TORINO 2003
AMERICANA

 

AMERICANA:
- ALL THE REAL GIRLS di David Gordon Greene
- AMERICAN SPLENDOR di Robert Pulcini, Shari Springer Berman
- BRIGHT LEAVES di Ross McElwee
- DOMESTIC VIOLENCE 2 di Frederick Wiseman
- GREENDALE di Bernard Shakey
- KISS ME DEADLY di Robert Aldrich
- PIANO BLUES di Clint Eastwood
- RAW DEAL di Anthony Mann
- SOPHIA: A SELF-PORTRAIT di Mel Stuart
- THE FOG OF WAR: ELEVEN LESSONS - FROM THE LIFE OF ROBERT S. MCNAMARA di Errol Morris
- THE LINEUP di Don Siege
- THE PHENIX CITY STORY di Phil Karlson
- THIS SO-CALLED DISASTER di Michael Almereyda
- TRAPPED di Richard Fleischer
- WATTSTAX di Mel Stuart
- WHITE HEAT di Raoul Walsh

 

 

- AMERICANA

 

ALL THE REAL GIRLS
(
David Gordon Greene)


In una piccola città del North Carolina il ventiduenne Paul, donnaiolo impenitente dalla vivace vita sessuale, si innamora della sorella minore del suo miglior amico, la diciottenne Noel.

Amicizie&amori nella microrealtà di una provincia statunitense che marchia le vite: un ritratto minimalista degli scapestrati di ieri che oggi, mettendo la testa a posto, si bruciacchiano le ali e versano calde lacrime, alla faccia dei bulli che furono; un film che comincia benino, tutto giocato sui mezzi toni e sulla fine descrizione di un ambiente, condito da dialoghi di misurata amenità che fanno trasparire qualche parentela con i deliziosi filmetti di Ed Burns ma che inciampa presto sullo stravisto, sulla risoluzione telefonata, sul drammaccio teenageriale riciclato, incappando in pieno in quella melensaggine da cui all'inizio sembrava piuttosto lontano.

  Voto: 4,5                                                      Luca Pacilio


L’attesa per il nuovo film di David Gordon Green, dopo l’eccellente esordio “George Washington” era tanta. Purtroppo le aspettative non sono state del tutto soddisfatte o meglio, “All the real girls” non è assolutamente un brutto film, ma David lo consideravamo già un amico, dopo la magica anomalia che vinse il Festival del 2000, sempre pronto a stupirci.
Nella sua seconda opera, presentata al Sundance dove ha vinto il premio speciale della giuria, ritornano la provincia, una cittadina del North Carolina, le atmosfere estatiche, i personaggi strambi e la splendida fotografia dai colori saturi, luminosi e bruciati.
Gli ingredienti quindi ci sarebbero, manca invece il vero scarto dalla norma che porta il film a trasformarsi sul finale in una commedia sentimentale con qualche sapore “hollywodiano” (noi gli indipendenti!), seppure la dolcezza disincantata nel raccontare il rapporto tra Paul, che ha la fama di sciupafemmine, e Noel, sorella del rude amico Pitt,  sia sì lineare ma non canonica.
Mezzo punto in più per la colonna Sonora “indie rock” (Will Oldham, Sparklehorse, Mogwai, Explosions In The Sky e Promise Ring) che si meritava di più, speriamo per la prossima, David!

Voto: 6,5                                               Mauro Ravarino


Voto:  6                                     Luigi Garella


Voto:  5                                Stefano Trinchero

 

AMERICAN SPLENDOR
(
Robert Pulcini, Shari Springer Berman)


American Splendor è basato sulla saga autentica di un uomo comune che ha trovato amore, famiglia e una voce creativa attraverso i fumetti. 

Il vero Cinema in 3 D (senza bisogno di occhiali)

