TORINO 2002
AMERICANA

 

AMERICANA:
    - CHARLES LAUGHTON DIRECTS di Robert Gitt
    - DOGTOWN AND Z-BOYS di Stacy Peralta 
    - FEMME FATALE di Brian De Palma 
    - HABIT di Larry Fessenden 
    - INSOMNIA di Christopher Nolan 
    - MARATHON di Amir Naderi 
    - NO TELLING di Larry Fessenden 
    - PATH TO WAR di John Frankenheimer 
    - THE NIGHT OF THE HUNTER di Charles Laughton 
    - THE RULES OF ATTRACTION di Roger Avary 
    - USHER di Curtis Harrington 
    - WENDIGO di Larry Fessenden

AMERICANA - JOHN FORD:
    - THE SEARCHERS di John Ford
    - THE MAN WHO SHOT LIBERTY VALANCE di John Ford 
    - TWO RODE TOGETHER di John Ford 
    - CHEYENNE AUTUMN di John Ford 
    - SERGEANT RUTLEDGE di John Ford 
    - A TURNING OF THE EARTH - JOHN FORD, JOHN WAYNE & THE SEARCHERS di Nick Redman
Speciale Omaggio a Steve Della Casa
    - DONOVAN'S REEF - John Ford

 

 

- AMERICANA

 

DOGTOWN AND Z-BOYS
(
Stacy Peralta)


La storia  di un gruppo di agguerriti ragazzini che rivoluzionò lo skateboard raccontata dall’interno.

Dogtown, tra Santa Monica e Venice, era negli anni ’70 una delle zone più degradate di Los Angeles. Soffermiamoci per un attimo sulla costa: là dove sorgeva negli anni ’30 il Pacific Ocean Park, il grande parco di divertimenti che si protendeva sull’acqua di cui rimanevano solo ruderi. Qui vicino Jeff Ho, Skip Engblom e Craig Stecyk erano i proprietari di un negozio per surfisti, che presto divenne il punto di ritrovo di un mare di teenagers scatenati e amanti delle onde. Accanto al surf, Dogtown era loro e solo loro, e così veniva difesa, incominciarono a sfrecciare per la strada con lo skateboard e poi sfondando le reti di recinzione si intrufolano nelle ville con piscina, rigorosamente senz’acqua.
Per i ragazzi Dogtown non cambia molto: skate o surf sempre tavola è! Trasportano le tecniche e le evoluzioni spericolate che sperimentavano tra le onde dell’oceano sull’asciutto: inizia la “rivoluzione”. I tremendi ragazzini formano lo Zephir Team che sconvolge tutti i tornei, tradizionali e stantii. Con acrobazie spericolate, tenendo il baricentro basso, e con un’elasticità spettacolare nei gesti atletici gli Z-Boys porteranno una sana freschezza e ribellione nel mondo dello skate, che si propagò per tutto il mondo: il riflesso nella cultura giovanile fu enorme.
Tra i ragazzi dello Zephir Team c’era Stacy Peralta, l’autore di questo documentario che parte da una premessa storica sul quartiere di Venice e la zona di Dogtown arrivando alla formazione dello Zephir Team e raccontando l’avventura degli Z-Boys, appoggiandosi alla voce narrante di Sean Penn.
Con materiale di repertorio, la maggior parte girato dal giovane Peralta, fotografie ed interviste, costruisce con montaggio serrato e, rifacendosi in parte all’estetica del videoclip, la storia della banda di Dogtown, sulle note del rock d’epoca da Jimi Hendrix ai T-Rex.
Le interviste agli ex-skaters che si alternano continuamente ci portano al presente, come sono oggi gli Z-Boys. Si parla di quando alcuni elementi del gruppo, lo splendido Jay Adams e Tony Alva,  furono contattati dal business (ormai gli Z-Boys erano su tutte le copertine delle riviste specializzate), chi ne fu risucchiato e chi riuscì a reagire.
Dopo un po’ di tempo, però il documentario sembra girarsi su stesso, la vena mitopoietica si accresce sempre più: i concetti e le battute si ripetono, quando i vecchi “boys” tentano di filosofeggiare sul “Dogtown style” e sullo skateboard come sport e arte. Chi tenta di fornire un ritratto sociologico più serio dell’epoca e sull’avventura degli Z-Boys e del fragore che scaturì in tutto il mondo è Glen Friedman, fotografo per eccellenza degli skaters.
Ci si diverte, comunque, durante il documentario di Peralta, a cui bisogna dar atto della lungimiranza per la quantità di materiale girato da giovane (in super8), un documento dall’interno e dal vivo di un movimento che ha influenzato la popular-culture degli ultimi decenni.

  Voto: 6,5                                                      Mauro Ravarino


La cosa più inutile, insopportabile, fastidiosa, snervante del festival tutto. Non che abbia niente contro (o a favore di) surfers o skateboarders, ma ho provato un credo legittimo fastidio quando mi sono visto questi imbolsiti ultraquarantenni rinverdire i bei tempi andati con una tronfiaggine e una supponenza da schiaffi. La terra gira intorno al sole, non intorno a uno skater che distrugge le piscine vuote altrui per provare a zompare oltre il bordo...
Non mi dilungo oltre, per ulteriori sfoghi rimando al “Diario del Festival”.

