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Gli avanzi della Festa
La Festa del Cinema di Roma, anno primo, si apre con la tempestosa dimostrazione contro l’emergenza abitativa (+ CASE - CINEMA), che prova a sabotare l’arrivo di Nicole Kidman, e si chiude con il timido thanks to all di Serebrennikov, sgomento per la sua stessa vittoria. Nel mezzo tutto può succedere, con lo scopo ultimo di evitare il nocciolo, la questione cinematografica, che resta ingabbiata sullo sfondo a funzione volgarmente accessoria.
E’ facile sparare sull’organizzazione di una kermesse al nastro di partenza, ma risulta anche necessario: la gestione dell’evento è in balia completa della corrente e conferma il sospetto di cui sopra. L’impegno maggiore, coltivato con dedizione missionaria, è quello per ostacolare l’ingresso in sala degli accreditati: per esigenze di numerazione i biglietti vengono consegnati alle 9:00 del mattino e vanno generalmente esauriti alle 9:15, privilegiando il pubblico pagante in maniera sfacciatamente tendenziosa. La Festa munge la vacca grassa e, adagiandosi sull’aggettivo “popolare” - quanti danni può fare una sola parola -, lascia puntualmente le sale semivuote in nome di un biglietto in più da staccare due minuti prima (o dopo, a scelta) dell’inizio della proiezione. D’altronde è clamorosa l’inadeguatezza generale delle strutture - l’organizzazione aveva messo le mani avanti -, che costringono il cinefilo allo slalom tra i quartieri di Roma, perlopiù centrali, alla mercede del traffico, dell’orario sovrapposto, del perenne inconveniente, della dolorosa impossibilità di seguire dovutamente il programma. Gli eventi nelle sale decentrate, addirittura provinciali (Di Caprio nel teatro di Michele Placido a Tor Bella Monaca), sono frutto di una scelta bassamente politica - valorizzare la periferia - che sconfina nell’infermità mentale. Roma copia Venezia dal lato estetico (stessa sigla, stessa passerella, stesso divismo più esasperato) ma non bissa sul piano organizzativo.
Se in laguna passavano quest’anno i maggiori cineasti viventi, la capitale raccoglie le briciole in cartellone: la Festa non pesca il capolavoro ma offre distrattamente una manciata di spunti (Iosseliani, Nolan, Tam, Tsukamoto) - i più bistrattati, sale deserte - e vivacchia stancamente, alla meglio, nella medietà sostanziale con straordinarie punte nell’improponibile. E’ altresì inutile additare Giorgio Gosetti, direttore generale, alla gestione di un evento privo di coerenza logica: appare eccessivo lo scisma in cinque sezioni (la scelta strumentale di dedicarne una ai bambini, Alice nella città, illustra bene le ragioni di un discorso che sacrifica tutto in nome della fascia di pubblico), sottilmente ruffiana la selezione di omaggi e retrospettive (Sean Connery, alla sua età, rimane un uomo stupendo), ostinatamente campanilistica l’overdose di pellicole italiane - salvo solo Viaggio segreto, “il film rifiutato da Venezia” -, infine reverenziale e servile l’accoglienza al cinema americano (Fur e The Departed sono premiere e non rischiano l’onta della competizione).
[Una riga a parte, fuori concorso, merita la consuetudine di lanciare in sala una marea di pellicole presentate alla Festa nell’arco di due settimane dalla chiusura della stessa. Perché?...]
Vince Playing the Victim di Kirill Serebrennikov; una scelta condivisibile, quella di premiare l’opera fuori dal circuito, vista l’indubbia riuscita del film e il canale distributivo che solo in questo modo gli si porge. Non cade la malizia verso la giuria popolare (ancora), presieduta da Ettore Scola, che - dicono - vista la propria estrazione avrebbe deciso di premiare il grado di particolarità, piuttosto che il livello qualitativo, per firmare una dichiarazione d’intenti cinephile smentendo così il legittimo sospetto di scarsa competenza. A Festa finita: il carosello di stampa e tivvù (Roma ha vinto su Venezia, è il ritornello) suggerisce uno spaccato sui complessi giochi di potere che sovrintendono la manifestazione e, allo stesso tempo, ne conferma il pieno fallimento.
Cattiva la prima.
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