ROMA 2009
CONCORSO - FUORI CONCORSO

 

CONCORSO:

- After - Alberto Rodriguez
- Alza la testa - Alessandro Angelini
- Broderskab - Nicolo Donato
- Chaque jour est une fête - Dima El-Horr
- Dawson Isla 10 - Miguel Littin
- L' uomo che verrà - Giorgio Diritti
- Les Regrets - Cédric Kahn
- Plan B - Marco Berger
- Qingnian - Jun Geng
- The Last Station - Michael Hoffman
- Tra le Nuvole - Up in the Air - Jason Reitman
- Viola di Mare - Donatella Maiorca
- Vision - Margarethe von Trotta

FUORI CONCORSO:

- Io, Don Giovanni - Carlos Saura
- Julie & Julia - Nora Ephron
- Le Concert - Radu Mihaileanu
- The City of Your Final Destination - James Ivory

 

CONCORSO

After
(Alberto Rodriguez
)

(Spagna   -   2009   -   116')


Madrid. Tre amici di infanzia, oggi trentenni, si concedono una lunga notte di eccessi.

Come spremere il topos e ottenere un risultato dignitoso: Tutto in una notte incontra la crisi dei trentenni nel film di Alberto Rodriguez che, adottando la frammentazione temporale, innesca una continua posticipazione del dramma entrando/uscendo dal perimetro notturno considerato. La triade alcool-droga-sesso, dunque, si alterna agli squarci dei protagonisti prima/dopo il loro incontro, tutti mediamente disagiati, irrealizzati, disperati. La Notte è una metafora: cala il buio sui tratti del carattere, si vedono peggio i fallimenti collezionati di giorno, il corpoha il permesso di dibattersi liberamente. Le personalità, tuttavia, in fondo riemergono: malgrado i palliativi materiali (scopare, strafarsi), nessuno riuscirà a snaturarsi pienamente rispetto alla propria essenza effettiva. In tal senso suona significativo l'incontro tra Julio (un Guillermo Toledo al colmo dell'alterazione) e la ragazzina alla festa, archetipo della ninfetta, nella tranche migliore del film: l'uomo respinge la sua sessuomania evitando un rapporto pedofilo che appare abbordabile. Disinvoltamente girato, con ampio corredo di effetti da discoteca, ben diretto e interpretato (non inferiori Tristan Ulloa e Blanca Romero), prigioniero di trovate altalenanti, leggermente prolisso e pervaso da sofferenza diffusa. Ovviamente, l'alba sarà implacabile.

Voto:  6                                                           Emanuele Di Nicola

 

Broderskab
(Nicolo Donato)

(Danimarca   -   2009   -   90')


Lars lascia l'esercito e viene attirato da un gruppo neonazi al quale, perplesso, decide di partecipare; Jimmy dovrà curare la sua preparazione teorica. A un certo punto però Lars, non accettando più i giudizi dei genitori, fugge di casa e va a vivere da Jimmy. All'inizio non è il benvenuto. Poi...

Lo sguardo e lo schema

Broderskab vince la quarta edizione del Festival Internazionale di Roma e non senza meriti essendo, con il film di Diritti e quello di Kahn, il lavoro migliore di un concorso dal livello complessivo disarmante. Certo l'opera di Donato soffre di una sceneggiatura rigida che si limita a sviluppare all'interno di una determinata situazione, l'ambiente neonazi, dei presupposti narrativi dati in partenza, riproponendo, peraltro, lo schema dei personaggi di Brokeback mountain (Jimmy, l'uomo duro, arroccato nella sua virilità esibita, e Lars, più aperto ad accettare le proprie ambiguità); la scrittura ha la limpidezza della dimostrazione (la libertà dell'amore contro il buio del pregiudizio), ma non si arricchisce mai di sfumature e zone d'ombra verso le quali sembra esserci un rifiuto programmatico (il titubare di Jimmy dura lo spazio di una scena e il rancore del fratello, spunto che poteva essere significativo, si esaurisce nello sfogo violento): Broderskab non è il regno del dubbio e l'approccio verso i personaggi, che sono solo traduzioni corporee di caratteri un po' meccanicamente acquisiti, è superficiale anche per quanto riguarda l'aspetto politico: l'appartenenza al gruppo neonazi è un dato di fatto posto sì come problema, ma solo in senso morale, un « male » le cui radici restano non sondate. Eppure colpisce la sensibilità di Donato, squisitamente visiva, di creare atmosfere: quello che la rigidezza della sceneggiatura non comunica passa attraverso lo sguardo che smorzando i toni riesce a raccontare una storia fatta di estremi (nazismo e omosessualità) entro un orizzonte formale di moderazione; la severità delle riprese e lo stile algido (toni scuri o comunque freddi; forte presenza di elementi geometrici nella composizione dell'inquadratura; telecamera a spalla usata sempre in maniera rigorosa, ovvero per restituire un punto di vista in movimento, mai per suscitare alterazioni emotive nello spettatore) conferiscono a Broderskasb, oltre che un'apprezzabile coerenza formale, la sensibilità del non detto, come accade nelle sequenze centrali in cui la scoperta dell'attrazione reciproca tra Jimmy e Lars è affidata a riprese fisse o a giochi allusivi di campo/controcampo, eloquenti nel loro essere velati; si dica lo stesso del gruppo neonazi di cui Donato riesce a ritrarre l'atmosfera tesa e i meccanismi ridicoli che lo caratterizzano (la serietà estrema, quasi sacrale, con cui viene gestito, la suddivisione gerarchica, i risentimenti, le aspirazioni). Broderskab testimonia la capacità del regista di lanciare uno sguardo personale su delle situazioni; aspettiamo che si decida a penetrarvi in profondità.

