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TORINO 2003
Fuori
Concorso |
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FUORI
CONCORSO:
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CHIK YEUNG TIN SAI di Corey Yuen
- CLASSROOMS di Yuhang Ho
- DURANTE O FIM di João Trabulo
- FILME DE AMOR di Julio Bressane
- FRIDAY di Amir Muhammad
- HAENSUN di Kim Ki-duk
- HISTOIRE DE MARIE ET JULIEN di Jacques Rivette
- IL EST PLUS FACILE POUR UN CHAMEAU... di Valeria Bruni Tedeschi
- IL RITORNO DEL FIGLIO PRODIGO / UMILIATI di Danièle Huillet, Jean-Marie Straub
- JI-GOO-RUEL-JI-KYEO-RA! di Jun-Hwan Jang
- JU-ON: THE GRUDGE 2 di Takashi Shimizu
- KDO BUDE HLÍDAT HLÍDACE? DALIBOR ANEB KLICK CHALOUPCE STRYCKA TOMA di Karel Vachek
- LOONEY TUNES: BACK IN ACTION di Joe Dante
- MIN di Yuhang Ho
- MY FATHER AND HIS CELLULOID di Daven s.o. Raghadam
- NÓI ALBINÓI di Dagur Kari
- PALABRAS di Corso Salani
- S 21, LA MACHINE DE MORT KHMERE ROUGE di Rithy Panh
- SERVA E PADRONA di Tonino De Bernardi
- TIE XI QU di Wang Bing
- XAVIER di Manuel Mozos
- YOU FANG CHU ZU di James Lee
Detours
- ...SINON J'ETOUFFE di Nicolas Azalbert
- A PRIVATE HAPPINESS di Pierce Leighton
- AVEC SONIA WIEDER-ATHERTON di Chantal Akerman
- BOLOGNA CENTRALE di Vincent Dieutre
- CALLISTO di Courtney Hoskins
- CHE FINE HA FATTO PINO GRISANTI? TAGLI INEDITI DAL RITORNO DI CAGLIOSTRO di Daniele Ciprí, Franco Maresco
- DAD di Stephen Dwoskin
- DEAR FRANCES di Stephen Dwoskin
- GEU JIP AP di Gina Kim
- GLIDER di Ernie Gehr
- GLINT di Eve Heller
- HERE di Vincent Grenier
- IL MAL DI DENTI di Giuseppe Bertolucci
- JEUNE FEMME A SA FENêTRE LISANT UNE LETTRE di Jean-Claude Rousseau
- JUSTE AVANT L'ORAGE di Jean-Claude Rousseau
- KIM GINA-EUI BIDIO ILGI di Gina Kim
- LATITUDINI di Tonino De Bernardi
- LETTRE A ROBERTO di Jean-Claude Rousseau
- LOST DREAMS di Stephen Dwoskin
- LOTUS di Luca Guadagnino
- OBSERVANDO EL CIELO di Jeanne Liotta
- PAPER ROUTE di Robert Frank
- REVOLUTION V: FOREIGN CITY MEDITATIONS ON REVOLUTION di Robert Fenz
- RUE DE VARENNE di Elisabetta Sgarbi
- SONG OF AVIGNON di Jonas Mekas
- THE HEDGE THEATRE di Robert Beavers
- THE VISITATION di Nathaniel Dorsky
- WHAT GOES UP di Robert Breer
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CHIK
YEUNG TIN SAI\ SO CLOSE (Corey Yuen) |
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Due
sorelle ricattano una multinazionale utilizzando un circuito
mondiale di videocamere messo a punto dal padre.
