ROMA 2007
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EXTRA:

- Auschwitz 2006 - Saverio Costanzo
- Börn - Ragnar Bragason
- Clint Eastwood, le franc tireur - Michael Henry Wilson
- Dr. Plonk - Rolf De Heer
- Forbidden Lie$ - Anna Broinowski
- Foreldrar - Ragnar Bragason
- Heima - Dean DeBlois
- La Position du lion couché - Mary Jimenez
- Le Pere di Adamo - Guido Chiesa
- Namibia: The Struggle for Liberation - Charles Burnett
- Natural Born Star - Even G. Benestad
- New Home Movies from the Lower 9th Ward - Jonathan Demme
- Parole sante - Ascanio Celestini
- Pop Skull - Adam Wingard
- Taxi to the Dark Side - Alex Gibney
- The King of Kong: A Fistful of Quarters - Seth Gordon
- The Universe of Keith Haring - Christina Clausen
- War/Dance - Sean Fine, Andrea Nix-Fine
- Zero - Inchiesta sull'11 Settembre - Franco Fracassi, Francesco Trento

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EXTRA

Auschwitz 2006
(Saverio COSTANZO)

(Italia   -   2007   -   49')

Nato nel 2006 dalla volontà congiunta del sindaco di Roma e della Comunità Ebraica di far visitare Auschwitz a 250 studenti della capitale, portati così a interagire con le testimonianze verbali di alcuni sopravvissuti all’inferno del lager, il documentario di Saverio Costanzo alterna la scoperta di questa allucinante realtà da parte dei ragazzi, con immagini di repertorio dell’Istituto Luce.


I sommersi e i salvati

Auschwitz 2006, ovvero quando persino un Veltroni sa rendersi utile… Fatta questa premessa, e cioè che nel corso della Festa del Cinema la volontà di impegno civile e sociale espressa a tratti dai selezionatori - si suppone con la benedizione fatta pervenire dalle alte sfere - non sempre è apparsa così convinta e sincera, va detto che il documentario di Saverio Costanzo ha fugato gran parte dei dubbi sulla genuinità dell’operazione, assolvendo senza forzature retoriche o banalizzazioni al suo valore testimoniale.
Continua a sorprendere per serietà e rigore l’opera del giovane cineasta, che aveva già ben impressionato coi precedenti Private e In memoria di me. Questo suo documentare il viaggio verso Auschwitz di 250 liceali romani, chiamati ad approfondire in loco una pagina di storia dolorosissima, riesce con assoluta semplicità a rendere tangibile la memoria, grazie al montaggio scrupoloso delle tristi immagini recuperate attraverso l’Istituto Luce e delle scene in cui gli studenti incontrano alcuni dei sopravvissuti all’Olocausto. Può sembrare superfluo sottolinearlo, ma sentire questi uomini e donne che raccontano alle nuove generazioni la loro allucinante esperienza, nonché quella di coloro che da lì non sono mai tornati, è un qualcosa che non fa stare comodi sulle poltrone.
Saverio Costanzo ha inoltre il merito di relazionarsi ai protagonisti di tale confronto dialettico, senza che loro sentano eccessivamente il peso dell’obiettivo durante gli incontri; con l’eccezione di quei momenti stranianti, costituiti dalle inquadrature fisse dei singoli partecipanti alla spedizione, messi in posa di fronte allo sfondo cupo dei blocks e dei reticolati di Auschwitz. Quasi un modo per affermare che la consapevolezza di quanto accadde lì è ormai un patrimonio comune, da condividere tra coloro che ne hanno avuto esperienza diretta e coloro che si ostinano a volerne conservare la memoria.

Voto:  7                                                           Stefano Coccia

 

Börn
(Ragnar BRAGASON)

(Islanda   -   2006   -   92')

Rapporti conflittuali tra genitori e figli, ma non solo, nel film dell’islandese Ragnar Bragason. Il suo Börn, che col successivo Foreldrar costituisce un dittico caustico e amaro, propone un affresco generazionale fuori dagli schemi dove si sedimentano rabbia e disagio, non senza un filo di ironia nell’accatastare una folta schiera di personaggi ai margini della società.

Il dialogo di un islandese con la natura umana

Spostando agilmente l’obiettivo da storie inusuali ambientate in qualche paesino sperduto, su tutte Noi Albinoi del talentuoso Dagur Kári, a opere che ritraggono in modo insospettabilmente movimentato e tagliente la vita della capitale, non ultimo il corale 101 Reykjavik di Baltasar Kormákur, il cinema islandese non finisce mai di stupire. Reykjavik fa da sfondo anche al primo capitolo della sfida registica intrapresa da Ragnar Bragason, che si era già fatto un nome a livello internazionale in quanto direttore di video musicali e annunci pubblicitari. Il suo Börn (Children), apprezzabile per la capacità di descrivere conflitti generazionali puntando sull’insolito e scatenando comunque forti emozioni, è in realtà il primo passo dell’ambizioso progetto cinematografico in due parti, conclusosi poi con Foreldrar (Parents). Risulta di gran lunga più spumeggiante il primo lungometraggio, laddove il regista ha buon gioco nel sublimare il disagio giovanile di cui sembrano permeati certi ambienti squallidi e abbandonati della piccola capitale islandese; lavorando liberamente sulle suggestioni che ne derivano, Bragnason sa catturare l’attenzione dello spettatore, sedotto da un bianco e nero ricco di contrasti così come dall’oscillare delle singole micro-storie tra l’aneddotica pulp e l’esistenzialismo spiccio della famiglia in crisi. Gioventù bruciata in salsa artica: spesso sono coppie piuttosto giovani, magari separate, l’origine dei casini illustrati con una certa varietà di toni nella pellicola. La gara a chi sta messo peggio vede parecchi concorrenti, ma probabilmente la vince Karitas, un’infermiera che si trova a combattere costantemente per l’affidamento dei quattro figli, i quali intanto vengono trascurati un po’ da tutti. Il trauma è meno visibile nel caso delle tre bambine, mentre esplode violentemente quando si tratta di Guðmund, maltrattato ad ogni occasione dai compagni di scuola e da altri bulletti del quartiere. Del resto il ragazzino ha come unico amico un adulto schizofrenico che vive da solo con la madre vedova! E l’equilibrio mentale del tipo è destinato a degenerare ulteriormente, allorché si scopre che la madre ha avviato una nuova relazione… A completare il quadro l’ex marito di Karitas, l’imprevedibile e fondamentalmente immaturo Garðar: un biondino attaccabrighe che si porta sempre appresso un grosso cane, la cui presunta ferocia sfocia al contrario in situazioni grottesche, non diversamente dalla fallimentare pretesa del suo padrone di farsi strada nel mondo della piccola criminalità.
Tra i motivi che rendono accattivante la pellicola di Ragnar Bragason, che intanto dichiara di avere tra i suoi modelli Mike Leigh e Cassavetes, c’è l’interpretazione partecipe e in taluni casi estremamente fisica di molti tra i protagonisti. Dietro ciò sussiste una ragione particolare: in precedenza l’autore aveva girato Love is in the Air, frizzante documentario su uno dei gruppi teatrali più anticonformisti dell’isola, il Vesturport. Ed è grazie a questi bravissimi attori, con cui si era subito stabilito un bel rapporto, che il regista islandese ha potuto perfezionare il cast, trovando così le facce che potevano assicurare maggiore sincerità al suo progetto.

Voto:  8                                                            Stefano Coccia

 

Clint Eastwood, le franc tireur
(Michael Henry WILSON)

(Francia   -   2007   -   81')

Un Clint Eastwood estremamente cordiale accoglie l’intervistatore nel suo ranch in California, ripercorrendo insieme a lui le tappe della propria carriera cinematografica, con quella semplicità e modestia che solo certi personaggi sanno trasmettere.

Dimensione quotidiana di un mito

Pur non risultando nuovo a operazioni del genere, il regista Michael Henry Wilson alla fine delle riprese si domanda con malcelata apprensione e un pizzico di auto-ironia cosa ne uscirà fuori, riferendosi alla video-intervista appena conclusa con Clint Eastwood; il quale, da parte sua e con quella cordialità espressa come sempre in modo scarno, diretto e genuino, non può fare a meno di rincuorarlo.
Ecco, accantonando per un attimo la reazione pacata del grande cineasta americano, le perplessità evidenziate giocosamente dall’autore del documentario possono essere anche le nostre; nel senso che rivedere il materiale dell’intervista ordinato diligentemente per capitoli, presentato allo spettatore senza particolari guizzi a livello stilistico (ripetendo semmai con eccessiva monotonia il classico schema del materiale di repertorio alternato alle riprese dell’intervistato), può rappresentare per questo Clint Eastwood, le franc tireur una limitazione non trascurabile. Ma è lo stesso “franco tiratore” a risollevare in parte le sorti del documentario, riempiendo l’inquadratura con il proprio volto granitico, e lasciandosi andare con un tono naturale e disinvolto al fluire dei ricordi.
Sono ricordi non da poco, ovviamente, considerando che la sfilza di aneddoti proposta da Eastwood spazia qui dai primi successi come attore, nelle pellicole di Sergio Leone, ai retroscena della realizzazione di Flags of our Fathers e Letters from Iwo Jima; ed è proprio al dittico di Iwo Jima che viene concesso più spazio, in questo resoconto filmato, per la gioia di coloro che ne hanno saputo apprezzare la grandezza.

