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BENT KELTOUM
(Mehdi Charef) |
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Rallia, ragazza di origini algerine, torna in Maghreb alla ricerca della
madre Kelthoum che l'aveva abbandonata da piccola.
La ricerca delle proprie radici da parte della
protagonista, che viene dal'Occidente che ha tutto, corrisponde alla
scoperta di un mondo che non ha niente e il rimpianto per un abbandono,
che è germogliato in risentimento vero, si trasforma in tacita
gratitudine. Uno spaccato su una realtà durissima è l'occasione per il
regista di darsi a un'esposizione un po' didattica e prevedibile della
situazione in cui versa la donna in Algeria. Sorta di road movie a tappe
moralmente forzate, BENT KELTHOUM varrebbe per le proiezioni
scolastiche, un po' meno per un festival.
Voto: 5
Luca Pacilio
Coproduzione franco-belga-tunisina che non va oltre
l’edificante filmetto da esportazione, ad uso e consumo di occidentali
in vena di indignarsi rispettosamente per “come vivono male in certi
posti e guarda lì è incredibile nel 2002 e poi la condizione della donna
mamma mia ma ci pensi comunque non dobbiamo giudicare è una cultura
troppo diversa bla bla bla” e parimenti pronti a notare che “poi oltre
a questo ‘sto film c’ha pure una bella, commovente e umana storia
d’amore materno tutta al femminile che a me mi piacciono tanto e bla bla
bla”. In realtà il film è prevedibilissimo dall’inizio alla fine,
commovente come una sedia pieghevole e per di più condito da
un’impersonale “bella fotografia” che non rende giustizia
all’inospitalità del deserto del Maghreb nel quale il film è in
massima parte ambientato. Brutto senza appello.
Voto: 4
Gianluca Pelleschi
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BUNGALOW
(Ulrich Köhler) |
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Il
giovane Paul diserta il servizio militare che sta svolgendo,
rifugiandosi nel bungalow dei suoi genitori. Viene raggiunto dal
fratello Max e dalla fidanzata danese Lene. Qui si lascia andare ad una
apatica quotidianità.
Un
estate nel sud della Germania, alcuni automezzi militari si fermano per
una sosta in un autogrill: Paul, soldato di leva, decide di non
ripartire e di tornare a casa, nel bungalow dei suoi genitori, ora
assenti perché in vacanza.
Paul si abbandona ad una fase di indolenza a cui alterna momenti casuali
di ribellione. Sembra voler fuggire, ma non ci riesce o non tenta del
tutto. Attorno alla piscina, al bungalow e dentro la cittadella di
provincia, incastonata in una fotografia dai colori neutri e mai saturi
che accresce il senso claustrofobico e spersonalizzante del film, Paul
si muove tra momenti grotteschi altri più drammatici a volte comici
in un vagabondaggio senza movimento. “E’ un road movie –
sostiene il regista - che non incontra mai la strada. Il protagonista ha
un sacco di ragioni per andarsene ma non ci riesce mai”. Fuggito dai
suoi doveri civici, trova nella casa il fratello maggiore con cui
litiga, lo stesso farà con gli amici e con la sua ragazza, poi flirta
con la fidanzata del fratello (un’attrice danese), ma è
l’incomunicabilità a regnare. Mette al bando qualsiasi senso di
responsabilità nella sua alienazione, nella monotonia giornaliera,
nell’agire caotico e inespressivo, solo qualche desiderio sessuale in
superficie lo smuove, che, con Lene la compagna del fratello, verrà
esaudito nell’ultima notte. Angoscia, impotenza e irritazione
pervadono il film e lo spettatore durante la proiezione.
