TORINO 2002
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
-   - BENT KELTOUM di Mehdi Charef 
    - BUNGALOW di Ulrich Köhler 
    - DURVAL DISCOS di Anna Muylaert 
    - ECCOMI QUA di Giacomo Ciarrapico 
    - EL LEYTON (HASTA QUE LA MUERTE NOS SEPARE) di Gonzalo Justiniano 
    - HUKKLE di György Pálfi 
    - LES JOURS OÙ JE N'EXISTE PAS - Jean-Charles Fitoussi
    - PIOVONO MUCCHE di Luca Vendruscolo 
    - PUMPKIN di Toni R. Abrams - Adam Larson Broder 
    - SATIN ROUGE di Raja Amari 
    - TANI TATUWEN PIYABANNAT di Asoka Handagama 
    - THIS IS NOT A LOVE SONG di Bille Eltringham 
    - TOY LOVE di Harry Sinclair

 

 

- IN CONCORSO

 

BENT KELTOUM
(Mehdi Charef)


Rallia, ragazza di origini algerine, torna in Maghreb alla ricerca della madre Kelthoum che l'aveva abbandonata da piccola.

La ricerca delle proprie radici da parte della protagonista, che viene dal'Occidente che ha tutto, corrisponde alla scoperta di un mondo che non ha niente e il rimpianto per un abbandono, che è germogliato in risentimento vero, si trasforma in tacita gratitudine. Uno spaccato su una realtà durissima è l'occasione per il regista di darsi a un'esposizione un po' didattica e prevedibile della situazione in cui versa la donna in Algeria. Sorta di road movie a tappe moralmente forzate, BENT KELTHOUM varrebbe per le proiezioni scolastiche, un po' meno per un festival.

Voto:  5                                    Luca Pacilio


Coproduzione franco-belga-tunisina che non va oltre l’edificante filmetto da esportazione, ad uso e consumo di occidentali in vena di indignarsi rispettosamente per “come vivono male in certi posti e guarda lì è incredibile nel 2002 e poi la condizione della donna mamma mia ma ci pensi comunque non dobbiamo giudicare è una cultura troppo diversa bla bla bla” e parimenti pronti a notare che “poi oltre a questo ‘sto film c’ha pure una bella, commovente e umana storia d’amore materno tutta al femminile che a me mi piacciono tanto e bla bla bla”. In realtà il film è prevedibilissimo dall’inizio alla fine, commovente come una sedia pieghevole e per di più condito da un’impersonale “bella fotografia” che non rende giustizia all’inospitalità del deserto del Maghreb nel quale il film è in massima parte ambientato. Brutto senza appello.

Voto:  4                              Gianluca Pelleschi

 

BUNGALOW
(Ulrich Köhler)


Il giovane Paul diserta il servizio militare che sta svolgendo, rifugiandosi nel bungalow dei suoi genitori. Viene raggiunto dal fratello Max e dalla fidanzata danese Lene. Qui si lascia andare ad una apatica quotidianità.

