TORINO 2002
NIPPONICA

 

NIPPONICA
- HONOGURAI MIZUNO SOKOKARA di Hideo Nakata
- ICHI THE KILLER di Takashi Miike
- PING PONG di Fumihiko Sori
- SHIRITSU TANTEI YOKOHAMA MIKE: NAMAE NO NAI MORI di Shinji Aoyama
- SHURAYUKI HIME di Shinsuke Sato

 

 

 

- NIPPONICA

 

HONOGURAI MIZUNO SOKOKARA - Dark Water
(
Hideo Nakata)


Matsubara e sua figlia si trasferiscono in un nuovo condominio. Eventi inquietanti si susseguono al suo interno.

Splendido horror d'atmosfera, a metà strada tra il KINGDOM vontrieriano e lo SHINING di Kubrick, DARK WATER ipnotizza lo spettatore rendendo inquietante una semplice macchia d'acqua sul soffitto, il corridoio di un pianerottolo o un banale oggetto rinvenuto per terra. Il regista costruisce intorno alla madre e alla figlia protagoniste della vicenda, una rete fitta di turbamento, gioca con le visioni e col passato che ritorna, utilizzando un repertorio abbastanza manierato ma riscattandone la convenzionalità con una pulizia di stile e un rigore encomiabili. Il celebrato regista di THE RING firma un'opera angosciosa e assai riuscita che difetta solo per il sottofinale completamente slegato dal resto del film e che suona stranamente posticcio.
Una delle chicche di questa edizione.

Voto:  7,5                                Luca Pacilio


Un fulmine a ciel sereno. Dopo anni di horror “cinematografici” (altra cosa è il mercato home video e “satellitare”) scialbi e standardizzati, o tediosamente “meta” (Scream docet), vedere su grande schermo un film davvero “pauroso” è stata una sorpresa davvero piacevole. La storia è una, se vogliamo, banale vicenda di fantasmi che infestano una casa, ma Nakata Hideo la prende terribilmente sul serio. E gli spettatori pure. Girato con grande senso della suspense, con sorprese da sobbalzo sulla poltroncina e vera inquietudine che serpeggia dall’inizio alla fine, Dark Water riesce in quello a cui gli horror occidentali hanno da tempo rinunciato (consapevolmente o no): fare paura. Splendida fotografia, con un’ottima qualità “tecnica” dell’immagine, delle luci e dei colori, buona recitazione e tensione alle stelle, con un crescendo magistrale  e nessun calo. Molto molto bello.

Voto:  8                              Gianluca Pelleschi


Voto:  8                                    Luigi Garella

 

ICHI THE KILLER
(
Takashi Miike)


Il boss yakuza Anjo scompare misteriosamente, insieme con cento milioni di yen, dopo una notte passata in compagnia di una prostituta. I suoi uomini migliori, Kakihara, Kaneko e Takayama, cercano di ritrovarlo e scoprono che è stato assassinato da un killer che si fa chiamare Ichi. Questi ha eseguito l’omicidio su commissione del boss rivale Jijii. Kakihara, un esperto di orribili torture, organizza le indagini mettendo a soqquadro bar malfamati e locali a luci rosse. Si scatena ben presto una guerra tra i diversi gruppi yakuza e Kakihara si distingue per la ferocia dei suoi metodi. Quando Kakihara scopre l’autore dell’omicidio, si prepara allo scontro finale.

Un nuovo Cult-Movie

Miike Takashi, prolifico regista giapponese praticamente sconosciuto in Italia, ha firmato con "Audition" il suo film più famoso che ha avuto una discreta visibilità (non in Italia) grazie ai riconoscimenti ottenuti in vari festival internazionali. In "Ichi the killer" estremizza quello che in "Audition" era narrativamente giustificato in un finale teso e destabilizzante: il morboso connubio tra dolore e piacere. Da un punto di vista morale il nuovo lungometraggio di Takashi supera qualsiasi limite e si presenta come un'accozzaglia di squartamenti mostrati con sadismo e compiacimento in ogni singolo dettaglio. Superando la superficialità di un giudizio scontato (e lontano dall'assoluta libertà espressiva del mezzo cinematografico), il regista ha l'indubbia capacità di portare fino in fondo la sua visione. Esce da facili schematismi manichei e affronta con coraggio le sue scelte. La storia non è altro che l'ennesimo regolamento di conti tra bande rivali della Yakuza, ma Takashi riesce, dietro al protagonismo dello splatter, ad approfondire psicologie e situazioni creando un inaspettato coinvolgimento. La violenza esasperata viene mostrata con gratuità e liberatorio divertimento. Disturbante, non conciliante, caustico, più volte insostenibile, ha tutte le carte in regola per diventare un cult. A partire dal titolo spermatico (vedere per credere) che chiarisce subito le intenzioni sopra le righe del regista.

Voto:  7                                  Luca Baroncini


Ichi è un ragazzo decisamente disturbato che uccide le sue vittime con una violenza e una ferocia inaudite. Kakihara è un giovane boss sadomasochista appartenente a una banda rivale che tortura le sue vittime con una violenza e una ferocia inaudite. Takashi Miike sfonda tutte le barriere e confeziona un demenzial-splatter-yakuza movie prendendosi gioco di tutte le convenzioni possibili, cercando il paradosso e strappando qualche sporadica risata, soprattutto all’inizio. Ma oltre un certo minutaggio anche le più nefande efferatezze stancano e, nonostante l’idea di far emergere il titolo del film del film da una chiazza di sperma del protagonista sia una giocata da fuoriclasse dell’estremismo filmico, alla fine di questo “Ichi the killer” non resta francamente molto da ricordare.

