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IN
CONCORSO:
- - ANTES QUE O TEMPO MUDE di Luis Fonseca
- CRUDE di Paxton Winters
- FUERA DE JUEGO di Victor
Arregui
- HAKO di Kanji Nakajima
- I CINGHIALI DI PORTICI di Diego Olivares
- LA FIN DU RÈGNE ANIMAL di Joël Brisse
- NADAR SOLO di Ezequiel Acuña
- NAFAS-E AMEEGH di Parviz Shahbazi
- PRZEMIANY di Lukasz Barczyk
- RABUN di Yasmin Ahmad
- SAL-IN-EUI-CHOO-EOK di Joon-Ho Bong
- STRUGGLE di Ruth Mader
- SULLA MIA PELLE di Valerio Jalongo
- UN HOMME, UN VRAI di Arnaud Larrieu, Jean-Marie Larrieu |
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ANTES
QUE O TEMPO MUDE
(Luis Fonseca) |
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Due
sorelle alle prese con le incertezze delle vita e con la fragilità dei
rapporti con le persone che le circondano (uomini, genitori e figli).
Non
possiamo che rallegrarci alla vista di due film all’interno del
festival prodotti dalla Contracosta produçoes di Pedro Costa (l’altro
è “Durante o fim” di Joao Trabulo, fuori concorso), piccola casa
indipendente nata (quasi per necessità) in occasione del tournage di
“No quarto da Vanda”. Antes que o tempo mude (“Prima che le cose
cambino”) è film dalla struttura semplice, rimane appiccicato ai suoi
corpi e agli spazi dentro cui sono contenuti nel tentativo (non sempre
riuscito) di lasciar trasparire il malessere che grava sui suoi
protagonisti. Veicolo di questa difficoltà di stare al mondo è spesso
il corpo nudo della protagonista, filmato fin dalla prima sequenza
durante violenti amplessi con uomini diversi. Le sequenze più riuscite
sono probabilmente quelle in cui Fonseca filma i protagonisti di fronte
al mare, nudi sulla sabbia che come l’acqua rimane attaccata ai loro
corpi. Il film propone insomma i risultati migliori quando mostra i suoi
personaggi isolati in uno spazio intimo, ma stenta nei dialoghi e nella
tessitura dei rapporti tra i personaggi. Fonseca è un esordiente di
probabile talento, ma spesso il suo cinema contemplativo e tabagista
rischia di impantanarsi di fronte a momenti poco significativi per lo
spettatore.
Voto: 5,5
Stefano Trinchero
Voto: 4
Luigi Garella
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CRUDE
(Paxton
Winters) |
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Due
ragazzi americani in vacanza in Turchia guardando un notiziario alla tv
pensano di cercare un modo per vendere uno scoop alla televisione.
Decidono di viaggiare per la Turchia (insieme a un ricco ragazzo turco
che conoscono a Istanbul) alla ricerca di un fantomatico terrorista da
intervistare e finiranno per inscenare un falso rapimento.
Potremmo
definire Crude una commedia di viaggio. Winters segue i suoi
protagonisti con una camera digitale nel loro viaggio senza meta
attraverso una terra sconosciuta che non hanno paura di affrontare
nonostante gli siano completamente estranei. Qualche equivoco portato
dall’ingenuità e dalla non troppo marcata intelligenza dei
protagonisti strappa qualche risata lungo il viaggio, e Winters non
riesce a rifuggire la tentazione di inserire qualche ripresa del
paesaggio formato cartolina. Rozzo e inconcludente in alcuni momenti ma
piuttosto godibile in altri.
Voto: 5
Stefano Trinchero
Voto: 5
Luigi Garella
Voto: 6
Mauro Ravarino
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FUERA DE JUEGO
(Victor
Arregui) |
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La
storia di Juan, un adolescente ecuadoriano alle prese con la difficoltà
di scontrarsi con la tragica situazione politica del suo paese.
