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DOGTOWN AND Z-BOYS
(Stacy Peralta) |
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La
storia di un gruppo di
agguerriti ragazzini che rivoluzionò lo skateboard raccontata
dall’interno.
Dogtown,
tra Santa Monica e Venice, era negli anni ’70 una delle zone più
degradate di Los Angeles. Soffermiamoci per un attimo sulla costa: là
dove sorgeva negli anni ’30 il Pacific Ocean Park, il grande parco di
divertimenti che si protendeva sull’acqua di cui rimanevano solo
ruderi. Qui vicino Jeff Ho, Skip Engblom e Craig Stecyk erano i
proprietari di un negozio per surfisti, che presto divenne il punto di
ritrovo di un mare di teenagers scatenati e amanti delle onde. Accanto
al surf, Dogtown era loro e solo loro, e così veniva difesa,
incominciarono a sfrecciare per la strada con lo skateboard e poi
sfondando le reti di recinzione si intrufolano nelle ville con piscina,
rigorosamente senz’acqua.
Per i ragazzi Dogtown non cambia molto: skate o surf sempre tavola è!
Trasportano le tecniche e le evoluzioni spericolate che sperimentavano
tra le onde dell’oceano sull’asciutto: inizia la “rivoluzione”.
I tremendi ragazzini formano lo Zephir Team che sconvolge tutti i
tornei, tradizionali e stantii. Con acrobazie spericolate, tenendo il
baricentro basso, e con un’elasticità spettacolare nei gesti atletici
gli Z-Boys porteranno una sana freschezza e ribellione nel mondo dello
skate, che si propagò per tutto il mondo: il riflesso nella cultura
giovanile fu enorme.
Tra i ragazzi dello Zephir Team c’era Stacy Peralta, l’autore di
questo documentario che parte da una premessa storica sul quartiere di
Venice e la zona di Dogtown arrivando alla formazione dello Zephir Team
e raccontando l’avventura degli Z-Boys, appoggiandosi alla voce
narrante di Sean Penn.
Con materiale di repertorio, la maggior parte girato dal giovane Peralta,
fotografie ed interviste, costruisce con montaggio serrato e,
rifacendosi in parte all’estetica del videoclip, la storia della banda
di Dogtown, sulle note del rock d’epoca da Jimi Hendrix ai T-Rex.
Le interviste agli ex-skaters che si alternano continuamente ci portano
al presente, come sono oggi gli Z-Boys. Si parla di quando alcuni
elementi del gruppo, lo splendido Jay Adams e Tony Alva,
furono contattati dal business (ormai gli Z-Boys erano su tutte
le copertine delle riviste specializzate), chi ne fu risucchiato e chi
riuscì a reagire.
Dopo un po’ di tempo, però il documentario sembra girarsi su stesso,
la vena mitopoietica si accresce sempre più: i concetti e le battute si
ripetono, quando i vecchi “boys” tentano di filosofeggiare sul
“Dogtown style” e sullo skateboard come sport e arte. Chi tenta di
fornire un ritratto sociologico più serio dell’epoca e
sull’avventura degli Z-Boys e del fragore che scaturì in tutto il
mondo è Glen Friedman, fotografo per eccellenza degli skaters.
Ci
si diverte, comunque, durante il documentario di Peralta, a cui bisogna
dar atto della lungimiranza per la quantità di materiale girato da
giovane (in super8), un documento dall’interno e dal vivo di un
movimento che ha influenzato la popular-culture degli ultimi decenni.
Voto:
6,5
Mauro Ravarino
La cosa più inutile,
insopportabile, fastidiosa, snervante del festival tutto. Non che abbia
niente contro (o a favore di) surfers o skateboarders, ma ho provato un
credo legittimo fastidio quando mi sono visto questi imbolsiti
ultraquarantenni rinverdire i bei tempi andati con una tronfiaggine e una
supponenza da schiaffi. La terra gira intorno al sole, non intorno a uno
skater che distrugge le piscine vuote altrui per provare a zompare oltre
il bordo...
Non mi dilungo oltre, per ulteriori sfoghi rimando al “Diario del
Festival”.
Voto: 1
Guanluca Pelleschi
Voto:
4
Luca Pacilio
Voto:
3
Luigi Garella
Voto:
3 Stefano
Trinchero
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FEMME FATALE
(Brian De Palma) |
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La
Femme Fatale è Laura Ash, un'affascinante ladra che, dopo un furto di
gioielli durante il Festival di Cannes, cambia vita e identità. Ma il
passato torna...
