ROMA 2006
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EVENTI SPECIALI:

- The Departed  - Martin Scorsese
- Viaggio Segreto - Roberto Andò

EXTRA:

- A Scanner Darkly - Richard Linklater 
- Fascisti su Marte - Corrado Guzzanti, Igor Skofic
- Grido - Pippo Delbono
- Qian li zou dan ji - Zhang Yimou
- Renaissance - Christian Volckman
- Siluro rosso - La straordinaria storia di Rubén Gallego - Mara Chiaretti

NEW CINEMA NETWORK:

- Kontakt - Sergej Stanojkovski
- Valse Wals - Mark De Cloe

 

 

EVENTI SPECIALI

 

Viaggio Segreto
(Roberto ANDÒ)

(Italia/Francia   -   2006   -   107')

Leo e Ale sono fratelli: il loro passato è segnato da un dramma che cercano di cancellare. La vendita della casa d'infanzia in Sicilia e il viaggio che Leo compirà nella sua terra natale faranno ritornare alla memoria tragici episodi.


L'altra bestia nel cuore

Incontri/scontri fra velluto e fichi d’india, scogli di una Sicilia vivida e aguzza, colori accesi e ombre nette. Viaggio segreto è il tunnel di un passato che riemerge, fra pelle che si sfiora e brividi nascosti. E’ l’incubo di un’infanzia spezzata da un colpo di pistola, di una favola d’amore e di sesso, un dipinto di corpi che si intrecciano e di occhi che si cercano. Storia di fantasmi che ritornano, di ricordi che si sovrappongono all’esperienza presente, il film di Andò è un vortice di esperienze sommate, di dolori che schiaffeggiano lo spettatore sgraziatamente, con quella superficialità pseudo-intellettuale che ormai sembra essere la firma in calce di certe operazioni. Come ne La bestia nel cuore la drammaticità dei fatti è sì profonda, ma soprattutto strumentale: Viaggio segreto procede affrontando una per volta il maggior numero di catastrofi umane possibili, provando un sadico gusto nel soffermare gli occhi su dolori forzati, tanto crudeli quanto falsi. I protagonisti si spogliano dei loro vestiti ma la loro nudità è esclusivamente esteriore: i loro animi sconvolti restano sepolti dietro alla coltre della paura e della menzogna, dietro alla porta blindata di ricordi che non possono e non devono tornare a galla. Una casa abbandonata per decenni è l’entrata di un passaggio temporale e psicologico: la polvere dei mobili non basta a soffocare ombre che improvvisamente riprendono forma e voce, mentre dialoghi e situazioni che si erano venute a creare anni e anni prima incredibilmente si ricostituiscono. L’installazione contemporanea di un artista innamorato sarà il tramite finale di una cristallizzazione del passato nel presente, segno definitivo che dalle proprie esperienze passate non si sfugge: una fotografia d’infanzia, serena e allo stesso tempo testimone di un destino già visibile, è il punto di congiunzione fra quello che è stato e il presente. I ricordi vengono trascinati dal vento impetuoso di una spiaggia e trovano la loro corporeità in stanze familiari, dove le dita scorrono sicure su spigoli noti, superfici sfiorate mille volte in precedenza. Ma cosa resta di questo viaggio nel dramma racchiuso fra le proprie radici, qual è il senso di questa incursione in una terra che ha dato i natali ma che poi è stata abbandonata? Andò gioca tutte le carte che ha in mano, aggregando gli elementi più disparati: numerosi però sono i grumi che non si sciolgono. Uno per ogni questione abbandonata al luogo comune, al dramma da copertina patinata.

