ROMA 2006
PREMIÈRE - CINEMA '06

 

PREMIÈRE:
  
- Alatriste - Agustín Díaz Yane
- Fur: an Imaginary Portrait of Diane Arbus - Steven Shainberg
- La sconosciuta - Giuseppe Tornatore
- Le Concile de pierre - Guillaume Nicloux
- N (Io e Napoleone) - Paolo Virzì
- The Hoax - Lasse Hallström
- The Namesake - Mira Nair
- The Prestige - Christopher Nolan
- Uno su due - Eugenio Cappuccio

CINEMA '06

   COMPETIZIONE
- A casa nostra - Francesca Comencini
- Akumu Tantei - Tsukamoto Shinya
- Bes Vakit - Reha Erdem
- Cages - Olivier Masset-Depasse
- Chand Rooz Ba'd... - Niki Karimi
- Fu Zi - Patrick Tam
- Izobrajaya Zhertvy - Kirill Serebrennikov
- Jardins en automne - Otar Iosseliani
- L' aria salata - Alessandro Angelini
- L' Héritage - Temur Babluani, Gela Babluani
- La strada di Levi - Davide Ferrario
- Le Voyage en Arménie - Robert Guédiguian
- Mon Colonel - Laurent Herbiet
- Nacido y criado - Pablo Trapero
- This is England - Shane Meadows
- Wu Qingyuan - Tian Zhuangzhuang
   FUORI CONCORSO
- Efter Brylluppet - Susanne Bier
- Les Ambitieux - Catherine Corsini
- Offset - Didi Danquart

 

 

PREMIÈRE

 

Alatriste
(Agustín DÍAZ YANES)

(Spagna   -   2005   -   140')

Nella Madrid di Filippo IV, le avventure del capitano di ventura Diego Alatriste, reduce dalle Fiandre: amori, intrighi, agguati, duelli etc.


Oro plumbeo

La produzione a più alto budget della storia del cinema spagnolo è un kolossal che di colossale ha solo la noia che suscita. La sceneggiatura "comprime" le vicende narrate nei cinque libri della saga creata da Pérez-Reverte (prossimamente saranno pubblicati altri due capitoli), seguendo la vita del Capitano dagli anni giovanili a quelli della maturità. La tentazione enciclopedico-grandiosa rovina la festa: momenti cruciali (l'attentato ai misteriosi stranieri) sono liquidati in tutta fretta, per lasciare spazio a pedanti citazioni (i rudi soldati di ventura ammirano le opere di Velázquez e incoraggiano il letterato Quevedo a recitare i suoi versi... no comment) e allo sfoggio di sontuosissime scene e sfarzosi costumi, che peraltro non bastano a cancellare lo strazio di dialoghi privi di qualunque finezza (la dark lady bambina, il confronto con l'inquisitore) e quadretti d'impagliata melensaggine (la bella inferma) e/o involontariamente ridicoli (l'epilogo bellico). Le scene d'azione, sufficientemente ritmate, e quelle ambientate alla corte madrilena (con uno spassoso Javier Cámara nella parte del conte-duca De Olivares) alleviano il tedio, ma la fotografia di Paco Femenia applica anche a quelle il suo molesto velatino cinereo. Solo per amanti del trash arty e per fan di Mortensen (che nella versione originale recita in spagnolo con un accento più che plausibile, al pari del "nostro" Lo Verso, cui spetta il ruolo del sicario italiano, naturalmente viscido e canagliesco).

Voto:  4,5                                                          Stefano Selleri

 

Fur: an Imaginary Portrait of Diane Arbus
(Steven SHAINBERG)

(U.S.A.   -   2006   -   122')

La vita di Diane Arbus (1923-1971), fotografa americana, “forse uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo”. La donna, costretta al luccicante ambiente famigliare del padre pellicciaio, si avvicina a Lionel Sweeney, l’inquilino del piano di sopra, affetto da una terribile ipertricosi.

Normale e Anormale

Uno squarcio umano complesso e sofferto, dal tocco peculiare di Steven Shainberg; l’autore di Secretary narra sempre dello stesso personaggio, nella rete della consuetudine ma iscritto nell’albo della devianza, dove appare delicatamente il sublime e infine l’amore. Diane Arbus si presta a perfezione: il film tace la fase matura dell’artista, dalla furiosa produzione al suicidio, e si muove – in un ritratto immaginario – tra le quinte della creatura narcotizzata al suo nido, inventando liberamente (e legittimamente) la genesi della vocazione. La dialettica tra normale e anormale plana sulla prima parte: un dark tale condominiale chiuso in interni, dentro anfratti oscuri, venato da piccoli tremori e particolari insignificanti che smuovono il quotidiano. Se la lente sulla sessualità repressa sfiora il manuale, seducente e spiazzante è l’idea dello squilibrio che rompe l’ordinario nei particolari (le irrisolte scene di letto) in un frullato citazionistico – Freaks, La Bella e la Bestia, Alice in Wonderland (ripresa letterale, esagerata) – che tanto rimesta nello stesso brodo da fornire un vibrante spaccato di disagio. Gira bene il regista, trovando lo scatto migliore nell’occhio fotografico (non a caso) sulla realtà dove manopole, mensole, tubi prendono forme inquiete e minacciose; non manca il colpo di scrittura, che mescola le carte del Bello e del Brutto sino alla sovrapposizione provocatoria (alla festa di Diane, il marito descrive la donna ma potrebbe parlare di Lionel – primo incontro, capelli lunghi, stupore visivo). Il fascino sospeso del preludio, però, è annacquato dalla grammatica dell’esposizione, che illumina esattamente gli angoli della vicenda; il film tenta il melò e zoppica sullo stereotipo zuccherato (l’amore, la morte) ma, se questo resta attendibile, è imperdonabile l’ansia di spiegare come, dove, perché Diane Arbus divenne fotografa (e la sequenza dell’albo, pegno post-mortem di Lionel, dice che siamo in pieno biopic). Fur appaga il quesito del pubblico quindi finisce fuori strada, parzialmente sorretto dalla prova diligente della Kidman ma, soprattutto, dall’esibizione mascherata di Downey Jr. Un dolore sincero che, rispetto al debole prurito di Secretary, inchioda Shainberg alla crescita graduale, non ancora davvero convincente.

Voto:  5,5                                                       Emanuele Di Nicola


Il valzer del rasoio

Shainberg prende in prestito i temi della favola (che sia Alice nel Paese delle Meraviglie o La Bella e la Bestia poco importa) e li adatta alla storia della innovativa fotografa Diane Arbus. In Fur fondamentalmente si gioca con le immagini e soprattutto con i personaggi di secondo piano, in un incredibile incastro di simboli e rimandi troppo spesso affrontati con leggerezza e un vago sentore di mediocrità. Del senso artistico e filosofico che si cela dietro alle opere della Arbus non c’è assolutamente traccia: esplicitamente dichiarato un percorso estraneo all’autentica biografia della fotografa (lo stesso sottotitolo ne è la conferma), Fur struttura gran parte del suo essere su eventi fittizi, ricollegandoli alle vicende dell’artista (l’imprevedibilità della Arbus, il fascino che suscitavano su di lei la diversità, il distacco, la sofferenza). Non si sente la mancanza dell’opera materiale (le fotografie negate alla produzione del film) quanto quella dello spirito più genuino e al contempo perverso di una delle figure più interessanti della storia della fotografia. Abbandonandosi alla storia d’amore bella e senza tempo della borghese insoddisfatta e del mostro sensibile che cela dietro alle sue fattezze apparentemente poco invitanti una ricchezza morale schiacciante rispetto all’inadeguatezza emotiva delle persone circostanti, Shainberg sembra perdere il bandolo della matassa per lasciarsi andare a una descrizione che rimanda eccessivamente a un mondo prettamente favolistico. Con nani, giganti, gemelle siamesi e individui deformi portati sullo schermo in maniera decisamente sgangherata, Shainberg sembra quasi cimentarsi nel fare il Lynch della situazione con risultati francamente disastrosi, considerando il modello con cui si confronta. Stupisce non poco aver sentito parlare di presunti parallelismi con Elephant Man, dal momento che mai due opere apparvero più distanti e destinate a non incontrarsi mai. Shainberg riprende vagamente le fila del discorso iniziato con Secretary, cercando ancora una volta di buttare l’occhio (o meglio, di scrutare dallo spioncino della porta come la Arbus in diverse scene del film) sulle perversioni umane e per portare avanti il suo progetto trascina nella storia le caratteristiche fondamentali della fotografa americana. Shainberg si trastulla tra scale che si arrotolano su se stesse, botole, appartamenti labirintici cercando di dare corpo e forma a turbamenti mentali ma in realtà dando vita soltanto a un poco convincente quadro accarezzato da qualche refolo di eleganza, senza riuscire a dare autentica concretezza (seppur astratta, nonostante il gioco di parole) a ciò che dovrebbe essere sottolineato. Un uomo corre verso l’oceano come il rasoio scorre sulla pelle ipertricotica: Fur è una parabola sulla favola e sui risvolti dei sogni che si snoda fra pellicce di gran moda e i peli di una “bestia” fiabesca.

