TORINO 2002
Orizzonte Europa

 

   ORIZZONTE EUROPA 2002
     - 10 - UMA SÉRIE DE 4 CURTAS METRAGENS di Sandro Aguilar, Ciprì & Maresco, Christoph Girardet, Miguel Gomes, Matthias Müller 
    - ALTAR di Rita Azevedo Gomes 
    - CORRISPONDENZE PRIVATE di Corso Salani 
    - DER TRIUMPH DES WILLENS di Leni Riefenstahl 
    - ELSEWHERE di Nikolaus Geyrhalter 
    - IM TOTEN WINKEL - HITLERS SEKRETÄRIN di André Heller, Othmar Schmiderer 
    - JONAS AT THE OCEAN di Peter Sempel 
    - LA DERNIÈRE LETTRE di Frederick Wiseman 
    - LES CHEMINS DE L'OUED di Gaël Morel 
    - MEDICINA I MISTERI di Francesco Brocani 
    - UN ALDO QUALUNQUE di Dario Migliardi 
    - UN DÍA DE SUERTE di Sandra Gugliotta
   Docs in Europe
- LES ENFANTS DU BORINAGE - LETTRE À HENRI STORCK di Patric Jean
    - MISÈRE AU BORINAGE di Joris Ivens, Henri Storck
    - NIGHT MAIL di Harry Watt, Basil Wright
    - APPUNTI SU UN FATTO DI CRONACA di Luchino Visconti
    - TALES FROM A HARD CITY di Kim Flitcroft
    - 66 SCENER FRA AMERIKA di Jørgen Leth
    - AS PEDRAS E O TEMPO di Fernando Lopes
    - FØR GÆSTERNE KOMMER di Jon Bang Carlsen
    - GLADIATORI di Maria Martinelli
    - NO QUARTO DA VANDA di Pedro Costa
   Un'altra Europa 2002
    - THE REVENGE OF FRANKENSTEIN di Terence Fisher 
    - THE PLAGUE OF THE ZOMBIES di John Gilling
    - FRANKENSTEIN MUST BE DESTROYED di Terence Fisher
    - FRANKENSTEIN AND THE MONSTER FROM HELL di Terence Fisher
    - QUATERMASS AND THE PIT di Roy Ward Baker
    - FRANKENSTEIN CREATED WOMAN di Terence Fisher

 

 

 

- ORIZZONTE EUROPA 2002

 

ALTAR
(
Rita Azevedo Gomes)


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“Immagini talmente mute che, guardandole, mi sembra di aver chiuso gli occhi”. Questa la “frase di lancio”, nonché tormentone ciclico, del film. Beh, non so se si tratti di un’affermazione “autoreferenziale” della regista  Rita Azevedo Gomes, ma di certo è questo l’effetto che, a posteriori, mi suscita il ricordo di Altar. Come se avessi chiuso gli occhi (ma soprattutto le orecchie), del film non ricordo praticamente nulla, se non la noia, la smania, la stizza, la rabbia che mi spingevano (me, ateo convinto) a pregare dio che i 75’ finissero il più velocemente possibile. Vaghe memorie: catalettiche digressioni sulla pittura, con lenti movimenti di macchina su tele a me ignote, dialoghi incomprensibili e inconcludenti, colmi di citazioni, filo conduttore della storia/vicenda/flusso inesistente. Certo, ripeto, scrivo sulla base di reminescenze poco attendibili, ma una cosa la posso dire con certezza: è stata una delle esperienze più estenuanti che ho mai fatto in una sala cinematografica.

Voto: 2                           Gianluca Pelleschi


Voto:  2                                  Luca Pacilio


Voto:  2                                 Luigi Garella


Voto: 1                             Stefano Trinchero

 

 

IM TOTEN WINKEL - HITLERS SEKRETÄRIN
(André Heller, Othmar Schmiderer)


La signora Traudl Junge dall'autunno del 1942 è segretaria privata di Hitler. Muore nel 2002, pochi giorni dopo la presentazione di "Im Totel Winkel" al fetival internazionale del cinema di Berlino.

