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20 ANNI: SEMBRA IERI ED E' GIA' DOMANI
Il TFF, giunto alla significativa tappa numero 20,
cambia sede e si sposta al multisala Pathé del Lingotto. La scelta è
stata rischiosa se si pensa che una delle caratteristiche principali di
questa manifestazione era il suo svolgersi al centro della città ma come
restare inerti di fronte alle esigenze di un festival sempre più ricco di
proposte e conseguentemente bisognoso di nuovi spazi? Ciò che è accaduto
l'anno scorso - l'incendio del cinema Reposi e la distruzione di molte
pellicole, alcune restaurate per l'occasione, episodio che sottolineò in
maniera drammatica le necessità impellenti di una macchina organizzatrice
fino ad allora impeccabile - ha contribuito in maniera sostanziale alla
decisione. L'esame del trasferimento può dirsi comunque superato: il TFF
ha avuto un incremento (non sensibilissimo, in verità) di presenze, è
stato un successo e ha permesso ai suoi avventori una più comoda visione
dei film programmati aumentando, e ciò era richiesto un po' da tutti, il
numero di proiezioni in replica. Certo, il Lingotto non è il centro di
Torino e il frequentatore festivaliero è costretto a vivere indoor tutta
la giornata, situazione ai limiti della realtà e decisamente più
spossante; certo, gli studenti, da sempre zoccolo duro delle presenze
festivaliere, hanno un po' bestemmiato poste le distanze da coprire per
raggiungere il Pathé; certo, è venuto anche a mancare quel clima
familiar-conviviale che ha sempre caratterizzato il fuori-le-sale nelle
precedenti edizioni; certo, l'ambiente asettico della multisala aveva ben
poco della confusione festaiola degli scorsi anni. Probabilmente sono
questi gli elementi che hanno portato il neo eletto direttore Turigliatto
(Steve Della Casa, con l'edizione del ventennale, ha concluso il suo
mandato) ad affermare che, per il prossimo anno, quello della sede è
argomento da riconsiderare.
Il TFF 2002, senza raggiungere le vette della scorsa, esaltante edizione,
ha dato in pasto agli spettatori il consueto, variegatissimo menù. Si
sottolinei innanzitutto, un concorso mediamente migliore del solito (la
parte competitiva del cartellone, diciamola tutta, non è mai stata granché)
accanto alle altre ormai familiari sezioni (Orizzonte Europa, Americana,
la sempre affollatissima Nipponica, etc) e alle personali dedicate
quest'anno a John Milius (un quintale di simpatia), Gianni Amico e Julio
Bressane.
Breve cenno ai premi principali: miglior lungometraggio SATIN ROUGE di
Raja Amari (Francia\Tunisia) con speciale menzione a TANI TATUWEN
PIYABANNAT di Asoka Andagama (Sri Lanka); miglior corto COMME UN SEUL
HOMME di di Jean-Louis Gonnet (Francia) con speciale menzione ad
ANTYCHRYST di Adam Guzin'ski (Polonia). Gli altri potete consultarli qui: http://www.torinofilmfest.org/ENG/index.php
Chiuso anche questo capitolo si lavora già per il prossimo: ad
affiancare Turigliatto, nella direzione del festival 2003, Giulia D'Agnolo
Vallan, nomina per la quale non nascondiamo soddisfazione: a lei si devono
gli allestimenti della sezione Americana degli ultimi anni; se il TFF ha
un'identità riconoscibile ed è diventato un preciso punto di riferimento
per cinefili e addetti ai lavori molto del merito è suo e di un lavoro
svolto sempre con esemplare serietà e competenza. Insomma il TFF, al di là
degli avvicendamenti organizzativi, proseguirà nel segno della continuità:
un segnale che si vorrebbe esempio per certe manifestazioni molto più
strombazzate (ogni riferimento a Venezia è assolutamente NON casuale).