Bungalow vive nella stasi visiva, drammaturgica e della
rappresentazione. Galleggia tra i “tempi morti” della quotidianità
che si reitera e dilata nel nulla, nell’indecisione e nella solitudine
di un ragazzo. La macchina da presa spesso accenna appena i movimenti,
le inquadrature dinamiche invece su un piano semantico si rivelano
apparenti, la camera per lo più registra la scena. Kohler, al suo primo
lungometraggio, che in parte si lega a Mein Stern (film austriaco,
vincitore lo scorso anno del concorso “lungometraggi”) sceglie un
taglio realistico, uno stile asciutto e a tratti documentaristico per
raccontare un momento della vita di un adolescente tra nichilismo,
infantilismo e tentativi di fuga irrisolti e implosi. Solo alla fine
Paul decide di andarsene, sceglie la fuga che dal regista ci è negata,
quando il ragazzo si sposta dietro il camion mentre i militari
dell’esercito lo cercano, forse il primo tentativo di re/azione.
“Azione”,
poetica e ideologica, che un po’ manca a Kohler, se facendo un volo
pindarico ci avviciniamo, mantenendo le debite distanze e proporzioni ma
a livello di immaginario, a Marco Ferreri per alcune sintonie a riguardo
della staticità e della registrazione del reale. Notiamo in Bungalow la
mancanza di un’autonomia da modelli estetici preesistenti e di un
migliore sviluppo e approfondimento del soggetto.
Voto: 6,5
Mauro Ravarino
Bel film tedesco dell’esordiente Ulrich Köhler, Bungalow è pellicola di difficile catalogazione popolata di
“strani” personaggi emblematici di nonsisabenecosa; primo fra tutti il
protagonista Paul, giovane disertore (moderatissimamente rebel,
sicuramente without a cause) che da solo regge il film e cattura
l’attenzione col suo agire agito e la sua apatia che appaiono comunque
indirizzate a un misterioso fine tutt’altro che insignificante.
Azzeccata la definizione di Bungalow data dallo stesso regista:
“un road movie che non incontra mai la strada”. Azzeccatissima
l’ultima scena, a suo modo sospesa e misteriosa, un non-finale
perfettamente coerente col mood dell’intero film.
Voto: 7
Gianluca Pelleschi
Voto: 6
Luca
Pacilio |
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DURVAL DISCOS
(Anna Muylaert) |
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Durval è
un trentenne che vive con l’anziana madre nel retro del negozio di
dischi (la “Durval discos”, come dice il nome, “non si occupa di
CD”) che gestisce. Le loro esistenze entrano nel caos nel momento in
cui nella loro “vita di coppia” si inserisce un elemento estraneo,
una bambina rapita e abbandonata in casa loro da una sedicente donna
delle pulizie.
“La
sceneggiatura è ispirata ai vecchi negozi di dischi che si trovano nel
caratteristico quartiere di Pinheiros, a São Paulo. Il tema del film è
il classico ed eterno conflitto tra madri e figli”, afferma la
regista, classe 1964, al suo esordio nel lungometraggio. Un esordio
positivo in un film che va doverosamente inserito tra le sorprese più
piacevoli di questo festival. “Durval discos” è un oggetto
semplice, la messa in scena precisa e crudele di un meccanismo che si
scardina dall’interno a causa dell’intrusione di un granello di
polvere nei suoi ingranaggi. Il guscio del meccanismo è costituito
dall’edificio all’interno (o nei vicini dintorni) del quale si
svolge tutta quanta l’azione. E va sottolineata la straordinaria
bravura di Anna Muylaert nel muoversi e far muovere i personaggi negli
interni di una casa che assume con il procedere del film contorni
multiformi, dal ventre materno fino alla prigione nel momento in cui i
confini si irrigidiscono, in coincidenza con il prendere forma
dell’ossessione che lentamente si insinua nella follia. Un processo
fotografato in un mutamento di toni, una discesa che dalla commedia
leggera sprofonda verso il grottesco e il surreale, un vortice
soffocante che culmina nell’inquadratura finale, punto di rottura che
investe e devasta il film con la distruzione della casa\set.