L'ennesimo fumetto saccheggiato dal cinema si potrebbe pensare, perché "American Splendor" è una serie di strisce di culto nell'underground newyorchese, invece il film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2003 e presente anche a Cannes nella sezione "Un Certain Regard", è un'opera di difficile classificazione. La struttura è molto complessa e si basa sull'interazione di tre differenti livelli narrativi e visivi. Prima di tutto c'è il fumetto, che deve il suo successo alla capacità di raccontare la vita di un uomo qualunque di fronte a difficoltà quotidiane: un impiegato alle prese con le donne, gli amici, i venerdì sera alcolici, il routinario lavoro di archivista, le ambizioni, la spesa al supermercato. La sua forza è nell'antieroismo del protagonista e nello sguardo disincantato e ammantato di purezza con cui attraversa le voragini emotive causate dal semplice ma implacabile succedersi delle giornate. Un aspetto che trova terreno fertile nel lettore/spettatore perché consente una diretta immedesimazione. Al fumetto, che interrompe e arricchisce in più di un'occasione il racconto, si aggiunge il documentario, con i reali protagonisti della vicenda: Harvey Pekar, sua moglie, i colleghi di lavoro, gli amici e i conoscenti. Il fumettista, infatti, non ha fatto altro che trasferire su carta, con l'aiuto di disegnatori esperti, la sua vita, affrontata con un piglio da "Forrest Gump" più cupo e consapevole. Alla realtà si affianca poi la finzione cinematografica, che inscena le comic-strip che a loro volta ripercorrono la vita dell'autore. Un unico Harvey Pekar, quindi, e tre diversi modi di metterlo in scena attraverso una complicata miscellanea di forme espressive che giocano tra realtà e finzione raggiungendo un miracoloso equilibrio. Il merito è soprattutto della regia che riesce a tenere sotto controllo la resa espressiva di ogni singolo elemento. Strabiliante l'aderenza fisica di Paul Giamatti, una sorta di fumetto in carne ed ossa grondante simpatia. Alla fine ciò che ne esce è un originale ritratto della provincia americana (il luogo dell'azione è la cittadina di Cleveland nell'Ohio) tra il sorriso e la malinconia. Un modo singolare e ironico di farsi beffe e cavalcare il sogno americano.

Voto:  7,5                                  Luca Baroncini


Che l'epica americana sia consegnata ai fumetti ce lo stanno ricordando in tanti (a parte tutta la celluloide tratta dai giornaletti di successo conclamato, anche quella di fenomeni meno vistosi quali GHOST WORLD - senza dimenticare l'indiretto omaggio dello Shyamalan di UNBREAKABLE e, in letteratura, il Michael Chabon de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay -): quella rappresentata nelle vignette di Pekar è sì una controepica della sconfitta, ma non meno attraente di quella vittoriosa degli eroi della Marvel, per quanto più difficile da digerire (vedasi il significativo incipit dei bimbi travestiti per Halloween). La storia dell'antieroe, ritratto senza idealismi in un fumetto-verità in sensibile anticipo sui tempi, si dipana su tre livelli - vita reale, comic e film -  e si muove a metà strada tra documentario e fiction anche se in modo non necessariamente arguto dato che, mi pare, la questione lasciava spazio a ben poche alternative: autobiografico il fumetto, inevitabilmente autobiografico il film che parla della vita di Pekar - e quindi del fumetto - e in cui si racconta, alla fine, della pubblicazione del fumetto che parla del film che viene tratto dal fumetto. Un contorsionismo cacofonico e autoreferenziale - in cui le diverse piste vanno ad incrociarsi sull'uomo in quanto personaggio e viceversa - che pur avendo una sua finezza, prosciugato com'è da retoriche e tentazioni celebrative, sembra però consumare in questa spirale e nel suo peculiare ibridismo gran parte dei suoi motivi di interesse.

Voto:  6                                   Luca Pacilio


Lonely Tunes

Alla loro prima esperienza di fiction, i documentaristi Berman e Pulcini traggono dai fumetti (autobiografici) di Harvey Pekar una fantasia visiva in cui i diversi livelli di realtà (e/o simulazione) mescolano senza tregua le carte del racconto, evitando con sorprendente levità le trappole tipiche del docu-drama. Fumetto animato (popolato da attori e disegni in felice coabitazione), racconto canonicamente (de)strutturato (scene della vita di HP, interpretate magistralmente da un cast in cui spicca la classe di Hope Davis), intervista (a HP, alla moglie, ad amici e collaboratori più o meno diretti e/o volontari), visita guidata del set (persone e arredi scenici sospesi in uno spazio vuoto e bianco difficile da dimenticare – più brechtiano di tanti esperimenti scandinàààvi di nuovo conio –), documentario (le puntate del David Letterman Show) s’incontrano, si specchiano, si contraddicono (senza proporre chiavi di lettura di definitiva inutilità) e creano una rapsodia brillante e a tratti struggente. Se la vita è illusione, l’illusione è vita: le maschere (anche invisibili, vedi la scena prima dei titoli di testa, in cui Harvey si traveste da… se stesso per Halloween) permettono di sopravvivere nel carcere di un fumetto grande(/piccolo) e segretamente solitario come l’esistenza.

