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2°
Saturno Film FESTIVAL
(Alatri - 29 Ottobre - 4 Novembre
2006)

a cura di
Stefano Coccia |
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La Storia al cinema
“The one who does not remember history is bound to live through it
again”.
George Santayana
(frase riportata sulla targa esposta nel Block 4 di Auschwitz)
La
seconda edizione del Saturno Film Festival si è svolta ad Alatri, in
provincia di Frosinone, tra il 29 ottobre e il 4 novembre 2006. Di sicuro
vi è più di un motivo per guardare favorevolmente a questa piccola
manifestazione, la cui crescita sta attirando gli sguardi incuriositi
degli addetti ai lavori e di un pubblico particolare, interessato tanto al
cinema che alle problematiche storiche. Il nostro apprezzamento nei
confronti dell’iniziativa può essere tranquillamente scisso in due
considerazioni, a loro modo complementari.
Da un
lato è senz’altro da premiare lo sforzo organizzativo, orientato verso
una serie di eventi in cui la passione per il cinema si specchia poi nella
possibilità di assistere a mostre fotografiche, incontri letterari e
tavole rotonde, tutto all’insegna di un approccio multidisciplinare a
determinati temi storici. Quest’anno si è dato notevole risalto, lo si
vedrà meglio andando avanti, ad una pagina decisamente vergognosa della
storia italica, quale può essere considerata senza dubbio alcuno la Guerra d’Etiopia del 1935
–1936. Questa
triste appendice del “colonialismo straccione” inaugurato dal Regno
d’Italia nella seconda metà dell’Ottocento, e ripreso poi dal
Fascismo con gli esiti che conosciamo, è stata analizzata da differenti
prospettive, corrispondenti anche alla ricchezza del materiale
documentario raccolto dagli organizzatori del Festival. Ciò valga come
esempio di quanto il Saturno Film Festival può proporre, in termini di
approccio culturale serio e approfondito. Anche per questo ci sentiamo
motivati a lanciare una piccola provocazione: siamo proprio sicuri che la
vera cinefilia viva ancora a ridosso di marchingegni spettacolari fin
troppo istituzionalizzati, mondani, aridi a livello di contatti umani,
quali appaiono ai nostri occhi l’immarcescibile Mostra del Cinema di
Venezia e la romana Festa del Cinema, appena nata ma già alquanto “fighetta”?
Non sarà forse il caso di dirottare sempre più il nostro sguardo verso
piccoli eventi festivalieri come ad esempio il Ravenna Nightmare, il
Saturno Film Festival, Alpe Adria a Trieste, Linea d’Ombra a Salerno, il
Genova Film Festival, il Far East di Udine, il Future di Bologna e diversi
altri ancora, più propositivi in termini di ricerca, quant’anche
risultino a volte penalizzati sotto il profilo economico? Sì,
penalizzati. Ma da chi e per quali ragioni? Senza entrare necessariamente
nel merito di polemiche che ci condurrebbero lontano dall’oggetto
principale del nostro discorso, il Saturno Film Festival, si può fare
appello all’arte dell’ovvio, constatando semplicemente che al
tradizionale salasso di fondi a favore della Mostra del Cinema si è ora
aggiunto il peso del gigante romano. Se questa è la linea di tendenza (e
purtroppo lo è), quanto andrà essa a discapito di altri possibili poli
culturali, nell’ambito del già bistrattato settore cinematografico?
Lasciamo pure le conclusioni all’immaginazione di chi legge.
Fino a
questo momento si è detto soprattutto del ruolo positivo che possiamo
facilmente attribuire, all’interno del panorama italiano, al Saturno
Film Festival e ad analoghe manifestazioni cinematografiche. Per non
risultare troppo astratti, è necessario che si entri nello specifico dei
temi affrontati dal festival, fonte per noi di una seconda considerazione:
la rappresentazione della Storia al cinema è da sempre argomento
affascinante. Ha ispirato la realizzazione di grandi pellicole, stimolando
al contempo un dibattito metodologico caratterizzato da molteplici
angolazioni e, talvolta, da toni molto accesi. La scelta di prendere un
tema simile e trasformarlo nell’asse portante di un festival corrisponde
anche, nella fase attraversata in questi anni dal cinema italiano, a una
presa di posizione motivata e condivisibile, se non addirittura a una
necessità. Qualcuno vuole prove a riguardo? Bene, uscendo senz’altro
dall’ottica, pretestuosa e snobistica, di quella parte della critica che
si diverte ad attaccare con toni infantili l’attuale quadro del cinema
italiano, occorre fare qualche distinzione preliminare. Sarà anche vero
che negli ultimi tempi si sono prodotte in Italia non poche commediacce di
natale indegne e altrettanti film su presunti problemi generazionali,
avvertiti con quella intensità dalla sola famiglia Muccino; sarà anche
vero che, a livello attoriale, persino i nostri interpreti migliori hanno
la brutta tendenza ad andare sul sicuro, lasciandosi imbrigliare in ruoli
ormai stereotipati o consumando il loro residuo talento in fiction
televisive ripetitive e banali; ma non deve essere tralasciato che la
produzione nostrana è in realtà assai diversificata, con punte
qualitativamente alte, tra cui alcuni film a soggetto storico-letterario
di notevole spessore. Volendo fare qualche nome, e limitando il nostro
raggio d’azione all’ultimo decennio, si possono tranquillamente
consigliare l’Emidio Greco de Il
consiglio d’Egitto, il Diego Ronsisvalle de Gli astronomi, la
Antonietta De Lillo de Il resto di niente, e quel
Claudio Bondì autore di due perle come L’educazione di Giulio e De
Reditu.