Voto:                                                  Guanluca Pelleschi


Voto:  4                                          Luca Pacilio


Voto:  3                                         Luigi Garella


Voto:  3                                    Stefano Trinchero

 

FEMME FATALE
(Brian De Palma)


La Femme Fatale è Laura Ash, un'affascinante ladra che, dopo un furto di gioielli durante il Festival di Cannes, cambia vita e identità. Ma il passato torna...

De Palma e basta

De Palma è probabilmente annoiato a tal punto che ormai con la macchina-cinema ci vuole solo giocare e non accetta pressioni di alcun tipo quando il giocattolo gli appartiene per intero e non ha da rispondere che a se stesso: FEMME FATALE, low budget con sostanziale partecipazione transalpina - annunciato da un geniale trailer (nelle sale italiane ne circolano due versioni) che riassume tutto il film, titoli di coda compresi, in un avanti veloce da infarto (al Torino Film Fest si poteva vedere l'integrale versione con didascalie in francese) - è il solito ingegnosissimo spasso per immagini in cui il regista non teme nulla, sfrenato senza preoccupazioni narrative, e in cui si può troncare lo sviluppo tramico a tre quarti dell'opera e ricominciare daccapo, coitus interruptus con lo spettatore che cerca di individuare i livelli rappresentativi e vuol afferrare le fila della vicenda. Niente da fare, il gioco lo conduce BDP e lo conduce dove gli pare e piace (da nessuna parte?). FEMME FATALE è rigorosissimo catalogo depalmiano (ipotesi affascinante quella di un film point of no return e post-De Palma in cui l'autore aizza la teoria e si autocita prima ancora di citare), è cinema che svela se stesso e si mostra nudo, privo anche dei suoi paramenti mondani, intellettuali o pseudotali (la splendida sequenza nel Palais durante il Festival di Cannes, l'immagine dello schermo con il logo della rassegna, vertigine all'ennesimo grado), che non si preoccupa di rendersi interessante (è interessante in sé: per questo la scena cannense può durare anche venti minuti, perché è un quadro brillante dal quale non vogliamo distogliere lo sguardo, che ci piace per ciò che è e per come mostra le cose e non per le cose che mostra, labirinto visivo rivisitabile all'infinito). Il film prende certe strade per abbandonarle, i personaggi sembrano essere, mutano carattere e ruolo, una Femme che visse n volte, nulla è certo e nulla deve esserlo ché al centro della scena ci deve essere un'unica certezza: BDP, deus ex machina (da presa), che funamboleggia e crea Cinema Gratuito da dare in pasto all'Occhio. De Palma l'Esibizionista in FF parla di sé, dunque, e parla d'altro, manipola i classici (sui titoli di testa: LA FIAMMA DEL PECCATO e la dark lady Stanwick in video, il suo riflesso - la femme fatale Romijn-Stamos - sul vetro dello schermo) come fa Sakamoto con la musica (il Bolero di Ravel revisited che accompagna tutta la lunga sequenza del furto), non teme la svolta onirica con i suoi risvolti metafisici (è dunque FEMME FATALE il MULHOLLAND DRIVE del regista?) e la risolve a modo suo, mescola destino e premonizioni, possibilità di vita e di morte che sono distinte ipotesi narrative (una Brian ce la mostra e la butta nel cestino all'improvviso); tra le consuete ossessioni scopiche e i travestimenti hitchcockiani, l'autore frammenta ogni evento e raccoglie i pezzi ricomponendoli in un finale che è immagine - puzzle ricostruito nel quale converge ciò che è stato: eccolo il cinema "volgare"  ed "esteriore" di un cineasta che pone tutto davanti agli occhi, che non nasconde nulla, in cui niente è da leggere tra le righe, tutto è spudorato e finto-senza-infingimenti.
Sarà snobbato questo FEMME FATALE? E' probabile, a De Palma succede spesso (si pensi al capolavoro RAISING CAIN), soprattutto se, come stavolta, nella sua spirale stilizzata il Nostro non mente nemmeno verosimiglianza, (in)credibile essendo solo il suo grandissimo Cinema ("manierato" è un termine che si sprecherà). Si dirà che ci si trova di fronte a un esercizio infecondo e arbitrario? Di sicuro: quasi tutti hanno bisogno che un film dica qualcosa, anche semplicemente che la vita può essere bella (o brutta), che l'amore può rendere felici (o infelici), che il cattivo può essere punito (o farla franca). Peggio per loro: quando ho a disposizione una dose di BDP puro io non sento il bisogno di nient'altro.

