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ALL THE REAL GIRLS
(David
Gordon Greene) |
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In una piccola città del North Carolina il
ventiduenne Paul, donnaiolo impenitente dalla vivace vita sessuale, si
innamora della sorella minore del suo miglior amico, la diciottenne Noel.
Amicizie&amori nella microrealtà di una
provincia statunitense che marchia le vite: un ritratto minimalista
degli scapestrati di ieri che oggi, mettendo la testa a posto, si
bruciacchiano le ali e versano calde lacrime, alla faccia dei bulli che
furono; un film che comincia benino, tutto giocato sui mezzi toni e
sulla fine descrizione di un ambiente, condito da dialoghi di misurata
amenità che fanno trasparire qualche parentela con i deliziosi filmetti
di Ed Burns ma che inciampa presto sullo stravisto, sulla risoluzione
telefonata, sul drammaccio teenageriale riciclato, incappando in pieno
in quella melensaggine da cui all'inizio sembrava piuttosto lontano.
Voto:
4,5
Luca Pacilio
L’attesa per il nuovo film di David
Gordon Green, dopo l’eccellente esordio “George Washington” era
tanta. Purtroppo le aspettative non sono state del tutto soddisfatte o
meglio, “All the real girls” non è assolutamente un brutto film, ma
David lo consideravamo già un amico, dopo la magica anomalia che vinse
il Festival del 2000, sempre pronto a stupirci.
Nella sua seconda opera, presentata al Sundance dove ha vinto il premio
speciale della giuria, ritornano la provincia, una cittadina del North
Carolina, le atmosfere estatiche, i personaggi strambi e la splendida
fotografia dai colori saturi, luminosi e bruciati.
Gli ingredienti quindi ci sarebbero, manca invece il vero scarto dalla
norma che porta il film a trasformarsi sul finale in una commedia
sentimentale con qualche sapore “hollywodiano” (noi gli
indipendenti!), seppure la dolcezza disincantata nel raccontare il
rapporto tra Paul, che ha la fama di sciupafemmine, e Noel, sorella del
rude amico Pitt, sia sì
lineare ma non canonica.
Mezzo
punto in più per la colonna Sonora “indie rock” (Will Oldham, Sparklehorse,
Mogwai, Explosions In The Sky e Promise Ring) che si meritava di
più, speriamo per la prossima, David!
Voto: 6,5
Mauro Ravarino
Voto: 6
Luigi Garella
Voto: 5
Stefano Trinchero
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AMERICAN
SPLENDOR
(Robert Pulcini, Shari Springer Berman) |
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American
Splendor è basato sulla saga autentica di un uomo comune che ha trovato
amore, famiglia e una voce creativa attraverso i fumetti.
Il
vero Cinema
in 3 D (senza
bisogno di
occhiali)
L'ennesimo
fumetto saccheggiato dal cinema si potrebbe pensare, perché
"American Splendor" è una serie di strisce di culto
nell'underground newyorchese, invece il film di Robert Pulcini e Shari
Springer Berman, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film
Festival 2003 e presente anche a Cannes nella sezione "Un Certain
Regard", è un'opera di difficile classificazione. La struttura è
molto complessa e si basa sull'interazione di tre differenti livelli
narrativi e visivi. Prima di tutto c'è il fumetto, che deve il suo
successo alla capacità di raccontare la vita di un uomo qualunque di
fronte a difficoltà quotidiane: un impiegato alle prese con le donne,
gli amici, i venerdì sera alcolici, il routinario lavoro di archivista,
le ambizioni, la spesa al supermercato. La sua forza è nell'antieroismo
del protagonista e nello sguardo disincantato e ammantato di purezza con
cui attraversa le voragini emotive causate dal semplice ma implacabile
succedersi delle giornate. Un aspetto che trova terreno fertile nel
lettore/spettatore perché consente una diretta immedesimazione. Al
fumetto, che interrompe e arricchisce in più di un'occasione il
racconto, si aggiunge il documentario, con i reali protagonisti della
vicenda: Harvey Pekar, sua moglie, i colleghi di lavoro, gli amici e i
conoscenti. Il fumettista, infatti, non ha fatto altro che trasferire su
carta, con l'aiuto di disegnatori esperti, la sua vita, affrontata con
un piglio da "Forrest Gump" più cupo e consapevole. Alla
realtà si affianca poi la finzione cinematografica, che inscena le
comic-strip che a loro volta ripercorrono la vita dell'autore. Un unico
Harvey Pekar, quindi, e tre diversi modi di metterlo in scena attraverso
una complicata miscellanea di forme espressive che giocano tra realtà e
finzione raggiungendo un miracoloso equilibrio. Il merito è soprattutto
della regia che riesce a tenere sotto controllo la resa espressiva di
ogni singolo elemento. Strabiliante l'aderenza fisica di Paul Giamatti,
una sorta di fumetto in carne ed ossa grondante simpatia. Alla fine ciò
che ne esce è un originale ritratto della provincia americana (il luogo
dell'azione è la cittadina di Cleveland nell'Ohio) tra il sorriso e la
malinconia. Un modo singolare e ironico di farsi beffe e cavalcare il
sogno americano.