Voto:  6,5                                                          Francesco Di Lella

EDN: 6 

 

Chaque jour est une fête
(Dima El-Horr)

(Libano/Francia/Germania   -   2009   -   87')


L’autista del pullman che deve condurre delle donne libanesi al carcere dai loro mariti muore, sparato. Tre di queste si avventurano nel deserto.

Libano intimo

Dima El-Horr, alla sua prima regia, realizza un prodotto non privo di intuizioni, ma non in grado di acquisire una fisionomia propria; pur non riuscendo ad amalgamarli, attinge ai repertori tematici e figurativi più disparati azzardando accostamenti audaci: Almodovar, richiamato nella rappresentazione delle angosce e delle frustrazioni femminili come in alcune suggestioni specificamente visive (una su tutte, la splendida ripresa nell'autobus sulle donne che appaiono dai sedili dietro a cui si erano nascoste) convive per qualche istante con il road movie di guerra (l'antecedente più vicino: Sotto le bombe) che fornisce l'impianto tematico e narratologico, e con il topos del deserto, sottraendo l'opera alla contingenza storica per farne una sorta di parabola esistenziale sulla solitudine; sono però solo attimi di grande felicità artistica, per il resto Chaque jour est une fête non fa che ripetere i luoghi espressivi più triti di certo cinema mediorientale: i lunghi piani fissi su paesaggi sconfinati, le strutture narrative avvitate su sé stesse e che procedono con affanno, spesso ricche di riferimenti simbolici, come il misterioso perdersi e ritrovarsi delle tre donne e la scansione dei vari autisti fino alle pompe funebri. L'omologazione stilistica impedisce all'opera, sorretta da spunti interessanti anche sul piano strutturale, come l'idea del viaggio alla rovescia, rispetto alle masse in fuga, che le donne compiono in direzione di un inferno sia fisico che psichico, di prendere il volo, seguendo quell'originalità visionaria che qua e là zampilla. Si conferma l'abilità di Hiam Abbas e si scoprono con piacere le sue due affascinanti e talentuose colleghe: Manal Khader e Raia Haidar.

Voto:  5                                                          Francesco Di Lella

 

Dawson Isla 10
(Miguel Littin)

(Cile/Brasile/Venezuela   -   2009   -   117')


Cile, 1973. I ministri del governo Allende  dopo il colpo di stato vengon internati in un campo di prigionia: la vita al tempo della dittatura.

