a cura di   EMANUELE DI NICOLA

 

 

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INTRODUZIONE

Anteprime italiane:
E IO TI SEGUO di Maurizio Fiume
IL DONO di Michelangelo Frammartino
SEGUI LE OMBRE di Lucio Gaudino
RADIO WEST di Alessandro Valori
TOTO’ SAPORE di Maurizio Forestieri

Anteprime europee:
KASSABLANKA di Guy Lee This e Ivan Boeckmans
BON VOYAGE di Jean Paul Rappenau
LE COEURS DES HOMMES di Marc Esposito
LIEGEN LERNEN di Hendrik Handloegten
KITCHEN STORIES di Bent Hamer

Anteprime americane:
LOONEY TUNES BACK IN ACTION di Joe Dante
IN AMERICA di Jim Sheridan
WONDERLAND di James Cox

 

 

 

Sorrento. Martedì 9 dicembre 2003. Ecco cosa vedo in ordine sparso: pioggia battente alla Fincher, una terrazza che porta al mare (più molo che spiaggia, per la verità) regalando squarci alla Kiarostami, una pasticceria capace di costruire un presepe alla Cronenberg (400 chili di cioccolato, scusate se è poco), cioccolata calda vagamente lynchiana (allucinata al massimo, negli ingredienti ma anche negli effetti), una passerella e due teatri/cinema. Questo lo scenario che accoglie gli Incontri Internazionali di Cinema, edizione quarantesima, sotto la direzione artistica di Laura Delli Colli; una manciata di giornate dedicate innanzitutto alla memoria, che si aprono con il ricordo di Stefano Rolla, regista ucciso a Nassirya lo scorso 12 novembre. Per l’occasione il Festival ha recuperato il suo BUGIE BIANCHE (1979), all’epoca presentato proprio a Sorrento, inserendolo nella cerimonia d’apertura della manifestazione. Per il resto, un taglio particolare dedicato al cinema d’autore più che commerciale, che si concretizza nell’incontro/confronto/scontro tra Europa ed America. All’insegna delle anteprime: dalla stretta attualità (il film sul caso Siani) si passa all’elucubrazione storica (il giallo postbellico), sfiorando la guerra ed il placido silenzio della vita provinciale. E’ soprattutto un banco di prova: alcune pellicole italiane non hanno ancora trovato distribuzione, ma gradualmente viene dimostrato che tutte la meritano. Ognuna nella morbidezza delle sue sfumature rivendica il filmico diritto di sfociare nelle sale, per venire affidata alla legge della pupilla: il giudizio dello spettatore. Diverso discorso per la bobina straniera: un film francese è già segnalato per la candidatura all’Oscar, quello norvegese pure, nel mazzo affiorano un paio di commediole di poco conto, Sorrento si trascina verso il suo doppio evento. Giovedì 11, buio in sala: in successione appaiono IN AMERICA di Jim Sheridan e WONDERLAND di James Cox, il colpo grosso del Festival (anteprima europea). Se era iniziato in sordina, ormai stampa ed opinionisti sono scatenati; ma la simpatia del giovane regista rimane sul podio, tremendamente americano, capace di raccogliere pareri all’uscita della sala. Sorride da bravo ragazzo (ma è un pazzo pericoloso, lo si evince dalla sua pellicola), incassa disinvoltamente anche le critiche: “This is not my kind of film”.
Riservato agli studenti accreditati, è attivo in questi giorni il laboratorio Cinema e Musica: coordinato da Gabriele Salvatore ma di fatto gestito da Ezio Bosso, viene spiegata ogni virgola della colonna sonora dell’ultimo IO NON HO PAURA. Quanto conta l’accompagnamento musicale in un film, gli illustri musicmakers nella storia del cinema (da Bernard Herman a John Williams, passando per il nostro Morricone), l’analisi del lavoro svolto da Hans Zimmer per IL GLADIATORE: questi gli spunti più interessanti del lavoro, che riesce generalmente a suscitare un diffuso interesse tra gli astanti. La fine della storia (o forse l’inizio) è una gustosa retrospettiva sorrentina, al centro di tutto PANE, AMORE E FANTASIA di Luigi Comencini (1953): intrappolato in una copia graffiata e stuprata fino all’inverosimile, la Philip Morris Progetto Cinema l’ha tirato fuori dalla Cineteca Nazionale restaurandolo per benino, per restituire un piccolo capolavoro agli spettatori, imbambolati per l’ennesima volta davanti alla grande commedia all’italiana (quella vera…). E, siccome capolavori “piccoli” non esistono, fate un po’ voi…
Il boss Laura Delli Colli è stata sfiorata da una critica ricorrente: la selezione d’autore del materiale, che avrebbe portato il comune a disperdere denari senza una reale passerella vipparola (tranne l’ultima sera: sinistra resurrezione di Anita Ekberg). Si era abituati a diverso andazzo, basti dire che l’anno scorso da queste parti gironzolavano De Palma e Mira Sorvino. Ma se un certo cinema non lo asseconda un Festival, chi mai potrebbe farlo? A questa insinuazione è lecito rispondere con una storica scena che siamo finalmente in grado di rivedere. Contro l’arido vero l’ammaliante elogio dell’immaginazione:
“Cosa mangiate?”
“Pane…”
“Pane e che cosa?”
“Pane e fantasia, marescià!”
“Buon appetito!”