De
Palma e basta
De Palma è probabilmente annoiato a tal punto che
ormai con la macchina-cinema ci vuole solo giocare e non accetta
pressioni di alcun tipo quando il giocattolo gli appartiene per intero e
non ha da rispondere che a se stesso: FEMME FATALE, low budget
con sostanziale partecipazione transalpina - annunciato da un geniale
trailer (nelle sale italiane ne circolano due versioni) che riassume
tutto il film, titoli di coda compresi, in un avanti veloce da
infarto (al Torino Film Fest si poteva vedere l'integrale versione con
didascalie in francese) - è il solito ingegnosissimo spasso per
immagini in cui il regista non teme nulla, sfrenato senza preoccupazioni
narrative, e in cui si può troncare lo sviluppo tramico a tre quarti
dell'opera e ricominciare daccapo, coitus interruptus con lo
spettatore che cerca di individuare i livelli rappresentativi e vuol
afferrare le fila della vicenda. Niente da fare, il gioco lo conduce BDP
e lo conduce dove gli pare e piace (da nessuna parte?). FEMME FATALE è
rigorosissimo catalogo depalmiano (ipotesi affascinante quella di un
film point of no return e post-De Palma in cui l'autore aizza la
teoria e si autocita prima ancora di citare), è cinema che svela se
stesso e si mostra nudo, privo anche dei suoi paramenti mondani,
intellettuali o pseudotali (la splendida sequenza nel Palais durante il
Festival di Cannes, l'immagine dello schermo con il logo della rassegna,
vertigine all'ennesimo grado), che non si preoccupa di rendersi
interessante (è interessante in sé: per questo la scena cannense può
durare anche venti minuti, perché è un quadro brillante dal quale non
vogliamo distogliere lo sguardo, che ci piace per ciò che è e per come
mostra le cose e non per le cose che mostra, labirinto visivo
rivisitabile all'infinito). Il film prende certe strade per
abbandonarle, i personaggi sembrano essere, mutano carattere e
ruolo, una Femme che visse n volte, nulla è certo e nulla
deve esserlo ché al centro della scena ci deve essere un'unica
certezza: BDP, deus ex machina (da presa), che funamboleggia e
crea Cinema Gratuito da dare in pasto all'Occhio. De Palma
l'Esibizionista in FF parla di sé, dunque, e parla d'altro, manipola i
classici (sui titoli di testa: LA FIAMMA DEL PECCATO e la dark lady
Stanwick in video, il suo riflesso - la femme fatale
Romijn-Stamos - sul vetro dello schermo) come fa Sakamoto con la musica
(il Bolero di Ravel revisited che accompagna tutta la lunga
sequenza del furto), non teme la svolta onirica con i suoi risvolti
metafisici (è dunque FEMME FATALE il MULHOLLAND DRIVE del regista?) e
la risolve a modo suo, mescola destino e premonizioni, possibilità di
vita e di morte che sono distinte ipotesi narrative (una Brian ce la
mostra e la butta nel cestino all'improvviso); tra le consuete
ossessioni scopiche e i travestimenti hitchcockiani, l'autore frammenta
ogni evento e raccoglie i pezzi ricomponendoli in un finale che è
immagine - puzzle ricostruito nel quale converge ciò che è
stato: eccolo il cinema "volgare" ed
"esteriore" di un cineasta che pone tutto davanti agli occhi,
che non nasconde nulla, in cui niente è da leggere tra le righe, tutto
è spudorato e finto-senza-infingimenti.
Sarà snobbato questo FEMME FATALE? E' probabile, a De Palma succede
spesso (si pensi al capolavoro RAISING CAIN), soprattutto se, come
stavolta, nella sua spirale stilizzata il Nostro non mente nemmeno
verosimiglianza, (in)credibile essendo solo il suo grandissimo Cinema
("manierato" è un termine che si sprecherà). Si dirà che ci
si trova di fronte a un esercizio infecondo e arbitrario? Di sicuro:
quasi tutti hanno bisogno che un film dica qualcosa, anche semplicemente
che la vita può essere bella (o brutta), che l'amore può rendere
felici (o infelici), che il cattivo può essere punito (o farla franca).
Peggio per loro: quando ho a disposizione una dose di BDP puro io non
sento il bisogno di nient'altro.
Voto: 8,5
Luca Pacilio
molto FEMME, poco FATALE
Un film di Brian De Palma e' sempre un'esperienza
cinematografica tra la tecnica piu' sofisticata e la cura per la messa in
scena. Questa volta, pero', il grande creatore di atmosfere in cui
perdersi abbandonando la razionalita', resta imbrigliato in un copione
sconclusionato (di cui lui stesso e' autore) che ribalta piu' volte le
carte in gioco senza suscitare troppa fascinazione. Anche la scelta degli
interpreti non aiuta: non basta agghindare una giraffona (bella, per
carita'!) con occhialone scuro e dettagli in pelle per farne una dark lady
e pure Banderas, nella trita versione truzzo-latina, ha ormai esaurito le
sue cartucce di macho da esportazione. Il piu' in parte finisce con
l'essere il sempre piatto Peter Coyote.
