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Viaggio
Segreto
(Roberto
ANDÒ) (Italia/Francia
- 2006
- 107') |
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Leo e Ale sono
fratelli: il loro passato è segnato da un dramma che cercano di
cancellare. La vendita della casa d'infanzia in Sicilia e il viaggio che
Leo compirà nella sua terra natale faranno ritornare alla memoria
tragici episodi.
L'altra bestia nel cuore Incontri/scontri
fra velluto e fichi d’india, scogli di una Sicilia vivida e aguzza,
colori accesi e ombre nette. Viaggio segreto è il tunnel di un
passato che riemerge, fra pelle che si sfiora e brividi nascosti. E’
l’incubo di un’infanzia spezzata da un colpo di pistola, di una
favola d’amore e di sesso, un dipinto di corpi che si intrecciano e di
occhi che si cercano. Storia di fantasmi che ritornano, di ricordi che
si sovrappongono all’esperienza presente, il film di Andò è un
vortice di esperienze sommate, di dolori che schiaffeggiano lo
spettatore sgraziatamente, con quella superficialità
pseudo-intellettuale che ormai sembra essere la firma in calce di certe
operazioni. Come ne La
bestia nel cuore la drammaticità dei fatti è sì
profonda, ma soprattutto strumentale: Viaggio segreto procede
affrontando una per volta il maggior numero di catastrofi umane
possibili, provando un sadico gusto nel soffermare gli occhi su dolori
forzati, tanto crudeli quanto falsi. I protagonisti si spogliano dei
loro vestiti ma la loro nudità è esclusivamente esteriore: i loro
animi sconvolti restano sepolti dietro alla coltre della paura e della
menzogna, dietro alla porta blindata di ricordi che non possono e non
devono tornare a galla. Una casa abbandonata per decenni è l’entrata
di un passaggio temporale e psicologico: la polvere dei mobili non basta
a soffocare ombre che improvvisamente riprendono forma e voce, mentre
dialoghi e situazioni che si erano venute a creare anni e anni prima
incredibilmente si ricostituiscono. L’installazione
contemporanea di un artista innamorato sarà il tramite finale di una
cristallizzazione del passato nel presente, segno definitivo che dalle
proprie esperienze passate non si sfugge: una fotografia d’infanzia,
serena e allo stesso tempo testimone di un destino già visibile, è il
punto di congiunzione fra quello che è stato e il presente. I ricordi
vengono trascinati dal vento impetuoso di una spiaggia e trovano la loro
corporeità in stanze familiari, dove le dita scorrono sicure su spigoli
noti, superfici sfiorate mille volte in precedenza. Ma cosa resta di
questo viaggio nel dramma racchiuso fra le proprie radici, qual è il
senso di questa incursione in una terra che ha dato i natali ma che poi
è stata abbandonata? Andò gioca tutte le carte che ha in mano,
aggregando gli elementi più disparati: numerosi però sono i grumi che
non si sciolgono. Uno per ogni questione abbandonata al luogo comune, al
dramma da copertina patinata.
Voto:
4,5
Priscilla Caporro
Teatro Siciliano
Roberto Andò riesce nel
miracolo di un film irreprensibile; un viaggio segreto nella memoria, a
superflua conferma dello spessore complesso del Sud, che prende la matrice
letteraria – il romanzo Rivelazioni di Josephine Hart – e la
contamina con i feroci segnali della psiche. L’opera, se apre il sipario
sulla semplice contrapposizione (l’ indagatore della mente, incapace di
penetrare sé stesso), subito manifesta la calligrafia peculiare di una
mano guantata, che cerca e trova l’angolatura di sbieco e scrive la
storia dal suo punto di vista, non offre appigli di rassicurante
riconoscibilità narrativa ma punta forte sull’insolito e
l’individuale; il girovagare sospeso di figure introverse, tra le sbarre
di ambienti stringenti, è attraversato da una perturbante voce off che
dirotta l’attenzione al sintomo straniante (l’umore dei pesci
nell’acquario) e sprigiona clandestinamente uno strisciante sottotesto.