La
presentazione in sala è avvenuta in assenza del regista, rimasto in
Ecuador per problemi di salute. Al suo posto ha introdotto il film la
giovanissima produttrice, che non ha saputo trattenere lacrime di
commozione raccontando delle due scritte che erano presenti a fine film
e che sono state asportate: dicevano che negli ultimi 5 anni il 20%della
popolazione ecuadoriana è emigrata e che il 60% vive sotto la soglia di
povertà. La situazione nella repubblica sudamericana che è “il primo
esportatore mondiale di schiavi” è davvero disperata. Nel dipingerla
Arregui non ha potuto fare a meno di servirsi di dosi massicce di
documentarismo. Non soltanto scendendo per strada a filmare le rivolte
contro il governo, ma scegliendo di riprendere ogni sequenza del film
nei luoghi reali in cui si sono svolti i fatti. Il risultato è un film
doloroso e potente, la storia di Juan, un ragazzino che cresce nella
povertà (come quasi tutta la popolazione dopo che il governo ha
requisito tutti i loro risparmi) cercando il punto di svolta e
muovendosi tra il sogno della partenza, le tentazioni della malavita, la
prospettiva di un lavoro onesto da sfruttato e le prime pulsioni
amorose. Il girovagare senza meta del protagonista finisce col
trasformarsi nell’affresco di un incubo dove ogni uscita è negata.
Voto: 7
Stefano Trinchero
Tra fiction e documentario,
attraverso gli occhi di un ragazzino e le immagini televisive, Fuera De Juego
affronta gli ultimi tragici eventi in Ecuador: gli scontri, la repressione, la
rivolta degli Indios, la caduta del Presidente della Repubblica, Jamil Mahuad,
e la successiva presa del potere da parte di Gustavo Noboa.
Un Sudamerica tanto dimenticato quanto governato da oligarchi fantocci,
raccontato dal “basso”, tra le sofferenze e gli amori della gente, e
dall’ ”alto” con le lunghe panoramiche su Quito. A guidarci è il
desiderio del giovane Juan di scappare e il suo inevitabile contatto con la
criminalità, per racimolare i soldi alla ricerca di un futuro migliore.
Un
film a low-budget, con attori non professionisti, realizzato col cuore e con
le lacrime, come ha raccontato in sala, prima della proiezione, la giovane
produttrice. Un’opera che è allo stesso tempo emotiva e documento storico
del presente e che, per la sua denuncia e il suo impegno politico, si lascia
perdonare alcune imperfezioni di forma e debolezze nella sceneggiatura. Ma la
carica e il messaggio sono altri; la fuga verso le tante americhe del mondo
occidentale (la Spagna, relativamente al lavoro di Arregui) è il sogno di un
mondo che non esiste e che sfrutta, da secoli, una parte del globo.
Voto:
6,5
Mauro Ravarino
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NADAR SOLO
(Ezequiel
Acuña) |
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Un
ragazzo apatico e incerto sul suo futuro parte alla ricerca del
fratello.
Dopo
“Fuera de juego” arriva in concorso un altro film sudamericano per
certi versi simile (nell’affrontare la tematica adolescenziale, ma qui
mancano i riferimenti politici). Purtroppo il risultato non è
ugualmente interessante. Acuna nell’avvicinarsi al suo personaggio
sceglie un approccio più intimista, meno aggressivo, nel tentativo di
riprendere la noia, l’apatia, l’incertezza, la perdita della
speranza di una generazione. Di fronte a un tema così delicato e a
sentimenti così poco definiti, la sensazione è che il film non arrivi
mai al bersaglio, che Acuna si perda lungo un cammino e un film che
cercano catarsi e conforto di fronte al mare.
Voto: 5 Stefano
Trinchero
Voto: 3
Luigi Garella
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PRZEMIANY
- CAMBIAMENTI - CHANGES
(Lukasz
Barczyk) |
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Adrian
conosce la famiglia della sua fidanzata Wanda, la madre, le sorelle, una
nipote. Il suo presente di disoccupato ed il suo atteggiamento sfrontato
non rendono facili le cose come d'altronde la labilità psichica di
tutti gli altri. Il suo atteggiamento almeno avrà buoni risultati su
una delle sorelle di Wanda.
