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HONOGURAI MIZUNO SOKOKARA
- Dark Water (Hideo Nakata) |
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Matsubara
e sua figlia si trasferiscono in un nuovo condominio. Eventi
inquietanti si susseguono al suo interno.
Splendido horror d'atmosfera, a metà strada tra il
KINGDOM vontrieriano e lo SHINING di Kubrick, DARK WATER ipnotizza
lo spettatore rendendo inquietante una semplice macchia d'acqua
sul soffitto, il corridoio di un pianerottolo o un banale oggetto
rinvenuto per terra. Il regista costruisce intorno alla madre e
alla figlia protagoniste della vicenda, una rete fitta di
turbamento, gioca con le visioni e col passato che ritorna,
utilizzando un repertorio abbastanza manierato ma riscattandone la
convenzionalità con una pulizia di stile e un rigore encomiabili.
Il celebrato regista di THE RING firma un'opera angosciosa e assai
riuscita che difetta solo per il sottofinale completamente slegato
dal resto del film e che suona stranamente posticcio.
Una delle chicche di questa edizione.
Voto: 7,5
Luca Pacilio
Un fulmine a ciel sereno. Dopo anni di horror
“cinematografici” (altra cosa è il mercato home video e
“satellitare”) scialbi e standardizzati, o tediosamente
“meta” (Scream docet), vedere su grande schermo un film
davvero “pauroso” è stata una sorpresa davvero piacevole. La
storia è una, se vogliamo, banale vicenda di fantasmi che infestano
una casa, ma Nakata Hideo la prende terribilmente sul serio. E gli
spettatori pure. Girato con grande senso della suspense, con
sorprese da sobbalzo sulla poltroncina e vera inquietudine che
serpeggia dall’inizio alla fine, Dark Water riesce in
quello a cui gli horror occidentali hanno da tempo rinunciato
(consapevolmente o no): fare paura. Splendida fotografia, con
un’ottima qualità “tecnica” dell’immagine, delle luci e dei
colori, buona recitazione e tensione alle stelle, con un crescendo
magistrale e nessun
calo. Molto molto bello.
Voto: 8
Gianluca Pelleschi
Voto:
8
Luigi Garella
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ICHI THE KILLER (Takashi Miike) |
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Il
boss yakuza Anjo scompare misteriosamente, insieme con cento milioni
di yen, dopo una notte passata in compagnia di una prostituta. I
suoi uomini migliori, Kakihara, Kaneko e Takayama, cercano di
ritrovarlo e scoprono che è stato assassinato da un killer che si
fa chiamare Ichi. Questi ha eseguito l’omicidio su commissione del
boss rivale Jijii. Kakihara, un esperto di orribili torture,
organizza le indagini mettendo a soqquadro bar malfamati e locali a
luci rosse. Si scatena ben presto una guerra tra i diversi gruppi
yakuza e Kakihara si distingue per la ferocia dei suoi metodi.
Quando Kakihara scopre l’autore dell’omicidio, si prepara allo
scontro finale.
Un
nuovo Cult-Movie
Miike
Takashi, prolifico regista giapponese praticamente sconosciuto in
Italia, ha firmato con "Audition" il suo film più
famoso che ha avuto una discreta visibilità (non in Italia)
grazie ai riconoscimenti ottenuti in vari festival internazionali.
In "Ichi the killer" estremizza quello che in "Audition"
era narrativamente giustificato in un finale teso e
destabilizzante: il morboso connubio tra dolore e piacere. Da un
punto di vista morale il nuovo lungometraggio di Takashi supera
qualsiasi limite e si presenta come un'accozzaglia di squartamenti
mostrati con sadismo e compiacimento in ogni singolo dettaglio.
Superando la superficialità di un giudizio scontato (e lontano
dall'assoluta libertà espressiva del mezzo cinematografico), il
regista ha l'indubbia capacità di portare fino in fondo la sua
visione. Esce da facili schematismi manichei e affronta con
coraggio le sue scelte. La storia non è altro che l'ennesimo
regolamento di conti tra bande rivali della Yakuza, ma Takashi
riesce, dietro al protagonismo dello splatter, ad approfondire
psicologie e situazioni creando un inaspettato coinvolgimento. La
violenza esasperata viene mostrata con gratuità e liberatorio
divertimento. Disturbante, non conciliante, caustico, più volte
insostenibile, ha tutte le carte in regola per diventare un cult.
A partire dal titolo spermatico (vedere per credere) che chiarisce
subito le intenzioni sopra le righe del regista.
Ichi
è un ragazzo decisamente disturbato che uccide le sue vittime con
una violenza e una ferocia inaudite. Kakihara è un giovane boss
sadomasochista appartenente a una banda rivale che tortura le sue
vittime con una violenza e una ferocia inaudite. Takashi Miike
sfonda tutte le barriere e confeziona un demenzial-splatter-yakuza
movie prendendosi gioco di tutte le convenzioni possibili, cercando
il paradosso e strappando qualche sporadica risata, soprattutto
all’inizio. Ma oltre un certo minutaggio anche le più nefande
efferatezze stancano e, nonostante l’idea di far emergere il
titolo del film del film da una chiazza di sperma del protagonista
sia una giocata da fuoriclasse dell’estremismo filmico, alla fine
di questo “Ichi the killer” non resta francamente molto da
ricordare.