Un
grande film all’insegna di un cinema d’intrattenimento di
magistrale fattura. Corey Huen è autore di una folle messa in scena
che abbatte ogni limite di gravità, coreografando una serie di
balletti aerei mozzafiato. Una Hong Kong incredibilmente futuristica
e verticalizzata allo stremo è il teatro di una lotta senza regole
che sembra diventare quasi una lotta fra sessi. Un film tutto al
femminile, che sembra mischiare la tradizione del cinema d’azione
asiatico con il Brian De Palma di “Snake eyes”. I corpi delle
protagoniste assumono pose plastiche che riempiono a dismisura lo
spazio dell’inquadratura (come nella sequenza in cui la poliziotta
che insegue le due sorelle blocca l’uscita dell’ascensore
immobilizzando due criminali, disegnando con le braccia e le gambe
linee di fuga in ogni direzione), fino ad arrivare a una
moltiplicazione all’infinito degli spazi e delle inquadrature. Il
film sembra andare letteralmente in pezzi durante un inseguimento
mozzafiato filmato attraverso un sistema di telecamere che mira a
far convergere su un solo schermo tutta la materia visibile del
mondo.
Voto: 8
Stefano Trinchero
Voto:
7
Luigi Garella
Voto:
7
Luca Pacilio
Voto:
7,5
Mauro Ravarino |
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HAENSUN - The Coast Guard (Kim
Ki-duk) |
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Un
paese sul mare al confine tra le due coree è sorvegliato a vista
dai militari. Un incidente sconvolgerà le vite di tutti.
Uno
dei film più attesi del festival è anche una delle delusioni più
cocenti. Un film ambientato in zona di confine, dove i militari
sudcoreani sono indottrinati e addestrati per prevenire l’ingresso
delle spie nordcoreane. Un incidente causa la morte di un ragazzo
per mano di un giovane militare che lo ha scambiato per un nemico.
Da qui il film vira e procede nella discesa verso la follia dei due
protagonisti, il militare che ha sparato e la ragazza che stava
facendo sesso con il ragazzo ucciso mentre veniva crivellato di
colpi (!?). Kim Ki-Duk fa il possibile per creare un luogo
metaforico in grado di suggerire un’idea del confine che si
insieme geografica, politica e mentale. Il problema è che calca la
mano sul pulsante del grottesco e il film si perde in vani tentativi
estetizzanti (la protagonista che entra nella vasca dei pesci) e
caricature della vita militare.
Voto: 4
Stefano Trinchero
Voto: 4,5
Luigi Garella
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HISTOIRE
DE MARIE ET JULIEN (Jacques
Rivette) |
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Il
quarantenne Julien decide di ricattare Madame X, una ricca signora
che traffica con oggetti d’antiquariato. Quello che l’uomo non
sa è che la donna è legata da un pericoloso segreto a Marie,
ragazza della quale Julien si era innamorato un anno prima e che ora
è tornata nella sua vita.
Ectoplasmi
d'autore
L'ultimo film di Jacques Rivette, nome di punta
della "Nouvelle Vague", sembra purtroppo lo stereotipo del
film francese intellettualoide: personaggi che si rincorrono senza
un perché, un "amour" che non può che essere noiosamente
"fou", dialoghi monosillabici in cui le frasi più
ricorrenti sono "Non so!", "Può essere!",
domande a cui i personaggi rispondono con altre domande, bruttissime
sequenze di sesso di forzata falsità e su tutto una patina di gelo
a contenere il più possibile l'emotività (non sia mai abbandonarsi
alle vili emozioni!). Si racconta del legame affettivo tra Julien,
orologiaio dai loschi traffici, e Marie, misteriosa donna
dall'indefinito passato. I due si prendono e si lasciano in un
rapporto passionale ma irto di difficoltà, in cui si inserisce
l'altrettanto misteriosa Madame X. L'aspetto più interessante è la
soggettività con cui il tempo viene rappresentato: immobile
all'interno della grande casa del protagonista, che ripara orologi
ma non ne ha uno funzionante, e totalmente slegato da una scansione
razionale nei continui andirivieni a cui si abbandonano i
personaggi. I due protagonisti godono di una forte presenza scenica:
il polacco Jerzy Radziwilowicz (già "Uomo di Marmo" e poi
"di Ferro" per Wajda) ha grande carisma; la bellissima
Emmanuelle Beart (perché quelle labbra rifatte a ridicolizzare
l'armonia di un viso perfetto?) si butta con slancio nel non facile
personaggio di Marie, ma esagera nell'enfasi con cui sembra voler
trasformare ogni sequenza in scena madre. Estremizzando i confronti,
il film può essere considerato una risposta d'Oltralpe a "Il
sesto senso". "Vedo la gente morta" diceva il piccolo
Haley Joel Osment e la stessa cosa potrebbe essere ripetuta dal cast
del film mal interpretando, dallo schermo, gli occhi a mezz'asta del
pubblico.
