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Appaloosa
(Ed Harris) (U.S.A.
- 2008
- 114') |
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New Mexico 1882. Randall Bragg ruba e uccide nella città di Appaloosa, Virgil Cole e la sua spalla Everett Hitch sono pagati per fermarlo.
Western degenere
Dal libro-pretesto di Robert B. Parker, riscritto filologicamente con Robert Knott, Ed Harris gira e interpreta un western che coincide con il suo superamento: la totale confidenza con i codici ottiene una rilettura studiata e consapevole. A partire dal prologo musicale di Jeff Beal, che include il rullio degli zoccoli nel sound complessivo, e sfocia nella parodo dei bimbi in veste corifea per definire gli accadimenti considerati. In questi il carattere di Virgil Cole è segnato dalla sovrapposizione: il lavoro di sceriffo trabocca nella vita – come da segnalazione diegetica di Allison French -, il ruolo è talmente elevato da confondersi con il giusto e dettare la Legge. Cole che cambia le regole di Appaloosa è Harris che rivede il codice di genere: in questo West il primo pistolero è afflitto da una gamma di debolezze (il principio di dislessia: la voce classica fatica a parlare) e finisce con un handicap impensabile per la frontiera, l'aurea romantica non avvolge la donna bensì l’uomo, il duello decisivo è affidato al comprimario. A ben guardare, però, Appaloosa mette in dubbio il concetto stesso di protagonista: Mortensen e Zellweger, che girano intorno a Harris in funzione di catalizzatore, tentano di liberarsi per guadagnare lo status di “character dominante”, non di rado vi riescono pienamente. Oltre le ovvie citazioni (Ford e Hawks su tutti), allora, il western si specchia e si vede rovesciato; imprime così una forte impronta metatestuale, con tracce letterali ma anche implicite (Virgil che scruta Allison al binocolo, ovvero “mettere a fuoco” il contesto), rivoltamenti ironici e mai univoci, parecchie porte spalancate che invitano all'interpretazione. Profondo resta il rispetto verso i padri: si prenda la lunga vestizione di Cole, un'attenzione al dettaglio minimo che confessa la riverenza al modello di riferimento, insieme all'idea che la svolta ha più valore se prima si imbocca la strada principale. Appaloosa è il film che ufficializza il sodalizio Harris/Mortensen: l'influenza del secondo va vista come dato pesante, non solo sulle scelte tecniche, e se non è regia a quattro mani diventa ormai lecito puntare sul prossimo esordio dell'attore; d'altronde la coppia già rielabora l’esperienza comune, vedi l'esplosione violenta di Virgil nel pub che, a ruoli invertiti, si riallaccia alla metamorfosi di Tom Stall nel giardino di casa in A History of Violence. Deviazioni dalla superficie.
Voto:
7
Emanuele Di Nicola
Voto:
6,5
Francesco Di Lella
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Il sangue dei vinti
(Michele Soavi)
(Italia
- 2008
- 110') |
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Tre fratelli durante la seconda guerra mondiale: una repubblichina, un partigiano e un neutro, dalla parte del “vecchio buonsenso” che si riconosce nel dovere, le cui vicende si intrecciano - misteriosamente - con quelle di due sorelle e della figlia di una di loro.
Oltre i confini del Brutto
Il sangue dei vinti è un film sulla resistenza. La “r” minuscola è voluta, perché la resistenza cui faccio riferimento non è la guerra di liberazione dal nazifascismo, ma piuttosto quella che lo spettatore deve opporre durante la visione del “film” - nel senso letterale di pellicola che viene proiettata sullo schermo, perché film questo certo non lo si può definire - alle fortissime spinte di natura innanzitutto fisica che lo porterebbero in un lampo fuori dalla sala. Ma perché resistere? La risposta non c’è, almeno non nel film; personalmente sono rimasto fino alla fine per una curiosità estetica, domandandomi fino a dove potesse spingersi il Brutto (questo sì con la lettera maiuscola, visto che Soavi ne dà un’incarnazione assoluta). E non sono rimasto deluso: Il sangue dei vinti, eccezionale in questo, supera qualsiasi aspettativa. Quello che ci interessa analizzare in questa sede non riguarda la polemica che il “prodotto” di Soavi - non me la sento di chiamarlo né “opera”, né “lavoro”, ma anche “prodotto” è improprio, visto che in realtà non lo è del tutto: ne manca ancora più di metà che andrà a costituire un’imperdibile fiction in quattro puntate - suscita all’interno del dibattito (di per sé comunque inquietante) sul revisionismo, bensì le scelte puramente formali, estetiche appunto, che ne sono alla base e che lo rendono un film brutto di un Brutto oggettivo (come oggettivo può essere il Bello di 2001 o della Commedia dantesca).