Ecco,
quanto si dirà adesso potrà sembrare in contraddizione con le premesse
lusinghiere sostenute poco fa. Ma solo apparentemente. Se infatti non
abbiamo avuto problemi a lodare il festival per la sua impostazione, la
qualità dei film in programma ad Alatri ha lasciato a desiderare in più
di un’occasione. Guardando al Concorso Internazionale, appena due
pellicole hanno soddisfatto pienamente le aspettative di chi scrive,
staccandosi da un piano di sostanziale mediocrità. Eppure, questa
debolezza costitutiva del Concorso può in qualche misura essere messa in
relazione alle ridotte possibilità di un festival ancora giovane, e poco
sostenuto. Insomma, non stupisce più di tanto che la rassegna organizzata
nel frusinate soffra la concorrenza di altri festival, quelli che al
momento possono far valere il maggior prestigio internazionale e/o
cospicui finanziamenti, risultando per giunta vicini a livello di date. Al
di là di tale interpretazione, rimane il fatto che sezioni ed eventi
collaterali, al Saturno Film Festival, sono riusciti mediamente meglio del
concorso, cui hanno dato lustro in pochi, tra cui il britannico Ben Hopkins, autore
con 37 Uses
for a Dead Sheep di una docu-fiction brillante ed eccentrica, perfettamente in sintonia con
l’originalità della sua produzione precedente; ma soprattutto un Volker
Schlöndorff estremamente lucido ed ispirato nel dirigere Strajk – Die Heldin von Danzig,
omaggio poco convenzionale ad una eroina di Solidarnosc. Non a caso
l’opera del regista tedesco è stata premiata come miglior film storico
dalla giuria, composta da Deborah Young
(giornalista di Variety),
Enrico Magrelli (critico
cinematografico), Silvio Orlando (attore), Pasquale Scimeca
(regista), Fabrizio Mosca (produttore).
Miglior documentario
è stato invece considerato Il mio paese di Daniele Vicari,
già passato a Venezia, che ci fornisce comunque lo spunto per segnalare
l’interessante selezione di contributi documentari, con cui il festival
ha voluto celebrare il centenario della CGIL. Particolarmente seguite sono
state le proiezioni di 100 anni della nostra storia, per la regia
di Gianfranco Pannone e Marco. S. Puccioni, e
del film dedicato a Luciano Lama, ovvero Un leader in ascolto di
Pietro Medioli.
Oltre a quanto è stato anticipato e a quanto verrà aggiunto, in
separata sede, sulla conquista italiana dell’Etiopia dal punto di vista
della propaganda cinematografica e non, il Saturno Film Festival ha
offerto parecchi altri spunti che meriterebbero di essere menzionati. Ci
limiteremo a ricordarne alcuni, in ordine sparso: la bella mostra
fotografica allestita nella Chiesa degli Scolopi, che recuperando le foto
di scena del film Scipione detto anche l’Africano ha reso omaggio
a Marcello Mastroianni, impegnato per la prima ed ultima volta a recitare
insieme al fratello Ruggero, apprezzato montatore, proprio nella pellicola
di Luigi Magni. Significativa anche la riproposizione in pellicola di film
come Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo e il più recente Placido
Rizzotto di Pasquale Scimeca, grandi esempi di un cinema in cui
memoria storica e impegno civile si fondono alla perfezione. Spazio poi
alla letteratura, con il Premio Saturno per il miglior racconto storico
attribuito quest’anno a Ben Pastor, scrittrice statunitense ma dai
natali italiani, del cui incontro col pubblico vi riferiremo più avanti.
Tanti, come si è visto, gli ingredienti di un festival alla cui crescita
guardiamo fiduciosi. |
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Fascisti su Marte, pardon… in Etiopia!
I PROTAGONISTI, o meglio GLI EROI:
Vite segnate dalla gloria, braccio e mano del Duce, uomini di fato intrisi,
che soli videro l'onore di sentir scoccare l'ora del destino, un manipolo di
eroi:
FECCHIA, il veterano della marcia su Roma e ora su Marte, vero eroe dei due
mondi.
SANTODIO, il silenzioso soldato a cui dobbiamo queste strepitose riprese
cinematografiche.
FREGHIERA, l'impavido atleta di mille imprese.
PINI, il cui sguardo ha sciolto i cuori di tante sognanti fanciulle.
E infine BARBAGLI, devoto molto più al Duce che alla sua stessa madre, la
quale caldamente lo ricambia.
Ai più potrà sembrare bislacco,
che il resoconto di discorsi ben più seri e circostanziati sulla politica
estera del Ventennio fascista possa essere preceduto da un affettuoso omaggio
alla straordinaria satira di Corrado Guzzanti; ovvero quel camerata Barbagli
che si dice abbia guidato, “con un moschetto e un menefrego dentro al
cuor”, la spedizione marziana delle Camice Nere. Dovete perdonarci, ma a
quanto pare le vie (e le suggestioni) dell’immaginario sono infinite:
dall’ironica, spassosa, irriverente rivisitazione che in Fascisti su
Marte si fa di un certo eloquio, era logico che durante il soggiorno ad
Alatri partissero alcuni accostamenti, neanche troppo azzardati. Come fare,
dunque, a liberarsi del suono ancora fresco delle parodiche canzoncine sul
“rosso pianeta bolscevico e traditor”, quando a scorrerti davanti agli
occhi sono le incredibili didascalie di documentari come Il Cammino degli
eroi (1936)? Quel linguaggio altisonante, nel suo attingere ad una trita
retorica di ispirazione mussoliniana, a distanza di tempo può giustamente far
sorridere, sempre però che non ci si lasci distrarre troppo, perdendo così
di vista le atroci realtà che simili operazioni di propaganda nascondevano.
Il film diretto da Corrado D’Errico riassume infatti il meglio
e il peggio di quanto i documentari prodotti sull’argomento dall’Istituto
Luce potevano proporre. In positivo, si può dire che gli uomini del Luce in
opere come Il Cammino degli eroi sanno confezionare immagini di grande
plasticità, capaci di fare presa grazie all’abilità con cui regista e
operatori mostrano il dispiegamento di mezzi, già operato dall’esercito.