Il regista palermitano, citando distrattamente Menzogna e Sortilegio
di Elsa Morante, approda quindi al cuore della questione: il film sbarca
in Sicilia - lo spazio si apre ma permane soffocante - e non lo dice,
muovendosi doppiamente nella regione (fisica e interiore), in questo
deserto del Tempo si smarrisce incrociando i suoi strani abitatori (una
ninfa melanconica, un prete ingannatore, infine un padre compromesso). La
conoscenza intima del problema, l’implacabile pertinenza dei riferimenti
di Andò promuove il cortocircuito della visione, oltre il velo tramico, e
coniuga la dimensione mitologica alla cronaca inesplosa di un contesto
crudele, primitivo, devastato; occulte sono le allusioni al dramma
meridionale ma non meno impressionanti, dal sonno bigotto contro il
malaffare (Ho fatto il magistrato per scalfire il prestigio della
Morte, così il padre) all’uso delle armi, primamente interiore
perché introiettato nella forma mentale (se i bambini giocano a sparare,
non stupisce quindi l’agnizione finale). Il discorso prosegue nei
tentacoli di inquadrature ricercate (la prima scena, insieme nudo e natura
morta), che sfruttano a dovere la catatonia di Boni, la grazia spigolosa
di Donatella Finocchiaro e lo sguardo sonoro di Kusturica, lasciando
emergere il lavoro originariamente teatrale dell’autore – una firma
sudista, da Chimera
a Luna
Rossa – dove si mescolano piani temporali, l’attore è anche
spettatore, il presente in diretta e il ricordo dietro le quinte. Gli
interpreti tolgono il costume; gli oggetti di scena, impolverati, si
ripongono dopo la recita.
Un luogo in cui la
Morte non ha consolazione è un luogo indegno.
Voto:
7
Emanuele Di Nicola
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Grido
(Pippo DELBONO)
(Italia
- 2006
- 75') |
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Una ricognizione lirica delle esperienze artistiche, umane, e dei tanti
viaggi che hanno contraddistinto il percorso di Pippo Delbono, autore
teatrale portato più di altri a mettere in gioco la propria identità.
Un grido soffocato
Intuizioni
registiche dal sapore introspettivo e quasi memorialistico, per questo
lavoro di Pippo Delbono che propone in forma libera, straniante,
sicuramente molto sentita, il succo delle sue esperienze teatrali più o
meno recenti, alle quali si allacciano imprevedibili risvolti umani.
L’autore usa la macchina da presa come un taccuino, ove appuntare
incontri, scelte di vita, viaggi, riflessioni, tournée teatrali,
semplici stati d’animo. Il risultato è un cinema di poesia che a
tratti vola leggero, per poi collezionare piccoli squilibri che incidono
sulla fragile essenza dell’opera, destinata ad appesantirsi allorché
il regista dà prova di fissarsi troppo su alcune situazioni, o
personaggi. Nell’ultimissima parte di Grido tale sensazione
trova ulteriori riscontri: il ricordo dei primi contatti con Bobò, un
omino ricoverato per decenni nell’ospedale psichiatrico di Aversa,
vicino Napoli, assume infatti un rilievo particolare. Inizialmente si
rimane conquistati dal tono schietto con cui viene introdotta la
singolare magia dell’incontro, da cui entrambi i protagonisti sembrano
acquisire, nell’amicizia come anche nella performance teatrale, una più
matura prospettiva esistenziale. Bobò è così entrato a far parte, lui
sordomuto e abbandonato da tutti per anni, nella compagnia teatrale di
Pippo Delbono. Ma ad un certo punto la spontaneità del discorso sembra
esaurirsi; nuoce pertanto l’insistenza con cui l’autore rimane
incollato alle conseguenze, anche minime, di questo nuovo sodalizio
artistico, proprio mentre il film avrebbe bisogno di rigenerarsi, magari
aggiungendo altre pagine a quel diario che fino ad allora aveva saputo
ammaliare. Il rischio è semplicemente che quel grido così penetrante
si trasformi, al sopraggiungere dei titoli di coda, in un grido
soffocato.