Voto: 7,5
Stefano Trinchero
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ECCOMI QUA
(Giacomo Ciarrapico) |
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Matteo,
trentenne disoccupato, scopre di aver avuto un figlio da una ragazza
dalla quale si era separato sei anni prima. Tenta di costruire un
rapporto impossibile, se ne rende conto.
Un gruppo di amici lavoratori
precari o meno, piccole storie di mal di vivere, un po' di sesso,
qualche affetto: tutta la terrificante pochezza che ci si aspetta
-inevitabilmente- da un film italiano che parla della crisi dei
trentenni. Mancando la capacità tecnica di Muccino, l'attenzione di
Zanasi od una qualunque altra caratteristica peculiare, ci si trova a
fronteggiare il (possibile) pilot
di una (impossibile?) sit-com/soap "Un posto in quel posto".
Secondo lungometraggio di Ciarrapico che non promette
nulla di buono, latitanza di idee su qualunque piano, inserendosi, non
si sa a quale titolo, nella gloriosa (?) scia della commedia
all'italiana: un frullato per ogni palato che, pur evitando fastidiosi
moralismi, deprime dal primo istante nell'asfissiante affannarsi ad
accumulare situazioni topiche alternando risata e meditazione. I
personaggi raffazzonati, una regia men che televisiva, dabbenaggine
dispensata a piene mani.
Voto:
4
Luigi Garella
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HUKKLE
(György Pálfi) |
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Un
uomo seduto su una panchina ha il singhiozzo, un giovane ubriaco russa
in carrozza, una gentile signora anziana raccoglie i lillà nella valle,
donne cuciono nel negozio del sarto, uomini giocano a bowling in una
birreria, l'apicultore raccoglie il miele, una mietitrice miete il grano
che al mulino diventerà farina, che a sua volta la nonna nella sua
cucina trasformerà in gnocchi... mentre tutto questo accade un
poliziotto cerca di scoprire l'autore di un omicidio.
Entomologia di un delitto
Per
tutta la durata sembra di assistere ad una versione ungherese di
"Voci nel tempo" di Franco Piavoli: lo scorrere inesorabile
dei giorni in un villaggio tra i monti seguendo il fluire della natura,
il succedersi delle stagioni, i piccoli eventi quotidiani cui si
dedicano gli abitanti. La m.d.p. si sofferma in modo maniacale sui
singoli dettagli creando sequenze suggestive e istruttive: come si
preparara il miele dopo avere svuotato le arnie, il processo che il
grano subisce per trasformarsi in farina ed arrivare impacchettato e
pronto all'uso sul tavolo da cucina. L'occhio da entomologo del regista
scava sui volti degli abitanti, sui tanti animali testimoni del
progredire dei giorni e di eventi apparentemente insignificanti. Poi,
però, ci si rende conto che lo sguardo documentaristico di Gyorgy Palfi
è solo un pretesto e
nasconde una sottile vena caustica. Il film si trasforma infatti, in
modo totalmente inaspettato, in una sorta di thriller. Sicuramente
originale lo stile adottato dal regista e interessante l'idea di
spiazzare lo spettatore dopo averlo confuso. Le troppe divagazioni, però,
con tante immagini belle e ben fotografate, non aggiungono a posteriori
nulla alla narrazione e, pur svolgendo la funzione di disorientare,
paiono gratuite. Tanto che l'inatteso cambio di registro arriva ormai
fuori tempo limite. Privo di dialoghi, il film si affida solo alle
immagini e agli effetti sonori. Più efficace laddove è la natura ad
essere protagonista, perde spontaneità in primi piani ed espressioni
che rivelano l'artifizio.
Voto:
6
Luca Baroncini
Se lo
guardi da posizione “tattile”, a bordo schermo, Hukkle sembra
avvolgerti, ma pare siano diverse le percezioni a seconda della
collocazione nella sala e la priorità visiva o auditiva che ne consegue,
perché la proiezione del film ungherese nella sua assoluta originalità
è quasi un evento.