Verità, cinema e noia

Tentativo poco felice di fondere film di finzione e documentario, Dawson Isla 10 è frutto dell'ambizione di sperimentare a tutti i costi: Littin combina registri espressivi differenti (si va dalle fredde riprese di vita nei campi di prigionia a slanci lirici e situazioni da action movie), azzarda movimenti di macchina vorticosi e saltellanti, alterna riprese a grane di pellicola diverse per restituire l'effetto tv, prova a scardinare l'asse cronologico con interpolazioni dal passato o dal futuro e tuttavia al Festival si è visto poco di così scolastico: il lavoro fatto sulla forma è l'imporsi un'originalità espressiva che non acquisisce mai dignità di riflessione estetica e la sua evidenza diventa leziosità o fregio, non contattando mai la dimensione profonda del racconto, del tutto subordinata alla verità storica che Littin crede lo giustifichi a non preoccuparsi di dare un taglio narrativo a ciò che mostra o di approfondire i personaggi, spogliati della loro identità e ridotti a sigle innanzitutto dalla sceneggiatura. La verità pare essere, dunque, l'unica preoccupazione assieme all'enfasi patriottica come testimoniano da un lato la scelta di seguire in modo pedissequo il diario di uno dei prigionieri che è anche una sorta di controcanto patetico alla vicenda, quasi un tentativo, inutile dire, malriuscito, di strapparla alla sua piattezza narrativa; e dall'altro lato, e penso alle sequenze con Allende, gli squarci di cinema-verità in un bianco e nero d'epoca che mirano a alzare il tono, e spia ne sono il ralenti e le nubi di polvere che si alzano attorno al Presidente, fino al livello epico. Manca dunque una interpretazione formale della Storia che renda ragione delle poche sequenze riuscite (la scena del comandante che gioca lanciando in aria la bomba a mano).

Voto:  4,5                                                           Francesco Di Lella

EDN: 5 

 

L' uomo che verrà
(Giorgio Diritti)

(Italia   -   2009   -   117')


La strage di Marzabotto (29 settembre - 5 ottobre 1944) vista da una famiglia contadina emiliana, in particolare da Martina, 8 anni, che non parla e aspetta un fratellino.


Non la guerra, ma la montagna: un eccidio nazifascista evocato iscrivendo le figure nel paesaggio. La giuria di Forman ha perso un'occasione per premiare Giorgio Diritti, che ottiene invece il riconoscimento del pubblico al Festival di Roma. Il cineasta, dopo Il vento fa il suo giro, esce dai cineclub dimostrando, per un regista italiano, cosa significa declinare il tema delicato secondo una sensibilità figurativa propria: didascalismo a zero, simboli semplici e precisi (il silenzio della bimba, il neonato), meticoloso prosciugamento sulla sceneggiatura che taglia le parole fuori posto. La resa drammatica è essenziale: non spiegano mai la guerra, questo pugno di montanari, tanto che a tratti sembrano perfino ignorare le ragioni. La focalizzazione interna di Martina (Greta Zuccheri Montanari, da ricordare), allora, è il timone che ci guida nello scontro indecifrabile, spoglio da ogni manicheismo, dove l'esecuzione partigiana non è meno atroce della violenza fascista: si attua una scomposizione, che dissocia le figure dalle note collocazioni storico-politiche e, coraggiosamente, dona loro nuova forma, quasi astratta. La guerra per il regista non è una filippica delle parti né una memoria da tramandare: la guerra è una successione di quadri estrapolabili e riproponibili (l'attesa - l'allarme - la paura - lo sgomento - gli spari - le urla - la polvere), quadri pensati, lavorati, costruiti, per questo esatti. L'infinita, insopportabile sequenza della strage (cfr. Katyn) induce alla realizzazione del conflitto che però, questo l'importante, non viene enunciata, resta ancora implicita, preferendo sempre affidare alla messa in scena i suoi significati. Attori sullo spartito del realismo (non dire il vero ma essere veri), titolo evocativo: l'uomo che verrà è il fratello di Martina ma anche, ovviamente, l'uomo di domani che si forma dopo le stragi, chiamato alla difficile rinascita dopo aver violato i corpi e la natura.

Voto:  7                                                         Emanuele Di Nicola

 

Les Regrets
(Cédric Kahn)

(Francia   -   2009   -   104')


Mathieu rincontra la sua prima fiamma, Maya.