Prevale l'intenzione sul risultato, il virtuosismo sulla sostanza,
l'artifizio sul mistero. Il De Palma's touch si riconosce nell'utilizzo
dello split-screen, nei rallenty prolungati, nelle lunghe sequenze prive
di dialogo, nel gusto per la composizione delle immagini e, in generale,
nella pressocche' perfetta cura formale, ma sembra piu' il ripetersi di un
cliche' che l'espressione di uno stile personale. Anche la musica di
Sakamoto, con un ossessivo semi Bolero ad accompagnare gran parte degli
eventi, assume sfumature quasi ipnotiche che diventano un di piu' non
sempre comunicativo e talvolta ridondante.
Probabilmente un approccio razionale non e' il modo migliore per gustarsi
il raffinato e cinefilo viaggio di De Palma, ma il regista non riesce a
creare quell'empatia onirica che il fluire delle immagini dovrebbe
suggerire e si perde in un freddo gioco di citazioni e scherzi del
destino. Forse e' proprio la gratuita' il maggior difetto del film, un
succedersi di belle sequenze il cui ribaltamento pare piu' un pretesto
formale che una necessita' narrativa. Il ricordo di Barbara Stanwyck, con
cui si apre il film, stimola paragoni imbarazzanti: il suggerito, le frasi
allusive e soprattutto la crudelta', l'avidita' e il carisma di una delle
dark-lady piu' famose del cinema, perdono, nella versione aggiornata ai
tempi, gran parte della loro efficacia. Anche se lo strip-tease della
bella Rebecca Romijn-Stamos resta uno dei momenti piu' caldi e
coinvolgenti del film.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
Torna il De Palma più personale, teorico,
“vertiginoso”. Quello di Blow Out,
Body Double o Raising Cain. Quello di Femme
Fatale. Il De Palma dei doppi, del travestimento, delle simulazioni
stratificate. Il De Palma del “déjà vu” ma non esattamente
non precisamente, quello della realtà da scomporre, ri-vedere e
ricostruire. Il De Palma baro e giocherellone. Il De Palma virtuoso. Il De
Palma del “sì però la sceneggiatura” “sì però le incongruenze”
“sì però la caratterizzazione dei personaggi”... silence, please: è
tornato De Palma: welcome back my friend to the show that never ends...
Voto: 8
Gianluca Pelleschi
Voto: 7
Mauro Ravarino
Voto: 7
Luigi Garella
Voto: 8
Stefano Trinchero |
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HABIT
(Larry Fessenden) |
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New York. Sam, rotto il rapporto con la sua ragazza, durante una festa
conosce una misteriosa ragazza. Il loro rapporto assume da subito pieghe
inquietanti.
Il vampiro si aggira in città e ha le fattezze di
una giovane. Sam (lo stesso Fessenden) preso nelle spire di un rapporto
fuori dal comune con la donna, sente la vita abbandonarlo poco a poco.
Non è nuova la figura del vampiro metropolitano (il primo pensiero va
ad ADDICTION di Ferrara) ma per quanto questo film possa ricordare certe
atmosfere del regista newyorkese, del tutto genuino è lo sviluppo della
storia, interamente giocata sulla descrizione meticolosa degli ambienti
e sui toni minori, e nella quale la questione vampiresca vi entra sempre
trasversalmente, divenendo prepontentemente centrale solo in
conclusione. HABIT è l'ulteriore dimostrazione dell'approccio "romeriano"
che l'autore ha con il genere horror, mai esaltato ma piegato ad
esigenze altre. Una fine scrittura, attori molto bravi e l'ottima regia
fanno il resto.
Il migliore dei tre presentati alla rassegna, un piccolo gioiello.
Voto:
7,5
Luca Pacilio
Il miglior Fessenden dei tre visti a
Torino. Dopo il prometeo moderno di No Telling, ora è il vampiro
il topos horrorifico rielaborato dal regista: Sam, il protagonista di Habit
interpretato dallo stesso Fessenden, è infatti un novello Dracula
metropolitano, solitario, disadattato e in balia di una ragazza-vampira,
Anna, che lo azzanna e lo “infetta” durante i rapporti sessuali.
Chiara la metafora AIDS – vampirismo, così come evidenti sono i
riferimenti al Ferrara di The Addiction e di Driller Killer
(quest’ultimo richiamato soprattutto nello stile a tratti
“psichedelico” e molto seventies). Ma c’è di più, perché
Fessenden sa essere personalissimo e originale nel tratteggiare personaggi
lontani mille miglia dai cliché del genere e nel costruire una singolare
“sinfonia urbana” stonata e deviata. Tra le cose più belle viste a
Torino.
Nota finale à la Mereghetti: il film è il remake dell’omonimo film
(girato da Fessenden in video nell’81) che segnò l’esordio alla regia
dell’autore, allora diciottenne.
Voto: 8
Gianluca Pelleschi
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INSOMNIA
(Christopher Nolan) |
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Un
celebrato ispettore di polizia, inviato in Alaska per indagare sulla
morte di una ragazza, è ricattato dall’assassino…
Star, Alaska e luoghi comuni
Dopo l'affascinante labirinto noir
di "Following" e il virtuosistico rompicapo di
"Memento", il regista Christopher Nolan, alle prese con una
grande produzione e tre premi Oscar, delude un po' le aspettative. Non
che il film non funzioni, ma opta per scelte tutto sommato facili che lo
rendono un thriller senza guizzi. Tolta infatti l'inconsueta
ambientazione in Alaska, con il paesaggio che diventa parte integrante
del racconto, sono pochi i sussulti provocati da "Imsomnia".