Voto:  4,5                                                          Priscilla Caporro


Teatro Siciliano

Roberto Andò riesce nel miracolo di un film irreprensibile; un viaggio segreto nella memoria, a superflua conferma dello spessore complesso del Sud, che prende la matrice letteraria – il romanzo Rivelazioni di Josephine Hart – e la contamina con i feroci segnali della psiche. L’opera, se apre il sipario sulla semplice contrapposizione (l’ indagatore della mente, incapace di penetrare sé stesso), subito manifesta la calligrafia peculiare di una mano guantata, che cerca e trova l’angolatura di sbieco e scrive la storia dal suo punto di vista, non offre appigli di rassicurante riconoscibilità narrativa ma punta forte sull’insolito e l’individuale; il girovagare sospeso di figure introverse, tra le sbarre di ambienti stringenti, è attraversato da una perturbante voce off che dirotta l’attenzione al sintomo straniante (l’umore dei pesci nell’acquario) e sprigiona clandestinamente uno strisciante sottotesto. Il regista palermitano, citando distrattamente Menzogna e Sortilegio di Elsa Morante, approda quindi al cuore della questione: il film sbarca in Sicilia - lo spazio si apre ma permane soffocante - e non lo dice, muovendosi doppiamente nella regione (fisica e interiore), in questo deserto del Tempo si smarrisce incrociando i suoi strani abitatori (una ninfa melanconica, un prete ingannatore, infine un padre compromesso). La conoscenza intima del problema, l’implacabile pertinenza dei riferimenti di Andò promuove il cortocircuito della visione, oltre il velo tramico, e coniuga la dimensione mitologica alla cronaca inesplosa di un contesto crudele, primitivo, devastato; occulte sono le allusioni al dramma meridionale ma non meno impressionanti, dal sonno bigotto contro il malaffare (Ho fatto il magistrato per scalfire il prestigio della Morte, così il padre) all’uso delle armi, primamente interiore perché introiettato nella forma mentale (se i bambini giocano a sparare, non stupisce quindi l’agnizione finale). Il discorso prosegue nei tentacoli di inquadrature ricercate (la prima scena, insieme nudo e natura morta), che sfruttano a dovere la catatonia di Boni, la grazia spigolosa di Donatella Finocchiaro e lo sguardo sonoro di Kusturica, lasciando emergere il lavoro originariamente teatrale dell’autore – una firma sudista, da Chimera a Luna Rossa – dove si mescolano piani temporali, l’attore è anche spettatore, il presente in diretta e il ricordo dietro le quinte. Gli interpreti tolgono il costume; gli oggetti di scena, impolverati, si ripongono dopo la recita.

Un luogo in cui la Morte non ha consolazione è un luogo indegno.

Voto:  7                                                         Emanuele Di Nicola

 

EXTRA

 

Grido
(Pippo DELBONO)

(Italia   -   2006   -   75')

Una ricognizione lirica delle esperienze artistiche, umane, e dei tanti viaggi che hanno contraddistinto il percorso di Pippo Delbono, autore teatrale portato più di altri a mettere in gioco la propria identità.

Un grido soffocato

Intuizioni registiche dal sapore introspettivo e quasi memorialistico, per questo lavoro di Pippo Delbono che propone in forma libera, straniante, sicuramente molto sentita, il succo delle sue esperienze teatrali più o meno recenti, alle quali si allacciano imprevedibili risvolti umani. L’autore usa la macchina da presa come un taccuino, ove appuntare incontri, scelte di vita, viaggi, riflessioni, tournée teatrali, semplici stati d’animo. Il risultato è un cinema di poesia che a tratti vola leggero, per poi collezionare piccoli squilibri che incidono sulla fragile essenza dell’opera, destinata ad appesantirsi allorché il regista dà prova di fissarsi troppo su alcune situazioni, o personaggi. Nell’ultimissima parte di Grido tale sensazione trova ulteriori riscontri: il ricordo dei primi contatti con Bobò, un omino ricoverato per decenni nell’ospedale psichiatrico di Aversa, vicino Napoli, assume infatti un rilievo particolare. Inizialmente si rimane conquistati dal tono schietto con cui viene introdotta la singolare magia dell’incontro, da cui entrambi i protagonisti sembrano acquisire, nell’amicizia come anche nella performance teatrale, una più matura prospettiva esistenziale. Bobò è così entrato a far parte, lui sordomuto e abbandonato da tutti per anni, nella compagnia teatrale di Pippo Delbono. Ma ad un certo punto la spontaneità del discorso sembra esaurirsi; nuoce pertanto l’insistenza con cui l’autore rimane incollato alle conseguenze, anche minime, di questo nuovo sodalizio artistico, proprio mentre il film avrebbe bisogno di rigenerarsi, magari aggiungendo altre pagine a quel diario che fino ad allora aveva saputo ammaliare. Il rischio è semplicemente che quel grido così penetrante si trasformi, al sopraggiungere dei titoli di coda, in un grido soffocato.