Voto: 4,5
Luca Baroncini
Frailty
I
mille orologi nella grande casa cupa e quasi sempre in penombra
scandiscono le ore di un tempo immobile, sospeso nella zona di
passaggio fra la vita e il sogno, l’affetto e il rimpianto,
l’amore feroce e la (dis)umana indifferenza: un atto insignificante
sarà causa della metamorfosi (forse) definitiva. La (para)psicologia
è per Rivette un mero pretesto narrativo per l’esplorazione
spoglia, acuminata, malinconica di una passione avvelenata e
sfuggente, cuore di un film tanto ingannevolmente piano nella
struttura (l’avvolgente teoria di piani sequenza in cui persone e
oggetti sembrano galleggiare) quanto spiazzante nella millimetrica
fusione di orrore, tenerezza e humour, in cui gli spettri di Poe (il
gatto Nevermore, allusione a doppio taglio a Il Corvo), Cocteau
(gli echi del mito di Orfeo, il miracolo conclusivo), Truffaut (LA
CHAMBRE VERTE di Marie) si muovono a loro agio assecondando il gusto
meticoloso e teatrale del regista, che – dopo CHI LO SA? –
realizza un’altra opera affascinante (con qualche scusabile
ridondanza) sull’invincibile forza della rappresentazione [le
simulazioni inesplicabili (la falsificazione dei tessuti), i ri(s)catti
supremi, l’erotismo fiabesco dei protagonisti, i gesti stilizzati e
le parole spezzate con cui Marie e Adrienne compiono le rispettive
magie]. Emmanuelle Béart è fulgida come non mai.
Voto: 7,5
Stefano Selleri
Voto: 7
Luca Pacilio
Voto: 6,5
Mauro Ravarino
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IL
EST PLUS FACILE POUR UN CHAMEAU... (Valeria
Bruni Tedeschi) |
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Federica
è una ragazza molto ricca: tale privilegio la imprigiona e le
impedisce di condurre una vita da adulta. Il suo compagno è pronto
ad avere una famiglia ma il precedente amante torna improvvisamente
sulla scena. La sua è una famiglia slegata dalla normale vita di
tutti i giorni: le relazioni affettive, già conflittuali, sono
ulteriormente destabilizzate dalla morte della figura paterna.
Sommersa dall’eredità che sta per arrivarle, dalle sue
aggrovigliate relazioni e dal peso del senso di colpa, Federica
cerca conforto nell’immaginario, dove la realtà diventa perfetta
e meravigliosa.
Un
Esordio Autobiografico
L'espressione artistica merita sempre rispetto perché
è un mettersi a nudo davanti a una folla giudicante che da una
comoda poltrona può decidere "questo sì!" oppure
"questo no!", annullando con un cenno di dissenso le
fatiche di mesi di ricerche e duro lavoro. È anche vero, però, che
esporsi comporta il rischio di non piacere, perché è totalmente
lecito, oltre che giusto, che il confronto con un percorso creativo
provochi emozioni non per forza allineate. Lo scambio reciproco
dovrebbe essere il costruttivo punto di incontro. Sta di fatto che
il debutto alla regia di Valeria Bruni Tedeschi convince a metà. Se
da un lato è ammirevole la capacità dell'attrice di buttarsi senza
rete in una storia autobiografica e con tutta probabilità dolorosa,
dall'altro, proprio questo vissuto personale e intimo finisce per
permeare il film di un egocentrismo tutt'altro che necessario. Come
dire, non si sentiva certo la mancanza di un bio-pic su Valeria
Bruni Tedeschi. Eppure il film, dopo una prima parte claudicante,
riesce a rendere universale il percorso di crescita della
protagonista e il suo disagio esce da un utilizzo sfacciatamente
terapeutico della macchina da presa. È la discontinuità, quindi,
il filo rosso che lega le varie sequenze che compongono il
lungometraggio. Nel senso che momenti riusciti si affiancano ad
altri (la maggior parte, purtroppo) ridondanti, falsi e di maniera.