La storia comincia nel modo piu' classico, con un delitto e un
poliziotto dal torbido passato ingaggiato per risolvere il caso. Poi la
trama si fa piu' interessante, ma la scena chiave dell'agguato al
capanno e' costruita in modo poco credibile, con tutti i personaggi
forzatamente al posto giusto (o sbagliato) per innescare lo stratagemma
narrativo in grado di dare respiro al film. Per il resto, nonostante una
certa abilita' nel mantenere la tensione, sono troppe le coincidenze e
le intuizioni giustificate in modo approssimativo e la conclusione opta
per l'inevitabile resa dei conti. La presenza di Al Pacino si rivela
presto ingombrante, con mosse, scatti repentini, sguardi, silenzi, ormai
marchio di fabbrica della sua recitazione. E' uno dei casi in cui
l'attore prevarica il personaggio e, pur donandosi ad esso, finisce con
il soffocarlo. Robin Williams, che pare ormai deciso ad abbandonare la
commedia, presta la sua maschera di gomma ad un personaggio disturbato e
gioca, per una volta, di sottrazione. Quanto a Hilary Swank, meno nota
al grande pubblico nonostante l'Oscar per "Boys don't cry",
conferisce alla poliziotta in carriera affacciata sul mondo un calibrato
equilibrio di grazia e determinazione.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
Voto: 6,5
Luca Pacilio
Voto: 7,5
Luigi Garella
Voto: 7
Stefano Trinchero |
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MARATHON
(Amir Naderi) |
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Gretchen
sta cercando di battere il proprio record personale: risolvere 77
cruciverba in 24 ore. La ragazza prende la metropolitana e percorre
tutta New York intenta a compilare i giochi enigmistici che ha portato
con sè. Registra i propri progressi con un sistema che può piacere
solo a un’ossessiva-compulsiva come lei. La madre, intanto, continua a
cercarla inutilmente a casa e lascia messaggi sulla segreteria
telefonica.
Un
Iraniano a New York
Terza
opera girata in America da un regista iraniano, il film racconta la
maratona di una ragazza che, seguendo le orme materne, decide di battere
il record personale di cruciverba completati nell'arco di ventiquattro
ore. Alla maratona della protagonista, sempre in cerca di rumori in
grado di isolarla per facilitare la concentrazione, si associa quello
dello spettatore che segue la sfida personale della ragazza,
inizialmente con curiosità, poi con tedio crescente. Di concreto accade
poco e le sequenze diventano presto sovrapponibili. La gara ha un unico
concorrente e un unico giudice, la ragazza protagonista, e si fa fatica
a provare interesse per una fissazione al limite del patologico posta
senza elementi di contrasto che la mettano in discussione.
Forse una metafora dei bisogni ossessivi dell'uomo, in cerca di
sicurezze a cui aggrapparsi per affrontare l'ansia di vivere. Forse una
critica alla competitività del sistema sociale in cui siamo immersi,
dove l'agognato risultato non gratifica quanto le aspettative.
Qualsiasi
fossero le intenzioni del regista, nel film sono pochi gli appigli a cui
ispirarsi per trovare un'interpretazione. E le immagini comunicano sì
ansia e ossessione, ma riciclano l'idea di partenza senza aggiungere
dettagli significativi. Anche in questo caso, probabilmente, un
cortometraggio sarebbe stato la dimensione ideale per il soggetto.
Voto:
5
Luca Baroncini
Secondo lo stesso Naderi, il suo Marathon è
un’esperienza non esattamente piacevole per lo spettatore, ma la cosa ha
un suo perché. Non sarò certo io a dargli torto. Posso in effetti capire
la non gratuità delle lungaggini, delle ripetizioni, della snervante
monotonia del film: si crea così una sorta di sintonia empatica
protagonista-spettatore, entrambi “volontariamente costretti” a
portare a termine un compito faticoso e per certi versi “disumano”. Il
film, comunque, è godibile solo adottando questa chiave di lettura “al
secondo grado”, perché al primo grado, Marathon è semplicemente
noioso e interminabile (ma con un interessante uso del sonoro). Nota
finale à la Mereghetti: girato in 35mm ma dalla qualità visiva
inconfondibilmente video. Mistero (almeno per me...).
Voto: 6
Gianluca Pelleschi
Voto: 5,5
Luca Pacilio
Voto: 6,5
Mauro Ravarino
Voto: 6,5
Luigi Garella
Voto: 6,5 Stefano
Trinchero
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NO TELLING
(Larry Fessenden) |
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I giovani coniugi Lillian e Geoffrey si trasferiscono fuori città perché
il marito, ottenuta una borsa di studio, possa approfondire le sue
ricerche sulle terapie elettrochimiche.
