ROMA 2009
ALTRE SEZIONI

 

Altri Film Recensiti

PROIEZIONI SPECIALI:

- The Red Riding Trilogy 1974 - Julian Jarrold
- The Red Riding Trilogy 1980 - James Marsh
- The Red Riding Trilogy 1983 - Anand Tucker
- Dive allo specchio - Gilles Jacob

L'ALTRO CINEMA - EXTRA:

- Bancs publics (Versailles rive droite) - Bruno Podalydès
- Bunny and the Bull - Paul King
- Simon Konianski - Micha Wald
- My Flesh My Blood - Moja krew - Marcin Wrona
- Rupi del Vino - Ermanno Olmi

ALICE NELLA CITTA':

- Dear Lemon Lima - Suzi Yoonessi
- Last Ride - Glendyn Ivin
- Eleanor's Secret - Nat e il segreto di Eleonora - Dominique Monféry
- Mille Neuf Cent Quatre-Vingt-Un - Nineteen Eighty-One - Ricardo Trogi
- Oorlogswinter - Martin Koolhoven
- Prinsessa - Teresa Fabik
- Sotto il Celio Azzurro - Edoardo Winspeare

 

Proiezioni Speciali

The Red Riding Trilogy 1974
(Julian Jarrold)

(Gran Bretagna   -   2009   -   102')


Yorkshire, 1974. Un evento raccapricciante segna la vita di una comunità nell'Inghilterra del Nord: la scomparsa di una bambina, che verrà ritrovata cadavere con due ali di cigno cucite sulla schiena. Il giovane cronista di nera sul caso, Eddie Dunford, annusa lo scoop: a suo avviso, infatti, l'omicidio si ricollega ad alcune sparizioni avvenute nel recente passato. Inizia una relazione con Paula Garland, madre della bimba uccisa, e sospetta di John Dawson, l'uomo più importante della regione. Dunford si lascia coinvolgere troppo.

Nella primavera 2009 Channel 4 ha mandato in onda The Red Riding Trilogy: tre film, girati da tre registi diversi, che portano sullo schermo la quadrilogia dello scrittore inglese David Peace (1974, 1977, 1980 e 1983). Oggetto: le indagini romanzate sullo Squartatore dello Yorkshire, che realmente colpì nella contea inglese tra gli anni '70 e '80. Il canale televisivo, con la sua commissione, ha puntato chiaramente sulla coniugazione tra Tv e cinema: ha scelto tre registi cinematografici, uno sceneggiatore unico - Tony Grisoni - con molti lavori importanti (l'ultimo, Tideland di Gilliam) e un cast di attori dal grande schermo. L'obiettivo è raccontare la complessa storia di Peace con la carta dell'alternanza stilistica: gli autori sono "lasciati fare", non si conformano tra loro, anzi sul collante dello script comune declinano l'intreccio secondo le proprie sensibilità, cesellando così tre oggetti in successione ma di fatto diversi, affidati alle interpretazioni singole. In 1974 Julian Jarrold presenta subito le due anime che muovono la saga: da una parte la lunga detection, dall'altra lo sfondo significativo della storia inglese di quegli anni. Sia dal lato politico che sociale già proliferano allusioni che, stratificandosi sullo sfondo, in alcuni tratti simbolici vengono avanti e traspaiono in primo piano: nel pieno dell'indagine la radio annuncia lo sciopero dei minatori, nel finale il germe della violenza scoppia nelle forze dell'ordine. In mezzo abbiamo un serial killer movie visto dalla redazione di un giornale: con brevi, fugaci pennellate viene evocata un'atmosfera grave, la cifra di uno Yorshire polveroso esattamente come la fuliggine che si leva dall'incendio del campo nomadi; un luogo/personaggio che occulta, dove i fatti non si distinguono, qualcuno sa ma non dice, nessuno si stupisce per un delitto che è nell'ordine delle cose. "E' la verità che conta", dice Eddie Dunford (Andrew Garfield), che si butta nel caso come antidoto per la morte del padre. E solo più avanti, dopo il graduale coinvolgimento con Paula (Rebecca Hall), sarà chiaro il senso della sua segnalazione narrativa: risolvere il caso è anche conoscere la verità su sè stessi. Se da una parte, allora, questo primo tassello denuncia un certo ripiegamento sulle tappe dell'indagine procedurale (con polizia, giornali, omicidi a catena), dall'altra sviluppa l'avvincente concezione del serial killer come virus: esso contagia chi ha intorno, sconfina nella vita personale, sovverte la regola narrativa sfiorando la soluzione per poi perderla di nuovo. Jarrold, abituato ai libri difficili (viene da Brideshead Revisited di Evelyn Waugh), costruisce un'atmosfera deviata con simboli e segni (l'ossessione del cigno) e azzecca almeno una splendida sequenza onirica - l'incontro di Dunford con la madre -, sempre fermo restando la riflessione intrinseca sulla parabola del proprio Paese.
Così Jarrold: In Red Riding c'è già uno spaccato di storia britannica, io mi sono occupato solo di sistemarlo in forma drammatica.

