TORINO 2003
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
-   - ANTES QUE O TEMPO MUDE di Luis Fonseca
    - CRUDE di Paxton Winters
    - FUERA DE JUEGO di Victor Arregui
    - HAKO di Kanji Nakajima
    - I CINGHIALI DI PORTICI di Diego Olivares
    - LA FIN DU RÈGNE ANIMAL di Joël Brisse
    - NADAR SOLO di Ezequiel Acuña
    - NAFAS-E AMEEGH di Parviz Shahbazi
    - PRZEMIANY di Lukasz Barczyk
    - RABUN di Yasmin Ahmad
    - SAL-IN-EUI-CHOO-EOK di Joon-Ho Bong
    - STRUGGLE di Ruth Mader
    - SULLA MIA PELLE di Valerio Jalongo
    - UN HOMME, UN VRAI di Arnaud Larrieu, Jean-Marie Larrieu

 

 

- IN CONCORSO

 

ANTES QUE O TEMPO MUDE
(Luis Fonseca)


Due sorelle alle prese con le incertezze delle vita e con la fragilità dei rapporti con le persone che le circondano (uomini, genitori e figli).

Non possiamo che rallegrarci alla vista di due film all’interno del festival prodotti dalla Contracosta produçoes di Pedro Costa (l’altro è “Durante o fim” di Joao Trabulo, fuori concorso), piccola casa indipendente nata (quasi per necessità) in occasione del tournage di “No quarto da Vanda”. Antes que o tempo mude (“Prima che le cose cambino”) è film dalla struttura semplice, rimane appiccicato ai suoi corpi e agli spazi dentro cui sono contenuti nel tentativo (non sempre riuscito) di lasciar trasparire il malessere che grava sui suoi protagonisti. Veicolo di questa difficoltà di stare al mondo è spesso il corpo nudo della protagonista, filmato fin dalla prima sequenza durante violenti amplessi con uomini diversi. Le sequenze più riuscite sono probabilmente quelle in cui Fonseca filma i protagonisti di fronte al mare, nudi sulla sabbia che come l’acqua rimane attaccata ai loro corpi. Il film propone insomma i risultati migliori quando mostra i suoi personaggi isolati in uno spazio intimo, ma stenta nei dialoghi e nella tessitura dei rapporti tra i personaggi. Fonseca è un esordiente di probabile talento, ma spesso il suo cinema contemplativo e tabagista rischia di impantanarsi di fronte a momenti poco significativi per lo spettatore.

Voto:  5,5                               Stefano Trinchero


Voto:  4                                      Luigi Garella

 

CRUDE
(Paxton Winters)


Due ragazzi americani in vacanza in Turchia guardando un notiziario alla tv pensano di cercare un modo per vendere uno scoop alla televisione. Decidono di viaggiare per la Turchia (insieme a un ricco ragazzo turco che conoscono a Istanbul) alla ricerca di un fantomatico terrorista da intervistare e finiranno per inscenare un falso rapimento.

Potremmo definire Crude una commedia di viaggio. Winters segue i suoi protagonisti con una camera digitale nel loro viaggio senza meta attraverso una terra sconosciuta che non hanno paura di affrontare nonostante gli siano completamente estranei. Qualche equivoco portato dall’ingenuità e dalla non troppo marcata intelligenza dei protagonisti strappa qualche risata lungo il viaggio, e Winters non riesce a rifuggire la tentazione di inserire qualche ripresa del paesaggio formato cartolina. Rozzo e inconcludente in alcuni momenti ma piuttosto godibile in altri.

Voto:  5                               Stefano Trinchero


Voto:  5                                    Luigi Garella


Voto:  6                                Mauro Ravarino

 

FUERA DE JUEGO
(Victor Arregui)


La storia di Juan, un adolescente ecuadoriano alle prese con la difficoltà di scontrarsi con la tragica situazione politica del suo paese.