Voto:  8,5                                 Luca Pacilio


molto FEMME, poco FATALE

Un film di Brian De Palma e' sempre un'esperienza cinematografica tra la tecnica piu' sofisticata e la cura per la messa in scena. Questa volta, pero', il grande creatore di atmosfere in cui perdersi abbandonando la razionalita', resta imbrigliato in un copione sconclusionato (di cui lui stesso e' autore) che ribalta piu' volte le carte in gioco senza suscitare troppa fascinazione. Anche la scelta degli interpreti non aiuta: non basta agghindare una giraffona (bella, per carita'!) con occhialone scuro e dettagli in pelle per farne una dark lady e pure Banderas, nella trita versione truzzo-latina, ha ormai esaurito le sue cartucce di macho da esportazione. Il piu' in parte finisce con l'essere il sempre piatto Peter Coyote.
Prevale l'intenzione sul risultato, il virtuosismo sulla sostanza, l'artifizio sul mistero. Il De Palma's touch si riconosce nell'utilizzo dello split-screen, nei rallenty prolungati, nelle lunghe sequenze prive di dialogo, nel gusto per la composizione delle immagini e, in generale, nella pressocche' perfetta cura formale, ma sembra piu' il ripetersi di un cliche' che l'espressione di uno stile personale. Anche la musica di Sakamoto, con un ossessivo semi Bolero ad accompagnare gran parte degli eventi, assume sfumature quasi ipnotiche che diventano un di piu' non sempre comunicativo e talvolta ridondante.
Probabilmente un approccio razionale non e' il modo migliore per gustarsi il raffinato e cinefilo viaggio di De Palma, ma il regista non riesce a creare quell'empatia onirica che il fluire delle immagini dovrebbe suggerire e si perde in un freddo gioco di citazioni e scherzi del destino. Forse e' proprio la gratuita' il maggior difetto del film, un succedersi di belle sequenze il cui ribaltamento pare piu' un pretesto formale che una necessita' narrativa. Il ricordo di Barbara Stanwyck, con cui si apre il film, stimola paragoni imbarazzanti: il suggerito, le frasi allusive e soprattutto la crudelta', l'avidita' e il carisma di una delle dark-lady piu' famose del cinema, perdono, nella versione aggiornata ai tempi, gran parte della loro efficacia. Anche se lo strip-tease della bella Rebecca Romijn-Stamos resta uno dei momenti piu' caldi e coinvolgenti del film.

Voto:  6,5                                 Luca Baroncini


Torna il De Palma più personale, teorico, “vertiginoso”. Quello di Blow Out, Body Double o Raising Cain. Quello di Femme Fatale. Il De Palma dei doppi, del travestimento, delle simulazioni stratificate. Il De Palma del “déjà vu” ma non esattamente non precisamente, quello della realtà da scomporre, ri-vedere e ricostruire. Il De Palma baro e giocherellone. Il De Palma virtuoso. Il De Palma del “sì però la sceneggiatura” “sì però le incongruenze” “sì però la caratterizzazione dei personaggi”... silence, please: è tornato De Palma: welcome back my friend to the show that never ends...

Voto:  8                                Gianluca Pelleschi


Voto:  7                                   Mauro Ravarino


Voto:  7                                     Luigi Garella


Voto:  8                                Stefano Trinchero

 

HABIT
(
Larry Fessenden)


New York. Sam, rotto il rapporto con la sua ragazza, durante una festa conosce una misteriosa ragazza. Il loro rapporto assume da subito pieghe inquietanti.

Il vampiro si aggira in città e ha le fattezze di una giovane. Sam (lo stesso Fessenden) preso nelle spire di un rapporto fuori dal comune con la donna, sente la vita abbandonarlo poco a poco. Non è nuova la figura del vampiro metropolitano (il primo pensiero va ad ADDICTION di Ferrara) ma per quanto questo film possa ricordare certe atmosfere del regista newyorkese, del tutto genuino è lo sviluppo della storia, interamente giocata sulla descrizione meticolosa degli ambienti e sui toni minori, e nella quale la questione vampiresca vi entra sempre trasversalmente, divenendo prepontentemente centrale solo in conclusione. HABIT è l'ulteriore dimostrazione dell'approccio "romeriano" che l'autore ha con il genere horror, mai esaltato ma piegato ad esigenze altre. Una fine scrittura, attori molto bravi e l'ottima regia fanno il resto.
Il migliore dei tre presentati alla rassegna, un piccolo gioiello.

Voto:  7,5                                 Luca Pacilio


Il miglior Fessenden dei tre visti a Torino. Dopo il prometeo moderno di No Telling, ora è il vampiro il topos horrorifico rielaborato dal regista: Sam, il protagonista di Habit interpretato dallo stesso Fessenden, è infatti un novello Dracula metropolitano, solitario, disadattato e in balia di una ragazza-vampira, Anna, che lo azzanna e lo “infetta” durante i rapporti sessuali. Chiara la metafora AIDS – vampirismo, così come evidenti sono i riferimenti al Ferrara di The Addiction e di Driller Killer (quest’ultimo richiamato soprattutto nello stile a tratti “psichedelico” e molto seventies). Ma c’è di più, perché Fessenden sa essere personalissimo e originale nel tratteggiare personaggi lontani mille miglia dai cliché del genere e nel costruire una singolare “sinfonia urbana” stonata e deviata. Tra le cose più belle viste a Torino.
Nota finale à la Mereghetti: il film è il remake dell’omonimo film (girato da Fessenden in video nell’81) che segnò l’esordio alla regia dell’autore, allora diciottenne.