Voto:  7                                  Stefano Selleri

 

BRIGHT LEAVES
(
Ross McElvey)


Viaggio di McElwee nelle terre della nativa North Carolina, dove il bisnonno creò la famosa marca di tabacco Bull Durham.

Un documentario che parte da una premessa (l'indagine su un film di Curtiz con Gary Cooper che interpreta un personaggio che si ispirerebbe al bisnonno del regista, un industriale del tabacco caduto in rovina) per approdare da tutt'altra parte (un tenerissimo film familiare, una riflessione intima e toccante). Dai danni e dal fascino del tabagismo, alla storia di una terra (il North Carolina), dall'esplorazione di un quasi bergmaniano "posto del tabacco" all'amore filiale, dall'Hollywood movie all'home movie si tocca il micro, si arriva al macro e ritorno. Senza rinunciare mai all'humour, tra eventi grandi e piccoli, il regista dipinge l'America e riflette sul cinema, trovando spazio in quest'opera di seduzione ineffabile, che svela come macguffin birichino il suo punto di partenza, anche una sagace e (auto)ironica riflessione teorica: cinema aperto a tutte le suggestioni, che dà spazio al sentire senza andare in cerca di giustificazioni. Incantevole.

Voto:  8                                   Luca Pacilio

 

DOMESTIC VIOLENCE 2
(
Frederick Wiseman)


Il documentario si focalizza sul sistema giudiziario americano in materia di violenza domestica.

Dietro la Porta Chiusa

Il titolo potrebbe far pensare al sequel di un horror a basso costo, invece è la seconda incursione nei territori della violenza domestica da parte di Frederick Wiseman, uno dei più famosi documentaristi americani. Se nella prima parte l'occhio del regista si soffermava sulla concretezza dei fatti, filmando gli interventi della polizia alle chiamate di denuncia e l'attività delle associazioni per la protezione di donne e minori, in questa ulteriore tappa assistiamo ai risvolti giudiziari degli episodi di violenza. A essere messo in discussione è perciò il Sistema Giudiziario Americano. Il luogo dell'azione è ancora la cittadina di Tampa in Florida e il documentario segue alcune giornate in cui si succedono a ritmo serrato udienze preliminari e veri e propri processi. Alla base sempre e comunque un'aggressività esplosa tra le mura di casa, messa tra parentesi e vestita il più possibile con gli abiti della calma per fronteggiare la sentenza di una Corte Giudiziaria. L'occhio guardone dello spettatore entra ed esce da storie di ogni tipo, tutte nate da incomprensioni sfociate in liti e lasciate in balia di una rabbia, forse atavica, forse motivata da disagi sociali, in ogni caso incapace di essere gestita attraverso il dialogo e la comunicazione. Il più delle volte la causa dell'alterco sfociato in violenza è la non sobrietà dell'imputato, che ha agito sotto gli effetti distorcenti dell'alcool, forse scelto quando le parole non erano più in grado di affrontare un malessere o forse proprio per l'incapacità di dare voce ad un senso di inadeguatezza. Tutte considerazioni a cui si giunge senza alcuna forzatura da parte del regista, che evita commenti e si limita, con un efficace taglio asciutto, a registrare i fatti. Nonostante l'apprezzabile scelta di non condizionare l'emotività delle immagini, non manca un punto di vista personale, discreto e incisivo, attraverso sottili notazioni di ambiente. Appare con evidenza, ad esempio, il contrasto tra la routine delle pratiche processuali e la disperazione e il disagio di chi non è abituato a muoversi tra incartamenti, accuse e relative difese (anche se la maggior parte degli indiziati mostra sangue freddo e determinazione). Vediamo così gli sbadigli delle guardie, il distacco di segretarie e stenografe, le lacrime (il più delle volte contratte) e la tensione di chi è sotto giudizio, l'umanità (intesa come natura umana e non come comprensione o benevolenza) del giudice: smarrito, deciso, sensibile, ironico, arrogante ("Ha fatto bene!" risponde a una donna che ha rotto la cornetta del telefono in testa al marito molestatore). La conclusione esce dalla dettagliata e gelida intimità delle mura giudiziarie per disegnare il perimetro della violenza. Oggetto dello sguardo del regista diventano infatti gli esterni delle abitazioni della città di Tampa: una placida distesa di villette affiancate con ordine e decoro. Nulla lascerebbe supporre furiose esplosioni di rabbia, ma i fatti dimostrano che le apparenze ingannano e che il tepore familiare può diventare un ricattatorio rifugio. Il dettaglio si allarga progressivamente passando dalle singole case ai quartieri, poi alla città e all'intero paese: l'America.
Sarebbe curioso conoscere i retroscena del documentario e scoprire come il regista è riuscito ad ottenere la liberatoria dai reali protagonisti delle vicende. In "C'eravamo tanto amati" sapeva tutto di teatrino taroccato per massaie, mentre qui a uscirne fuori è la natura, tutt'altro che conciliata, dell'uomo e l'inadeguatezza di un sistema giudiziario davanti a una materia così oscura.