Di solito è difficile essere così lapidari, o assoluti, senza risultare acritici; qui è proprio il pensiero critico che conduce all’assolutezza: nella fiction di Soavi non c’è nulla di positivo, di salvabile, nulla che giustifichi la presenza in sala. La cifra formale è la sciatteria: non c’è alcuno sforzo per dare al racconto una parvenza di logica; non ci si preoccupa di integrare i due filoni narrativi di cui la vicenda si compone (i tre fratelli da un lato e il rapporto madre/figlia dall‘altro) e si ha spesso la netta sensazione di star vedendo due film diversi; non c’è giustificazione interna alla dislocazione temporale anni ‘40-‘60, alla base dell’atto del raccontare (è Placido che racconta come andarono i fatti alla figlia della Bobulova, cresciuta), visto che la ragazza pare sapere già tutto (la scelta dà però motivo di altre scene madri di disperazione urlata); non c’è, nella ricostruzione degli anni ‘60, un qualsiasi indice temporale - costumi, scenografie - che ci permetta di capire che non siamo nel 2008; e il lato “giallo” della vicenda è risolto, e nella maniera più prevedibile, dopo circa un’ora e per il resto del tempo non è più ripreso. Il regista fa poi largo uso di tutte le strategie retoriche che conosce per moltiplicare fino all’inverosimile l’aspetto patico, non risparmiandoci niente: si vedano di omicidi gratuiti, privi cioè di senso nello sviluppo narrativo (quello dei genitori), durante i quali la cinepresa indugia a lungo sui fiotti di sangue con intenti tutt’altro che pulp; si vedano gli spudorati (e questo Festival dà abbondante materia di riflessione sulla categoria del pudore nel cinema) ralenti in tutte le scene già di per sé troppo forti (un esempio: dopo il bombardamento di San Lorenzo la cinepresa riprende le macerie fumose delle case e, all’improvviso, un cavallo, per di più bianco, attraversa al rallentatore la scena; perché?); si vedano le musiche di chitarra, che dovrebbero essere autonomi significanti di “dolcezza” e “malinconia”, ma che, invece, risultano solo patetiche, essendo lontana anni luce la dimensione sottile e delicata del sentimento; si vedano i dialoghi, un susseguirsi di proclami altisonanti, sentenze storiche e frasi a effetto, che sono indice dell’assente principale del Sangue dei vinti: l’uomo.
Non c’è personaggio che non sembri un fantoccio piazzato lì a sbraitare il proprio credo ideologico, sia questo politico o morale, a esplicitare la propria “funzione“ narrativa: la simbologia che dovrebbe associare la guerra di liberazione partigiana al contrasto tra fratelli è solo un’impostazione di superficie, un artificio retorico: quei tre non sono davvero fratelli, perché non sono uomini, autonomi e vivi nell’universo diegetico; non c’è in loro nessuno spessore, profondità, non c’è mai “problema”; tutto, anche l’agnosticismo del personaggio di Placido, è già dato a priori in base a una tesi che si vuole dimostrare e che azzera ogni visione critica del rapporto con la Storia. È assente il “dialogo” (nel senso bachtiniano), come testimonia la staticità dei personaggi: persino un’esperienza così dolorosa come la guerra civile non li fa evolvere, tutti e tre restano quello che erano.
Il sangue dei vinti è il trionfo del cattivo gusto ed è l’applauso, e non la critica, come si è cercato di far passare, che può avere solo motivi ideologici. In conclusione una parola gli attori la meritano: anche se persino Mastroianni avrebbe recitato male quei dialoghi, il livello medio è così scadente da far sembrare la Bobulova una diva.
Se è questo il futuro della fiction italiana (non oso dire del cinema: significherebbe essere apocalittici) Padre Pio, aiutaci tu. Voto:
1
Francesco Di Lella
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Baghead
(Jay Duplass e Mark Duplass)
(U.S.A.
- 2008
- 84') |
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Quattro ragazzi decidono di fare un film e diventano subito “la sorpresa del festival”.
Con Baghead siamo in pieno campo metafilmico: gruppo di twenties in interno, casa di campagna, si applicano a scrivere un soggetto, che parte come sentimentale ma diventa uno slasher – e il film vero intanto è una commedia -; nel frattempo il mostro da loro immaginato, un maniaco con busta di cartone in testa, si manifesta davvero e ha cattive intenzioni; ancora nel frattempo, i ragazzi che riflettono sulla costruzione della pellicola sono la pellicola, quando l’opera comincia Baghead finisce perché il film è già stato fatto. Fissato l’acuto corredo teorico, i registi Usa indipendenti Jay e Mark Duplass scelgono un inizio eversivo: la ripresa nella sala cinematografica in pochi minuti spezzetta l’idea di Festival, attacca frontalmente gli squali di Hollywood e riafferma la superiorità inventiva del basso budget (per entrare al party esclusivo serve un colpo di fantasia). Dopo tale sequenza scoppiettante, però, si impegnano specificatamente a “riflettere sul mezzo”: sfottendo il filmino amatoriale con le sue stesse armi - Baghead è un filmino amatoriale - , hanno l’accortezza di non fermarsi al grappolo di citazioni (per tutti l’epilogo autostradale da The Texas Chainsaw Massacre), variano il tema e mutano i codici, con palate d’ironia e doppi livelli, alcuni futili e altri riusciti, vedi l’Imprevisto che irrompe nel finale. Attori dalla strada, tra tutti Steve Zissis nella parte di Chad, rischio altissimo, pochi soldi e molto cervello: l’esito è discontinuo, ma comprensibilmente amato dal pubblico più cinefilo.
Voto:
6 ,5
Emanuele Di Nicola
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CalArts
(AA.VV.)
(U.S.A.
- 2008
- 67') |
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I migliori cartoni animati realizzati durante l’anno accademico appena concluso dagli alunni di un’università californiana: sperimentazione visiva, tra commedia e tinte horror.