Voto:  6                                                           Stefano Coccia

 

Qian li zou dan ji
(ZHANG Yimou)

(Cina/Hong Kong/Giappone   -   2005   -   107')


Consapevole di non aver saputo coltivare il rapporto con suo figlio, che da anni ormai non gli rivolge più la parola, l’anziano pescatore Goui-chi Takata si decide a lasciare per la prima volta il proprio villaggio. È stata Rie, la nuora, a consigliargli di raggiungere Tokio per fare visita al figlio, cui è stato da poco diagnosticato un tumore al fegato. Sebbene l’orgoglioso Ken-ichi si rifiuti di vederlo, il padre viene a sapere tramite una videocassetta delle ricerche da lui intraprese nello Yunnan, l’anno prima, al fine di documentare le rappresentazioni di un antico dramma musicale cinese. Spinto dal desiderio di ristabilire un rapporto lui, Goui-chi parte per la Cina…

Strade perdute

Oh Paddy, I think I’ve lost my way.
David Bowie (o Zhang Jimou?)

Dopo la visione di Mille miglia…lontano, indubbiamente prolisso ma non privo di elementi interessanti, viene voglia di chiedersi quale sentiero stia ora percorrendo Zhang Yimou. Non avrà forse ripreso… La strada verso casa? A prima vista sembrerebbe di sì. Nel senso che, messi da parte gli approcci non esaltanti al Wuxiapian rappresentati da Hero (2002) e La foresta dei pugnali volanti (2004), il regista simbolo della Quinta Generazione dà qui l’impressione di voler ripensare il suo cinema, attraverso un ritorno ad ambientazioni e personaggi più vicini alle sue corde. Ma è così che stanno le cose, o c’è dell’altro? Vi sono almeno due motivi che ci spingono a considerare quest’opera un binario morto, piuttosto che un crocevia destinato a schiudere chissà quali orizzonti.
Colpisce innanzitutto che Zhang Yimou abbia già realizzato, successivamente a Mille miglia… lontano, una nuova pellicola ad alto budget in cui riversare quella passione per il wuxiapian sbocciata tardivamente, e contraddistinta dalla valenza ambigua dei segni. Detto in altro modo: si è già visto come sia possibile sciupare lo spessore delle atmosfere e un uso del colore scenograficamente potente, quando si rincorrono troppo facili soluzioni, quelle offerte da una computer grafica adoperata in modo esagerato e pacchiano. Questo ci è parso il limite maggiore dei film citati in precedenza. Sarà lo stesso per Man cheng jin dai huang jin jia (Curse of the Golden Flower), o può essere che nel frattempo il regista abbia calibrato il suo stile sui nuovi strumenti espressivi a sua disposizione? Lo scopriremo al momento opportuno, quando il frutto più recente di questa svolta epica del regista sarà nelle sale.
Torniamo al volto più intimista, se così si può dire, della sua filmografia. La seconda obiezione che vorremmo porre a Mille miglia… lontano, nel tentativo di spiegare il tono fasullo da noi ravvisato in molte scene importanti, riguarda da vicino le modalità di questo presunto “ritorno al passato”. Sì, perché nella storiella edificante del pescatore giapponese che lascia il suo villaggio per riallacciare il rapporto col figlio, ci sono echi lontani di alcune tra le pellicole più incisive, motivate e toccanti dell’autore. La poetica dell’ostinazione, il viaggio che finisce per contrapporre la testarda volontà dei protagonisti all’immobilismo della burocrazia o ad altre forme di chiusura della società cinese, la reazione individuale al sopruso, sono solo alcuni di quei tratti fortemente riconoscibili, che Zhang Jimou aveva saputo esprimere con una certa passione nei vari La storia di Qiu Ju (1992), Keep Cool (1997), Non uno di meno (1999), tanto per fare qualche esempio. Ed anche quando a livello stilistico, formale, si poteva ravvisare un cambiamento di rotta (vedi lo stesso Keep Cool), l’attenzione ai risvolti umani si rifletteva comunque nelle molteplici aperture di uno sguardo complice, votato solo occasionalmente all’ironia, ma senza malizia. Il problema è che di tutto questo in Mille miglia… lontano rimane la superficie, mentre i rapporti tra i personaggi si impregnano di una retorica zuccherosa e per nulla persuasiva.
Sia detto chiaramente: a noi non dispiace abbandonarci alla commozione, quando suona sincera. Stessa cosa quando il ripetersi di picchi melodrammatici nello stesso film sfiora il parossismo. Si tratta semmai di sopportare a fatica quelle piccole astuzie, quelle sottolineature registiche che nel caricare emotivamente una scena ottengono l’effetto contrario, mettendone in discussione proprio la sincerità. Come quando l’ostinato Goui-chi, quel giapponese sbarcato in Cina per un atto d’amore nei confronti del figlio malato, si trova nella necessità di incontrare un musicista locale detenuto in carcere, e per vincere le resistenze della burocrazia locale, invia alle autorità un commovente video-messaggio. Sarebbe tutto più tollerabile, per non dire coinvolgente, se Zhang Yimou non si sentisse obbligato a far partire un commento musicale strappalacrime proprio nel momento in cui Goui-chi accenna alla malattia del figlio, e se i fino ad allora cinici e ridanciani burocrati cinesi non cambiassero all’istante atteggiamento. Ecco, questo è solo un esempio. Ma anche a livello di sceneggiatura il film di Zhang Jimou abbonda di simili trappole, fino a cambiare di segno la descrizione dell’istituto di pena visitato, dopo tanta fatica, dal protagonista: da luogo austero dove si rispettano disciplina e regolamento in modo maniacale, a luogo in cui buoni sentimenti di un visitatore possono spingere il direttore, apparentemente tutto d’un pezzo, a concessioni in un primo momento impensabili… Basta un poco di zucchero e la pillola va giù? Può essere, ma da un autore dello spessore di Zhang Jimou (che continui poi a dedicarsi ai filmoni di arti marziali o si concentri di nuovo sulla Cina attuale importa relativamente), ci aspettiamo in futuro un piatto più sostanzioso.