Voto:  7,5                                 Luca Baroncini


Courtroom Resurrection

Wiseman dedica a un reato forse indefinibile, certo definito in modo frettoloso dalle leggi statunitensi (un paio di graffi occasionali conta quanto una sequenza di percosse regolarmente distribuite) un documentario lucido e rigoroso, la cui struttura episodica e “casuale” è solo un’apparenza. Concentrandosi sul montaggio e rinunciando del tutto a intrusioni esplicative, il regista costruisce un horror in diretta sul meccanismo cieco della macchina-Giustizia. Il cerimoniale ha la precedenza su qualunque cosa gli uomini e le donne possano dire o fare, e se qualcuno si diverte (il primo giudice, un re in ascolto intento a giocare con le telecamere come un regista alle prime armi) o ne approfitta con bieco cinismo (il marito manesco che proclama con toni da predicatore televisivo un’untuosa “conversione”), gli altri, alle due estremità della lignea barriera, soffrono in silenzio, si sbranano (il litigio a quattro, fra humour nero e intrecciate menzogne), prorompono in un pianto (per nulla) liberatorio. E mentre il lungo giorno volge al termine, la macchina da presa percorre i quartieri residenziali, soffermandosi sulle facciate delle villette a schiera: dietro le porte chiuse (non solo in Florida, come indicano gli stacchi netti con cui ci si allontana dalla costa) la violenza domestica sta per (ri)prodursi.

Voto:  7,5                                 Stefano Selleri


Voto:  7                                  Mauro Ravarino

 

KISS ME DEADLY - UN BACIO E UNA PISTOLA
(
Robert Aldrich)


Mike Hammer una notte dà un passaggio ad una fuggitiva nuda. Da quel momento il viscido investigatore si trova impegolato in una rogna più grande di quanto possa grattare.

Nel 1955 il declino del noir è dato per assodato, la grande stagione che ha il suo formale inizio con Il Mistero del Falco si va spegnendo ma rimane un impressionante cumulo di letteratura popolare a tenerne ferma la memoria: Mikey Spillane è l'autore che meglio d'ogni altro riuscì a raggiungere il grandissimo pubblico. Il suo eroe, il violento macho investigatore Mike Hammer, con il suo atteggiamento brutale e destrorso non viene quasi mai considerato per grandi produzioni di Hollywood. Robert Aldrich, da tutt'altre posizioni politiche, rivolta come un calzino le prospettive del romanzo di Spillane. Ambientato tra le spiagge di Malibù e Bunker Hill, la collina povera che a quei tempi era prerogativa di operai e povera gente. Il suo Hammer è un idiota brutale, un uomo di Neanderthal (dice James Naremore in "More the Night -  Film Noir in its context", Un. of California Press, 1998) che le donne trovano irresistibile ma lo spettatore non può che credere disgustoso. Specializzato in casi di divorzio ed investigazioni semi-legali, si trova ad avere tra le mani un "great what's-it", un gran-qualcosa, e non ha alcuna intenzione di retrocedere nonostante quello che gli accade. Le donne che lo circondano, compresa la sua assistente innamorata, muoiono, i suoi conoscenti lo avvertono senza andare per le spicce, il suo unico amico, un meccanico messicano, viene stritolato sotto una macchina. Una valigetta misteriosa contiene materiale nucleare e nella folgorante luce che ne scaturisce, nessuno trova la redenzione, nemmeno allontanandosi sulla spiaggia.
Nessun problema morale impegna i personaggi, ogni avvertimento o consiglio ha gli evidenti toni della minaccia, per quel che può valere per un sordo crudele come Hammer, capace di spezzare con disprezzo un disco di Caruso ad un italiano per ottenere un'informazione. Aldrich con Ernest Laszlo costruisce un mondo dalle linee espressioniste in cui la violenza, la tortura (quella mitica delle pinze) non sono nulla se non ovvietà.