Le anime del cartone
L'ultimo progetto del California Institut of Arts, CalArts, l'insieme dei corti d'animazione più interessanti realizzati durante quest'anno dagli alunni dell'Università sognata da Walt Disney, riunisce sensibilità diverse che prendono forma in una grande varietà di lavori, tutti più o meno apprezzabili: si va dalla ricerca grafica astratta a opere di taglio espressionistico, da piccoli apologhi a base morale/filosofica a veri e propri corti narrativi. Il dato comune è senza dubbio la sperimentazione visiva, la ricerca di una forma capace di adattarsi alle proprie personali esigenze espressive, il che è allo stesso tempo uno dei pregi e la maggiore debolezza del progetto: permette infatti la coesistenza di opere molto diverse, ma priva l'insieme di un senso globale: non si elimina del tutto, cioè, l'impressione di trovarsi davanti a un saggio di fine anno accademico. Tra i vari lavori spiccano quelli narrativi (il migliore: la storia del calzino salvato dal bagno di varichina dagli altri vestiti che corrono in suo aiuto); gli altri, pur interessanti, non portano avanti quasi mai una ricerca estetica così compiuta da potersi dire autosufficiente. In ogni caso predominano le tinte fosche, ai limiti dell'horror, e la presentazione che il Festival ne ha fatto ("una scorpacciata per gli occhi di grandi e piccini") appare del tutto inadeguata.
Voto:
6
Francesco Di Lella
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Eldorado Chorégraphie - Eldorado Création
(Olivier Assayas)
(Francia
- 2008/2007 - 41'/90') |
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Rappresentazione e preparazione del balletto Eldorado.
Assayas Création
Insieme all’incantevole L’Heure d’été, il Festival ha offerto Eldorado Choréographie e Création, il dittico realizzato da Assayas su commissione della casa di produzione francese MK2 e del canale franco/tedesco Arte. Dal balletto-capolavoro di Angelin Preljocaj su partitura inedita di Karlheinz Stockhausen, rappresentato per la prima volta nel 2007, l’autore evita l’esercizio di danza filmata, ma piuttosto esibisce una prova su come filmare la danza. Choréographie (41’) è la ripresa della pièce in digitale, che la cinepresa esegue per movimenti accennati e inquadrature a rientrare con due obiettivi: la fuga prospettica dai ballerini, allontanarsi da essi per scolpirli nelle superfici; la cancellazione delle figure, disporle fuori campo per favorire la rilevanza del dettaglio. Assayas “ruba” Eldorado: lasciandone intuire la totalità, e mostrandola raramente, lavora sull’uscita e sul rientro dei volumi nella visuale, parcellizzando la percezione respinge l’insieme e ottiene l’incompletezza. In una parola: incorporeo. La pièce è un impasto di moti e colori che si appresta al baccanale, ma viene congelata dalla dominanza del bianco e risalta l’aspetto rituale: una pratica magico-religiosa registrata, elaborata e riportata con occhio pudico e sacrale. Création (90’) va dietro le quinte a chiudere il cerchio teorico: è un documentario più tradizionale nella forma, non meno concettuale in sostanza. Nel pedinamento delle prove, dalla parte degli interpreti come del coreografo, nella registrazione delle divagazioni (il lungo incontro con Stockhausen), e soprattutto nelle piccolezze quotidiane (i pranzi, le chiacchiere), il registra cattura meticolosamente ogni cenno preparativo. Making of di cosa? Il balletto, certo, ma anche il/i suo/i film, e viceversa. Scavo puntuale, amorevole, fino alla vetta della prova generale – un terremoto in camera a mano –, fino alla fine che è, inevitabilmente, l’entrata in scena. Lontano da The Company: Assayas fa danza nuda, senza sovrastrutture, non c’è spazio per la coralità dei caratteri dove rileva il solo concerto dei corpi.
Voto: 7,5
Emanuele Di Nicola
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Gyumri
(Jana Sevcikova)
(Repubblica
Ceca
- 2008
- 68') |
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Armenia. Nel 1988 un devastante terremoto ha distrutto la città di Gyumri, che adesso prova a ripartire.
Jana Sevcikova dialoga con i morti: sono questi, più che i vivi interpellati, i protagonisti del documentario; sono questi che danno i nomi ai nuovi nati, per continuare idealmente a esistere e insieme venire sostituiti negli affetti dei propri cari. Una pratica ostinata, esplorata con pudore e concisione, che però non allevia il tormento: il ricordo continua, i più giovani rendono omaggio a fratelli e sorelle che non hanno conosciuto, Gyumri (il luogo e il film) è pieno di fantasmi. Rovesciamento di una necessità, l’elaborazione del lutto, il lavoro della regista indica l’esatto opposto: la persistenza del dolore, la perdita che non si vuole/può superare. A suo modo, terrificante.
Premio Cult per il miglior documentario.
Voto:
6
Emanuele Di Nicola
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L'heure d'été
(Olivier Assayas)
(Francia
- 2008
- 107') |
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Estate: nella villa di famiglia Frédéric, Adrienne, Jérémie e i loro figli festeggiano i 75 anni della loro madre Hélène, che ha consacrato la sua esistenza alla posterità dell’opera dello zio, famoso pittore. La scomparsa improvvisa di Hélène obbligherà i fratelli a confrontarsi con gli ingombranti oggetti del passato.