Voto:
6
Stefano Coccia
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Qian li zou dan ji
(ZHANG Yimou)
(Cina/Hong
Kong/Giappone
- 2005
- 107') |
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Consapevole
di non aver saputo coltivare il rapporto con suo figlio, che da anni
ormai non gli rivolge più la parola, l’anziano pescatore Goui-chi
Takata si decide a lasciare per la prima volta il proprio villaggio. È
stata Rie, la nuora, a consigliargli di raggiungere Tokio per fare
visita al figlio, cui è stato da poco diagnosticato un tumore al
fegato. Sebbene l’orgoglioso Ken-ichi si rifiuti di vederlo, il padre
viene a sapere tramite una videocassetta delle ricerche da lui
intraprese nello Yunnan, l’anno prima, al fine di documentare le
rappresentazioni di un antico dramma musicale cinese. Spinto dal
desiderio di ristabilire un rapporto lui, Goui-chi parte per la Cina…
Strade
perdute
Oh Paddy, I think I’ve lost my way.
David Bowie (o Zhang Jimou?)
Dopo la visione di Mille
miglia…lontano, indubbiamente prolisso ma non privo di elementi
interessanti, viene voglia di chiedersi quale sentiero stia ora
percorrendo Zhang Yimou. Non avrà forse ripreso… La strada verso
casa? A prima vista sembrerebbe di sì. Nel senso che, messi da parte
gli approcci non esaltanti al Wuxiapian rappresentati da Hero (2002)
e La foresta dei pugnali volanti (2004), il regista simbolo della
Quinta Generazione dà qui l’impressione di voler ripensare il suo
cinema, attraverso un ritorno ad ambientazioni e personaggi più vicini
alle sue corde. Ma è così che stanno le cose, o c’è dell’altro? Vi
sono almeno due motivi che ci spingono a considerare quest’opera un
binario morto, piuttosto che un crocevia destinato a schiudere chissà
quali orizzonti.
Colpisce innanzitutto che Zhang Yimou abbia già realizzato,
successivamente a Mille miglia… lontano, una nuova pellicola ad
alto budget in cui riversare quella passione per il wuxiapian sbocciata
tardivamente, e contraddistinta dalla valenza ambigua dei segni. Detto in
altro modo: si è già visto come sia possibile sciupare lo spessore delle
atmosfere e un uso del colore scenograficamente potente, quando si
rincorrono troppo facili soluzioni, quelle offerte da una computer grafica
adoperata in modo esagerato e pacchiano. Questo ci è parso il limite
maggiore dei film citati in precedenza. Sarà lo stesso per Man cheng
jin dai huang jin jia (Curse of the Golden Flower), o può
essere che nel frattempo il regista abbia calibrato il suo stile sui nuovi
strumenti espressivi a sua disposizione? Lo scopriremo al momento
opportuno, quando il frutto più recente di questa svolta epica del
regista sarà nelle sale.
Torniamo al volto più intimista, se così si può dire, della sua
filmografia. La seconda obiezione che vorremmo porre a Mille miglia…
lontano, nel tentativo di spiegare il tono fasullo da noi ravvisato in
molte scene importanti, riguarda da vicino le modalità di questo presunto
“ritorno al passato”. Sì, perché nella storiella edificante del
pescatore giapponese che lascia il suo villaggio per riallacciare il
rapporto col figlio, ci sono echi lontani di alcune tra le pellicole più
incisive, motivate e toccanti dell’autore. La poetica
dell’ostinazione, il viaggio che finisce per contrapporre la testarda
volontà dei protagonisti all’immobilismo della burocrazia o ad altre
forme di chiusura della società cinese, la reazione individuale al
sopruso, sono solo alcuni di quei tratti fortemente riconoscibili, che
Zhang Jimou aveva saputo esprimere con una certa passione nei vari La
storia di Qiu Ju (1992), Keep Cool (1997), Non uno di meno (1999),
tanto per fare qualche esempio. Ed anche quando a livello stilistico,
formale, si poteva ravvisare un cambiamento di rotta (vedi lo stesso
Keep Cool), l’attenzione ai risvolti umani si rifletteva comunque
nelle molteplici aperture di uno sguardo complice, votato solo
occasionalmente all’ironia, ma senza malizia. Il problema è che di
tutto questo in Mille miglia… lontano rimane la superficie,
mentre i rapporti tra i personaggi si impregnano di una retorica
zuccherosa e per nulla persuasiva.