Voto:  4,5                                                         Priscilla Caporro

 

La Sconosciuta
(Giuseppe TORNATORE)

(Ita/Fra   -   2006   -   118')


Da qualche parte al Nord. Irena, ucraina, viene assunta come domestica da una famiglia di gioiellieri.

Esagerato

Esagera Tornatore. Il regista mette a freno panoramiche e dolly – non ha più il corpo di Monica Bellucci da circumnavigare a pretesto – e riassume, nella prima parte, il sommario del genere thriller: sospensione, incertezza, ambiguità, penombra, tremolii. Esagera nel ripasso del sussidiario; gonfia il montaggio alternato sul legaccio presente/passato (il trascorso di Irena, nelle grinfie di un crudele pappone, viene illustrato con esattezza pleonastica), torna all’origine della specie nella divisione dello spazio scenico (la sequenza Rappoport/Gerini, dove la prima si avvicina alla cassaforte e la seconda rischia di sgamarla, è una trovata preistorica), manda le esplosioni musicali di Morricone a segnalare i momenti chiave, magnificando il significante ma deprezzando il significato di per sé. Il film tutto sommato, passeggiando su armamentario televisivo, regge per un’ora raccontando la favola minacciosa del Nord Italia, il cielo opaco sopra una mandria di gioiellieri – l’intreccio si trasforma come materiale d’oreficeria -, la spigolosa divisione tra Alto e Basso dove ognuno è sconosciuto. Esagera nella sostanziale condizione di (voluta?) sciattezza, nell’infilare il verme nella mela dorata, nel puntualizzare tutti i segnali di angoscia domestica. Esagera nell’insinuare il benevolo dubbio che l’opera non vada da nessuna parte e che, imperfetta e grossolana, sia però una semplice e legittima variazione sui toni del nero. Nel secondo tempo, per chi non ha abolito l’intervallo, il disastro: il cattivo torna dalla morte, la dura vita della prostituta viene rivoltata al dettaglio smorzandone il tormento interiore, il confronto tra madre e figlia è piuttosto lezioso e sputacchia glucosio. Esagera Tornatore perché fa la morale; il film non evita la trappola sentimentale sbracando il tempo fisiologico del racconto (la scena dell’abbraccio doveva essere finale) e, insieme, mantiene nell’aria una tristezza di circostanza per incollare il bollino d’autore. Esagera un cast oltre le competenze: Favino si dibatte in un ruolo estraneo, Gerini soffre una parte più intensa di lei, Placido si mette in gioco a tratti magnetico, Clara Dossena è fragile e corretta, Haber e Buy fugaci comparse, Ksenia Rappoport si beve facilmente l’intero parco italiano. Esagera un lavoro programmatico che, malgrado guadagni una marea di aggettivi in -issimo (bellissimo, tristissimo…), saltella invece di volare e annoia se vuole commuovere. La sconosciuta è la sottigliezza, ma non siamo in campo metafilmico. Esagerato.

Voto:  4,5                                                       Emanuele Di Nicola

 

Le Concile de pierre
(Guillaume NICLOUX )

(Francia   -   2006   -   100')

Una scienziata francese adotta un bimbo tailandese. Tutto bene finché non scopre che questo è il prescelto di un rituale stregonesco, da tenersi tra le steppe della Mongolia.

Cattivo Consiglio

Le Concile De Pierre è una sciocchezza. Sarà una definizione facile ma sfido chiunque a trovarne un’altra per questo film, prodotto di un cinema che ha fatto tanti, tanti danni (lo stesso discorso de L’impero dei lupi ), da una novella ancora di Grangè – non conosco lo scrittore, ma temo che i suoi traspositori gli rendano pessimo servizio -, che si serve di un bagaglio thriller sconclusionato e modaiolo e fa sembrare I fiumi di porpora un capolavoro. Nel particolare, uno svogliato esoterismo di riporto si coniuga alla poetica del buco narrativo, dell’incoerenza, di una seriosità seriamente comica (quale reazione alla catena di mutazioni animali, se non una caterva di risate?). Guillame Nicloux, un uomo qualunque, per delineare il contesto misterico decide che ognuno, cioè tutti, sono implicati nella congiura ai danni di Monica Bellucci; questa intanto si scatena, piange, sospira, soffre, infine si lancia nella lotta a mani nude contro un orso digitale. Il Male fiorisce ai confini del mondo, stavolta in Mongolia, e domanda un sacrificio al sereno pianeta Occidente; ma è un sostrato analitico già ignoto alla pellicola, che la butta in confusione sul primitivo e apre perfino la finestra del sequel (!). Botti musicali a coprire l’incapacità di coltivare l’intreccio, attori fuori contesto e fuori tutto – si prostituisce perfino la Deneuve, ma non è Bella di giorno -, grandiosi scultoni da collezione (il serpente che rotola sulla Bellucci, materia per Bigas Luna).
Bruttissimo ma anche, per gli adepti del trash, meraviglioso.

Voto:                                                        Emanuele Di Nicola

 

The Namesake
(Mira NAIR)

(U.S.A.   -   2006   -   122')

L’esperienza sofferta di una famiglia indiana trapiantata a New York.


Foto di famiglia

A cosa serve questo film? E’ il macigno pesante che aleggia sui titoli di coda, quando è chiaro come The Namesake si palesi, un’operazione apertamente inutile: Nair disegna lo sfondo etnico imbevuto di tradizione ma non cura le sfumature né si nasconde nel salvagente della commedia - come Monsoon Wedding -, intavolando dunque un discorso tremendamente serio e seriamente tedioso. La regista dimostra di conoscere i classici russi (ergo: la questione ha uno sfondo letterario), procede per scene madri, matrimoni e funerali, confermando il dato rituale come prevalente nel suo cinema e, nell’assemblaggio generale, presentando una discreta coppia di soluzioni ma privandole bruscamente di cenni di sviluppo. L’Occidente corrompe il dorato mondo orientale, secondo l’autrice, e inietta biasimevoli costumi come il vizio delle corna (la crisi coniugale di Gogol), ma il problema è più sfaccettato dato l’annoso divario nelle condizioni di vita dei due mondi (il disastro ferroviario). Una teoria, quella del film, che si perde nella minuta esposizione del discorso; i personaggi non vivono le sensazioni ma, più comodamente, le raccontano (Voglio essere libera, confessa la madre) in un processo maniacale di esplicitazione del sottinteso, volto a sottrarre all’opera ogni spunto interpretativo di adeguata sospensione. L’indiana gira una lunga chiacchiera da salone, non rivitalizzata dai continui momenti cerimoniali ma anzi, operando sempre la scelta più scontata sul piano estetico (la visita al palazzo Taj Mahal, meraviglia del mondo) e quella immediatamente leggibile a livello sostanziale, dove citazioni e/o metafore sono sempre testuali. Il duello culturale tra emisferi, le peripezie della famiglia Ganguli, la formazione ibrida della seconda generazione non possono considerarsi valori aggiunti, perché prigionieri di un’implacabile pesantezza di fondo, dilagante presto lo stereotipo. The Namesake non discute mai la sincerità di Mira Nair, appassionata al costrutto etnico e sempre più lodata al bancone dei festival, ma condanna all’ergastolo la tela bianca rappresentativa e la noncuranza nella costruzione dell’immagine.

Voto:  4                                                        Emanuele Di Nicola

 

The Prestige
(Christopher NOLAN)

(U.S.A.   -   2006   -   135')

Londra fine ‘800. Robert Angier e Alfred Borden lavorano nella stessa bottega come apprendisti maghi ma, a causa di circostanze terribili, diventano concorrenti, rivali, nemici desiderosi di infliggersi reciprocamente la morte.

A me gli occhi

Christopher Nolan, mantenuta la propria riconoscibilità nel progetto Batman Begins, e prima di girare il nuovo capitolo The Dark Night, spezza la catena produttiva e torna all’antico con un thriller vittoriano, crepuscolare e inesorabilmente spiazzante. La pellicola che si accosta a Memento - plot spogliato e rivestito, tremende ellissi, momenti topici omessi e ripresi in flashback - è il racconto stravolto di una rivalità sanguinaria, che apre in sordina e poi infiamma la girandola indiavolata dei colpi di scena, uno dietro l’altro, e molla la presa solo all’agnizione finale. La critica, che vuole il regista ingabbiato sempre nell’esercizio di scrittura, mantiene un fondo di verità ma non cambia i termini della questione: se The Prestige sarebbe troppo scritto, risulta però scritto alla grande, da un tratto inquieto e affabulatorio oggi ai vertici del quadro americano di genere. Non manca peraltro il costante sottotesto dell’autore: l’Ossessione, stavolta il terrore di non sovrastare ma essere sopraffatti, è la sgradita compagna che segna il cammino dei protagonisti, nei loro percorsi occulti e in quelli palesi. Rimane coerente l’intento dell’opera, spiegato in apertura dall’eminenza grigia di Caine, di puntare forte sulla figura del prestigiatore costruendoci l’intero film che, alla pari di un’ardita esibizione, compone e scompone, costruisce e distrugge, mostra e nasconde; Nolan ci inchioda con virate fulminanti, rovesciamenti sfacciati, una regia dedita alla tenebra e all’anfratto, un cast totalmente di grazia - Bale non è minore di Jackman, cameo allucinante di David Bowie - che prende l’applauso a scena aperta.
Un gioco di magia.