Nel modo di riprendere le macchine al lavoro, e gli sforzi congiunti di chi
partecipa all’impresa, non è raro cogliere indizi che riportano a quel
cinema sovietico guardato con ammirazione anche in Italia. Ma l’ottica
propagandistica si rivela in modo subdolo, allorché il tratto volutamente
ingenuo e comunque falsato della ricostruzione storica sale in primo piano,
dovendo legittimare l’aggressione italiana all’Etiopia, fatta qui
passare come un’opera di civilizzazione prevalentemente pacifica e guardata
con simpatia dalle stesse popolazioni locali; tranne che da poche bande di
ribelli e di predoni capitanate dal Negus, ovviamente… Lo scopo politico
viene perseguito con toni trionfalistici, ma anche rassicuranti, privilegiando
per tre quarti di film sequenze che illustrino la laboriosa, ben organizzata
presenza italiana sul suolo africano, nonché un’esplorazione del territorio
che sembra debitrice, specie nell’illuminare la cornice paesaggistica, dei
western di John Ford; tutto questo mentre le scene di guerra sono ridotte a
pochi minuti di scaramucce verso la fine, con l’esercito italiano che spara
con i suoi potenti mezzi verso un nemico che praticamente non si vede mai. Così
si completa l’immagine della conquista, spiegata con una logica piuttosto
infantile che però alla Mostra di Venezia del 1936 valse al documentario di
D’Errico il premio come “miglior film politico-sociale”. Per fortuna, in
tempi successivi sono state raccolte altre testimonianze storiche e sono stati
realizzati nuovi documentari, che mettono bene in evidenza come l’annessione
dell’Etiopia non sia stata una pacifica avanzata di trattori su terre prima
inospitali… Ed è altrettanto chiaro che in film come quello di D’Errico
non avrebbero mai trovato asilo immagini di etiopi massacrati coi gas o
fucilati per rappresaglia, soluzione spesso applicata ai ribelli che
cominciarono ad opporsi, con azioni di guerriglia, alla dominazione fascista.
Di queste circostanze e di molte altre si è parlato nell’interessante
tavola rotonda organizzata il primo novembre nel Chiostro di San Francesco, ad
Alatri. L’incontro sul tema della Guerra d’Etiopia del 1935-’36 ha visto
partecipare, tra gli altri lo stesso direttore artistico del Saturno Film
Festival, Ernesto G. Laura; ma a coordinarne i lavori è stato
chiamato il Prof. Luigi Goglia, docente di Storia dell’Africa
nella facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre, che non ha messo a
disposizione soltanto la sua preparazione e studi approfonditi
sull’argomento, ma è stato anche il curatore di una mostra allestita nel
chiostro e ricca di documenti rari, tra cui fotografie, quotidiani, fumetti,
manifesti propagandistici e documenti ufficiali relativi al periodo in
questione. Dalla visione di questo materiale, dalle differenti relazioni che
esperti di storia e di cinema hanno presentato durante il convegno, e dalla
proiezione di altri film legati in un modo o nell’altro all’avventura
italiana in Etiopia, si è quindi sviluppata una lezione di Storia
“multimediale” perfettamente in grado di sollecitare qualche riflessione
più profonda, su una pagina del Novecento così tormentata e fatta spesso
oggetto di significative rimozioni. |
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Il regista francese Jean-Luois Guillermou incontra la stampa
Jean-Louis Guillermou, regista di Antonio Vivaldi, un prince à Venice, si è intrattenuto a lungo con i
giornalisti presenti al Saturno Film Festival, raccontando loro la genesi del
suo film. A seguire, i punti salienti della conversazione con il cineasta
francese.
Quale
è stata la molla che l’ha spinta ad affrontare la biografia di Vivaldi in
un’opera cinematografica?
Di
sicuro ha contribuito l’impressione che si faccia poco per ricordare Antonio
Vivaldi, la sua musica. Specialmente presso i melomani italiani, Vivaldi non
pare adeguatamente considerato, mentre almeno in Francia c’è chi si
interessa alla rappresentazione delle sue opere. Opere che La Fenice di
Venezia tende invece a trascurare.
Ha
compiuto ricerche sui luoghi legati al vissuto del musicista, quando si è
trattato di definire le location del film?
Rientrando
la musica di Vivaldi tra le mie passioni, ero già al corrente di circostanze
come quelle riguardanti la Chiesa della Pietà, ricostruita a Venezia nel
corso del settecento in un luogo diverso da quello in cui era collocata
precedentemente. Si può cogliere l’occasione per ricordare che la Pietà
era un ospizio per figli illegittimi, che Vivaldi vi si presentò come
insegnante di violino, e che molte composizioni del musicista vennero
destinate inizialmente al Coro della Pietà.
Partendo
proprio dall’utilizzo delle location, la realizzazione di un film storico
come il suo a quali difficoltà va incontro?
Da
una parte è complicato, soprattutto a livello di esterni, suggerire qualcosa
della Venezia a cavallo tra il seicento e l’inizio del settecento.
L’immagine della città è cambiata moltissimo, a partire dalla
pavimentazione di Piazza San Marco per non dire del differente aspetto che
presentavano all’epoca i palazzi affacciati sui canali. A questo si può
aggiungere un altro ostacolo importante, la scontata rinuncia a mostrare nel
film le diversità linguistiche, con i ceti popolari che parlavano in veneto e
il mondo ecclesiastico, di cui Vivaldi faceva parte, che si esprimeva invece
in latino. In più, se si guarda all’assenza o alla scarsa accuratezza di
disegni e ritratti in cui sia raffigurato lo stesso Vivaldi, ci si accorge che
non esistono descrizioni visive del musicista pienamente attendibili.
Restando
in tema, come si è arrivati a Stefano Dionisi per il ruolo del protagonista?
Volevo
innanzitutto che nel ruolo di Vivaldi ci fosse un attore italiano. La scelta
è caduta su Dionisi, anche perché lo avevo visto in Farinelli – Voce
regina, e avevo apprezzato molto la sua interpretazione. Peccato, però,
che nel mio Antonio Vivaldi, un prince à Venice lui
sia doppiato in francese. Avrei voluto fare un film lasciando ad ognuno la
possibilità di esprimersi nella propria lingua, preferibilmente la stessa del
personaggio, sottotitolando poi i dialoghi. Ma questo non mi è stato
possibile.
È
sembrato molto in parte Michel Serrault, qui
Patriarca di Venezia.
Lui
è cattolico, anche io ho avuto l’impressione che non facesse grande fatica
ad approcciare la figura di un vescovo, trovando anche il tono giusto per
metterne in evidenza i lati negativi.
La
musica resta comunque al centro del film….