Regret Fou

“Je suis fou”, ammette Mathieu nel finale. “Sono pazzo”. E' un film sul concetto stesso di “amour fou”. Dopo il destrutturante Luci nella notte, e dopo il cambio di registro segnalato ne L'avion (inedito da noi), Cédric Kahn propone una palese riflessione sull'archetipo del sentimento irrealizzato: la passione tra Mathieu e Maya, entrambi sposati, entrambi racchiusi nelle maglie di un equilibrio apparente, riscoppia violenta dopo tanti anni, senza che ne conosciamo le premesse. Non è un caso, certamente, che Mathieu riscopra la donna dopo aver affrontato la scomparsa della madre: è la morte che innesca l'amore, di rimbalzo, in una concatenazione (una tira l'altro) sempre di archetipi basilari, Eros e Thanatos. Un rapporto che si mostra a slanci, in una struttura circolare piena di fughe e ritorni, travolgente come refrattario alla realizzazione, segnato da vuoti drammatici (dopo la seconda fuga di Maya, Mathieu si rifà una famiglia): sempre contradditorio. E questa “doppia strada” (amore compiuto/amore inevaso) la pellicola la adotta anche a livello strutturale: di fatto al suo interno il film propone entrambe le soluzioni - la vicinanza come la lontananza -, offrendo due possibilità sulla fine di una storia, che infatti rimane aperta perchè non interessa chiuderla. In questa lettura torna la presenza della formula narrativa tipica, vedi l'ossessiva richiesta di Mathieu di ricevere i gesti dell'amore (costringe la donna a baciarlo, abbracciarlo) come prova della consapevolezza che muove la trama: evidente di questa impostazione sono le sequenze in cui l'uomo e la donna si incontrano in stazione e motel. Stereotipi, certo, ma volutamente squadernati e rivisti riflettendo sugli stessi; ma, soprattutto, sabotati dalla cattura dei dettagli. Kahn mantiene la caratteristica peculiare di evocare il sottinteso con l'aiuto della sintesi, basti citare la magistrale scena di letto Mathieu/Maya in cui riluce la fede nuziale dell'uomo; qui il cineasta, idealmente a metà tra i sottintesi di Luci nella notte e le deflagrazioni di Roberto Succo (molti i rimandi figurativi a entrambi, vedi l'auto nella notte), si applica a sbilanciare il film in senso melò e non ha paura di esagerare, affondando ripetutamente la cinepresa nelle scenate fra amanti. Anche così, però, alla fine resta un grappolo di sottintesi da rimeditare e approfondire, presentandosi il film come una coniugazione tra due anime che il regista ha mostrato finora (allusione/esplosione).
Kahn si conferma poi autore trasversale, che conosce le declinazioni di più registri (c'è anche il grottesco e la commedia), me ne applica uno di riferimento, il proprio: un'idea rappresentativa fatta di scene sbozzate, singoli quadri che suggeriscono e continuano oltre lo schermo, domina l'accenno e la capacità di dare taglio personale alle materie più inflazionate (un esempio: si vuole evocare la malattia della madre di Mathieu? Si inquadrano i macchinari ospedalieri e la ricrescita sui capelli della donna). L'apparato simbolico gioca a carte scoperte ma efficaci: Mathieu/architetto, che costruisce per lavoro ma vede crollare il palazzo coniugale (l'ha davvero ultimato?), la deriva interpretativa del nome Maya (una dea - ipotesi ultraterrena - maggio, il mese del “raccolto” - che nel film non arriva mai). Valga lo stesso per la colonna sonora e il reparto attoriale. La prima si affida a Philip Glass curiosamente discreto, che non invade il film ma lo caratterizza. L'altro è centrato sul confronto Attal/Bruni Tedeschi, gestito dal regista con sfacciataggine sottilmente eversiva; e se ci sentiamo di respingere l'accusa di una prova “sopra le righe” (soprattutto per Attal), è perchè la loro prestazione tocca punte insopportabili, porta letteralmente il dramma in strada, quindi spiazza l'occhio e semina disagio: d'altronde inscena il rapporto devastante tra due adulti, dopotutto. Les Regrets, infine, è denso di solari omaggi a un genere radicato nel genoma francese (La signora della porta accanto, naturalmente), da cui peraltro non si lascia sopraffare, seguendo uno sviluppo narrativo coraggioso che chiude col tarlo del dubbio. Il titolo non si riferisce all'amore ma ai rimpianti: ma allora cos'è che dura tutta la vita? Amore folle o folli rimorsi?

Voto:  8                                                       Emanuele Di Nicola

 

Plan B
(Marco Berger)

(Argentina   -   2009   -   103')


Bruno viene lasciato dalla sua ragazza; dietro l'espressione calma e indifferente, la sua mente progetta una fredda e dolce vendetta. Lei, una ragazza dalla mentalità moderna e aperta, continua a vederlo ogni tanto, ma ha un altro ragazzo, Pablo. Bruno diventa amico di Pablo, con l'intento di logorare la coppia, forse presentandogli un'altra donna. Ma, strada facendo, si presenta la possibilità di un piano B, ben più efficace, che finirà per mettere in dubbio il suo cinismo e la sua sessualità. (dal catalogo)

Piano C: provaci ancora, Marco!