Voto:  8                              Gianluca Pelleschi

 

INSOMNIA
(
Christopher Nolan)


Un celebrato ispettore di polizia, inviato in Alaska per indagare sulla morte di una ragazza, è ricattato dall’assassino…

Star, Alaska e luoghi comuni

Dopo l'affascinante labirinto noir di "Following" e il virtuosistico rompicapo di "Memento", il regista Christopher Nolan, alle prese con una grande produzione e tre premi Oscar, delude un po' le aspettative. Non che il film non funzioni, ma opta per scelte tutto sommato facili che lo rendono un thriller senza guizzi. Tolta infatti l'inconsueta ambientazione in Alaska, con il paesaggio che diventa parte integrante del racconto, sono pochi i sussulti provocati da "Imsomnia". La storia comincia nel modo piu' classico, con un delitto e un poliziotto dal torbido passato ingaggiato per risolvere il caso. Poi la trama si fa piu' interessante, ma la scena chiave dell'agguato al capanno e' costruita in modo poco credibile, con tutti i personaggi forzatamente al posto giusto (o sbagliato) per innescare lo stratagemma narrativo in grado di dare respiro al film. Per il resto, nonostante una certa abilita' nel mantenere la tensione, sono troppe le coincidenze e le intuizioni giustificate in modo approssimativo e la conclusione opta per l'inevitabile resa dei conti. La presenza di Al Pacino si rivela presto ingombrante, con mosse, scatti repentini, sguardi, silenzi, ormai marchio di fabbrica della sua recitazione. E' uno dei casi in cui l'attore prevarica il personaggio e, pur donandosi ad esso, finisce con il soffocarlo. Robin Williams, che pare ormai deciso ad abbandonare la commedia, presta la sua maschera di gomma ad un personaggio disturbato e gioca, per una volta, di sottrazione. Quanto a Hilary Swank, meno nota al grande pubblico nonostante l'Oscar per "Boys don't cry", conferisce alla poliziotta in carriera affacciata sul mondo un calibrato equilibrio di grazia e determinazione.

Voto:  6,5                                 Luca Baroncini


Voto:  6,5                                   Luca Pacilio


Voto:  7,5                                 Luigi Garella


Voto:  7                               Stefano Trinchero

 

MARATHON
(Amir Naderi)


Gretchen sta cercando di battere il proprio record personale: risolvere 77 cruciverba in 24 ore. La ragazza prende la metropolitana e percorre tutta New York intenta a compilare i giochi enigmistici che ha portato con sè. Registra i propri progressi con un sistema che può piacere solo a un’ossessiva-compulsiva come lei. La madre, intanto, continua a cercarla inutilmente a casa e lascia messaggi sulla segreteria telefonica.

Un Iraniano a New York

Terza opera girata in America da un regista iraniano, il film racconta la maratona di una ragazza che, seguendo le orme materne, decide di battere il record personale di cruciverba completati nell'arco di ventiquattro ore. Alla maratona della protagonista, sempre in cerca di rumori in grado di isolarla per facilitare la concentrazione, si associa quello dello spettatore che segue la sfida personale della ragazza, inizialmente con curiosità, poi con tedio crescente. Di concreto accade poco e le sequenze diventano presto sovrapponibili. La gara ha un unico concorrente e un unico giudice, la ragazza protagonista, e si fa fatica a provare interesse per una fissazione al limite del patologico posta senza elementi di contrasto che la mettano in discussione.
Forse una metafora dei bisogni ossessivi dell'uomo, in cerca di sicurezze a cui aggrapparsi per affrontare l'ansia di vivere. Forse una critica alla competitività del sistema sociale in cui siamo immersi, dove l'agognato risultato non gratifica quanto le aspettative.
Qualsiasi fossero le intenzioni del regista, nel film sono pochi gli appigli a cui ispirarsi per trovare un'interpretazione. E le immagini comunicano sì ansia e ossessione, ma riciclano l'idea di partenza senza aggiungere dettagli significativi. Anche in questo caso, probabilmente, un cortometraggio sarebbe stato la dimensione ideale per il soggetto.

Voto:  5                                   Luca Baroncini


Secondo lo stesso Naderi, il suo Marathon è un’esperienza non esattamente piacevole per lo spettatore, ma la cosa ha un suo perché. Non sarò certo io a dargli torto. Posso in effetti capire la non gratuità delle lungaggini, delle ripetizioni, della snervante monotonia del film: si crea così una sorta di sintonia empatica protagonista-spettatore, entrambi “volontariamente costretti” a portare a termine un compito faticoso e per certi versi “disumano”. Il film, comunque, è godibile solo adottando questa chiave di lettura “al secondo grado”, perché al primo grado, Marathon è semplicemente noioso e interminabile (ma con un interessante uso del sonoro). Nota finale à la Mereghetti: girato in 35mm ma dalla qualità visiva inconfondibilmente video. Mistero (almeno per me...).