Torino ci fa fare la conoscenza col talento
indipendente di Fessenden: NO TELLING, suo primo lungometraggio, film
che sembra imparentare il fosco clima che vi si respira a quello di un
certo Romero, è un intelligente ritratto di coppia in ambiente rustico:
le intromissioni esterne che sembrano far incrinare un rapporto
coniugale idilliaco porteranno invece allo svelamento dei mostruosi
esperimenti del marito. Fessenden dimostra di non badare solo alle
atmosfere (il film fa parte di una dichiarata trilogia
"horror" con HABIT e WENDIGO) per lo più opprimenti e
affidate a sapidissimi dettagli (quegli attrezzi di ferro battuto
comprati all'asta paesana appesi al muro), ma cura moltissimo la
sceneggiatura, approfondendo i caratteri con grande accortezza, curando
moltissimo i dialoghi e dirigendo i suoi attori con bel piglio. Su
questa base solida di grande effetto risaltano i raccapriccianti
particolari sugli animali usati da Geoffrey per gli esperimenti.
Putrefazione, carcasse, budella, topini orridamente sezionati e per
finire un agghiacciante tentativo di ibridazione (un cane e un vitello)
fanno da corredo a un'opera che dice già della padronanza col
raccontare per immagini di Fessenden. Molti non hanno retto e hanno
abbandonato la sala prima della fine: chi è rimasto ha applaudito con
convinzione.
Nella parte di Alex il percussionista e sound designer David Van Tieghem,
musicista per tanti grandi (Talking Heads, Eno, Sakamoto, Laurie
Anderson) qui responsabile anche di alcune tracce musicali.
Voto: 7
Luca Pacilio
Horror a dir poco atipico, girato con stile
personale e vagamente lynchiano, che si propone come sorta di
rivisitazione del mito cinematografico di Frankenstein in chiave moderna e
animalista. Personaggi a tutto tondo (ma il tondo non sempre è chiuso e
perfetto), ritmo piacevolmente zoppicante, bella e non banale fotografia,
personaggi reali(stici), qualche “misurato” pugno nello stomaco. Una
curiosità: il cane-pecora del finale ricorda quello “fotomontato”
della copertina del primo disco dei Simian, e Simian è anche il nome di
un personaggio di No
Telling... semplice coincidenza?
Voto: 7
Gianluca Pelleschi
Voto: 7
Luigi Garella
Voto: 5
Stefano Trinchero
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PATH TO WAR
(John Frankenheimer) |
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1965: la storia del periodo più delicato della presidenza di Lyndon B.
Johnson.
Il testamento registico di Frankenheimer è un
abbagliante tv-movie con le palle cubiche. Forte di una sceneggiatura
inattaccabile e di una squadra d’attori formidabili formidabilmente
diretti, Path to war incolla alle poltroncine con 165’ di
chiacchiere. Il film è infatti verboso fino al logorroico, ma la
profondità dei dialoghi, i personaggi ricchi di sfumature, l’assenza
di cali di tensione, un ritmo perfetto e la mano ferma di Frankenheimer,
che sa mettersi al servizio di un film che non richiede slanci di
virtuosismo, lo rendono un piccolo capolavoro. Michael Gambon nella
parte del presidente Johnson è semplicemente gigantesco e dota il
personaggio di una statura e di una complessità morale quasi
shakespeariane, mentre Sutherland, dopo stronzate alimentari come Instinct,
L’arte della guerra o Virus (Letale e non), torna
finalmente a Recitare in un Film. Forse la miglior
pellicola “(precisamente) sul Vietnam” mai fatta.
Voto:
8,5
Gianluca Pelleschi
Voto:
8
Luca Pacilio
Voto:
8
Mauro Ravarino
Voto:
8,5
Luigi Garella
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THE RULES OF ATTRACTION
(Roger Avary) |
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A Paul piace Sean, a Sean piace Lauren, a Lauren
piace Victor, Victor si piace e basta.
Ed io sono davvero disgustato, ho cominciato a
pensare: qual è il problema di questa ragazza? perché non aveva
voluto essere carina e sorridermi a sua volta? si stava preoccupando di
una guerra imminente? era veramente terrorizzata? o ispirata? o
appassionata? Quella ragazza, cominciavo a credere, era giunta a uno
stadio terminale. Forse il disco dei Talking Heads si era graffiato o
forse papà non aveva ancora mandato l'assegno.