Voto:  6                                                           Stefano Coccia

 

Dr. Plonk
(Rolf DE HEER)

(Australia   -   2007   -   84')

1907. Il Dr. Plonk scopre che il mondo finirà nel 2008 e si appresta a costruire una macchina del tempo, per convincere le autorità del futuro…

Nero & Nero

L’australiano Rolf De Heer confessa apertamente la volontà di rivisitare i generi: dopo il quasi-western di The Tracker, dopo il thriller Alexandra’s Project, dopo lo “storytelling aborigeno” (Stefano Coccia) in 10 Canoe, arriva dunque il film in bianco & nero. E sono dolori. Perché Dr. Plonk non è una rilettura personale né rispettosa né divertita, ma solo una presa in giro sciatta e senza idee: troviamo la prova schiacciante nell’evidente ripetizione delle stesse sequenze, il protagonista a spasso fra livelli temporali che rivive la medesima situazione di teletrasporto con varianti minime e soporifere; non serve la tenuta generale degli attori per uscire dalla macchietta e dall’aneddoto (sì, anche il cane) che ottiene al massimo un sorrisino a denti stretti; l’oggettistica da robivecchi è l’imitazione della copia pirata di un vecchio set di fantascienza; la sceneggiatura dello stesso autore e produttore, con mire elevate tra cui il dialogo tra antico e contemporaneo, non supera mai la battuta di circostanza; sono solo 84 minuti ma ci arriviamo stremati. Il regista si augura inoltre di “aver trovato un film che possa piacere a tutti… non ci sono rimasti molti altri generi da sperimentare!” (dal pressbook). Meno male. Cinema Povero? Al contrario: povero cinema.

Voto:  4                                                       Emanuele Di Nicola

 

Forbidden Lie$
(Anna BROINOWSKI)

(Australia   -   2007   -   106')

Nel 2003 la scrittrice giordana Norma Kohuri pubblica Forbidden Love (L’amore ucciso, Mondadori); il libro racconta l’omicidio della sua migliore amica e denuncia la tragica pratica del delitto d’onore che ancora resiste nel Paese, diventando un bestseller internazionale. Ma è tutta una montatura.

La signora della truffa

Ricostruzione filologica, indagine sociale, ma anche sguardo analitico sui delicati processi che sottendono alla creazione dell’opinione pubblica, il documentario/thriller di Anna Broinowski fa l’autopsia di una truffa: interpellando Norma Kohuri, concedendole la possibilità di difendersi, ma solo per poi inchiodarla di nuovo, il film cammina sul rischioso confine tra coscienza collettiva e sua manipolazione. La storia della ragazza giordana, uccisa da padre e fratello perché colpevole di avvicinarsi all’altro sesso, si rivela menzogna costruita per vendere e sostenuta dai più sottili castelli di carte; l’autrice arriva a spiegare che nel volume nomi e date della tragedia sarebbero volutamente contraffatti per ragioni di sicurezza personale. E’ un intricato duello verbale, nutrito di testimonianze dirette e prove contingenti (in Giordania è ormai scomparso il delitto d’onore), quello che avvolge scrittrice e regista; e ancora una volta sullo sfondo, secondo logiche tristemente familiari, si formano partiti d’opinione pronti a giudicare il caso mediatico, stampare sentenze cosmiche e definire i confini scientifici di giusto e sbagliato. Più che un film un tassello chiarificatore, che al notevole fiuto di inchiesta coniuga un affilato bisturi piantato nel contemporaneo: qualcuno lancia l’amo e la comunità occidentale, incollata alle proprie convinzioni, respinge ogni dubbio e subito abbocca al ricatto sociale, mentre si gonfiano i soliti portafogli. Ma non c’è peggior sordo…

Voto:  6,5                                                            Emanuele Di Nicola

 

Foreldrar
(Ragnar BRAGASON)

(Islanda   -   2007   -   96')

Il film, realizzato quale complemento ideale del discorso intrapreso con Börn, mette in scena rapporti di coppia in crisi e problematiche legate ai figli nella Reykykik di oggi. Grigiore e incertezza sembrano regnare in percorsi esistenziali destinati, talvolta, ad intrecciarsi tra loro.

Adulti fragili

Assemblando varie situazioni ugualmente precarie, tra cui quella di una coppia scontenta per ragioni legate all’adozione di un figlio, quella di un operatore finanziario realizzato sul piano lavorativo ma sempre più infelice sul versante privato, quella di una giovane donna che torna dalla Svezia dopo diversi anni per rivedere suo figlio, un Ragnar Bragason meno brillante e ispirato rispetto al precedente Börn riesce comunque ad offrire uno spaccato della società islandese inquieto e ricco di elementi perturbanti.
Il tratto comune delle diverse micro-storie che, anche questa volta, l’autore si diverte a intrecciare tra loro, sembra essere l’intima fragilità di una generazione di mezzo che non è riuscita a costruire rapporti famigliari dalle solide basi, rapporti che possedessero il calore giusto per sciogliere il gelo di coppie in crisi e compensare l’assenza di figli non arrivati o allontanati troppo presto. Se in Foreldrar l’analisi dei caratteri sembra procedere in modo finanche più approfondito, ciò che manca rispetto al precedente Börn, oltre ad una ricerca stilistica e fotografica non altrettanto creativa, è la capacità di scavare nel tessuto sociale fino ad estrapolarne quelle situazioni paradossali, estremizzate, con cui il primo capitolo di un dittico comunque pregevole, coerente, attuale, aveva saputo sorprenderci.

Voto:  6,5                                                          Stefano Coccia

 

Heima
(Dean DEBLOIS)

(Islanda   -   2007  -   97')

I Sigur Ros tornano a suonare nel loro Paese natale, l’Islanda.

Alieni sulla Terra

Heima è patria. La straordinaria band scandinava, a margine del successo internazionale, nel 2006 torna tra i ghiacci per una serie di concerti gratuiti; li segue Dan Deblois, già autore di loro videoclip e coautore/sceneggiatore di Lilo & Stitch, per immortalare luoghi, volti, esibizioni. Il film è una perla appagante e commovente. Lo diciamo subito: il giovane regista non ha intenzione di fare mera illustrazione del tour, il suo lavoro è quanto più lontano dal rockumentary perchè corteggia amorevolmente l’occhio, punta sulla costruzione esteriore e modella con pazienza una lunga catena di quadri visivi. E c’è anche un’altra ragione: la cinepresa, puntata a rotazione sui volti dei timidi Sigur Ros, raccoglie non formalità divistiche, affermazioni arty o altre velleità, ma giudizi arbitrari, vaghe impressioni e dichiarazioni inessenziali. Culminanti nel finale: chiusura in crescendo dell’ultimo show nordico e, come sua antitesi, dissertazione stupendamente fuori luogo sulla nonna di un membro della band. Heima è così, ma risulta difficile restituirne interamente le impressioni: diviso in capitoli corrispondenti alle città del tour, bagnato da panteismo con avvolgenti risvolti mistici, si apre con una fase di pura contemplazione che lascia emergere un intento quasi decorativo; una stella peculiare e delicata che guarda alla Natura, trafitta dalla luce e divorata dal colore. Spazi piani e spazi profondi, ambienti gelidi e calori umani, riempimenti intensi e improvvise trasparenze. Osserviamo strati porosi e superfici levigate, lievi ruscelli e cascate impetuose, corsi d’acqua indagati, riavvolti e proposti all’incontrario. Siamo alla libera associazione tra immagini e parole; dopo la prima parte, su cui aleggia l’artista faro Godfrey Reggio, i volti dei protagonisti si insinuano delicatamente nell’ordito, senza catturare l’attenzione ma moltiplicando anzi i punti di prospettiva. Un uomo seleziona e raccoglie pietre per creare uno xilofono, una folla si raggruppa per protestare contro l’innesto di una diga. Il paesaggio islandese, un rabbrividente sfondo incontaminato, è appena corrotto dalle intelaiature ferrose dei palchi e dagli strumenti degli artisti; figurativamente questi sono extraterrestri, che sbarcano su un nuovo pianeta tra suoni e rumori per donargli meraviglia; ma anche e soprattutto, in sostanza, contro la spersonalizzazione feroce nella macchina dello spettacolo, i Sigur Ros sono stranieri che tornano a casa. Poche volte musica & cinema si sono abbracciati con tale voluttà espressiva e hanno raggiunto un’unione tanto ipnotica, che ripudia ogni compromesso e chiede solo di essere goduta al riparo da pregiudizi di sorta: l’originalità vive nella fusione dei mezzi. Il momento più alto del festival sono questi 97 minuti di grande visione che si inchiodano nella memoria.