Precisiamo da subito che è un film senza dialoghi, ma pieno di rumori,
suoni e silenzi che ne fanno una
”sinfonia” musicale. In Hukkle sono protagonisti la vita e il
paesaggio di una porzione della campagna ungherese, in un villaggio dove
le storie si incrociano o si sfiorano, un ritratto quasi etnografico, un
occhio antropologico. E’ però sotteso uno sfondo “noir”, che si
muove sullo sfondo insieme alle indagini del poliziotto sulle tracce del
delitto, ma questo non forza né scavalca la coralità della scena fatta
di piccoli gesti quotidiani, diciamo fornisce una traccia narrativa che
tesse le fila dei vari frammenti che compongono Hukkle (dietro alla
tranquillità del paese si nasconde il dramma).
Il primo lungometraggio di Palfi è un docu-drama, dai tratti umoristici
(il singhiozzo del vecchio che scandisce il ritmo del film), dai colori
sfavillanti della natura magiara e da una personale ricerca stilistica.
E’ proprio sul piano dello sguardo e della messa in scena che si
evidenzia l’originalità del giovane regista. La cura formale, mai
formalistica, nell’orchestrare il villaggio sul piano filmico si
sviluppa in maniera dinamica e inventiva lungo la scala dei piani e le
scelte di montaggio. Splendidi i raccordi analogici alla Ejzenstein, ma
che si svuotano del substrato intellettuale per “caricarsi” di ironia.
Gran
bella visione, senza annoiarsi (aspettate che mi levo dall’abbraccio di
Hukkle).
Voto:
7,5
Mauro Ravarino
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LES JOURS OÙ JE N'EXISTE PAS
(Jean-Charles Fitoussi) |
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Il
problema di Antoine è che esiste un giorno su due. A mezzanotte di
colpo sparisce per riapparire all'improvviso ventiquattr'ore dopo nello
stesso posto. Fino a ora ha vissuto rinchiuso nel proprio appartamento
contando su una rendita, senza concedersi alcun incontro, e convivendo
come ha potuto con il suo inconfessabile handicap. Ma ecco che incontra
Clémentine, che vive a tempo pieno.
Sciatteria d'oltralpe
Gene
Kelly in "Brigadoon", indimenticabile musical di Vincente
Minnelli, si trova a dover scegliere tra l'amore e la rassicurante
ordinarietà della vita. Eh sì, perché il paese in cui è capitato, e
dove ha incontrato la bella Cyd Charisse, compare solo un giorno ogni
cento anni. Più o meno quello che accade ad Antoine nel lungometraggio
di Jean-Charles Fitoussi, con la differenza che il protagonista vive
solo un giorno su due: ogni ventiquattro ore scompare per poi
ricomparire nello stesso punto ventiquattro ore dopo. La poco originale
ma simpatica idea, potenzialmente ricca di sfumature, diventa il
pretesto per un tedioso quanto finto-provocatorio pistolotto
pseudo-filosofico. Il regista dilata allo sfinimento ogni sequenza, gli
attori sono forzatamente ingessati e inespressivi e una fastidiosa voce
fuori campo commenta più di metà film, aggiungendo poco
all'inconsistenza delle immagini. L'assurdità del soggetto non trova
sufficiente ironia nella messa in scena adottata dal regista che
ripropone stancamente la stessa idea, senza alcuna rilevante
progressione e senza preoccuparsi minimamente di interessare
chicchessia. Tanto che alla fine è lo spettatore ad avere la sensazione
di vivere un fotogramma su due. L'altro, prigioniero nel grigio delle
intenzioni.
Voto:
3
Luca Baroncini
La vicenda è quella di Antoine, che esiste soltanto
un giorno su due. Quando, dopo anni di vita solitaria, si innamora di Clémentine
i due insieme tentano una difficile convivenza.