Era estremamente difficile ricavare qualcosa di
cinematograficamente degno da un romanzo peculiare come THE RULES OF
ATTRACTIONS di Ellis costruito come un patchwork narrativo, frammentato
e diviso in monologhi (è recente un nudo allestimento teatrale di Luca
Guadagnino con Valentina Cervi). Avary riesce in due difficili imprese:
trovare un approccio originale alla materia e nello stesso tempo
rimanere sorprendentemente fedele all'opera letteraria; non stupisce,
dunque, che dopo il disappunto per i precedenti adattamenti (gli invero
dimenticabili MENO DI ZERO di Kanievska e AMERICAN PSYCHO della Harron)
lo stesso Ellis si sia detto molto contento di quest'ultimo (non
risparmiando, peraltro, stilettate alla Motion Pictures per le ingerenze
sul final cut che presenta epurazioni di alcuni passaggi più
provocatori). Si guardi lo splendido inizio che, con uno stratagemma
semplicissimo come il rewind, riesce a rappresentare
perfettamente i diversi punti di vista della medesima situazione; si
apprezzi il finale col fiocco di neve che si scioglie in una lacrima:
ancora una scelta estremamente semplice ma straordinariamente
espressiva.
Avary non scade nel bozzetto, ama questi personaggi, li cura uno ad uno,
li disegna perfettamente: tra sesso, alcol, droga, rock'n roll, sterili
ricerche di un senso al proprio agire le storie di questi giovani-bene
che sono tutti attratti dalla persona sbagliata, dietro la patina
divertente e divertita (un registro che Avary predilige, soprattutto
all'inizio) e che ha alcuni picchi irresistibili (il ballo sul letto
sulle note di FAITH di George Michael o i dialoghi surreali tra Paul e
la madre Faye Dunaway), nascondono angosce piene e vuoti incolmabili.
Nell'affresco di questa generazione allo sbando che consuma tutto in
fretta, bellezza e brutture, Avary non manca neanche l'obiettivo tragico
(la suicida che scrive a Sean Bateman è anonima come i bigliettini che
gli lascia nella casella postale e il regista, in uno dei passaggi più
belli del film, ricostruisce i momenti in cui la ragazza si manifesta,
sempre di sfuggita, come mera comparsa nel grande show delle esistenze
dei ricchi WASP che affollano il college in cui si ambientano le vicende
del film). L'autore non teme l'azzardo e gioca assai con la cronologia,
la piega alle sue esigenze, la manipola senza impacci; si lancia in un
geniale split-screen che si risolve in un'inquadratura unica (perfetto
esempio delle scelte operate in sede di sceneggiatura per restituire al
meglio la cadeiloscopicità del romanzo di Ellis), usa a dovere i suoi
attori e la loro bellezza da copertina; narra del soggiorno europeo di
Victor con un rutilante montaggio di immagini in video e la voce off che
vomita tutto a velocità supersonica. E' perfetta dunque la scelta del
regista di seguire il frazionare degli eventi ellisiano decostruendo,
come fa il romanziere, il narrato, giocando con le eventualità (lo
split-screen su Sean e Paul e sulle fantasie sessuali di quest'ultimo
sul primo) e mantenendo, tuttavia, compattezza e coerenza dall'inizio
alla fine.
Avary screma, è ovvio, per necessità rende i personaggi, nel romanzo
più ambigui e sfaccettati, più univoci e facilmente leggibili
privilegiando l'ottica di un ritratto corale che mantiene sempre, però,
una freschezza e un'incisività pregevoli. Una belissima sorpresa.
E ho continuato a guardare quella ragazza, aveva
dimenticato di registrare la telenovela oggi pomeriggio? aveva
un'infezione del tratto urinario? perché doveva essere così
fottutamente indifferente? Ecco a cosa ci si è ridotti tutti: indifferenza. Non
stavo facendo il cinico a proposito di quella troia e del suo stronzo
fidanzato. Credevo veramente che il limite dei loro problemi non
superasse di molto quello che pensavo io. Non dovevano preoccuparsi di
tenersi caldi o di essere nutriti o delle bombe o dei laser o delle
cannonate. Magari i loro amanti li avevano lasciati, magari quella copia
di "Speaking in tongues" era veramente graffiata, era
l'immagine di questo trimestre e il loro problema.
http://rulesofattraction.com/roa_fb.html (da visitare!)
Voto: 7,5
Luca Pacilio
Giovani
in naftalina
Premessa:
l'universo giovanile al cinema soffre di una fastidiosa interpretazione
binaria che lo vuole, o valoroso ed eroico tutto patria e famiglia,
oppure cinico e vizioso, tutto sesso, droga e poco altro.
"The rules of attraction" si inserisce nel filone cool
(giovani, carini e marci) adattando per il grande schermo l'omonimo
romanzo di Bret Easton Ellis. Che dietro al perbenismo dei college
americani si celassero pulsioni e vacuità lo abbiamo già scoperto in
una miriade di film e il lungometraggio di Roger Avary non si discosta
da questo modello, riproponendo situazioni di patinato squallore ormai
ampiamente dissertate. Il regista ha però il pregio di conferire al
racconto ritmo e freschezza, grazie a scelte visive interessanti (molto
bello lo split-screen che si congiunge in un'unica immagine), ad
interpreti ben diretti e ad una sceneggiatura (dello stesso regista)
assai strutturata e complicata che mantiene nelle immagini verve e
incisività. Ma è proprio un certo tipo di cinema e di letteratura che
appare irrimediabilmente datato.
