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TORINO 2002
Fuori
Concorso |
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FUORI
CONCORSO:
- BELL'AMICO di Luca D'Ascanio
- IL GRANDE SILENZIO di Sergio Corbucci
- MARIE-JO ET SES DEUX AMOURS di Robert Guédiguian
- NON SI SEVIZIA UN PAPERINO di Lucio Fulci
- O SEGREDO DA MÚMIA di Ivan Cardoso
- ROMA ORE 11 di Giuseppe De Santis
- SPIDER di David Cronenberg
- THE BIG BEND di Tod Harrison
Cinema e Arte: il
Brasile
- BRASÍLIA, SEGUNDO ALBERTO CAVALCANTI di Antonio - Carlos da Fontoura
- ENIGMA DE UM DIA di Joel Pizzini
- HEITOR DOS PRAZERES di Antonio Carlos da Fontoura
- ISMAEL NERY di Sergio Santeiro
- JARDINS SUSPENSOS di Euclides Moreira
- O ALEIJADINHO di Joaquim Pedro de Andrade
- QUADRO A QUADRO NEWTON CAVALCANTI di Paulo César Saraceni
- VER OUVIR di Antonio Carlos da Fontoura
Premio Italia
Cinema
- LA SOMBRA di Nicolas Tuozzo
- CIUDAD DE MARIA di Enrique Bellande
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MARIE-JO ET SES DEUX AMOURS (Robert Guédiguian) |
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Marie-Jo è innamorata del marito Daniel e
dell'amante Marco. Sta bene con entrambi, gioisce e soffre per
questa situazione atipica, ma non riesce e non vuole decidersi a
scegliere.
Un'Anima
divisa in due
Il cinema
francese lo sottolinea da anni: il rapporto di coppia è quanto mai
fragile e ineluttabilmente destinato alla disgregazione. Figuriamoci
un trittico, con una lei e due lui: la tragedia è inevitabile. Se
si fosse trattato di un film spagnolo i tre sarebbero finiti a
vivere insieme bevendo tequila e ballando salsa, invece la morte,
nel film di Robert Guediguian, pare l'unico modo per dimostrare la
sincerità di un amore sdoppiato. A parte questa svolta,
chiarificatrice ma banale, il lungometraggio "Marie-Jo e i suoi
due amori" affronta con originalità la più classica delle
situazioni. Prima di tutto per la caratterizzazione dei personaggi,
ma anche per il loro inserimento in un contesto sociale preciso:
sappiamo il lavoro che fanno, entriamo nella loro quotidianità,
conservano una spiccata personalità e non diventano mai simbolici.
Marie-Jo non è una moglie annoiata in cerca di trasgressione,
secondo un certo stereotipo del triangolo erotico, ma è una donna
innamorata sinceramente di due persone che affronta il suo dissidio
interiore con sensi di colpa, dettati dall'impossibilità di vivere
serenamente questa sua scissione affettiva, ma con totale libertà.
Per una volta, quindi, non è l'uomo che deve scegliere tra il
tepore della famiglia e la passione travolgente, ma è una donna che
si completa dividendosi in due e vivendo in modo assoluto e
totalizzante entrambi gli amori. Questo ribaltamento di ruoli dona
verve e spigliatezza al film, con uomini in attesa di una telefonata
e inclini alle lacrime, ma le risate in sala la dicono lunga sul
bacchettonismo dilagante di fronte a scelte anticonvenzionali,
vissute con dolore e amore sinceri. Il regista si preoccupa
costantemente di non giudicare il suo personaggio e alcune
situazioni e dialoghi sembrano assurdi, abituati come siamo a
pensare che le cose debbano andare in un'unica direzione, la sola
possibile in un mondo ancora legato a schemi rigidi e indiscutibili.
Ma Guediguian non vuole farsi porta-bandiera della coppia aperta.
Quello che accade nel film riguarda solo Marie-Jo e chi le gravita
intorno e lo spettatore si trova semplicemente ad essere testimone
di un amore inusuale. Forse avrebbe giovato al film una maggiore
concisione, perché dopo un po' il ripetersi dei tira e molla della
protagonista non aggiunge molto al suo personaggio e alla storia. In
ogni caso, grazie anche alla generosità degli interpreti (davvero
luminosa Ariane Ascaride, moglie del regista) e ad una messa in
scena schietta ed efficace, il film offre un punto di vista
significativo raccontando una storia problematica con sensibilità e
intelligenza.