La signora Junge, seduta su una poltrona guarda uno schermo televisivo brani dell'intervista di alcuni giorni prima (solo ora ce ne si rende conto): aveva raccontato della sua giovinezza, della casualità delle conoscenze che l'avevano portata alle prove ed al colloquio per essere segretaria del führer, la timidezza, la sfrontatezza delle giovane età. L'inquadratura è quasi uguale, mutano il colre del maglione ed il foulard, ogni tanto accende una sigaretta: piano americano, di tre quarti, frontale, rarissimi avvicinamenti. Parla con sicurezza ma il commento  crudele con sé stessa, si dice d'esseri impelagata in sciocchezze. Perché? Perché lei era lì, al centro del potere sconfitto dello scorso secolo, non se ne rendeva conto, nulla trapelava dei campi di concentramento, della guerra nei dati. Avrebbe potuto fare qualcosa? Ma non l'ha fatto, non sapeva, era abbagliata o solo giovane, od entrambi. Per i seguenti ottant'anni, passando per Norimberga, per un silenzio lunghissimo, per un'esistenza da costruire la responsabilità si è unità alla consapevolezza di non poter più agire sul passato. La continua sconfitta di una vita che ora vede, al termine, malata di tumore (lo si scopre solo alla fine) con occhi che hanno superato la disperazione per approdare al nulla del racconto. Quindi parla, inanella memorie, personaggi, i giochi e la merenda nel bunker con i figli di Goebbels sono strazianti ma distillati nella chiarezza di frau Junge, quasi distante.
Disperato e trattenuto, rigoroso Im totel Winkel non indaga, lascia libero corso, novanta minuti di racconto su sette ore d'intervista schiacciante, colma di mistero umano, non si concede alcuna riconciliazione allo spettatore lasciato a passare dallo scetticismo iniziale (un senso di colpa indimenticabile per chi scrive) alla rassegnazione per la narrazione che alla fine sfocia nei dovuti quadri esplicativi.
I paragoni con gli shoa movies sono immorali e disgustosi.

Voto: 9                                  Luigi Garella


Voto:  7,5                             Mauro Ravarino

 

LA DERNIÈRE LETTRE
(
Frederick Wiseman)


Anna Semionovna è un medico ebreo russo che vive in una piccola città dell’Ucraina appena conquistata dai nazisti. Scrive un’ultima lettera al figlio che si trova al riparo dalla prima linea al fronte. Anna Semionovna sa che, nel giro di pochi giorni, sarà uccisa dai tedeschi insieme agli altri ebrei. La lettera riassume gli episodi più salienti della sua vita.

Monologo sull'Olocausto

L'ultima lettera al figlio di una madre ebrea pochi giorni prima di morire. Un lungo monologo interpretato con straordinaria sensibilità dalla carismatica Cathrine Samie. Il famoso documentarista americano  Frederick Wiseman rende cinematografico un testo di Vassilij Grossman (sceneggiato dallo stesso regista) attraverso un contrastato bianco e nero, valorizzato da giochi d'ombra suggestivi e dinamici. Il testo parte dall'invasione dei tedeschi nel villaggio ucraino dove vive la protagonista, affronta le difficoltà dei rapporti con il vicinato non ebreo e si sofferma a lungo sulla vita all'interno del ghetto, sulla fiducia che nonostante la certezza della morte continua a permettere ai giorni di succedersi nella speranza. Più efficace nella prima parte, si fa apprezzare per il rigore della messa in scena ma soffre di una certa letterarietà (forse voluta) che soffoca la partecipazione emotiva limitando il coinvolgimento. Si ha più la sensazione di partecipare ad un saggio sull'Olocausto che ad un'ultima lettera inviata da una madre a un figlio.

Voto:  7                                Luca Baroncini


Esempio di cinema-teatro inutile e vagamente ricattatorio: tocca tasti di sicuro effetto emotivo (il rapporto madre-figlio, l’olocausto) ma lo fa in una maniera talmente fredda, didascalica, accademica da suscitare solo noia e perfino un pizzico di stizza. La Cathrine Samie sembrerebbe anche brava, ma è più impegnata a far vedere quanto recita bene che a credere in quello che recita. Belle, comunque, alcune trovate visivo-scenografiche di Wiseman.