Voto:  6                                 Gianluca Pelleschi


Voto:  5,5                                    Luca Pacilio


Voto:  6,5                                 Mauro Ravarino


Voto:  6,5                                    Luigi Garella


Voto:  6,5                               Stefano Trinchero

 

NO TELLING
(Larry Fessenden)


I giovani coniugi Lillian e Geoffrey si trasferiscono fuori città perché il marito, ottenuta una borsa di studio, possa approfondire le sue ricerche sulle terapie elettrochimiche.

Torino ci fa fare la conoscenza col talento indipendente di Fessenden: NO TELLING, suo primo lungometraggio, film che sembra imparentare il fosco clima che vi si respira a quello di un certo Romero, è un intelligente ritratto di coppia in ambiente rustico: le intromissioni esterne che sembrano far incrinare un rapporto coniugale idilliaco porteranno invece allo svelamento dei mostruosi esperimenti del marito. Fessenden dimostra di non badare solo alle atmosfere (il film fa parte di una dichiarata trilogia "horror" con HABIT e WENDIGO) per lo più opprimenti e affidate a sapidissimi dettagli (quegli attrezzi di ferro battuto comprati all'asta paesana appesi al muro), ma cura moltissimo la sceneggiatura, approfondendo i caratteri con grande accortezza, curando moltissimo i dialoghi e dirigendo i suoi attori con bel piglio. Su questa base solida di grande effetto risaltano i raccapriccianti particolari sugli animali usati da Geoffrey per gli esperimenti. Putrefazione, carcasse, budella, topini orridamente sezionati e per finire un agghiacciante tentativo di ibridazione (un cane e un vitello) fanno da corredo a un'opera che dice già della padronanza col raccontare per immagini di Fessenden. Molti non hanno retto e hanno abbandonato la sala prima della fine: chi è rimasto ha applaudito con convinzione.
Nella parte di Alex il percussionista e sound designer David Van Tieghem, musicista per tanti grandi (Talking Heads, Eno, Sakamoto, Laurie Anderson) qui responsabile anche di alcune  tracce musicali.

Voto:  7                                    Luca Pacilio


Horror a dir poco atipico, girato con stile personale e vagamente lynchiano, che si propone come sorta di rivisitazione del mito cinematografico di Frankenstein in chiave moderna e animalista. Personaggi a tutto tondo (ma il tondo non sempre è chiuso e perfetto), ritmo piacevolmente zoppicante, bella e non banale fotografia, personaggi reali(stici), qualche “misurato” pugno nello stomaco. Una curiosità: il cane-pecora del finale ricorda quello “fotomontato” della copertina del primo disco dei Simian, e Simian è anche il nome di un personaggio di  No Telling... semplice coincidenza?

Voto:  7                              Gianluca Pelleschi


Voto:  7                                    Luigi Garella


Voto:  5                               Stefano Trinchero

 

PATH TO WAR
(
John Frankenheimer)


1965: la storia del periodo più delicato della presidenza di Lyndon B. Johnson.

Il testamento registico di Frankenheimer è un abbagliante tv-movie con le palle cubiche. Forte di una sceneggiatura inattaccabile e di una squadra d’attori formidabili formidabilmente diretti, Path to war incolla alle poltroncine con 165’ di chiacchiere. Il film è infatti verboso fino al logorroico, ma la profondità dei dialoghi, i personaggi ricchi di sfumature, l’assenza di cali di tensione, un ritmo perfetto e la mano ferma di Frankenheimer, che sa mettersi al servizio di un film che non richiede slanci di virtuosismo, lo rendono un piccolo capolavoro. Michael Gambon nella parte del presidente Johnson è semplicemente gigantesco e dota il personaggio di una statura e di una complessità morale quasi shakespeariane, mentre Sutherland, dopo stronzate alimentari come Instinct, L’arte della guerra o Virus (Letale e non), torna finalmente a Recitare in un Film. Forse la miglior pellicola “(precisamente) sul Vietnam” mai fatta.

Voto:  8,5                             Gianluca Pelleschi


Voto:  8                                     Luca Pacilio


Voto:  8                                 Mauro Ravarino


Voto:  8,5                                 Luigi Garella

 

THE RULES OF ATTRACTION
(Roger Avary)


A Paul piace Sean, a Sean piace Lauren, a Lauren piace Victor, Victor si piace e basta.

Ed io sono davvero disgustato, ho cominciato a pensare:  qual è il problema di questa ragazza? perché non aveva voluto essere carina e sorridermi a sua volta? si stava preoccupando di una guerra imminente? era veramente terrorizzata? o ispirata? o appassionata? Quella ragazza, cominciavo a credere, era giunta a uno stadio terminale. Forse il disco dei Talking Heads si era graffiato o forse papà non aveva ancora mandato l'assegno.