Voto: 7,5
Luca Baroncini
Che l'epica americana sia consegnata ai fumetti ce
lo stanno ricordando in tanti (a parte tutta la celluloide tratta dai
giornaletti di successo conclamato, anche quella di fenomeni meno vistosi
quali GHOST WORLD - senza dimenticare l'indiretto omaggio dello Shyamalan
di UNBREAKABLE e, in letteratura, il Michael Chabon de Le fantastiche
avventure di Kavalier e Clay -): quella rappresentata nelle vignette
di Pekar è sì una controepica della sconfitta, ma non meno attraente di
quella vittoriosa degli eroi della Marvel, per quanto più difficile da
digerire (vedasi il significativo incipit dei bimbi travestiti per
Halloween). La storia dell'antieroe, ritratto senza idealismi in un
fumetto-verità in sensibile anticipo sui tempi, si dipana su tre livelli
- vita reale, comic e film - e si muove a metà strada tra
documentario e fiction anche se in modo non necessariamente arguto
dato che, mi pare, la questione lasciava spazio a ben poche alternative:
autobiografico il fumetto, inevitabilmente autobiografico il film che
parla della vita di Pekar - e quindi del fumetto - e in cui si racconta,
alla fine, della pubblicazione del fumetto che parla del film che viene
tratto dal fumetto. Un contorsionismo cacofonico e autoreferenziale - in
cui le diverse piste vanno ad incrociarsi sull'uomo in quanto personaggio
e viceversa - che pur avendo una sua finezza, prosciugato com'è da
retoriche e tentazioni celebrative, sembra però consumare in questa
spirale e nel suo peculiare ibridismo gran parte dei suoi motivi di
interesse.
Voto: 6
Luca Pacilio
Lonely Tunes
Alla
loro prima esperienza di fiction, i documentaristi Berman e Pulcini
traggono dai fumetti (autobiografici) di Harvey Pekar una fantasia visiva
in cui i diversi livelli di realtà (e/o simulazione) mescolano senza
tregua le carte del racconto, evitando con sorprendente levità le
trappole tipiche del docu-drama. Fumetto animato (popolato da attori e
disegni in felice coabitazione), racconto canonicamente (de)strutturato
(scene della vita di HP, interpretate magistralmente da un cast in cui
spicca la classe di Hope Davis), intervista (a HP, alla moglie, ad amici e
collaboratori più o meno diretti e/o volontari), visita guidata del set
(persone e arredi scenici sospesi in uno spazio vuoto e bianco difficile
da dimenticare – più brechtiano di tanti esperimenti scandinàààvi
di nuovo conio –), documentario (le puntate del David Letterman Show)
s’incontrano, si specchiano, si contraddicono (senza proporre chiavi di
lettura di definitiva inutilità) e creano una rapsodia brillante e a
tratti struggente. Se la vita è illusione, l’illusione è vita: le
maschere (anche invisibili, vedi la scena prima dei titoli di testa, in
cui Harvey si traveste da… se stesso per Halloween) permettono di
sopravvivere nel carcere di un fumetto grande(/piccolo) e segretamente
solitario come l’esistenza.
Voto: 7
Stefano Selleri |
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BRIGHT LEAVES
(Ross McElvey) |
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Viaggio di McElwee nelle terre della nativa North
Carolina, dove il bisnonno creò la famosa marca di tabacco Bull Durham.