Un estate nel sud della Germania, alcuni automezzi militari si fermano per una sosta in un autogrill: Paul, soldato di leva, decide di non ripartire e di tornare a casa, nel bungalow dei suoi genitori, ora assenti perché in vacanza.
Paul si abbandona ad una fase di indolenza a cui alterna momenti casuali di ribellione. Sembra voler fuggire, ma non ci riesce o non tenta del tutto. Attorno alla piscina, al bungalow e dentro la cittadella di provincia, incastonata in una fotografia dai colori neutri e mai saturi che accresce il senso claustrofobico e spersonalizzante del film, Paul si muove tra momenti grotteschi altri più drammatici a volte comici  in un vagabondaggio senza movimento. “E’ un road movie – sostiene il regista - che non incontra mai la strada. Il protagonista ha un sacco di ragioni per andarsene ma non ci riesce mai”. Fuggito dai suoi doveri civici, trova nella casa il fratello maggiore con cui litiga, lo stesso farà con gli amici e con la sua ragazza, poi flirta con la fidanzata del fratello (un’attrice danese), ma è l’incomunicabilità a regnare. Mette al bando qualsiasi senso di responsabilità nella sua alienazione, nella monotonia giornaliera, nell’agire caotico e inespressivo, solo qualche desiderio sessuale in superficie lo smuove, che, con Lene la compagna del fratello, verrà esaudito nell’ultima notte. Angoscia, impotenza e irritazione pervadono il film e lo spettatore durante la proiezione.
Bungalow vive nella stasi visiva, drammaturgica e della rappresentazione. Galleggia tra i “tempi morti” della quotidianità che si reitera e dilata nel nulla, nell’indecisione e nella solitudine di un ragazzo. La macchina da presa spesso accenna appena i movimenti, le inquadrature dinamiche invece su un piano semantico si rivelano apparenti, la camera per lo più registra la scena. Kohler, al suo primo lungometraggio, che in parte si lega a Mein Stern (film austriaco, vincitore lo scorso anno del concorso “lungometraggi”) sceglie un taglio realistico, uno stile asciutto e a tratti documentaristico per raccontare un momento della vita di un adolescente tra nichilismo, infantilismo e tentativi di fuga irrisolti e implosi. Solo alla fine Paul decide di andarsene, sceglie la fuga che dal regista ci è negata, quando il ragazzo si sposta dietro il camion mentre i militari dell’esercito lo cercano, forse il primo tentativo di re/azione.
“Azione”, poetica e ideologica, che un po’ manca a Kohler, se facendo un volo pindarico ci avviciniamo, mantenendo le debite distanze e proporzioni ma a livello di immaginario, a Marco Ferreri per alcune sintonie a riguardo della staticità e della registrazione del reale. Notiamo in Bungalow la mancanza di un’autonomia da modelli estetici preesistenti e di un migliore sviluppo e approfondimento del soggetto.

Voto:  6,5                              Mauro Ravarino


Bel film tedesco dell’esordiente Ulrich Köhler, Bungalow è pellicola di difficile catalogazione popolata di “strani” personaggi emblematici di nonsisabenecosa; primo fra tutti il protagonista Paul, giovane disertore (moderatissimamente rebel, sicuramente without a cause) che da solo regge il film e cattura l’attenzione col suo agire agito e la sua apatia che appaiono comunque indirizzate a un misterioso fine tutt’altro che insignificante. Azzeccata la definizione di Bungalow data dallo stesso regista: “un road movie che non incontra mai la strada”. Azzeccatissima l’ultima scena, a suo modo sospesa e misteriosa, un non-finale perfettamente coerente col mood dell’intero film.

Voto:  7                              Gianluca Pelleschi


Voto:  6                                    Luca Pacilio

 

DURVAL DISCOS
(
Anna Muylaert)


Durval è un trentenne che vive con l’anziana madre nel retro del negozio di dischi (la “Durval discos”, come dice il nome, “non si occupa di CD”) che gestisce. Le loro esistenze entrano nel caos nel momento in cui nella loro “vita di coppia” si inserisce un elemento estraneo, una bambina rapita e abbandonata in casa loro da una sedicente donna delle pulizie.