E' sintomatico che, se si eccettua Ozon, quelli che possono considerarsi come i registi francesi più importanti dell'ultima generazione (Assayas e Desplechin) siano anche i più penalizzati dalla nostra distribuzione. In entrambi i casi buona parte della loro produzione risulta irreperibile in una versione italiana, anche quando si tratti di conclamati capolavori (nel caso di Assayas ci pare scandaloso l'aver tralasciato un'opera di rara finezza come Fin août, début septembre o un film complesso e ambizioso, forse la punta di diamante di una produzione che si è mossa sempre su livelli altissimi, come Les destinées sentimentales). Dopo tre film giocati sul campo della mondializzazione contemporanea, che allargavano le coordinate geografiche, culturali e linguistiche del cinema del Nostro (la riflessione sulla modernità e i suoi feticci di Demonlover; la struggente, incantevole parabola dell’amatissimo Clean; la sottovalutata nuova incursione nel genere di Boarding gate
(1) - opere anticipate da un titolo chiave come Irma Vep -), Assayas torna a misurarsi con un lavoro intimista e personale: L'heure d'été riporta il regista sul campo sensibile dei rapporti umani, della famiglia, del lutto, secondo il verbo bergmaniano da sempre frequentato
(2). Nella vecchia magione, simbolo di una memoria in via di sparizione - memoria che impolvera palesi oggetti d’affezione che sono, e questo è il punto, anche opere d’arte e dunque elementi a metà strada tra il disperdersi (veniale, ma pratico) e il conservarsi (amorevole, ma utopico), in doloroso bilico tra pubblico e privato -, la madre elenca puntigliosamente al figlio tutto ciò che è ivi contenuto: la donna sa che la logica spartitoria sarà quella che prevarrà e, messa da parte qualsiasi illusione di mantenere l’unità (patrimoniale, familiare), parla il cinico linguaggio dell’inventario e della sua realistica destinazione, contro il miraggio conservativo del figlio, illusione coltivata caparbiamente, ma nel cui accanirsi si rischierebbero (Hélène lo intuisce) maggiori danni; tale illusione verrà, del resto, ineluttabilmente smentita dai fatti: i fratelli si stanno definitivamente allontanando (il futuro si distanzia dall’Europa, continente tutto di ricordi e testimonianze del passato – non a caso vi rimane solo Frédéric, colui che piange il disperdersi delle vestigia avite -), ciascun familiare ha la sua vita, non esiste più un terreno comune, neanche metaforico, sul quale confrontarsi. Questa lunga scena a due, che sembra ridursi allo scorrere di un elenco e alla dimostrazione degli articoli dell’eredità, posta all’inizio del film, racchiude il senso narrativo dell’opera e prelude al discorso sul distacco dalla materialità delle cose. In essa già si toccano i nodi centrali: la lacerante liquidazione del passato, i modi di gestire il “dopo”, come intendere il perpetuarsi del ricordo e di una possibile unione familiare, il senso e il valore (intrinseco ed estrinseco) che si attribuiscono alle cose; la burocrazia della morte e la contabilizzazione della “roba” non annullano sentimenti e ricordi, anche se gli oggetti che li rappresentano ritornano a essere mera sostanza; nel museo, infatti, l’oggetto, rimosso l’alone d’umanità che lo ricopriva, ritrova la sua freddezza, riprendendo la sua essenza puramente materica, ma quel che rappresentava a livello affettivo continua a vivere, fuori dalla cattività della gabbia di vetro in cui è conservato: anche il tesoro affettivo prodotto dalla cosa finisce con l’essere custodito, come il suo omologo concreto, ma non in un luogo fisico, bensì nell’animo di coloro che lo hanno posseduto.
La macchina da presa del sublime Gautier (non a caso habitué anche di Desplechin), in relazione all’intimità del tema e alla posata analisi dei sentimenti e delle relazioni tra i personaggi (distacco e serenità nell’indagine che dicono dell’enorme influenza che il cinema orientale continua ad esercitare sul regista), è più misurata e meno inquieta del solito; essa aderisce, con le splendide luci, al tono dolente e meditativo del lavoro, non rinunciando Assayas ad alcune sue unghiate tipiche come la straordinaria sequenza del giardino che racconta dello sguardo nella casa vuota della governante Eloise (personaggio di chiare ascendenze bergmaniane, che sembra non arrendersi al fatale precipitare degli eventi, piccolo insignificante baluardo contro il futuro che avanza implacabile – lei che guarda il vaso che le viene regalato per quello che rappresenta e non per quello che vale -): l’inversione che questa magnifica sequenza opera rispetto alla consueta prospettiva prediletta dall’autore (dall’esterno all’interno) dimostra che è il soggetto il centro costante della sua attenzione, non l’ambiente, non gli oggetti, come confermato dalle altre visioni “filtrate” di questo film – quella attraverso il vetro della teca del museo o il parabrezza dell’auto di Frédéric, per esempio -). Il film fluisce meravigliosamente fino all’ultima straordinaria sequenza della festa che ne riassume magnificamente i temi (la casa si anima per l’ultima volta dello spirito del passato attraverso i personaggi che, al contrario, rappresentano il futuro, l’ultima generazione che se ne allontana) in una gioiosa (ma anche malinconica) frenesia che ci riconduce all’Assayas più libero e meno controllato (impossibile non pensare a L’eau froide). L’autore, che (ricordiamolo) viene dalla critica, conferma che autorialità e immediatezza non sono termini contraddittori, offrendoci una bellissima opera corale, densa di significati e riflessioni sorprendentemente attuali che, evitando facili banalizzazioni
sentimentalistiche, tocca corde comuni con sfolgorante sensibilità, presentandosi, nello stesso tempo, intensa e viva.
(1) Ci sentiamo di citare anche quello che è l'unico episodio memorabile del film collettivo Paris, je
t'aime, Quartiere des enfants rouges, una manciata di minuti da ko.