Sì, anche
se in fondo il mio rimane un film rivolto al grande pubblico, non soltanto
agli esperti di musica classica. Ci tenevo, per esempio, a proporre una
interpretazione di quegli eventi biografici storicamente più discussi, ad
esempio il complicato rapporto con le autorità ecclesiastiche, o le voci che
circolavano all’epoca sugli incontri galanti del grande compositore
italiano. Per quanto riguarda la scelta dei brani che si ascoltano durante il
film e altre valutazioni artistiche, ho lavorato in sintonia con il consulente
musicale Patrick Barbier, autore tra l’altro del libro La Venise de
Vivaldi. |
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Breve testimonianza dell’incontro con la
scrittrice Ben Pastor
Ben Pastor, scrittrice americana originaria di Roma, è stata ospite
quest’anno del Saturno Film Festival. Il successo internazionale della
Pastor è dovuto principalmente ad un ciclo di gialli storici, che hanno
tutti per protagonista un ufficiale della Wehrmacht, Martin Bora, la cui
fedeltà alla Germania hitleriana viene meno nel corso della Seconda
Guerra Mondiale. Ad Alatri, dove le è stato anche assegnato il Premio
Saturno per il miglior romanzo storico, la Pastor ha incontrato il
pubblico del festival, radunatosi negli accoglienti spazi del Chiostro
di San Francesco per la presentazine del suo ultimo libro, “La Venere
di Salò”. Trattasi dell’ennesima pubblicazione legata al ciclo di
Martin Bora, di cui sono stati ricordati e commentati per l’occasione
i capitoli precedenti: “Lumen”, “Luna bugiarda”, “Kaputt
Mundi”, “La canzone del Cavaliere”, “Il morto in piazza”.
L’autrice, sollecitata dagli altri relatori e dal pubblico, si è
prestata ad un vivace botta e risposta che, partendo dagli argomenti
dell’ultimo romanzo, ha messo in luce alcuni aspetti della sua
ispirazione.
In che genere di atmosfera si colloca il suo ultimo romanzo, “La Venere di Salò”?
Il
romanzo ha come sfondo le ultime fasi della guerra sul fronte italiano, con
Martin Bora richiamato nella Repubblica di Salò per indagare su un celebre
dipinto di Tiziano, trafugato dalla villa sul Lago di Garda dove era
esposto. Mentre alcune donne bellissime muoiono in circostanze misteriose,
in Martin Bora si sviluppa una strana passione per l’aggraziata figura
femminile del dipinto, senza però che i suoi problemi si esauriscano qui:
l’indagine è ostacolata di continuo dagli agenti della Gestapo che gli
stanno alle costole, sospettandolo di tradimento. Diversi i personaggi
storici che agiscono nel romanzo, tra i quali vi è anche un gerarca nazista
del calibro di Hermann Goering. Ma ancora più importante è rimarcare
l’atmosfera del libro rispetto agli altri del ciclo, con gli ambienti
militari tedeschi descritti facendo continua allusione ad un clima di
catastrofe imminente, ben diverso dalla sensazione di superiorità e dal
trionfalismo esibiti in precedenza, ad esempio durante l’occupazione della
Polonia.
Può
anticiparci qualcosa sugli sviluppi cui andrà incontro il protagonista, nel
prossimo romanzo?
Non
molto, ma sicuramente ci sarà una traccia forte che condurrà in direzione
dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944.
Nel
personaggio di Martin Bora sembra esserci una componente erotica da non
sottovalutare.
È
vero, vi è un sottile filo di erotismo che attraversa i vari romanzi e che
fa capo alla particolare natura di Martin Bora; ne esce fuori l’immagine
di un uomo sicuramente complessato, dai sentimenti contraddittori, che va
incontro a grandi amori potenziali, spesso risolti in modo insoddisfacente.
Da
dove le è venuta la spinta per inserire il protagonista dei suoi libri in
quel particolare contesto storico?
In
me era presente, sin dall’inizio, il profondo desiderio di evocare i
trascorsi della generazione che ci ha preceduto, una generazione spesso
caratterizzata da un altissimo senso del dovere; e ho voluto farlo in modo
angolare, attraverso le azioni di un personaggio scomodo, problematico. A
questo personaggio, Martin Bora, possono essere attribuiti diversi padri
ideali, più o meno nobili. Vista la peculiare natura del soggetto in
questione, così estraneo all’ideologia nazista ma a lungo fedele al Reich,
in quanto egli stesso espressione di un’aristocrazia cattolica tedesca
educata secondo principi tradizionali, un modello importante è stata la
figura di Klaus von Stauffenberg: ovvero l’esecutore materiale
dell’attento del 20 luglio, un eroe di guerra ormai conscio del ruolo
nefasto di Hitler, e delle amare conseguenze cui andava incontro la
Germania. Da un altro punto di vista, magari più generico e non altrettanto
“alto”, è possibile elencare tra i “padri” di Martin Bora qualsiasi
figura di investigatore amatoriale della letteratura di genere, a partire
dal Maigret di Georges Simenon.
Che
tipo di ricerca precede la sua scrittura? E tra i documenti che è solita
prendere in considerazione vi è anche una certa narrativa bellica, ad
esempio la diaristica di guerra?
Ovviamente
tra le mie letture vi sono anche i diari di guerra, e più in generale
ritengo che come fonti il saggio e il romanzo siano ugualmente importanti.
Altrettanto chiaro è che dietro ogni documentario si cela un punto di vista
personale, rilevante quanto quello riscontrabile nella fiction. Sebbene la
verità possa essere intesa, quasi platonicamente, come una, questa può
successivamente essere interpretata in modi assai differenti, e non
condivisa da tutti.
Il
pubblico tedesco come ha accolto i suoi libri?
Dunque,
visto il modo in cui certi argomenti, almeno in Germania, possono ancora
suscitare reazioni particolari, era importante che i miei romanzi uscissero
anche lì. Si trattava, in un certo senso, di ottenere la prova del nove, di
essere sicuri che il budino fosse riuscito bene. A conti fatti, posso dire
che la reazione del pubblico tedesco è stata positiva.
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FILM
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Het
Woeden Der Gehele Wereld
(La furia del mondo intero)
di
Guido Pieters
REGIA: Guido Pieters PAESE: Olanda, 2006 SCENEGGIATURA: Rob Houwer (dal romanzo omonimo di Maarten’t Hart) INTERPRETI: Maarten Hejmans, Cees Geel, Bart de Vries DURATA: 110 minuti
1958. In una cittadina olandese l’uccisione di Jost Vroom, ambiguo
individuo con un passato da collaborazionista, riapre pagine oscure
risalenti al periodo in cui i Paesi Bassi si trovavano sotto
l’occupazione nazista.