Voto:  7                                              Emanuele Di Nicola

 

The Red Riding Trilogy 1980 
(James Marsh)

(Gran Bretagna   -   2009   -   103')


Yorkshire, 1980. L'esperto detective Peter Hunter riceve una chiamata dal ministero dell'Interno: il serial killer noto come lo Squartatore dello Yorkshire ha ucciso la tredicesima vittima, il dipartimento di polizia non sembra in grado di fermarlo. L'uomo inizia una nuova indagine, analizzando alcuni elementi trascurati dall'inchiesta precedente; si avvale della consulenza di Helen Marshall, sua ex amante, ma i due faticano a tenere separate le questioni personali. Hunter elabora un'ipotesi diversa da quella ufficiale.

In 1980 l'assassino assume esplicitamente l'aspetto di angelo del male: nell'avanzare di un'inchiesta logorante, che fa impazzire chi la conduce, il lato criminale è ormai tracimato in quello intimo e personale. La saldatura è avvenuta, ce lo attesta l'appello del poliziotto impazzito a inizio film il quale, rivolgendosi direttamente al killer, afferma in diretta Tv: "E' come se ti conoscessi...". Acquisito il dato sovrannaturale, ovvero il sospetto di un colpevole inafferrabile perchè ultraterreno - ipotesi sorretta dalle ali di 1974 -, l'azione di Peter Hunter (Paddy Considine) si configura come lotta dell'uomo contro il mito: per interrompere le morti, certo, e soprattutto per riportare la vicenda su un piano più spiegabile e terreno. Ma lasciarsi coinvolgere è il pegno da pagare per chi si applica a questo caso: così il rapporto tra Peter e Helen (Maxine Peake), che scorre parallelo all'indagine, parte in sordina per poi farsi drammatico. La contaminazione lavoro/privato si completa con la lite tra amanti che scoppia sul luogo del delitto, trovando il suo culmine nel momento della rivelazione dell'aborto, che non è affatto slegata dalla vicenda principale: il serial killer, idealmente, ostacola anche le nascite, cioè impedisce ai suoi cacciatori di riprodursi. Il caso è una maledizione. James Marsh, alla difficile prova di mezzo, blinda il secondo film con richiami al capitolo precedente (i bambini che sparano per finta come poliziotti) e prepara strategicamente le evoluzioni successive. Nel finale, poi, esaspera volutamente il dato di un'autorità violenta; una violenza più brutale perchè istituzionalizzata, iscritta e accettata nel corpo sociale, che lancia concretamente l'idea di una corruzione complessiva e generalizzata. A livello stilistico, purtroppo, nella seconda parte l'esposizione della vicenda sbanda vistosamente sul fronte della lucidità: molto all'inizio, ma a tratti anche nello svolgimento, il film è invaso da un'ondata di informazioni di chiara matrice romanzesca, con una proliferazione di nomi, fatti, circostanze che presto si smarriscono nella memoria. L'intreccio fluviale dei romanzi di Peace, in questo caso, non viene sempre riletto e rappresentato in modo personale, ma più semplicemente enunciato: in tal senso 1980 è l'unico della trilogia che soffre la complessità della fonte letteraria di riferimento.

Voto:  6,5                                                            Emanuele Di Nicola

 

The Red Riding Trilogy 1983
(Anand Tucker)

(Gran Bretagna   -   2009   -   100')


Yorkshire, 1983. Una bimba scompare all'uscita di scuola. Il caso ricorda chiaramente gli omicidi del 1974, per i quali è stato condannato un uomo infermo di mente. L'avvocato John Piggott si convince dell'innocenza del suo cliente. Il commissario Maurice Jobson, che ha firmato l'incriminazione, comincia ad avere dei dubbi. Piggott ritiene che la confessione sia stata estorta dalle autorità e comincia a indagare da solo, anche Jobson segue una nuova pista. I due sono vicini all'identità del vero Squartatore.

Anand Tucker, autore dell'ultimo episodio, firma il capitolo che scrive il senso della trilogia. 1983 ci conferma alcuni dati come tratti distintivi dell'operazione, vedi le situazioni sentimentali che si sviluppano sempre, inevitabilmente durante l'indagine: un approccio che, ormai evidente, vuole suggerire un parallelismo ideale tra morte e sentimento (diversi personaggi, stessi scenari), sulla scia di un mistero che impedisce di amare, finchè non sarà sciolto non consentirà la realizzazione di coloro che vi si applicano. Raccontando la fine della storia, a sorpresa, il regista di Shopgirl è quello che osa di più: in molte fasi rompe l'andamento narrativo lineare e apre parentesi rarefatte, riempiendole con squarci figurati, preferendo l'evocazione alla narrazione: basti citare l'immaginaria "riapparizione" della bambina, immortalata con finte ali di cigno, a riproporre il dualismo base candore/perversione, o tutto il memorabile spezzone finale nello scantinato. La doppia "caccia" conclusiva, condotta dal commissario Jobson (David Morrisey) e dall'avvocato Piggott (Mark Addy), svela anche l'obiettivo narrativo che i tre film perseguono: utilizzare le principali figure della detective story, ovvero gli archetipi del giornalista (1974), il detective (1980), il poliziotto e l'avvocato (1983), applicandoli tutti al medesimo caso. In questo senso la trilogia, acutamente, diventa anche un ripensamento dei codici di genere: un'inchiesta che continua per tre film, due dei quali non offrono la conclusione, ma la sua posticipazione e la momentanea vittoria dell'assassino (che dunque "vince" in due casi su tre). Oltre l'aspetto filologico e i riferimenti che sorgono spontanei (ad esempio Zodiac di Fincher), però, la Red Riding Trilogy resta soprattutto un ampio spaccato sociale, lo ribadisce il finale: sempre nel rispetto visivo dell'epoca considerata (i film seguono i dettati figurativi degli anni in cui si collocano), la vicenda sfocia in una conclusione nerissima come metafora della perdita dell'innocenza collettiva. Poliziotti corrotti, metodi violenti, politici deviati, cittadini/vittime pronti al sacrificio, soldi e perversione: i film di Jarrold/Marsh/Tucker sono un attacco in tre tempi alle deviazioni del potere britannico negli anni '70 e '80, che vede il serial killer come sfogo esterno di una malattia interiore e contagiosa. Malgrado tutto, all'ultimo affiora l'elemento identitario: "Siamo figli dello Yorkshire", chiosa uno dei personaggi, nel bene e nel male evocando il mastice del territorio, riaffermando l'idea di comunità, esprimendo implicitamente la speranza di un domani migliore.