Insopportabili, ad esempio, le lezioni di ballo che scandiscono il
racconto, poco riusciti alcuni personaggi (il prete confidente),
ridicolo il fidanzato che canta l'Internazionale in un grottesco
crescendo. Molto divertente, invece, la riunione familiare in cui la
madre (Marysa Borini, vera madre della Bruni Tedeschi e convincente
attrice al suo debutto), mostrando i tesori di famiglia, affianca un
Rubens alla foto del figlio vestito da Zorro. E riuscito, nella sua
rappresentazione della fantasia come rifugio dagli eventi reali, il
rapimento concluso con un pranzo tra famiglia e brigatisti cantando
tutti insieme "El pueblo unido jamás será vencido!". La
regista, nonostante un'uniformità stilistica tra realtà e
immaginazione che confonde i diversi piani narrativi, è comunque
meglio dell'interprete, ormai abbonata a ruoli di fragile ed eterea
che rischiano di imprigionarla a vita (mentre sembra mostrare un
talento naturale per i tempi comici). Brava Chiara Mastroianni, si
lascia apprezzare il carisma di Roberto Herlizka, anche se farebbe
piacere ritrovarlo in ruoli più vitali (dopo la difficile prova in
"Buongiorno, notte" è qui un patito malato terminale). In
un cameo anche Emmanuelle Devos ("Sulle mie labbra"),
moglie dell'amante della protagonista, ma il quadretto di cui è
fugace interprete stride e non convince.
Voto: 5,5
Luca Baroncini
La Bruni Tedeschi s'incammina sulla strada del film
personale, abbozza una sorta di diario intimo con momenti di
autobiografismo (para)morettiano ma privo di narcisismi strategici:
stilisticamente indeciso, provando troppe strade, il film riesce in più
casi a cogliere il bersaglio disegnando sapidamente, soprattutto nelle
scene familiari, siparietti di amarognola e divertita verità. Alcune
lungaggini, divagazioni surreali non tutte riuscite, sparsi spunti
grotteschi (la bara che non entra nell'aereo) per un debutto
interessante, molto apprezzato in Francia, che sovrappone alla
narrazione il vissuto dell'autrice e che in questo tentativo smaschera
l'(unico) archetipo caratteriale - il proprio - al quale la Bruni
Tedeschi sembra rifarsi nelle sue performance recitative. Forse il
vero "morettismo" del film sta proprio in questo.
Voto: 6
Luca
Pacilio
La parola flop esiste
L’enigma Valeria Bruni Tedeschi, attrice dalle
mille risorse espressive (non) usate in vista di un solo e
(in)fallibile ruolo, quello della nevrotica nelle fauci della follia
più o meno giocosa (confidiamo in François Ozon, che l’ha voluta
nel suo nuovo 5X2, per un miglior impiego delle suddette doti),
cosceneggiatrice e regista di un’opera curiosa negli spunti e
imbarazzante nei risultati: una storia di (e/in/ri/)voluzione
arricchita da echi surreal/freudiani a volte piacevolmente bizzarri (Marysa
Borini, vera madre della regista, nella parte della madre di Federica)
ma più spesso leccati e bamboleggianti (i terrificanti flashback finti
e non, gli inserti d’animazione, le scene oniriche), adeguato
complemento delle svampite evocazioni cinefile [Buñuel (i tarli
cattolici), Allen (i tre fratelli alla finestra, come nell’ultima
inquadratura di INTERIORS)]. Le sequenze più riuscite (le spietate
conversazioni en famille) sono quelle in cui la neoautrice
trascura le “trovate” per concentrarsi sulla direzione degli
attori, dosando con mano felice i tempi della commedia. Il resto è
celluloide luccicante e abborracciata, troppo seriosa per essere
all’altezza del miglior kitsch. L’attrice non smentisce la
regista: una prova sciatta, facilmente eclissata dall’eleganza
ferita di Chiara Mastroianni.