Collaborazionisti alla moda
Pare
che in Olanda i temi più controversi della Seconda Guerra Mondiale
tornino a beneficiare, a livello letterario e cinematografico, di un
seguito considerevole. Una prima conferma della tendenza in atto è
arrivata dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in
anteprima Zwartboek (Black Book), l’ultima fatica
cinematografica di un Paul Verhoeven significativamente tornato ad
esprimersi nel Vecchio Continente. Lo sfortunato tentativo di alcuni
ebrei in fuga dall’Olanda occupata, evento cui si assiste nelle
battute iniziali di Zwartboek, offre, almeno in superficie,
tracce analoghe a quelle che il connazionale Guido Pieters ha poi
sviluppato diversamente, nel meno riuscito Het Woeden Der Gehele
Wereld (La furia del mondo intero).
Il film di Pieters trae ispirazione da un romanzo di successo
pubblicato a metà degli anni ’90 da Maarten’t Hart. L’incipit cui
alludevamo poc’anzi, datato maggio 1940, non differisce poi tanto da
quello del film di Verhoeven, visto che anche qui un’imbarcazione di
rifugiati viene intercettata dai tedeschi al largo delle coste olandesi.
Ma il racconto si orienta molto presto verso altri dilemmi morali,
perfettamente incarnati dall’ambigua figura di Jost Vroom, viscido
proprietario della barca colata a picco dal sommergibile tedesco.
Incarognito dalla perdita dell’unico mezzo di sostentamento, Vroom dà
sfogo al suo astio nei confronti degli stessi Ebrei a cui
precedentemente, per puro interesse, aveva offerto aiuto. La sua rapacità
mercantile lo porta quindi ad accettare un posto nella polizia di
Rotterdam, dove fa presto a distinguersi come collaborazionista,
denunciando quelle famiglie entrate in clandestinità per poi trarre
profitto dalla vendita dei loro beni. Ciò gli procurerà, a guerra
finita, non pochi sospetti e nemici. Fino all’agguato mortale subito
parecchi anni dopo. Het Woeden Der Gehele Wereld scorre
perciò su un doppio binario temporale, alternando la meticolosa
ricostruzione dei fatti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale,
all’indagine che si sviluppa nel 1958, per far luce sulla violenta
dipartita di Jost Vroom.
In barba
alle note piuttosto intriganti proposte dall’intreccio, la regia
sembra arrancare tutte le volte che occorrerebbe esplorare a fondo le
componenti psicologiche, finendo invece per condensare passaggi
importanti in scenette esili, appiattite da una cifra recitativa non
sempre adeguata alle circostanze. Un po’ di maniera si avverte in
tutti gli interpreti, anche quelli più in parte, ma il tono farsesco
introdotto da alcuni personaggi crea danni maggiori, spostando l’asse
del racconto in direzioni non del tutto controllate. Probabilmente Guido
Pieters e lo sceneggiatore Rob Houwer hanno fatto fatica a rielaborare
una traccia letteraria così complessa, a metà tra il romanzo storico e
il thriller psicologico. Sebbene siano rese anch’esse in modo un po’
calligrafico, le ricostruzioni d’ambiente appaiono già più
funzionali, fino ad assicurare quel tanto di credibilità a
un’operazione tendenzialmente fredda che, di tanto in tanto, riesce a
suscitare qualche emozione. Accade, per esempio, verso la fine, quando
uno dei protagonisti vede riproposto, a teatro, il drammatico
affondamento di quella barca che avrebbe dovuto portare in salvo la
propria famiglia. Qui almeno vi è un accenno, quasi almodovariano,
all’opportuna ricerca del possibile contrappunto emotivo, che porti a
trasfigurare la realtà diegetica nella sua rappresentazione scenica.
Peccato che di spunti simili non ve ne siano troppi in una pellicola
che, a parte qualche divagazione noir discretamente riuscita, stenta a
trovare la dimensione giusta.
Voto: 5,5
Lettere
dalla Sicilia
di Manuel
Giliberti
REGIA: Manuel Giliberti PAESE: Italia, 2005 SCENEGGIATURA: Manuel Giliberti e Luciano Bottaro INTERPRETI: Piera Degli Esposti, Andrea Giordana, Gualtiero Burzi, Galatea Ranzi, Linda Gerani DURATA: 90 minuti
Una famiglia aristocratica inglese attraversa la Sicilia, nel 1843,
trovandosi divisa sul senso da dare al viaggio. Per i coniugi Warwick
l’adesione alla moda del “Grand Tour” si svolge su un piano più
superficiale, mentre per una delle due figlie, Victoria, e per Morgan,
il suo fidanzato, sembra rappresentare qualcosa di più, quasi la
ricerca di arcadie perdute.
Le mal du siècle
Malesseri esistenziali e febbri romantiche.
Questo, sotto il sole battente della Sicilia, sembra essere il destino
della capricciosa Victoria e soprattutto di Morgan, il cui carattere non
altrettanto smaliziato e fin troppo fragile, sognatore, è
l’anticamera di una pericolosa idealizzazione, quella nei confronti
del mondo ellenico. Ma la Sicilia di metà ottocento non è l’Arcadia,
l’occhio disincantato dei coniugi Warwick se ne avvede subito, altre
pupille cadono nell’abbaglio. E così, durante il viaggio in carrozza
verso le rovine di Segesta, succede che l’educazione vittoriana della
famigliola borghese si manifesti in vario modo: facendo svaporare il
residuo entusiasmo dei genitori, per esempio, allorché i più giovani
sembrano invece subire, ciascuno a un livello diverso, il mito del
“Grand Tour”; ovvero di quel viaggio in Italia, inteso all’epoca
come prezioso strumento di formazione e momento di riscoperta della
cultura classica. Soltanto che tra le due figlie la piccola Penelope si
limita ad osservare quella terra, mitizzata da chi le sta vicino, con
meraviglia tipicamente infantile, mentre la maggiore, Victoria, finisce
per abbandonarsi ai cliché del turismo elitario, ma più che altro come
conseguenza di una personalità esuberante, un po’ prevaricatrice, e
tendenzialmente immatura. A farne le spese è il temperamento ingenuo
del fidanzato, Morgan, giovanotto esangue e idealista che si lascia
sedurre dal contesto fino a varcare un confine pericoloso. Il
conseguente distacco dalla realtà avrà per lui un’evoluzione
inaspettata, dai contorni sempre più drammatici.