Voto:  7                                                           Emanuele Di Nicola

 

Dive allo specchio
(Gilles Jacob)

(Francia   -   2009   -   15')


Il presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, ha firmato questo montaggio che raccoglie riprese di film - tutti mediamente celebri - con le interpreti femminili davanti a superfici riflettenti (titolo fuorviante: non sempre è uno specchio). Uno studiato florilegio in cui le sequenze, tratte da opere diverse, si affiancano con cura per formare un unico spazio pellicolare: in questo modo si evoca il concetto stesso di Cinema, dove la recitazione, il corpo, il narcisismo del mezzo (non senza ironia) diventano a loro volta allegorie della stessa visione. Lavoro peculiare e composito, che recluta Jean Seberg come Giovanna Mezzogiorno (!), è un dono per cinefili e insieme il pegno di un innamorato, Jacob, al proprio oggetto d'amore, il cinema. Con una certa classe.

Voto:  6,5                                                       Emanuele Di Nicola

 

 

L'Altro Cinema - Extra

Bancs publics (Versailles rive droite)
(Bruno Podalydès)

(Francia   -   2009   -   110')


A una finestra del centro di Versailles è appeso un cartello con su scritto "homme seul" che incuriosisce i funzionari di un ufficio di fronte. Il parco e il ferramenta sono lo spazio per l’esplosione delle piccole follie del quotidiano.


Quel lato buio delle cose

Bancs publics, titolo mediato dalla stupenda canzone di Brassens che apre il film, fotografa quello che accade in una stessa giornata in tre luoghi pubblici diversi (l'ufficio, il parco, il ferramenta), tenendo insieme il tutto grazie a dei sottilissimi fili narrativi (la vicenda dell'homme seul, il compleanno di Solange e altri) che non si impongono mai l'uno sull'altro: nessuno di essi diventa, infatti, propriamente una storia, limitandosi ad alludere a un'unità di fondo che riguarda la condizione di tutti i personaggi; la regia di Podalydès è priva, però, di un approccio organico, di un ordine precostituito e la visione è registrata a scatti: vedere, conoscere è quasi un rubare che restituisce il mondo a pezzi consegnando allo spettatore il compito di provare a rimetterli insieme.
Vedere rubando: quello che fa Podalydès nelle sue visuali scorciate in cui il limite, sia esso spaziale (un muro, una siepe) o temporale (il cambio-immagine di una telecamera a circuito chiuso), è sempre presente e che già in apertura è messo in risalto dalla ripresa strettissima sui tacchi della protagonista e dalla lunga e maliziosa carrellata di spalle, chiaro rinvio alla Marnie del voyeur per eccellenza; ma anche quello che fanno tutti i personaggi che in ogni modo cercano di orientarsi nelle loro vite, spaesati come sono, spiando gli altri: ci si avvicina dopo aver origliato una telefonata, si osservano di nascosto le bizzarrie di ognuno, si cerca di capire cosa fa il collega sul computer accanto e su tutto quello che non si conosce si immagina una storia. Bancs publics è allora sì un film sulla solitudine, sulla paura strisciante del quotidiano, sulla incomunicabilità: i personaggi, e il debito nei confronti di Resnais in questo come per la struttura narrativa aperta è palese, sembrano tutti chiusi nel proprio guscio (gusci sono la capanna-gioco in cui il barbone dorme, la radio della ex professoressa che la isola dalle conversazioni attorno a lei e la partita a backgammon dei due vecchi), e si limitano a incrociarsi tra di loro, senza mai aprirsi a vicenda; ma è anche, e soprattutto, un film sul cinema e le sue possibilità infinite di raccontare storie a partire da squarci rubati, ovvero sulla vocazione irrinunciabile dell'uomo a riempire le cose immaginando il lato che non si può vedere: quello che appassiona tutto l'ufficio è il buio che c'è dietro le finestre dell'homme seul e rispetto al quale ognuno sembra costruire la sua lettura, vicini compresi, fino a che non arriva chi impone la propria andando di persona a fare luce. La luce, però, non è quella della verità, che sapremo alla fine essere un'altra, ma quella dell'arte: l'arrivo della protagonista proietta tutta la sua immaginazione disperata sull'homme seul, come fosse uno schermo bianco cui imporre i colori che si è creati nella propria testa e che sono più veri del vero, contattando quella dimensione profonda, buia, che precede la fattualità delle cose; assistiamo, dunque, alla creazione di un « film » che sul finale tutti guardano appollaiati alle finestre, e anche qui l'ipotesto hitchcockiano è chiaro, e che s'interrompe all'improvviso nel dirompere di un bacio finalmente conquistato. Podalydès conclude, allora, con una sospensione doppia: quella del « film » nel film, il cui esito è lasciato alla fantasia dei colleghi e degli spettatori (forse l'arte non riempie il vuoto delle cose, ma ne restituisce la parzialità?); e quella del suo ritratto collettivo che si chiude senza che qualcosa ne abbia determinato la fine, così come era iniziato.