Sito ufficiale: http://www.sorrentofilmfest.it/

 

 

Italia

E IO TI SEGUO
(Maurizio Fiume)

{ Italia   -   2003   -   80' }


23 settembre 1985. Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino, viene assassinato in un agguato dai camorristi su cui sta indagando.

I novantanove passi

Maurizio Fiume concretizza il suo storico interesse per il caso Siani, realizzando l’antico proposito di trasformare in pellicola il copione In nome di Giancarlo, datato 1987; il risultato è un film di genere girato con qualche centesimo, sovrastato dalla classica handycam del cinema indipendente. Una storia fatta di attori, tra cui soprattutto il protagonista Yari Gigliucci (impressionante la somiglianza con l’originale), che molto (troppo) da vicino ricorda il successo di Marco Tullio Giordana. Con I cento passi non condivide però la secca incisività narrativa né la cupa disperazione di fondo (il giornalista è piuttosto afflitto da ingenuità), restituendo una Napoli ripetutamente stereotipata (l’omertà, la camorra…). Fa capolino la maniera, che intralcia lo sviluppo narrativo soprattutto nell’inguardabile finale: la prevedibile “sfilata” del cadavere, sulle note di una musica (presunta) commovente. Eliminato l’intento ricattatorio, appurato che il lodevole sfondo sociale e la memoria di un uomo virtuoso non costruiscono una bobina, E io ti seguo vive di alcuni guizzi che lo salvano dal naufragio: tra questi la spiegazione del titolo, efficacemente simbolico per rappresentare l’abnegazione di Siani contro il grande vuoto che si ritrova intorno. E ancora: la classica cena camorrista, dove i convitati aspettano la notizia dell’esecuzione per cominciare il pasto. E’ il prologo all’acuto dell’opera: il fatto dell’omicidio, fulminante, viene svelato attraverso un espediente giornalistico. Vengo dalla carta, torno alla carta: un autentico nodo alle budella.

Voto:  6

 

IL DONO
(Michelangelo Frammartino)

{ Italia   -   2003   -   80' }


Caulonia (Calabria). Un anziano solitario vede la sua vita sconvolta dal ritrovamento di un telefonino cellulare ed una foto pornografica.