Voto: 7,5
Luca
Baroncini |
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O SEGREDO DA MÚMIA (Ivan Cardoso) |
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Il professor Vitos
riporta in vita la mummia del mercante Runamb che in questo
modo può incontrare Miriam, reicarnazione di Nadja, suo antico
amore.
Dal lofai al cisei. Citando Bugo, si arriva
immediatamente al nocciolo della questione: O segredo da mùmia
parte benino come parodia di certo horror “classico” (è
dell’82 ma sembra girato ora negli anni ’30 ora nei ’40 ora
nei ’50), per poi lanciarsi in una sorta (ipotizzo) di autoparodia,
diventando cioè la brutta copia di una copia deformante di film
obsoleti e ormai ridicoli, per trasformarsi, infine, in un semplice
filmaccio noioso e interminabile con vaghissimi rimandi a Jess
Franco o Russ Meyer. Sporadiche le risate, dalla dubbia natura e
dalla genesi incerta.
Voto: 5
Gianluca Pelleschi
Ivan Cardoso
è stato assistente alla regia per Rogerio Sganzerla, collaboratore
di Julio Bressane, autore delle fotografie delle copertine dei
dischi di Gilberto Gil e Caetano Veloso. "O Segredo da Mumia"
è la sua prima regia, primo esempio di un genere di sua invenzione,
il terrir
misto di horror di serie B d'ispirazione americana e chancada,
comicità. Il risultato è una devastante sequela di trovate
straviste "rinnovate" da una fittizia/reale mancanza di
mezzi e tecnica: più formati di pellicola, recitazione istrionica,
gratuita fornitura di T&A (tette e culi, miei signori) trama
divagante e pretestuosa. Divertentissimo per i primi cinque minuti.
Voto: 4,5
Luigi Garella
Voto: 4
Luca Pacilio
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SPIDER (David Cronenberg) |
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Uscito da un ospedale
psichiatrico, Dennis Cleg viene ospitato in una casa famiglia.
Ricordi dolorosi lo angosciano: la morte tragica della madre è
l'origine del suo tormento e del suo malessere.
Impigliato
nella rete
Cronenberg tesse la tela di SPIDER e vi rimane
impigliato: sembra far di tutto per rendere suo questo film
fortissimamente voluto da Ralph Fiennes, ma debole è l'assunto,
debole l'idea e debole (presumo, non l'ho letto ma ho letto altro
dello stesso sopravvalutato scrittore) il romanzo di quel Patrick Mc
Grath che, elevato alla notorietà italiana grazie a due mediocri
opere (FOLLIA e IL MORBO DI HAGGARD), incensate molto, mette
soggetto e sceneggiatura a disposizione del regista canadese. Il
tormento del protagonista, figura ferita dentro e biascicante
dall'inizio alla fine, viene a galla per flashback mentre questi
ricostruisce il suo passato scrivendo incomprensibili geroglifici
nel suo taccuino: si capirà ben presto che quello che stiamo
vedendo è solo il risultato del distorcente filtrare operato dalla
mente malata di Dennis. La storia è quella banalotta e
convenzionalissima di un complesso d'Edipo non superato: il bimbo,
soprannominato Spider (ha l'abitudine di costruire complicate tele
fatte di spago nella sua cameretta), scopre che alla mamma piace far
l'amore col papà e il disturbo e la gelosia sono perturbanti al
punto da fargli immaginare l'assassinio dell'angelica figura materna
da parte del padre in combutta con la matrigna-puttana che prenderà
il posto della genitrice virtuosa e amorevole. A quel punto il
ragazzino decide di togliere di mezzo quella che si rivelerà (?)
essere solo una sua immagine mentale laddove la sua schizofrenia lo
conduce, invece, a un effettivo matricidio. Il meccanismo
traspositivo si mette in moto anche a distanza di tempo quando,
uscito dal manicomio e albergato in un ricovero per diasadattati,
Spider un bel giorno scopre che anche l'istitutrice non ha più la
faccia di Lynn Redgrave ma quella dell'onnipresente (e molto brava)
madre\matrigna Miranda Richardson: apriti cielo, è ora di far fuori
anche lei...