Un documentario che parte da una premessa
(l'indagine su un film di Curtiz con Gary Cooper che interpreta un
personaggio che si ispirerebbe al bisnonno del regista, un industriale
del tabacco caduto in rovina) per approdare da tutt'altra parte (un
tenerissimo film familiare, una riflessione intima e toccante). Dai
danni e dal fascino del tabagismo, alla storia di una terra (il North
Carolina), dall'esplorazione di un quasi bergmaniano "posto del
tabacco" all'amore filiale, dall'Hollywood movie all'home
movie si tocca il micro, si arriva al macro e ritorno. Senza
rinunciare mai all'humour, tra eventi grandi e piccoli, il regista
dipinge l'America e riflette sul cinema, trovando spazio in quest'opera
di seduzione ineffabile, che svela come macguffin birichino il
suo punto di partenza, anche una sagace e (auto)ironica riflessione
teorica: cinema aperto a tutte le suggestioni, che dà spazio al sentire
senza andare in cerca di giustificazioni. Incantevole.
Voto:
8
Luca Pacilio
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DOMESTIC
VIOLENCE 2
( Frederick Wiseman) |
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Il
documentario si focalizza sul sistema giudiziario americano in materia
di violenza domestica.
Dietro la Porta Chiusa
Il titolo potrebbe far pensare al
sequel di un horror a basso costo, invece è la seconda incursione nei
territori della violenza domestica da parte di Frederick Wiseman, uno
dei più famosi documentaristi americani. Se nella prima parte l'occhio
del regista si soffermava sulla concretezza dei fatti, filmando gli
interventi della polizia alle chiamate di denuncia e l'attività delle
associazioni per la protezione di donne e minori, in questa ulteriore
tappa assistiamo ai risvolti giudiziari degli episodi di violenza. A
essere messo in discussione è perciò il Sistema Giudiziario Americano.
Il luogo dell'azione è ancora la cittadina di Tampa in Florida e il
documentario segue alcune giornate in cui si succedono a ritmo serrato
udienze preliminari e veri e propri processi. Alla base sempre e
comunque un'aggressività esplosa tra le mura di casa, messa tra
parentesi e vestita il più possibile con gli abiti della calma per
fronteggiare la sentenza di una Corte Giudiziaria. L'occhio guardone
dello spettatore entra ed esce da storie di ogni tipo, tutte nate da
incomprensioni sfociate in liti e lasciate in balia di una rabbia, forse
atavica, forse motivata da disagi sociali, in ogni caso incapace di
essere gestita attraverso il dialogo e la comunicazione. Il più delle
volte la causa dell'alterco sfociato in violenza è la non sobrietà
dell'imputato, che ha agito sotto gli effetti distorcenti dell'alcool,
forse scelto quando le parole non erano più in grado di affrontare un
malessere o forse proprio per l'incapacità di dare voce ad un senso di
inadeguatezza. Tutte considerazioni a cui si giunge senza alcuna
forzatura da parte del regista, che evita commenti e si limita, con un
efficace taglio asciutto, a registrare i fatti. Nonostante
l'apprezzabile scelta di non condizionare l'emotività delle immagini,
non manca un punto di vista personale, discreto e incisivo, attraverso
sottili notazioni di ambiente. Appare con evidenza, ad esempio, il
contrasto tra la routine delle pratiche processuali e la disperazione e
il disagio di chi non è abituato a muoversi tra incartamenti, accuse e
relative difese (anche se la maggior parte degli indiziati mostra sangue
freddo e determinazione). Vediamo così gli sbadigli delle guardie, il
distacco di segretarie e stenografe, le lacrime (il più delle volte
contratte) e la tensione di chi è sotto giudizio, l'umanità (intesa
come natura umana e non come comprensione o benevolenza) del giudice:
smarrito, deciso, sensibile, ironico, arrogante ("Ha fatto
bene!" risponde a una donna che ha rotto la cornetta del telefono
in testa al marito molestatore). La conclusione esce dalla dettagliata e
gelida intimità delle mura giudiziarie per disegnare il perimetro della
violenza. Oggetto dello sguardo del regista diventano infatti gli
esterni delle abitazioni della città di Tampa: una placida distesa di
villette affiancate con ordine e decoro. Nulla lascerebbe supporre
furiose esplosioni di rabbia, ma i fatti dimostrano che le apparenze
ingannano e che il tepore familiare può diventare un ricattatorio
rifugio. Il dettaglio si allarga progressivamente passando dalle singole
case ai quartieri, poi alla città e all'intero paese: l'America.
