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TORINO 2002
CORTOMETRAGGI |
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17 MINUTE ÎNTÂRZIERE (Catalin
Mitulescu) |
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Probabilmente
il miglior cortometraggio visto al Festival. Gli ultimi dieci minuti
di vita di un malavitoso alle prese con uno strano incidente
d’auto in una giornata piovosa che gli causerà diciassette minuti
di riatardo. Un film veloce e terribilmente intenso, dal ritmo
singhiozzante e isterico, costruito da rapide schegge incollate
l’una all’altra. Mitulescu costruisce un film in cui gesti,
movimenti e immagini sembrano abbandonarsi al caso, per poi assumere
però una specie di fredda, brevissima enfasi in grado di togliere
il fiato.
Voto: 8
Stefano Trinchero
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ANTYCHRYST (Adam Guzinski) |
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In un’atmosfera sospesa tra la realtà e la fiaba,
in un paesaggio aspro e indefinito nei pressi di una cava,
Antychryst si rivela il miglior cortometraggio visto al Torino Film
Festival di quest’anno, premiato nel concorso con una menzione.
Un ragazzino, il più grande del gruppo, si crede l’Anticristo e
inventa di continuo prove di iniziazione da sperimentare con gli
altri bambini, sempre più estreme, fino alla tragica conclusione
che ribalta i rapporti di giocoforza.
La corsa nel campo, la bicicletta che attraversa l’inquadratura, i
movimenti di macchina dal cielo alle ruote, ai volti non sono
solamente suggestivi e poetici, ma cinema totale, testimoniano lo
sguardo dell’autore “lucido ed astratto sull’universo
infantile che riesce a rivelare una significativa metafora sulle
relazioni fra gli individui”, come recita il giudizio della
giuria. I ritratti dei quattro ragazzini a cavallo tra adolescenza e
infanzia, chi più grande chi meno, “disegnano” un’espressività
massima nei visi e nella mimica facciale dei protagonisti.
E’ un’opera già matura dove ogni componente filmico e
profilmico è significativo. In ventotto minuti di racconto
cinematografico emerge una scelta di regia assolutamente personale,
un’abile direzione degli attori e una ricerca fotografica
d’eccezione.
Un film intenso e pieno, da godere, fuor di
retorica, con gli occhi, la mente e il cuore.
Voto: 8,5
Mauro Ravarino
Un gruppetto di ragazzini gioca
in una brulla campagna, ruba vino da una cantina e, seguendo il loro
capo che si sente onnipotente sfidano le esplosioni in una cava a
cielo aperto.
Il fascino del demonio in quattro ragazzini liberi di
giocare con la realtà e con la percezione d'essa, guidati da un
biondo e ghignante sedicente demone immortale: una progressione
selvaggia che sfiora la crudeltà, stupende immagini di campagna,
giovani interpreti strepitosi, uno sguardo obliquo sulla crescita e le
illusioni. Ottimo non fosse per la durata eccessiva che ne sminuisce
la forza.
Voto:
7
Luigi Garella
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto:
7
Stefano Trinchero |
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COMME UN SEUL HOMME (Jean-Louis Gonnet) |
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Il regista non racconta una storia ma cerca di
carpire gli umori, le sensazioni, le tensioni che precedono una
partita di rugby. Riscaldamento, incoraggiamenti, massaggi: in
uno spogliatoio poche parole e la camera addosso ai corpi degli
atleti. Sostanzialmente meritato il premio come miglior corto
per la peculiarità dell'idea e l'autenticità dell'approccio.
Voto: 6
Luca Pacilio
Facile
giochino semi documentaristico sulle preparazioni negli spogliatoi
prima (e durante) una partita di rugby, corpi, azioni, siparietti,
tutto abboazzato e privo del benché minimo senso dell'immagine.
Incomprensibilmente premiato come miglior corto.
Voto: 5
Luigi Garella
Voto: 7
Mauro Ravarino
Voto: 7
Stefano Trinchero
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DREAM WORK (Peter Tscherkassky) |
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Curioso questo tentativo di opera onirica ottenuta
attraverso un campionamento di immagini di altri film di repertorio
(alcuni anche riconoscibili). Di questi vengono ricopiati a mano, su
pellicola vergine, i singoli fotogrammi: l'effetto di questo
esperimento, che si pone sul confine della videoarte, è oscuro ma
affascinante. Omaggio a Man Ray e alle sue rayografie (la tecnica
che il grande artista scoprì del tutto casualmente e che permetteva
di creare immagini senza utilizzare l'apparecchio fotografico,
attraverso il semplice contatto dell'oggetto con l'emulsione
sensibile, opere sofisticate e misteriose che divennero uno dei
marchi di fabbrica della sua strabiliante produzione).