In Plan B apprezziamo il rigore stilistico, l'omogeneità del disegno e la chiarezza delle intenzioni: Berger sceglie un approccio controcorrente che non indulge alla commedia gay friendly, ammiccante e ridanciana, figlia illegittima di Almodovar, ma che gli permette di tenere lo sguardo fisso sulle im-possibilità dei due giovani protagonisti; la presenza centrale del film è un « blocco »: quello di Bruno e Pablo, che non riescono a essere sé stessi, e quello delle inquadrature che nella loro rigidità diventano una gabbia con cui i due di continuo si confrontano cosicché sembra che chiedano loro, attraverso una insistita dialettica in campo/fuori campo, di essere seguiti, provando a resistere disperatamente all'immobilità delle cose. Il « blocco » è, poi, anche narrativo: il racconto è congestionato da piani e contro-piani di vendette, ovvero ancora una volta azioni in negativo, che ne rendono il procedere affannoso, contrastando lo sviluppo verso l'acquisizione di una più serena vicinanza a sé.
Eppure non si riesce a passare sotto silenzio un'infinità di scelte e situazioni che denunciano l'amatorialità del prodotto, costitutivamente inadatto alla Selezione Ufficiale di un Festival Internazionale, aldilà del livello delle altre opere in gara; penso alle riprese sui paesaggi urbani al tramonto, ai due-tre secondi di ritardo con cui la cinepresa chiude ogni scena dopo l'uscita dei personaggi, fissa su un gabinetto o su una maniglia, alla monotonia delle invenzioni visive e narrative per significare quel « blocco » di cui sopra (le estenuanti riprese, e ripetute all'infinito, dei due sul letto fermi, in soggettiva dell'alluce di uno), alla povertà dei personaggi di contorno e alla poca cura con cui sono trattati persino i protagonisti di cui non ci si preoccupa di capirne le ragioni donandogli spessore, carne, ma che si esauriscono nel loro essere « bloccati », ovvero nelle loro funzioni narrative. Concediamo a Berger la speranza che forse il suo occhio è quello di un autore, ma la strada da fare è ancora molto lunga.

Voto:  4,5                                                       Francesco Di Lella

EDN: 6

 

Qingnian
(Jun Geng)

(Cina   -   2008   -   106')


Cina. Hegang, un piccolo centro presso il confine siberiano. La giovane Wu Li torna da Pechino per sposarsi con Jincai, ma è senza soldi e non trova lavoro. Jinbao e Guoqing sono due amici che passano le giornate senza occupazioni particolari, tappezzano le stanze con poster di gangster-movie e tentano di fare i bulli. I genitori sembrano mediamente indifferenti. Ogni tanto i ragazzi si incontrano, intrattenendosi in cene che sfociano in sbornie e lunghe discussioni inconcludenti. Tutto è comico, grottesco e confuso.

Chinese Scult

Geng Jun, giovane regista indipendente cinese, ha un obiettivo preciso, il solito: sottolineare il vuoto di certa provincia, il desiderio di cambiare sempre frustrato, la deriva inevitabile - quasi imposta, leggi "destino" - di chi nasce in alcune condizioni, lo sbando dei ragazzi e la rassegnazione degli adulti, eccetera. Qingnian (Giovinezza) non colpisce certo per la tematica ma per i modi di rappresentarla: girato in digitale, con camera a mano "schizofrenica", il film è un esercizio di straordinaria sciatteria sia dal punto di vista stilistico che sostanziale. In una storia che parte con l'effigie di Mao, e continua dissertando su varie funzioni corporali (tra cui feci, vomito), l'approdo della tesi da dimostrare sembra affidato principalmente alla casualità. Personaggi che tentano di disintossicarsi, sposarsi, arricchirsi, diventare qualcuno: ma - al massimo - sono raccontati in quadri sbrigativi, slabbrati, sconnessi tra loro, un collage di freddure disinteressato alla continuità narrativa e figurativa. Al loro peggio, invece, provocano la risata involontaria per i dialoghi svogliati, le interpretazioni inadeguate (tutte), ma soprattutto il semplice "fastidio" della ripresa: la macchina a mano si muove senza sottintendere alcuna organizzazione del pensiero, il senso scenico non esiste, viene posta distrattamente in alcuni punti con la sensazione che sia "dimenticata" sul set. La musica diegetica (uno stereo spesso in campo), sempre dissonante con la presunta atmosfera creata, ci conferma il sospetto di un'impostazione semi-amatoriale. Attenzione: per dovere di chiarezza, specifichiamo che questa prova non afferra mai l'elemento ridicolo della mediocrità - come fa invece altro cinema orientale -, è solo ridicolo involontario dovuto all'osservare uno strano caso di approssimazione.