Voto:  7,5                                                      Emanuele Di Nicola


Voto:  8,5                                                             Stefano Coccia

 

 

CINEMA '06

 

Competizione

A Casa Nostra
(Francesca COMENCINI)

(Italia   -   2006  -   101')

A Milano, di questi tempi, il danaro può fare tante cose.

A casa

Recarsi in un qualsivoglia bar di periferia, ordinare un caffè e orecchiare la conversazione degli astanti. E’ il facile esperimento che sovviene alla mente dopo la visione del film: ritroveremmo l’identico spessore esistenziale, l’eguale tono stereotipato e predicatorio, la stessa grandine di luoghi comuni. Ci sentiremmo a casa nostra, con una differenza: il chiacchiericcio da Corriere dello Sport, il colpo di tosse che segue l’ennesima MS sarà sempre più sincero, spontaneo, sentito dei personaggi che abbiamo finito di vedere. L’ufficio di collocamento Comencini colpisce ancora: se Cristina ne La bestia nel cuore ha ricordato, con mirabile sintesi, le derive del cinema nazionale, se Francesca tentava finora la strada più impervia ( Carlo Giuliani, ragazzo, Mobbing), questa intende oggi metaforare (…) liberamente sulla “nostra società”, ahi serva Italia, dove il soldo può passare di mano in mano, un’agente incorruttibile può azzannare un banchiere corrotto, un ragazzo può invaghirsi della carta di credito, un tipaccio può amare una puttana. Può davvero accadere? No. Eccoci al punto: intavolando un realismo di partenza, Comencini manda il film alla fiera di paese, dove ognuno è ingabbiato nella parte, nel senso che presenta caratteristiche, sintomi, azioni sostanzialmente fuorvianti e inesistenti su base contingente. E’ chiaro dove il discorso vada a parare: seminando tipici segnali di appartenenza (prima scena: sono italiani quindi parlano di calcio), alludendo circa la politica (Zingaretti è un berlusconi quindi la regista è di sinistra), l’opera vuole l’affresco d’insieme, l’intreccione corale a scopo esportativo – piace sempre il Paese bacchettato dall’interno – ma non risulta nemmeno il cugino scemo de Il Caimano, parabola morettiana tanto incartata su sé stessa da filtrare infine la propria debole idea. Ciò che manca a questo film, che inchioda puntualmente sul risaputo, illustra quello che tutti si aspettano e lo fa con esercizio di esplicitazione che sbriciola il muro del trash (Quello non è nessuno possiede solo una banca, Quella è una donna sola mi perseguita, Voi siete a casa nostra ci dovete rispettare etc.); è la mente sgombra di Comencini che ci lascia svuotati dato che, è dura ammetterlo, non si ha la minima cognizione di ciò che si va a rappresentare, sono poche le scuse perché non serve espatriare per trovare un esempio di pertinenza narrativa (basta entrare nella sala che proietta Viaggio segreto). Non meno doloroso il livello scenico: la cifra della coralità dice che l’autrice non è Altman, i personaggi si incrociano in maniera clamorosamente gratuita (spesso per strada) e, nel momento che un piano fisso del Duomo informa che ci troviamo a Milano, le coordinate ambientali bucano ogni leggera parvenza di sottigliezza. Strafalcioni misti anche in sede di casting, mediamente televisivo – per credere Laura Chiatti attrice voglio vedere un documento – e diffusamente inadeguato a reggere qualcosa (cosa?), ma perlomeno loro si nascondono dietro lo scudo della sceneggiatura (Valeria Golino, perché?...). Inaccettabile infine l’alibi del “film semplice” che, spogliato da ogni pretesa, si preoccuperebbe di incidere un quadro acqua & sapone dell’epoca corrente: invade la didascalia, il racconto diventa lezione, la cultura fa capolino (la citazione di Chagall è l’innesto più gratuito del secolo), non suona la campanella, per sfuggire all’interrogazione ci nascondiamo nel bagno.
I politici sono tutti mafiosi.
Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni.
Il cognome fa l’uomo ladro.
Credo che in Italia il denaro abbia fatto più danni della Chiesa e del fascismo (Francesca Comencini).

Una produzione 01.
A casa nostra siamo alla frutta.

Voto: 2                                                          Emanuele Di Nicola


 Money, it's a crime

Non che le premesse di A casa nostra fossero particolarmente entusiasmanti, ma sicuramente l’idea di rappresentare un’Italia manovrata dal denaro e un’umanità schiava dei soldi e dei suoi surrogati e impieghi non era assolutamente da sottovalutare o da accantonare in un angolo. Anzi, data la natura così semplice e lineare del punto di partenza, sarebbe risultato ancora più interessante osservare lo sviluppo di una storia, di un prisma narrativo dalle molteplici sfaccettature. Purtroppo si è costretti ad usare il condizionale perché, ahinoi, ciò che la Comencini decide di dipingere con A casa nostra è un ritratto semplicistico di personaggi quanto più stereotipati possibili. Il banchiere ricchissimo e affarista, il ragazzotto di periferia che viene usato come prestanome, una modella di misere aspettative, una funzionaria della Guardia di Finanza dalla vita tormentata, storie di prestiti e di soldi. Il difetto principale dell’ultimo film della Comenicini non è sito tanto in una questione di brillantezza originale quanto nella mancanza di profondità con la quale i vari personaggi si susseguono sulla scena: le loro vicende sono incatenate fra loro, talvolta inconsapevolmente, eppure si stenta a trovare un’accuratezza generale che vada aldilà della semplice bretella narrativa. A casa nostra viene infarcito di presunta ed esaltata veridicità di linguaggio senza però poter vantare alle proprie spalle non solo un tangibile effetto “reale” ma anche delle solide basi sulle quali poter davvero scolpire la vicenda. C’è di nuovo una “bestia” nella famiglia Comenicini: il tormento stavolta non è dettato dal passato che ritorna (Cristina) ma dal presente che angoscia quasi quanto il pensiero di un futuro che incalza. Vagamente traditi dalla consuetudine più seria e pragmatica di Francesca Comencini che ci aveva abituati a ben altro tipo di prodotti, A casa nostra è un disegno sbiadito di una quotidianità sicuramente presente nella nostra Italia ma che avrebbe avuto bisogno di essere tratteggiato con un minimo di eleganza in più. Il film della Comencini è invece un film sgraziato eppure ben lontano dalla “sublime laidezza” de L'amico di famiglia di Sorrentino.
Morale della favola: i soldi sono una forza motrice in quanto garanzia di benessere, la gente è disposta a tutto pur di accaparrarsi fama, successo e denaro.
Una conclusione alla quale arrivano tutti intorno ai sei anni.

Voto:                                                           Priscilla Caporro

 

Akumu Tantei - Nightmare Detective
(Shinya TSUKAMOTO)

(Giappone   -   2006   -   106')

Una brava detective, Keiko Kirishima, s'imbatte in due misteriosi suicidi. Sembra che i due incidenti siano connessi al fatto che le vittime abbiano composto con il loro telefono cellulare il numero "0" poco prima di morire. Keiko trova alcune informazioni riguardanti un uomo soprannominato "Nightmare Detective" che ha la capacità di entrare dentro i sogni.

A qualcuno piace suicida

Claustrofobico, ossessionato: Akumu Tantei è un tormentato racconto sugli incubi, sulla lotta fra razionalità ed inconscio. Una telefonata che uccide (un po’ come la cassetta di Ringu di Nakata o come il messaggio nella segreteria di Chakushin Ari di Miike) è al centro della vicenda insieme ai sogni turbati delle varie vittime: un numero composto sul cellulare che determina il destino, uno “0” che si trasforma in una voragine dalla quale non è previsto ritorno. Il suicidio come forma di omicidio, portato avanti attraverso l’incontrollabile pulsione di mettere fine ai propri giorni. Tsukamoto indaga sui personaggi pedinandoli con lo stesso stile con il quale si era dedicato all’inquieta protagonista di Snake of June , riportando sullo schermo, come aveva già fatto in questo stesso film, la follia dei sogni che diventano realtà. Una fotografia livida nella quale le immagini si articolano fra suoni che rimbombano nel silenzio rotto da urla e da battiti in notti angoscianti: Tsukamoto sa bene come infondere nello spettatore il tormento della vicenda. Akumu Tantei è un film dove la mancanza di speranza si trasforma in paura, dove la ricerca di una soluzione si trasforma in un terribile incubo: il mostro che turba i sogni dei bambini qui si trasforma nello spaventoso risultato di una volontà tenuta sotto silenzio (il fascino suggerito dall’idea del suicidio), che si tramuta in realtà nel momento in cui nulla è più come sembra, quando i cancelli del buonsenso quotidiano vengono abbattuti dalle cannonate del subconscio. In tutto questo si aggira la dolente figura del “detective degli incubi”, costantemente preda della sofferenza dettata dal suo ruolo: insinuarsi negli sogni degli altri per carpirne gli intimi segreti. L’indagine di Tsukamoto non è dedicata tanto al confine fra sogno e realtà (tema che negli ultimi tempi ha affascinato diversi cineasti) quanto più che altro scandagliare le profondità più recondite dell’incubo, solleticando gli aspetti più morbosi e devastanti presenti in ciascun essere umano. Akumu Tantei diventa quindi la dolorosa e pulsante ferita di una realtà abituata a dipanarsi nelle oscurità notturne della nostra irrazionalità, pronta però a farsi avanti e a ridurre in brandelli l’equilibrio psicologico umano.