Voto:                                                          Emanuele Di Nicola


Voto:  7,5                                                            Stefano Coccia

 

Le Pere di Adamo
(Guido CHIESA)

(Italia/Francia/Danimarca/Svizzera   -   2007  -   90')

Meteorologia e società: Guido Chiesa analizza il mondo di oggi e la sua apparente imprevedibilità, allacciandosi alle proteste dei lavoratori intermittenti francesi, protagonisti di una serie di rivolte nel 2003.

Proteste e nuvole

Guido Chiesa identifica nella meteorologia le scelte, le proteste e le “rivoluzioni” del popolo, combattuto tra desiderio di speranza, apertura al futuro e uno spiazzante senso di disillusione che trova la propria genesi proprio nell’incostanza del popolo stesso nel perseguire i propri ideali.
Perturbazioni come sommovimenti popolari, cittadini come piccole goccioline d’acqua: dopo aver parlottato di rivoluz(zz)ione e di impegno politico anni ’70 in Lavorare con lentezza, il regista torinese prende la strada del documentario e si concentra sul movimento dei lavoratori Intermittenti francesi, impiegati precari del mondo dello spettacolo che nel 2003 portarono avanti una appassionata protesta sull’annosa questione delle indennità di disoccupazione.
Guidato per mano da un omino dei fumetti che conduce la narrazione e che fornisce gli slanci riflessivi al film, intramezzato dagli interventi scientifici di Luca Mercalli (meteorologo noto soprattutto al pubblico televisivo) Le pere di Adamo cerca di impostare sulla base di una suggestione visiva piuttosto poetica e stravagante un raffronto nonché un’analogia fra il rigore scientifico della meteorologia e il tumultuoso universo sociale.
Quello che ne esce fuori è un ritratto sicuramente originale ma non del tutto convincente della società del precariato: per quanto le lunghe sequenze dedicate al diretto contatto con gli Intermittenti francesi siano estremamente interessanti (e ben gestite), nella seconda parte del film –quando Chiesa si concentra su un aspetto più riflessivo (e poetico) della protesta, ponendosi oltretutto nel complicato e affascinante rapporto fra musica e matematica- il film perde vivacità e inizia ad incartarsi in una serie di riflessioni che per quanto ben organizzate e facilmente acquisibili finiscono per appesantire l’intera operazione e a svuotarla della carica originale e frizzante che in teoria il progetto di base avrebbe suggerito.
Ispirandosi al noto detto “non confondere le mele con le pere” Le pere di Adamo articola un discorso che salta con troppa facilità da un argomento all’altro, lasciando incompiuti e sospesi diversi filoni descrittivi: dalla Francia all’Italia (passando ovviamente per le proteste no-TAV), dalle innovative facoltà universitarie “musico-scientifiche” alla meteorologia di Mercalli, Chiesa disperde il discorso e sfilaccia il tessuto del documentario.

Voto: 5                                                               Priscilla Caporro

 

Namibia: The Struggle for Liberation
(Charles BURNETT)

(2007  -   161')

Prodotto dal governo della Namibia e ivi girato, il film racconta le tappe del lungo processo di emancipazione della nazione dell’Africa Australe dalla brutale oppressione sudafricana.

Le mani che liberarono la Namibia

La bellezza di centosessantuno minuti che scorrono via senza che il racconto si fossilizzi mai su aspetti futili o ridondanti, riuscendo talvolta persino ad appassionare. Questo è già un risultato non disprezzabile per Namibia: the Struggle for Liberation, potente affresco delle circostanze storiche e delle esperienze di lotta che portarono alla liberazione del tormentato paese dell’Africa Australe, oppresso per decenni dal vicino Sudafrica. Detto altrimenti, uno dei padri fondatori del cinema black negli Stati Uniti, il veterano Charles Burnett, postosi cinematograficamente al servizio della causa di un altro padre fondatore, quel Samuel Nujoma che insieme ad altri creò lo SWAPO, movimento di liberazione attivamente schierato contro la presenza sudafricana, e che sarebbe poi diventato il primo Presidente della Namibia.
Il ricordo del tetro regime di dominio coloniale imposto, non senza una forte impronta razziale, dal paese in cui era in vigore l’apartheid, si caratterizza da un lato per l’ovvia necessità di sottolineare la determinazione, i sacrifici, la dedizione assoluta che Samuel Nujoma e i suoi più stretti collaboratori seppero applicare alla lotta, sin dall’inizio; per altri versi, l’approccio di Charles Burnett tende saggiamente a focalizzare la dimensione corale dell’impegno politico, che coinvolse fasce sociali e singole personalità il cui orientamento poteva variare notevolmente, con in sovrimpressione il classico dilemma: privilegiare la protesta pacifica o imboccare la strada dell’insurrezione armata? La ricostruzione operata nel film appare piuttosto curata, nei dialoghi compaiono persino sporadici riferimenti agli orrori del precedente dominio coloniale tedesco, in primis lo sterminio del popolo Herero agli inizi del Novecento. Altrettanto apprezzabile la drammatizzazione degli eventi, ottenuta da Burnett grazie ad una solida formazione registica e a un adeguato controllo della messinscena. Meno condivisibile, a livello di sceneggiatura, quella tentazione agiografica che affiora di tanto in tanto, allorché il peso di decisioni geopolitiche prese in altro loco appare ridimensionato rispetto alla spinta verso l’indipendenza manifestata, all’interno del paese, da singole voci del movimento di liberazione. Per avere una visione più ampia del background storico, evitando così di trascurare il ruolo importante che ebbe in Africa la vocazione internazionalista e terzomondista della politica estera cubana a partire dagli anni ’60, si consiglia allora la visione del bel documentario di Jihan El Tahri, Cuba, una Odissee Africane. Integrando tale esperienza spettatoriale è possibile avere un’idea più circostanziata di quanto abbia inciso, sulle chance della Namibia di accorciare i tempi per l’indipendenza, l’esito del conflitto tra l’esercito sudafricano e il governo rivoluzionario angolano, rinvigorito dal sostegno militare offerto da Cuba.

Voto: 6,5                                                            Stefano Coccia

 

Natural Born Star
(Even G. BENESTAD)

(Norvegia   -   2007  -   74')

L’ex attore norvegese Fred Robsham si guarda indietro e racconta la sua vita.

Stella caduta

Sconosciuto ai più, il norvegese Fred Robsham arriva in Italia nel 1967 come sommozzatore; arruolato casualmente per i suoi tratti nordici, negli anni ’70 interpreta una serie di pellicole, soprattutto spaghetti western, e si innamora ricambiato dell’icona Agostina Belli. Una storia che dura poco: sostanzialmente disinteressato al cinema, che considera mestiere di passaggio verso la vera passione per il mare, Robsham è ingiustamente arrestato per traffico di stupefacenti. Viene scagionato e torna a casa, ma ormai è troppo tardi: l’uomo risulta affetto da Aids, che ha contratto in carcere per la negligenza del servizio sanitario (una siringa unica usata su più pazienti), Agostina è persa per sempre. Il regista e connazionale Even Benestad viene ricevuto in visita dal vecchio Fred nella sua abitazione di provincia: portatore sano del virus da vent’anni, egli è uno schivo pescatore solitario che generalmente non parla con nessuno. Il documentario punta tutto sul suo volto e si lascia andare al flusso libero dell’intervista: le rughe, le pose e la mimica dell’uomo si alternano a fotogrammi di un passato glorioso, aggiungendovi a tratti l’amabile dono dell’ironia. La memoria torna indietro e inciampa nella contraddizione: Non rimpiango niente, afferma Robsham, ma poi ammette che Le cose potevano andare in un altro modo. Il corretto lavoro di ricostruzione regge e diverte fino alla fine, meritando pienamente la visione; il tasto della tenerezza, però, suona spesso troppo costruito e rende arduo distinguere la realtà effettiva dalla messa in posa. Soprattutto nel ricongiungimento finale: Fred incontra Agostina, ormai anziani si riabbracciano dopo tanti anni, ma non è dato sapere quanto il quadro sia spontaneo e quanto attentamente preparato. Il dubbio rimane.

Voto: 6                                                           Emanuele Di Nicola


Voto:  7                                                                 Stefano Coccia

 

New Home Movies from the Lower 9th Ward
(Jonathan DEMME)

(U.S.A.   -   2007  -   108')

Il dopo-Katrina e conseguentemente il dopo-Bush nei quartieri poveri di New Orleans, dove il regista si aggira insieme agli abitanti di un tempo, alla ricerca dei segnali di una ricostruzione che ancora non c’è stata.