Voto:  5                              Gianluca Pelleschi


Fredrik Wiseman (si vedano le recensioni dei suoi lavori di Torino 2001 e Venezia 2001) dal 1967 si dedica al documentario, del suo primo "Titicut Follies" -su un manicomio criminale- viene per moltissimo tempo vietata la distribuzione, gli ultimi impegni sono "Public Housing", "Belfast, Maine" e "Domestic Violence" I e II. al festival del cinema di Cannes 2002 viene presentato il suo primo film di fiction, "The Last Letter/La Derniere Lettre". Inutile dire che le aspettative erano grandissime: fin dai primi istanti di un lavoro documentaristico di Wiseman si coglie la peculiarità morale dello sguardo, la capacotà d'essere invisibile ma presente, curioso e paziente con la realtà, assorbendola lentamente.
In uno spazio grigio compare un'ombra, stagliata su una parete, è l'attrice Catherine Samie con lungo vestito nero ed una stella di David cucita sul petto, interpreta la protagonista, Anna Semionovna, recita la lettera scritta al figlio. Un saluto definitivo prima d'essere giustiziata, senza altro motivo che d'esser ebrea, rinchiusa nel ghetto in compagnia di altri con i quali scambia aiuti e dialoghi che riporta, fedele, perché arrivare ai saluti in questa missiva è dar ragione al futuro.
Un'ora in cui le ombre si moltiplicano, si muovono leggermente fuori sincronia alle spalle della donna che recita teatrale, piange con distacco, si muove quasi rallentando una danza.
Purtroppo tutto molto più interessante sulla carta: una messa in scena rigorosa e priva di scarti, la recitazione morbida e fredda, un testo piatto cadono nell'indifferenza quando non nella noia. Doloroso dire che oltre alle ottime intenzioni ed una tecnica brillante non c'è molto altro da constatare, deludente la totale mancanza di problematizzazione ed inventiva.

Voto:  5                                   Luigi Garella


Voto:  6                                    Luca Pacilio

 

UN DÍA DE SUERTE
(
Sandra Gugliotta)


E’ la storia di quattro giovani che si dibattono tra lavori precari ed espedienti più o meno leciti per sbarcare il lunario in una Buenos Aires in continuo movimento, che sta per essere devastata dalla crisi. Elsa spera di trovare un lavoro che le permetta di partire per l’Italia per vivere con un ragazzo di cui è innamorata. 

L’impressione davanti a questo primo lungometraggio della regista argentina Sandra Gugliotta è quella di un film meravigliosamente libero, semplice, diretto. Un piccolo diamante grezzo frutto di un cinema istintivo e stradaiolo, vorremmo dire giovane (con una sola “g”, e nel suo significato più puro di contrario di vecchio e stantio), un cinema dentro il quale pulsa la linfa della vitalità e della voglia di scendere in strada e filmare, documentare, gettare i personaggi in una immensa città\set e studiarne i movimenti, i comportamenti, le reazioni. Sandra Gugliotta si circonda di quattro attori meravigliosi e li pedina per le strade di Buenos Aires mentre percorrono la strada che porta al punto di rottura della società argentina, un “prima della rivoluzione” cercato e colto attraverso le tensioni centrifughe che si insinuano nella vita dei quattro protagonisti. Una menzione d’onore per la bravissima  protagonista Valentina Bassi, di una bellezza limpida e solare in grado di riempire ogni singolo piano e di scuotere il film dall’interno mettendo in moto i personaggi che la circondano per poi abbandonarli al loro destino con la crudeltà propria solo di chi non può essere amato.

Voto:  8                                Stefano Trinchero


Una delle sorprese del (mio) festival. Finito in sala per caso, mi sono ritrovato quest’ottima coproduzione argentino-ispanico-italiana, girata in bianco e nero con camera a mano ed elegante piglio documentaristico, che colpisce soprattutto per la sensibilità di uno script davvero ineccepibile che delinea una galleria di personaggi complessi, dalle molte sfaccettature. Anche la vicenda, che letta nella sinossi sembrava di indubbia banalità, è gestita con maestria dalla giovane regista e sceneggiatrice Sandra Gugliotta, la quale sa dare al film un buon ritmo e sa andare con leggerezza oltre la superficie degli eventi, mantenendo desti cuore e cervello. Sugli attori, tutti incredibilmente bravi, spicca la bravissima protagonista Valentina Bassi, incantevole ragazza dalle molte doti. Peccato solo per l’ultima parte del film, l’epilogo italiano, nel quale la vicenda scivola in quel “banale/prevedibile” dal quale si era accuratamente tenuta lontana.

Voto:  7,5                              Gianluca Pelleschi

 

 

- Docs in Europe

 

NIGHT MAIL
(
Harry Watt, Basil Wright)


Film pubblicitario delle poste britanniche, mostra i metodi, i tempi ed i visi della distribuzione postale mentre la città (e non solo) dorme. Nel 1936 John Grierson mette assieme alcuni giovani documentaristi inglesi che riprendono dettagli tecnici (come le borse di cuoio e tela vengono passate tra terra e treno e viceversa quando questo è in corsa, ganci e catapulte) ed azione umana nelle stazioni, allo smistamento, nella pausa, al cambio del turno. Su una apposita partitura di Benjamin Britten.