Voto:  7                                                        Priscilla Caporro


Paura di vivere

Confermata appieno la tendenza, dell’ultimo cinema orientale, a demolire la facciata della modernità (Zhang-ke, K. Kurosawa). Tsukamoto ne smonta gli aspetti costitutivi: i figli della metropoli covano il desiderio di morire; il cellulare, gingillo meccanico del quotidiano, si riscopre vettore primario della voglia di farla finita; l’acqua non purifica, ma lorda ulteriormente i topi nella trappola di cemento; lo sfondo asettico, che si ripete in un groviglio infinito di tubi, è il cielo sporco sotto il quale siamo condannati a esistere. Malgrado l’esigenza ultima di comprensibilità narrativa, che sfocia nel finale d’ufficio (inserendo un fondale di speranza, vera novità nella filmografia dell’autore), il film buca il genere in virtù dei complessi livelli di lettura che lo attraversano. Tiene inoltre a dovere le maestranze dell’inconscio, ripassa il consueto tunnel dell’orrore (piani paralleli, mutazioni, interiora, spremute di sangue) e pesca stralci di grande visione, compreso il magnifico ralenti in cui l’assassino (il regista…) fende il colpo che suicida lo spettatore.

Voto:  7                                                       Emanuele Di Nicola


Voto:  6,5                                                         Daniele Bellucci


Voto:  7,5                                                           Stefano Coccia

 

Bes Vakit
(Reha ERDEM)

(Turchia   -   2006   -   110')

Un povero paesino disteso sotto alte montagne rocciose, affacciato sull'oceano e ricoperto di ulivi. I contadini che lo abitano sono persone semplici e tenaci che lottano ogni giorno per resistere. Si guadagnano da vivere ricavando quello che possono dalla terra e dai pochi animali che possiedono. La vita quotidiana è scandita in cinque momenti, le cinque chiamate alla preghiera. I bambini vengono cresciuti secondo gli insegnamenti che gli adulti hanno appreso dai genitori. Ömer, Yakup e Yildiz, tre ragazzi di circa dodici anni, vivono qui

In un microcosmo stretto tra il mare e le montagne a connotare non solo geograficamente la Turchia, l'approdo verso il sogno europeo è ancora ostacolato dalla radicata cultura arabo-musulmana in cui la figura autoritaria del padre-padrone crea un attrito difficilmente sanabile con i figli in cerca di autodeterminazione, anche quando questi diventano padri a loro volta. Non c'è tempo e modo per scoprire il mondo attorno: la vita è dura, i genitori perdono presto la salute e bisogna sostituirli già nell'adolescenza, e imperano immutabili le rigide regole della comunità islamica. Urlare da una rupe rimane l'unico segno di affermazione di una propria individualità, in contrapposizione all'inesorabile richiamo proveniente dal minareto, monito che tende ad annullare l'identità nella comune sottomissione.
Peccato che Erdem decida di rappresentare questo spaccato di povertà attraverso un linguaggio funambolico e virtuosistico col risultato di sterilizzare il realismo della materia trattata: l'handycam che insegue "vansantianamente" di spalle i piccoli protagonisti lungo il ciottolato del paesino è diegeticamente irrilevante nonché espressivamente stonata; la panoramica aerea verso il minareto durante il richiamo serale alla preghiera ricorda a tal punto quella sulla torre di Saruman nel Signore degli Anelli da renderla in questo contesto imbarazzante. Anche sul piano musicale Erdem gioca d'astuzia nell'inserire crescendo drammatici che lasciano presagire tragici eventi che vengono puntualmente disattesi. Insomma Erdem prende la macchina da presa e si mette a fare surf dentro un profilmico che invece mantiene un più rigoroso basso profilo e presenta una maggiore efficacia espressiva; un frequente difetto, questo, delle cinematografie "periferiche", i cui pochi e poco noti cineasti cercano una faticosa visiblità mostrando quanto sono tecnicamente "all'avanguardia".

Voto:  5                                                           Daniele Bellucci

 

Fu Zi (After This Our Exile)
(Patrick TAM)

(Hong Kong   -   2006   -   150')

Lui e Lei in violenta crisi coniugale, sotto gli occhi del figlio.

Uomo, Donna, Bambino

You are my sunshine / My only sunshine / You make me happy/ When the skies are grey.
Quale agghiacciante crudeltà nell’opera di Patrick Tam: a sentimento sepolto, la coppia si scanna inchiodata nella casa/ring (letterale: volano calci e pugni), mostrando i corpi smorti da imposte semichiuse - il bimbo si muove, è l’unico vivo -, scolpiti da mefitici carelli a rientrare e annegati nello sguardo umido dell’infanzia. L’autore spara un’armamentario visivo scatenato, applicandolo su materia già trattata, e per un’ora intera tocca con mano il capolavoro (sì, proprio lui); la messinscena, fatta di spigolature fiammeggianti e insopportabili primipiani, dipinge sui volti la dovuta ambiguità (il figlio non vuole liberare la mamma ingabbiata dall’amante), lascia sgomenti la generosità espressiva della cinepresa - come un campo/controcampo può diventare espressionista -, i personaggi, sfollati dalla vita, sono forgiati in poche salienti battute (lui è manesco, lei ha già deciso di lasciarlo), attraverso metafore solari il coltello affonda nella carne: vedere e rivedere la sequenza, magnifica, del bimbo che trascina l’enorme valigia e provare a restarne indifferenti. Il film centra poi il cuore dell’esilio, setacciando la fuga di padre e figlio tra piccoli furti e amplessi nati morti in albergo - Tam cita In the mood for love -, infine imbarcando clandestinamente un calo fisiologico nelle maglie dell’intreccio; al giro di boa questo mostra il lato meccanico, ripassando immancabilmente l’agenda del drammatico, fermo restando sul simbolo leggibile (l’orologio come spago tra livelli temporali) e nelle pastoie di uno snodo emotivamente estorsivo (l’incontro col bimbo malato, la scena più sbagliata del film, che scodella rudemente una concezione dell’infanzia perché cede al richiamo del confronto). Questo magma accumulativo che assorbe il film, sovrapponendo temi e visioni, al passo di prammatica non scorda però di affiancare trovate notevoli di fondo, dalla reazione del bambino dopo l’arresto - taciuta in ellissi e recuperata con un flashback sconcertante - sino all’avvolgente visione fluviale (ponte, limbo e confine) che ci trascina ai titoli di coda. Il regista giapponese, ex montatore di Wong Kar Wai (Days of being wild, Ashes of time), partorisce un gigante di proporzioni complesse e controverse, allevato con furore ipertrofico, senza paura di fissare il melodramma negli occhi sino a spremerli di lacrime. E soprattutto: trovando nella composita disomogeneità una propria distintiva compatezza, finisce assolto da ogni squilibrio interno, risuona sinfonico negli occhi e spesso nelle orecchie e strappa alla Festa del Cinema, finalmente, il suo momento da ricordare.

Voto:  7                                                       Emanuele Di Nicola

 

Izobrajaya Zhertvy (Playing the Victim)
(Kirill SEREBRENNIKOV)

(Russia   -   2006   -   96')

Nelle indagini sperimentali sui casi di omicidio, la polizia russa si serve del giovane Valya nella parte della vittima sulla scena del crimine; il ragazzo riceve in visita il fantasma del padre.

Siamo vittime del sistema

Serebrennikov, regista teatrale, riscrive una sua stessa piece per il grande schermo e vince il Concorso della Festa del Cinema di Roma. Playing the Victim supera il rifacimento semplice dell’Amleto (riconoscibile in due dettagli: il ruolo dello spettro paterno e lo scioglimento dell’intreccio nel sangue) e presenta un affresco critico e provocatorio della Russia oggi. L’impiego del protagonista, vittima sulla scena del crimine, la dice lunga sulla condizione grottesca da accettare al fine di campare e, più generalmente, incide metaforicamente lo spaccato di un’implacabile condizione esistenziale (a padre morto, il nido famigliare giace nella totale incomunicabilità a cui Valya consapevolmente si arrende). Il complesso post sovietico è allo sfacelo: l’autorità, prigioniera di metodi falsamente avanguardistici, si copre di ridicolo, la deriva dei sentimenti sarebbe divertente se non fosse disperata (la scena di letto tra Vanya e Lyuda, con intervento materno, è totalmente straniata e inietta un inquietante rimorso per le nostre incontrollabili risate), un’attrice decaduta si ricicla geisha in uno squallido locale cinese, il Paese sbanda sotto l’imperativo di tirare avanti. Questo non viene mai esposto ma resta sottotraccia, benchè chiaramente percepibile, e l’autore rivolta la faccenda in chiave ironica mettendo tutto in discussione, anche assunti universali come la Giustizia, che diventano improvvisamente arbitrari (la sequenza nello spogliatoio della piscina); la commedia salta da un registro all’altro e vive di innesti alieni, talmente devianti e fuori luogo da risultare perfettamente azzeccati nell’economia del quadro (la sfuriata del capitano contro le nuove generazioni - la cui lettura iperbolica non richiede commenti -, la canzone della geisha). Il film recupera infine il senso del tragico - come a dire: attenzione, si parla di cose serie - e chiude con l’ennesimo rovesciamento, da vittima a colpevole, che affoga naturalmente nel bagno di sangue (ma senza una goccia dello stesso) e rende il costrutto privo di speranza, chiudendolo a suggello con una sequenza onirica, magnifica per sospensione e tenuta drammatica, in cui il protagonista impara simbolicamente a nuotare. Straordinaria la scelta di Yuri Chursin, un attore/marionetta vacuo e meccanico, che regala una memorabile personificazione al vuoto doloroso cui l’opera ci inchioda senza scampo.