Delude l'esiguo spessore e la superficialità nella trattazione di
temi che, al di là dello script, sembravano avere in potenza spunti
interessanti: il rigore della messinscena, per niente effettata e
molto essenziale e che ingloba in sé sapientemente realtà e
fantasia paranoica, non basta a dissipare la sensazione di un
impressionante vuoto meramente illustrativo, per quanto velatamente
allucinato, che accompagna la visione di un film che si affida
ciecamente e quasi esclusivamente all'esilissima idea centrale. E'
chiaro l'intento di un approccio minimalista da parte del regista e
raffinate sono alcune soluzioni da lui adottate per rendere
credibile la fragile psiche del protagonista, soprattutto nella
confusione dei piani effettivi e mentali, ma il tentativo di
renderne la schizofrenia abbassando il tono visionario,
costringendolo nell'ambito di una quotidianità grigia e opprimente
e senza sottolinearlo pedissequamente, per quanto lodevole, non
riesce a fare della storia di questa ossessione imprigionante un
film realmente ossessivo, trattenendosi a stento alle larghe maglie
di una sceneggiatura dilatata a dismisura e con nessun appeal,
affidandosi a un tono sospeso che, lungi dall'inquietare, ha un
curioso effetto ottundente. Come ormai gli capita sempre più spesso
Cronenberg varia rispetto alle costanti del corpus (in verità
piuttosto compatto) della sua opera: rinuncia alle sue visioni
terrificanti (nel romanzo ce ne sono ed il regista ha voluto farne a
meno per evitare l'horror e insistere in maniera più pregnante sul
tema dell'identità perduta) in favore di un registro austero ma
pedante ben lontano dalla sublime ambiguità di un M. BUTTERFLY o
dagli effetti devastanti di un CRASH: manca a SPIDER il coraggio
dell'indefinito, confondendo l'autore le piste ma risultando troppo
sollecito e puntuale nel ricomporle e decrittarle. Rimangono i bei
titoli di testa, che spesso Cronenberg concepisce come affascinante
oggetto a parte, e che qui esplorano le macchie di Rorschach,
e le splendide, efficaci musiche di Howard Shore, fedele
collaboratore del regista.
Voto: 5
Luca Pacilio
Il Ragno non punge
Ci si sprofonda nella poltrona fissando lo
schermo bianco, poi le luci si spengono, la realta' sfuma in un
bagliore nero e prende il sopravvento una storia dai confini
rettangolari. Gradualmente i colori, le voci, i suoni formano un
tutt'uno che, pur nell'immobilita' del viaggio, permette allo
spettatore di camminare in un sottile e quanto mai precario limbo,
dove emozioni e pulsioni hanno la possibilita' di uscire allo
scoperto. Il tragitto di "Spider" di David Cronenberg,
pero', non esce dal perimetro dello schermo. Si e' testimoni di un
delirio senza riuscire a penetrarlo.
L'idea di una follia non giustificata in modo esplicito dal solito
mattone in testa in eta' pre-puberale e' molto interessante, perche'
siamo abituati ad un rapporto causa-effetto in grado di risolvere
meccanicamente qualsiasi alienazione. Ma un soggetto cosi' complesso
avrebbe avuto bisogno di un approccio molto piu' visionario, in
grado di trasmettere quello che l'oggettivita' dei fatti nasconde.
David Cronenberg sceglie invece una messa in scena essenziale e cupa
ma tutto sommato piatta, conferendo al racconto una lentezza che non
diventa mai comunicativa. Il vagare di un dolente Ralph Fiennes,
tutto occhi sgranati e biascichii, aggiunge poco ai moti del suo
inconscio e l'idea di rendere il protagonista testimone del suo
delirio e', all'inizio accattivante, poi semplicemente ripetitiva.
Come la tela di ragno entro cui "Spider" si rifugia
coltivando la sua insana follia. Gli unici guizzi sono nei dettagli,
molto cari al regista canadese e ammantati della consueta morbosita'
(una viscida anguilla per cena, i denti neri della "nuova"
madre, lo sperma gettato in faccia allo spettatore), non
sufficienti, pero', ad approfondire un disagio e a renderlo
toccante. Molto brava la camaleontica Miranda Richardson, meno
convincente il volenteroso Ralph Fiennes: si ha costantemente la
sensazione che l'attore prevalga sul personaggio.
Voto: 5
Luca Baroncini
Voto: 6,5
Mauro Ravarino
Voto: 5,5
Luigi Garella
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