Voto: 5
Stefano Trinchero
Fosse stato più breve e più serrato nella sua
“mostra delle atrocità”, Ichi the killer avrebbe anche
potuto essere un film interessante, un esempio di cinema estremo,
“inguardabile” e a suo modo divertente. Peccato che dopo un
prologo squisitamente trash (chiuso dal titolo che emerge dallo
sperma) e qualche sequenza difficile da dimenticare (la tortura del
malcapitato appeso al soffitto con dei ganci conficcati nella carne
e l’autoamputazione della lingua del torturatore Kakihara), il
film perda di “disgustosa” intensità e faccia emergere
l’insulsaggine di una trama insignificante che non porta da
nessuna parte. Puerili i (pochi) effetti digitali presenti,
incomprensibilmente oscuro il finale (onirico?).
Voto: 4,5
Gianluca Pelleschi
Voto: 5
Luca Pacilio
Voto: 6
Mauro Ravarino
Voto: 6
Luigi Garella
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PING PONG (Fumihiko Sori) |
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Sfide a
ping pong: vittorie sconfitte e solitudini di due studenti.
“Ping
pong” ha il difetto o il pregio di essere esattamente tutto quello
che ci sia aspetta che sia, cosa peraltro forse inevitabile per un
film che si ispira a un manga. E’ la storia di due studenti che
condividono la passione per il ping-pong fin da piccoli. Il più
fragile e riflessivo dei due pur essendo più talentuoso del secondo
(al contrario sbruffone e arrogante) non riesce a batterlo (e ad
avviare la sua carriera di giocatore) per via della forte amicizia
che li lega. Assistiamo così al percorso di formazione dei due
adolescenti vissuto attraverso la loro epopea eroico-sportiva. Ci si
aspetterebbe almeno un certo virtuosismo stupefacente nelle scene di
gioco che però non arriva mai. Ci sono tutti gli ingredienti per
mandare in estasi gli appassionati del genere e per lasciare
totalmente indifferenti tutti gli altri.
Voto: 4
Stefano Trinchero
Voto: 4
Luigi Garella
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SHIRITSU TANTEI YOKOHAMA MIKE: NAMAE NO NAI MORI (Shinji Aoyama) |
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Un
detective privato viene assoldato dal padre di una ragazza che si è
ritirata in una casa isolata "per ritrovare se stessa". Il
suo compito è di riportare la giovane a casa in tempo per il suo
matrimonio.
Horror(?) sgangherato e inconcludente, Shiritsu tantei hama mike:
namae no tai mori non manca di esercitare, sporadicamente, un
fascino obliquo che può anche risultare piacevole e gustoso. Non
regge comunque per tutti i (pur pochi) 71’ e nell’ultima parte
si sfilaccia, gira a vuoto e non riesce a tirare nessun tipo di fila
di nessun tipo di discorso. Rimane un oggetto curioso, a metà
strada tra la satira sociale (le comunità dove si va per
“scoprire se stessi”) e quelle fantabizzarrie nipponiche che
hanno i loro rispettabili ammiratori. Né carne né pesce.
Voto: 5
Gianluca Pelleschi
Voto: 5
Mauro Ravarino
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SHURAYUKI HIME (Shinsuke Sato) |
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Yuki
e Takashi scappano dai loro capi incontrandosi
prima di un tragico destino.
Duelli
e silenzi, vendette e amori impossibili, sibili di lame, si
susseguono in una terra remota e indefinita. Ambientato in un
paesaggio che sa di futuristico e allo stesso tempo di primordiale e
in alcuni momenti di industriale, Princess Blade è liberamente
ispirato al manga Shurayuki Hime di Koike Kazuo e Kamimura Kazuo.
A momenti di staticità inquieta, si alternano frequentemente scene
spettacolari, il montaggio diventa frenetico, gli effetti speciali
si sommano e i combattimenti rimandano esplicitamente al cinema e
all’immaginario di Hong Kong.
Yuki, discendente della dinastia Takemikazuchi, fugge dopo aver
scoperto il segreto che sta dietro la morte di sua mamma, la
principessa Azora, uccisa quando la figlia era molto piccola.
Incontrerà Takashi, esperto di informatica che vive insieme alla
sorella malata, ma che si scoprirà essere un terrorista politico,
in crisi di coscienza. I due, Yuki e Takashi nell’infelicità
delle loro esistenze, sono l’unico spiraglio di umanità in una
terra crudele e indifferente. Tra i ragazzi nasce flebile un
sentimento che si incrocia tra i loro sguardi. Ma l’estrema
violenza che fuggono, “tradendo” i loro capi, lì rincorre
nell’impossibilità di salvezza.
Interessante
per l’impatto e la scelta scenografica; da segnalare
l’interpretazione di Shaku Yumiko (Yuki), espressiva e sentita, ma
gli estenuanti combattimenti e i debiti “spontanei” con
l’action movie fanno i rimpiangere il “vero” cinema
giapponese, la sua complessità e la particolare costruzione scenica
e stilistica, e così svanire le potenzialità che non sono state
sviluppate dall’autore.
Voto: 6
Mauro Ravarino
Voto: 7
Stefano Trinchero
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