Voto:  6,5                                   Luigi Garella

 

GLADIATORI
(Maria Martinelli)


Già visto due anni fa e riproposto, inspiegabilmente quest'anno, GLADIATORI vorrebbe scavare nel mondo dell'hard core e presentare il making of del prodotto porno: impressioni, retroscena, interviste, pareri. La partenza promette qualcosa ma quasi subito la regista si compiace e si dimentica di fare il ritratto dell'ambiente. Alcuni passaggi dell'intervento di Siffredi valgono la visione, ma non per quello che pensate...

Voto:  5                                 Luca Pacilio


Voto:  4                              Mauro Ravarino


Voto:  5,5                              Luigi Garella

 

NO QUARTO DA VANDA
(Pedro Costa)


Pedro Costa ritorna nel Bairro das Fontainhas, quartiere alla periferia di Lisbona che era stato il “set” di “Ossos” e dove vivono la maggior parte dei suoi protagonisti. Questa volta ritorna solo, senza una troupe al seguito, soltanto con una piccola telecamera digitale e un microfono. Ritorna nella stanza di Vanda Duarte, la filma in compagnia della sorella Zita mentre parlano, urlano, si raccontano storie, trascorrono le loro giornate fumando crack, in attesa che i bulldozer che stanno distruggendo il bairro arrivino fino alla loro casa.

“Io parlo continuamente di Tourneur perché è l’autore più conosciuto, ma io ho sempre amato molto tutti questi film, soprattutto americani, di mistero, non di fantascienza, ma letteralmente di isole perdute, di cimiteri permanenti… Pertanto lì c’era qualcosa di sacro, il suolo era sempre sacro, il cimitero… La prima cosa che fai quando entri in un cimitero è sempre non calpestare le tombe, entrare in un cimitero è come entrare in un campo minato. Quindi in me c’è sempre stata questa convinzione che il cinema possa filmare molto bene questa cosa e ci sono persone che hanno filmato molto bene l’orrore, il terrore di non conoscere bene il terreno che calpestiamo. A Fontainhas è stato esattamente nel giorno in cui ho visto un vecchio che sembrava uscito da un film di Tourneur, quasi un saggio, muscoloso, con la barba. Venne a dirmi che loro seppellivano i loro morti per strada, e che quindi io magari stavo calpestando dei cadaveri… Deve essersi inventato questa storia. Gli Straub lo filmano sempre, c’è un loro film che parla di questo che è “Fortini\Cani”, in cui filmano molto liricamente le Alpi Apuane, dove c’è stato un enorme massacro, come per dire che quelle colline sono piene di sangue. Credo che sia una preoccupazione che si deve sempre avere in un film, quella di sapere sempre dov’è che si mette la macchina da presa, dov’è che si sta filmando, quasi si stesse disturbando…” (Pedro Costa)

”No quarto da Vanda” è in fondo proprio la storia della profanazione di un territorio. Il caso più unico che raro nella storia del cinema di un cinema che filma la sua propria autodistruzione, che si sviluppa e intanto si guarda morire. “No quarto da Vanda” è la fine di un processo che parte dal cinema per approdare alla vita e lasciar sgretolare lentamente il cinema, un processo che parte da lontano, dalle isole di cenere capoverdiane (“Casa de lava”, 1994) seguendo la rotta di tanti emigranti che ogni giorno approdano a Lisbona, Bairro das Fontainhas (“Ossos”), per concludersi dentro la stanza di Vanda Duarte, tra le macerie del bairro. Il cinema di Pedro Costa è prima di tutto la storia di questi luoghi, di questi spazi, un cinema visceralmente legato alle geografie, spaziali e umane, che si è concretizzato negli anni attraverso l’osmosi profonda creatasi tra il regista e i luoghi del suo cinema, che non è più spazio filmico (come forse si poteva pensare nell’analisi di “Ossos”, prima di aver conosciuto da vicino la stanza di Vanda) ma prima di tutto spazio di vita, negli interstizi del quale può insinuarsi liquidamente il cinema, fino a perdercisi dentro. Quel “sapere esattamente dove si appoggia la macchina da presa” è per Costa il frutto di due anni di vita trascorsi nella stanza di Vanda, nei vicoli di Fontainhas, il frutto delle storie e dei rapporti umani intessuti nel tempo. Ogni immagine e ogni suono di “No quarto da Vanda” sono parte di un’esperienza quotidiana e continua di cui il cinema è soltanto una delle componenti, non il risultato ultimo di un processo di osservazione antropologica ma piuttosto un elemento quasi impercettibile all’interno di un sistema regolato da spazi e tempi propri che assorbe il cinema e lo rende parte integrante di sé, dove la telecamera una volta appoggiata sulla terra vi sprofonda dentro. L’atto del filmare la distruzione del bairro è un vortice nero paragonabile forse solo allo sguardo in macchina di Buster Keaton al termine del “Film” beckettiano, un estremo cinematografico indicibile perché lancia uno sguardo sulla fine del cinema, sulla morte istantanea del dispositivo creato per permettere l’esistenza del cinema. Due piani risultano esemplari: quello della distruzione del muro con la X gialla che vediamo cadere sotto i colpi di un bulldozer dopo averlo visto fare da sfondo ad altri piani del film (molto difficile non pensare a uno dei primi grandi “gesti” cinematografici di sempre, quella distruzione e ricostruzione del muro mostrata dai fratelli Lumiere ottenuta facendo scorrere la pellicola in avanti e all’indietro). L’altro piano è posto in coda al film: vediamo un frammento di muro, l’angolo che congiunge due pareti ormai invisibili, ripreso da quello che un tempo era l’interno di una casa. Sullo sfondo si intravedono dei palazzi nuovi, prima nascosti dalle case del bairro, uguali a quelli che forse sorgeranno a Fontainhas dopo la distruzione. Un’inquadratura molto luminosa, stranamente ariosa, non rimane nulla dei vicoli stretti, delle finestrelle che davano sul muro di fronte, del buio, di tutto il materiale di cui era costruito e intessuto questo film, così come lo era Ossos.