Esplosioni di rabbia, scelte insensate, mancanza di valori, ormoni in
subbuglio, il mentore della droga, sembrano gli unici motori dei
teen-ager, secondo un luogo comune cinematografico che vorrebbe imitare
la vita ma finisce per diventare un modello da seguire. Ampiamente
scontato anche il conseguente mea culpa attribuito a genitori e
istituzioni sociali. Sembra che un teen-ager debba trombare senza sosta
o morire vergine per trovare spazio tra i fotogrammi di un film o nelle
pagine di un libro. Forse la medietà è così poco spettacolare da
risultare non vendibile: non genera miti o sufficiente sdegno.
Sta
di fatto che l'ennesima spettacolarizzazione delle pulsioni giovanili in
salsa glamour produce un vago senso di fastidio e aggiunge poco ad un
universo, sicuramente contradditorio, ma in cui sopravvivono ancora le
sfumature.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
Il film di Avary ha momenti davvero notevoli, che da
soli valgono il film: i “rewind” iniziali, la sequenza in split screen
conclusa coi due screen(s) che si raccordano, il fiocco di neve che si
trasforma in lacrima, il balletto gay sulle note di George Michael e il
viaggio in Europa di Victor condensato in pochi minuti su tutti. Ma c’è
dell’altro: c’è un modus narrandi interessante, benché non
originalissimo, c’è l’ottima trasposizione filmica dei
“complessamente” superficiali personaggi ellisiani, c’è
un’atmosfera surreale e caustica che non molla mai la presa e c’è,
forse, qualche cedimento strutturale che fa capolino ogni tanto ma che
comunque è lungi dall’inficiare il piacere di una visione nel complesso
appagante, intelligente e divertente.
Voto: 7,5
Gianluca
Pelleschi
Voto: 7
Mauro Ravarino
Voto: 7
Luigi Garella
Voto: 8
Stefano Trinchero
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USHER
(Curtis Harrington) |
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L'affermato poeta Usher ospita nella propria casa uno scrittore
intenzionato ad avvicinarsi alla sua arte.
Quaranta minuti semplicemente imbarazzanti: il
vecchio Harrington rilegge Poe e lo rappresenta con ostentata povertà
di mezzi e (azzardo) gusto surrealista. Ne esce un pastrocchio
paratelevisivo ai confini del trash, con dialoghi che tentano pure
qualche ambiziosa (e ridicola) riflessione sull’arte e un ritmo
inesistente che idealmente triplica il minutaggio effettivo del film.
Comprensibile, però, che Usher sia in grado di esercitare su
qualcuno una certa forma di fascino, questione questa sulla quale (mi)
conviene forse non indagare troppo.
Voto: 4
Gianluca Pelleschi
Voto: 4
Luca Pacilio
Voto: 4
Mauro Ravarino
Voto: 3
Luigi Garella
Voto: 2
Stefano Trinchero
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WENDIGO
(Larry Fessenden) |
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Una
sera d’inverno poco fuori New York. Kim, George e il loro piccolo
Miles lasciano la città in auto per trascorrere il weekend nella
fattoria di alcuni amici. Un piccolo incidente di percorso, però,
produce una catena di eventi che sconvolgerà per sempre le loro vite,
rievocando il feroce spirito del Wendigo, una figura mitologica degli
indiani d’America nota al piccolo Miles
Week-End
di terrore
Sulle
orme di "Un tranquillo week-end di paura", una famiglia lascia
il luccichio e le comodità di New York per trascorrere il fine
settimana nella casa in montagna di amici. Fin dalle prime sequenze il
regista Larry Fessenden riesce a creare un'atmosfera di attesa carica di
inquietudine. Riprese tradizionali si alternano ad un rigore
"dogmatico" (m.d.p. a mano, luce naturale con conseguenti
sgranature, assenza di musica) che con poco (una casa isolata, un
paesaggio incontaminato, una famiglia) insinuano il tarlo della tragedia
imminente. Tema dominante, dietro la solita leggenda indiana, la
vulnerabilità del nucleo familiare e l'impossibilità di una
conciliazione pacifica con la natura. Il film convince nella prima parte
grazie all'abilità nella messa in scena. In particolare colpisce la
contraddizione insita nei gesti quotidiani della famiglia (preparare la
cena, andare a dormire, fare l'amore, fare la spesa) che, da elementi
rassicuranti a cui potersi aggrappare, assumono venature horror
destabilizzanti. Bastano pochi insistiti dettagli al regista per
lasciare intuire l'inevitabile tragedia. La seconda parte, però, gira
un po' vuoto, dilatando eccessivamente l'attesa, esagerando nella
moltiplicazione dei dettagli crea-inquietudine e smorzando di
conseguenza la tensione. Il dramma arriva quindi ad uno spettatore ormai
più che preparato e finisce con il lasciare tutto sommato indifferenti,
complice anche qualche caduta involontaria nel ridicolo nell'esplicitazione
dello spirito indiano. Forse un cortometraggio avrebbe potuto dare
risalto e compattezza al soggetto, mentre i tempi di un lungo si
rivelano dispersivi.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
Doveva essere una breve fuga dalla routine
quotidiana e si trasforma in tragedia: la storia del tranquillo weekend di
una famigliola che diventa di morte e paura ha una prima parte compatta e
inquieta, con l'abile dosaggio degli elementi perturbanti nel discreto
disegno della quotidianità dei personaggi (una delle costanti
dell'autore, si può dire) ma perde quota nel finale, quando si sbilancia
troppo sul fronte metafisico senza mantenere quella misura e quel rigore
presente nelle due opere precedenti. Anche così WENDIGO (che ha un po'
della fatalità raimiana di un THE GIFT) può dirsi conferma della
rispettabile statura del suo autore. Tra qualche anno questi tre film
saranno ricercatissimi. Scommettiamo?