(2) Si legga a tal proposito Conversazione con Ingmar Bergman di Olivier Assayas e Stig Björkman
(Lindau, 1994)
Voto:
8,5
Luca Pacilio
Voto: 9
Emanuele Di Nicola
Voto:
7,5
Francesco Di Lella
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Louise-Michel
(Benoît Délepine, Gustave
Kervern)
(Francia
- 2008
- 90') |
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Un gruppo di operaie viene licenziato in blocco: quale soluzione migliore se non uccidere il datore di lavoro? Il problema è scovarlo; e per questo una di loro,
Louise, ingaggia Michel. I due, però, non si riveleranno quello che sembrano.
L&M per Vendetta
A suo modo Louise-Michel è un film perfetto: Délepine e Kervern scelgono la strada della commedia nera e la rispettano fino alle estreme conseguenze, non fermandosi mai davanti a nulla, infanticidio incluso: non c’è nessun principio morale che tenga, tutto è sottomesso alle logiche di un racconto in cui prende forma un universo finzionale autonomo e dotato di profonda coerenza interna. Nessun rimprovero si può fare ai due registi: il ritmo è serrato, la comicità intelligente, gli interpreti bravi tra cui spicca una Yolande Moreau dalla fisicità straordinaria: a lei si deve buona parte della riuscita del film.
In un mondo in cui tutto va a rovescio, in cui è possibile chiudere una fabbrica da un giorno all’altro mandando per strada decine di operai, anche le strutture formali sembrano rovesciarsi: il tema della vendetta è allora messo in scena privo di ogni aspetto epico-sacrale, in maniera del tutto diversa, cioè, dall’iconografia cui il cinema ci ha abituati (ed è forse possibile cogliere un riferimento parodico nei confronti di Kill Bill ed epigoni); domina, infatti, il grottesco: la vendetta sembra non potersi concludere mai, in un’eterna ricerca sempre frustrata del Grande Capo che, nel mondo delle transazioni immediate, è spersonalizzato e introvabile. Ma l’“andare contro”, l’ essere a rovescio, va ben oltre il rapporto con le tradizioni di genere: è, piuttosto, il tratto distintivo profondo del film, radicato com’è nella stessa struttura dei personaggi: i due protagonisti sono allo stesso tempo il rovescio di sé e il doppio dell’altro perché entrambi non hanno potuto essere sé stessi; il percorso verso la vendetta sarà, allora, anche un percorso di recupero dell’Io a partire da una condizione di precarietà, identitaria, prima che lavorativa, entro cui il mondo moderno ci costringe, verso la condivisione autentica con l’Altro; percorso che, anche questo, potrà attuarsi solo “andando contro”: contro il mondo, la cui ferocia si riproduce in modo speculare nella ferocia implacabile della vendetta, come contro le logiche del racconto, in quel finale strepitoso e irriverente che demolisce, in maniera definitiva, le impalcature narrative tradizionali.
Se Louise-Michel non raggiunge l’eccellenza lo si deve, però, a una sostanziale piattezza visiva: nella composizione delle inquadrature, nelle riprese, nel montaggio, Délepine e Kervern non osano, come fanno nella sceneggiatura, non rompono con la tradizione, ma se ne mantengono all’interno in un modo, pur dignitosissimo, che però stona un po’, o perlomeno, non entusiasma, rispetto al resto del progetto. In ogni caso uno dei lavori migliori visti al Festival. Voto: 7
Francesco Di Lella
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Man on Wire
(James Marsh)
(Gran
Bretagna - 2008 - 94') |
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Il funambolo Philippe Petit racconta la sua impresa del 1974: un’esibizione illegale su un cavo d’acciaio sospeso tra le Twin Towers di New York.
Sogno e Pericolo filtrati dal Ricordo sono le linee di questo lavoro che, mediante una ricostruzione corretta e sostanzialmente “monoidea” (2008 contro 1974, colore contro b/n), oltrepassa la vicenda di Petit per giocare sull’immaginario: la costruzione delle TT è link diretto al loro crollo, Philippe che guarda verso il basso suggerisce un chiaro slittamento di senso. Con ritmo thriller, la rievocazione si intreccia alle memorie intime ma vuole significare in eccesso: il presidente in Tv che parla del Watergate, l’America che guarda all’impresa e domanda ossessivamente “why” sono ovvi passaggi dal particolare all’universale, così come la scarica di vento sulle Torri ripropone lo spunto primitivo del duello con la Natura. In questo scenario, allora, l’unico dato rilevante è l’incredibilità della visione: l’uomo sulla fune è registrato da mezzi amatoriali e, di fatto, cammina nel vuoto. La prospettiva inganna, l’incredibile si compie: Petit in sospensione diventa una metonimia del fare cinema. Per il resto il film di Marsh, generalmente molto apprezzato, è una variazione sul tema “come eravamo”.