Il volto sommerso dell’America

Jonathan Demme ci fa da Caronte in una realtà ancora devastata, come se l’uragano fosse passato l’altro ieri, mentre invece sono già trascorsi due anni e passa. L’approccio consiste nel muoversi in modo assai spartano, con una videocamera digitale al seguito e la massima semplicità nell’intervistare i protagonisti involontari di quella dark tail, il cui copyright appartiene tanto all’impeto della natura che alla cattiva coscienza dell’amministrazione Bush. Il regista sembra così allacciarsi al discorso più o meno dove l’aveva lasciato in sospeso Spike Lee, autore con Where the Leeves Broke di un lavoro focalizzato sull’impatto immediato di un simile disastro naturale, perciò non sorprenda il fatto che in New Home Movies from the Lower 9th Ward sono praticamente assenti le immagini di repertorio riguardanti il passaggio dell’uragano, ci si concentra sul dopo. La sfida di Demme consiste nell’affidare ogni altra considerazione al calore umano e all’ironia di coloro che abitavano il Lower 9th Ward, quartiere povero di New Orleans che al termine della sciagura è stato sostanzialmente abbandonato a se stesso, riprendendo poi i suoi personaggi nello spettrale paesaggio costituito dalle case e dalle strade oggi disabitate. Monotone carrellate lungo le vie del quartiere, poste a scandire il passaggio del tempo dal 2005 a oggi, suggeriscono l’idea di un’attesa infinita e inconcludente: vuote le promesse dei politici, la ricostruzione era ed è ancora lontana ma intanto si vive altrove, in una condizione di precarietà.
Nel complesso la scelta sobria di Jonathan Demme appare motivata, non mancano scene insolite e lampi di euforia nel corso del documentario, eppure la durata non trascurabile dello stesso lascia supporre che ci sarebbe stata l’opportunità di inserire deviazioni altrettanto significative, nonché qualche attacco più diretto alla classe politica che ha determinato tale situazione.

Voto: 6                                                               Stefano Coccia

 

Parole sante
(Ascanio CELESTINI)

(Italia   -   2007  -   75')

Cinecittà non è soltanto sinonimo di cinema, qui a Roma. Cinecittà rappresenta anche un quartiere della capitale il cui esteso centro commerciale è per molti punto di riferimento quotidiano; lo era anche per quei giovani lavoratori precari, arruolati in un call center la cui anonima palazzina può essere presa a esempio delle forme di sfruttamento moderno, quelle che consentono a società come l’Atesia di porre soggetti come loro sotto il giogo di contratti svantaggiosi e frustranti, per poi liquidare con irrisoria facilità il personale che non sa adeguarsi alle regole di un gioco truccato.

Qui al call center non è il paradiso

Curioso documentario “in soggettiva” da parte di un Ascanio Celestini che si trova ad esporre con lo strumento cinematografico storie di ordinaria sopraffazione, in un mondo lavorativo sempre più orientato verso il precariato, storie che l’autore aveva avuto già modo di approfondire attraverso uno spettacolo teatrale, Appunti per un film sulla lotta di classe.
E noi sappiamo bene che la lotta di classe è tutt’altro che finita nella società in cui viviamo, al contrario di quanto vorrebbe farci credere la stampa borghese, solo che tende almeno in parte a spostarsi su binari sotterranei, assumendo forme ancora più subdole e striscianti. Questo sembra averlo capito bene Ascanio Celestini, uno dei più dinamici tra gli esponenti dell’attuale “teatro di narrazione”. Abbiamo parlato di “soggettiva”, definendo il suo Parole sante, perché il regista mostra di sapersi mettere in gioco personalmente, a partire da quel monologo che fa da cornice al film, inquadrandone il tema nelle battute iniziali e traendo le conclusioni dopo aver illustrato le desolanti esperienze dei protagonisti. Un monologo che incita, implicitamente, a trovare nuovi strumenti di lotta, giacché l’amara parabola esposta da Ascanio non fa che condannare il cinismo della destra liberista e l’immobilismo complice del centro-sinistra, divenuto anch’esso strumento di oppressione nei confronti della classe salariata.

Nella parte centrale del film, per il quale auspichiamo arrivi presto la reperibilità in dvd, si snodano le vicende di alcuni giovani operatori del call center sedotti e abbandonati dall’Atesia, società che come tante altre è oggi in grado di sviluppare un sistema di relazioni contrattuali a tutto svantaggio dei propri dipendenti, costretti a una forma di precariato che crea situazioni di disagio ancor più insostenibili in caso di infortuni sul lavoro, di licenziamenti arbitrari resi oggigiorno più facili che in passato, e di altre scorrettezze non meno gravi. E a quel punto non stonerebbe aggiungere una scritta all’ingresso della palazzina dove si trova il call center: arbeit macht frei.

Voto: 7                                                               Stefano Coccia

 

Pop Skull
(Adam WINGARD)

(U.S.A.   -   2007  -   86')

Daniel viene mollato dalla ragazza e si fa di droghe pesanti, meditando un omicidio…

L’abisso poco nero

Pop Skull è stato accolto alla Festa di Roma come il male assoluto, l’immonda schifezza, lo scult da deridere in coro. Niente di tutto questo: il film di Wingard, che evita ogni linguaggio tradizionale e segue la strada anarcoide della videoarte, non convince ma è comunque lontanissimo dai fischi sciagurati che abbiamo dovuto sentire. Trama esile come uno stelo insanguinato, protagonisti irrimediabili dai volti stravolti, inquieti cambi di prospettiva, sonorità metalliche e pungenti, sovrapposizioni astratte di colore e sequenze squisitamente anti-narrative basate solo sulla stimolazione sensoriale (indovinate chi è il modello): un’opera che osa parecchio e procede per richiami e liberi accostamenti di immagini, spargendo torvi presagi e tracce indefinite di minaccia, verso l’imminente ipotesi di un delitto. Al contrario delle critiche pregiudiziali che colpiscono l’approccio stilistico, però, dove il film delude sembra tutt’altro campo: il soggetto e la sceneggiatura. Resta paradossalmente presente la necessità di ossequiare il plot tradizionale e cedere a tutte le sue sirene come se, a compensare la scelta estetica ardita, debba essere una pioggia di segnali narrativi canonici e riconoscibili. E’ così che la storiella di coppia (rottura – abisso – vendetta – omicidio) invade lo schermo, si fa presto trama scolastica e ingombrante, per consistenza adatta appena a un corto sperimentale. Film oscuro, storia chiara: la provocazione cade in contraddizione.

Voto: 5                                                         Emanuele Di Nicola


Voto:  5                                                                Stefano Coccia

 

Taxi to the Dark Side
(Alex GIBNEY)

(U.S.A.   -   2007  -   105')

Afghanistan. Dilawar, tassista, sospettato di collusione con le forze talebane, viene prelevato dalla vettura e incarcerato nella base di Bagram; alla sua famiglia tornerà indietro solo un certificato di morte. Partendo da questo episodio, il regista Alex Gibney indaga attentamente lo strumento della tortura nelle guerre americane post 11 Settembre: “Quello che è successo non è colpa di poche mele marce, ma frutto di una politica sistematica”.

“La tortura non esiste a Guantanamo Bay” (Donald Rumsfield, 02/03/2006)

Miglior documentario al Tribeca, dallo stesso autore di Enron – L’economia della truffa, che passa dagli scandali finanziari alle vergogne umanitarie, Taxi to the dark side è un lavoro decisamente tosto: perchè non indugia in sottofondi ideologici, non prende posizioni di schieramento, non ringhia né sbava contro l’amministrazione Bush ma piuttosto presenta dati, ricostruzioni e interviste per smascherarne in concreto le viscide menzogne. Attraverso la partenza minimalista, che è poi dato complessivo di fondo, il film si divide in capitoli e tocca tre stazioni principali: Bagram, Abu Ghraib, Guantanamo. E’ così che gli ex soldati americani, interpellati dallo stesso autore, confessano apertamente le sevizie ai prigionieri ma anche la pratica dello scaricabarile ai piani superiori: di colpa in colpa, rimbalzo dopo rimbalzo, all’insegna del processo mediatico che raggira l’attenzione del pubblico, i pesci piccoli sono voracemente inghiottiti mentre gli squali continuano indisturbati a sbattere le proprie fauci. Da queste fondamenta, semplici quanto spiazzanti, si sviluppa un costrutto controverso: Gibney impasta nuove rivelazioni con dati risaputi, mostra un’adeguata potenza di sintesi ma scivola anche nella trappola del ridondante. Il lavoro è dedicato alla memoria del padre del regista, marine virtuoso, che avrebbe immaginariamente deplorato la condotta dei vertici attuali: sono questi cedimenti verso la retorica dei sentimenti a sporcare il complesso, che resta comunque una schiera di vibranti ritratti specifici ma anche sguardo corale su un sistema deviato. Se rischia l’eccessiva poeticizzazione di tragici eventi, infatti, ogni ammissione di responsabilità ha forza rabbiosa e vita propria: i carnefici sono nuove vittime, altre viti di un ingranaggio dall’alto che muove in verticale e sistematicamente divora i suoi figli.
Per continuare a indignarsi visitare il sito ufficiale: http://www.taxitothedarkside.com/

Voto: 6                                                              Emanuele Di Nicola

 

The King of Kong: A Fistful of Quarters
(Seth GORDON)

(U.S.A.   -   2007  -   79')

Battere il record di Donkey Kong, videogame in grado di evocare un’epoca di giornate spese al bar o nelle sale giochi, è un’ossessione tanto per l’arrogante Billy Mithell che per il più mite, simpatico Steve Wiebe. Caratteri opposti, ma un atteggiamento ugualmente maniacale nei confronti di quel passatempo elevato a ragione esistenziale: il resoconto delle loro sfide a distanza accende il documentario, mentre intorno ai protagonisti ruota un circo non meno delirante di appassionati dei videogiochi “arcade” anni ‘80

Game over?