Nello
psicotico ambiente famigliare di Wanda, Adrian è l'elemento alieno e
disturbante che si limita a spingere oltre il limite una condizione già
precaria. Arrivato la notte per incontrare la fidanzata, si lega ad una
sorella, sottomessa e fragile. Barczyk costruisce ambienti e situazioni
che sfiorano la surrealtà, personaggi la cui ambiguità è seconda solo
alla grettezza, si attacca ai volti degli attori (ottimamente diretti)
denudano la marcescenza delle convenzioni cui il gruppo familiare tenta
d'aderire. I legami di sangue e la sessualità si rivelano ben presto
come i meccanismi attorno a cui rivoluzionano i rapporti, nel primo caso
si sfaldano, con la seconda ritrovano una forza annichilita che almeno
offre il barlume di gioia della novità.
Girato
in 16mm "Cambiamenti" e poi gonfiato a 35 mostra la maturità
di un autore in grado di gestire ed instaurare differenti regimi
narrativi con eguale efficacia, in una durata minima e senza concedersi
facili divagazioni nella poesia. La scoperta della sessualità gioiosa
non è certo un tema nuovo ma inserito nell'abile tessuto (di)mostrativo
del film, ebbene, rivela interessanti sfaccettature fisiche ed emotive.
Voto:
6,5
Luigi Garella
Scoperchia i desideri repressi e le contraddizioni, le
fantasie e le ipocrisie, l’istinto e le tensioni appesi ad un equilibrio
fragile, implosi da un feroce moralismo familista. E’ l’avvento di
Adrian, trentenne che fa visita alla casa della fidanzata Wanda, per
chiederla in sposa, suscitando una serie di drammi, passioni e sofferenze.
L’effetto, al di là del paradosso, è quello di un vulcano
dall’aspetto placido che esplode deformando il territorio circostante.
L’uomo è l’elemento di rottura, di non ritorno, nella vita di
provincia di una famiglia polacca, guidata da una madre autoritaria.
Dietro all’ordine, che nella villa parrebbe sovrano, alle
“oppressioni” religiose e al perbenismo borghese, regna il caos delle
pulsioni e dei sentimenti.
Prezimiany
si avvicina al Von Trier meno dogmatico delle “Onde del destino” e
guarda agli intrecci psicologici di Fassbinder. Sfonda le pareti del
“kammerspiel” per sfiorare la società polacca e seguire i tormenti
dei protagonisti, rischiando di cadere nel patetico e qualche volta nel
melò, ma rimanendo in piedi grazie anche alla buona interpretazione degli
attori.
Voto:
6,5
Mauro Ravarino
Voto: 7
Stefano Trinchero
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RABUN
(Yasmin Ahmad) |
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Pak Atan e
Mak Inom, una coppia di sessantenni in pensione stanchi della città,
colgono al volo l’occasione di tornare a vivere in campagna dopo che
Pak Atan eredita la casa del proprio padre.
Il Cuore non basta
"Un film che scaturisce dal cuore". Con
queste parole la malese Yasmin Ahmad presenta il suo primo
lungometraggio. Girato in sedici millimetri ma proiettato in DVD, "Rabun"
gode del privilegio di essere ammesso al Concorso Internazionale del 21°
Torino Film Festival. Se le intenzioni sono buone, il risultato non va
però oltre il filmino tra amici. L'unico aspetto degno di nota, e
atipico rispetto ai legami affettivi che siamo abituati a vedere nelle
messe in scena occidentali, è la dolcezza della coppia protagonista:
due sessantenni in fuga dalla città alla ricerca di quiete nella
campagna. Tolto questo, i siparietti da sit-com, la mimica esagerata
della recitazione e le eterne sequenze con inquadratura fissa (molte
volte su un'auto parcheggiata o in movimento vista dall'esterno o su
personaggi che si muovono in lontananza) non facilitano il
coinvolgimento. È vero, non c'è bisogno di montaggio sincopato o di
continui campi e controcampi per far nascere un'emozione e può essere
interessante e di stimolo rivoluzionare la grammatica di un linguaggio
in continua evoluzione come il cinema, ma "Rabun" riesce a
porre l'attenzione sui personaggi e a evitare la noia solo in pochissimi
momenti (le reciproche abluzioni, il finale collettivo). Troppo poco per
novanta minuti di proiezione.