Voto: 5
Stefano
Selleri
Voto: 5
Luigi Garella
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IL
RITORNO DEL FIGLIO PRODIGO / UMILIATI (Danièle
Huillet, Jean-Marie
Straub) |
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Nuovo
capitolo delle peripezie vittoriniane della cooperativa contadina di
"Operai, contadini". I narranti sono impiantati nel
medesimo bosco, disposti nella natura a raccontare innaturalmente.
Le vicenda declamata (tratta sempre da "Le donne di
Messina") tratta del supposto tradimento d'un membro della
comunità, sul suo ritorno e sulle possibili interpretazioni del suo
comportamento.
In occasione della retrospettiva completa di due anni fa, un certo
imbarazzo ci aveva costretti a lamentare - pur apprezzando -
l'imperscrutabile pianezza del lavoro di Straub e Huillet. La parte
finale de "Umiliati" è una stupefacente smentita della
nostra miopia: la distruzione del cosmo epico e distanziato del
bosco e dell'Utopia nelle poche scene in interni è quanto di più
potente ci si possa aspettare. La rarefazione retorica è ovviamente
sempre perseguita ma pochi improvvisi gesti ed un pugno di frasi che
sbriciolano tutte le attese della comunità si incuneano prepotenti
nell'uniformità facendone scaturire il sopito. L'affanno
ricostruttivo dello spettatore (sempre silenziosamente chiamato a
lavorare sodo) scatta dalla ricostruzione linguistica alla
percezione della vibrante presenza fisica, fino ad allora messa tra
le parentesi del verbo.
http://www.spietati.it/in-primo-piano/TorinoFilmFestival-2001/torino19_omaggi.htm
http://www.spietati.it/in-primo-piano/TorinoFilmFestival-2001/torino19_omaggi.htm#omaggi-straub-huillet2
Voto: 8
Luigi Garella
Voto: 7,5
Stefano Trinchero
Voto: 7
Luca Pacilio
Voto: 6
Mauro Ravarino
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JU-ON:
THE GRUDGE 2 (Takashi
Shimizu) |
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Una
troupe televisiva, ogni suo membro viene perseguitato ed annientato
da strane figure fisiche e fantasmatiche che scaturiscono dalla
Casa.
Takashi
Shimizu è ancora regista e sceneggiatore al secondo capitolo che
tratta del Rancore (the Grudge) che cova nella misteriosa villetta
dalle infinite efferatezze. Dai tatami e dai soffitti emerge una
donna che strangola coi capelli e cammina snodata come un ragno. Un
bambino blu (un puffo dell'inconscio) compare silenzioso e presago
di venture disgrazie. La sempre ottima cura del sonoro nei prodotti
horror orientali, anche quando si tratta di faccenducole come The
Eye, completa il quadro.
Tutti i componenti della troupe che hanno partecipato alla puntata
registrata nel villino, e coloro che sono loro vicini, vengono
terrorizzati e muoiono atrocemente. Tra gravidanze mostruose e ogni
altro orpello funzionale al disturbo emotivo. Costruito come un
percorso episodico non rigorosamente a ritroso nel tempo, The Grudge
2 è un decoroso dizionario di quanto di buono il film di terrore
nipponico può offrire: la presenza di inquietanti figure infantili,
come nell'ottimo Dark Water od in Ringu, potenzialmente è una
chiave di lettura interpretativa da non disdegnare anche se qui già
siamo dalle parti dello schematico.
Ci
vuole comunque molta disponibilità emotiva per sobbalzare più di
due volte di fronte ad un meccanismo così evidente. Di grande aiuto
avere di fianco un Mauro Ravarino pronto ad urlare ad una qualunque
vostra mossa.
Voto: 5
Luigi Garella
Voto: 5
Stefano Trinchero
Voto: 6
Luca Pacilio
Voto: 5,5
Mauro Ravarino
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LOONEY
TUNES: BACK IN ACTION (Joe
Dante) |
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Duffy
Duck, geloso delle attenzioni rivolte al rivale Bugs, cerca
giustizia e viene licenziato. Con l'aiuto di una gelida executive (Jenna
Elfman) ed una guardia giurata (Brendan Fraser) figlio di un famoso
attore-spia (Timithy Dalton) sconfiggerà il terribile presidente
della ACME inc. (Steve Martin) che vorrebbe sottomettere l'intero
genere umano.