Era estremamente difficile ricavare qualcosa di cinematograficamente degno da un romanzo peculiare come THE RULES OF ATTRACTIONS di Ellis costruito come un patchwork narrativo,  frammentato e diviso in monologhi (è recente un nudo allestimento teatrale di Luca Guadagnino con Valentina Cervi). Avary riesce in due difficili imprese: trovare un approccio originale alla materia e nello stesso tempo rimanere sorprendentemente fedele all'opera letteraria; non stupisce, dunque, che dopo il disappunto per i precedenti adattamenti (gli invero dimenticabili MENO DI ZERO di Kanievska e AMERICAN PSYCHO della Harron) lo stesso Ellis si sia detto molto contento di quest'ultimo (non risparmiando, peraltro, stilettate alla Motion Pictures per le ingerenze sul final cut che presenta epurazioni di alcuni passaggi più provocatori). Si guardi lo splendido inizio che, con uno stratagemma semplicissimo come il rewind, riesce a rappresentare perfettamente i diversi punti di vista della medesima situazione; si apprezzi il finale col fiocco di neve che si scioglie in una lacrima: ancora una scelta estremamente semplice ma straordinariamente espressiva.
Avary non scade nel bozzetto, ama questi personaggi, li cura uno ad uno, li disegna perfettamente: tra sesso, alcol, droga, rock'n roll, sterili ricerche di un senso al proprio agire le storie di questi giovani-bene che sono tutti attratti dalla persona sbagliata, dietro la patina divertente e divertita (un registro che Avary predilige, soprattutto all'inizio) e che ha alcuni picchi irresistibili (il ballo sul letto sulle note di FAITH di George Michael o i dialoghi surreali tra Paul e la madre Faye Dunaway), nascondono angosce piene e vuoti incolmabili. Nell'affresco di questa generazione allo sbando che consuma tutto in fretta, bellezza e brutture, Avary non manca neanche l'obiettivo tragico (la suicida che scrive a Sean Bateman è anonima come i bigliettini che gli lascia nella casella postale e il regista, in uno dei passaggi più belli del film, ricostruisce i momenti in cui la ragazza si manifesta, sempre di sfuggita, come mera comparsa nel grande show delle esistenze dei ricchi WASP che affollano il college in cui si ambientano le vicende del film). L'autore non teme l'azzardo e gioca assai con la cronologia, la piega alle sue esigenze, la manipola senza impacci; si lancia in un geniale split-screen che si risolve in un'inquadratura unica (perfetto esempio delle scelte operate in sede di sceneggiatura per restituire al meglio la cadeiloscopicità del romanzo di Ellis), usa a dovere i suoi attori e la loro bellezza da copertina; narra del soggiorno europeo di Victor con un rutilante montaggio di immagini in video e la voce off che vomita tutto a velocità supersonica. E' perfetta dunque la scelta del regista di seguire il frazionare degli eventi ellisiano decostruendo, come fa il romanziere, il narrato, giocando con le eventualità (lo split-screen su Sean e Paul e sulle fantasie sessuali di quest'ultimo sul primo) e mantenendo, tuttavia, compattezza e coerenza dall'inizio alla fine.
Avary screma, è ovvio, per necessità rende i personaggi, nel romanzo più ambigui e sfaccettati,  più univoci e facilmente leggibili privilegiando l'ottica di un ritratto corale che mantiene sempre, però, una freschezza e un'incisività pregevoli. Una belissima sorpresa.

E ho continuato a guardare quella ragazza, aveva dimenticato di registrare la telenovela oggi pomeriggio? aveva un'infezione del tratto urinario? perché doveva essere così fottutamente indifferente? Ecco a cosa ci si è ridotti tutti: indifferenza. Non stavo facendo il cinico a proposito di quella troia e del suo stronzo fidanzato. Credevo veramente che il limite dei loro problemi non superasse di molto quello che pensavo io. Non dovevano preoccuparsi di tenersi caldi o di essere nutriti o delle bombe o dei laser o delle cannonate. Magari i loro amanti li avevano lasciati, magari quella copia di "Speaking in tongues" era veramente graffiata, era l'immagine di questo trimestre e il loro problema.

http://rulesofattraction.com/roa_fb.html (da visitare!)