La presentazione in sala è avvenuta in assenza del regista, rimasto in Ecuador per problemi di salute. Al suo posto ha introdotto il film la giovanissima produttrice, che non ha saputo trattenere lacrime di commozione raccontando delle due scritte che erano presenti a fine film e che sono state asportate: dicevano che negli ultimi 5 anni il 20%della popolazione ecuadoriana è emigrata e che il 60% vive sotto la soglia di povertà. La situazione nella repubblica sudamericana che è “il primo esportatore mondiale di schiavi” è davvero disperata. Nel dipingerla Arregui non ha potuto fare a meno di servirsi di dosi massicce di documentarismo. Non soltanto scendendo per strada a filmare le rivolte contro il governo, ma scegliendo di riprendere ogni sequenza del film nei luoghi reali in cui si sono svolti i fatti. Il risultato è un film doloroso e potente, la storia di Juan, un ragazzino che cresce nella povertà (come quasi tutta la popolazione dopo che il governo ha requisito tutti i loro risparmi) cercando il punto di svolta e muovendosi tra il sogno della partenza, le tentazioni della malavita, la prospettiva di un lavoro onesto da sfruttato e le prime pulsioni amorose. Il girovagare senza meta del protagonista finisce col trasformarsi nell’affresco di un incubo dove ogni uscita è negata.

Voto:  7                                Stefano Trinchero


Tra fiction e documentario, attraverso gli occhi di un ragazzino e le immagini televisive, Fuera De Juego affronta gli ultimi tragici eventi in Ecuador: gli scontri, la repressione, la rivolta degli Indios, la caduta del Presidente della Repubblica, Jamil Mahuad, e la successiva presa del potere da parte di Gustavo Noboa.
Un Sudamerica tanto dimenticato quanto governato da oligarchi fantocci, raccontato dal “basso”, tra le sofferenze e gli amori della gente, e dall’ ”alto” con le lunghe panoramiche su Quito. A guidarci è il desiderio del giovane Juan di scappare e il suo inevitabile contatto con la criminalità, per racimolare i soldi alla ricerca di un futuro migliore.
Un film a low-budget, con attori non professionisti, realizzato col cuore e con le lacrime, come ha raccontato in sala, prima della proiezione, la giovane produttrice. Un’opera che è allo stesso tempo emotiva e documento storico del presente e che, per la sua denuncia e il suo impegno politico, si lascia perdonare alcune imperfezioni di forma e debolezze nella sceneggiatura. Ma la carica e il messaggio sono altri; la fuga verso le tante americhe del mondo occidentale (la Spagna, relativamente al lavoro di Arregui) è il sogno di un mondo che non esiste e che sfrutta, da secoli, una parte del globo.

Voto:  6,5                                Mauro Ravarino

 

NADAR SOLO
(
Ezequiel Acuña)


Un ragazzo apatico e incerto sul suo futuro parte alla ricerca del fratello.

Dopo “Fuera de juego” arriva in concorso un altro film sudamericano per certi versi simile (nell’affrontare la tematica adolescenziale, ma qui mancano i riferimenti politici). Purtroppo il risultato non è ugualmente interessante. Acuna nell’avvicinarsi al suo personaggio sceglie un approccio più intimista, meno aggressivo, nel tentativo di riprendere la noia, l’apatia, l’incertezza, la perdita della speranza di una generazione. Di fronte a un tema così delicato e a sentimenti così poco definiti, la sensazione è che il film non arrivi mai al bersaglio, che Acuna si perda lungo un cammino e un film che cercano catarsi e conforto di fronte al mare.

Voto:  5                               Stefano Trinchero


Voto:  3                                   Luigi Garella

 

PRZEMIANY - CAMBIAMENTI - CHANGES
(Lukasz Barczyk)


Adrian conosce la famiglia della sua fidanzata Wanda, la madre, le sorelle, una nipote. Il suo presente di disoccupato ed il suo atteggiamento sfrontato non rendono facili le cose come d'altronde la labilità psichica di tutti gli altri. Il suo atteggiamento almeno avrà buoni risultati su una delle sorelle di Wanda.