Voto:  7                                                            Francesco Di Lella

 

Bunny and the Bull
(Paul King)

(Gran Bretagna   -   2009   -   95')


Stephen Turnbull non esce dal proprio appartamento da mesi e vive all'interno di una routine protettiva ma asfissiante. Sconvolto, è costretto a cambiare il ritmo della sua vita vagando all'interno della propria mente per cercare le ragioni della propria alienazione. Ripercorre così, nel suo labirintico archivio mentale, il folle viaggio in Europa fatto con Bunny, il suo amico più caro interamente dipendente da sesso, alcol e gioco d'azzardo. (dal catalogo)

The science of what?

Paul King dichiara di ispirarsi a The science of sleep di Michel Gondry. L'esordiente regista inglese, passato in televisione e teatro, così facendo, svela l'equivoco che sta alla base di questa idea di "ispirazione": ricostruire lo stile di un altro - che a sua volta ha padri illustri, vedi i surrealisti -, seppure in maniera meticolosa e studiata (i titoli di testa), non significa raggiungere l'alto esito del modello di riferimento. Addirittura, il regista non rifà esattamente MG: si applica piuttosto a ricreare una serie di segni e codici che considera "gondryani" mentre lui, Gondry, come noto, non è artista statico ma in perenne riflessione e mutamento. Dunque Bunny & The Bull tenta l'impossibile, fissare e congelare una concezione cinematografica mobile, e non vale l'oncia di una sequenza di The science of sleep. Detto questo, ci resta tra le mani un film a tappe (quelle del viaggio Stephen/Bunny) più o meno riuscite, ma tutte ugualmente giocate sulla boutade, la sorpresa o beffa del momento, senza progressione drammatica sostanziale. Bricolage spinto, sfondi animati e vasto impiego di stranezze calcolate (la peggiore, l'incontro col matador) per un'opera che, addirittura, prova infine a sorprendere con fusione dei generi grottesco-drammatico, scivolando anche su questa (il grottesco non spiazza, il dramma non coinvolge). L'atteggiamento positivo del pubblico, a mio avviso, è stato dovuto alla rassicurazione che deriva dall'assistere a qualcosa di famigliare: "è esattamente come...", "sembra proprio...", e vari altri modi per dire che l'oggetto non risulta rilevante in sé.

Voto:  4,5                                                           Emanuele Di Nicola

 

Simon Konianski
(Micha Wald)

(Belgio/Francia/Canada   -   2009  -   100')


A 35 anni suonati, Simon, torna a vivere con suo padre, reduce dai lager. I due si rendono la vita impossibile, ma quando suo padre muore, Simon decide di esaudire le sue ultime volontà: essere sepolto nel villaggio in cui è nato. Ne scaturisce un road-movie inedito in cui Simon, insieme al figlioletto, copre un tracciato picaresco e comico accompagnato dal fantasma conviviale del padre e una serie di personaggi da fumetto pop. Il progetto di Micha Wald, già presentato a Roma, nel 2007, alla Fabbrica dei Progetti, una volta film, finisce dalle parti di Milehanu e Benigni, ovvero tra i pochissimi capaci di trattare il retaggio dell'olocausto con uno spirito da commedia. (dal catalogo)