Voto:  7,5                                Luca Pacilio


Giovani in naftalina

Premessa: l'universo giovanile al cinema soffre di una fastidiosa interpretazione binaria che lo vuole, o valoroso ed eroico tutto patria e famiglia, oppure cinico e vizioso, tutto sesso, droga e poco altro.
"The rules of attraction" si inserisce nel filone cool (giovani, carini e marci) adattando per il grande schermo l'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis. Che dietro al perbenismo dei college americani si celassero pulsioni e vacuità lo abbiamo già scoperto in una miriade di film e il lungometraggio di Roger Avary non si discosta da questo modello, riproponendo situazioni di patinato squallore ormai ampiamente dissertate. Il regista ha però il pregio di conferire al racconto ritmo e freschezza, grazie a scelte visive interessanti (molto bello lo split-screen che si congiunge in un'unica immagine), ad interpreti ben diretti e ad una sceneggiatura (dello stesso regista) assai strutturata e complicata che mantiene nelle immagini verve e incisività. Ma è proprio un certo tipo di cinema e di letteratura che appare irrimediabilmente datato.
Esplosioni di rabbia, scelte insensate, mancanza di valori, ormoni in subbuglio, il mentore della droga, sembrano gli unici motori dei teen-ager, secondo un luogo comune cinematografico che vorrebbe imitare la vita ma finisce per diventare un modello da seguire. Ampiamente scontato anche il conseguente mea culpa attribuito a genitori e istituzioni sociali. Sembra che un teen-ager debba trombare senza sosta o morire vergine per trovare spazio tra i fotogrammi di un film o nelle pagine di un libro. Forse la medietà è così poco spettacolare da risultare non vendibile: non genera miti o sufficiente sdegno.
Sta di fatto che l'ennesima spettacolarizzazione delle pulsioni giovanili in salsa glamour produce un vago senso di fastidio e aggiunge poco ad un universo, sicuramente contradditorio, ma in cui sopravvivono ancora le sfumature.

Voto:  6,5                                Luca Baroncini


Il film di Avary ha momenti davvero notevoli, che da soli valgono il film: i “rewind” iniziali, la sequenza in split screen conclusa coi due screen(s) che si raccordano, il fiocco di neve che si trasforma in lacrima, il balletto gay sulle note di George Michael e il viaggio in Europa di Victor condensato in pochi minuti su tutti. Ma c’è dell’altro: c’è un modus narrandi interessante, benché non originalissimo, c’è l’ottima trasposizione filmica dei “complessamente” superficiali personaggi ellisiani, c’è un’atmosfera surreale e caustica che non molla mai la presa e c’è, forse, qualche cedimento strutturale che fa capolino ogni tanto ma che comunque è lungi dall’inficiare il piacere di una visione nel complesso appagante, intelligente e divertente.

Voto:  7,5                            Gianluca Pelleschi


Voto:  7                                  Mauro Ravarino


Voto:  7                                     Luigi Garella


Voto:  8                                Stefano Trinchero

 

USHER
(Curtis Harrington)


L'affermato poeta Usher ospita nella propria casa uno scrittore intenzionato ad avvicinarsi alla sua arte.

Quaranta minuti semplicemente imbarazzanti: il vecchio Harrington rilegge Poe e lo rappresenta con ostentata povertà di mezzi e (azzardo) gusto surrealista. Ne esce un pastrocchio paratelevisivo ai confini del trash, con dialoghi che tentano pure qualche ambiziosa (e ridicola) riflessione sull’arte e un ritmo inesistente che idealmente triplica il minutaggio effettivo del film. Comprensibile, però, che Usher sia in grado di esercitare su qualcuno una certa forma di fascino, questione questa sulla quale (mi) conviene forse non indagare troppo.

Voto:  4                               Gianluca Pelleschi


Voto:  4                                     Luca Pacilio


Voto:  4                                  Mauro Ravarino


Voto:  3                                     Luigi Garella


Voto:  2                                Stefano Trinchero

 

WENDIGO
(Larry Fessenden)


Una sera d’inverno poco fuori New York. Kim, George e il loro piccolo Miles lasciano la città in auto per trascorrere il weekend nella fattoria di alcuni amici. Un piccolo incidente di percorso, però, produce una catena di eventi che sconvolgerà per sempre le loro vite, rievocando il feroce spirito del Wendigo, una figura mitologica degli indiani d’America nota al piccolo Miles

Week-End di terrore

Sulle orme di "Un tranquillo week-end di paura", una famiglia lascia il luccichio e le comodità di New York per trascorrere il fine settimana nella casa in montagna di amici. Fin dalle prime sequenze il regista Larry Fessenden riesce a creare un'atmosfera di attesa carica di inquietudine. Riprese tradizionali si alternano ad un rigore "dogmatico" (m.d.p. a mano, luce naturale con conseguenti sgranature, assenza di musica) che con poco (una casa isolata, un paesaggio incontaminato, una famiglia) insinuano il tarlo della tragedia imminente. Tema dominante, dietro la solita leggenda indiana, la vulnerabilità del nucleo familiare e l'impossibilità di una conciliazione pacifica con la natura. Il film convince nella prima parte grazie all'abilità nella messa in scena. In particolare colpisce la contraddizione insita nei gesti quotidiani della famiglia (preparare la cena, andare a dormire, fare l'amore, fare la spesa) che, da elementi rassicuranti a cui potersi aggrappare, assumono venature horror destabilizzanti. Bastano pochi insistiti dettagli al regista per lasciare intuire l'inevitabile tragedia. La seconda parte, però, gira un po' vuoto, dilatando eccessivamente l'attesa, esagerando nella moltiplicazione dei dettagli crea-inquietudine e smorzando di conseguenza la tensione. Il dramma arriva quindi ad uno spettatore ormai più che preparato e finisce con il lasciare tutto sommato indifferenti, complice anche qualche caduta involontaria nel ridicolo nell'esplicitazione dello spirito indiano. Forse un cortometraggio avrebbe potuto dare risalto e compattezza al soggetto, mentre i tempi di un lungo si rivelano dispersivi.