Voto:  7                                                       Emanuele Di Nicola


Amleto nella nuova Russia

Non c’è che dire, quello inventato dal regista Kirill Serebrennikov è davvero un gran personaggio. Lo stralunato Valya, con le sue movenze dinoccolate ed un distacco ironico perennemente stampato sul volto, rappresenta l’elemento catalizzatore di tutte le tensioni che aleggiano nel film, destinate perlopiù a sfociare nel grottesco. L’insolito mestiere di Valja, simulare il ruolo della vittima nelle ricostruzioni dei delitti operate da un meticoloso ispettore di polizia, è già di per sé eloquente biglietto da visita: lo vediamo apparire come un folletto nelle incerte riprese effettuate dall’agente preposta a tale incarico, spesso distratta e comunque poco partecipe. Ma anche quando Valya rientra nel privato, lo scarso spessore dei rapporti familiari si traduce in una continua fuga dalla realtà, con voli di fantasia che la regia trasfigura in originali segmenti animati. E tra le tante visioni una si materializza pure, portando con sé una verità terribile e sconcertante: è il padre in persona quello che riappare dall’oltretomba, giusto il tempo di raccontare al ragazzo in quali circostanze è stato avvelenato, circostanze che sarebbe difficile non associare all’Amleto.
Più in generale, è proprio una punta di originalità ciò che contraddistingue in positivo l’approccio al linguaggio cinematografico del regista russo. Serebrennikov gode nel suo paese di grande stima per i tanti lavori come regista teatrale, e di questo retaggio in Playing the Victim vi sono parecchi indizi. La durata delle scene, l’uso degli spazi, il carattere di certe interpretazioni conservano in parte l’impronta del teatro, non come limite, ma come risorsa espressiva chiamata a dialogare con tutte quelle che possono risultare complementari. Il pericolo di assistere a quadri scollegati uno dall’altro si avverte, ma la qualità delle interpretazioni e della drammaturgia aiuta a recuperare il filo. Dalle pieghe di una sceneggiatura spigolosa, spiazzante, per niente avara di spunti corrosivi e di sarcasmo nei confronti della nuova Russia, si delinea una commedia acida, totalmente fuori dagli schemi, che sbeffeggia il potere e l’impigrirsi dei rapporti umani; ricorrendo poi come extrema ratio a soluzioni in stile “arsenico e vecchi merletti”.

Voto:  7                                                          Stefano Coccia

 

Jardins en automne
(Otar IOSSELIANI)

(Fra/Ita/Rus   -   2006   -   115')


Vincent é un ministro, un uomo potente, non brutto, piuttosto elegante, grande bevitore e buongustaio. Odile, la sua amante, è una ragazza molto bella, intelligente, lucida e affascinante. Ma prima o poi dovrà perdere la carica, l'appartamento e la fidanzata. E comincerà a vivere...

Elogio all’inconcludenza

Divaricare totalmente il compasso narrativo, abbandonarsi completamente alla transitorietà delle cose e delle situazioni, sfrangiare la partitura filmica fino a renderla una squisita, ininterrotta divagazione: Giardini in autunno è l’ennesimo sublime elogio all’inconcludenza di Otar Iosseliani, insieme a Philippe Garrel il più grande cineasta vivente. Una stravaganza così radicale, tuttavia, non si era mai vista nelle opere del regista georgiano: forse soltanto Un incendio visto da lontano, nella sua riformulazione integrale di una comunità incorrotta, si era avvicinato a questa intensità di trasfigurazione. Stavolta ad essere oggetto di derisione immediata non è più l’universo familiare di Addio terraferma o quello professionale di Lunedì mattina, ma, più ampiamente, la società (francese) contemporanea con la sua sete di potere, la sua avidità, la sua idiota prosopopea. Preso nel meccanismo dell’ambizione, Vincent (uno strepitoso Séverin Blanchet) non si accorge di aver rinunciato a vivere e, firmate a malincuore le dimissioni, realizza improvvisamente l’importanza di ciò che stava perdendo: le amicizie disinteressate, il piacere della musica, il desiderio, l’ospitalità, la generosità. La jouissance, in una (bella) parola. Intorno a lui un coro di personaggi che complicano e amplificano questo allegro malinconico rondò, figurine svelte e guizzanti o bonarie e sapide (irresistibile Michel Piccoli en travesti nel ruolo abitualmente ricoperto da Narda Blanchet e gustosissimo lo stesso Iosseliani nei panni Arnaud, emblematico “coltivatore della bellezza”) che vanno vengono cantano bevono litigano si azzuffano e infine si riconciliano, pagliuzzando di mille sfumature e lumeggiature un ordito straordinariamente variopinto. Puro incanto cinéphile. Talmente abile da bordeggiare sarcasticamente l’autoparodia, il cineasta georgiano si diverte a gonfiare i tratti distintivi del proprio cinema ostentandoli scherzosamente: la flânerie, svincolandosi da qualsiasi significato problematico, si trasforma in percorso magicamente risolutivo, la convivialità alcolica, perdendo la violenza lieve dei film passati, si addolcisce in “armonia a tavolino” e il carattere esemplare della parabola di Vincent, astraendosi progressivamente, si fa squillante metafora. Ma sono segni di stupefacente vitalità, tracce evidenti della salute espressiva di un cineasta che sa ancora attingere al cuore della sua poetica, lavorandone le cifre più riconoscibili (e riconosciute) senza farsene schiacciare o intimidire. Inutile affannarsi a riconoscere in filigrana i modelli del suo cinema (Clair e Tati sono i più gettonati), la sensibilità di Iosseliani si nutre delle suggestioni più disparate. Dei proverbi, ad esempio, come quello - più che condivisibile - che recita: “È meglio non fare niente piuttosto che fare qualcosa che non vale niente!”. Che dire? Un toast pour Otar!

Voto:  8,5                                                        Alessandro Baratti


Otar (life)style

La propensione ad uno stile di vita anarchico e straniante, costante ineludibile che sottende ogni delizioso acquarello di Otar Iosseliani, è cosa nota ai suoi estimatori. Ma mai come in Jardins en Automne il maestro georgiano ha reso la lettura del suo pensiero così esplicita e diretta (pur all'interno dell'abituale ciondolare narrativo, sempre più libero e fantasioso), e non tanto nel ritagliarsi il ruolo esemplare di artistoide spensierato e godereccio, quanto piuttosto nella scelta di far vivere ad uno stesso personaggio i due ruoli antitetici della sua poetica, l'uomo nell'esercizio del potere, e quello libero da ogni obbligo e condizionamento sociale.
Come ribadisce nell'intervista di Claire Vassé, la "joie de vivre" è condizione destinata a estinguersi inesorabilmente in un mondo dai percorsi sempre più obbligati e prestabiliti, nel quale successo nel lavoro, inseguimento del potere, sopraffazione per il possesso (quasi sempre superfluo), cieca adesione a convenzioni ammuffite, sono più autoimposizioni indotte dalle sovrastrutture sociali, che reali bisogni o scelte coniugate con il corso naturale della vita. E Iosseliani esplicita la sua concezione radicalizzandone gli aspetti di contrapposizione con l'attuale stato delle cose, fino ad arrivare a vere provocazioni, mezzi efficaci nel teorizzare che vivere liberi rinunciando ad agi, regole e sicurezza, rende più felici e in armonia con gli altri. La casa è dunque un optional quando si hanno molte amiche disposte ad ospitarci (e non limitarsi a quello...), i soldi non servono se si fa qualche lavoretto a chi ci dà da bere, è più salutare leggere un libro che eseguire uno sfratto, lugubri limousine (le bare dei ricchi) sono decisamente meno divertenti che temerari pattini a rotelle; e se proprio si deve prendere la macchina ci sono sempre cancelli lungo la strada (e lungo la filmografia del Nostro) da usare sovversivamente come punchball.
E se per esaltare formalmente questa dicotomia Iosseliani non esita a estremizzare il suo morbido surrealismo fino a portarlo in territori buñueliani (la rissa per futili motivi politici, i popi dediti all'alcool), purtuttavia ciò non snatura il suo stile leggero e ironico, ma lo rende semmai ancor più tagliente e divertito.