Le ambizioni del film in costume diretto dal siracusano Manuel Giliberti,
sulla carta più che apprezzabili, si infrangono contro i limiti di una
messinscena bloccata, fin troppo schematica, che sin dall’inizio gioca
oziosamente sulla rigida contrapposizione tra le auliche prospettive dei
viaggiatori, e il piglio popolaresco di certi bozzetti siciliani. Il
passato ottocentesco dell’isola diviene così il palcoscenico
piuttosto inerte di una rappresentazione monca, scialba, i cui
siparietti teatraleggianti mordono poco. Strano, sia perché è proprio
dal valido curriculum teatrale e dall’aver già diretto nella sua
regione un documentato molto sentito (Giovanni Falcone: i giorni
della speranza), che ci si aspetterebbe dal regista una scintilla
capace di accendere il film; sia perché Giliberti era stato
precedentemente scenografo sul set de Gli astronomi, eccellente e
sottostimata pellicola di Diego Ronsisvalle. Ebbene, mentre Gli
astronomi traeva linfa vitale dalla medesima ambientazione
siciliana, nonché da un tuffo quasi analogo nelle modalità narrative
del romanzo storico (quello omonimo scritto dal padre Vanni Ronsisvalle,
per inciso), a Lettere dalla Sicilia mancano tanto lo smalto
visivo, che la pregnanza dei sottotesti, che soprattutto la capacità di
inserire nella cornice personaggi autonomi, vitali, capaci di
rappresentare un’epoca; prerogative, queste, che è più facile
ravvisare nella trasposizione filmica, di gran lunga più matura,
intrapresa da Diego Ronsisvalle. Nel film di Manuel Giliberti lo stesso
cast appare pertanto un po’ spaesato. Si salvano Piera degli Esposti,
con la consueta classe, e in parte Andrea Giordana, che riescono a
rimpolpare con qualche gustosa impennata le figure dei coniugi Warwick,
per quanto la natura dei personaggi non consenta loro di divagare troppo
da certi ritratti convenzionali e stereotipati del periodo vittoriano.
Voto: 5
Strajk
– Die Heldin von Danzig
(Sciopero – L’eroina di Danzica)
di Volker
Schlöndorff
REGIA: Volker Schlöndorff PAESE: Germania/Polonia, 2006 SCENEGGIATURA: Andreas Pflüger (dal libro di Sylke Rene Meyer) INTERPRETI: Katharina Thalbach, Andrzej Chyra, Henryk Golebiewski, Joanna Bogacka DURATA: 104 minuti
Le difficoltà affrontate dall’ostinata e integerrima Agnieszka
Kowalska, operaia in un cantiere navale di Danzica, riflettono quanto
accadde realmente ad Anna Walentynowicz, una delle figure più attive di
Solidarnosc già dalla fine degli anni ’70.
Un’eroina targata Solidarnosc
Se si escludono forse la preziosa opera
documentaria di Maria Zmarz - Koczanowicz, e poche altre eccezioni,
ogniqualvolta il cinema polacco si è prestato in questi anni a rievocare
direttamente o trasversalmente l’epopea di Solidarnosc, ha dato
l’impressione di perdersi in un bicchier d’acqua. Tra il tono querulo
e stantio di certe pellicole dirette da Zanussi, riferite all’oggi ma
con evidenti richiami a quel passato di lotte, ed altri film che comunque
suonano falsi per via della loro impronta apologetica, forzatamente
retorica, è soprattutto a livello di fiction che la Polonia si è
mostrata a corto di opere realmente incisive. Per raffigurare in modo più
sincero e problematico quella pagina di Storia era probabilmente
necessario che subentrasse uno sguardo esterno. Ed è così che sono
andate le cose.
Volker Schlöndorff, la cui filmografia più recente gode, almeno in
Italia, di una stima assai inferiore al suo reale valore, si è spesso
lanciato nei suoi ultimi lavori di fiction in ardite allegorie, e in
provocatorie rivisitazioni di periodi storicamente controversi. La follia
nazista in The Ogre, gli anni di piombo in Die Stille nach dem Schuß (Il silenzio
dopo lo sparo). Più di una volta
critici di formazione cattolica si sono lanciati all’attacco, con
criptiche allusioni ai presupposti laici della sua ricerca espressiva (si
noti ad esempio il tono pretestuoso e sottilmente denigratorio delle
recensioni di The Ogre pubblicate all’epoca su l’Avvenire,
Famiglia Cristiana, e il Tempo); il che, dal nostro punto di vista,
equivale ad ulteriore conferma della validità ravvisata, quasi per
contrasto, nel sentiero intrapreso dal regista tedesco. Un sentiero fatto
anche di rielaborazioni del soggetto tendenti al grottesco, slanci
visionari, chiavi di lettura paradossali e scene codificate secondo
formule rappresentative stranianti.
Strajk – Die Heldin von Danzig non ha forse la carica dirompente delle
pellicole precedentemente citate, ma riesce comunque a scuotere le
coscienze, esplorando non tanto il versante ideologico, quanto piuttosto
il fattore umano delle esperienze di lotta politica e sindacale nei
cantieri di Danzica. Ad un certo punto del racconto compare anche il
baffuto Lech Walesa, ma estremamente significativa è la scelta di porre
in primo piano una figura femminile, ispirata, attraverso la mediazione
della biografia redatta da Sylke Rene Mayer, alla persona di Anna
Walentynowicz. Donna energica e risoluta, il cui nome nel film diventa
Agnieszka Kowalska, viene qui descritta come un’operaia modello che, già
dalle prime inquadrature, mostra scarso interesse nei confronti delle
onorificenze di partito, anteponendogli la soluzione dei problemi reali.
Il carisma e la forza di volontà esibiti da Agnieszka nel rapporto con
gli altri lavoratori, o con i rappresentanti di un’autorità che ben
presto le si rivela ostile, si rispecchiano in una dimensione privata
dalle molteplici sfaccettature, non immune da piccoli traumi e momenti di
ripiegamento interiore. Notevole, poi, la scelta di Katharina Thalbach,
attrice tedesca di grande esperienza e bravura, quale interprete
principale. Anche grazie a questo salutare processo di umanizzazione della
protagonista, il percorso narrativo del film acquista credibilità,
rinunciando fortunatamente alla prospettiva di un banale santino
celebrativo “made in Solidarnosc”, trasferendo invece una vicenda
personale tanto complessa e sofferta in un quadro sociale concreto; un
quadro che appare poi in continuo movimento, suggerendo a Schlöndorff
come affrontare registicamente l’interpretazione di sviluppi drammatici,
verso i quali si riscontra un’adesione emotiva mai superficiale. La
maestria del cineasta tedesco si rivela, in principio, nel montaggio delle
scene di lavoro, con il cantiere che si mette in moto sotto la guida di un
accompagnamento musicale ritmato dai bassi e da sonorità metalliche. Ma
quando successivamente viene ripreso l’incidente, in cui alcuni colleghi
di Agnieszka perdono la vita, il ritmo delle inquadrature si fa
stranamente più disteso, congelando la tensione in attimi di incredulità,
ai quali la colonna sonora risponde con musicalità diverse, quasi
ipnotiche. Il punto di vista dello spettatore trova così un inaspettato
punto di contatto con l’angoscia della protagonista, confinata in una
gru al momento del disastro, e costretta perciò ad intervenire con
esasperante lentezza. Un altro esempio, se vogliamo, di quel tocco
straniante che spesso caratterizza la regia di Volker Schlöndorff.