Sarebbe curioso conoscere i retroscena del documentario e scoprire come
il regista è riuscito ad ottenere la liberatoria dai reali protagonisti
delle vicende. In "C'eravamo tanto amati" sapeva tutto di
teatrino taroccato per massaie, mentre qui a uscirne fuori è la natura,
tutt'altro che conciliata, dell'uomo e l'inadeguatezza di un sistema
giudiziario davanti a una materia così oscura.
Voto: 7,5
Luca Baroncini
Courtroom
Resurrection
Wiseman dedica a un reato forse indefinibile, certo
definito in modo frettoloso dalle leggi statunitensi (un paio di graffi
occasionali conta quanto una sequenza di percosse regolarmente
distribuite) un documentario lucido e rigoroso, la cui struttura episodica
e “casuale” è solo un’apparenza. Concentrandosi sul montaggio e
rinunciando del tutto a intrusioni esplicative, il regista costruisce un
horror in diretta sul meccanismo cieco della macchina-Giustizia. Il
cerimoniale ha la precedenza su qualunque cosa gli uomini e le donne
possano dire o fare, e se qualcuno si diverte (il primo giudice, un re
in ascolto intento a giocare con le telecamere come un regista alle
prime armi) o ne approfitta con bieco cinismo (il marito manesco che
proclama con toni da predicatore televisivo un’untuosa
“conversione”), gli altri, alle due estremità della lignea barriera,
soffrono in silenzio, si sbranano (il litigio a quattro, fra humour nero e
intrecciate menzogne), prorompono in un pianto (per nulla) liberatorio. E
mentre il lungo giorno volge al termine, la macchina da presa percorre i
quartieri residenziali, soffermandosi sulle facciate delle villette a
schiera: dietro le porte chiuse (non solo in Florida, come indicano gli
stacchi netti con cui ci si allontana dalla costa) la violenza domestica
sta per (ri)prodursi.
Voto: 7,5
Stefano Selleri
Voto: 7
Mauro Ravarino
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KISS ME DEADLY - UN BACIO E UNA
PISTOLA
(Robert
Aldrich) |
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Mike
Hammer una notte dà un passaggio ad una fuggitiva nuda. Da quel momento
il viscido investigatore si trova impegolato in una rogna più grande di
quanto possa grattare.
Nel 1955 il
declino del noir è dato per assodato, la grande stagione che ha il suo
formale inizio con Il Mistero del Falco si va spegnendo ma rimane un
impressionante cumulo di letteratura popolare a tenerne ferma la
memoria: Mikey Spillane è l'autore che meglio d'ogni altro riuscì a
raggiungere il grandissimo pubblico. Il suo eroe, il violento macho
investigatore Mike Hammer, con il suo atteggiamento brutale e destrorso
non viene quasi mai considerato per grandi produzioni di Hollywood.
Robert Aldrich, da tutt'altre posizioni politiche, rivolta come un
calzino le prospettive del romanzo di Spillane. Ambientato tra le
spiagge di Malibù e Bunker Hill, la collina povera che a quei tempi era
prerogativa di operai e povera gente. Il suo Hammer è un idiota
brutale, un uomo di Neanderthal (dice James Naremore in "More the
Night - Film Noir in its
context", Un. of California Press, 1998) che le donne trovano
irresistibile ma lo spettatore non può che credere disgustoso.
Specializzato in casi di divorzio ed investigazioni semi-legali, si
trova ad avere tra le mani un "great what's-it", un
gran-qualcosa, e non ha alcuna intenzione di retrocedere nonostante
quello che gli accade. Le donne che lo circondano, compresa la sua
assistente innamorata, muoiono, i suoi conoscenti lo avvertono senza
andare per le spicce, il suo unico amico, un meccanico messicano, viene
stritolato sotto una macchina. Una valigetta misteriosa contiene
materiale nucleare e nella folgorante luce che ne scaturisce, nessuno
trova la redenzione, nemmeno allontanandosi sulla spiaggia.
Nessun
problema morale impegna i personaggi, ogni avvertimento o consiglio ha
gli evidenti toni della minaccia, per quel che può valere per un sordo
crudele come Hammer, capace di spezzare con disprezzo un disco di Caruso
ad un italiano per ottenere un'informazione. Aldrich con Ernest Laszlo
costruisce un mondo dalle linee espressioniste in cui la violenza, la
tortura (quella mitica delle pinze) non sono nulla se non ovvietà.
Voto:
8,5
Luigi Garella
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PIANO BLUES
(Clint Eastwood) |
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Terzo
capitolo della storia e degli uomini del blues dopo quelli di Scorsese e
Wenders.