Joe
Dante ha sempre ammesso, non certo unico per questo, d'amare i
personaggi animati dei Loony Toons Warner ed il suo modo di fare
cinema, ironico e "infantile" deve essere parso l'ideale
per rilanciarne l'immagine. Ritornano dunque i protagonisti di Space
Jam (e anche per un istante Michael Jordan) nell'ormai consueta
fusione di animazione digitale e riprese dal vero. La storia si
accartoccia su sé stessa nell'evidente tentativo di accumulo
comico, permettendo a quasi tutti i celebri cartoni di mettersi
anche brevemente in mostra, ognuno è libero di lamentarsi per il
poco spazio concesso a questo o quel beniamino. Il pretesto
spionistico permette una discreta integrazione di irrealismo
fantascientifico ma, sorprendentemente, nemmeno una gag va a segno.
Ancora più incredibile è che se l'integrazione di reale e
animazione pur non perfetta è comunque entro la soglia di tollerabilità, non così è
per la recitazione degli attori in carne ed ossa: Jenna Elfman e
Steve Martin sembrano ritagliati con violenza da altre pellicole e
schiaffati nelle improbabili situazioni con l'eterno spaesamento di
chi no riesce a vedere il proprio interlocutore.
In
effetti però il fattore più interessante è che Loony Tunes Back
in Action è esempio fulgido del film-merchandising. Non importa il
valore dell'opera in sé ma come si viene ad inserire nel complesso
sistema di consumo americano, dagli studi hollywoodiani a Las Vegas,
all'ambientazione nella giungla tipica d'un parco divertimenti.
AOL-Time-Warner sono ovunque e possono permettersi di essere il tema
taciuto eppure evidente, la potenza della rete referenziale in cui
le location -vere e fittizie- si trovano, i comportamenti come
previsti da uno schema di percorso, il gadget pronto per essere
sotto l'albero a Natale. Nulla delle potenzialità di strutturazione
intellettuale del capolavoro "Chi ha incastrato Roger Rabbit".
Ma quello era Zemeckis, Dante -come ben dimostra la pochezza de
"La seconda guerra civile americana"- non ha la forza
costruttiva per oltrepassare l'essere-in-atto.
Voto: 4,5
Luigi Garella
Voto: 5
Mauro Ravarino
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S
21, LA MACHINE DE MORT KHMERE ROUGE (Rithy
Panh) |
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Aguzzini
e prigionieri di un campo di concentramento khmer si rincontrano
davanti alle telecamere.
Si
tratta di un documento storico e di un’opera cinematografica di
rara forza. Il lavoro fatto da Rith Pahn è più unico che raro e
parlare di documentarismo sarebbe senza dubbio riduttivo. S-21 è un
film girato nel tentativo di ricostruire l’esperienza di un campo
di concentramento khmer (S-21, appunto) attraverso le riprese di una
serie di incontri tra gli aguzzini e i (pochissimi) sopravvissuti
alle torture perpetrate loro in quelle stesse stanze. Un cinema (e
un’esperienza) estremo che compie una feroce azione di
dissotterramento della memoria servendosi degli strumenti più vari,
dalla fiction alla non-fiction, dallo scorrimento delle fotografie
dei morti al racconto orale. Le sequenze più spietate sono quelle
che analizzano la folle burocrazia della morte voluta dal regime
khmer (per inciso, una della più tremende sciagure accadute al
genere umano). Ogni condannato era obbligato (con le torture più
inaudite) a scrivere una biografia in cui confessava di aver
commesso dei reati assurdi e senza senso e a denunciare a sua volta
un’altra cinquantina di persone che con ogni probabilità nemmeno
conosceva. Vediamo scorrere centinaia di questi documenti ascoltando
i racconti delle folli storie che racchiudono e in qualche caso
guardando la foto del condannato. Ma S-21 è composto anche da altre
scene agghiaccianti in cui Rith Pahn cerca di rimettere in scena a
distanza di anni i gesti degli aguzzini, che vediamo muoversi per i
corridoi della prigione urlando ordini dentro le stanze vuote dove
un tempo erano rinchiuse le vittime del regime. E’ un film
indimenticabile e fondamentale, che andrebbe visto da tutti, che
mostra una nuova concezione della rappresentazione della storia al
cinema.