Incredibile ma vero, la sorpresa più grande di questa Festa del Cinema è arrivata proprio da un documentario, concepito con un passo da fiction, attraversato da una sottile vena umoristica, orchestrato con un crescendo finale così coinvolgente da oscillare tra la suspance di un thriller e il pathos di un film sportivo. Ma quale sarebbe poi lo sport in questione? Tenetevi saldi sulle poltrone, non mollate il joystick e i pulsanti per nessun motivo, perché qui si tratta di riesumare addirittura Donkey Kong, icona di un certo peso nel mondo dei videogames anni ’80. Argomento frivolo, inconsistente? Può darsi, ma molto dipende da come lo si affronta: se ad Across the Universe di Julie Taymor sono stati tributati diversi minuti di applausi, le proiezioni di The King of Kong: A Fistful of Quarters  hanno proposto una compatta reazione del pubblico che è andata ben oltre gli applausi finali, cui vanno perciò aggiunte risate a scena aperta e un tifo da stadio nei momenti più esaltanti del racconto. Già, perché il sornione Seth Gordon sa ballare in bilico tra una descrizione dei personaggi e degli ambienti da loro frequentati ricca di notazioni gustose, taglienti, ed un resoconto della sfida tra gli opposti caratteri del vanesio Billy Mitchell e del volenteroso anti-eroe Steve Wiebe che appassiona realmente.
Il carosello di personaggi che si agitano intorno a questo duello di abilità vissuto con dissennata euforia contempla comprimari di tutto rispetto, dall’ex giocatore e arbitro che ha fondato una lega di patiti dei più popolari videogames, con tanto di ufficializzazione dei record affidata a solerti delegati, fino all’insospettabile vecchietta accreditata di  punteggi mostruosi in qualche altro “arcade” coperto dall’associazione. La maniacalità regna, tra ore passate ad esercitarsi nel videogame preferito e sospetti di irregolarità nell’acquisizione dei vari primati, tra famiglie trascurate e riunioni di nostalgici del gioco da bar, tra spiegazioni tecniche e deviazioni su altri fenomeni di costume correlati agli anni ’80. Intanto l’eterna tenzone inaugurata da Billy e Steve, campioni di Donkey Kong, va avanti tra alterne fortune, e già comincia a circolare la voce che la loro rivalità possa ispirare, nell’immediato futuro, un vero e proprio lungometraggio di fiction…

Voto: 8,5                                                             Stefano Coccia

 

The Universe of Keith Haring
(Christina CLAUSEN)

(Italia/Francia   -   2007  -   82')

“Il mio contributo al mondo è la mia capacità di disegnare. Voglio disegnare il più possibile e il più a lungo possibile”. Storia di Keith Haring: l’artista, l’uomo, il mito.

L'arte di essere artisti

Keith Haring, predicatore dell’“arte per tutti”, personalità amata e odiata dal pubblico: per alcuni paradigma dell’arte libera ed essenza dello spirito anni ’80, per altri uno pseudo-artista dalle dubbie doti, un “venditore” di se stesso in una società alla ricerca di personaggi “colorati”. Keith Haring: il ragazzo di provincia (era nato a Kutztown, Pennsylvania nel 1958) cortese e ben educato con un’incredibile passione per il disegno, ma anche la personalità eclettica, l’artista emergente in una New York alla ricerca di nuovi talenti e di nuovi spunti creativi.
Sregolato, indipendente, con una formidabile ansia di comunicare ed esprimersi attraverso i suoi lavori, e allo stesso tempo sensibile, fermamente convinto e radicato nei propri valori artistici, un uomo che non si è fatto plagiare dal tumultuoso ambiente della Grande Mela.
The Universe of Keith Haring è un omaggio doveroso e rispettoso nei confronti di uno fra gli artisti più prolifici del XX secolo, spesso sconfitto nella sua battaglia per la propaganda del messaggio creativo dai provvedimenti delle amministrazioni pubbliche, rei di aver più volte cancellato i suoi murales. Christina Claunsen racconta in modo appassionato la vita breve ma intensissima di un uomo che identificava nell’arte e nella sua divulgazione la propria massima aspirazione: lasciando quasi in secondo piano le opere vere e proprie di Haring, il documentario si concentra sulla vita e sui sentimenti e le situazioni che hanno portato alla nascita di quelle figure tanto familiari (ed inflazionate). Il ragazzo “con gli occhialetti” che magnetizzò l’attenzione critica con i suoi coloratissimi omini e con le sue forme arrotondate è raccontato da chi visse accanto a lui gli anni dell’infanzia (i genitori, i fratelli, gli amici di vecchia data) e quelli della sua clamorosa ascesa, fra i quali spiccano nomi come quelli di Yoko Ono, David Lachapelle, Carlo Mc Cormick…
Nonostante ciò il quadro che The Universe of Keith Haring offre è non solo quello di una dimensione intima e privata di Haring, quanto uno spaccato preciso e ben documentato del penultimo decennio del ‘900, che ripercorre la vita e la storia delle figure che in un modo o nell’altro hanno incrociato la frenetica esistenza dell’artista.
Christina Claunsen mette sotto i riflettori l’impegno sociale dell’artista (specie nella seconda fase della sua carriera), ma anche la sua natura estrosa, la sua dichiarata omosessualità e il rapporto fra la vita di provincia e il brulicare esistenziale della metropoli.
Stroncato dall’AIDS il 16 febbraio 1990, in soli 31 anni di vita Keith Haring è riuscito a fare diventare inconfondibili i suoi tratti, idolatrato da milioni di ammiratori in tutto il mondo (le sue opere sono distribuite alle latitudini più diverse, dal Giappone, all’Italia, alla Germania…) e The Universe of Keith Haring pur non avendo come pilastro portante un’idea che superi la classica concezione documentaristica e senza aggiungere letture trasversali, riesce a trasmettere tutta l’energia, la vitalità e il senso di necessità artistica che hanno permesso che, quello che forse è il più grande esponente del graffitismo newyorkese, potesse entrare nella leggenda e nella storia dell’arte.

Voto: 5,5                                                              Priscilla Caporro

 

War/Dance
(Sean FINE, Andrea NIX-FINE)

(U.S.A.   -   2006  -   105')

L’incontro con Dominic, Rose, Nancy e altri bambini di Patongo, nel nord dell’Uganda, ci porta subito a contatto con ricordi dolorosissimi e con una realtà di sopraffazioni legata a doppio filo con la presenza della guerriglia; una guerriglia responsabile di parecchi massacri e del reclutamento di elementi giovanissimi, prelevati dai villaggi proprio per farne dei miliziani. Ma a questa infanzia sconvolta, negata, viene offerta direttamente dalla capitale una possibilità di riscatto: partecipare (e magari trionfare) alla kermesse di canti e danze tradizionali del Kampala Music Festival

Kampala Music Festival

I registi Sean Fine e Andrea Nix Fine, marito e moglie, possono vantare già diverse esperienze di cinema documentario nelle aree più turbolente del globo. Più in particolare, questo War/Dance sembra racchiudere in sé pregi e difetti comuni a parecchi film, sia di fiction che documentari, girati in paesi africani da elementi estranei a quelle particolari realtà. Da un lato la curiosità, l’esperienza e la tecnica portano verso prodotti che sanno esaltare la differente dimensione umana, specie se mescolata con esperienze dolorose, che gli autori si trovano di fronte; dall’altro c’è il rischio concreto che questo sguardo esterno riproduca schemi precostituiti allo scopo di accontentare un pubblico occidentale, prigioniero della sua visione dell’Africa.
Nello specifico War/Dance raccoglie numerose testimonianze relative a giovani vite marchiate per sempre dagli orrori della guerra, una guerra portata nel nord dell’Uganda da un movimento di ribelli, noto come LRA (Lord Resistance Army). Il lato emotivo della vicenda viene colto in tutta la sua drammaticità, con bambini costretti ad assistere impotenti all’eccidio della propria famiglia, con altri rapiti per essere trasformati a loro volta in guerriglieri (ed iniziati quindi alle stesse brutalità subite dai propri famigliari), ed altri ancora fuggiti dai campi di addestramento nella giungla a rischio di terribili punizioni. Umanamente il rapporto degli intervistatori con chi ha subito tali violenze sembra improntato a rispetto e pudore, ma in scene fin troppo costruite, come l’incontro di una vittima col sergente dei ribelli prigioniero presso un campo dell’esercito regolare, si affaccia il sospetto di una eccessiva manipolazione; così come il background di questo conflitto tra governo nazionale e guerriglia separatista, tracciato solo a grandi linee, mostra qualche crepa dovuta allo scarso approfondimento delle cause sociali.