Voto:  5                                  Stefano Trinchero


Fosse stato più breve e più serrato nella sua “mostra delle atrocità”, Ichi the killer avrebbe anche potuto essere un film interessante, un esempio di cinema estremo, “inguardabile” e a suo modo divertente. Peccato che dopo un prologo squisitamente trash (chiuso dal titolo che emerge dallo sperma) e qualche sequenza difficile da dimenticare (la tortura del malcapitato appeso al soffitto con dei ganci conficcati nella carne e l’autoamputazione della lingua del torturatore Kakihara), il film perda di “disgustosa” intensità e faccia emergere l’insulsaggine di una trama insignificante che non porta da nessuna parte. Puerili i (pochi) effetti digitali presenti, incomprensibilmente oscuro il finale (onirico?).

Voto:  4,5                             Gianluca Pelleschi


Voto:  5                                       Luca Pacilio


Voto:  6                                   Mauro Ravarino


Voto:  6                                      Luigi Garella

 

PING PONG
(Fumihiko Sori)


Sfide a ping pong: vittorie sconfitte e solitudini di due studenti.

“Ping pong” ha il difetto o il pregio di essere esattamente tutto quello che ci sia aspetta che sia, cosa peraltro forse inevitabile per un film che si ispira a un manga. E’ la storia di due studenti che condividono la passione per il ping-pong fin da piccoli. Il più fragile e riflessivo dei due pur essendo più talentuoso del secondo (al contrario sbruffone e arrogante) non riesce a batterlo (e ad avviare la sua carriera di giocatore) per via della forte amicizia che li lega. Assistiamo così al percorso di formazione dei due adolescenti vissuto attraverso la loro epopea eroico-sportiva. Ci si aspetterebbe almeno un certo virtuosismo stupefacente nelle scene di gioco che però non arriva mai. Ci sono tutti gli ingredienti per mandare in estasi gli appassionati del genere e per lasciare totalmente indifferenti tutti gli altri.

Voto:  4                              Stefano Trinchero


Voto:  4                                  Luigi Garella

 

SHIRITSU TANTEI YOKOHAMA MIKE: NAMAE NO NAI MORI
(Shinji Aoyama)


Un detective privato viene assoldato dal padre di una ragazza che si è ritirata in una casa isolata "per ritrovare se stessa". Il suo compito è di riportare la giovane a casa in tempo per il suo matrimonio.


Horror(?) sgangherato e inconcludente, Shiritsu tantei hama mike: namae no tai mori non manca di esercitare, sporadicamente, un fascino obliquo che può anche risultare piacevole e gustoso. Non regge comunque per tutti i (pur pochi) 71’ e nell’ultima parte si sfilaccia, gira a vuoto e non riesce a tirare nessun tipo di fila di nessun tipo di discorso. Rimane un oggetto curioso, a metà strada tra la satira sociale (le comunità dove si va per “scoprire se stessi”) e quelle fantabizzarrie nipponiche che hanno i loro rispettabili ammiratori. Né carne né pesce.

Voto:  5                               Gianluca Pelleschi


Voto:  5                                  Mauro Ravarino

 

SHURAYUKI HIME
(Shinsuke Sato)


Yuki e Takashi scappano dai loro capi incontrandosi  prima di un tragico destino.

Duelli e silenzi, vendette e amori impossibili, sibili di lame, si susseguono in una terra remota e indefinita. Ambientato in un paesaggio che sa di futuristico e allo stesso tempo di primordiale e in alcuni momenti di industriale, Princess Blade è liberamente ispirato al manga Shurayuki Hime di Koike Kazuo e Kamimura Kazuo.
A momenti di staticità inquieta, si alternano frequentemente scene spettacolari, il montaggio diventa frenetico, gli effetti speciali si sommano e i combattimenti rimandano esplicitamente al cinema e all’immaginario di Hong Kong. 
Yuki, discendente della dinastia Takemikazuchi, fugge dopo aver scoperto il segreto che sta dietro la morte di sua mamma, la principessa Azora, uccisa quando la figlia era molto piccola. Incontrerà Takashi, esperto di informatica che vive insieme alla sorella malata, ma che si scoprirà essere un terrorista politico, in crisi di coscienza. I due, Yuki e Takashi nell’infelicità delle loro esistenze, sono l’unico spiraglio di umanità in una terra crudele e indifferente. Tra i ragazzi nasce flebile un sentimento che si incrocia tra i loro sguardi. Ma l’estrema violenza che fuggono, “tradendo” i loro capi, lì rincorre nell’impossibilità di salvezza.  
Interessante per l’impatto e la scelta scenografica; da segnalare l’interpretazione di Shaku Yumiko (Yuki), espressiva e sentita, ma gli estenuanti combattimenti e i debiti “spontanei” con l’action movie fanno i rimpiangere il “vero” cinema giapponese, la sua complessità e la particolare costruzione scenica e stilistica, e così svanire le potenzialità che non sono state sviluppate dall’autore.

Voto:  6                                   Mauro Ravarino


Voto:  7                                 Stefano Trinchero

 

 

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