Memoria e favole

Ancora una volta il cinema si confronta con l’Olocausto e con il problema della memoria, ma lo fa attraverso un’ibridazione di generi che dà vita a un’opera divertente e ricca di stimoli senza mai lo scopo di proporre delle lezioncine facili e retoriche, conservando fino alla fine (e soprattutto lì) il suo ingrediente principale: il gusto di raccontare una bella storia. Centro del film sono, infatti, Simon e il mondo che lo circonda, attraversato come per cerchi concentrici: dalla famiglia (Simon è fresco di divorzio, figlio allo sbando, incapace di dare un indirizzo alla sua vita, alle prese a sua volta con un figlio a cui non sa che dire, ma che ama al punto da rapirlo per portarlo con sé in un viaggio che « sente » essere fondamentale), alla minoranza ebrea le cui rigide marche d’appartenenza Simon si diverte a prendere furiosamente in giro, dal suo tempo privo di certezze alla Storia, il passato, lo sfondo ultimo verso cui ci si dirige. Come in Ogni cosa è illuminata, con cui sembrano esserci diverse analogie (gli spunti comici, lì molto meno spinti, e la dimensione familiare), le peripezie da Bruxelles fino al paesino polacco in cui il vecchio Ernest ha chiesto di essere sepolto, diventano un viaggio nel tempo, lo stesso che sembrano compiere le architetture fino a ritornare, nei lager, allo stato primo di baracche di legno: in quella bellissima scena, tutta piani lunghi sui campi deserti e giochi di apparizioni/sparizioni dietro le schiere di caseggiati, la Storia cessa di essere tale e diventa una Pre-Storia intima, lontana distanze infinte ma che all’infinito ritorna, anzitutto, e molto prima che come motivo di riflessione sul male, sull’uomo e sul tempo, come patrimonio identitario e repertorio narrativo di quelle storie, private e diverse per ognuno, che sembrano abitate da personaggi del mito e nelle quali il bene e il male non esistono più come valori assoluti, storici, ma solo all’interno di un’ottica formativa dall’impronta fiabesca (è il caso evidente del kapò Misha che anima i giochi di Hadrien); i fantasmi che Simon incontra non lo spingono a viaggiare per ricordare qualcosa che è passato, ma per com-prendere qualcosa che è passato e che torna sempre, che scompare e sempre ricompare (ecco perché la dialettica di cui sopra), un po’ come accade in Volver che a più riprese funziona da ipotesto.
Viaggio esistenziale, dunque, ma sempre raccontato con uno sguardo pieno di ironia verso chi, come Simon, appare disarmato di fronte alla propria vita; Wald non perde mai il gusto della scena divertente e si serve della sua capacità di costruire con pochi schizzi caratteri forti, anche giocando con i luoghi comuni, in maniera tale da creare contrasti che si stemperano nella risata, in un continuo ammiccare, si vedano in particolare i titoli di coda, allo spettatore. È però anche il limite del film, prigioniero di ruoli e schemi fissi che danno adito a situazioni spesso prevedibili, come la cena ebraica, e limitano la possibilità di sequenze cinematograficamente più libere di cui il regista è peraltro capace. Molto bravi gli interpreti, bambino incluso.

Voto:  6,5                                                                Francesco Di Lella

 

My Flesh My Blood - Moja krew
(Marcin Wrona)

(Polonia   -   2009  -   90')


Igor è un pugile che non può più combattere perché il suo cervello è fortemente danneggiato a causa di danni subiti nella sua attività in passato. Yien Ha è invece una immigrata vietnamita che lavora in un piccolo ristorante etnico. Lui vuole un figlio per lasciare il segno del proprio passaggio, lei ha bisogno di un permesso di soggiorno per restare in Polonia. Stringeranno un accordo con cui ognuno potrà ottenere quello che vuole. Un film scabro ed asciutto privo di ogni cedimento al sentimentalismo che procede senza intoppi verso un finale amaro ma inevitabile. Un esempio di come anche il cinema, nell'Europa dell'est, sembra attingere a nuovi modelli con sicurezza e libertà. (dal catalogo)


Lotta e vita

Il dramma è quello eterno della morte che tutto avvolge, rendendo inutile ogni tentativo di lasciare una traccia di sé; la messinscena, però, non ne giustifica l'ennesima trasposizione. Wrona segue la palese suggestione del Rourke decadente di The wrestler e dà vita a un'opera confusa e girata in modo piatto in cui gli unici momenti di dinamismo attingono a un repertorio formale ormai ben consolidato (ad esempio le sfocature e i tremolii, tipici dell'horror, per esprimere l'annebbiamento incipiente del protagonista). Sembra quasi che ci si compiaccia dello squallore dell'uomo su cui Moja krew apre una finestra; o forse sembra che di questo ci si accontenti come se bastasse a fare un buon film. Non è così e la sceneggiatura procede tra punti di affanno, come le varie « discese » del protagonista nella chinatown polacca, e squarci sul passato che si limitano a dare informazioni su Igor, senza rafforzarne la personalità. Interpretazioni sempre troppo cariche.

Voto:  3                                                                Francesco Di Lella

 

Rupi del Vino
(Ermanno Olmi)

(Italia   -   2009  -   54')


Ermanno Olmi in Valtellina alla scoperta del vino.


La nuova fase documentaria di Olmi si riferisce all'ambiente naturale e al lavoro dell'uomo, qui il cineasta illustra la nascita del vino attraverso una doppia suggestione parallela: la tecnica materiale e l'ispirazione mitologica. La prima segue le fasi della produzione con secca sintesi di immagini, soffermandosi sui volti dei contadini per catturarne la verità, riscoprendo l'area di Sondrio con "meraviglia", restando comunque chiaro l'intento divulgativo (il regista si augura che la zona diventi patrimonio Unesco). L'altra, ispirata a L'avventura in Valtellina di Mario Soldati (1986), presenta un tono più evocativo che descrittivo: qui la faccenda diventa delicata, si vuole rafforzare una situazione contingente attingendo al patrimonio mitico. Poggiato sull'italiano arcaico, Rupi del vino tenta di costruire e il paradosso per vari riferimenti: l'antica legge, che prevede pene severe per chi allunga il vino, la madonna con grappolo d'uva, il simbolismo estemporaneo nella scena della volpe... Olmi, che ha girato personalmente il film in digitale, sa ancora definire il quadro visivo ma soffre un chiaro limite di impostazione: non basta inquadrare la realtà - già signficativa in sè -, ma bisogna avvolgerla in un significato alto fatto di rischiose allegorie e metafore. Non basta afferrare la Valtellina, ma bisogna intonare una più generale "ode al vino", un divagare non sempre centrato sul tema, dall'esito mediamente controverso.