Voto: 9
Stefano Trinchero
L’S21 era il principale centro di detenzione a
Phnom Penh, durante i tragici anni del regime degli Khmer Rossi in
Cambogia. Qui furono torturate, interrogate ed uccise circa 17 mila
persone, tra il 1975 e il 1979.
Il regista Rithy Pahn, che riuscì a scappare da un campo di lavoro
durante la dittatura, ha fatto incontrare, dopo minuziose ricerche, i
sopravvissuti di S21 (sono solo tre) con i loro aguzzini e sono
diventati i protagonisti del documentario. E’ un esperimento
sociale, di cui il cinema può diventare motore, che dal confronto,
certamente doloroso, si propone di ricostituire la memoria collettiva
attraverso le memorie individuali. Quella memoria collettiva che
ancora manca in Cambogia, e che le televisioni nazionali cercano di
allontanare (l’Italia vi ricorda qualcosa?).
Sono molti comunque gli elementi di riflessione che si pone e suscita
il film, rintracciando le
storie delle persone che furono tristemente attori di quella tragedia,
attraverso i fili, magari sfilacciati, della storia orale. Il
documentario intreccia il percorso audiovisivo (dalla primigenia alla
sua realizzazione) con quello dell’esperienza di ricerca compiuta
dal regista con i testimoni.
Da una parte la ferita è ancora aperta per le vittime, i soprusi e le
violenze, chi sembrano invece quasi freddi nel racconto, se escludiamo
la vergogna che provano, sono i khmer vivi, come se al tempo fossero
stati degli automi. Ma ciò che sconvolge lo spettatore è quando gli
ex-khmer ripetono i gesti dei guardiani lungo i corridoi della
prigione come se il tempo non fosse mai passato. Tra i carcerati e i
carcerieri dell’epoca alcuni atteggiamenti analoghi si alternano sui
volti degli uni e degli altri. I khmer rossi all’epoca erano tutti
giovanissimi, indottrinati fin da piccoli, ma questo non può
giustificare l’orrore, come vorrebbero far credere alcune
inopportune tesi “deterministiche”.
Non deve passare inosservato l’alto valore cinematografico
dell’opera la cura per le immagini, mai gratuite, e il flusso
cosciente di montaggio ragionato.
Pahn fa un uso personale del linguaggio
cinematografico, scandagliandone le sue potenzialità e determinandone
il suo attivo ruolo sociale. I documentari che hanno contaminato le
sezioni del festival sono stati sicuramente i punti di maggiore
livello qualitativo della manifestazione.
S21
è un film forte e straordinario che tenta di produrre storia,
documenta quella appena passata (ricostruendo
ciò che avvenne 25 anni fa in uno dei centri di morte più crudeli)
e ricerca la verità, perché 2 milioni di vittime in un paese di 7
milioni di abitanti non siano dimenticati.
Voto: 8
Mauro Ravarino
Voto: 9
Luigi Garella
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XAVIER (Manuel Mozos) |
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Xavier
è viene abbandonato dalla madre e finisce in un istituto. Dopo
qualche anno esce e si trova alle prese con una vita incerta, tra
turbamenti amorosi e il solido legame che lo unisce all’amico
Ipolito.