“In “Casa de lava” il lavoro veniva tutto da dentro di me, era una cosa che io progettavo a Capo Verde, c’era un lato molto romanzesco. Ma a Fontainhas, in “Ossos”, già sentivo che veniva molto di più del bairro verso di me, il primo impulso, il primo shock, è vedere le cose che vengono loro verso di noi e non che andiamo noi verso di loro. Ecco, questo movimento impiega molto tempo, abbiamo fatto due film, credo sia sufficiente, ma oggi non vedo come io possa fare diversamente, ossia, avrei molta difficoltà a scrivere un copione , a scrivere una finzione. Le persone normalmente parlano delle cose che amano, ma io non lo faccio perché c’è sempre il pericolo della proiezione, della costante invenzione. E in “Ossos” ho verificato che era sempre abbastanza interessante quello che loro mi dicevano, o quello che inventavano, non so se mi dicevano la verità. Io credo che si concretizzino di più lo spazio e il tempo, in una maniera più… documentaria, non lo so…” (P.C.)

Voto:  10                             Stefano Trinchero

 

 

- Un'altra Europa 2002

THE REVENGE OF FRANKENSTEIN
(Terence Fisher)


Il barone Frankenstein scampa al patibolo e torna ad esercitare, sempre ovviamente per il progresso scientifico.

Il secondo episodio su Frankenstein di Terence Fisher è memorabile solamente come anello di passaggio, grazie al sottofinale a "sorpresa" a Londra. Arrivato in una nuova città Frankemstein si conquista il favore della comunità curando anche i poveri e gli emarginati più antisociali (e piacevolmente antipatici) che però servono come portatori sani di parti di ricambio per le creature. Fallito -per incuria del soggetto- il recupero all'umanità del gobbo aiutante (no, non è Igor) non resta che una rocambolesca fuga. Tutto si regge sulle stilose spalle di Peter Cushing che alterna mondanità sopraffine ad atteggiamenti furtivi e ladreschi, Fisher si limita alla diligenza generalizzata infilando luoghi e situazioni consuete: il cimitero, le vittime, l'intrigo, la giovane innocente che si ricrede. I tempi sono quelli d'un tempo, rilassati.

Voto:  5,5                              Luigi Garella

 

THE PLAGUE OF THE ZOMBIES
(John Gilling)


In città accadono cose strane. Il dottor James Forbes rivelerà l'arcano.

Zombie-movie pre-Romero, The plague of the zombies è il classico prodotto Hammer, un horror di quelli che oggi chiamiamo “classici”, dove per classico si può tranquillamente leggere “terribilmente invecchiato”. Certo non fa paura, certo è molto naif, certo è a tratti decisamente ridicolo, ma ha il pregio di anticipare un po’ l’iconografia zombica romeriana e ha comunque quel fascino retrò al quale non è poi così difficile perdonare tutto (o quasi).

Voto:  6                               Gianluca Pelleschi


Voto:  6                                     Luca Pacilio

 

 

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