Voto: 6
Luca Pacilio
Più videoarte che cinema, più installazione che
film, Dream Work ha forse maggiore importanza teorica che
“pratica”. Il regista Tscherkassky manipola scarti di pellicola,
ritagli e fotogrammi per costruire opere singolari (DW chiude
una trilogia), decisamente antinarrative, nella fattispecie vagamente
oniriche, ma decisamente impossibili da fruire “in sé”,
prescindendo cioè dalla conoscenza del processo
creativo-“materiale” che ne ha reso possibile la realizzazione.
Voto: 6
Gianluca Pelleschi
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GUNPLAY (Stefanie Berk) |
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Una
tredicenne va col padre al poligono, tentenna, si fa regalare una
pistola ("Eh, ormai ora!"),
spara con incredibile mira ad una sagoma. Quando ormai usciti, per
un problema di precedenza il padre viene a parole con un altro
guidatore la giovinetta impugna l'arma, non capendo esattamente cosa
si voglia da lei. La regista dice di essere attratta dalle armi.
Forse confonde shooting
(sparare) con shooting (filmare).
Una storiella insipida.
Voto: 5
Luigi Garella
Voto: 5,5
Mauro Ravarino
Voto: 5
Stefano
Trinchero
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LA VISITA (Andrea De Rosa) |
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Una turista
francese si perde nei cunicoli sotterranei a Napoli e nel panico
comincia a cercare i custodi, la scia pietre, segnali per ritrovare
il cammino. Perde moccio come se fosse un film dogma ma si tratta
solo di una buona idea tirata inverecondamente per le lunghe.
Voto: 4
Luigi Garella
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NA IDADE DA IMAGEM OU PROJEÇÃO NAS CAVERNAS (Bruno Safadi) |
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Incomprensibile pasticcio: è la storia di Martinho
e del suo ingresso in una banda di giovani malviventi brasiliani. Il
tutto è infarcito di sequenze di violenza girate e recitate con i
piedi e di pretenziose frasette pseudoparafilosofeggianti
sull’Immagine e sulla Societa che fanno cadere le braccia e non
solo quelle. Fortuna che il regista Bruno Safadi è giovane (classe
1980) dunque ancora tranquillamente in tempo per cambiare
mestiere... esilarante, riletta dopo la visione, la sua (di Safadi)
“frase di lancio” per il film: “rifrazione del modello
imperfetto, Na idade de imagem ou proiecao nas cavernas è un
film di ostruzione. Cinema radiografico. Cinema soffocante.” Ma de
che?...
Voto: 2
Gianluca Pelleschi
Voto: 2
Luca Pacilio
Voto: 4,5
Mauro Ravarino
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RITRATTO DI BAMBINO (Gianluca Iodice) |
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In
una Napoli imbandierata per la semifinale Italia – Brasile del 5
luglio 1982, valevole per i campionati del mondo di Spagna, un
bambino vaga per la città assolata e deserta, molti sono già
davanti ai televisori per il fatidico fischio d’inizio della
partita. Incontrerà altri amici e compagni per una partita di
calcio, poco dopo ad un ragazzo un po’ più grande, tra giochi e
scherzi, capiterà un piccolo incidente che renderà indelebile
nella mente del protagonista il ricordo di quella giornata, impressa
nella memoria collettiva da un boato di gioia per la vittoria della
nazionale.
Ben scritto ed interessante per la scelta del bianco
nero, scorre però via senza lasciare più di tanto allo spettatore.
E’uno dei tanti corti in concorso sul tema
infantile-adolescenziale.
Voto: 6
Mauro Ravarino
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WATERMARK (Damon Fepulea'i) |
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Un
film piuttosto curioso, che sfugge dal realismo per presentarci un
bizzarro mondo popolato di bambini. La giocosa situazione iniziale
sembra scivolare nel thriller, eppure la tensione viene stemperata
da una certa vena surreale che assumono i bambini trovandosi in una
situazione tragicomica e grottesca, apparentemente senza vie
d’uscita. La protagonista infatti attraversando un fiume rimane
intrappolata mentre la pioggia continua a far salire il livello
dell’acqua. Il fulcro del film è rappresentato dal crescere di un
silenzioso e dubbioso rapporto di reciproca diffidenza e attrazione
tra la protagonista e un’altra bambina, che sceglierà di non
agire ma che sarà testimone della sua salvezza.
Voto: 6,5
Stefano Trinchero
Voto: 7
Mauro Ravarino
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