Nel complesso appare più serrata e coinvolgente, ma in un certo senso anche più onesta, la seconda parte del film; quella che racconta delle imprese compiute al Kampala Music Festival dagli scolari di Patongo, tra cui gli stessi protagonisti delle tragiche storie esposte in precedenza. Si fa il tifo per loro, ovviamente, e sebbene questo riscatto nella performance artistica presti ugualmente il fianco a qualche critica, per la sua risoluzione un po’ meccanica, semplicistica, è innegabile che i due registi sappiano condurre il gioco con grande intensità a livello di riprese e di montaggio, nonché con un pathos nel dilatare le attese, al momento del concorso e delle singole esibizioni, tale da farci sentire intimamente coinvolti.

Voto: 6,5                                                             Stefano Coccia

 

Zero - Inchiesta sull'11 Settembre
(Franco FRACASSI, Francesco TRENTO)

(Italia   -   2007  -   106')

L’incalzante inchiesta sui fatti dell’11 settembre 2001 avviata da Giulietto Chiesa e dal suo staff si riflette in un montaggio serrato e scrupoloso, che lega tra loro le testimonianze oculari di alcuni dei sopravvissuti, le dichiarazioni di tecnici specializzati, le interpretazioni proposte da giornalisti e politologi di fama internazionale, filmati degli attacchi analizzati al dettaglio, ricostruzioni grafiche e animazioni al computer, col risultato di alimentare una serie impressionante di dubbi sulla versione ufficiale dell’11/9. Sospetti più che legittimi di manipolazione e strumentalizzazione della verità ricadono quindi sui vertici dell’amministrazione Bush, le cui mille contraddizioni non possono passare inosservate.

9/11: un’incredibile menzogna?

Alla ricerca di un titolo per il nostro breve e senz’altro approssimativo commento, ci è venuto spontaneo fare il verso ad un libro, il bestseller di Thierry Meyssan L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul Pentagono, lo stesso citato da Gore Vidal nello sconvolgente documentario diretto da Franco Fracassi e Francesco Trento. Già, perché l’inchiesta condotta da Giulietto Chiesa e dai suoi agguerriti collaboratori ha innanzitutto il merito di ricollegarsi ai più documentati e incisivi tra gli innumerevoli saggi, articoli giornalistici, prodotti audio-visivi che in questi anni hanno scavato, da posizioni assolutamente indipendenti, sulle mille contraddizioni della versione ufficiale sull’11/9, quella sostenuta dalla Casa Bianca e da istituzioni ad essa collegate, pronte ad arrampicarsi sugli specchi pur di imporre la loro idea sull’origine degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. Spiegazioni quasi sempre insufficienti, qualche volta persino ridicole. Ma è anche in base a tali interpretazioni che gli Stati Uniti, negli anni successivi, si sono arrogati il diritto di portare avanti una politica estera di straordinaria aggressività. Ciò costituisce un valore aggiunto per la ricerca, comunque necessaria, di una verità dalle basi oggettivamente più solide. Eppure, simili considerazioni probabilmente sfuggono a gran parte dell’opinione pubblica, così facilmente anestetizzata dall’assenza di spirito critico e dalla piaggeria esibite dai media ufficiali. Ecco allora l’importanza di operazioni come quella che ha portato a ZERO – Inchiesta sull’11 settembre, frutto di un’indagine accuratissima sui tanti, troppi “buchi” della versione ufficiale, che comincia a fare acqua da tutte le parti, come dimostrano le più elementari contestazioni mosse non solo da alcuni testimoni oculari, sopravvissuti all’attacco, ma anche da tecnici ed esperti di vari settori.
Molte delle tesi espresse nel film (più sotto forma di domande che di certezze) potranno non risultare nuove, per chi ha già confidenza con le voci più significative della contro-informazione. In alcuni ambienti sono state ribattezzate con un certo disprezzo “teorie complottiste”, ma altri documentari come Loose Change di Dylan Avery (non a caso uno dei più citati nel lavoro dell’equipe italiana) ci hanno abituato a grande serietà e rigore nel ricercare, comparare, interpretare i dati. Tali prerogative sono del resto necessarie, trattandosi di un materiale così scottante: volendo fare qualche esempio, si parla di un oggetto caduto sul Pentagono che mostra di possedere caratteristiche fisiche assai diverse, rispetto a quelle di un Boeing, così come l’idea che sia bastato l’impatto degli aerei a tirare giù le due Torri perde credibilità, di fronte a certi studi più attenti sulla temperatura di fusione dei metalli e ad altri indizi, che fanno pensare immediatamente alle sostanze esplosive utilizzate nelle demolizioni controllate. Ma chi sarebbe stato poi a compiere simili atti di sabotaggio, in modo così scellerato? Qui si entra nel campo delle ipotesi, perciò lo spettatore viene lasciato libero di trarre le sue conclusioni.
Oltre ad avvalersi del sostegno e della collaborazione attiva di personaggi del mondo della cultura quali Dario Fo e Gore Vidal, ZERO – Inchiesta sull’11 settembre tenta di fare chiarezza in questa matassa ingarbugliata procedendo nell’analisi con ordine, senza alcun timore che il montaggio ritmico e serrato dei materiali appiattisca il risultato, facendo semmai in modo che didascalie e animazioni piuttosto elementari (sembra un filino ironico, visto il tema, che la loro grafica ricordi quelle brevi sequenze animate che si vedono, a scopo informativo, negli aeroporti) ribadiscano il concetto, qualora esso meriti una ulteriore sottolineatura.

L’unico limite che si può addebitare all’operazione, da posizioni di estrema sinistra, è di natura ideologica. Ed è un limite strutturale che non riguarda la serietà dell’inchiesta, per cui lo si può anche considerare alla stregua di una nota a margine, da prendere in considerazione a livello teorico pur sapendo che una simile impresa produttiva non avrebbe potuto spingersi a tanto: ovvero denunciare la probabile mistificazione da parte dell’amministrazione Bush di quanto realmente avvenne l’undici settembre (ovvero una possibilità suggerita dalla ricostruzione degli eventi operata nel documentario) come una prerogativa, certo, ma non come una esclusiva a livello mondiale del sempre più irascibile imperialismo americano. Quello che vogliamo sottolineare è semplicemente un limite fisiologico di gran parte della sinistra europea, che nel puntare l’indice contro il Moloch rappresentato dall’imperialismo americano, in realtà particolarmente “creativo” e pericoloso nel coniare nuovi stratagemmi e pratiche perverse onde giustificare le proprie guerre imperialiste, finisce spesso per dimenticare il nesso imprescindibile con analoghe manovre poste in atto da altri imperialismi in fase ascendente o di recupero delle posizioni perdute, quali appaiono rispettivamente Cina e Russia. Per essere ancora più espliciti, si consiglia a tutti la visione di Rebellion, l’inquietante documentario di Andrei Nekrasov sulla dissidenza russa e sul “regno” di Putin, che mostra quanto i vertici della locale oligarchia siano bravi a copiare gli americani; ad esempio giustificando il loro pugno di ferro in Cecenia col ricordo di attentati nella capitale, la cui matrice cecena diventa quanto mai dubbia, fumosa, se per caso si va a controllare meglio i movimenti di agenti del vecchio KGB o di altri pericolosi individui sul libro paga di Mosca, che sempre per caso e operando in maniera non proprio limpida si aggiravano nei paraggi dei luoghi in questione. Tutto il mondo è paese? No, tutto il mondo è capitalista. Purtroppo.

Voto: 8                                                               Stefano Coccia

 


Uno scambio di battute con Paolo Jormi Bianchi, co-autore di ZERO

In che modo è stato avviato il progetto che ha portato alla realizzazione di Zero?

Giulietto Chiesa come scrittore e saggista e come uomo politico ha deciso ad un certo punto di aprire un fronte presso l’opinione pubblica sul tema della verità sul 9- 11. Mi ha coinvolto in questo progetto e io ho fatto ricerche e prodotto documentazione con la quale abbiamo convocati intellettuali di rilievo del panorama italiano, per una consultazione. Ne è nato il manifesto “Rompere il muro del silenzio”, che si può leggere qui
Contemporaneamente Franco Fracassi e Thomas Torelli, regista e produttore romani, lavoravano all’idea di un film documentario sul 9- 11. Ci siamo incontrati durante la proiezione di “Sette domande sul 9- 11”, un piccolo collage di documentari già in circolazione che avevo messo insieme per una proiezione davanti ai diversi firmatari del manifesto. Abbiamo deciso di imbarcarci in questa avventura.