Il Dono dello Sguardo

Il coraggio di fare ancora questo cinema: praticamente muto, appena un paio di dialoghi in tutto il film (e poco comprensibili), camera fissa alla Kiarostami. In attesa che IL VENTO CI PORTERA’ VIA gironzoliamo per questo paesino calabrese, che non sembra avere nulla da dire: è questa in effetti la sua forza, il nulla che lo avvolge, lo abbraccia, lo tira a sé come per soffocarlo. C’è il vecchio, il cane malato, il giovane, la puttana, la routine: tutto ciò che si può trovare nell’entroterra, anzi nell’entroterra dell’entroterra. La pellicola non segue i suoi abitatori mentre si muovono nel paesaggio, anzi al contrario: la lente è sempre fissa, capace di inquadrare un muro un albero il tramonto, sono le figure umane ad attraversarla traballanti, indicativamente senza alcuna meta. Guardare ma non toccare: questa la consegna di un film girato con due centesimi (anzi: 5.000 euro, i quattro interpreti impegnati non sono stati pagati), che senza nulla in mano riesce a fare della poesia. Per essere precisi: il primo tempo pare rotolarsi nello stereotipo, assecondando la spregiudicata scelta iperrealista ma ripiegando un po’ sulla maniera. Le anime del paesino non riservano sorprese, si trascinano stereotipate una davanti all’altra senza legami tra loro. Ma è tutta apparenza, questo lo si capirà soltanto dopo: la seconda frazione procede a tratti sulla falsariga della prima, per poi ricongiungere tutto e tutti nella scena finale. Solo adesso il senso del narrato si completa, dove le ultime inquadrature portano a rivalutare –anzi, valutare e basta- l’intera pellicola, attribuendogli finalmente il senso che gli è proprio. Un indugio sulla morte, decadente e inarrestabile, che viene tradito qua e là da una serie di indizi: l’anziano protagonista è praticamente un cadavere, nelle fattezze e nell’andatura dubbiosa, gli animali concludono drammaticamente la propria esistenza (il cane, il pollaio), un carro funebre di punto in bianco attraversa il paese, formicaio di anziani/scheletri/fantasmi. Dietro l’elemento più insignificante si cela un simbolo: anche quelli religiosi, rosi e progressivamente dilaniati dalla propria antitesi. Notare infatti le mura interne delle case: immagini sacre si alternano a calendari pornografici, mimetizzando la polarizzazione santi/fanti all’interno del flusso naturalistico. Cos’è il dono del titolo, lo si saprà soltanto alla fine: c’è da restarne fulminati. Un colpo al cuore e al cervello, tanto che in chiusura la convinzione è ormai matura: il giovane Michelangelo Frammartino, capace clamorosamente di affidare al nonno il ruolo di protagonista!, si affranca da un passato fatto di corti per urlare la sua genialità in potenza. Se potrà dispiegare le ali, difficile a dirsi: mentre sta girando e sbancando diversi festival, tra cui Locarno e Rotterdam, IL DONO non ha ancora trovato una distribuzione italiana.

Voto:  7,5

 

SEGUI LE OMBRE
(Lucio Gaudino)

{ Italia   -   2003   -   90' }


1946. Il brigadiere Gatta indaga su una misteriosa catena di omicidi avvenuti all’interno di un albergo.

L'altra storia

L’Italia del secondo dopoguerra secondo Lucio Gaudino: ricettacolo di aberrazioni, scheletri che rotolano fuori dagli armadi, una storia truculenta ed estrema condotta con tocco cupissimo. Per carità, l’originalità è altrove: qui abbiamo la solita famiglia influente, detentrice di inenarrabili segreti, e l’eroe incosciente che vuole smantellarla. Le ombre sono quelle del passato, che proprio non vuole andarsene, e verserà ancora altro sangue: l’impianto tramico, presto intricatissimo (anche troppo: arduo è raccapezzarsi), procede per allusioni un po’ scontate (una mano che accarezza la pancia à donna incinta) e virate sanguinolente, ponendo il presupposto che nessuno è innocente. Il giallo si dipana guardando al tenente Colombo più che ad Agata Christie: gli assassini sono (più o meno) noti, le modalità sconosciute ed agghiaccianti. In virtù di questo, passa in primo piano l’istantanea di ambienti e situazioni, la realtà dei fatti e la nebbia della Storia: qui Gaudino sfodera gli acuti migliori, che rendono la sua opera sostanzialmente guardabile, con alcune impennate (il flashback sull’omicidio di Carolina) ed altre cadute di tono (l’investigatore stremato, risolto il caso, si addormenta!). La somma degli addendi fornisce un affresco che pare un inferno di Bosch: la penisola viene liberata, ma di fatto è ancora in guerra, contro i fantasmi del passato che non riesce ad estinguere. La pellicola rifiuta la luce della libertà (l’arrivo degli angloamericani) e preferisce seguire le ombre, scovando all’opposto estremo un’altra storia difficile da conoscere, interpretare, digerire: magari fosse così tanto cinema italiano, che si perde in sentimentalismi e psicologismi. Per gli amanti del dark: un gioiellino.

Voto:  6

 

 

Europa

KASSABLANKA
(Ivan Boeckmans, Guy Lee Thys)

{ Belgio   -   2002   -   96' }


Belgio, distretto multietnico di Antwerp. Alla vigilia delle elezioni del 2000, che videro l’affermazione dell’estrema destra nazionalista, sboccia l’amore impossibile tra Berwout, da una famiglia di convinti neofascisti, e Leila, diciassettenne musulmana tradizionalista.