Voto:  7,5                                                         Daniele Bellucci


Il ghepardo

Iosseliani ancora oggi incarna quell’ideale di grazia e delicatezza cinematografica che lo hanno fatto diventare un autentico faro nel buio nel corso della sua carriera. Con Giardini in Autunno il regista di Caccia alle Farfalle e Lunedì Mattina si rotola felice nel vaporoso borotalco della piacevolezza visiva e narrativa. Raccontando una storia semplice di declino e di situazioni al limite dell’assurdo, Iosseliani si dimostra un’abile cantore del rapporto fra potere e felicità. Giardini in Autunno è un film sulle stagioni della vita che si susseguono, sugli eventi imprevedibili e su quel meraviglioso salvagente che è la vita di ogni giorno, con i suoi ritmi regolari seppure talvolta un po’ monotoni. Ha ragione Iosseliani a riconoscere una certa natura favolistica nel suo film: il suo è infatti un grande progetto a tratti quasi fiabesco che però si riconduce spesso ai problemi reali dell’uomo, alle sue paure e ai suoi punti di forza. Non a caso la “morale” della storia appare quasi di matrice “esopica”, un monito che sembra ricordare che “chi troppo vuole nulla stringe” o qualcosa del genere. E’ l’anima del passaggio, del viaggio e del cambiamento a guidare una pellicola che fa leva sulle reazioni dell’essere umano ad un mondo che spesso appare quasi accanirsi contro certe circostanze, generando talvolta situazioni piacevolmente grottesche. Sono poche le parole chiave alle quali si collega il filo rosso di Giardini in Autunno, ma sono ben calibrate e capaci di sostenere l’impalcatura di un monumentale mosaico di piccole esperienze personali. Volgarità assolutamente bandita e largo spazio ai simboli anche animali (il ghepardo principesco, l’asino lavoratore), Iosseliani dipinge un’umanità fragile e multicolore, assurda eppure fortemente poetica. I temi affrontati sono diversi, spesso anche particolarmente spigolosi e difficili (quello di una società multirazziale che si ritrova sovente coinvolta in un vortice di intolleranza, ad esempio), ad altissimo rischio di banalizzazione quasi fumettistica: fortunatamente però gli ostacoli vengono superati e gli angoli più aguzzi arrotondati con sopraffina eleganza, per essere affrontati accuratamente e con raffinatezza. Quella di Iosseliani è un’arte fatta di ricercatezza studiata ma portata sullo schermo senza snobismi: Giardini in Autunno è fascino semplice e brillante, leggerezza e intensità, pronti ad essere impastati insieme.

Voto:  7                                                           Priscilla Caporro


Voto:  7                                                       Emanuele Di Nicola


Voto:  7,5                                                          Stefano Coccia

 

L' Héritage
(Temur BABLUANI, Gela BABLUANI)

(Georgia/Francia   -   2006   -   85')

Nikolaï, un esperto interprete georgiano che viene spesso coinvolto in situazioni difficili, riceve una singolare richiesta da tre francesi appena giunti a Tbilisi. Dovrà far loro da guida nelle zone montuose del Caucaso, per aiutarli a rintracciare il paesino dove una del gruppo, Pat, ha da poco ereditato un castello in rovina. Lungo il tragitto non mancheranno certo le sorprese…

Un road movie nel Caucaso

Davvero una scomoda eredità. Ed il discorso non vale soltanto per Pat, la francesina che nel film risulta beneficiaria di quel singolare lascito, un fatiscente castello perso tra le montagne del Caucaso, per cui lei e altri due amici hanno pensato bene di muovere alla volta di un paese a loro sconosciuto, la Georgia. La difficile eredità è anche quella piovuta addosso a Gela Babluani, trovatosi ad amministrare il discreto successo internazionale di 13 – Tzameti, lungometraggio d’esordio invero assai promettente. Non solo! In questa occasione il ventottenne regista, nato in Georgia ma con domicilio (e una piccola casa di produzione già avviata, Les Films de la Strada) a Parigi, ha firmato la sua prima regia in condominio col padre, Temur, che nel ricco panorama di autori della repubblica caucasica vanta già una storia importante.
C’era quindi una certa curiosità per l’esito di questa loro collaborazione. L’Héritage non convince pienamente, riuscendo però a gettare una luce particolare, insolita, a tratti persino contraddittoria sui protagonisti e sul paese da loro attraversato. Forse si insiste troppo, nel corso di questo stralunato road movie, sugli incontri stravaganti, sulle situazioni al limite del surreale vissute dai passeggeri di una corriera che sembra quasi sbuffare, mentre si arrampica sui tornanti dell’entroterra caucasico. Eppure, nonostante una regia non sempre ispirata finisca per sacrificare qualche buono spunto, contrasti interessanti emergono dalla natura stessa dei personaggi. Tra costoro ci sono anche un giovane e un vecchio, saliti durante il viaggio, che si portano dietro un bagaglio piuttosto inquietante: la bara destinata a uno dei due! I tre francesi con al seguito Nikolaï, una smaliziata guida locale, scoprono così che la bara verrà usata molto presto, visto che uno dei compagni di viaggio è intenzionato a farsi ammazzare, per porre fine alla faida decennale tra due villaggi. Gli “ospiti” stranieri ne rimangono scossi, ma decidono ugualmente di filmare l’evento con la loro videocamera. Ecco, nonostante il film tenda ad enfatizzare, in modo anche crudo, la descrizione della realtà georgiana come una specie di far west in cui i conflitti hanno spesso una soluzione violenta, è nei confronti delle ipocrisie imputabili allo sguardo occidentale, che l’ironia si scatena. Nel raccontare l’esito della faida, la coppia di registi non risparmia notazioni satiriche sull’atteggiamento dei francesi, sempre pronti a condannare la barbarie, almeno a parole, ma tremendamente superficiali e inconcludenti quando si tratta di agire. In sostanza, si limitano a fare da spettatori, e quando provano a intervenire è pure peggio. Strana associazione di idee, ma durante la proiezione ci sono venuti in mente parecchi episodi più o meno recenti, con i caschi blu dell’ONU come protagonisti… Il passaggio continuo dalla tragedia alla farsa, del resto, viene sottolineato anche da un finale per molti enigmatico, per noi brillante e assolutamente in sintonia con lo spirito disincantato ed ironico di molti registi georgiani. Non fa certo eccezione la famiglia Babluani, rappresentata anche da George, che in entrambi i lungometraggi diretti dal fratello Gela figura tra gli interpreti.

Voto:  6,5                                                            Stefano Coccia

 

Le Voyage en Arménie
(Robert GUÉDIGUIAN)

(Francia   -   2005   -   125')

Anna, medico sicuro di sé, diagnostica una grave malattia al padre; questi però decide di fuggire verso l'Armenia per morire nella sua terra d'origine. Anna partirà alla ricerca del genitore malato, intraprendendo un viaggio alla riscoperta delle sue stesse radici.

Matrimonio armeno

Dopo aver passeggiato al Campo di Marte, Guediguian torna alla regia di un viaggio geografico e psicologico nel cuore dell’Armenia: affascinato da colori e sensazioni della sua terra di origine, il regista realizza una storia in bilico fra i suoi due poli di genesi (Marsiglia e l’Armenia), aggirandosi fra strade sconnesse a bordo di auto in condizioni non proprio perfette. Se però come osservatore della politica francese si era dimostrato meticoloso e lucido, in Le Voyage en Armenie Guediguian appare come accecato dalla vivida luce della terra del monte Ararat e si abbandona a barcollanti visioni dai contorni vagamente scontati. Dal punto di vista strettamente visivo è fuori questione un diffuso senso dell’eleganza, ma il gioco si fa più complesso nell’articolazione di questo viaggio di iniziazione e di formazione che porta la protagonista, radicata nelle sue certezze “occidentali” a lasciarsi andare alla morbidezza armena. Talvolta infatti la caratterizzazione si fa eccessivamente marcata, tanto da ridurre quasi a caricature i personaggi di secondo piano: lo stesso ruolo di Anna - indiscussa protagonista portata sullo schermo dalla premiata Ascaride - nonostante una riconosciuta intensità, troppo spesso cade nel luogo comune e in una ripetitività certamente ricercata ma forse esagerata. La circolarità degli eventi è infatti utilizzata in Le Voyage en Armenie come costante scansione della vita riprodotta su pellicola, ma talvolta l’esasperazione si solleva fra la polvere delle strade e i binari di una ferrovia. Il parallelismo fra la vita francese e quella armena, sottolineato dall’idea di due mondi che si intersecano l’uno nell’altro (la giovane parrucchiera sogna la Francia mentre la figlia di Anna studia danza armena) diventa così uno spaccato eccessivo di due realtà che diventano a tratti leggermente sgradevoli perché troppo “sopra le righe”. Particolarmente affascinante è però l’atmosfera che Guediguian riesce a creare grazie a quella sua capacità di stregare ciò che fa entrare nel campo visivo del pubblico: l’Armenia diventa dunque lo scenario più suggestivo per una traversata nel cuore di un Paese dall’animo vibrante, dove il sogno di un vecchio è di fumare una sigaretta sul “proprio” monte. Le Voyage en Armenie è un sorriso speranzoso di una giovinezza ritrovata nella pace di un paesaggio sconfinato, lontano dalla frenesia e dai circoli nei quali si incontrano persone della stessa etnia in terra straniera; è il rumore di uno sparo nella quotidianità, è il chiacchiericcio cordiale di chi ti sta raccontando la storia della propria vita.