La
passione di Eastwood per l'unico genere autoctono di musica americana è
nota, le sue colonne sonore ne sono l'evidente manifesto, per non dire
del suo capolavoro "Bird". Ma il pianoforte è lo strumento
che per primo lo ha fatto interessare alla musica, cresciuto con i
dischi di Fats Waller, e quindi intervista gli interpreti più
significativi del "piano blues" contemporaneo. Se il più noto
è certamente Ray Charles, primo a comparire, non è che il primo a
mostrare la varietà di stili e sottogeneri che ogni zona degli Usa ha
sviluppato, da New Orleans a Chicago. Brevi interviste seguite da un
altrettanto concisa dimostrazione. Filmati di repertorio riportano in
vita avvenimenti e personaggi di un'epoca tramontata e vitalissima.
Eastwood presta una o due mani al pianista di turno, accompagna, tutti
sembrano divertirsi e se anche la durata pare eccessiva è un'opera
semplice e rispettosa del proprio tema. Ogni intervistato dimostra una
peculiarità ed il quadro complessivo, finale, è inaspettatamente
variegato.
Viene
distribuito in Europa solo per il mercato home video, forse anche dopo i
non gloriosi incassi dei capitoli precedenti.
Voto:
6
Luigi Garella
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THE FOG OF WAR: ELEVEN LESSONS - FROM THE LIFE OF ROBERT S. MCNAMARA
(Errol Morris) |
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Di fronte alla macchina da presa di Errol Morris,
Robert McNamara, ex Segretario della Difesa USA, ripercorre la sua
carriera politica, dalla Seconda Guerra Mondiale al conflitto in
Vietnam, passando per la crisi missilistica con Cuba.
Morris continua a contaminare la forma documentario
e ad usare in essa elementi della fiction. In FOG OF WAR non sono
stabiliti confini netti: laddove finisce il reperto comincia la
ricostruzione e la reinterpretazione figurativa. Il film dimostra in ciò
una compattezza disarmante, legato com'è dal racconto in prima persona
di McNamara, vera eminenza grigia dell'estabilishment
statunitense in una delle fasi storiche più delicate del secolo
passato, quella della guerra fredda prima e del conflitto vietnamita
poi. Invenzioni visive e filmati storici al servizio di undici
discutibili lezioni di politica e diplomazia in cui si intrecciano
strategiche ammissioni di colpa e il collaudato armamentario di un
astuto politicante (esemplare il passaggio di un'intervista di
repertorio in cui lo statista, esponendo al giornalista il modo in cui
riusciva sempre a cavarsela nei confronti televisivi afferma "Non
rispondo mai alla domanda che mi viene fatta, ma sempre a quella che
vorrei mi fosse stata posta") e che batte soprattutto sul concetto
dell'indefinibilità di un comportamento moralmente corretto in tempo di
guerra (Lezione 9 : Per fare del bene puoi fare del male). Morris
alterna la biografia e il fiume di parole (e di lacrime) del
protagonista con rappresentazioni semplici ed efficacissime (i pezzi di
domino che cadono uno dopo l'altro: l'"effetto" di una partita
tra i Grandi che ha il mondo come tavolo da gioco) e rimane quasi sempre
da parte, sollecitando di rado chiarimenti e spiegazioni.
La guerra, dice un antico detto, crea una nebbia che, rendendo
impossibile una chiara visione dei fatti, esonererebbe dal giudicare con
severità le scelte fatte e gli avvenimenti ad esse connessi; in questa
densa cortina McNamara, se da un lato dimostra come talvolta non basti
la razionalità a fronteggiare gli eventi - ché l'Imponderabile fa
capolino sempre e comunque (la ragione non ci salverà) -,
dall'altro sembra cercare la strada di un'assoluzione e una
giustificazione anche a crimini, eccidi e alle opzioni errate di una
politica estera troppo spesso scellerata. Morris da parte sua è
intelligente nel lasciare il campo al racconto sentito e partecipe
dell'uomo, ed è perfetto nell'utlizzo del contrappunto musicale,
affidato all'intensa colonna sonora firmata da Philip Glass che torna a
collaborare col regista dopo lo straordinario score di THE THIN
BLUE LINE.
Voto:
8
Luca Pacilio
Voto:
8
Luigi Garella
Voto:
8
Stefano Trinchero
Voto:
8,5
Mauro Ravarino
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THE PHENIX CITY STORY
(Phil
Karlson) |
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John
Patterson ritorna nella natia Phenix city e la trova come sempre,
oppressa dalla criminalità e dalle malversazioni, convince il padre a
candidarsi come giudice ma toccherà a lui in prima persona riportare la
legalità quando tutti sono morti.