“La sceneggiatura è ispirata ai vecchi negozi di dischi che si trovano nel caratteristico quartiere di Pinheiros, a São Paulo. Il tema del film è il classico ed eterno conflitto tra madri e figli”, afferma la regista, classe 1964, al suo esordio nel lungometraggio. Un esordio positivo in un film che va doverosamente inserito tra le sorprese più piacevoli di questo festival. “Durval discos” è un oggetto semplice, la messa in scena precisa e crudele di un meccanismo che si scardina dall’interno a causa dell’intrusione di un granello di polvere nei suoi ingranaggi. Il guscio del meccanismo è costituito dall’edificio all’interno (o nei vicini dintorni) del quale si svolge tutta quanta l’azione. E va sottolineata la straordinaria bravura di Anna Muylaert nel muoversi e far muovere i personaggi negli interni di una casa che assume con il procedere del film contorni multiformi, dal ventre materno fino alla prigione nel momento in cui i confini si irrigidiscono, in coincidenza con il prendere forma dell’ossessione che lentamente si insinua nella follia. Un processo fotografato in un mutamento di toni, una discesa che dalla commedia leggera sprofonda verso il grottesco e il surreale, un vortice soffocante che culmina nell’inquadratura finale, punto di rottura che investe e devasta il film con la distruzione della casa\set.

Voto:  7,5                                Stefano Trinchero

 

ECCOMI QUA
(Giacomo Ciarrapico)


Matteo, trentenne disoccupato, scopre di aver avuto un figlio da una ragazza dalla quale si era separato sei anni prima. Tenta di costruire un rapporto impossibile, se ne rende conto.

Un gruppo di amici lavoratori precari o meno, piccole storie di mal di vivere, un po' di sesso, qualche affetto: tutta la terrificante pochezza che ci si aspetta -inevitabilmente- da un film italiano che parla della crisi dei trentenni. Mancando la capacità tecnica di Muccino, l'attenzione di Zanasi od una qualunque altra caratteristica peculiare, ci si trova a fronteggiare il (possibile) pilot di una (impossibile?) sit-com/soap "Un posto in quel posto".
Secondo lungometraggio di Ciarrapico che non promette nulla di buono, latitanza di idee su qualunque piano, inserendosi, non si sa a quale titolo, nella gloriosa (?) scia della commedia all'italiana: un frullato per ogni palato che, pur evitando fastidiosi moralismi, deprime dal primo istante nell'asfissiante affannarsi ad accumulare situazioni topiche alternando risata e meditazione. I personaggi raffazzonati, una regia men che televisiva, dabbenaggine dispensata a piene mani.

Voto:  4                                Luigi Garella

 

HUKKLE
(György Pálfi)


Un uomo seduto su una panchina ha il singhiozzo, un giovane ubriaco russa in carrozza, una gentile signora anziana raccoglie i lillà nella valle, donne cuciono nel negozio del sarto, uomini giocano a bowling in una birreria, l'apicultore raccoglie il miele, una mietitrice miete il grano che al mulino diventerà farina, che a sua volta la nonna nella sua cucina trasformerà in gnocchi... mentre tutto questo accade un poliziotto cerca di scoprire l'autore di un omicidio.

Entomologia di un delitto

Per tutta la durata sembra di assistere ad una versione ungherese di "Voci nel tempo" di Franco Piavoli: lo scorrere inesorabile dei giorni in un villaggio tra i monti seguendo il fluire della natura, il succedersi delle stagioni, i piccoli eventi quotidiani cui si dedicano gli abitanti. La m.d.p. si sofferma in modo maniacale sui singoli dettagli creando sequenze suggestive e istruttive: come si preparara il miele dopo avere svuotato le arnie, il processo che il grano subisce per trasformarsi in farina ed arrivare impacchettato e pronto all'uso sul tavolo da cucina. L'occhio da entomologo del regista scava sui volti degli abitanti, sui tanti animali testimoni del progredire dei giorni e di eventi apparentemente insignificanti. Poi, però, ci si rende conto che lo sguardo documentaristico di Gyorgy Palfi è  solo un pretesto e nasconde una sottile vena caustica. Il film si trasforma infatti, in modo totalmente inaspettato, in una sorta di thriller. Sicuramente originale lo stile adottato dal regista e interessante l'idea di spiazzare lo spettatore dopo averlo confuso. Le troppe divagazioni, però, con tante immagini belle e ben fotografate, non aggiungono a posteriori nulla alla narrazione e, pur svolgendo la funzione di disorientare, paiono gratuite. Tanto che l'inatteso cambio di registro arriva ormai fuori tempo limite. Privo di dialoghi, il film si affida solo alle immagini e agli effetti sonori. Più efficace laddove è la natura ad essere protagonista, perde spontaneità in primi piani ed espressioni che rivelano l'artifizio. 