“Le jours ou je n’existe pas” è stato probabilmente uno degli
oggetti più curiosi e fascinosi visti al festival. L’abilità di
Jean-Charles Fitoussi (tra l’altro autore di “Siclia! Si gira”, film
che documenta la realizzazione del film di Straub e Huillet) è stata
quella di costruire il film incastrando un curioso elemento fantastico
dentro una cornice quietamente realista e malinconica. Un film divergente
(nonostante la convergenza finale), che con estrema eleganza si divide tra
i frammenti di un viaggio (condotto dal sempre grande Luis Miguel Cintra)
e le abitudini della vita di Antoine, tra la voce fuoricampo di un
narratore esterno (Cintra, appunto) e la voce del protagonista. Fitoussi
racconta quasi con timore e con grande rispetto per i suoi personaggi,
lasciando respirare a fondo ogni singolo piano del film, conscio del fatto
che al cinema uno stacco di montaggio segna il limite tra l’esistenza e
la non esistenza.
Voto: 7
Stefano Trinchero
Affascinante l'idea di partenza: un uomo che esiste
solo a giorni alterni e che deve adattasi alla realtà di questa assurda
modalità esistenziale. Il giovane Fitoussi è stato collaboratore di
Straub e Huillet e la lezione dei due è evidente, esternandosi in uno
stile asciutto e rigoroso: tempi dilatati, ambienti nudi in cui spiccano
oggetti come nature morte, personaggi quasi sempre fermi, un recitare
quasi straniato. Peccato che il film, cui non è estranea una vena ironica
spesso felice, vada a corrente alternata proprio come il suo protagonista:
ad alcuni momenti ben concepiti (la descrizione del rapporto con la
ragazza; tutta la parte in cui si decide, per il bene del protagonista, di
far sì che non torni più ad esistere) ne seguono altri più anodini e
supponenti che travolgono le buone intenzioni dell'autore ricoprendo la
pellicola di una patina "arty" che sa un po' di stantio.
Voto: 5,5
Luca Pacilio
Pretenzioso e supponente come solo
certo cinema francese sa essere, il film di Fitoussi ambisce all’arte da
tutti i pori e profonde a volontà silenzi, lentezza (rectius: lungaggini)
e indugiare di sguardi. La vicenda “fantastica” e parafilosofica
dell’uomo che esiste a giorni alterni dovrebbe rivitalizzare il tutto e
mettere al riparo dalla seriosità incombente, che invece non solo incombe
ma irrompe e la fa da padrona, a dispetto di certe escursioni nei
territori dell’ironia. Condisce il tutto una voce fuori campo ridondante
e letteraria nel senso deteriore del termine. Sorpres(in)a finale, dopo i
titoli di coda ci aspetta un lungo piano sequenza: la cinepresa inquadra
uno scarno paesaggio, fa una lenta panoramica orizzontale di 360 gradi,
poi zooma altrettanto lentamente sul nulla e si ferma. Fastidiosamente
inutile come tutto il film.
Nota finale à la Mereghetti: il regista Jean-Charles Fitoussi è, dal
1996, assistente alla regia di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Voto:
4
Gianluca Pelleschi
Voto:
6
Mauro Ravarino
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PUMPKIN
(Toni R. Abrams - Adam Larson Broder ) |
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Carolyn,
studentessa, vuol vincere il premio "Sorority of the year"
messo in palio dal suo college e convince le affiliate del suo gruppo,
l'Alpha Omega Pi, ad assistere un gruppo di atleti handicappati.
Affidato alle sue cure, Carolyn incontra Pumpkin e vedrà sgretolarsi a
poco a poco tutte le sue certezze.