Phenix
City, la città del vizio, è un curioso crime film di grande modernità.
Nel 1955 il noir era un genere declinante, salvo pochi esempi i prodotti
che trattavano d malavita erano regolati ferreamente da regole di
mercato (e moralità), Phil Karlson con gli sceneggiatori Crane Wilbur e
Daniel Mainwaring si dedica
alla vera vicenda di una città gestita dal crimine. Il quarto d'ora in
apertura (imperdibile) è occupato da interviste alle persone che
avevano vissuto gli eventi, a seguire le tecniche usate nelle bische per
truffare gli avventori. Dadi truccati, mazzi di carte manomessi, slot
machines. Le attività sembrano andare a gonfie vele finché, in seguito
al pestaggio di nu gruppo di anziani oppositori, John Patterson convince
finalmente il padre a tentare la svolta. Rhett Tanner, il boss locale,
non disposto a cedere avvia la spirale di violenza Jon aveva protetto un inserviente nero, ora la figlioletta di
questa viene gettata da un'auto in corsa nel giardino del giudice,
questo viene ucciso prima delle elezioni, la popolazione infine insorge
chiedendo l'aiuto della guardia nazionale per permettere lo svolgimento
delle votazioni. Il taglio gelido e documentaristico, con tecniche
d'inchiesta, conferisce ulteriore violenza a Phenix City, ben più di
una storia di crimini e criminali ma una ricerca di realismo che non
lascia indifferenti, non solo per la violenza (in quanti altri film del
periodo si vedono sanguinare le ferite di pallottola?) ma pure per uno
sguardo (il personaggio dell'inserviente) politico innovativo di cui
forse sarà memore il Romero della Notte dei Morti Viventi.
Voto: 7
Luigi Garella
Voto: 7
Stefano Trinchero
Voto: 5,5
Mauro Ravarino
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THIS SO-CALLED DISASTER
(Michael Almereyda) |
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Due
settimane di prove dell'allestimento di "The Late Henry Moss"
di Sam Shepard. Regia di Sam Shepard. Cast:
Sean Penn, Nick Nolte, Woody Harrelson, Cheech Marin, James Gammon.
"The
Late Henry Moss" è per Shepard un'opera di lunga gestazione,
centrata com'è sul suo rapporto con il padre alcolizzato e la sua
morte. Ogni riga di dialogo viene analizzata, corretta rifinita: se pare
fuori registro Shepard la elimina. Sul palco si muovono attori ben
riconoscibili, provano, cambiano i gesti, il regista interrompe e
suggerisce. E' quello che accade sempre ma Almereyda ha la gran fortuna
di potersi permettere brevi interviste con i suoi personaggi e
soprattutto di poter seguire l'evoluzione delle interpretazioni fino
alla sera della prima.
Senza alcun tentativo di costruire un percorso narrativo ma con il solo
ausilio di alcuni commenti dell'autore della pièce e degli attori.
Non ci sono ovviamente scene isteriche da prime donne, tutti si
conoscono ed ognuno ha il proprio metodo di lavoro e se pur non si
toccano le vette di follia di "Opening Night" di Cassavetes se
ne respira la medesima energia creativa. L'abilità degli attori è
impressionante nel modulare la voce, cambiare i movimenti e sfaccettare
la propria interpretazione. La recitazione si interrompe solo brevemente
per scherzare o per organizzare il lavoro. Almereyda segue tutto con la
sua camera, accumula ore su ore di riprese e raccoglie un materiale di
raro fascino, un ora e mezza di solo metodo recitativo e creazione dei
personaggi.
[Lo
vedessero i doppiatori forse avrebbero più timore nel loro agire]
Voto: 7,5
Luigi Garella
A volte capita: non un semplice dietro le quinte ma
l'impudica messa a nudo di un drammaturgo alle prese con la regia di una
sua pièce.
A volte capita che, nel modellarsi di un'opera, fantasmi dolorosi
appaiano all'improvviso sfiorandoti il cuore.
A volte capita che il teatro sia vivo davvero, sul palcoscenico e nei
suoi dintorni.
Voto: 7,5
Luca Pacilio
Voto: 7
Stefano Trinchero
Voto: 7,5
Mauro Ravarino
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