Voto:  6                                 Luca Baroncini


Se lo guardi da posizione “tattile”, a bordo schermo, Hukkle sembra avvolgerti, ma pare siano diverse le percezioni a seconda della collocazione nella sala e la priorità visiva o auditiva che ne consegue, perché la proiezione del film ungherese nella sua assoluta originalità è quasi un evento.
Precisiamo da subito che è un film senza dialoghi, ma pieno di rumori, suoni e silenzi che ne fanno  una ”sinfonia” musicale. In Hukkle sono protagonisti la vita e il paesaggio di una porzione della campagna ungherese, in un villaggio dove le storie si incrociano o si sfiorano, un ritratto quasi etnografico, un occhio antropologico. E’ però sotteso uno sfondo “noir”, che si muove sullo sfondo insieme alle indagini del poliziotto sulle tracce del delitto, ma questo non forza né scavalca la coralità della scena fatta di piccoli gesti quotidiani, diciamo fornisce una traccia narrativa che tesse le fila dei vari frammenti che compongono Hukkle (dietro alla tranquillità del paese si nasconde il dramma).
Il primo lungometraggio di Palfi è un docu-drama, dai tratti umoristici (il singhiozzo del vecchio che scandisce il ritmo del film), dai colori sfavillanti della natura magiara e da una personale ricerca stilistica. E’ proprio sul piano dello sguardo e della messa in scena che si evidenzia l’originalità del giovane regista. La cura formale, mai formalistica, nell’orchestrare il villaggio sul piano filmico si sviluppa in maniera dinamica e inventiva lungo la scala dei piani e le scelte di montaggio. Splendidi i raccordi analogici alla Ejzenstein, ma che si svuotano del substrato intellettuale per “caricarsi” di ironia.      
Gran bella visione, senza annoiarsi (aspettate che mi levo dall’abbraccio di Hukkle).

Voto:  7,5                                 Mauro Ravarino

 

LES JOURS OÙ JE N'EXISTE PAS
(
Jean-Charles Fitoussi)


Il problema di Antoine è che esiste un giorno su due. A mezzanotte di colpo sparisce per riapparire all'improvviso ventiquattr'ore dopo nello stesso posto. Fino a ora ha vissuto rinchiuso nel proprio appartamento contando su una rendita, senza concedersi alcun incontro, e convivendo come ha potuto con il suo inconfessabile handicap. Ma ecco che incontra Clémentine, che vive a tempo pieno. 


Sciatteria d'oltralpe

Gene Kelly in "Brigadoon", indimenticabile musical di Vincente Minnelli, si trova a dover scegliere tra l'amore e la rassicurante ordinarietà della vita. Eh sì, perché il paese in cui è capitato, e dove ha incontrato la bella Cyd Charisse, compare solo un giorno ogni cento anni. Più o meno quello che accade ad Antoine nel lungometraggio di Jean-Charles Fitoussi, con la differenza che il protagonista vive solo un giorno su due: ogni ventiquattro ore scompare per poi ricomparire nello stesso punto ventiquattro ore dopo. La poco originale ma simpatica idea, potenzialmente ricca di sfumature, diventa il pretesto per un tedioso quanto finto-provocatorio pistolotto pseudo-filosofico. Il regista dilata allo sfinimento ogni sequenza, gli attori sono forzatamente ingessati e inespressivi e una fastidiosa voce fuori campo commenta più di metà film, aggiungendo poco all'inconsistenza delle immagini. L'assurdità del soggetto non trova sufficiente ironia nella messa in scena adottata dal regista che ripropone stancamente la stessa idea, senza alcuna rilevante progressione e senza preoccuparsi minimamente di interessare chicchessia. Tanto che alla fine è lo spettatore ad avere la sensazione di vivere un fotogramma su due. L'altro, prigioniero nel grigio delle intenzioni.