Nel portare avanti la vostra inchiesta quali sono le fonti principali cui avete attinto, a livello di interventi giornalistici, di saggistica e di documentari aventi come oggetto i fatti dell'11/9?

Dovrei essere molto lungo, ti cito come documentari Loose Change e Confronting the Evidence e come saggi tutti i libri di Thompson, Nafeez Mossadeq Ahmed e David Ray Griffin sul 9-11.

Ci sono stati tentativi di ostacolare la vostra inchiesta, o contestazioni particolarmente veementi alla ricostruzione documentaria dell'11/9 cui siete giunti?

Tentativi di ostacolarci direttamente mai, ma di finanziamenti, di ascolto dalle grandi produzioni e distribuzioni, nessuna traccia. Redacted di Brian De Palma in Italia non viene distribuito, perché è troppo scomodo, lui che tratta delle atrocità della guerra in Iraq. Figuriamoci cosa possiamo aspettarci noi che al suo confronto siano dei nani. Ma abbiamo la forza del nostro film e l’interesse popolare. E tante cartucce ancora da sparare.

Come sono stati coinvolti uomini di cultura da sempre attenti allo scenario politico-sociale come Gore Vidal , Dario Fo e Moni Ovadia ?

E’ bastato chiederglielo. Hanno accettato subito.

Dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma si sono aperti spiragli per la distribuzione del film in sala o tramite altri canali?

Senz’altro, come ti dicevo prima abbiamo difficoltà, ma anche assi nella manica. Sentirete parlare di Zero dopo le feste.

 

ALICE NELLA CITTA'

Buda Az Sharm Foru Rikht
(Hana MAKHMALBAF)

(Iran/Francia   -   2007  -   81')

La lotta per la sopravvivenza nell’Afghanistan dilaniato dalle guerre si converte qui in fosca parabola, ma a misura di bambino: tra le povere abitazioni ricavate ai piedi delle grotte che, prima della follia Talebana, ospitavano i celebri Buddha di Bamiyan, la piccola Bakhtay tenta in ogni modo di procurarsi il necessario per andare a scuola, ma trova sul suo percorso innumerevoli ostacoli. Nella classe riservata ai maschi non viene accettata, così è costretta a fare più strada, incontrando persino una banda di ragazzini che nel giocare alla guerra si diverte a fare truci  minacce, come quella di lapidare la bambina in quanto infedele!

All’ombra di un Buddha disintegrato

Per quanto la famiglia Makhmalbaf sembri fare a gara con la famiglia Coppola per essere quella che può vantare più registi nel proprio clan, c’è da dire che in entrambi i casi continuano a susseguirsi esordi di un certo valore. I Makhmalbaf, in particolare, finiscono per avere ruoli di responsabilità sul set in età davvero precoce. È ora il turno di Hana, classe 1988, che da diversi anni studia cinema nella scuola di famiglia, la Makhmalbaf Film School, dove tra l’altro ha già realizzato un documentario (Joy of Madness, nel 2003) con la partecipazione della sorella Samira. Nello stesso anno la giovanissima Hana pubblicò anche un libro di poesie, Visa for One Moment, ma è con questo Buddha Collapsed out of Shame che è avvenuto il suo esordio nel lungometraggio di finzione.
Quanto Hana Makhmalbaf sia stata guidata, consigliata, finanche condizionata dall’esperienza del padre Mohsen e dalla sorella Samira non ci è dato saperlo, o comunque non abbiamo voluto approfondire, mentre sta di fatto che il suo film è un concentrato di felici intuizioni sulla condizione infantile vissuta in situazioni estreme, talvolta ostili, e comunque poco consone ad una crescita equilibrata. Quella realtà afgana, che ha già ispirato Viaggio a Kandahar di Mohsen  Makhmalbaf e Alle cinque della sera di Samira Makhmalbaf, torna ad essere il palcoscenico di storie paradossali; ma qui più che altrove è la rappresentazione di un’infanzia negata a recuperare lo schema del pedinamento di un personaggio, che anche nel cinema di Kiarostami e Panahi abbiamo incontrato diverse volte, rapportato nella circostanza a particolari variazioni sul tema: piccoli episodi da cui, mescolando una forma simbolica con suggestioni drammatiche, si allude costantemente ai tanti mali che hanno afflitto in tempi recenti il precario assetto sociale dell’Afghanistan, paese sconvolto dalla guerra e dall’intolleranza religiosa. Gli incontri della piccola Bakhtay con il maestro che non vuole insegnarle nulla, perché non accetta bambine in una classe di maschi, oppure con il gruppo di ragazzini che giocano alla guerra, minacciando di eliminare tutti gli infedeli con armi giocattolo o mettendo in scena lapidazioni, così come il divieto di usare cosmetici infranto dalla bimba con gioiosa ingenuità, sono tutte tragicomiche parafrasi del reale in grado di lasciare il segno. E su tutto si avverte il peso di un’assenza. Quella dei Buddha di pietra fatti saltare a Bamiyan con la dinamite, per fare spazio all’ignoranza e alla paura.

Voto: 7,5                                                              Stefano Coccia

 

Toku no Sora ni Kieta
(Isao YUKISADA)

(Giappone   -   2007  -   144')

Appena sceso dall’aereo, Ryosuke scopre che l’impronta di una scarpa è rimasta impressa sul cemento della pista, proprio nella città dove si era trasferito da bambino. Il curioso evento gli fa improvvisamente ricordare le strane circostanze che avevano accompagnato la costruzione dell’aereoporto, compreso il legame con Kohei, un monello del posto, e con la sognante Hiharu, ragazza sempre in attesa di rivedere l’UFO che anni prima partì con suo padre a bordo.

L’aereoporto dei desideri

La curiosa fiaba moderna del giapponese Isao Yukisada riprende a modo suo i canoni del racconto di formazione, attraverso il lungo e complesso flashback che racchiude i ricordi più insoliti del protagonista Ryosuke, piombato da bambino in un angolo remoto del Giappone rurale per la costruzione di un aeroporto (evento importante nella vita del padre ingegnere), osteggiata in realtà da gran parte della comunità locale. Il tono da “estate indimenticabile” si fonde alla perfezione con l’intrusione di elementi magici (c’è addirittura l’avvistamento di un UFO nell’aria…) e con momenti di comicità molto semplici, corporali, legati perlopiù agli scherzi e alle piccole avventure che il protagonista condivide con Kohei, un monello del luogo perennemente a caccia di guai.
Il leitmotiv del film coincide con il ripetersi di incontri tra il protagonista e personaggi sempre più strambi, lunatici, in un clima farsesco non esente però da struggenti malinconie. Il gioco regge molto bene nella prima parte, regalando persino qualche momento di poesia sul finale, ma mostra la corda nella durata eccessiva (ben 144 minuti!) di una pellicola che insiste troppo sulle digressioni, sulle gag ripetute fino allo sfinimento, creando a tratti una atmosfera piacevole e sfilacciando al contempo il racconto, che perde così un po’ di incisività.

Voto: 6                                                               Stefano Coccia

 

Un Chateau en Espagne
(Isabelle DOVAL)

(Francia   -   2007  -   90')

L’amicizia vivace e spensierata tra Maxime e Esteban sembra andare in crisi quando la famiglia del secondo decide di tornare nel proprio paese d’origine, la Spagna. Ma il francesino finirà per escogitarne di tutti i colori, per provare a trattenere l’amico del cuore.

Quando i bambini fanno oh!

Non solo quello di Isabel Doval è stato il film chiamato ad aprire la sezione Alice nelle città, da cui escono fuori sempre belle cose, ma tirando le somme si può forse dire che ne abbia rappresentato meglio di altri lo spirito. Nel senso che è piacevole riscontrare in una pellicola come Un chateau en Espagne quell’agilità di scrittura e quelle interpretazioni vitali, grintose, emotivamente cariche, da cui un’opera rivolta in primo luogo ai ragazzi (ma gustosa anche agli occhi di quel pubblico adulto a suo agio con un intrattenimento brioso e leggero) può trarre sicuro giovamento. Una testimonianza ulteriore di quanto ipotizzato è stata offerta dal pubblico in sala, composto prevalentemente da bambini delle scuole, che rispetto ad altre occasioni ha seguito con una partecipazione più genuina, vivace senza però eccedere, questa storiellina di amici per la pelle, pronti a tutto pur di non essere separati. Altrettanto emozionante il momento della presentazione del cast, con una bambina del pubblico che ha preso la parola anche solo per comunicare con il biondino francese, molto spigliato nel ruolo del protagonista, e potergli gridare: “Quanto sei bello”!
Eppure, sono anche gli interpreti adulti a conferire un tono decisamente umano al racconto, dando vita a personaggi ben caratterizzati sia nella famiglia francese che in quella spagnola, con una menzione speciale per l’energia mai doma di Angela Molina. Tutto ciò ha reso questa delicata pellicola, incentrata su rapporti affettivi di età pre-adolescenziale, una delle tante liete sorprese di questa sezione del festival.