Voto:  4,5                                                            Stefano Coccia


Addolorato racconto di una lanterna rossa scolorita

Zhang Yimou si allontana dallo svolazzante e poetico volteggiare di colori e di sensazioni de La foresta dei Pugnali Volanti e precipita in una storia fragile e mediocre. Mille miglia…lontano è un racconto fondamentalmente povero di spunti originali, che succhia la propria linfa vitale da un’idea gracile e striminzita (nonostante sia tratto da un classico della letteratura giapponese) e tenta disperatamente di ampliare il discorso inserendo presunti intarsi di riflessione e di commozione. Dispiace però che tale scelta risulti poco dissimile da quella di un oste disonesto che allunga il vino con l’acqua: Zhang Yimou accompagna il signor Takata nel suo viaggio di formazione attraverso la Cina rurale “dei buoni sentimenti”, incontrando nel suo percorso non solo numerose difficoltà che pur apparendo insormontabili vengono superate con una facilità imbarazzante, ma soprattutto una corale solidarietà fatta di sorrisi e di gesti cari. Sarà che ormai ci eravamo abituati alla veste “storico-millenaria” della Cina (Hero, La foresta dei Pugnali Volanti) ma Mille miglia…lontano sembra proprio non cogliere il punto del discorso e zoppica nella narrazione a causa della grave carenza di idee: Zhang Yimou porta sullo schermo un film esageratamente chiacchierato, dove i personaggi talvolta sovrappongono perfino le loro voci, confondendo gli idiomi e urlando le proprie opinioni. Anche i pensieri di Takata finiscono per essere solo e soltanto un’ulteriore forma di conversazione con il pubblico che viene tarpato di ogni possibilità di relazione diretta con la storia e con la vicenda del personaggio: tutto viene urlato e messo per iscritto, quasi in una corsa forsennata all’evoluzione e alla riproposizione dei temi. I siparietti di cui è costituito il film infatti ritornano più volte nel corso della pellicola producendo un effetto sempre meno incidente sulla composizione, che risulta così frammentata in una serie di soluzioni circolari che finiscono per stancare. E’ quasi sconcertante infine che Zhang Yimou, che era riuscito a sintetizzare al meglio l’analisi della commozione e del dolore (basti pensare a Sorgo Rosso), si dedichi a delle scene di trasporto emotivo dallo spessore decisamente non alla sua altezza: i carcerati che piangono all’unisono alla vista delle foto del piccolo Yang Yang sono probabilmente il massimo esempio di questo triste processo. La descrizione dei vari villaggi e la loro caratterizzazione appartiene sempre a questo deprimente discorso di appiattimento dello stile e della resa filmica: anche La strada verso casa, sebbene non sia di certo il capolavoro assoluto dell’artista, si era dimostrato più efficace nel disegnare i tratti di una società rurale semplice ed onesta senza ricorrere a sorrisi forzati e dialoghi stucchevoli. Siamo decisamente mille miglia…lontano da quello che abbiamo visto fare da Zhang Yimou.