Voto:  3                                  Luca Baroncini


La vicenda è quella di Antoine, che esiste soltanto un giorno su due. Quando, dopo anni di vita solitaria, si innamora di Clémentine i due insieme tentano una difficile convivenza.
“Le jours ou je n’existe pas” è stato probabilmente uno degli oggetti più curiosi e fascinosi visti al festival. L’abilità di Jean-Charles Fitoussi (tra l’altro autore di “Siclia! Si gira”, film che documenta la realizzazione del film di Straub e Huillet) è stata quella di costruire il film incastrando un curioso elemento fantastico dentro una cornice quietamente realista e malinconica. Un film divergente (nonostante la convergenza finale), che con estrema eleganza si divide tra i frammenti di un viaggio (condotto dal sempre grande Luis Miguel Cintra) e le abitudini della vita di Antoine, tra la voce fuoricampo di un narratore esterno (Cintra, appunto) e la voce del protagonista. Fitoussi racconta quasi con timore e con grande rispetto per i suoi personaggi, lasciando respirare a fondo ogni singolo piano del film, conscio del fatto che al cinema uno stacco di montaggio segna il limite tra l’esistenza e la non esistenza.

Voto:  7                                   Stefano Trinchero


Affascinante l'idea di partenza: un uomo che esiste solo a giorni alterni e che deve adattasi alla realtà di questa assurda modalità esistenziale. Il giovane Fitoussi è stato collaboratore di Straub e Huillet e la lezione dei due è evidente, esternandosi in uno stile asciutto e rigoroso: tempi dilatati, ambienti nudi in cui spiccano oggetti come nature morte, personaggi quasi sempre fermi, un recitare quasi straniato. Peccato che il film, cui non è estranea una vena ironica spesso felice, vada a corrente alternata proprio come il suo protagonista: ad alcuni momenti ben concepiti (la descrizione del rapporto con la ragazza; tutta la parte in cui si decide, per il bene del protagonista, di far sì che non torni più ad esistere) ne seguono altri più anodini e supponenti che travolgono le buone intenzioni dell'autore ricoprendo la pellicola di una patina "arty" che sa un po' di stantio.

Voto:  5,5                                   Luca Pacilio


Pretenzioso e supponente come solo certo cinema francese sa essere, il film di Fitoussi ambisce all’arte da tutti i pori e profonde a volontà silenzi, lentezza (rectius: lungaggini) e indugiare di sguardi. La vicenda “fantastica” e parafilosofica dell’uomo che esiste a giorni alterni dovrebbe rivitalizzare il tutto e mettere al riparo dalla seriosità incombente, che invece non solo incombe ma irrompe e la fa da padrona, a dispetto di certe escursioni nei territori dell’ironia. Condisce il tutto una voce fuori campo ridondante e letteraria nel senso deteriore del termine. Sorpres(in)a finale, dopo i titoli di coda ci aspetta un lungo piano sequenza: la cinepresa inquadra uno scarno paesaggio, fa una lenta panoramica orizzontale di 360 gradi, poi zooma altrettanto lentamente sul nulla e si ferma. Fastidiosamente inutile come tutto il film.
Nota finale à la Mereghetti: il regista Jean-Charles Fitoussi è, dal 1996, assistente alla regia di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.

Voto:  4                                Gianluca Pelleschi


Voto:  6                                  Mauro Ravarino

 

PUMPKIN
(Toni R. Abrams - Adam Larson Broder 
)


Carolyn, studentessa, vuol vincere il premio "Sorority of the year" messo in palio dal suo college e convince le affiliate del suo gruppo, l'Alpha Omega Pi, ad assistere un gruppo di atleti handicappati. Affidato alle sue cure, Carolyn incontra Pumpkin e vedrà sgretolarsi a poco a poco tutte le sue certezze. 