Velo sulla svastica

La provincia europea è spesso nascondiglio di estremismi di ogni tipo: allungare una pretesa d’imparzialità su un mosaico complesso, livellando ogni fondamentalismo. Questa l’operazione tentata dalla coppia Lee This & Boeckmans, per la prima volta alla regia insieme; da una parte si fa il tifo spudorato per il Fronte Nazionale, dall’altra si invoca la Jihad islamica contro “il grande Satana” americano. E’ complicato abitare la terra di mezzo tra i due estremi: ci prova Berw, che si trascina a destra e manca infilato in un giaccone costellato di simboli che perlopiù neanche conosce, oppure, semplicemente, non gli interessano. Il suo contrario è Leila, il volto coperto da un velo, incapace di sottrarsi alla gabbia della tradizione; tutto intorno violenze di ogni tipo, botte agli ubriaconi, neri, diversi (da chi o cosa, poco importa), amenità da entrambe le parti. La politica tenta di risollevare la situazione, ma non avanza una pretesa seria: si arrende ancora prima di cominciare, consapevole che non potrà riuscirci se non nell’euforia del momento (le esultanze postelettorali nel finale). Su questa tela, una regia ordinaria a quattro mani decide di riesumare la vicenda di Romeo + Giulietta, collocandola in un inferno urbano alla Larry Clark; è qui che la narrazione si accartoccia, la pellicola si chiude in sé stessa senza mai riuscire realmente a riprendersi. Un bacio fugace all’orto botanico, gli incontri rubati, le drammatiche conseguenze della “scoperta” in famiglia, il lieto fine falsamente riconciliante; il principale dedalo tramico fornisce l’impressione di non applicarsi, eseguendo uno spartito sentimentale per compiacere la faciloneria di (certa) platea più che per esprimere qualcosa. Risultato: definire ambienti, cesellare atmosfere è la specialità di Kassablanka, che regala personaggi minori intriganti o addirittura spassosi, smarrendo le fila del discorso quando si tratta di venire al dunque. Emerge paradossalmente un approccio morbido, dove la violenza non significa fermezza né coraggio narrativo, e la svolta sentimentale pare contenere la vera consegna dell’operazione: falsamente provocatoria.

Voto:  5,5

 

BON VOYAGE
(Jean-Paul Rappeneau)

{ Francia   -   2003   -   114' }


Giugno 1940. Il giovane scrittore Frederic aiuta la splendida Viviane, star del cinema, a nascondere un omicidio; per amore si lascia arrestare al suo posto. Camille, studentessa idealista, assiste un illustre scienziato depositario del segreto dell’atomica. Questi ed altri personaggi si ritroveranno all’hotel Splendor di Bordeaux, mentre la Francia si arrende all’avanzata di Hitler.

Quando meno te l’aspetti

Cinema francese, niente da fare: si riconosce dal tocco leggero, dal taglio fermo e sinuoso dell’inquadratura, che rinchiude un film di due ore in un flusso narrativo ininterrotto, lontano da ogni caduta di tono. L’ingranaggio dell’intrigo, sullo sfondo della guerra mondiale, è forse (sicuramente) giàvisto stravisto abusato; la feroce intersezione tra personaggi nasce insieme al cinema stesso, anzi ancora prima con il teatro; le suggestioni belliche (l’amore, l’atomica, la politica) sfociano sul grande schermo ormai da 50 anni precisi. Però c’è qualcosa, in questo film, che riesce a far piacere un canovaccio, insinuandolo nelle vene della platea fino ad innamorarsene; la pellicola si srotola in un baleno, l’intreccio (svelarlo sarebbe… un delitto) si slancia repentino verso la propria conclusione. Sullo sfondo, prima indistinta poi sempre più illuminante, si affaccia una lunga ombra: il tocco della satira storica (questa sì che è originale), imbrigliata con una certa maestria e volutamente latente, ma dannatamente originale ad uscire fuori quando meno te lo aspetti (l’incontro in taxi tra due fuggiaschi: Viviane e il generale De Gaulle!). Presto il racconto si maschera da grottesco happening, dove una sequenza non è più preludio della successiva, in quanto tutto ormai può accadere; si consideri l’apparizione di Camille, adagiata sulla scalinata dello Splendor, quando il suo personaggio sembra svanito dietro il sipario. La settimana enigmistica: trova la figura nascosta nel paesaggio. Rappeneau i suoi bambocci li cela con cura, li mostra, li cela di nuovo; anime che si incrociano, si sfiorano e si perdono di vista, per poi ricongiungersi in accoppiamenti insospettabili (attenzione a dove finisce Viviane…). Il gusto della scacchiera in cui le pedine si muovono freneticamente (un balletto, forse), indirizzate quasi a casaccio, cambiano ambiente città paese ma si mantengono perfettamente riconoscibili. Lontano mille anni luce dal film di guerra, BV si diverte a scimmiottare il genere storico per sottrargli il caratteristico tocco serioso, ponendosi però al di sopra del semplice action movie. Difficile da catalogare, ma questo è sicuramente un pregio: così come la miracolosa coordinazione del cast, dove Depardieu fa il primo ministro francese (magnetico in lingua originale). Per frugare ogni dubbio interviene la sequenza finale: Frederic incredibilmente riesce a riconciliarsi con entrambe le sue donne, vedere come è una sorpresa piacevolissima. Ancora una volta un personaggio appare per caso, nascosto (ma non troppo) tra la folla; resta solo l’ultima slinguazzata, né retorica né sentimentale, semplicemente funzionale verso la deliziosa chiusura del cerchio. Segnalato all’Oscar per la Francia come miglior Film Straniero: Bon Voyage verso l’Academy.