Voto:  6,5                                 Luca Baroncini


Doveva essere una breve fuga dalla routine quotidiana e si trasforma in tragedia: la storia del tranquillo weekend di una famigliola che diventa di morte e paura ha una prima parte compatta e inquieta, con l'abile dosaggio degli elementi perturbanti nel discreto disegno della quotidianità dei personaggi (una delle costanti dell'autore, si può dire) ma perde quota nel finale, quando si sbilancia troppo sul fronte metafisico senza mantenere quella misura e quel rigore presente nelle due opere precedenti. Anche così WENDIGO (che ha un po' della fatalità raimiana di un THE GIFT) può dirsi conferma della rispettabile statura del suo autore. Tra qualche anno questi tre film saranno ricercatissimi. Scommettiamo?

Voto:  6,5                                    Luca Pacilio


Il più recente e il peggiore dei tre Fessenden visti a Torino: dopo un inizio promettente e, ormai possiamo dirlo, pienamente fessendeniano, Wendigo comincia ad annaspare e diventa un horror in qualche modo più tradizionale e meno eversivo di Habit e No Telling. La tensione cala, la tela tramica si sfilaccia, irrompe la noia e si scivola pure nel ridicolo involontario al comparire della “creatura”. Rimane un oggetto curioso e interessante, forse anche grazie alle sue cadute, ma i due film precedenti ci avevano abituato troppo bene. Una mezza delusione e mezzo.

Voto:  5                                 Gianluca Pelleschi


Voto:  4                                  Stefano Trinchero

 

 

- AMERICANA - John Ford

 

A TURNING OF THE EARTH - JOHN FORD, JOHN WAYNE & THE SEARCHERS
(Nick Redman)


Documentario sui luoghi di Sentieri Selvaggi: riprese odierne si alternano a fotografie di scena ed interviste con superstiti e/o figli d'essi. Nessun filo conduttore, nessuna base stilistica per questo "A turning of the earth" che si limita a soddisfare il consueto schema della documentazione propagandistica degli studios. Frasi fatte, venti rulli inediti affascinati ma "appiccicati", testimoni pronti a giurare che è il più bel film mai girato, che il set era affscinante, etc etc. Come decine di altri finirà (qualcuno scommette?) negli extra del DVD. Ops, scusate, solo con l'edizione laserdisc.

Voto:  5                                 Luigi Garella

 

DONOVAN'S REEF
(John Ford)


Michael Patrick "Guns" Donovan e Thomas Aloysius "Boats" Gilhooley tentano di non far scoprire alla rigida Amalia, in arrivo da Boston, che il padre, dr. William Dedham si è rifatto una vita in Polinesia ed ha avuto altri due figli dalla principessa locale rendendosi indegno di un'eredità.

Film omaggio al direttore uscente Stefano della Casa, proiettato in versione originale (non impeccabile) al TFF2002. L'ultimo film di Ford con John Wayne è un divertimento con le chiavi di lettura consuete dell'amicizia virile, dell'amore, dell'istinto e della repressione questa volta però in salsa polinesiana. I tre amici si sono fatti onore durante la guerra attaccando i giapponesi sull'isola e stringendo rapporti con gli isolani, in loro onore la croce sulla montagna del titolo italiano "I Tre della Croce del Sud".
Scontri di apparenze, ruvidità d'amicizia virile tra Guns (John Wayne) e Boats (uno strepitoso, al solito, Lee Marvin) che se le danno di santa ragione in ogni occasione: il secondo in occasione di un compleanno è scappato dalla nave dove scontava una pena, ha raggiunto la spiaggia a nuoto nel giubilo generale, è andato alla taverna di Donovan e qui finalmente ha ri-iniziato a scazzottare con l'amico.
Uno dei rari e piacevoli casi in cui l'ovvietà tramica, le dinamiche risapute sfolgorano in realtà per atmosfera, magneticità delle immagini, semplicemente: attori galleggiano in tecnicolor senza alcuna fatica, dicono fesserie, corrono in macchina, addobbano alberi di natale ed anche se tutto è così ovvio, insomma, ancora sopravvivono, e se la godono.
La commedia degli inganni con tutta certezza entra in crisi, Amelia Sarah capirà cosa il branco di squinternati ha combinato ed i sentimenti fordiani stemperano la malinconia di un mondo che esiste solo nella finzione ma può ricomparire magicamente con i fantasmi muscolari, le risate ed i tuffi in acqua di dame vestite di tutto punto.
Salutiamo anche noi, qui, Steve della Casa che è stato un piacere sentir ridere e divertirsi col pubblico, ci mancherà.
Il 2003 vedrà Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto direttori, avanti, marsch!

Voto:  8                                 Luigi Garella

 

 

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