Sia
detto chiaramente: a noi non dispiace abbandonarci alla commozione, quando
suona sincera. Stessa cosa quando il ripetersi di picchi melodrammatici
nello stesso film sfiora il parossismo. Si tratta semmai di sopportare a
fatica quelle piccole astuzie, quelle sottolineature registiche che nel
caricare emotivamente una scena ottengono l’effetto contrario,
mettendone in discussione proprio la sincerità. Come quando l’ostinato
Goui-chi, quel giapponese sbarcato in Cina per un atto d’amore nei
confronti del figlio malato, si trova nella necessità di incontrare un
musicista locale detenuto in carcere, e per vincere le resistenze della
burocrazia locale, invia alle autorità un commovente video-messaggio.
Sarebbe tutto più tollerabile, per non dire coinvolgente, se Zhang Yimou
non si sentisse obbligato a far partire un commento musicale
strappalacrime proprio nel momento in cui Goui-chi accenna alla malattia
del figlio, e se i fino ad allora cinici e ridanciani burocrati cinesi non
cambiassero all’istante atteggiamento. Ecco, questo è solo un esempio.
Ma anche a livello di sceneggiatura il film di Zhang Jimou abbonda di
simili trappole, fino a cambiare di segno la descrizione dell’istituto
di pena visitato, dopo tanta fatica, dal protagonista: da luogo austero
dove si rispettano disciplina e regolamento in modo maniacale, a luogo in
cui buoni sentimenti di un visitatore possono spingere il direttore,
apparentemente tutto d’un pezzo, a concessioni in un primo momento
impensabili… Basta un poco di zucchero e la pillola va giù? Può
essere, ma da un autore dello spessore di Zhang Jimou (che continui poi a
dedicarsi ai filmoni di arti marziali o si concentri di nuovo sulla Cina
attuale importa relativamente), ci aspettiamo in futuro un piatto più
sostanzioso.
Voto:
4,5
Stefano Coccia
Addolorato racconto
di una lanterna rossa scolorita
Zhang Yimou si allontana dallo svolazzante e poetico
volteggiare di colori e di sensazioni de La
foresta dei Pugnali Volanti e precipita in una storia fragile
e mediocre. Mille miglia…lontano è un racconto fondamentalmente
povero di spunti originali, che succhia la propria linfa vitale da
un’idea gracile e striminzita (nonostante sia tratto da un classico
della letteratura giapponese) e tenta disperatamente di ampliare il
discorso inserendo presunti intarsi di riflessione e di commozione.
Dispiace però che tale scelta risulti poco dissimile da quella di un oste
disonesto che allunga il vino con l’acqua: Zhang Yimou accompagna il
signor Takata nel suo viaggio di formazione attraverso la Cina rurale
“dei buoni sentimenti”, incontrando nel suo percorso non solo numerose
difficoltà che pur apparendo insormontabili vengono superate con una
facilità imbarazzante, ma soprattutto una corale solidarietà fatta di
sorrisi e di gesti cari. Sarà che ormai ci eravamo abituati alla veste
“storico-millenaria” della Cina (Hero,
La
foresta dei Pugnali Volanti) ma Mille miglia…lontano
sembra proprio non cogliere il punto del discorso e zoppica nella
narrazione a causa della grave carenza di idee: Zhang Yimou porta sullo
schermo un film esageratamente chiacchierato, dove i personaggi talvolta
sovrappongono perfino le loro voci, confondendo gli idiomi e urlando le
proprie opinioni. Anche i pensieri di Takata finiscono per essere solo e
soltanto un’ulteriore forma di conversazione con il pubblico che viene
tarpato di ogni possibilità di relazione diretta con la storia e con la
vicenda del personaggio: tutto viene urlato e messo per iscritto, quasi in
una corsa forsennata all’evoluzione e alla riproposizione dei temi. I
siparietti di cui è costituito il film infatti ritornano più volte nel
corso della pellicola producendo un effetto sempre meno incidente sulla
composizione, che risulta così frammentata in una serie di soluzioni
circolari che finiscono per stancare. E’ quasi sconcertante infine che
Zhang Yimou, che era riuscito a sintetizzare al meglio l’analisi della
commozione e del dolore (basti pensare a Sorgo Rosso), si dedichi a
delle scene di trasporto emotivo dallo spessore decisamente non alla sua
altezza: i carcerati che piangono all’unisono alla vista delle foto del
piccolo Yang Yang sono probabilmente il massimo esempio di questo triste
processo. La descrizione dei vari villaggi e la loro caratterizzazione
appartiene sempre a questo deprimente discorso di appiattimento dello
stile e della resa filmica: anche La
strada verso casa, sebbene non sia di certo il capolavoro
assoluto dell’artista, si era dimostrato più efficace nel disegnare i
tratti di una società rurale semplice ed onesta senza ricorrere a sorrisi
forzati e dialoghi stucchevoli. Siamo decisamente mille
miglia…lontano da quello che abbiamo visto fare da Zhang Yimou.