Voto:  7

 

LE COEUR DES HOMMES
(Mark Esposito)

{ Francia   -   2003   -   107' }


Alex, Antoine, Jeff e Manu sono amici di vecchia data. In una primavera parigina vengono messi a dura prova tra amori e tradimenti, abbandoni e riconciliazioni.

Eravamo quattro amici al bar

Il cinema europeo si ritrova talvolta con le ali tarpate, a causa di film come questo LE COEUR DES HOMMES, sciagurato esordio di Marc Esposito: la solita vicenda della solita amicizia sottoposta alla solita verifica. Niente di più e niente di meno, tanto che nella scena iniziale la pellicola si guadagna già rigore ed espulsione: niente di meglio che aprire le danze con la retorica del lutto. Tutto studiato a tavolino: ciò che affossa la pellicola senza possibilità di replica, oltre lo stereotipo e la stagnante prevedibilità, è la consistente sensazione che Esposito non ci creda neanche un po’. Raccogliere tutto l’esistente, dare allo spettatore ciò che lo spettatore chiede: presto si scivola nel melodramma populista, girato con stile televisivo per riprese ed interpretazioni (due attori sono talmente simili da essere scambiati in continuazione). L’uomo che tradisce la moglie, quello che viene tradito, il donnaiolo impenitente, il libertino fidanzato con una giovanotta: va in onda il campionario del deja-vù, dove un personaggio ossessionato dal sesso, che in relazione ad esso si esprime attraverso metafore più o meno sporche, diventa il solo motivo di interesse. Inevitabili adunate collettive (un matrimonio, come ti sbagli?), lieto fine intuito fin dalle primissime sequenze. Pregasi cambiare canale.

Voto:  3

 

LIEGEN LERNEN - Learning to Lie
(Hendrik Handloegten)

{ Germania   -   2003   -   94' }


L’educazione sentimentale di Helmut: da liceale si innamora di Britta, poi la perde di vista e incrocia la sua vita con quella di altre donne, imparando l’arte della menzogna. Ma prima di “smettere” (leggi: matrimonio) deve regolare i conti con il suo primo amore.

Helmut’s creek

Presentato come ideale continuazione di GOODBYE LENIN per il semplice fatto che Handloegten (esordio alla regia) collaborò alla sceneggiatura, LIEGEN LERNER è in realtà un classico esempio di anti-cinema, in quanto pone il vuoto comunicativo come cifra distintiva: non ha nulla da trasmettere, nessuna suggestione da lanciare, neanche una scena che riesca a coinvolgere per un attimo la platea. Pone la Storia tedesca come mero pretesto, buttando nella mischia il muro di Berlino (e conseguente caduta) nel goffo tentativo di tirarsi a lucido, cucendosi addosso addirittura una pretesa sociale. Ovviamente non vi riesce, e procede per accumulazione senza distaccarsi da una puntata qualsiasi di DAWSON’S CREEK: amori e tradimenti, riconciliazioni, labbra sfiorate e addii farfugliati nelle orecchie (poveri noi), con il finale più insulso che si ricordi da qualche anno a questa parte. Il tema conduttore –anch’esso un pretesto- pecca di maschilismo smaltendo il tema della menzogna (l’uomo che inganna la donna) dopo appena un paio di scene (la micidiale voice off iniziale); il protagonista Fabian Busch non riesce mai a liberarsi della sua devastante antipatia da primo della classe; la regia si rivela presto rozza e grossolana. Un esempio: per sottolineare il punto di svolta della vicenda (Helmut, sbronzo lercio, stramazza a terra all’uscita di un pub) rallenta il flusso dell’immagine, come ad imboccare lo spettatore. Ehi, attenzione: questo è il momento culminante della storia. Non avete bisogno di tali consigli? Ma noi ve li diamo lo stesso. Segnalato all’Oscar per la Germania, qualcuno mi spieghi il motivo: dirò un film ridicolo, ma giusto perché sono un signore.