E’
con un particolare orgoglio che il festival quest’anno ha
presentato questo film problematico, dalla gestazione difficile,
girato nel 1991 e terminato soltanto quest’anno grazie
all’intervento di Paulo Rocha come produttore. Non a caso Manuel
Mozos cita apertamente “Os verders anos” con le bellissime
sequenze in cui due protagonisti passeggiano sulle desolate colline
all’estrema periferia di Lisbona, con i grattacieli che si
stagliano sullo sfondo. Ma al di là dell’omaggio sono due film
che presentano un diverso sentimento nei confronti della città. Se
per Paulo Rocha era un conflitto insolubile, un’estraneità
crescente tra personaggio e ambiente circostante, per Mozos è una
Lisbona che stringe i suoi personaggi al cuore, chiudendoli dentro
le sue stanze, lasciandoli camminare sui suoi tetti (e trattenendoli
quando stanno per cadere, vittime di una pulsione di morte che
serpeggia in tutto il film) e lungo le sue strade. Se il
protagonista di “Os verdes anos” veniva brutalmente espulso da
una mancata integrazione, Xavier viene invece trattenuto dentro la
città da una ragnatela di legami affettivi che lo riportano
“dentro” anche dopo aver deciso di uscire, dopo essersi
stabilito in campagna a lavorare in una pompa di benzina, dopo aver
cercato di partire per l’Africa. Ottima e splendidamente diretta
la compagnia degli attori, con due “star” del cinema portoghese
come Isabel Ruth e Alexandra Lancastre. L’unico rammarico è per i
dissidi produttivi che ne hanno forzatamente modificato il finale.
Voto: 7,5
Stefano Trinchero
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GEU
JIP AP (Gina
Kim) |
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Due
storie di donne, la prima Gah-in a dieta, chiusa in casa tra calorie
ed un frigorifero vuoto, la seconda, Do-hee, incinta, proveniente
dagli USA, alla ricerca dell'equilibrio nella natia Corea.
Piccoli
avvenimenti, incontri, tentativi di connessione col mondo spesso
fallaci: le due donne cercano lo stesso uomo al telefono, Gah-in
potrebbe essere la sua amante, Do-hee la moglie incinta d'un altro
uomo. La difficoltà di avere contatti umani è evidente, più di un
eco autobiografico deve essere presente in Invisible Light di Gina
Kim. La regista coreana infatti guarda alla propria patria dalla
lontana Los Angeles e, soprattutto nella seconda sezione il ritratto
della giovane donna è piuttosto riuscito, ma l'atmosfera di
sospensione ed allusione poetica non è sufficiente per permettere a
Geup Jip Ap d'essere autonomo, evidente frutto del lungo lavoro
della regista sui suoi Video Diaries (Gina Kim's Video Diary) che
mostrano le sue azioni quotidiane dal 1996 al 99.
www.ginakim.com
Voto: 5,5
Luigi Garella
Voto: 5,5
Luca Pacilio
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SONG
OF AVIGNON (Jonas
Mekas) |
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Senza
nessun dubbio il momento più alto e indimenticabile di questo
festival, “Song of Avignon” è un diamante grezzo di caratura
inestimabile, frutto del lavoro di uno dei più grandi e innovativi
personaggi che abbiano mai agito nel cinema. “Song of Avignon”
è considerabile una scheggia impazzita di quel film struggente e
inarrivabile che è stato “As I Was Moving Ahead Occasionally I
Saw Brief Glimpses of Beauty”, operazione più unica che rara
nella storia del cinema di rielaborazione della memoria individuale
(è una rilettura dei filmati in super8 dei momenti più felici
della sua vita). In “Song of Avignon” vediamo alcuni frammenti
di quel film, quelli riguardanti Avignone, in un viaggio lungo le
strade della memoria tra ricordo e allucinazione. Nel cinema di
Mekas, nelle sua immagini velocizzate e nelle sua voci fuori campo,
si realizza il miracolo della persistenza della memoria attraverso
la distorsione della sua visione, come se il suo cinema possedesse
il dono di compiere sull’immagine del ricordo esattamente lo
stesso procedimento che il tempo compie sul ricordo. E’ raro
trovare nella storia esempi di un cinema così puro, semplice,
altissimo eppure lontano da qualsiasi compiacimento intellettuale.
Un cinema che realizza l’utopia di compiere il semplice percorso
che va dall’occhio alla vita, passando attraverso una pellicola
super8 che cerca di fermare lo scorrere del tempo, modificandone la
velocità di scorrimento, trattenendone dei frammenti.
Voto: 10
Stefano Trinchero
Voto: 10
Luigi Garella
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