Voto:
3
Priscilla Caporro
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Renaissance
(Christian VOLCKMAN)
(Fra/GB/Lux
- 2006
- 105') |
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Parigi, anno 2054. Il rapimento di una giovane e bella ricercatrice,
Ilona Tasuiev, crea ulteriore scompiglio in
una città sempre più caotica, dove la politica e l’economia
sono dominate dalle strategie commerciali di Avalon. Avalon è una
multinazionale specializzata nel settore genetico, campo in cui qualcuno
ha già intrapreso esperimenti un tempo inimmaginabili. Un duro come
l’agente Karas, grazie ai suoi metodi, intuisce presto che il nesso
tra tali esperimenti e la sparizione della ragazza porterà a galla
altre verità, altri segreti…
Parigi cyberpunk
Dopo
le “rotoscopiche” visioni di Richard Linklater (Waking Life, A
Scanner Darkly) e dopo Sin City di Robert Rodriguez e Frank
Miller, arriva il film che per quanto concerne simili esperimenti
costituisce già un approdo importante, tanto a livello tecnico che a
livello estetico. L’integrazione tra riprese dal vivo e animazione
digitale raggiunge qui esiti particolarmente seducenti e sbalorditivi.
In questo caso i movimenti degli attori sono stati ripresi con la
tecnica sempre più in voga del Motion Capture, che ha permesso poi di
trasferirli sul piano dell’animazione, caratterizzata nella
circostanza dalla scelta di un bianco e nero fortemente contrastato.
Nulla di più appropriato, per un film come Renaissance:
particolarmente funzionali al progetto sono proprio quei tagli di luce
netti, taglienti, come anche le espressioni facciali e le pose dei
personaggi, che attraverso il processo sommariamente descritto si
convertono da figure in carne ed ossa ad icone degne di un fumetto
cyberpunk. Qualcuno potrebbe contestare proprio questo, l’assoluta
classicità del prodotto finale. Una classicità rapportata ovviamente
all’acquisizione, da parte dell’immaginario collettivo, di quelle
monumentali visioni della fantascienza cinematografica più o meno
recente, in cui la visione della metropoli futuristica si sposa con una
miriade di ritagli post-moderni codificati secondo le più svariate
poetiche di genere. Il noir tende qui ad essere, tra i diversi generi
cinematografici, un punto di riferimento essenziale. Lo è anche per
Christian Volckman, astro nascente dell’animazione digitale europea, e
per il suo staff di validissimi collaboratori. Quanto cerchiamo di dire
è che il fascino di Renaissance non va cercato nell’originalità,
obiettivamente scarsa, del soggetto. Sono invece le variazioni su un
tema abusato ma ancora incredibilmente vitale a confondere e soggiogare
lo sguardo. L’indagine del detective Barthélémy Karas cattura
proprio in quanto assorbe e restituisce in forma altra le convenzioni
del noir in salsa Sci-Fi, integrandole con una scenografia virtuale
dallo straordinario impatto visivo. Non mancano quei topoi, la
cui presenza è quasi imprescindibile, come ad esempio gli schermi
giganteschi che monopolizzano i cieli della città, stile Blade
Runner. C’è poi una multinazionale, Avalon, interessata a
pericolosi esperimenti genetici. Ci sono mondi simulati e tecnologie
militari all’avanguardia. Ma fa già un certo effetto vedere tutto
questo in una Parigi futuribile, dove i monumenti tradizionali quasi si
fondono con avveniristici innesti architettonici. Un gran lavoro in
quanto ad integrazione tra fondali ricreati al computer e movimenti dei
personaggi, dunque, ma i pregi di Renaissance vanno oltre. Si
estendono infatti ad una impostazione fotografica talmente curata, da
esaltare quel sottile ordito di trasparenze, di luci riflesse, di
interventi sulla profondità di campo, che uno difficilmente si
aspetterebbe di trovare in un lavoro di animazione, per quanto
sperimentale. E invece Volckman è riuscito a mettere a frutto un
complesso lavoro durato anni, regalandoci infine una Parigi ciberbunk
dal volto enigmatico e sfuggente.