Voto:  3                                                           Priscilla Caporro

 

Renaissance
(Christian VOLCKMAN)

(Fra/GB/Lux   -   2006   -   105')

Parigi, anno 2054. Il rapimento di una giovane e bella ricercatrice, Ilona Tasuiev, crea ulteriore scompiglio in  una città sempre più caotica, dove la politica e l’economia sono dominate dalle strategie commerciali di Avalon. Avalon è una multinazionale specializzata nel settore genetico, campo in cui qualcuno ha già intrapreso esperimenti un tempo inimmaginabili. Un duro come l’agente Karas, grazie ai suoi metodi, intuisce presto che il nesso tra tali esperimenti e la sparizione della ragazza porterà a galla altre verità, altri segreti…

Parigi cyberpunk

Dopo le “rotoscopiche” visioni di Richard Linklater (Waking Life, A Scanner Darkly) e dopo Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller, arriva il film che per quanto concerne simili esperimenti costituisce già un approdo importante, tanto a livello tecnico che a livello estetico. L’integrazione tra riprese dal vivo e animazione digitale raggiunge qui esiti particolarmente seducenti e sbalorditivi. In questo caso i movimenti degli attori sono stati ripresi con la tecnica sempre più in voga del Motion Capture, che ha permesso poi di trasferirli sul piano dell’animazione, caratterizzata nella circostanza dalla scelta di un bianco e nero fortemente contrastato.
Nulla di più appropriato, per un film come Renaissance: particolarmente funzionali al progetto sono proprio quei tagli di luce netti, taglienti, come anche le espressioni facciali e le pose dei personaggi, che attraverso il processo sommariamente descritto si convertono da figure in carne ed ossa ad icone degne di un fumetto cyberpunk. Qualcuno potrebbe contestare proprio questo, l’assoluta classicità del prodotto finale. Una classicità rapportata ovviamente all’acquisizione, da parte dell’immaginario collettivo, di quelle monumentali visioni della fantascienza cinematografica più o meno recente, in cui la visione della metropoli futuristica si sposa con una miriade di ritagli post-moderni codificati secondo le più svariate poetiche di genere. Il noir tende qui ad essere, tra i diversi generi cinematografici, un punto di riferimento essenziale. Lo è anche per Christian Volckman, astro nascente dell’animazione digitale europea, e per il suo staff di validissimi collaboratori. Quanto cerchiamo di dire è che il fascino di Renaissance non va cercato nell’originalità, obiettivamente scarsa, del soggetto. Sono invece le variazioni su un tema abusato ma ancora incredibilmente vitale a confondere e soggiogare lo sguardo. L’indagine del detective Barthélémy Karas cattura proprio in quanto assorbe e restituisce in forma altra le convenzioni del noir in salsa Sci-Fi, integrandole con una scenografia virtuale dallo straordinario impatto visivo. Non mancano quei topoi, la cui presenza è quasi imprescindibile, come ad esempio gli schermi giganteschi che monopolizzano i cieli della città, stile Blade Runner. C’è poi una multinazionale, Avalon, interessata a pericolosi esperimenti genetici. Ci sono mondi simulati e tecnologie militari all’avanguardia. Ma fa già un certo effetto vedere tutto questo in una Parigi futuribile, dove i monumenti tradizionali quasi si fondono con avveniristici innesti architettonici. Un gran lavoro in quanto ad integrazione tra fondali ricreati al computer e movimenti dei personaggi, dunque, ma i pregi di Renaissance vanno oltre. Si estendono infatti ad una impostazione fotografica talmente curata, da esaltare quel sottile ordito di trasparenze, di luci riflesse, di interventi sulla profondità di campo, che uno difficilmente si aspetterebbe di trovare in un lavoro di animazione, per quanto sperimentale. E invece Volckman è riuscito a mettere a frutto un complesso lavoro durato anni, regalandoci infine una Parigi ciberbunk dal volto enigmatico e sfuggente.