Voto: 5
Emanuele Di Nicola
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Martyrs
(Pascal Laugier)
(Francia/Canada
- 2008
- 97') |
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Quindici anni fa la piccola Lucie sfugge fortunosamente ai suoi ignoti carcerieri; nella lunga degenza solo un’altra bambina, Anna, sembra in grado di guadagnarsi la sua fiducia. Oggi la giovane Lucie suona il campanello di una famiglia all’ora di pranzo, si fa aprire e compie una strage; quindi contatta Anna per ripulire i resti della mattanza. Vendetta è fatta, ma restano da scoprire le ragioni dei torturatori…
Dopo la Morte
Soffiato da Roma al Ravenna Nightmare (il dato è significativo: anche un festival di genere, dunque, aveva puntato su questo titolo), Martyrs è il secondo lungometraggio dell’autore di Saint Ange e con esso condivide la formula dell’horror “a salto temporale”: ciò che accadde nel passato (l’incipit) si ripercuote e acquista senso solo nel presente (il film). A cambiare sono piuttosto i risultati di Pascal Laugier: il quale gira un ibrido ingannevole, che inizia come revenge movie, continua con un torture hosteliano e soprattutto finisce in afflato mistico-religioso-delirante. Martyrs ci interroga sfacciatamente: “Cosa c’è dopo la Morte?”. Ma prima di arrivare a questo abbiamo visto 3 film diversi: una bimba in fuga dalla casa degli orrori (1), un’irruzione
antiborghese* condita da interiora (2), un’aberrante martirizzazione dell’attrice protagonista (3). E abbiamo rischiato più volte di crollare: all’inizio archetipico e/o stereotipato (l’ennesimo filmato d’epoca desaturato), tra le pagine più didattiche dello script (la telefonata alla madre, che tenta di definire il rapporto Lucie/Anna, è la parentesi peggiore), nelle fauci di una creatura la cui essenza finzionale è largamente prevista. Ogniqualvolta sembra spirare per vuoto di idee, però, Martyrs dimostra una predilezione all’inversione totale, in cui emerge chiaro il fondo perverso, e opera un cambio di film - il lungo troncone torturatorio: nulla aggiunge al filone, ma risulta esattamente propedeutico allo sviluppo conclusivo -, insomma spiazza occhi e testa: i primi per le svolte cromatiche del coté visivo (il videoclip da cui viene il regista è solo un aspetto), la seconda per il continuo burlarsi di ogni aspettativa, sia etica che estetica. D’altronde Laugier, se esplicita i propri referenti trasversali (da Polanski a Roth), scrive un film ossessionato dunque personale, dirige un cast all’altezza, non teme la trappola plausibilità né di conquistare infine la dimensione metafisica. E di porre la fatidica domanda.
Assolutamente fuori tema le rimostranze, per così dire, “morali”: Martyrs dice che anche la follia è questione di metodo.
* Lucie interrompe il pasto idilliaco di una coppia matura con figli, maschio e femmina, bene istruiti e iniziati all’attività fisica: i ricchi rimpinguano la propria prole e seviziano i bambini degli altri. Conflitto di classe al sangue: l’eco politica c’è, come qui e qui, ma senza esagerare.
Voto: 7
Emanuele Di Nicola
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Rembrandt's J'accuse
(Peter Greenaway)
(Olanda
- 2008
- 86') |
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Peter Greenaway in persona, rifacendosi al suo film Nightwatching, espone i termini del
J'accuse rivolto da Rembrandt ai membri della guardia civica ritratta nel suo quadro, noto al mondo come
La ronda di notte.
Rembrandt's j'accuse rientra a pieno titolo nei lavori di Greenaway in cui il regista, concedendosi eccezionalmente una didascalia, approfondisce, a vantaggio dello spettatore, un aspetto saliente di una sua opera. Lo aveva già fatto in Fear of drowning che spiegava, in cento punti, la complessa trama di riferimenti iconografici e il fitto reticolo simbolico alla base di Giochi nell'acqua; si era ripetuto in A walk through Prospero's library (illuminante postilla a L'ultima tempesta) che, come il precedente citato, dimostrava in maniera incontrovertibile come dietro le immagini piene e stratificate del Nostro, non è certo il caos a regnare, ma una logica stringente, un ragionamento forte e una consapevolezza rara che non concedono spazio alcuno alla casualità. Nel caso in questione il regista espone in trentuno punti gli elementi dell'opera di Rembrandt che lo hanno condotto alla costruzione del complicato plot alla base del suo splendido Nightwatching, evidenziando, tra le molte altre cose, gli snodi fondamentali della congiura al centro del film. Senza stare ad approfondire i temi e le istanze visive che vengono esposte nel presente semidocumentario (e nel film cui esso si riferisce), ci limitiamo a sottolineare come la tendenza di Greenaway a esasperare la parola, per esorcizzarla ed accantonarla nei fatti (il testo, per quanto voglia essere esplicativo, è esposto secondo un registro talmente carico ed esasperato da rendersi infine ostico quanto il plot stesso), viene pienamente riaffermata e si mostra tanto più paradossale quanto più si rifletta su quella che è, o vorrebbe essere, la funzione di questo lavoro
(I). Sublime dunque rimane il modo in cui Greenaway continua a non cadere in alcuna trappola teorica, a piegare il testo utilitaristicamente alle istanze primarie del suo lavoro, non mollando, coerentemente, il discorso a favore incondizionato dell'immagine filmata. Su quella che è la geniale riflessione (sulla pittura e sul cinema) contenuta in Nightwatching (qui accennata in un discorso molto ampio che diviene anche splendente lezione di storia dell'arte), sullo specchio pretestuoso che questo film rappresenta per il Greenaway regista, sui compromessi dell'arte e sul suo controverso rapporto con il sistema e la società, sulla cecità e la visione dell’artista, sui delicatissimi collegamenti tra Storia e storie, sul metodo narrativo usato dal gallese, su tutta quella che, in definitiva è la sostanza di questo film straordinario (Nightwatching, dico), che trova distribuzione ovunque tranne che in Italia, non mi soffermerò in questa sede: è già pronto un lungo speciale in cui gli aspetti in questione vengono ampiamente sviscerati; sarà disponibile online non appena una versione italiana del film sarà – in qualsiasi modo – disponibile.