Voto: 6                                                                Emanuele Di Nicola

 

 

Alice nelle città

Dear Lemon Lima
(Suzi Yoonessi)

(U.S.A.   -   2009   -   87')


Alaska, Vanessa è una solitaria ragazza di origini eschimesi che viene lasciata dal suo ragazzo, Philip, poco prima di essere ammessa al prestigioso college della sua città. Esclusa da tutti i gruppi strafighi dei quali vorrebbe fare parte, raduna gli altri reietti fondando una squadra per sfidare tutti nella tradizionale gara di fine anno.

Notizie dall’Alaska

Dear Lemon Lima ci colpisce per il tocco delicato con cui la Yoonessi costruisce i personaggi, una galleria di miniature mirabili e grottesche (dalla direttrice vestita da eschimese all’insegnante di ginnastica dai modi militareschi, alla ragazza che convince i suoi genitori a cambiarle il nome in « Nothing ») pure se all’interno di un disegno narrativo ordinario che fa leva su quasi tutti i topoi dei film adolescenziali (il riscatto degli sfigati all’interno del college, la contrapposizione di questi con il gruppo dei belli&bravi, i preparativi per la gara finale); la regista è abile nel restituire la sincerità del punto di vista della protagonista, Vanessa, e della sua « età acerba » piena di fissazioni (il rapporto con il suo ex, l’intellettualoide Philip), di potenzialità inespresse, di fantasia e di paura di crescere, avvalendosi, come filo conduttore, anche del diario, restituito con la voice off e con una ricerca grafica che non raggiunge risultati mirabili dal punto di vista estetico, ma che di sicuro è efficace, come lo è la scelta del digitale, particolarmente adatto a riprodurre il non-finito di quell’età. Interessante è poi il contrasto nella rappresentazione del college tra l’apertura (quasi forzata) alle minoranze etniche e il riprodursi della stessa mancanza di rispetto propria di tutte le scuole del mondo verso i più deboli in una struttura competitiva che premia sempre chi è forte. Peccato per gli svarioni di sceneggiatura, piccoli e grandi, della seconda parte: non risultano comprensibili alcune evoluzioni interiori di Vanessa come il suo temporaneo ritorno con Philip che sembra soddisfare solo la necessità di movimentare la storia, arenata, infatti, su sviluppi narrativi prevedibili (e previsti: da quando è annunciata la gara il film consisterebbe solo in una serie di scene di allenamento); davvero fuori luogo è, invece, il suicidio di Hercules (anche questo un tentativo di salvare la seconda parte?) che modifica profondamente, e pare non ce ne si renda conto, il tono del film, facendolo precipitare all’improvviso verso il tragico e il patetico. Tutti bravi gli attori, adulti e ragazzi.

Voto: 5,5                                                             Francesco Di Lella

 

Last Ride
(Glendyn Ivin)

(Australia   -   2009  -   100')


Kev è in fuga, non sappiamo perché, e decide di portare con sé suo figlio Chook in un viaggio senza meta e senza speranza per gli spazi infiniti dell’Australia.

Edipo scabro

Rispetto ai titoli che di solito propone la sezione Alice nella città Last ride si distingue per i toni, le scelte strutturali e le tipologie di personaggi, svincolandosi da ogni marca di film per ragazzi; l’opera di Ivin, fondendo in maniera intelligente il road movie di fuga e perdizione con il bildungsroman di un bambino, ci presenta una variante sul tema topico del contrasto generazionale padre/figlio a partire da un punto di vista neutro, retaggio, forse, della formazione documentaristica del regista: quello di un « terzo passeggero » che guarda l’infanzia da fuori, restituendo una visione scabra della famiglia; Ivin racconta per ellissi e ci permette di prendere parte a un viaggio di cui ignoriamo i motivi e le condizioni: saranno gli sguardi, i silenzi, i non-detti e le allusioni velate, oltre che qualche flashback, unica scelta che rompe il mirabile equilibrio raggiunto in un ritratto in cui conta quello che non si dice, a fare un po’ di luce su una verità di prepotenza e di infanzia abbandonata, tracciando dei personaggi densi e sofferti: il padre, violento per amore, un uomo in fuga verso il niente, libero in spazi infiniti e prigioniero di sé (e la regia sottolinea con immagini severe e mai oleografiche l’apertura sterminata dei paesaggi australiani che sembra fare da controcanto a una storia mossa dalla forza centripeta della disperazione); e il bambino con la sua sensibilità per la vita costretta al disincanto, cresciuto con l’affetto di un amico del padre. Le ambiguità restano e sono la forza del film (non si capirà fino alla fine il rapporto tra il piccolo Chook e il suddetto amico) aprendo i personaggi all’irriducibilità dell’indefinito: accade, in particolare, sul finale che pone in risalto il conflitto intimo dei sentimenti di Chook, il suo oscillare tra quella che gli sembra l’unica via d’uscita possibile e l’amore disperato verso il padre nel quale si ostina, contro ogni evidenza, ad avere fiducia; è ancora il mito di Edipo riproposto in tutta la ricchezza delle sue sfumature e del quale è messa in evidenza la pars destruens, il momento in cui il « nido » si sfascia, mentre il futuro resta un'incognita nebulosa: più che un bildungsroman Last ride è, allora, un viaggio dalla forma all'informe, un racconto di annichilimento dove la formazione è tutta da venire. Notevole la sensibilità estetica: folgorante l’inizio, una ripresa all’alba su un parcheggio con le auto bagnate dall’umidità che creano nell’immagine un effetto di densità di colore che richiama quasi il film d’animazione.