Voto:  1

 

KITCHEN STORIES
(Bent Hamer)

{ Norvegia/Svezia   -   2003   -   92' }


Negli anni ’50 un esperimento svedese prevede l’osservazione scientifica di un gruppo di scapoli norvegesi, per vedere come se la cavano in cucina. L’anziano Isak si offre volontario, ospitando nella sua casa l’inappuntabile Folke; egli si piazza su una sedia rialzata, in un angolo della cucina, e lì rimane tutto il tempo. I due non possono parlare, ogni rapporto umano può compromettere la riuscita del progetto; ma…

La Neve nel Cuore

Un piccolo film scandinavo è la rivelazione degli Incontri Internazionali di cinema di Sorrento. Lo scheletro di Kitchen Stories è elementare quanto fulminante: La pellicola di Bent Hamer squarcia il sipario rotolandosi apparentemente nelle grinfie di una spassosa satira geopolitica; svedesi e norvegesi sono alieni a vicenda nel grande freddo nordico, ognuno scruta l’altro per comprenderlo (Isak buca il soffitto, trasformandosi da osservato ad osservatore). C’è un uomo che non vuole esautorare la sua tenera riservatezza, ultimo privilegio di un’esistenza solitaria; eppure si offre volontario per ottenere un cavallo, dato che la sua bestia si ritrova in punto di morte. Improvvisamente il cielo si scurisce; virata verso il basso, in picchiata contro la dura terra. La verità? Non era davvero una satira, inganno del momento, ma soltanto un riverbero di sorriso disteso tra nuvoloni plumbei. Un film sulla morte, dunque; questa si presenta nell’azzerante biancore del paesaggio (la neve che si accumula, metafora funeraria da Joyce in poi), si insinua strisciante nella silenziata memoria di un passato famigliare (Folke non ha parenti, soltanto una vecchia zia con cui passare il Natale), spalanca le fauci dell’invidia (il tentato “incidente” di Folke, nel bel mezzo di una ferrovia). Nell’assecondare il sottile gioco narrativo che condisce la pellicola, volutamente impercettibile, la metafora di fondo non esita a mutare di forma per confondere le carte: sembra che la morte venga a portarsi via un equino piuttosto malmesso, capace comunque di essere più uomo degli uomini, ma per la verità l’appuntamento è con qualcun altro. Non mi è rimasto nulla, dice Isak mentre Folke si allontana; dopo l’impossibile tentativo di ghiacciata indifferenza, si compie la formazione del rapporto umano come plasmato nell’argilla. La sua dissoluzione non fa altro che evidenziare il punto di non-ritorno: dopo aver assaggiato l’umano calore tornare soli con sé stessi significa realizzare che non ci è rimasto nulla. Anzi, forse qualcosa sì: un tavolo spoglio, che ospita in ordine sparso una pipa, tabacco, fiammiferi e basta. Ma non tutto muore: il legame tra due persone è destinato a ripetersi, forse in un moto circolare, durante la scena finale spiazzante e perfetta. Hamer compone un peana dedicato all’umanità ed a tutte le sue sfumature, accarezzandolo con un tocco intimamente commovente; si serve di quattro attori quattro, posizionandoli uno davanti all’altro come in una piece teatrale, tra cui giganteggia il burbero/tenero Joachim Carlmeyer nel ruolo di Isak. Questo esile diamante di gelido splendore si guadagna la segnalazione agli Oscar come miglior film straniero: non vincerà per troppi motivi –lo sappiamo tutti fin da adesso- ma perlomeno lasciatemi fare il tifo per lui. I soliti kolossal si ingozzino degli elogi di maniera; per adesso i miei idoli sono Isak e Folke, lo sguardo malinconico ed il sorriso accennato, il timido dialogo e l’esplosione di sentimento. L’originalità è un candido fiore del Nord totalmente fuori dalla logica, dal mercato, dal mondo: cinema finalmente indipendente (di nome, ma anche di fatto), che se ne frega di tutto e di tutti scegliendo di articolare un alfabeto che in pochi comprenderanno, singolare e toccante fino al violento zampillo dell’emozione.