Atmosfera college-iale stralunata alla Heathers, buonismo e cattivismo che si alternano senza soluzione di continuità e uno sguardo in macchina finale che getta un’ombra sinistra e beffarda su tutto... Pumpkin è opera di dubbia catalogazione e multiforme “interpretabilità”: buoni sentimenti venati di crudo realismo, disincanto cinico spruzzato di flebili speranze o simpatico apologo anti-handicap scorretto fino al midollo? Quel che è certo è che si tratta di un film interessante, da vedere, dubitare, discutere. (brava e paffuta la Ricci).

Voto:  7,5                             Gianluca Pelleschi


Voto:  6,5                                   Luca Pacilio


Voto:  5,5                               Mauro Ravarino


Voto:  5                                Stefano Trinchero

 

SATIN ROUGE
(Raja Amari)


Lilla vive a Tunisi con la figlia Salma. Per una serie di coincidenze la donna scopre la vita di un locale notturno e ne diviene la ballerina.

Vince il concorso un film che narra le vicende di una donna che, scoperto un mondo diverso a pochi metri da casa, arrotonda le sue entrate facendo la danza del ventre ogni notte: la gente normale sembra non sospettare e, se sapesse, sarebbe pronta a giudicare. Melò a metà strada tra il classico Sirk e le sue più recenti riletture (Fassbinder e Almodovar), SATIN ROUGE riesce  soprattutto nel ritratto della sua protagonista, che da timida madre apprensiva, che richiede un po' di attenzioni dalla figlia, si trasforma prima in una danzatrice provetta, poi in una calda amante del futuro genero, infine in una sorta di virago che determina, con fermezza, il destino proprio e altrui (il finale allude chiaramente all'inizio di un inconsapevole - per la figlia - ménage a trois). Film profondamente femminile, diretto da una regista al suo debutto, SATIN ROUGE, che deve molto a una scrittura che ben rende le sfumature, descrive, senza eccessi lirici, l'incontro tra due ambienti e l'ipocrisia di una società: Lilia è una figura che ne sfida, prima timidamente poi con orgogliosa coscienza, le convenzioni e la morale. Un premio meritato che potrebbe preludere a una distribuzione italiana.

Voto:  6,5                                     Luca Pacilio


La giuria di questa edizione del festival è sembrata mettere d’accordo un po’ tutti premiando il film di Raja Amari, giovane regista tunisina e critica cinematografica al suo primo lungometraggio. “Satin rouge” è un’opera profondamente femminile che si propone (riuscendoci) di registrare un cambiamento, un passaggio da una condizione di chiusura e subordinazione (alla memoria del marito scomparso e alla tradizione) a un’esistenza gioiosamente libera, al di fuori di ogni vincolo. Il punto di forza del film è senza dubbio rappresentato dalla potenza delle scene di ballo all’interno del locale di cabaret, attraverso le quali assistiamo a una “presa di consistenza” di un corpo che messo in movimento contrasta i confini imposti da una stasi non solo individuale ma sociale.

Voto:  6                                   Stefano Trinchero


Ha vinto il festival. Non che la cosa significhi molto, ma insomma... della serie “una regista donna racconta una storia di donne del suo/loro paese (Tunisia) che ci dice qualcosa anche del suo/loro paese di cui sopra”. Non so se quanto detto faccia veramente parte di una serie ma questa è l’impressione che mi ha fatto il (bel) film della giovane Raja Amari, che è un film ben costruito, non privo di ironia, più profondo di quel che sembra e sicuramente maturo ed “abile” nell’evitare gli scivoloni retorici e/o moralistici che la storia raccontata faceva paventare.