Voto:                                                            Francesco Di Lella

 

Eleanor's Secret - Nat e il segreto di Eleonora
(Dominique Monféry)

(Italia/Francia   -   2009  -   78')


A Natanaël, che ancora fatica a imparare a leggere, la zia Eleonora lascia in eredità tutta la  sua biblioteca piena delle preziose prime stampe di moltissimi libri di favole; per risolvere alcuni porblemi economici i genitori decidono di venderli, ma gli eroi delle storie escono fuori per ribellarsi al loro padrone e chiedergli di salvarli.

Il segreto di Eleonora è un film di animazione per bambini che innesta su una storia di per sé non troppo coinvolgente (il romanzo di formazione di un bambino che deve riuscire a leggere una formula magica, superando le sue paure) alcune trovate notevoli: è il caso della fuga dal granchio nel castello di sabbia, come della scena in cui a Natanaël le parole si confondono davanti agli occhi, invadendo la stanza di onde di lettere tra cui il bambino crede di affogare; ma quello che colpisce in particolar modo è la sensibilità segreta, intima, di canettiana memoria (cfr Auto da fè), verso i libri, vissuti come qualcosa di vivo e in continua comunicazione reciproca, dotati di quella forza che viene in soccorso e permette di crescere; quella sensibilità che qui, trasposta in chiave fantastica, dà vita a questo pregevole gioco, più raffinato di quanto possa sembrare, ma che si percepisce essere autentica coscienza del valore formativo che ha in tutti noi il patrimonio mitografico.

Voto:  6                                            Francesco Di Lella

 

Mille Neuf Cent Quatre-Vingt-Un - Nineteen Eighty-One
(Ricardo Trogi)

(Canada   -   2009  -   132')


Ricardo, undici anni, dopo un trasloco deve cercare nuovi amici. Come fare a sorprenderli per essere accettato? Romanzo di formazione tra cubi di Rubik, videogame in 2d, walkman e k-way.

Un diario in poliestere

Il terzo film dell'italocanadese Ricardo Trogi, un racconto autobiografico della sua vita di ragazzino all'inizio degli anni Ottanta, colpisce per il ritmo rapido e la sensibilità vivace con cui il regista riesce a restituire i toni e i colori di quel periodo, così simili in tutto il mondo occidentale, e, in particolare, l'esplosione di quell'individualismo consumistico che si intreccia in maniera indissolubile con i percorsi della crescita e dell'auto-affermazione in società, ovvero, tra gli amici. Mille neuf cent quatre-vingt-un è, infatti, soprattutto questo: un romanzo di formazione (in perfetta linea con tutti i film di Alice, tanto che al Festival ci siamo chiesti: può un film su un bambino in età preadolescenziale sfuggire completamente allo schema del romanzo di formazione?) che fa leva sulla dicotomia verità/menzogna al tempo in cui l'Apparire regna sovrano (la scelta degli amici è determinata da un k-way) e impone modelli cui adeguarsi, rispetto ai quali il piccolo Ricardo dovrà imparare a essere autonomo, conquistando un rapporto più sereno con sé stesso, gli amici e i miti di gruppo (notevole la scena della confessione). Aldilà dell'attenzione ai personaggi, tutti ben costruiti, e dell'equilibrio narrativo che Trogi cerca e, in massima parte, trova, facendo eccezione per alcuni snodi della seconda parte che risultano un po' forzati, come il rigetto del padre, incrociato a suonare in un bar, è su un piano squisitamente formale che si determina il valore di Mille neuf cent quatre-vingt-un; è il caso, ad esempio, della voice off che garantisce il ritmo e dà al racconto il sapore del diario, spostando l'attenzione, come una lente distorcente, dai fatti, di per sé poveri, al racconto stesso; ammirevoli, poi, le invenzioni visive sparse qua e là come l'elenco dei prodotti-simbolo degli anni Ottanta, le fantasie di grandezza in tema Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, la geniale rivisitazione onirica del Piccolo principe che colorano una regia già di per sé vivace. Bravi tutti gli attori.

Voto: 6,5                                              Francesco Di Lella 

 

Oorlogswinter
(Martin Koolhoven)

(Olanda   -   2009  -   103')


Olanda occupata, 1945. Michiel, un ragazzino di tredici anni, non sopporta il padre per i suoi toni accomodanti con i nazisti e adora lo zio, membro attivo della resistenza alla quale è ansioso di prendere parte, fino a quando il vicino di casa npon gli dà l'incarico di consegnare una busta che lo porterà a incontrare un giovane americano ferito da salvare.