Voto: 6,5
Luca Pacilio
Il più recente e il peggiore dei tre Fessenden
visti a Torino: dopo un inizio promettente e, ormai possiamo dirlo,
pienamente fessendeniano, Wendigo comincia ad annaspare e diventa
un horror in qualche modo più tradizionale e meno eversivo di Habit e
No Telling. La tensione cala, la tela tramica si sfilaccia, irrompe
la noia e si scivola pure nel ridicolo involontario al comparire della
“creatura”. Rimane un oggetto curioso e interessante, forse anche
grazie alle sue cadute, ma i due film precedenti ci avevano abituato
troppo bene. Una mezza delusione e mezzo.
Voto: 5
Gianluca Pelleschi
Voto: 4
Stefano Trinchero
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A TURNING OF THE EARTH - JOHN FORD, JOHN WAYNE & THE SEARCHERS
(Nick Redman) |
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Documentario
sui luoghi di Sentieri Selvaggi: riprese odierne si alternano a
fotografie di scena ed interviste con superstiti e/o figli d'essi.
Nessun filo conduttore, nessuna base stilistica per questo "A
turning of the earth" che si limita a soddisfare il consueto schema
della documentazione propagandistica degli studios. Frasi fatte, venti
rulli inediti affascinati ma "appiccicati", testimoni pronti a
giurare che è il più bel film mai girato, che il set era affscinante,
etc etc. Come decine di altri finirà (qualcuno scommette?) negli extra
del DVD. Ops, scusate, solo con l'edizione laserdisc.
Voto: 5
Luigi Garella
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DONOVAN'S REEF
(John Ford) |
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Michael Patrick "Guns" Donovan e Thomas Aloysius "Boats"
Gilhooley tentano di non far scoprire alla rigida Amalia, in arrivo da
Boston, che il padre, dr. William Dedham si è rifatto una vita in
Polinesia ed ha avuto altri due figli dalla principessa locale
rendendosi indegno di un'eredità.
Film omaggio al direttore uscente Stefano della Casa,
proiettato in versione originale (non impeccabile) al TFF2002. L'ultimo
film di Ford con John Wayne è un divertimento con le chiavi di lettura
consuete dell'amicizia virile, dell'amore, dell'istinto e della
repressione questa volta però in salsa polinesiana. I tre amici si sono
fatti onore durante la guerra attaccando i giapponesi sull'isola e
stringendo rapporti con gli isolani, in loro onore la croce sulla
montagna del titolo italiano "I Tre della Croce del Sud".
Scontri di apparenze, ruvidità d'amicizia virile tra Guns (John Wayne)
e Boats (uno strepitoso, al solito, Lee Marvin) che se le danno di santa
ragione in ogni occasione: il secondo in occasione di un compleanno è
scappato dalla nave dove scontava una pena, ha raggiunto la spiaggia a
nuoto nel giubilo generale, è andato alla taverna di Donovan e qui
finalmente ha ri-iniziato a scazzottare con l'amico.
Uno dei rari e piacevoli casi in cui l'ovvietà tramica, le dinamiche
risapute sfolgorano in realtà per atmosfera, magneticità delle
immagini, semplicemente: attori galleggiano in tecnicolor senza alcuna
fatica, dicono fesserie, corrono in macchina, addobbano alberi di natale
ed anche se tutto è così ovvio, insomma, ancora sopravvivono, e se la
godono.
La commedia degli inganni con tutta certezza entra in crisi, Amelia
Sarah capirà cosa il branco di squinternati ha combinato ed i
sentimenti fordiani stemperano la malinconia di un mondo che esiste solo
nella finzione ma può ricomparire magicamente con i fantasmi muscolari,
le risate ed i tuffi in acqua di dame vestite di tutto punto.
Salutiamo anche noi, qui, Steve della Casa che è stato un piacere
sentir ridere e divertirsi col pubblico, ci mancherà.
Il 2003 vedrà Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto direttori, avanti,
marsch!
Voto: 8
Luigi Garella
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