Voto:  7                                  Gianluca Pelleschi


Voto:  6                                       Luigi Garella

 

TANI TATUWEN PIYABANNAT
(Asoka Handagama)


Un uomo lavora come meccanico, soffre di svenimenti, il medico gli fa delle sconce profferte, viene corteggiato da un collega. A casa una dolce moglie lo attende. E' in realtà una donna.


E' difficilissimo avere a che fare con questo prodotto del Bangladesh, premiato al Torino film Festival 2002, la distanza culturale che separa lo scrivente, occidentale, dalle strutture portanti orientali ha le proporzioni di una voragine. Asoka Handagama non offre uno sguardo globalizzato sul suo Paese e sulle persone, non si tratta di un format da "aiuti umanitari", non c'è alcuno stereotipo che possa far alzare indici ammonitori, ma soprattutto fornire un qualche appiglio. Una vicenda da melo. Così dicendo lo avviciniamo a canoni di comprensione ed analisi sminuendone allo stesso tempo i tratti: "Le bambine, sin da piccolissime, capiscono che la loro femminilità è una creazione dell'ordine sociale.[…] Il risultato è che tutte vogliono essere anche uomini. Questo desiderio, crescendo diviene un dilemma". La protagonista ha vissuto tutto questo ed ora fronteggia la rottura, mai ha confessato la sua reale femminilità, nemmeno alla moglie, ma non è possibile alcun ripensamento data la condizione delle donne che la/lo circondano. Sottomesse, sfruttate, oggetti sessuali. Non c'è un briciolo di felicità, a casa, alla fine, la moglie, che confessa di avere sempre saputo la verità le concede un istante di sollievo.
I registri si intrecciano, dal dramma più cupo alla commedia (i personaggi del medico e del datore di lavoro)(le situazioni che ricorrono quasi identiche) al resoconto sociale/esistenziale, l'evidente povertà del budget costringe a soluzioni tecniche grottesche (i dialoghi in campo/controcampo doppiati così: la voce del parlante è sempre off, in primo piano l'ascoltatore) ma un nocciolo di disagio che è difficile da dimenticare si innesta. Rimane difficile dire e soprattutto valutare tutto questo.

Voto:  ?                                  Luigi Garella


Donna, Uomo o Persona?

Un plot da fare invidia ad Almodovar diventa specchio della degradante condizione femminile in una società (siamo nello Sri Lanka) fondata esclusivamente sulla fragile, ostentata e mai messa in discussione virilità maschile. La protagonista si finge infatti un uomo e si trova al centro di un labirinto di passioni da cui non riesce ad uscire indenne: è desiderata da un uomo come uomo, è amata da un uomo come donna, ed è pure sposata ad una donna che conosce la verità ma non vuole perdere i privilegi di moglie. Il taglio grottesco stempera la drammaticità delle tinte e più che i risvolti psicologici sembrano interessare al regista quelli politici. Sappiamo infatti quasi niente del passato della protagonista, delle motivazioni che l'hanno portata a forzare la sua natura e più che sulle difficoltà emotive conseguenti alla sua scelta, il regista si sofferma sulle conseguenze sociali. La protagonista non fatica ad accettarsi come donna essendo un uomo, semplicemente non vuole essere una donna, costretta a sopportare le angherie del marito, servire e pulire tutto il giorno, subire le molestie sessuali al lavoro e per strada. Ed alla fine il regista riesce, con ironia, sguardo brillante (non per questo meno tragico) e senza cadere nel didascalico, a mettere in scena una società assurda, dove i bisogni del singolo sono annullati a favore delle sicurezze offerte dal perpetuarsi della tradizione.

Voto:  7                                 Luca Baroncini

 

THIS IS NOT A LOVE SONG
(
Bille Eltringham)


Inghilterra del Nord: la fuga attraverso la brughiera di Spike e Heaton, inseguiti da un gruppo di contadini che intendono vendicare la morte accidentale di una ragazza provocata da uno dei due, conduce a un tragico epilogo.