Voto:                                                            Stefano Coccia

 

Siluro rosso - La straordinaria storia di Rubén Gallego
(Mara CHIARETTI)

(Italia   -   2006   -   52')

Difficile riassumere in poche righe la tormentata ed avventurosa esistenza di Rubén Gallego, sopravvissuto all’insaputa della madre ad un parto difficile (durante il quale morì invece il gemello), venuto al mondo con un grave handicap fisico, spedito per questo dal padre in un orfanotrofio dell’Unione Sovietica (dove la famiglia, spagnola d’origine, si era trasferta per simpatie di natura politica), cresciuto quindi in un ambiente particolarmente difficile, e riscattatosi poi grazie all’amore per la letteratura. Oggi Rubén Gallego è uno scrittore russo di successo, ed ha anche ritrovato la madre e la sorella.


Volere è potere.

Quella di Rubén Gallego è realmente una storia straordinaria. Una storia di resistenza umana al limite dell’incredibile, costellata di difficoltà ma anche di eventi miracolosi, come il ricongiungimento a distanza di anni con madre e sorella. Insomma, una storia che meritava senza alcun dubbio di essere raccontata. Il documentario di Mara Chiaretti ci riesce con un passo spedito, spigliato, sincero, che conquista lo spettatore prima di ogni altra cosa sul piano del racconto, praticamente senza alcuno sforzo. Ed è normale che sia così, quando si hanno esperienze talmente forti da comunicare. L’occhio più smaliziato può soffermarsi magari su un montaggio non sempre all’altezza del materiale a disposizione, su quelle interviste che a volte rivelano creatività (memorabile il duetto del protagonista, inchiodato sin dall’infanzia su una sedia a rotelle, con l’anatra che gli passeggia vicino) e a volte no. In definitiva sono solo dettagli. Non impediscono che si rimanga colpiti dalla vicenda di Rubén Gallego, abbandonato per via di una grave paralisi in un orfanotrofio sovietico dalle condizioni di vita durissime, e capace non solo di sopravvivere, ma di far crescere il proprio amore per la lettura e la scrittura, al punto di ricevere nel 2003 il più importante premio letterario russo per il romanzo autobiografico “Bianco su nero”. Di lui colpiscono tanto la forza di volontà, che l’ironia trasfusa in ogni situazione, anche la più drammatica. Ed è una dote che nel film gli permette di offrire un quadro vivace e contrastato degli ultimi anni dell’Unione Sovietica, coincidenti sul piano personale con gli anni di una difficile crescita. La regista Mara Chiaretti riesce in alcuni momenti a valorizzare la ricca galleria di aneddoti e di riflessioni, appoggiandosi alla verve del protagonista per offrire a livello di immagini qualche contrappunto adeguato. Piacciono ad esempio i siparietti animati, come anche una parte del materiale di repertorio selezionato per l’occasione. E poi non si può fare a meno di raddoppiare l’empatia per il simpatico Rubén, quando questi commenta in modo arguto e divertito le immagini di uno dei suoi film preferiti, Freaks di Todd Browning.