Voto:
7,5
Antonio
Vivaldi, un prince à Venice
(Antonio Vivaldi, un principe a Venezia)
di Jean-Louis
Guillermou
REGIA: Jean-Louis Guillermou PAESE: Francia/Italia, 2005 SCENEGGIATURA: Jean-Louis Guillermou INTERPRETI: Stefano Dionisi, Christian Vadim, Michel Serrault, Annette Schreiber, Delphine Depardieu DURATA: 95 minuti
Il genio di Antonio Vivaldi e la sua esistenza travagliata; dagli
incontri galanti in quel di Venezia, ai concerti nelle più importanti
corti europee, senza tacere del rapporto talvolta conflittuale con le
autorità ecclesiastiche.
Uno Stefano Dionisi non completamente a suo
agio interpreta Antonio Vivaldi nel film di Jean-Louis Guillermou,
francese animato da una passione sincera e profonda per la musica classica
(nel suo curriculum si legge ad esempio che a Parigi ha fatto parte del
coro di Saint Eustache, e che per due anni, al Conservatorio, ha studiato
canto come tenore). Tanto per non alimentare equivoci, chiunque si aspetti
da Antonio Vivaldi, un prince à Venice qualcosa di lontanamente
paragonabile all’Amadeus di Milos Forman, rimarrà deluso; si
tratta tutt’al più di un onesto biopic, filologicamente
corretto, che sotto il profilo della regia non regala emozioni
particolari.
Nel film di Guillermou si fa riferimento, con un certo pudore, ad aspetti
della vita privata di Vivaldi, messi poi in relazione con le accuse che
parte dell’ambiente ecclesiastico, al quale il musicista stesso
apparteneva essendo stato ordinato sacerdote in giovane età, gli muoverà
nel corso degli anni. Il tentativo di ricostruire l’atmosfera veneziana
a cavallo tra la fine del 1600 e la prima metà del secolo successivo non
dispiace, in linea di massima, ma si scontra con limiti in parte
imputabili ad una co-produzione dai mezzi insufficienti; ciò si fa notare
principalmente per gli esterni, che scarseggiano anche per le ovvie
difficoltà di ordine logistico (girare oggi a Venezia, facendo sì che le
riprese suggeriscano il clima e il contesto urbanistico di quattro secoli
fa, non è obiettivamente un compito agevole). Al contrario, non sono
prive di fascino le scene in interni, specie quelle che recuperano i
luoghi dove l’arte di Vivaldi è stata protagonista; ed è lì, nella
scelta dei brani musicali come anche nella loro esecuzione in contesti
appropriati, che si rivela il gusto del regista francese, senz’altro un
cultore della materia.
Voto: 6
A
Temetetlen halott
(Imre Nagy – L’uomo senza sepoltura)
di Márta
Mészáros
REGIA: Márta Mészáros PAESE: Ungheria, 2004 SCENEGGIATURA: Márta Mészáros INTERPRETI: Ian
Nowicki, György Cserrhalmi, Marianna Moor DURATA: 127 minuti
I moti ungheresi del 1956 e la dura repressione sovietica, osservati dal
punto di vista di Imre Nagy, lo statista ungherese di cui vengono qui
raccontati i lunghi mesi di prigionia e la tragica morte. L’obiettivo è
costantemente puntato sulla coerenza dell’uomo, che nonostante le
intimidazioni rimase fedele ai suoi ideali politici fino alla condanna,
formalizzata nel corso di un processo farsa.
Sono trascorsi ormai cinquant’anni dagli
eventi, e le discussioni storico-politiche intorno alla rivolta ungherese
del 1956 continuano a tenere banco, come dimostra il peso che la
ricorrenza ha assunto in primo luogo nella nazione magiara, ma anche in
altre parti d’Europa. Il cinema stesso ha offerto il suo contributo al
dibattito. Tra gli eventi più attesi spicca il film realizzato nel 2004
da Márta Mészáros,
personalità di punta del cinema ungherese;
A Temetetlen halott è stato mostrato anche
da noi, prima in occasione di Alpe Adria, e successivamente al Saturno
Film Festival, destando in entrambi i casi un discreto interesse.
A livello di sensibilità personale, la scelta di impostare il ricordo del
’56 ungherese sulle sue tragiche conseguenze, focalizzando
l’attenzione sull’amaro epilogo cui andò incontro, coerentemente agli
ideali che l’avevano portato a sfidare il volere di Mosca, il primo
ministro Imre Nagy, ci ha lasciato qualche perplessità. Un po’ perché
le dinamiche profonde di una rivolta che coinvolse ampi strati della
popolazione, con in testa operai e studenti, vengono toccate troppo
marginalmente. Ma anche perché la Mészáros, in quella ricerca di senso
che trae spunto da una figura di grande spessore e dignità come lo
statista ungherese, non sembra ottenere gli stessi risultati della
precedente biografia cinematografica da lei dedicata a Edith Stein: ovvero
un’altra eccezionale figura del novecento, cui si fa riferimento
nell’intensissimo La settima stanza. Se non si arriva a tale
profondità, è forse per via di una produzione concepita in direzione di
quei tratti esteriori, che in A
Temetetlen halott possono
assumere contorni fastidiosi, a partire dagli effetti digitali
utilizzati per ricreare una Budapest invasa dai carri sovietici; segni di
un’ipertrofia produttiva, che per certi versi dà l’impressione di
condizionare la regista nel suo approccio al soggetto, un approccio
apparentemente molto sentito, spinto però in taluni frangenti verso una
retorica fioca e stantia; nulla di paragonabile, volendo restare in
territori tematicamente affini, a quello che seppe esprimere Costa Gavras
attraverso La confessione. Difatti, quando si comincia a parlare
della detenzione di Nagy e dei suoi collaboratori, delle vessazioni
fisiche e psicologiche, delle pressioni politiche, del processo farsa, A
Temetetlen halott finisce per incanalarsi in un sentiero ovvio,
prestabilito, con l’attesa del martirio, il crollo delle ultime speranze
e il confluire di altre istanze apologetiche sul capo del disilluso ma
ancora combattivo protagonista, interpretato peraltro da un ottimo Jan
Nowicki. L’attore polacco, quasi una presenza fissa nei film della Mészáros,
conferma intanto la sua bravura e riesce in parte a rivitalizzare
un’opera imbalsamata, che sa tanto di atto dovuto.