Voto: 6,5                                                              Stefano Coccia

 

August Rush
(Kirsten SHERIDAN)

(U.S.A.   -   2007  -   100')

Il piccolo August Rush è vissuto senza conoscere i genitori, tra i ragazzi di un orfanotrofio. Ma ha un immenso talento musicale. Ed è convinto che questo suo particolare talento lo aiuterà, un giorno, a districarsi tra i suoni della grande metropoli ritrovando così i genitori perduti.

Sinfonia di una metropoli

Attenzione, è nata una stella! Trattasi di Kirsten Sheridan, figlia di Jim, ovvero mister Il mio piede sinistro, Nel nome del padre, The Boxer, eccetera eccetera. Volendo, ci si poteva già accorgere del precoce talento di Kirsten, avendo lei diretto un primo lungometraggio, Disco Pigs (2001), assolutamente ricco di inventiva, stravaganza e passione, oltre ad aver collaborato con il padre e con l’altra sorella Naomi per la sceneggiatura del pluri-premiato In America. Eppure, come accade per la luce delle stelle che attraverso gli spazi cosmici arriva a noi in sensibile ritardo, è da mettere in conto che in questa galassia lontana lontana nota come Italia ci si accorga di lei solo grazie ad August Rush, visto che il precedente Disco Pigs da noi non è stato nemmeno distribuito. Sempre in tema di distribuzione possiamo annotare tristemente come questa seconda pellicola, presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma (evento speciale delle sezioni Premiere/Alice nella città), sia destinata a circolare nelle nostre sale con l’enfatico titolo La musica nel cuore – August Rush. Forse è meglio soprassedere. Ma a questo punto non ci saremmo stupiti se l’ultimo film di Gus Van Sant fosse stato presentato al pubblico italiano come Il giardinetto degli skaters pazzoidi – Paranoid Park!
Fatta questa precisazione, speriamo che nessuno se ne abbia a male se nel prosieguo dell’articolo ci ostineremo a indicare il film semplicemente come August Rush, liberandoci così di un bel po’ di zavorra. Ed è una pellicola, quella che la Sheridan ha girato sfruttando al meglio le location newyorchesi, capace di evidenziare uno stacco rispetto al film d’esordio, alla sua senz’altro più genuina ambientazione irlandese. Tanto Disco Pigs che August Rush esibiscono, oltre alla micidiale bravura della giovane regista dietro la macchina da presa, alcune tensioni comuni: il gusto delle simmetrie, il tono fiabesco, l’interesse per il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, rappresentato nelle sue pulsioni elementari o ricorrendo magari ad un tocco naif. Ma Disco Pigs si giovava indubbiamente di uno sguardo meno addomesticato, all’occorrenza corrosivo e sanguigno, nel riportare l’intenso rapporto adolescenziale tra i due protagonisti ai paradigmi dell’amor fou. August Rush rappresenta invece il tentativo, a nostro avviso pienamente riuscito, di adattare la propria sensibilità registica a differenti standard realizzativi, come quelli suggeriti da una produzione americana piuttosto impegnativa, con personaggi del calibro di Robin Williams e Jonathan Rhys Meyers ad impreziosire il cast. Kirsten Sheridan , classe ’76, ha avuto perciò occasione di dimostrare un invidiabile, creativo controllo della messinscena, infondendo ritmo e appeal narrativo ad un plot elementare, quello di una accattivante fiaba metropolitana affrescata con assoluto candore.
August Rush è infatti la piccola odissea del giovanissimo protagonista, per l’appunto August Rush, fermamente intenzionato ad abbandonare l’orfanotrofio in campagna per ricongiungersi coi genitori mai conosciuti, due musicisti, sfidando se necessario l’ignoto rappresentato per lui dalla grande città. Nella fattispecie la grande città è New York, che al prodigioso orecchio musicale del protagonista si rivela non tanto la fonte di un continuo e variegato frastuono, quanto piuttosto una fonte d’ispirazione. Ma nel corso della ricerca il ragazzo si imbatte nella banda di piccoli musicisti di strada che uno scaltro e losco individuo, Maxwell Wallace alias Mago, ha addestrato a vivere di espedienti. La figura quasi dickensiana di Mago altri non è che un Robin Williams sempre più a suo agio, quando si tratta di esprimere le ambigue motivazioni del villain di turno! Un ultimo ostacolo prima del crescendo finale, all’insegna ovviamente della commozione? A parte lui e a parte la freschezza del giovane protagonista, molto in parte appaiono Jonhatan Rhys Myers nel ruolo a lui congeniale del cantante rock, ed una luminosa Keri Russell, altrettanto convincente nel proporsi come appassionata violoncellista. Ecco, la Sheridan approfitta proprio dell’incontro dei due innamorati, e di due differenti contesti artistici (musica classica e rock), per sprigionare una immensa energia nel montaggio incrociato delle differenti esibizioni musicali. Un altro tocco di classe per un film che, al di là dell’elementare funzionalità della storia, sa emozionare attraverso una coinvolgente sarabanda di immagini e suoni.

Voto: 7,5                                                              Stefano Coccia

 

 

NEW CINEMA NETWORK

 

Klass
(Ilmar RAAG)

(Estonia   -   2007  -   97')

Estonia, ultima frontiera: in una classe di idioti cinici e menefreghisti, il gruppetto capeggiato dal bullo di turno produce di continuo angherie ai danni di coloro che appaiono caratterialmente più vulnerabili, prima il disadattato Joosep, e poi Kaspar, colpevole ai loro occhi di aver difeso il compagno. Ma il padre di Joosep custodisce in casa armi da fuoco. L’esasperazione porterà i due ragazzi a una decisione estrema…

Bowling for Tallin

Il titolo della recensione sembra parafrasare con tono divertito l’inchiesta cinematografica di Michael Moore, ma il pensiero corre immediatamente a Gus Van Sant, quasi come se il film dell’estone Ilmar Raag potesse rappresentare il controcanto ideale di Elephant. La verità non sembrerebbe poi tanto diversa. Lo stesso regista, durante l’incontro col pubblico romano svoltosi al cinema Farnese, ha voluto sottolineare quanto fosse rimasto personalmente scioccato dai fatti di Columbine, avvenuti proprio nel periodo in cui si trovava per studio in America; ma a questo ha anche aggiunto la volontà di offrire una sua interpretazione cinematografica rispetto ad episodi di natura analoga, che sempre più frequentemente vanno verificandosi tra scuole e caserme nei paesi dell’area Baltica, ovvero Estonia, Lituania, Lettonia, nonché la vicina Finlandia. Anzi, in questo vertiginoso accavallarsi di realtà e finzione cinematografica, chi era presente alla proiezione di Klass e al successivo incontro sarà rimasto senz’altro turbato nell’apprendere, poche settimane dopo, del grave fatto di sangue accaduto proprio in Finlandia: ci si riferisce, ovviamente, allo studente che in un liceo della Finlandia ha fatto fuori 8 persone, dopo aver annunciato le sue intenzioni su Youtube!
Fa ugualmente un certo effetto sentire da Ilmar Raag che alcune delle scene più crude, sgradevoli, mostrate nel suo film, sono state ispirate da testimonianze raccolte presso rappresentanti delle istituzioni scolastiche o della polizia, oltre che dai ragazzi coinvolti in episodi più o meno simili di bullismo. Nel rielaborare questo materiale l’autore ha dato vita ad un oggetto filmico indubbiamente grezzo, capace di avvicinarsi nello stile di riprese a uno standard semi-documentaristico, ma altrettanto pronto a inglobare escalations drammatiche di un certo rilievo. Nella galleria di ritratti che si viene a creare, l’ottuso e desolante cinismo esibito dalle nuove generazioni colpisce almeno quanto l’impossibilità per i più volenterosi di trovare un qualsiasi punto di riferimento; non lo si trova certo presso genitori ed insegnanti visibilmente distaccati, privi di empatia, ridotti a semplici burocrati nell’amministrare determinati rapporti, quelli con ragazzi disabituati poi ad avere un dialogo aperto e produttivo tra loro o con elementi esterni. Appaiono ridondanti, invece, alcuni dei montaggi clipparoli che a ritmo di musica hip-hop introducono le differenti fasi, orchestrate in forma quasi diaristica, di un racconto cinematografico che conserva l’impronta di un teen movie inacidito, sarcastico e spiazzante, perciò perfettamente in grado di rielaborare certe risorse espressive in forme meno scontate e assai più penetranti.

Voto: 7                                                               Stefano Coccia

 

 

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