Voto:  4                                                       Emanuele Di Nicola

 

The Last Station
(Michael Hoffman)

(Germania/Russia   -   2009   -   112')


Dopo quasi cinquant'anni di matrimonio, la Contessa Sofa, devota moglie di Leo Tolstoj, scopre improvvisamente che tutto il suo mondo va gambe all'aria. In nome della sua nuova religione utopica e delle sue idee anarco-cristiane, il grande romanziere russo ha rinunciato al titolo nobiliare e alle sue proprietà per diventare povero, vegetariano e celibee potrebbe inoltre essere stato convinto da Chertkov, il suo discepolo, a lasciare i diritti dei suoi iconici racconti al popolo russo anziché alla famiglia. Con ogni stratagemma, la donna lotta ferocemente contro la comunità libertaria che si è installata in casa sua per quel che ritiene le appartenga. Allontanata da Tolstoj riuscirà a rivederlo solo in punto di morte, nell'ultima stazione. (dal catalogo)


Dalla Russia (?) con amore

Hoffman racconta gli ultimi mesi di vita del conte Tolstoj dagli occhi del giovane segretario Valentin Bulgakov in una romanza grossolana costruita su contrasti paralleli, siano essi tra personaggi o tra atmosfere, di carattere emotivo o politico, che si risolvono in sé stessi, non facendo parte di una costruzione più ampia; è come se il regista ci facesse entrare in un mondo in cui tutti non fanno altro che litigare con tutti, in un susseguirsi di scene madri (di cui sembra esserci una qualche consapevolezza: impagabile la battuta di Tolstoj alla moglie: « Sofia, tu non hai bisogno di un marito, ma di un coro greco! ») che paiono formare un meccanismo chiuso per cui quello che conta è la lotta e non chi la fa. Si allude all'opposizione tra due epoche e due modi di vedere la vita: l'Ottocento, aristocratico e liberale, che la contessa vede sparire attorno a sé, roso fino ai ricordi più intimi (si pensi a Guerra e pace, da lei vissuta nella sua lunga lavorazione come una cosa di famiglia e vista poi consegnata a un'umanità astratta e impersonale) dalle inquietudini egualitarie del nuovo secolo; si allude all'opposizione tra un uomo e una donna, compagni inseparabili per cinquant'anni, irrigiditisi entro punti di vista incompatibili, o a quella tra il rigore intransigente dei tolstojani che sembra quasi prefigurare il regime di pochi decenni più avanti, e l'apertura libera e gioiosa di Valentin e Masha; tuttavia che cosa si voglia raccontare non è affatto chiaro e Hoffman non si decide mai a imboccare una direzione precisa in senso narrativo più che ideologico (la sua posizione nel dibattito sulla fine di Tolstoj è in maniera chiara in favore della contessa). Trascuratezza: la stessa evidente nella ricostruzione storica, mediocre al punto che si tende sempre a immaginarsi, se non fosse per i baffetti di Chertkov, così tipici, che il protagonista sia un eccentrico lord inglese. La Russia, insomma, è lontana mille miglia, anche cinematograficamente: non c'è nessuno sforzo visivo di rappresentare un'atmosfera in realtà così diversa dalle campagne dello Yorkshire e la confezione è la stessa del tipico film in costume britannico. I pochi momenti in cui The last station dimostra una qualche sensibilità sono dovuti al talento della Mirren, premiata come migliore attrice.

Voto:  4                                                       Francesco Di Lella

EDN: 4

 

Tra le Nuvole - Up in the Air
(Jason Reitman)

(U.S.A.   -   2009   -   108')


Ryan Bingham è un cacciatore di teste che passa la  sua vita tra un aereo e l’altro, felicissimo di non avere legami con niente e nessuno. A un certo punto nella sua vita irrompe Alex, un’affascinante collega. E le cose cambiano. Per lui, almeno.