Nello psicotico ambiente famigliare di Wanda, Adrian è l'elemento alieno e disturbante che si limita a spingere oltre il limite una condizione già precaria. Arrivato la notte per incontrare la fidanzata, si lega ad una sorella, sottomessa e fragile. Barczyk costruisce ambienti e situazioni che sfiorano la surrealtà, personaggi la cui ambiguità è seconda solo alla grettezza, si attacca ai volti degli attori (ottimamente diretti) denudano la marcescenza delle convenzioni cui il gruppo familiare tenta d'aderire. I legami di sangue e la sessualità si rivelano ben presto come i meccanismi attorno a cui rivoluzionano i rapporti, nel primo caso si sfaldano, con la seconda ritrovano una forza annichilita che almeno offre il barlume di gioia della novità.
Girato in 16mm "Cambiamenti" e poi gonfiato a 35 mostra la maturità di un autore in grado di gestire ed instaurare differenti regimi narrativi con eguale efficacia, in una durata minima e senza concedersi facili divagazioni nella poesia. La scoperta della sessualità gioiosa non è certo un tema nuovo ma inserito nell'abile tessuto (di)mostrativo del film, ebbene, rivela interessanti sfaccettature fisiche ed emotive.
 

Voto:  6,5                                Luigi Garella


Scoperchia i desideri repressi e le contraddizioni, le fantasie e le ipocrisie, l’istinto e le tensioni appesi ad un equilibrio fragile, implosi da un feroce moralismo familista. E’ l’avvento di Adrian, trentenne che fa visita alla casa della fidanzata Wanda, per chiederla in sposa, suscitando una serie di drammi, passioni e sofferenze. L’effetto, al di là del paradosso, è quello di un vulcano dall’aspetto placido che esplode deformando il territorio circostante.
L’uomo è l’elemento di rottura, di non ritorno, nella vita di provincia di una famiglia polacca, guidata da una madre autoritaria. Dietro all’ordine, che nella villa parrebbe sovrano, alle “oppressioni” religiose e al perbenismo borghese, regna il caos delle pulsioni e dei sentimenti.
Prezimiany si avvicina al Von Trier meno dogmatico delle “Onde del destino” e guarda agli intrecci psicologici di Fassbinder. Sfonda le pareti del “kammerspiel” per sfiorare la società polacca e seguire i tormenti dei protagonisti, rischiando di cadere nel patetico e qualche volta nel melò, ma rimanendo in piedi grazie anche alla buona interpretazione degli attori.

Voto:  6,5                               Mauro Ravarino


Voto:  7                                Stefano Trinchero

 

RABUN
(Yasmin Ahmad)


Pak Atan e Mak Inom, una coppia di sessantenni in pensione stanchi della città, colgono al volo l’occasione di tornare a vivere in campagna dopo che Pak Atan eredita la casa del proprio padre.

Il Cuore non basta

"Un film che scaturisce dal cuore". Con queste parole la malese Yasmin Ahmad presenta il suo primo lungometraggio. Girato in sedici millimetri ma proiettato in DVD, "Rabun" gode del privilegio di essere ammesso al Concorso Internazionale del 21° Torino Film Festival. Se le intenzioni sono buone, il risultato non va però oltre il filmino tra amici. L'unico aspetto degno di nota, e atipico rispetto ai legami affettivi che siamo abituati a vedere nelle messe in scena occidentali, è la dolcezza della coppia protagonista: due sessantenni in fuga dalla città alla ricerca di quiete nella campagna. Tolto questo, i siparietti da sit-com, la mimica esagerata della recitazione e le eterne sequenze con inquadratura fissa (molte volte su un'auto parcheggiata o in movimento vista dall'esterno o su personaggi che si muovono in lontananza) non facilitano il coinvolgimento. È vero, non c'è bisogno di montaggio sincopato o di continui campi e controcampi per far nascere un'emozione e può essere interessante e di stimolo rivoluzionare la grammatica di un linguaggio in continua evoluzione come il cinema, ma "Rabun" riesce a porre l'attenzione sui personaggi e a evitare la noia solo in pochissimi momenti (le reciproche abluzioni, il finale collettivo). Troppo poco per novanta minuti di proiezione.