Luca Pacilio
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QUATTRO GIORNI AL LINGOTTO
Il
Torino Film Festival è da venti anni un’importante finestra sul mondo
del cinema che accoglie film da ogni latitudine, in qualsiasi formato e di
qualsiasi genere, in grado di attirare il cinephile più esigente e lo
spettatore curioso e avido di immagini. Fugge con determinazione il
glamour e la mondanità, evitando di trasformarsi in una vetrina per divi
e veline, ma non disdegna alcune ghiotte anticipazioni già nei listini
delle case di distribuzione. Quest’anno abbandona la storica sede del
multisala Reposi per andare non troppo lontano, ma comunque distante dai
caffè, dai negozi, dalle grandi e un po’ austere vie del centro
storico. La nuova ubicazione del festival è infatti presso il Lingotto,
all’interno degli ex stabilimenti Fiat da poco trasformati in un nuovo e
scintillante centro commerciale. C’è proprio di tutto al Lingotto, ma
la formula è quella americana, con una sovrabbondanza di negozi e
ristoranti privi di anima e ridotti ad un soporifero accumulo di loghi,
sempre gli stessi ovunque nel mondo, in rapida successione. La multisala
Pathé, in cui si svolge il Festival, è un concentrato di alta
tecnologia, comodità e colori caldi, ma le undici sale si rivelano presto
insufficienti, data la capienza tutto sommato esigua di alcune sale, per
ospitare l’incontenibile brama di cinema dei festivalieri. Non si
evitano quindi lunghe file, spesso nemmeno premiate dall’accesso in
sala, e i soliti tafferugli che fanno la felicità degli organizzatori (un
successo è sempre un successo) e lo sfinimento dei partecipanti (una fila
è sempre una fila). Tra una proiezione e l’altra difficile respirare
aria che non sia condizionata dagli umori e raffreddori della moltitudine
che, soprattutto nel week-end, affolla questo paese dei balocchi. Per i più
curiosi, però, c’è la possibilità di visitare la ex pista di collaudo
dei veicoli Fiat, all’ultimo piano dello stabile, e la futuristica
Pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”. Si sente la mancanza dello
spazio “Leggere di Cinema”, con i suoi incontri letterari e
cinematografici, rimasto fedele al tendone di Piazza C.L.N.
Ma veniamo alla sostanza. Davvero ricco e vario il programma, suddiviso in
ben 15 sezioni con la possibilità di vedere 361 opere tra film e video.
Quattro giorni sono un po’ pochi per apprezzare un festival così vario
e ricco di opportunità, ma sono comunque sufficienti per farsi un’idea
generale. Tra le cose più interessanti, il recupero di John Milius,
regista e sceneggiatore più che famoso negli anni ottanta poi diventato
scomodo per le sue idee dichiaratamente di destra. La scelta di dedicare
una retrospettiva a John Milius può sembrare impopolare perché
velatamente filo-governativa, ma permette (parere personale) di aprire gli
occhi sul cinema, consentendo di apprezzare l’opera e la coerenza
stilistica di un uomo di cui non si condividono idee e principi. Tra i
film recuperati, “Conan il barbaro” (invecchiato maluccio) e “Alba
Rossa”, buon film d’azione nonostante un datatissimo spunto
narrativo (Russia e Cuba si alleano e invadono l’America). Tra
gli altri film in programma, la visione su grande schermo del più famoso
western di tutti i tempi, “Sentieri Selvaggi”: davvero emozionante
l’utilizzo dei grandi spazi della Monument Walley, epico il taglio
narrativo, nonostante un’ideologia sottesa fortunatamente antiquata (non
a caso John Ford è il mentore artistico di John Milius che dichiara di
avere visto “Sentieri Selvaggi” una settantina di volte).
Quanto
alle altre sezioni, impossibile tracciare un quadro generale senza
incappare nella banalità della sintesi. Meglio quindi passare ai
singoli film. Come in tutti i festival, qualche buon film si alterna a
brutture. Ma sono i rischi e i piaceri di una kermesse così ampia e ricca
di spunti.
Luca
Baroncini |
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