Terra inarrivabile

Vincitore due anni fa con Juno, Reitman torna al Festival di Roma con un lavoro che reinterpreta la commedia fondendo il registro sentimentale, che si rivela via via senza però aprire possibilità consolatorie, ma anzi amplificando l’amarezza di fondo, con uno humour al vetriolo, o preteso tale, sul mondo contemporaneo volto all’autodistruzione; la parabola di Bingham, una riscoperta della dimensione umana, omogenea a quella degli altri personaggi reitmaniani, inizia per aria, nella non-realtà in cui il protagonista si è rinchiuso, tutta aeroporti, camere d’albergo sempre pulite, tessere magnetiche, gestualità rituali ripetute all’infinito (i saluti delle hostess, il passaggio sotto il metal detector, la ricerca del check-in più veloce), un mondo in cui il lato oscuro è lasciato a terra, lontano il più possibile, rimosso per quel che riguarda sé stessi (la sua casa, la famiglia) ed esorcizzato per quel che riguarda gli altri (il suo lavoro di cacciatore di teste); Bingham vive per non vivere, consapevole e divertito fa della fuga da sé una teoria (lo zainetto da svuotare di tutti i pesi esistenziali) e sogna, come coronamento degli sforzi di una vita, di diventare il « re » di quel mondo tra le nuvole grazie ai punti-fedeltà delle compagnie aeree. Schizzando l’affresco allucinato di questo annichilimento il film tocca i suoi momenti migliori e riesce in una mirabile sintesi tra la vena comica e il sottofondo drammatico che le è co-originario (e che la comicità, velando, svela). A un certo punto, però, il cuore Bingham riprende a battere e Up in the air va a rotoli: man mano che il protagonista si riavvicina ai meandri bui dei sentimenti (verso Alex, ma anche verso le sue sorelle e la giovane Natalie) la strada da percorrere sembra già battuta e il film vira verso orizzonti prevedibili, salvo essere riscattato da un finale a sorpresa che relega in maniera definitiva (?) Bingham tra le nuvole, stravolgendo l’idea stessa di commedia.
Reitman, ostinandosi a costruire la seconda parte dei suoi film sul recupero sentimentale dei personaggi, sembra non volersi lasciar andare fino in fondo alla sua naturale indole cinica, notevole perché già di per sé complessa e problematica (la presenza/assenza dell’elemento drammatico, come detto sopra), e però, aprendosi alla filantropia, non riesce a non scadere nel dolciastro che all’improvviso sembra negare le leggi dell’universo che si è appena finito di costruire; dunque non raggiunge mai l’immediatezza caustica di Thank you for smoking e se in Juno l’equilibrio e la sensibilità della sceneggiatura riuscivano a dare corpo umano ai personaggi, Up in the air si ferma alla superficie come un’operazione in cui, con quel poderoso lavoro visivo di destrutturazione dell’immagine (multiframe, montaggio iperveloce sui dettagli) sulla scia dei Coen e di Tarantino, Reitman si limita a ripetere sé stesso. Un po’ presto per stare solo al terzo film.

Voto:  6                                                    Francesco Di Lella

EDN: 5 

 

Vision
(Margarethe von Trotta)

(Germania   -   2009   -   111')


Vita e miracoli della mistica tedesca Ildegarda di Bingen (1098–1179): come ebbe le visioni, perchè diventò santa.

Margarethe Von Trotta, con questo film, continua la riflessione degli ultimi anni sulla figura femminile: donne nella Storia che, passando dal particolare all'universale, escono dalla vicenda singola e si fanno vettori di valori generali e condivisi. Come in Rosenstrasse, così in Vision: si definisce il personaggio in pochi cenni, lo si mette sullo sfondo della tradizione tedesca, quindi a confronto con la situazione peculiare, si registrano le reazioni eroiche e parte il processo di mitizzazione.
In particolare, Hildegard von Bingen lancia al potere temporale una sfida a due strati: a livello complessivo, spingendo il processo di emancipazione delle religiose donne, in un mondo - quello dei monasteri del XII secolo - segnato dalla componente maschile, e poi sul lato personale, lottando per affermare la tesi della verità delle sue visioni, una tesi che peraltro il tono del film sposa pienamente. Su tutto, secondo la pellicola, la santa ha introdotto nella Germania cattolica il dato della modernità: questo risulta metaforicamente evidente dalle lunghe riprese in cui, a seguito di riflessioni mistico-filosofiche, la donna rifiuta la declinazione medievale della religione, per esempio la pratica dell'autoflagellazione. Se questi temi, così come sono esposti, vengono fissati chiaramente in sede di svolgimento dell'opera (mai super partes, anzi), dall'altra parte il bisogno di problematizzare è sistematicamente respinto. La parabola della mistica sembra piuttosto osservare lo schema di Propp sulla fiaba: dall'eroe (Ildegarda) all'antagonista (l'abate Kuno) fino all'aiutante (Padre Volmar), con il premio finale che è ovviamente il riconoscimento delle proprie facoltà. Le curve più tortuose dell'intreccio non sono sfruttate, per tutte basti pensare alle potenzialità del rapporto Ildegarda-Richardis. L'ingresso in scena della giovane novizia, e il legame vagamente morboso che si intavola, può innescare la sostituzione madre/figlia - la maternità è impossibile per una santa - che pone la protagonista, per la prima volta, davanti a pulsioni "negative": la possessività verso la ragazza, il rancore e l'invidia quando lei si allontana. Tutte potenzialità che restano lettera morta, dato che si preferisce proseguire la costruzione dell'eroe in termini rappresentativi immediati, subito leggibili, spesso scontati: accade che le visioni di Ildegarda coincidano sempre con una eclissi che oscura il cerchio del sole. A tratti irrequieto (le sequenze delle trance), mai illuminato, il film è quindi un'agiografia divulgativa, ce lo conferma la scelta della protagonista: Barbara Sukowa, aspra e spigolosa quanto la vicenda considerata, che interpreta Ildegarda proprio come si presume "dovrebbe essere".