Voto:  5,5                                                            Priscilla Caporro


Voto:  6                                                         Emanuele Di Nicola


Voto:  6                                                              Daniele Bellucci

 

Mon Colonel
(Laurent HERBIET)

(Fra/Bel   -   2006   -   110')

Quando a Parigi viene ritrovato il cadavere di un militare dalla dubbia reputazione, l’ex colonnello Duplan, il Ministero della Difesa francese apre prontamente un’inchiesta. Nel corso delle indagini spunta fuori un documento assai compromettente (per il defunto Duplan), ovvero il diario redatto qualche decennio prima da un giovane attendente, Guy Rossi. Costui aveva prestato servizio sotto il colonnello nel 1956, durante la Guerra d’Algeria, i cui orrori emergono prepotentemente dagli appunti del giovane, scomparso poi in circostanze misteriose.

Vittima o carnefice? La seconda che hai detto

Strano scherzo del destino, proprio in un festival che si è aperto con la notizia della scomparsa di Gillo Pontecorvo, indimenticabile autore de La battaglia di Algeri, il concorso offriva tra gli altri un titolo come Mon Colonel. Doloroso viaggio a ritroso nel tempo, il film di Laurent Herbiet non si fa scrupolo di infilare nuovamente il dito in una piaga storica della società francese: la Guerra d’Algeria con la sua scomoda eredità, per l’appunto. Ma anche se il riferimento diretto è alle vessazioni e agli orrori che hanno accompagnato il processo di decolonizzazione, non mancano le allusioni all’attualità, ad un mondo in cui tanti politici sembrano emulare nei loro ragionamenti il feroce pragmatismo del colonnello Duval. Sembrano cioè giustificare il ricorso alla violazione sistematica dei diritti umani, alla rappresaglia, all’esercizio della violenza sui prigionieri politici e di guerra, con il pretesto della lotta contro la minaccia terrorista. In Mon Colonel è ben rappresentato il conflitto di coscienza che contrappone la visione cinica e spregiudicata di Duval (Olivier Gourmet) ai tentennamenti del suo attendente Guy Rossi (Robinson Stévenin), attratto in certi momenti dal carisma del superiore, ma ancora capace di contestarne i metodi quando questi cominciano a produrre eccessi ingiustificabili. Eppure lo stesso Rossi, prima di rendere manifesta una forma di dissidenza che in un modo o nell’altro gli sarà fatale, si sentirà spinto più volte ad avvallare le torture sui prigionieri algerini ed altri crimini del colonnello, anche solo per fedeltà alla divisa. Risulta quindi evidente, nel film, la critica ai meccanismi perversi messi in moto dalla disciplina militare.
Lo scenario cui abbiamo fatto riferimento è quanto affiora, in flashback, dall’inchiesta condotta ai giorni nostri, per cercare una spiegazione all’omicidio del colonnello Duval: come considerare costui, vittima di un gesto inconsulto, oppure criminale di guerra giustiziato da una misteriosa mano vendicatrice? La lettura del diario di Rossi segna le tappe di un progressivo disvelamento della verità. È indubbio che la mano di Costa Gavras, autore della sceneggiatura insieme a Jean-Claude Grumberg, si avverta positivamente. Lo spessore del film-inchiesta dai penetranti risvolti politici c’è tutto. Ciò che invece gli manca, nonostante la lunga gavetta di Laurent Herbiet quale assistente di cineasti del calibro di Blake Edwards, Claude Lelouch e Alain Resnais, è una regia ispirata. L’effetto vintage dei passaggi al bianco e nero, in occasione dei segmenti ambientati nell’Algeria in rivolta, rivela troppo spesso un gusto patinato. E nonostante un cast di tutto rispetto (su tutti il “dardenniano” Olivier Gourmet, ma anche
Robinson Stévenin, Eric Caravaca e Bruno Solo appaiono convincenti nei rispettivi ruoli), si avvertono qua e là fastidiosi cali di tensione. Specialmente in quei continui “ritorni al presente”, che offrono dell’indagine condotta congiuntamente da militari e polizia uno spaccato freddo, monotono. Almeno fino al “redde rationem” finale, con una apparizione memorabile di Charles Aznavour, volta a lasciare un segno emotivamente rilevante.

Voto:  6                                                             Stefano Coccia

 

This is England
(Shane MEADOWS)

(Gran Bretagna   -   2006   -   100')

Nell’Inghilterra di Margaret Tatcher e delle Falklands, l’adolescenza di Shaun viene segnata da eventi che obbligano il ragazzo, dodicenne, a crescere in fretta. Innanzitutto la morte del padre, caduto durante il conflitto per il possesso di quel remoto arcipelago. E presto arriva anche l’incontro con una banda di giovani skinheads, che in pratica adottano Shaun, facendolo partecipe delle loro bravate. La vita in periferia, con un paio di stivali Dr. Martens ai piedi e qualche amico sui cui contare, non sembrerebbe poi così dura… Ma l’atmosfera cambia radicalmente quanto Combo, dopo anni di prigione, rientra nel gruppo. Le sue posizioni dichiaratamente nazionaliste, impregnate di ignoranza e razzismo, allarmano alcuni tra i vecchi amici, conquistando però gli altri. Il gruppo si spacca in due, e le tragiche conseguenze non tarderanno a manifestarsi.

C’era una volta la Tatcher

La rabbia proletaria di Shane Meadows è per il cinema britannico una ventata di contagiosa energia. Filmaker autodidatta e precoce, con turbolente esperienze di vita alle spalle, aveva già mostrato di saperci fare esordendo nel lungometraggio con 24 7: Twenty Four Seven, (per inciso, una delle cose migliori viste all’interno della sezione “British Renaissance”, che aveva notevolmente arricchito l’edizione del Festival di Venezia datata 1997); tra i pregi della pellicola, un ruvido bianco e nero appiccicato a storie sincere, sanguigne, pulsanti di vita vera. Niente male anche i film girati successivamente. Ma è proprio con This is England che il regista è riuscito a sferrare il colpo del KO, grazie ad una narrazione travolgente e passionale calata in ambienti che Meadows sa caratterizzare in modo genuino, lontano dai pericoli di qualsiasi falso moralismo. Lo si intuisce già dal soggetto: cosa si è scelto per ricordare l’Inghilterra della Tatcher al potere, della pressione sui lavoratori, del lungo braccio di ferro con l’IRA, della guerra con l’Argentina per il possesso delle isole Falklands? Nient’altro che una gang di giovani e incoscienti skinheads.
Resa centrale la vicenda personale del piccolo Shaun, con il padre deceduto in quella guerra lontana e un caratterino già bello tosto, le dinamiche interne al gruppo vengono esplorate in tutte quelle sfaccettature idonee ad ingrandire, rendendolo quasi palpabile, un microcosmo rappresentato al di fuori delle semplificazioni psicologiche e ideologiche proposte da altri media; con una partecipazione emotiva che potrebbe persino apparire esagerata, sottolineata com’è da epici ralenti e da altri eloquenti segni di empatia. Ma quella di Shane Meadows non è soltanto una provocazione, è una scelta di campo. Il continuo contrappunto dei materiali di repertorio (scelta affine a quella del connazionale Winterbottom, ma sostanziata diversamente), montati in forma di vertiginoso collage, non illustra una tesi prestabilita. L’accavallarsi di immagini riferite ora alla guerra, ora alle cerimonie della casa reale, ora ai gusti musicali del periodo (una piccola notazione: colonna sonora da urlo), sembra quasi limitarsi a creare l’humus, in cui acquistano poi rilievo le scelte dei personaggi. Shaun e compagni, per fortuna, non vengono giudicati dall’obiettivo della cinepresa, che d’altro canto non si sottrae alla necessità di mostrare le piccole e grandi prevaricazioni, gli atti di vandalismo (insieme però ai momenti di solidarietà e di svago); così come più avanti mostrerà le differenti inclinazioni di un nuovo arrivato, Combo, ex membro della banda appena uscito dal carcere e contaminato da ideali razzisti e xenofobi. Già, perché questo il punto: non tutti nel gruppo esprimono la propria ribellione allo stesso modo, alcuni cedono alla tentazione di aggregarsi all’estrema destra nazionalista, altri cercano soltanto uno stile di vita che marchi la diversità delle proprie scelte, e della propria condizione. Chi sono, in definitiva, gli amici di Shaun? Giovani proletari con i pugni in tasca. Mentre Ken Loach ed altri colleghi sanno argomentare bene il disagio nelle periferie inglesi, proiettandone la fenomenologia in pellicole che propongono una critica sociale ancora più serrata, a Shane Meadows si deve forse attribuire un ruolo complementare e altrettanto meritevole, quello di chi sa sviscerare istintivamente la natura di particolari forme di aggregazione, evitando di sottostare ad influssi manichei, e restituendo dignità a quegli esseri umani talvolta dipinti come stereotipi ambulanti.