Voto:
5
Luca Baroncini
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SAL-IN-EUI-CHOO-EOK
- Memories of a Murder
(Joon-Ho
Bong) |
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In
Corea, nella provincia di Gyunggi, viene rinvenuto il cadavere di una
giovane donna, stuprata e uccisa. Un paio di mesi dopo si verificano
altri stupri e omicidi in circostanze simili. In un villaggio totalmente
estraneo a crimini così efferati si fa sempre più pressante il timore
della presenza di un serial killer.
Ritratto di un paese in giallo
Nel
1986 un serial killer minaccia la quiete di un piccolo paese coreano. Le
vittime sono giovani donne e le sevizie avvengono in giornate di
pioggia. Gli investigatori, impreparati a fronteggiare l'evento,
brancolano nel buio, i delitti si susseguono e da Seul viene inviato un
detective in aiuto. Lo scontro tra provincia e città, fallimentare per
entrambe le realtà, è lo spunto per denunciare l'arretratezza
culturale e sociale di un intero paese, sia nelle grandi città come nei
piccoli villaggi ad un livello assai lontano da condizioni di vita
civili. Basta pensare che la ferita di un chiodo può ancora causare il
tetano, con conseguente salvezza dipendente unicamente
dall'amputazione dell'arto infetto. Il genere thriller diventa
quindi un mezzo per raccontare la Corea, alla fine vera protagonista del
lungometraggio del giovane e acuto regista Boon Joon-Ho. Il ritratto che
ne esce è poco confortante e la fiction funziona perfettamente come
cartina di tornasole politica: gli investigatori locali fabbricano false
prove, picchiano a sangue i sospetti, devono ricorrere agli U.S.A. per
l'esame del Dna, credono con gigioneria a qualsiasi pista (non sono
stati trovati peli pubici e allora si cercano sospettati glabri; nei
giorni dei delitti è stata programmata in radio sempre la stessa
canzone e viene incriminato il giovane che l'ha richiesta). La regia,
nonostante qualche lungaggine, imprime personalità al racconto
attraverso una messa in scena capace di coniugare il grottesco delle
indagini con il sottotesto di denuncia, sottile e caustico ma non per
questo poco incisivo. Particolarmente efficaci, grazie anche a un
adeguato commento sonoro, le sequenze degli omicidi, che riescono a
mantenere un buon livello di tensione nonostante l'evidenza del tragico
decorso che avranno gli eventi.
Voto:
7
Luca Baroncini
I
canoni del film su serial killer sono tutti rispettati da Bong Joon-Ho, al
suo secondo film dopo Barking Dogs never Bite, o meglio utilizza ogni
cliché del cinema hollywoodiano, situazioni e schemi d'intuizione ben
collaudati, impiantandoli in un piccolo centro della Corea. Come è nelle
sue corde il registro di commedia permette all'insieme di amalgamarsi con
coerenza ed efficacia. Il poliziotto buffo che si crede genio intuitivo,
il collega violento e scemo, l'estraneo che viene da Seul con manie da
superpoliziotto serio e con metodi d'immedesimazione attoriale. La vicenda
si organizza in false piste, errori ed incomprensioni, tratta da un
irrisolto caso reale: lontano dalle asfissianti indagini del nipponico
Cure di Kurosawa Kyoshi e dalle fobie urbane americane.
Il
cinema coreano ancora una volta si confronta, anche se ora marginalmente,
con la storia patria - si veda il finale ai nostri giorni, non disdegnando
affatto d'essere prodotto di buon intrattenimento. "Memories of a
Murder" è opera matura e, forse, già declinante verso la stasi
creativa, corretto e formalmente ineccepibile ma con i germi della
malattia della riproposizione di situazioni funzionali che fa temere il
peggio.
Voto: 6,5
Luigi Garella
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