(I) In tal senso, per quanto poco ortodossa, ci pare di poter sottoscrivere nella sostanza l'esclamazione di una spettatrice alla fine della proiezione: “Che flashata!”.
Luca
Pacilio
Voto: 8
Emanuele Di Nicola
Voto:
7½
Francesco Di Lella
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Where in the World Is Osama Bin Laden?
(Morgan Spurlock)
(U.S.A.
- 2007
- 96') |
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Il regista Morgan Spurlock esplora il Medio Oriente e discute di guerra e terrorismo con le popolazioni arabe.
Dal regista del sopravvalutato Super size me un film che, come il precedente, procede sui binari dell'inchiesta condotta sulla pelle del protagonista che, scherzando sulla possibilità di ricercare e trovare l'inafferrabile Osama, dopo aver debitamente parodizzato i corsi di autodifesa e di addestramento necessari per le missioni impossibili, ci conduce di persona nel cuore del mondo arabo mostrandoci che questi popoli, come cantava Sting, love their children too. Un'operazione che ha il chiaro intento di umanizzare l'immagine stereotipata degli Arabi consegnata dai grandi media all'Occidente, un'immagine che rischia di deformare la considerazione e il concetto di una cultura e di un territorio e che l'autore ci tiene molto a normalizzare. L'intento viene portato avanti con la oramai assodata faciloneria e mischiando il pubblico al privato (negli USA intanto la compagna del regista porta avanti la sua gravidanza, che è motore pretestuoso della spedizione - assicurare un futuro migliore al nascituro - evento elevato a ovvio simbolo di speranza). L'ideuzza di partenza viene dilata per novantatre interminabili minuti in cui vediamo il Nostro passare da un paese all'altro (ogni paese un capitolo, sostanzialmente identico al precedente): Spurlock arriva, guarda, indaga su alcuni aspetti della quotidianità locale, intervista qualcuno - gente comune, parenti di terroristi, rifugiati, accademici, politici - , riparte), fino al fatidico confine tra Pakistan e Afghanistan con la visita all'ultimo nascondiglio noto che ha ospitato Bin Laden. Lavoro inconsistente, di buonismo scontato, che non fa nemmeno simpatia, per quanto Spurlock ci provi in ogni modo a farci sorridere.
Voto: 4
Luca
Pacilio
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Middle of Nowhere
(John Stockwell)
(U.S.A.
- 2008
- 95') |
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Middle of Nowhere: Per potersi iscrivere all’università una ragazza inizia a spacciare marijuana con un suo amico, mentre la sorella è obbligata dalla madre a partecipare a infiniti concorsi di bellezza. Tensioni in una famiglia della provincia americana per una commedia agrodolce.
Gruppo di famiglia in un esterno
Nonostante lo stile un po’ televisivo, in Middle of Nowhere c'è una sincerità di fondo che colpisce. Stockwell - il cui curriculum fa rabbrividire, gli ultimi due: Trappola in alto mare e Turistas - costruisce una storia solida fondata solo sui personaggi e sui loro contrasti reciproci: con quel poco che fa succedere in un'ora e mezza, con niente quindi, ci parla del contrasto tra genitori e figli, tema mille volte sfruttato, ma che trova qui una forma compiuta, non certo nuova, ma internamente coerente. Strutturato su due linee di forza, una centrifuga (la ricerca di libertà, l'autorealizzazione come fuga, il futuro) e l'altra centripeta (la famiglia, la regola, il passato), il film pone al centro la rappresentazione di un microcosmo familiare, madre con due figlie, ancora devastato dal suicidio del padre, avvenuto anni prima; Stockwell si dimostra abile, in questo senso, nel restituire le relazioni tra i singoli e il gruppo, che sono intessute di dolore, ma di un dolore complesso, stratificato, fatto allo stesso tempo di odio, oppressione e attaccamento viscerale, un dolore che isola e, soprattutto, blocca: la dimensione dei personaggi di Middle of Nowhere è, appunto, l'essere bloccati da un "volere" che non si realizza mai, da una forza centrifuga (di cui sopra), sempre frustrata in partenza (e il senso del "blocco" è anche reso con l'ambientazione nella desolazione della provincia americana). Il percorso dei protagonisti è, allora, una ricerca dolorosa che ha per scenario solo il proprio Io e per principali attori i fantasmi del passato, e quando questi percorsi riescono a essere condivisi, Stockwell realizza i momenti migliori (si veda il "triangolo" appena accennato tra le due sorelle e il ragazzo o il tenero amore di Dorian per Grace).
Oltre Susan Sarandon, che non ha bisogno di lodi, meritano invece di sicuro almeno un accenno le interpretazioni degli altri tre protagonisti: innanzitutto Eva Amurri (vera figlia della Sarandon e brava quasi quanto lei), ma anche Anton Yelchin e Jeanetta Arnette, bella e molto dolce.
Voto: 6
Francesco Di Lella
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Only
(Ingrid Veninger, Simon Reynolds)
(Canada
- 2008
- 74') |
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Una passeggiata nei boschi ghiacciati dell’Ontario di due ragazzini che non si conoscono, ma che, tra silenzi e qualche risata, impareranno a farlo.