Atmosfera college-iale stralunata alla Heathers,
buonismo e cattivismo che si alternano senza soluzione di continuità e
uno sguardo in macchina finale che getta un’ombra sinistra e beffarda
su tutto... Pumpkin è opera di dubbia catalogazione e
multiforme “interpretabilità”: buoni sentimenti venati di crudo
realismo, disincanto cinico spruzzato di flebili speranze o simpatico
apologo anti-handicap scorretto fino al midollo? Quel che è certo è
che si tratta di un film interessante, da vedere, dubitare,
discutere. (brava e paffuta la Ricci).
Voto:
7,5
Gianluca Pelleschi
Voto:
6,5
Luca
Pacilio
Voto:
5,5
Mauro Ravarino
Voto:
5
Stefano Trinchero
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SATIN ROUGE
(Raja Amari) |
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Lilla vive a Tunisi con la figlia Salma. Per una serie di coincidenze la
donna scopre la vita di un locale notturno e ne diviene la ballerina.
Vince il concorso un film che narra le vicende di
una donna che, scoperto un mondo diverso a pochi metri da casa,
arrotonda le sue entrate facendo la danza del ventre ogni notte: la
gente normale sembra non sospettare e, se sapesse, sarebbe pronta a
giudicare. Melò a metà strada tra il classico Sirk e le sue più
recenti riletture (Fassbinder e Almodovar), SATIN ROUGE riesce soprattutto
nel ritratto della sua protagonista, che da timida madre apprensiva, che
richiede un po' di attenzioni dalla figlia, si trasforma prima in una
danzatrice provetta, poi in una calda amante del futuro genero, infine
in una sorta di virago che determina, con fermezza, il destino proprio e
altrui (il finale allude chiaramente all'inizio di un inconsapevole -
per la figlia - ménage a trois). Film profondamente femminile, diretto
da una regista al suo debutto, SATIN ROUGE, che deve molto a una
scrittura che ben rende le sfumature, descrive, senza eccessi lirici,
l'incontro tra due ambienti e l'ipocrisia di una società: Lilia è una
figura che ne sfida, prima timidamente poi con orgogliosa coscienza, le
convenzioni e la morale. Un premio meritato che potrebbe preludere a una
distribuzione italiana.
Voto:
6,5
Luca Pacilio
La
giuria di questa edizione del festival è sembrata mettere d’accordo un
po’ tutti premiando il film di Raja Amari, giovane regista tunisina e
critica cinematografica al suo primo lungometraggio. “Satin rouge” è
un’opera profondamente femminile che si propone (riuscendoci) di
registrare un cambiamento, un passaggio da una condizione di chiusura e
subordinazione (alla memoria del marito scomparso e alla tradizione) a
un’esistenza gioiosamente libera, al di fuori di ogni vincolo. Il punto
di forza del film è senza dubbio rappresentato dalla potenza delle scene
di ballo all’interno del locale di cabaret, attraverso le quali
assistiamo a una “presa di consistenza” di un corpo che messo in
movimento contrasta i confini imposti da una stasi non solo individuale ma
sociale.
Voto: 6
Stefano Trinchero
Ha vinto il festival. Non che la cosa significhi
molto, ma insomma... della serie “una regista donna racconta una storia
di donne del suo/loro paese (Tunisia) che ci dice qualcosa anche del
suo/loro paese di cui sopra”. Non so se quanto detto faccia veramente
parte di una serie ma questa è l’impressione che mi ha fatto il (bel)
film della giovane Raja Amari, che è un film ben costruito, non privo di
ironia, più profondo di quel che sembra e sicuramente maturo ed
“abile” nell’evitare gli scivoloni retorici e/o moralistici che la
storia raccontata faceva paventare.
Voto: 7
Gianluca
Pelleschi
Voto: 6
Luigi
Garella
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TANI TATUWEN PIYABANNAT
(Asoka Handagama) |
|
Un uomo
lavora come meccanico, soffre di svenimenti, il medico gli fa delle
sconce profferte, viene corteggiato da un collega. A casa una dolce
moglie lo attende. E' in realtà una donna.