Voto: 5,5
37
Uses for a Dead Sheep
di Ben
Hopkins
REGIA: Ben Hopkins PAESE: Gran Bretagna/Turchia, 2006 SCENEGGIATURA: Ben Hopkins INTERPRETI: Ismail Atilgan, Sereban Aslan, Alpaslan Kutlu, gli attori del Van State Theater (con le divise dei militari sovietici) e i kirghisi di Ulupamir Koyu DURATA: 87 minuti
Alternando sapientemente testimonianze documentarie con ricostruzioni
affidate alla fiction, Ben Hopkins illustra la movimentata epopea dei
Kirghisi del Pamir, costretti a spostarsi di stato in stato durante tutto
il novecento, fino all’attuale collocazione in un villaggio della
Turchia, non lontano dal lago di Van.
Il britannico Ben Hopkins conferma di essere un
soggetto eccentrico, tanto inquieto da spaziare attraverso progetti
cinematografici tutti molto particolari, e anche piuttosto distanti tra
loro; già questo basterebbe a rendercelo simpatico. Dei suoi film, fino
ad ora, è stato distribuito in Italia il solo Simon Magus, ma in
qualche festival si è visto pure The Nine Lives of Thomas Katz,
sorprendente e visionario apologo su un futuro apocalittico ormai
imminente; ad annunciarlo, una Londra in bianco e nero costellata di
strani simboli, di arcane visioni, secondo un percorso intriso di humour
feroce e paranoie assortite. Quasi il parto di uno Jodorowsky dal
temperamento anglosassone, se ci è concesso abusare di un simile
accostamento.
Questa sua incursione nel cinema documentario rivela, tanto per cambiare,
elementi spuri. Dall’ovvio punto di partenza, le testimonianze raccolte
nella Turchia di oggi su una piccola popolazione dal passato
particolarmente travagliato, Hopkins parte per la tangente, inserendo
elementi fictionali che rimpolpano il tumultuoso fluire del background
storico, accelerandone la trasformazione in puro epos. Ma non senza
qualche digressione ironica.
Meglio, ad ogni modo, anteporre qualche dato concreto: la storia recente
dei Kirghisi del Pamir è realmente un accumulo di circostanze
drammatiche. La loro esistenza nomade negli altipiani dell’Asia Centrale
comincia a risentire, già verso la fine del diciannovesimo secolo, del
continuo rinnovarsi di conflitti tra le potenze interessate ad espandersi
nella regione, in primis l’Impero Russo e quello Britannico. Ma la
situazione precipita con la nascita dello Stato Sovietico, che si pone
subito in contrasto con i modelli di vita tradizionale della piccola
popolazione, i cui tentativi di ribellione sfociano, infine,
nell’abbandono forzato delle loro terre. Per i Kirghisi del Pamir, poche
migliaia di anime, inizia così una diaspora che attraversa tutto il
novecento e che li porta a stabilirsi prima in Cina, poi in territorio
afghano, e, dopo l’invasione dello stesso Afghanistan da parte dei
sovietici, in alcuni campi profughi del vicino Pakistan; da lì, in
seguito agli appelli internazionali lanciati per uscire da una condizione
sempre più disperata, i Kirghisi superstiti verranno trasferiti con un
ponte aereo in Turchia, dove risiedono ancora oggi. Ed è proprio nel
villaggio assegnatogli dalle autorità turche circa venticinque anni fa,
che il cineasta britannico ha fatto loro visita; una visita che si è poi
concretizzata in 37 Uses for a Dead Sheep. Il titolo, che allude
agli innumerevoli modi in cui si può ricavare qualcosa di utile (cibo,
latte, vestiario…) da una pecora, si riferisce ovviamente all’economia
dei Kirghisi, fondata tradizionalmente sull’allevamento. Ma le alture
dell’Anatolia non corrispondono esattamente agli altipiani immensi e
alle vette perennemente innevate del Pamir, per cui dagli incontri filmati
con i più anziani del villaggio emerge un profondo senso di nostalgia, e
di rassegnazione. Così come i più giovani tendono a comunicare,
piuttosto, la necessità di una integrazione sempre più forte tra loro e
la società turca.
Hopkins, oltre a cogliere e trasmettere con grande incisività i contrasti
cui si è accennato, insieme ai retaggi della tradizione, e ai differenti
stati d’animo degli abitanti, si azzarda pure a rimettere in gioco il
materiale raccolto, vedendo premiato il suo coraggio. La visione del film
rimane fluida, coinvolgente, nonostante la scelta di alternare alle
riprese in loco e alle interviste una serie eterogenea di sequenze, che
vanno dai backstage ad alcuni episodi della lunga odissea kirghisa,
rivisitati attraverso scene di fiction dal gusto spiccatamente romanzesco,
per non dire un po’ retrò. Qui, in particolare, fa capolino lo spirito
ironico del regista, che si diverte a montare prima una scena in cui viene
ricostruita, col timbro di uno sceneggiato d’altri tempi, la scaramuccia
di turno tra un eroe della resistenza kirghisa e alcuni implacabili
bolscevichi, avvenuta in tempi ormai lontani; per poi presentare le scene
in cui un anziano kirghiso, coinvolto come comparsa, guarda agli attori
del Van State Theater, che nelle pause tra una ripresa e l’altra
continuano a indossare la divisa sovietica, come se volesse sparar loro
sul serio! E così il senso del tempo trascorso sfuma nella fuga verso un
immaginario cinematografico, che tutto raccoglie e trasforma,
(r)aggiungendo quasi un valore catartico.
Voto:
7
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