Voto:
8
Stefano Coccia
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Siluro rosso - La straordinaria storia di Rubén Gallego
(Mara CHIARETTI)
(Italia
- 2006 - 52') |
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Difficile riassumere in poche righe la tormentata ed avventurosa
esistenza di Rubén Gallego, sopravvissuto all’insaputa della madre ad
un parto difficile (durante il quale morì invece il gemello), venuto al
mondo con un grave handicap fisico, spedito per questo dal padre in un
orfanotrofio dell’Unione Sovietica (dove la famiglia, spagnola
d’origine, si era trasferta per simpatie di natura politica),
cresciuto quindi in un ambiente particolarmente difficile, e
riscattatosi poi grazie all’amore per la letteratura. Oggi Rubén
Gallego è uno scrittore russo di successo, ed ha anche ritrovato la
madre e la sorella.
Volere è potere.
Quella
di Rubén Gallego è realmente una storia straordinaria. Una storia di
resistenza umana al limite dell’incredibile, costellata di difficoltà
ma anche di eventi miracolosi, come il ricongiungimento a distanza di
anni con madre e sorella. Insomma, una storia che meritava senza alcun
dubbio di essere raccontata. Il documentario di Mara Chiaretti ci riesce
con un passo spedito, spigliato, sincero, che conquista lo spettatore
prima di ogni altra cosa sul piano del racconto, praticamente senza
alcuno sforzo. Ed è normale che sia così, quando si hanno esperienze
talmente forti da comunicare. L’occhio più smaliziato può
soffermarsi magari su un montaggio non sempre all’altezza del
materiale a disposizione, su quelle interviste che a volte rivelano
creatività (memorabile il duetto del protagonista, inchiodato sin
dall’infanzia su una sedia a rotelle, con l’anatra che gli passeggia
vicino) e a volte no. In definitiva sono solo dettagli. Non impediscono
che si rimanga colpiti dalla vicenda di Rubén Gallego, abbandonato per
via di una grave paralisi in un orfanotrofio sovietico dalle condizioni
di vita durissime, e capace non solo di sopravvivere, ma di far crescere
il proprio amore per la lettura e la scrittura, al punto di ricevere nel
2003 il più importante premio letterario russo per il romanzo
autobiografico “Bianco su nero”. Di lui colpiscono tanto la forza di
volontà, che l’ironia trasfusa in ogni situazione, anche la più
drammatica. Ed è una dote che nel film gli permette di offrire un
quadro vivace e contrastato degli ultimi anni dell’Unione Sovietica,
coincidenti sul piano personale con gli anni di una difficile crescita.