Voto:  6,5                                                          Stefano Coccia

 

NET CINEMA NETWORK

 

Kontakt
(Sergej STANOJKOVSKI)

(Germania/Macedonia   -   2005   -   95')

Un cinico e avido uomo d’affari, Novak, sperando di allontanare in un colpo solo due potenziali fonti di preoccupazione spedisce il fratellastro Janko, un ex galeotto dall’indole aggressiva, a restaurare la villa in cui vive una giovane donna dalla mente disturbata, affidatagli dai familiari dopo la lunga permanenza in un ospedale psichiatrico. Così dovrebbe riuscire a controllarli meglio. Ma se i due si innamorassero?

Amor fou… che più “fou” non si può!

Il macedone Stanojkovsky ambienta una pittoresca novella sentimentale in quel di Skopje, sfruttando ottimamente gli spazi larghi e alberati di quella sonnolenta periferia, che sembra quasi sfumare nella campagna circostante; come se offrisse riparo dagli sguardi indiscreti alle due anime solitarie e poco socievoli, che per decisione di altri si trovano ora costrette a dividere lo stesso spazio, una villa a lungo abbandonata: Janko, ex detenuto dalle reazioni imprevedibili, e Zana, giovane donna che per una serie di tristi eventi aveva accusato disturbi psichici, finendo anche in un manicomio. Eppure, quei due caratteri guardati con sospetto dagli altri, dopo l’incomprensione dovuta all’atteggiamento diffidente di lui e ad una coabitazione forzata, sembrano destinati a incontrarsi. Sarà amore?
Il regista tratteggia con delicatezza, aggrappandosi peraltro ad un sense of humour effervescente e mai fuori posto, un raccontino che lentamente acquista spessore, anche grazie alla bravura degli interpreti. Manca probabilmente una maggiore incisività, più che altro a livello registico, laddove le scene che dovrebbero avvicinarci ulteriormente alla sensibilità stravolta dei protagonisti scivolano via con fare anonimo, quasi televisivo. Stanojkovski si riscatta abbastanza bene nella scelta degli ambienti che fanno da sfondo all’azione, e in un modo di rappresentarli a cui non deve essere estranea la sua lunga e apprezzata esperienza come documentarista.

Voto:  6,5                                                          Stefano Coccia

 

Valse Wals
(Mark DE CLOE)

(Olanda   -   2005  -   62')

La storia di una coppia raccontata in tre tappe, che a ritmo di musica tentano di esprimere l’essenza dell’incontro, della relazione, e dell’addio.

Un valzer malinconico

Arriva dall’Olanda questo film sperimentale, girato in DigiBeta, che non fa fatica a risultare accattivante. A ritmo di valzer si viene catturati da una storia d’amore in tre tempi, ciascuno dei quali intende rappresentare in forma stilizzata un particolare momento: ovvero la passione nata dopo l’incontro, la noia che accompagna a distanza di anni il trascinarsi di una relazione, e infine il senso di complicità che può instaurarsi in quella stessa unione durante la vecchiaia, fino agli ultimi giorni.
Il regista, Mark De Cloe, è stato indubbiamente bravo nel cercare gli strumenti espressivi più adatti per tradurre in immagini cinematografiche quello che, inizialmente, era uno spettacolo teatrale d’avanguardia; realizzato per giunta dagli stessi due attori che vediamo nel film, di cui si fa apprezzare l’affiatamento. Prendendo la tradizione del musical come punto di riferimento, De Cloe riesce a rendere emozionanti alcuni segmenti del suo Valse Wals, che in quella parte dedicata allo spegnersi nella noia della classica relazione borghese fondata sull’abitudine, riesce persino ad essere graffiante. Altre parti risultano invece un po’ sproporzionate nella durata, e specialmente il finale sembra trascinarsi con meno inventiva di quella prodigata, ad esempio, nelle folgoranti scene iniziali.

Voto: 6                                                               Stefano Coccia

 

 

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