Sotto la neve

Il colore dominante in Oorlogswinter è il bianco della neve che copre la terra e che, posto in risalto dalla regia di Koohlhoven, sembra prolungarsi nelle mani, nelle facce dei protagonisti e nelle loro case, nei loro vestiti; tutto è congelato al tempo dell'occupazione e i movimenti, le passioni, le resistenze sono spiriti sottili che per esistere devono nascondersi dietro il velo del distacco: Koohlhoven istituisce una dialettica tra il sopra, quello della coltre di neve nel bosco, della valigia dello zio e, più in generale, dei volti gentili e impassibili di chi riesce, nonostante tutto, a fare finta che niente stia succedendo, e il sotto, sia esso un nascondiglio o un doppio fondo pieno di carte segrete o le urla della disperazione che scoppiano all'improvviso. Se la guerra è il tempo in cui un gelo interiore cristallizza le apparenze, Oorologswinter è il racconto del disgelo che irrompe dal profondo: la ricerca di identità che Michiel porta avanti sotto il ghiaccio della finzion, svelando le maschere di quel gioco delle parti autodistruttivo (il padre da un lato e lo zio dall'altro) e riprendendo a vivere, è il suo modo di fare resistenza che qui assume, dunque, un tono tutto intimo: il prigioniero americano di cui Michiel vuole prendersi cura è, per lui, innanzitutto una questione privata, una maniera di opporsi per sentir-si uomo. Volontà di partecipazione e percorsi auto-individuativi adolescenziali, dei quali ritornano alcuni motivi topici, come il rapporto conflittuale con il padre, si uniscono, e felicemente, in questo film dai toni quasi sempre smorzati, fatti salvi alcuni eccessi davvero evitabili (il ralenti sulla morte del padre e il finale con lo zio) e dalla sensibilità estetica meritevole: si veda l'attenzione ai colori, così densi di significato, o le riprese di movimento, quelle in carrozza o in bici o, soprattutto, quelle di corsa in senso inverso (anche quest'andare contro, così simbolico) alle masse. Colpisce, infine, il talento dei giovani attori.

Voto: 6,5                                                         Francesco Di Lella

 

Prinsessa
(Teresa Fabik)

(Svezia   -   2009  -   91')


Un’adolescente obesa ci prova nello spettacolo.

Grasso è brutto

Il valore percepito e quello reale dell'aspetto esteriore, la consistenza della società dello spettacolo, le relazioni con l'altro nella fase della crescita: sono queste, isolate dal contesto, le linee basilari su cui riflette il film della regista svedese Teresa Fabik. La vicenda di Maja (l’apprezzata Zandra Andersson), diciottenne in sovrappeso e portata per la recitazione, è il grimaldello per una serie di considerazioni: l’obesità “interna” – nella propria casa/con la propria madre – si configura come molto diversa dall’obesità “esterna” – al di fuori/con il mondo adulto - , che scoperchia il dolore trattenuto e rischia seriamente di sopraffare la protagonista. Nell’ambiente televisivo, però, dopo l’iniziale, devastante sofferenza si realizzerà il concetto basilare: c’è posto per tutti, ognuno ha il suo ruolo, la grassezza è una forma scenica. Così acquista senso la vicenda parallela di Erika, giovane regista squattrinata che “vende” Maja come protagonista del suo film (evidente alter ego della Fabik); nell'intreccio, se inquadrato in una dimensione etica, questo risulta inaccettabile e decreta la svolta narrativa dell’amicizia tradita, ma diventa invece comprensibile e liberatorio in quanto riflessione sul girato stesso: Maja non è più letteralmente grassa, ma fa il personaggio dell’obesa, nella fiction tutto è sempre lecito. Illustrato lo spunto più rilevante, resta da dire che Prinsessa è comunque film a tema: costruito per tappe, girato piuttosto anonimamente, pensato per spiegare/imporre la propria visione, sbilanciato su macchiette spudorate (la biondina odiosa, l’amico gay), con un finale correttissimo che scioglie tutti i nodi del “coming of age”.

Voto: 5                                                        Emanuele Di Nicola

 

Sotto il Celio Azzurro
(Edoardo Winspeare)

(Italia/Francia   -   2009  -   96')


Winspeare racconta un anno della scuola materna “Celio azzurro” nel cuore di Roma mostrando un possibile modello di integrazione.

Un’oasi nel deserto

Sotto il Celio Azzurro ci immerge nella quotidianità di bambini e maestri, aprendo una finestra su problemi e realtà sociali e raccontandoli in maniera tale da non perdere mai (o quasi: nel finale sul campo scuola a Sperlonga si scade verso il filmino delle vacanze) il ritmo: si vedano i colloqui con i genitori, montati in parallelo, o la gestione dell’ingresso dei nuovi maestri; apprezzabile è, poi, la sensibilità mai artefatta nel descrivere l’infanzia. Quello che si fatica a intuire è un disegno di fondo che dia al film una struttura formale solida in grado di aprire la realtà contingente alla polisemia dell’arte, come accadeva nel modello cui Winspeare si rifà, ovvero Etre ou avoir; qui è chiaro il piano ideologico dell’operazione (la creazione di un’oasi, tutta fatica e lavoro, che possa fungere da modello per il deserto che la circonda), ma Winspeare gira in maniera piuttosto piatta e le regressioni fotografiche all’infanzia dei maestri (tutti!), per quanto simpatiche, sono spia dell’amatorialità del prodotto.

Voto: 5,5                                                              Francesco Di Lella

 

 

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