Voto:  8,5                                                            Stefano Coccia

 

Fuori Concorso

Efter Brylluppet (After the wedding) 
(Susanne BIER)

(Danimarca   -   2005   -   118')


Jacob lavora in un asilo indiano; quando intravede la possibilità di un ingente finanziamento è costretto a recarsi a Copenaghen, dove incontra una figura del suo passato.

Pianto al matrimonio

Se tappa le orecchie alle sirene dogmatiche – viene scavalcato il divieto del suono riprodotto – Susanne Bier dimostra un roccioso governo del dramma; non fuggendo totalmente lo sgambetto emotivo (gli incisi iniziale e conclusivo, che indugiano sui corpi dei bimbi, suonano inessenziali), fa della camera a mano l’uso migliore, l’unico oggi possibile, incollandola alle asperità degli attori, senza la scappatoia vigliacca del teorema illustrato ( Manderlay). Quando entra nel merito After the Wedding è una tragedia dura e pura che odia il compromesso e affianca a catena devastanti scene madri, più o meno risolte, che nuotano in un mare di lacrime. Il momento rituale (dallo sposalizio al compleanno) è la finestra sulla baraonda di passioni forti che sbrana i protagonisti; questi, non deviando mai dal percorso obbligato (l’amore, le corna, il cancro), danno fuoco alle polveri attraverso cannonate interiori che talvolta rompono qualcosa (la firma del contratto e il lungo singhiozzo di Jørgen sono robuste iniezioni – a livello narrativo, scenico e attoriale – di costruzione drammatica). Calca la mano la regista, servendosi di facce d’alta tenuta (Rolf Lassgård è stupendamente tremendo, Mads Mikkelsen il volto nuovo del Nord) e della consueta penna di Anders Thomas Jensen, accostando il film più alla bollente sintesi di ( Open Hearts che alla deriva pacifistologica di ( Non desiderare la donna d’altri. Si piange per davvero.

Voto:  6                                                       Emanuele Di Nicola

 

Les Ambitieux 
(Catherine CORSINI)

(Francia   -   2006   -   90')

Julien manda il suo libro ad una prestigiosa casa editrice ma deve vedersela con Judith, l’implacabile selezionatrice degli autori esordienti. L’amore ci mette lo zampone.

Gradisci un calmante

Lo schema della commedia colta francese: al centro c’è un romanzo, i personaggi sono mediamente nevrotici, ne sanno di teatro e cianciano amabilmente di letteratura, le loro peripezie si incrociano disinvoltamente ma, attenti, non sporcano mai la facciata. Peccato che l’educata ronda di circostanza, malgrado viaggi su binario intelligente e istruito, si abbandoni svogliatamente al siparietto triviale (Julien in bagno, le smorfie di Judith), affidandosi tutta al carisma degli interpreti – il bravissimo Caravaca è più incisivo di Karin Viard – e toccando attentamente ogni stazione dello stereotipo (compresa quella conclusiva, con bacio dei protagonisti). Se il vassoio vanta qualche sapore stimolante (l’attore/barbone che recita contro Mme Zion), se la scenografia sociale è un muro di cartapesta (lo sguardo al Sudamerica, posticcio e tendenzioso), l’opera si ferma in salotto per la chiacchiera del dopocena, mischia le carte e bolle l’acqua di rose ma la pretesa minimalista, quella di limitarsi alla commedia lieve, non regge come alibi per un cascame di provocazioni cortesi e pilotate.

Voto:  5                                                       Emanuele Di Nicola

 

Offset 
(Didi DANQUART)

(Germania   -   2006   -   109')

Bucarest, intrigo di passioni in una grande copisteria.

Gli spuntoni del triangolo

Il padrone ama follemente la segretaria, con cui ha avuto una relazione, lei si appresta a sposare un giovane dipendente ma tentenna sul grande passo. Cenni di lotta di classe incontrano lo spettro della modernità che plana sull’Est Europa, nelle curve di un discorso imploso, che non si manifesta chiaramente segnando il punto della gravosa incomunicabilità tra protagonisti. La sincerità non esiste, neanche nella coppia, e una dose di ambiguità ombreggia costantemente i volti dei protagonisti; è la cifra di questa commedia drammatica che il regista, nato in Germania e trapiantato in Romania, spoglia di troppe pretese impastando vecchie storie - il menage a trois - con spigliato mestiere e divertita perizia. Danquart non rinuncia al facile confronto internazionale (lo snobismo della famiglia tedesca) e segnala la stagnante realtà industriale del Paese - il malfunzionamento della fotocopiatrice che intitola il film, un’amabile assurdità di sapore beckettiano -, muovendosi in un contesto implicitamente disastrato dove risulta ardua la definizione del proprio sentire. Il film affidandosi al volto straordinario di Alexandra Maria Lara, esempio miracoloso di tenuta scenica, definisce le relazioni tra le sue marionette solo in ultima istanza, mantenendole sospese fino alla mirabile ripresa del matrimonio, dove la tensione abbraccia il grottesco e convoglia felicemente con l’opera sentimentale di sostanza.

Voto:  6                                                       Emanuele Di Nicola


Germania chiama Bucarest, c’è nessuno in linea? 



La più grande delusione tra i film visti alla Festa del Cinema porta una firma importante. Ma non è quella del regista. E a voler essere precisi le firme in questione sono due: Cristi Puiu e Razvan Radulescu. Costoro, oltre ad essere autori della sceneggiatura di Offset, collaborano insieme da diversi anni; e se se si guarda a ciò che hanno realizzato precedentemente, ci si trova una fetta significativa di quel cinema rumeno graffiante, attuale, spiazzante, che adesso anche i cinefili italiani stanno cominciando a conoscere ed apprezzare (vedi Ad est di Bucarest, diretto dall’altro “discolo” Corneliu Porumboiu). Il “team” formato da Cristi Puiu e Razvan Radulescu, uno regista e l’altro sceneggiatore, ha realizzato film come Marfa si banii (2001) e Moartea domnului Lazarescu (2005), ritratti lividi, autentici della Romania di oggi; e i due, sempre insieme, hanno anche avuto occasione di collaborare con un maestro come Lucian Pintilie, per il quale hanno firmato la sceneggiatura di Niki et Flo (2003).  
Dove è nato allora il pasticcio? Verrebbe quasi da dire: il triangolo no, non l’avevo considerato. Ma anche qui si balla su un pericoloso filo di ambiguità, visto che i triangoli in realtà sono due. Uno è quello che ha coinvolto, artisticamente parlando, i due cineasti rumeni e il tedesco Didi Danquart. L’impressione è che all’interno dell’inedito terzetto sia proprio il regista di Offset, Danquart, la nota stonata, ma questo lo vedremo più avanti. L’altro, il triangolo vero, è quello che scopriamo attraverso il film. Ne sono protagonisti Stefan, un giovane tecnico tedesco chiamato a lavorare temporaneamente per un’azienda di Bucarest; Brindusa, inquieta ragazza rumena fidanzata da poco con Stefan, ed ex amante dell’imprenditore per cui entrambi lavorano; e poi c’è lui, l’attempato ma ancora energico Nicu Iorga, uomo d’affari dal piglio autoritario che non vorrebbe affatto rinunciare a Brindusa, né come segretaria, né come amante. Ebbene, dalle situazioni che si sviluppano e dalla folta galleria di personaggi introdotti gradualmente nella storia, risulta chiaro che questo modesto intrigo sentimentale, affrontato senza particolare convinzione, vuole essere quasi un pretesto. Per cosa? Ad esempio per sviscerare contraddizioni ed ipocrisie di un rapporto tra la Romania e l’Occidente tendenzialmente fallimentare; un rapporto fondato sul sospetto reciproco, sull’assenza di reale calore umano, su premure che nascondono invece questioni di interesse. Ma ciò che di interessante ci sarebbe da dire su questo soffocante abbraccio rimane inchiodato ai fogli della sceneggiatura. Già perché dall’approccio ai personaggi, da certi monologhi furenti di Nicu Iorga (ovvero Razvan Vasilescu, irresistibile istrione che si è già distinto interpretando ruoli portentosi in diversi film rumeni), dalla tragicomica visita dei parenti tedeschi di Stefan, si intuisce quanto di buono si potesse celare nel plot, se solo Didi Danquart avesse colto l’ironia e la pregnanza di certi sottotesti. Invece, il regista tedesco ha fatto di tutto per appiattire il film ai livelli di una soap opera scolorita, girando in modo piatto le scene che potevano rivelare una maggiore profondità, banalizzando la resa dei dialoghi più incalzanti con inquadrature da pessimo sceneggiato televisivo, sprecando persino il potenziale offerto dal contesto urbano di Bucarest. C’è un lungo confronto in macchina tra Stefan e Nicu, che poteva essere un ottimo spunto per gettare uno sguardo sulla realtà circostante. Il regista, al contrario, in casi del genere ha scelto di chiudere il finestrino e fregarsene. Peccato, perché al posto dell’aria condizionata, in quell’auto è cominciata a filtrare la noia. Una noia che, complice la scelta di una colonna sonora particolarmente ammorbante, non si è più allontanata fino ai titoli di coda.

Voto:  3,5                                                          Stefano Coccia

 

 

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