Voto:  8,5                                   Luigi Garella

 

PIANO BLUES
(Clint Eastwood)


Terzo capitolo della storia e degli uomini del blues dopo quelli di Scorsese e Wenders.

La passione di Eastwood per l'unico genere autoctono di musica americana è nota, le sue colonne sonore ne sono l'evidente manifesto, per non dire del suo capolavoro "Bird". Ma il pianoforte è lo strumento che per primo lo ha fatto interessare alla musica, cresciuto con i dischi di Fats Waller, e quindi intervista gli interpreti più significativi del "piano blues" contemporaneo. Se il più noto è certamente Ray Charles, primo a comparire, non è che il primo a mostrare la varietà di stili e sottogeneri che ogni zona degli Usa ha sviluppato, da New Orleans a Chicago. Brevi interviste seguite da un altrettanto concisa dimostrazione. Filmati di repertorio riportano in vita avvenimenti e personaggi di un'epoca tramontata e vitalissima. Eastwood presta una o due mani al pianista di turno, accompagna, tutti sembrano divertirsi e se anche la durata pare eccessiva è un'opera semplice e rispettosa del proprio tema. Ogni intervistato dimostra una peculiarità ed il quadro complessivo, finale, è inaspettatamente variegato.
Viene distribuito in Europa solo per il mercato home video, forse anche dopo i non gloriosi incassi dei capitoli precedenti.

Voto:  6                                    Luigi Garella

 

THE FOG OF WAR: ELEVEN LESSONS - FROM THE LIFE OF ROBERT S. MCNAMARA
(Errol Morris)


Di fronte alla macchina da presa di Errol Morris, Robert McNamara, ex Segretario della Difesa USA, ripercorre la sua carriera politica, dalla Seconda Guerra Mondiale al conflitto in Vietnam, passando per la crisi missilistica con Cuba.

Morris continua a contaminare la forma documentario e ad usare in essa elementi della fiction. In FOG OF WAR non sono stabiliti confini netti: laddove finisce il reperto comincia la ricostruzione e la reinterpretazione figurativa. Il film dimostra in ciò una compattezza disarmante, legato com'è dal racconto in prima persona di McNamara, vera eminenza grigia dell'estabilishment statunitense in una delle fasi storiche più delicate del secolo passato, quella della guerra fredda prima e del conflitto vietnamita poi. Invenzioni visive e filmati storici al servizio di undici discutibili lezioni di politica e diplomazia in cui si intrecciano strategiche ammissioni di colpa e il collaudato armamentario di un astuto politicante (esemplare il passaggio di un'intervista di repertorio in cui lo statista, esponendo al giornalista il modo in cui riusciva sempre a cavarsela nei confronti televisivi afferma "Non rispondo mai alla domanda che mi viene fatta, ma sempre a quella che vorrei mi fosse stata posta") e che batte soprattutto sul concetto dell'indefinibilità di un comportamento moralmente corretto in tempo di guerra (Lezione 9 : Per fare del bene puoi fare del male). Morris alterna la biografia e il fiume di parole (e di lacrime) del protagonista con rappresentazioni semplici ed efficacissime (i pezzi di domino che cadono uno dopo l'altro: l'"effetto" di una partita tra i Grandi che ha il mondo come tavolo da gioco) e rimane quasi sempre da parte, sollecitando di rado chiarimenti e spiegazioni.
La guerra, dice un antico detto, crea una nebbia che, rendendo impossibile una chiara visione dei fatti, esonererebbe dal giudicare con severità le scelte fatte e gli avvenimenti ad esse connessi; in questa densa cortina McNamara, se da un lato dimostra come talvolta non basti la razionalità a fronteggiare gli eventi - ché l'Imponderabile fa capolino sempre e comunque (la ragione non ci salverà) -, dall'altro sembra cercare la strada di un'assoluzione e una giustificazione anche a crimini, eccidi e alle opzioni errate di una politica estera troppo spesso scellerata. Morris da parte sua è intelligente nel lasciare il campo al racconto sentito e partecipe dell'uomo, ed è perfetto nell'utlizzo del contrappunto musicale, affidato all'intensa colonna sonora firmata da Philip Glass che torna a collaborare col regista dopo lo straordinario score di THE THIN BLUE LINE.