L’unica opera in concorso girata in digitale è un atipico e sofferente road movie bombardato dalle note dei Public Image Ltd. di John Lydon, la storia di un angoscioso inseguimento tra le fredde e inospitali lande scozzesi in cui la comprensione dell’inglese dei due protagonisti è ausiliata da sottotitoli in inglese. “This is not a love song” è un film cupo, ingrigito dalle atmosfere piovigginose, ulteriormente raffreddate dal supporto digitale. Un film che mostra una violenza per lasciar sottintendere un amore tutto rinchiuso in poche frasi “off” pronunciate da Heaton e mai udite da Spike.

Voto:  6                                Stefano Trinchero


A detta del regista Bille Eltringham, l’uso del digitale mirava a “dar vita a uno stile che portasse il film a qualcosa di più poetico del solito realismo sgranato” ossia ad “un’estetica che fosse diversa dal cinema che imita la realtà”. Senza dubitare della buona fede di Bille né della sua onestà intellettuale, i tipi del Dogma sono 7 anni che battono quel sentiero, dunque questa sua dichiarazione di estetica-poetica arriva un po’ fuori tempo massimo. Detto questo, This is not a love song ha i suoi motivi d’interesse: costruisce due personaggi intriganti e li immerge in una caccia all’uomo non priva di suspense, sfuma con abilità i confini tra bene e male, carica di purissima e “ruspante” malvagità gli inseguitori e confeziona un finale cupo che lascia il segno... però... subito dopo la fine dei titoli di coda sorge un dubbio: sarà vera gloria o è “il solito realismo sgranato del cinema che imita la realtà” a nobilitare il film oltremisura?
Nota finale à la Mereghetti: il titolo del film è quello di una canzone dei PIL di John Lydon, già cantante dei Sex Pistols con lo pseudonimo di Johnny Rotten.

Voto:  6                               Gianluca Pelleschi 


Voto:  7                                  Mauro Ravarino


Voto:  6,5                                  Luigi Garella


Voto:  6                                      Luca Pacilio

 

TOY LOVE
(
Harry Sinclair)


Le storie di Ben, Emily e Chlo si intrecciano tra amori e tradimenti.

Filmetto insignificante che al festival ha fatto strage di risate: non capisco e non mi adeguo. Toy Love non solo non dice nulla di minimamente interessante sulle dinamiche sentimentalamorose uomo-donna, ma inanella una serie di battute, gag e situazioni comiche straviste che quando va bene strappano sorrisetti di circostanza. Mi si è detto e mi si dirà che perlomeno Toy Love non è politicamente (sentimentalmente) corretto, sarà, ma personalmente la cosa è lungi dall’essermi sufficiente per farmelo piacere. L’avessi trovato spippolando alla tele, avrei cambiato irreversibilmente canale dopo sette minuti d’orologio.

Voto:  4                                Gianluca Pelleschi


La commedia sentimental-scanzonata degli antipodi non è per nulla differente da quelle del giovane cinema europeo e americano, la vita cittadina è quella di un ovunque della contemporaneità (non fosse per l'accento neozelandese) e quella relazionale è una comunione umana, un po' di slapstick, di bontà e di scherzi più o meno riusciti. Toy Love riesce, soprattutto grazie ad una sceneggiatura, dello stesso regista (autore di "Topless Women talk about their loves, 1997 da noi passato sul satellite) a sfangare i propri doveri e fornire un intrattenimento sanamente decerebrato. Non si pretenda altro da questo inanellamento di situazioni e personaggi già visti ma tirati a lucido, immersi in un buon ritmo che ovviamente verso la fine tende a sfaldarsi e portare una riconciliazione prevedibile ma non causa di troppa discontinuità.

Voto:  6                                   Luigi Garella


Voto:  4,5                                 Luca Pacilio


Voto:  5,5                             Mauro Ravarino


Voto:  6                              Stefano Trinchero

 

 

Torna all'indice di Torino              Torna alla homepage