Voto:                                                        Emanuele Di Nicola

 

FUORI CONCORSO

 

Le Concert
(Radu Mihaileanu)

(Francia/Romania/Belgio/Italia   -   2009   -   119')


Un osannato direttore d'orchestra dell'orchestra Bolshoi di Mosca viene allontanato in epoca comunista per essersi rifiutato di licenziare i musicisti ebrei. Venticinque anni dopo l'uomo lavora ancora in teatro come custode e aiuta la moglie a movimentare finte manifestazioni d'orgoglio ex-comunista. Un giorno intercetta un invito per il teatro Chatelet di Parigi e decide di riscattarsi dalle umiliazioni con l'inganno, accettando l'ingaggio al posto dell'orchestra ufficiale. Riunisce così i vecchi compagni di concerto e qualche improbabile new entry. Commedia grottesca e liberatoria, tra vecchia Urss e Tchaikowski liberatorio, dall'autore di Train de Vie. (dal catalogo)


Una banda da favola

Torna l’autore di Train de vie e prova senza successo a riproporre quel fortunato mélange di commedia e dramma, di storia e folklore, in un prodotto disordinato e freddo. Le Concert si avvale della capacità del regista, qui attiva soprattutto nelle scene di gruppo, di giocare con il grottesco, anche esagerando, come nella sequenza in cui i componenti dell’orchestra disastrata del Bolshoi passano il pomeriggio delle prove generali facendo le proprie più o meno illegali commissioni: uno squarcio folgorante ed efficacissimo sull’umanità; ma contemporaneamente è gravato da troppe cadute di sceneggiatura sia circoscritte in superficie, (le varie occasioni in cui il dialogo è utilizzato in modo scoperto per passare informazioni), sia strutturali: l’andamento sognante di Train de vie convive a fatica con il realismo sociale su cui si insiste e, soprattutto, non riesce a inserirsi entro la dinamica melò della vicenda portante, di per sé un concentrato di luoghi comuni. Sembra, cioè, che Mihaileanu abbia fatto del suo film precedente, la cui commistione di registri era, al contrario, fondata su un lavoro sottile che mirava a raggiungere l’equilibrio, un metodo che crede applicabile senza accortezze: quello del Concert è un mondo di favola, ma mai fino in fondo; e se quest’ibridazione produce senza dubbio momenti positivi, come il contrasto tra i colori fiabeschi della Mosca nostalgica e la limpidezza minimal e moderna di Parigi, nella maggior parte dei casi pare una scelta azzardata; è possibile, cioè, riconoscere in alcuni tratti della sceneggiatura le tipiche funzioni proppiane delle fiabe, e così rivediamo nell’ex Maestro divenuto bidello del Bolshoi l’Eroe in disgrazia, nella bella Mélanie Laurent la Principessa da salvare (dal suo passato?), nel vero direttore del Bolshoi il Nemico che prova in extremis a riconquistare posizioni e, persino, nelle mani fatate degli orchestranti per hobby l’Elemento magico, ma non ci si riesce a liberare dalle briglie del realismo narrativo e della ricerca del commovente (che nel finale, mettendo insieme la concitazione della prova, il brivido del successo, le immagini interpolate della mamma impazzita, supera ogni limite) che rendono tutta l’operazione più imposta che sentita intimamente.

Voto:                                                        Francesco Di Lella

 

 

Homepage Roma                                        Homepage