E' difficilissimo avere a che fare con questo prodotto del Bangladesh,
premiato al Torino film Festival 2002, la distanza culturale che separa
lo scrivente, occidentale, dalle strutture portanti orientali ha le
proporzioni di una voragine. Asoka Handagama non offre uno sguardo
globalizzato sul suo Paese e sulle persone, non si tratta di un format
da "aiuti umanitari", non c'è alcuno stereotipo che possa far
alzare indici ammonitori, ma soprattutto fornire un qualche appiglio.
Una vicenda da melo. Così dicendo lo avviciniamo a canoni di
comprensione ed analisi sminuendone allo stesso tempo i tratti: "Le
bambine, sin da piccolissime, capiscono che la loro femminilità è una
creazione dell'ordine sociale.[…] Il risultato è che tutte vogliono
essere anche uomini. Questo desiderio, crescendo diviene un
dilemma". La protagonista ha vissuto tutto questo ed ora fronteggia
la rottura, mai ha confessato la sua reale femminilità, nemmeno alla
moglie, ma non è possibile alcun ripensamento data la condizione delle
donne che la/lo circondano. Sottomesse, sfruttate, oggetti sessuali. Non
c'è un briciolo di felicità, a casa, alla fine, la moglie, che
confessa di avere sempre saputo la verità le concede un istante di
sollievo.
I registri si intrecciano, dal dramma più cupo alla
commedia (i personaggi del medico e del datore di lavoro)(le situazioni
che ricorrono quasi identiche) al resoconto sociale/esistenziale,
l'evidente povertà del budget costringe a soluzioni tecniche grottesche
(i dialoghi in campo/controcampo doppiati così: la voce del parlante è
sempre off, in primo piano l'ascoltatore) ma un nocciolo di disagio che
è difficile da dimenticare si innesta. Rimane difficile dire e
soprattutto valutare tutto questo.
Voto: ?
Luigi
Garella
Donna,
Uomo o Persona?
Un
plot da fare invidia ad Almodovar diventa specchio della degradante
condizione femminile in una società (siamo nello Sri Lanka) fondata
esclusivamente sulla fragile, ostentata e mai messa in discussione
virilità maschile. La protagonista si finge infatti un uomo e si trova
al centro di un labirinto di passioni da cui non riesce ad uscire
indenne: è desiderata da un uomo come uomo, è amata da un uomo come
donna, ed è pure sposata ad una donna che conosce la verità ma non
vuole perdere i privilegi di moglie. Il taglio grottesco stempera la
drammaticità delle tinte e più che i risvolti psicologici sembrano
interessare al regista quelli politici. Sappiamo infatti quasi niente
del passato della protagonista, delle motivazioni che l'hanno portata a
forzare la sua natura e più che sulle difficoltà emotive conseguenti
alla sua scelta, il regista si sofferma sulle conseguenze sociali. La
protagonista non fatica ad accettarsi come donna essendo un uomo,
semplicemente non vuole essere una donna, costretta a sopportare le
angherie del marito, servire e pulire tutto il giorno, subire le
molestie sessuali al lavoro e per strada. Ed alla fine il regista
riesce, con ironia, sguardo brillante (non per questo meno tragico) e
senza cadere nel didascalico, a mettere in scena una società assurda,
dove i bisogni del singolo sono annullati a favore delle sicurezze
offerte dal perpetuarsi della tradizione.
Voto:
7
Luca
Baroncini
|
|
THIS IS NOT A LOVE SONG
(Bille Eltringham) |
|
Inghilterra
del Nord: la fuga attraverso la brughiera di Spike e Heaton, inseguiti
da un gruppo di contadini che intendono vendicare la morte accidentale
di una ragazza provocata da uno dei due, conduce a un tragico epilogo.