Un assaggio d‘amore
Quello che in Only di sicuro funziona è l’atmosfera: Ingrid Veninger e Simon Reynolds, per la prima volta insieme, restituiscono i chiaroscuri tonali della prima adolescenza investendo di significato il paesaggio: le foreste ghiacciate dell’Ontario diventano l’equivalente simbolico di una stagione della vita, la prima adolescenza - rovesciando anche il topos che la vedeva di solito rappresentata nella primavera - durante la quale tensioni, desideri, paure, che compaiono tutte per la prima volta, non riescono ancora a trovare uno sfogo fuori di sé, come protette da una crisalide, sottile e fragile, ma che non si ha per il momento la forza di rompere; si è prigionieri di una forma, non solo fisica, che si inizia a non sentire più come propria, ma dalla quale non si riesce, o non si vuole ancora, evadere: allo stesso modo dell’erba sotto il ghiaccio. Proprio perché non ci si riesce a definire come soggetto, o meglio, non si percepisce più il soggetto che si è stati fino a quel momento come “Io”, è difficile, più difficile che mai, entrare in relazione con un altro soggetto; ed è precisamente questa la dimensione al centro del lavoro dei due registi canadesi: la solitudine, colta non nel suo darsi come momento statico, ma all’interno di un movimento, ovvero nel rapporto con il suo opposto: la condivisione e, forse, l’amore, che i due protagonisti assaggiano per poche ore.
Funziona un po‘ meno, invece, il racconto: Veninger e Reynolds “congelano” pure la regia: è evidente, e anche apprezzabile, il tentativo di fondere lo sguardo nell’atmosfera, nella natura, ma non si riesce a trovare il giusto equilibrio tra delicatezza dell’immagine e strutture narrative in grado di parlare allo spettatore: tutto è affidato ai silenzi, agli sguardi, al non detto, ma alla fine quello che arriva dei personaggi è ben poco: si ha l’impressione che anche gli autori, come i due protagonisti, vogliano dire delle cose in più, ma non riescano a esprimerle. Molto bravi i due interpreti.
Voto: 5,5
Francesco Di Lella
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Santa Mesa
(Ron Morales)
(U.S.A./Filippine
- 2007
- 82') |
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Il dodicenne Hector, dopo la morte della madre, lascia gli Usa e si trasferisce dalla nonna. A Manila.
All’esordio il regista filippino Morales declina mimeticamente il concetto di “film per bambini”: Santa Mesa si rivolge a una platea intellettivamente imberbe non per l’argomento (iniziazione malavitosa, rapporto adulto/bambino, confronto con il dolore dei grandi: rami del bildungsroman) bensì per il trattamento. Si definiscono contrapposizioni chiare, si costruisce senso attraverso la sottolineatura di dati scenari, si architettano simboli leggibili (a partire dal titolo religioso: il cui richiamo, crisma di un Paese, segnala l’ingresso nel contesto atavico rispetto all’Occidente). Si enfatizza una diversità: la fotografia, incupita e sporcata allo sgretolarsi dei riferimenti (genitoriali, etici, umani) e seguente approdo nella nuova realtà. Si dice tutto: i dialoghi sono la morale. Film per la sua fascia, come nella “vecchia” Alice nella città; ma stavolta è un’eccezione, per fortuna.
Voto: 4,5
Emanuele
Di Nicola
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Summer
(Kenny Glenaan)
(Gran
Bretagna
- 2007
- 83') |
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Daz è invalido e malato, Shaun si prende cura di lui. Un’estate di molti anni prima ha segnato le loro vite insieme a quella di Katy, l’ex ragazza di Shaun, e ora i fatti tornano alla memoria.
Summer by Winter
Conquista Alice nella Città questo calibrato intreccio di tre strati temporali (fanciullezza, adolescenza, età adulta): dinanzi alla morte ci si volta indietro e si rivede un vissuto non idealizzato, fatto anzi di nodi drammatici; il quale passa dalla gioia al dolore come dal riso alla lacrima, resta leggero quanto la giovinezza, ma lancia molti ami profondi e li deposita impliciti nel tessuto. Oggi Daz e Shaun sono due falliti: l’uno si appresta alla scomparsa, l’altro lo assiste come atto di espiazione. E’ così che Summer muove per controsenso dalla stagione autunnale e svela a ritroso il nucleo tragico del passato, l’incidente dei protagonisti, che si apprende per induzione dalle parole altrui (il discorso di Katy) e solo infine diventa quadro visivo; una tattica narrativa non ortodossa, certo, ma pensata a dovere per innescare l’interpretazione affrontando coraggiosamente il vasto arredo simbolico: l’adolescenza sferra colpi non metaforici, ma proprio fisici (l’investimento di Daz come “caduta nella vita”), iscrive sul corpo memorie letterali (la mano maciullata di Shaun è l la sua incapacità di intervenire), prevede già distanze incolmabili (l’allontanamento di Katy). Inflessibile il passato, dunque, ma nella testa di Shaun resta sfumato il confine col presente: affiorano interferenze continue, vera punta di diamante - il bacio tra la giovane Katy e l’adulto Shaun è un puro istante di vero/falso amore - , e per questo rifiuto dello stato attuale dilaga l’amarezza esistenziale nei personaggi, nel film, nello spettatore.
Se non sempre eccelle, se la figura di Daniel a tratti barcolla riproponendo il ragazzo difficile proprio come il padre, se la chiusura perde compattezza e rigore, Glenaan spazza ogni dubbio con una linea visiva che tutto immerge in tenera ironia, vedi il lebowskiano spargimento finale. E ottiene il massimo dalla maschera ferita di un intenso, umanissimo Carlyle.
L’estate è un ricordo dell’inverno.
Voto: 7
Emanuele Di Nicola
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