La regista Mara Chiaretti riesce in alcuni momenti a valorizzare la
ricca galleria di aneddoti e di riflessioni, appoggiandosi alla verve
del protagonista per offrire a livello di immagini qualche contrappunto
adeguato. Piacciono ad esempio i siparietti animati, come anche una
parte del materiale di repertorio selezionato per l’occasione. E poi
non si può fare a meno di raddoppiare l’empatia per il simpatico Rubén,
quando questi commenta in modo arguto e divertito le immagini di uno dei
suoi film preferiti, Freaks di Todd Browning. Voto:
6,5
Stefano Coccia
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Kontakt
(Sergej STANOJKOVSKI)
(Germania/Macedonia
- 2005
- 95') |
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Un cinico e avido uomo d’affari, Novak, sperando di allontanare in un
colpo solo due potenziali fonti di preoccupazione spedisce il
fratellastro Janko, un ex galeotto dall’indole aggressiva, a
restaurare la villa in cui vive una giovane donna dalla mente
disturbata, affidatagli dai familiari dopo la lunga permanenza in un
ospedale psichiatrico. Così dovrebbe riuscire a controllarli meglio. Ma
se i due si innamorassero?
Amor fou… che più “fou”
non si può!
Il
macedone Stanojkovsky ambienta una pittoresca novella sentimentale in
quel di Skopje, sfruttando ottimamente gli spazi larghi e alberati di
quella sonnolenta periferia, che sembra quasi sfumare nella campagna
circostante; come se offrisse riparo dagli sguardi indiscreti alle due
anime solitarie e poco socievoli, che per decisione di altri si trovano
ora costrette a dividere lo stesso spazio, una villa a lungo
abbandonata: Janko, ex detenuto dalle reazioni imprevedibili, e Zana,
giovane donna che per una serie di tristi eventi aveva accusato disturbi
psichici, finendo anche in un manicomio. Eppure, quei due caratteri
guardati con sospetto dagli altri, dopo l’incomprensione dovuta
all’atteggiamento diffidente di lui e ad una coabitazione forzata,
sembrano destinati a incontrarsi. Sarà amore?
Il regista tratteggia con delicatezza, aggrappandosi peraltro ad un
sense of humour effervescente e mai fuori posto, un raccontino che
lentamente acquista spessore, anche grazie alla bravura degli
interpreti. Manca probabilmente una maggiore incisività, più che altro
a livello registico, laddove le scene che dovrebbero avvicinarci
ulteriormente alla sensibilità stravolta dei protagonisti scivolano via
con fare anonimo, quasi televisivo. Stanojkovski si riscatta abbastanza
bene nella scelta degli ambienti che fanno da sfondo all’azione, e in
un modo di rappresentarli a cui non deve essere estranea la sua lunga e
apprezzata esperienza come documentarista.
Voto:
6,5
Stefano Coccia
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Valse Wals
(Mark DE CLOE)
(Olanda
- 2005
- 62') |
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La storia di una coppia raccontata in tre tappe, che a ritmo di musica
tentano di esprimere l’essenza dell’incontro, della relazione, e
dell’addio.
Un valzer malinconico
Arriva
dall’Olanda questo film sperimentale, girato in DigiBeta, che non fa
fatica a risultare accattivante. A ritmo di valzer si viene catturati da
una storia d’amore in tre tempi, ciascuno dei quali intende
rappresentare in forma stilizzata un particolare momento: ovvero la
passione nata dopo l’incontro, la noia che accompagna a distanza di
anni il trascinarsi di una relazione, e infine il senso di complicità
che può instaurarsi in quella stessa unione durante la vecchiaia, fino
agli ultimi giorni.
Il regista, Mark De Cloe, è stato indubbiamente bravo nel cercare gli
strumenti espressivi più adatti per tradurre in immagini
cinematografiche quello che, inizialmente, era uno spettacolo teatrale
d’avanguardia; realizzato per giunta dagli stessi due attori che
vediamo nel film, di cui si fa apprezzare l’affiatamento. Prendendo la
tradizione del musical come punto di riferimento, De Cloe riesce a
rendere emozionanti alcuni segmenti del suo Valse Wals, che in
quella parte dedicata allo spegnersi nella noia della classica relazione
borghese fondata sull’abitudine, riesce persino ad essere graffiante.
Altre parti risultano invece un po’ sproporzionate nella durata, e
specialmente il finale sembra trascinarsi con meno inventiva di quella
prodigata, ad esempio, nelle folgoranti scene iniziali.
Voto: 6
Stefano Coccia
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