L’unica
opera in concorso girata in digitale è un atipico e sofferente road
movie bombardato dalle note dei Public Image Ltd. di John Lydon, la
storia di un angoscioso inseguimento tra le fredde e inospitali lande
scozzesi in cui la comprensione dell’inglese dei due protagonisti è
ausiliata da sottotitoli in inglese. “This is not a love song” è un
film cupo, ingrigito dalle atmosfere piovigginose, ulteriormente
raffreddate dal supporto digitale. Un film che mostra una violenza per
lasciar sottintendere un amore tutto rinchiuso in poche frasi “off”
pronunciate da Heaton e mai udite da Spike.
Voto: 6
Stefano Trinchero
A detta del regista Bille
Eltringham, l’uso del digitale mirava a “dar vita a uno stile che
portasse il film a qualcosa di più poetico del solito realismo
sgranato” ossia ad “un’estetica che fosse diversa dal cinema che
imita la realtà”. Senza dubitare della buona fede di Bille né della
sua onestà intellettuale, i tipi del Dogma sono 7 anni che battono quel
sentiero, dunque questa sua dichiarazione di estetica-poetica arriva un
po’ fuori tempo massimo. Detto questo, This is not a love song
ha i suoi motivi d’interesse: costruisce due personaggi intriganti e
li immerge in una caccia all’uomo non priva di suspense, sfuma con
abilità i confini tra bene e male, carica di purissima e “ruspante”
malvagità gli inseguitori e confeziona un finale cupo che lascia il
segno... però... subito dopo la fine dei titoli di coda sorge un
dubbio: sarà vera gloria o è “il solito realismo sgranato del cinema
che imita la realtà” a nobilitare il film oltremisura?
Nota finale à la Mereghetti: il titolo del film è quello di una canzone
dei PIL di John Lydon, già cantante dei Sex Pistols con lo pseudonimo
di Johnny Rotten.
Voto:
6
Gianluca Pelleschi
Voto:
7
Mauro Ravarino
Voto:
6,5
Luigi
Garella
Voto:
6
Luca
Pacilio
|
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TOY LOVE
(Harry Sinclair) |
|
Le storie di Ben, Emily e Chlo si intrecciano tra amori e
tradimenti.
Filmetto insignificante che al festival ha fatto
strage di risate: non capisco e non mi adeguo. Toy Love non solo
non dice nulla di minimamente interessante sulle dinamiche
sentimentalamorose uomo-donna, ma inanella una serie di battute, gag e
situazioni comiche straviste che quando va bene strappano sorrisetti di
circostanza. Mi si è detto e mi si dirà che perlomeno Toy Love
non è politicamente (sentimentalmente) corretto, sarà, ma
personalmente la cosa è lungi dall’essermi sufficiente per farmelo
piacere. L’avessi trovato spippolando alla tele, avrei cambiato
irreversibilmente canale dopo sette minuti d’orologio.
Voto: 4
Gianluca Pelleschi
La commedia
sentimental-scanzonata degli antipodi non è per nulla differente da
quelle del giovane cinema europeo e americano, la vita cittadina è quella
di un ovunque della contemporaneità (non fosse per l'accento
neozelandese) e quella relazionale è una comunione umana, un po' di
slapstick, di bontà e di scherzi più o meno riusciti. Toy Love riesce,
soprattutto grazie ad una sceneggiatura, dello stesso regista (autore di
"Topless Women talk about their loves, 1997 da noi passato sul
satellite) a sfangare i propri doveri e fornire un intrattenimento
sanamente decerebrato. Non si pretenda altro da questo inanellamento di
situazioni e personaggi già visti ma tirati a lucido, immersi in un buon
ritmo che ovviamente verso la fine tende a sfaldarsi e portare una
riconciliazione prevedibile ma non causa di troppa discontinuità.
Voto: 6
Luigi Garella
Voto: 4,5
Luca
Pacilio
Voto: 5,5
Mauro Ravarino
Voto: 6
Stefano
Trinchero
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