Voto:  5                                 Luca Baroncini

 

SAL-IN-EUI-CHOO-EOK - Memories of a Murder
(
Joon-Ho Bong)


In Corea, nella provincia di Gyunggi, viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna, stuprata e uccisa. Un paio di mesi dopo si verificano altri stupri e omicidi in circostanze simili. In un villaggio totalmente estraneo a crimini così efferati si fa sempre più pressante il timore della presenza di un serial killer.


Ritratto di un paese in giallo

Nel 1986 un serial killer minaccia la quiete di un piccolo paese coreano. Le vittime sono giovani donne e le sevizie avvengono in giornate di pioggia. Gli investigatori, impreparati a fronteggiare l'evento, brancolano nel buio, i delitti si susseguono e da Seul viene inviato un detective in aiuto. Lo scontro tra provincia e città, fallimentare per entrambe le realtà, è lo spunto per denunciare l'arretratezza culturale e sociale di un intero paese, sia nelle grandi città come nei piccoli villaggi ad un livello assai lontano da condizioni di vita civili. Basta pensare che la ferita di un chiodo può ancora causare il tetano, con conseguente salvezza dipendente unicamente  dall'amputazione dell'arto infetto. Il genere thriller diventa quindi un mezzo per raccontare la Corea, alla fine vera protagonista del lungometraggio del giovane e acuto regista Boon Joon-Ho. Il ritratto che ne esce è poco confortante e la fiction funziona perfettamente come cartina di tornasole politica: gli investigatori locali fabbricano false prove, picchiano a sangue i sospetti, devono ricorrere agli U.S.A. per l'esame del Dna, credono con gigioneria a qualsiasi pista (non sono stati trovati peli pubici e allora si cercano sospettati glabri; nei giorni dei delitti è stata programmata in radio sempre la stessa canzone e viene incriminato il giovane che l'ha richiesta). La regia, nonostante qualche lungaggine, imprime personalità al racconto attraverso una messa in scena capace di coniugare il grottesco delle indagini con il sottotesto di denuncia, sottile e caustico ma non per questo poco incisivo. Particolarmente efficaci, grazie anche a un adeguato commento sonoro, le sequenze degli omicidi, che riescono a mantenere un buon livello di tensione nonostante l'evidenza del tragico decorso che avranno gli eventi.

Voto:  7                                  Luca Baroncini


I canoni del film su serial killer sono tutti rispettati da Bong Joon-Ho, al suo secondo film dopo Barking Dogs never Bite, o meglio utilizza ogni cliché del cinema hollywoodiano, situazioni e schemi d'intuizione ben collaudati, impiantandoli in un piccolo centro della Corea. Come è nelle sue corde il registro di commedia permette all'insieme di amalgamarsi con coerenza ed efficacia. Il poliziotto buffo che si crede genio intuitivo, il collega violento e scemo, l'estraneo che viene da Seul con manie da superpoliziotto serio e con metodi d'immedesimazione attoriale. La vicenda si organizza in false piste, errori ed incomprensioni, tratta da un irrisolto caso reale: lontano dalle asfissianti indagini del nipponico Cure di Kurosawa Kyoshi e dalle fobie urbane americane.
Il cinema coreano ancora una volta si confronta, anche se ora marginalmente, con la storia patria - si veda il finale ai nostri giorni, non disdegnando affatto d'essere prodotto di buon intrattenimento. "Memories of a Murder" è opera matura e, forse, già declinante verso la stasi creativa, corretto e formalmente ineccepibile ma con i germi della malattia della riproposizione di situazioni funzionali che fa temere il peggio.

Voto:  6,5                                  Luigi Garella

 

 

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