hanno anche inserito qualche
contentino per il pubblico (come l’anteprima europea di “Looney Tunes:
Back in Action” di Joe Dante), ma quest’anno i titoli dal forte appeal
commerciale erano davvero pochi.
Luca
Baroncini
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Piatto
ricco ma...
Con il cambio di gestione (Della Casa passa il
testimone alla coppia Turigliatto - D'Agnolo Vallan) il Torino Film
Festival non abdica al suo ruolo di policroma vetrina di cinema di
qualità e propone, nei nove giorni del Lingotto, il consueto drappello di
pellicole per intenditori.
Va d'altra parte registrato il sensibile calo di pubblico (il confronto è
con l'ultima, trionfale edizione) sulle cui cause possono formularsi
diverse ipotesi:
La collocazione del festival: per il secondo anno al Pathé, il
Torino Film Festival se è vero che può contare su numerose sale ben
attrezzate e costi modici (bloccato rispetto all'anno scorso il prezzo
dell'abbonamento) è vero altresì che è stato sensibilmente allontanato
dal cuore della vita cittadina: questa scelta forse comincia a manifestare
i suoi risvolti negativi (bisogna decidere di andare al Festival,
è impensabile essere attratti nel suo vortice, nessuno si trova lì per
caso, non esiste per il Lingotto uno spettatore occasionale); trascorrere
tanto tempo in una sorta di centro commerciale è poi una prova del fuoco
che, intorno al quinto - sesto giorno, fa rimpiangere le file sotto il
sole del Festival di Venezia (ed è tutto dire...).
La mancanza di grandi eventi, quelli che incuriosiscono anche il
pubblico meno abituato a queste kermesse (alle anteprime di Lynch,
Cronenberg, De Palma delle due edizioni precedenti, l'edizione numero 21
ha saputo opporre al massimo la prima del nuovo Joe Dante, peraltro in
orario infelice e in uno dei giorni più sfigati); in questo si è fatta
sentire la mancanza della verve di Della Casa, grande mescolatore
di Alto e Basso: il suo spirito ludico (la dannata\beata serie Z) giovava
alla manifestazione, la sua esplorazione dei generi prima che degli Autori
(lo confesso, io che non ne sono certo un fan: mi sono mancati i suoi
western) costituiva la sacrosanta sdrammatizzazione di una rassegna che
non ha mai avuto paura di proporre cose di impegno altissimo miscelandole
con altre di estrazione molto meno nobile. Lo sguardo sommario sul
programma di quest'anno se incuriosiva moltissimo i cinefili e gli addetti
ai lavori - alle dolci prese con pellicole che non godono certo di facile
visibilità -, lasciava alquanto perplessi o indifferenti tutti gli altri
e ciò proprio per la mancanza di eventi strategici, magari costruiti allo
scopo, ma che, assicurando pubblico ed attenzione, non intaccavano certo
il blasone di una manifestazione ricca tanto da risultare inattaccabile.
La sfortuna: un numero imprecisato di black out ha interrotto
moltissime visioni, ha dilatato più volte, e in giorni diversi, i tempi,
causando accavallamenti di appuntamenti; i cambi di programma a tratti
sono stati il vero programma e questa incertezza ha scoraggiato
alquanto coloro che, orari alla mano, organizzavano la loro giornata
festivaliera; nella seconda settimana ci si sono messe anche le navette
che, pare per una protesta dei tassisti (qui si aprono scenari
inquietanti...), per un intero giorno non hanno garantito la copertura del
tragitto Festival - Centro (mandando a farsi friggere in un battibaleno la
tanto decantata raggiungibilità del Lingotto).
Ma al di là della risposta del pubblico (che, ripeto, è fattore
determinante anche per garantire la sopravvivenza del Festival nella forma
in cui lo conosciamo) il TFF non è stato certo avaro di quelle ghiotte
visioni che sono la gioia degli affamati di celluloide: la retrospettiva
completa di Sokurov - per la prima volta al mondo veniva riunita
integralmente la sua opera - curata da Enrico Ghezzi (un appuntamento
immancabile per coloro che vedono nel russo uno dei massimi cineasti
viventi) e accompagnata dallo stesso regista che si è concesso al
pubblico in un incontro che, piaccia o meno quello che l'artista ha
affermato, è stato uno dei momenti chiave dell'edizione; accanto ad essa
gli omaggi ai cineasti Brakhage, Monteiro e Fukasaku; la retrospettiva di
William Friedkin cui si riconnetteva una piccola antologia di noir
americani; le consuete sezioni AMERICANA (con in bella vista due
perle come BRIGHT LEAVES e THE FOG OF WAR) e FUORI CONCORSO (con
Rivette, Yuen, Straub-Huillet, Shimizu e Ki-Duk, tra gli altri). Queste,
come al solito, solo alcune delle proposte, ma bastanti sul serio a
coprire le giornate al Lingotto tanto da farci trascurare colpevolmente la
sezione competitiva di cui ci sono giunti solo lontani echi.
Chiuso il capitolo si lavora per il prossimo, si parla già di ritocchi e
cambiamenti: quanto drastici lo constateremo l'anno che verrà.
Luca Pacilio
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Nothing
else...
I film e
nient’altro: proiezioni ininterrotte dalle dieci di mattina a notte fonda,
in dieci sale tecnicamente ineccepibili (se si eccettuano i sottotitoli
elettronici, non sempre in sintonia con le immagini, e il soffio
irragionevolmente gelido dell’aria condizionata), poca propensione a
concedere spazio ai minuetti di autori e produttori (Valeria Bruni Tedeschi, a
onor del vero, ha sfoggiato alla presentazione del suo esordio registico un
numero notevole di collaboratori, ma per il resto non sono state segnalate
pretenziose passerelle di stampo veneziano), un cartellone capace di combinare
presente e passato (la sottosezione Noir di Americana, dedicata
a classici anni ’40 e ’50 di – fra gli altri – Walsh, Aldrich, Siegel),
invisibili recuperati (a TELEC, forse, avremmo fatto bene a rinunciare: non
sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?) e magnifiche
anticipazioni (l’estremo Monteiro, al cui cospetto ogni lode è fatalmente
inadeguata), pellicola e video.
Nella luccicante cornice del Lingotto (strano e raggelato innesto di una
serra esotica e un aeroporto), il 21° Torino Film Festival ha dimostrato
efficienza organizzativa (da applausi il servizio navette, sicuro link fra il
citato Lingotto e il centro cittadino) e ha regalato momenti memorabili anche
fuori dagli schermi (su tutti, Dario Argento che presenta William Friedkin che
introduce THE FRENCH CONNECTION). Pubblico in calo rispetto agli anni
precedenti – si mormorava con toni da congiura nei corridoi – per la
mancanza di nomi di richiamo. Ma se Friedkin, Monteiro, Rivette e Wiseman
(presenti, con una o più proiezioni, nel primo weekend festivaliero) non sono
nomi di richiamo, non è colpa degli organizzatori, né dei registi:
(s)fortunatamente, popolarità e valore procedono di rado insieme. Ai film,
ora.
Stefano Selleri
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