Voto:  8                               Luca Pacilio


Voto:  8                               Luigi Garella


Voto:  8                          Stefano Trinchero

Voto:  8,5                          Mauro Ravarino

 

THE PHENIX CITY STORY
(
Phil Karlson)


John Patterson ritorna nella natia Phenix city e la trova come sempre, oppressa dalla criminalità e dalle malversazioni, convince il padre a candidarsi come giudice ma toccherà a lui in prima persona riportare la legalità quando tutti sono morti.

Phenix City, la città del vizio, è un curioso crime film di grande modernità. Nel 1955 il noir era un genere declinante, salvo pochi esempi i prodotti che trattavano d malavita erano regolati ferreamente da regole di mercato (e moralità), Phil Karlson con gli sceneggiatori Crane Wilbur e Daniel Mainwaring  si dedica alla vera vicenda di una città gestita dal crimine. Il quarto d'ora in apertura (imperdibile) è occupato da interviste alle persone che avevano vissuto gli eventi, a seguire le tecniche usate nelle bische per truffare gli avventori. Dadi truccati, mazzi di carte manomessi, slot machines. Le attività sembrano andare a gonfie vele finché, in seguito al pestaggio di nu gruppo di anziani oppositori, John Patterson convince finalmente il padre a tentare la svolta. Rhett Tanner, il boss locale, non disposto a cedere avvia la spirale di violenza  Jon aveva protetto un inserviente nero, ora la figlioletta di questa viene gettata da un'auto in corsa nel giardino del giudice, questo viene ucciso prima delle elezioni, la popolazione infine insorge chiedendo l'aiuto della guardia nazionale per permettere lo svolgimento delle votazioni. Il taglio gelido e documentaristico, con tecniche d'inchiesta, conferisce ulteriore violenza a Phenix City, ben più di una storia di crimini e criminali ma una ricerca di realismo che non lascia indifferenti, non solo per la violenza (in quanti altri film del periodo si vedono sanguinare le ferite di pallottola?) ma pure per uno sguardo (il personaggio dell'inserviente) politico innovativo di cui forse sarà memore il Romero della Notte dei Morti Viventi.

Voto:  7                                Luigi Garella


Voto:  7                            Stefano Trinchero


Voto:  5,5                            Mauro Ravarino

 

THIS SO-CALLED DISASTER
(Michael Almereyda)


Due settimane di prove dell'allestimento di "The Late Henry Moss" di Sam Shepard. Regia di Sam Shepard. Cast: Sean Penn, Nick Nolte, Woody Harrelson, Cheech Marin, James Gammon.

"The Late Henry Moss" è per Shepard un'opera di lunga gestazione, centrata com'è sul suo rapporto con il padre alcolizzato e la sua morte. Ogni riga di dialogo viene analizzata, corretta rifinita: se pare fuori registro Shepard la elimina. Sul palco si muovono attori ben riconoscibili, provano, cambiano i gesti, il regista interrompe e suggerisce. E' quello che accade sempre ma Almereyda ha la gran fortuna di potersi permettere brevi interviste con i suoi personaggi e soprattutto di poter seguire l'evoluzione delle interpretazioni fino alla sera della prima.
Senza alcun tentativo di costruire un percorso narrativo ma con il solo ausilio di alcuni commenti dell'autore della pièce e degli attori.
Non ci sono ovviamente scene isteriche da prime donne, tutti si conoscono ed ognuno ha il proprio metodo di lavoro e se pur non si toccano le vette di follia di "Opening Night" di Cassavetes se ne respira la medesima energia creativa. L'abilità degli attori è impressionante nel modulare la voce, cambiare i movimenti e sfaccettare la propria interpretazione. La recitazione si interrompe solo brevemente per scherzare o per organizzare il lavoro. Almereyda segue tutto con la sua camera, accumula ore su ore di riprese e raccoglie un materiale di raro fascino, un ora e mezza di solo metodo recitativo e creazione dei personaggi.
[Lo vedessero i doppiatori forse avrebbero più timore nel loro agire]

Voto:  7,5                               Luigi Garella


A volte capita: non un semplice dietro le quinte ma l'impudica messa a nudo di un drammaturgo alle prese con la regia di una sua pièce.
A volte capita che, nel modellarsi di un'opera, fantasmi dolorosi appaiano all'improvviso sfiorandoti il cuore.
A volte capita che il teatro sia vivo davvero, sul palcoscenico e nei suoi dintorni.

Voto:  7,5                               Luca Pacilio


Voto:  7                             Stefano Trinchero

Voto:  7,5                             Mauro Ravarino

 

 

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