Voto:  8

 

 

America

WONDERLAND
(James Cox)

{ U.S.A.   -   2003   -   99' }


1981. John Holmes, la più grande star del porno di tutti i tempi, finisce alla sbarra per il massacro di Wonderland Avenue: quattro individui sono stati uccisi, pare per una storiaccia di droga. Cosa è successo realmente?

Membro delle mie brame

Un’auto si sposta direttamente sulla cartina, attraversa pagine di giornali, scorre l’elenco dei programmi televisivi (ore 8:00 Mickey Mouse); intersezioni di linee compiono l’autopsia dello schermo, dividendolo in due, quattro, più parti. L’America stracciona e maledetta decide di immortalare Mr. 30 centimetri scavalcando la sua gloria, evitando la fallica notorietà di BOOGIE NIGHTS: è svanita ogni terra delle meraviglie (WONDERLAND: il sogno americano che fu), Holmes affronta l’inarrestabile declino. Questo il tema conduttore del secondo lungometraggio del giovane James Cox, ma il regista ne parla come se fosse il primo: il precedente HIGHWAY, pienamente rinnegato, fu girato su commissione. Anche questo, a suo modo, un road movie: attraverso il vuoto dell’anima, dritto in picchiata verso un muro da collisione frontale. Il narrato conosce una progressione: prima il fatto (vero), poi la ricostruzione dei delitti assecondando le diverse voci che li raccontano (alla RASHOMON oppure –prosaicamente- I SOLITI SOSPETTI); aggiungo per la cronaca che la verità si conoscerà soltanto in ultima istanza, lineare ed agghiacciante. Cox gira un film alla Fincher, montaggio frenetico e regia allucinata che caracolla tra strisce di sangue e cocco, infarcendolo di ogni liquido possibile: lacrime, sangue, sperma, sudore, altri. Si delinea il consueto rischio di queste produzioni: lo scivolamento dalla trasgressione al modaiolo, regalando al bello e maledetto di turno un’aureola fighetta che riempie le sale alla grande (parlando sempre di stupefacenti: si veda il pessimo BLOW di Ted Demme). D’altra parte la pellicola riesce ad imbrigliare le suggestioni che lancia, senza lasciare che queste prendano il sopravvento: ha il pregio di mantenere l’ago della bilancia perfettamente a metà, sospendendo il giudizio (ergo: la retorica) e limitandosi a mostrare, mostrare, mostrare. In alcuni tratti diventa una goduria (la scena iniziale: burrascosa scopata John/Dawn), disseminando fascinazione sul doppio binario miseria/umanità: la giovanissima donna di Holmes lo segue per amore, nonostante tutto e tutti, l’ex moglie Sharon è pronta a salvarlo ancora per il motivo di cui sopra. Rotolandosi volutamente nei suoi toni cupi e negli ambienti decadenti, la pellicola barcolla verso la conclusione, che opera un atto di pietà evitando di mostrarci la rovina: una macchina è lanciata verso il nulla, non andrà da nessuna parte, in partenza verso l’inferno è già arrivata, scompare all’orizzonte mentre le didascalie in scorrimento sono stilettate sulla pelle. La naturale conclusione per la messinscena in nero di una tragedia, declinazione di un uomo stra-ordinario condannato ad una fine qualunque. Kilmer pesca l’asso della sua altalenante carriera, affiancato da due pezzi di femmina: l’antico degno di rispetto (Lisa Kudrow) e l’invasione del nuovo (Kate Bosworth: rivelazione), entrambe modellate su un livello antitetico d’ambiguità (la freddezza – il sentimento). Elementi sparpagliati che congiungono per determinare la riuscita del film: storia di un uomo che preferì il suo membro alla moglie, come viene esplicato nella scena più simbolicamente potente. Una deriva a tinte forti, che non conosce sconti e nelle parole di Sharon sputa la sua terribile sentenza: “Chi vende il proprio corpo è una puttana”.

Voto:  7

 

 

 

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