a cura di   
LUCA BARONCINI

 

 

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La crisi del 7° anno      

INTERVISTA A FRANCO CALANDRINI     

Recensioni:

  LUNGOMETRAGGI

- COFFIN ROCK - Rupert GLASSON
- DARK HOUSE - Darin SCOTT
- DEATH OF THE VIRGIN - Joseph TITO
- DELIVER US FROM EVIL - Ole BORNEDAL
- LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG - Mladen DORDEVIC
- MUST LOVE DEATH - Andreas SCHAAP
- STOIC - Uwe BOLL
- THE DESCENT: PART 2 - Jon HARRIS
- THE HUMAN CENTIPEDE - Tom SIX
- WHITE LIGHTNIN’ - Dominic MURPHY

 

 

 

La crisi del 7° anno

La crisi che ha colpito l’ormai classico appuntamento con tutte le declinazioni dell’incubo non è stata interna alla manifestazione. Anzi, il Settimo Anno ha confermato il “Ravenna Nightmare Film festival” come realtà non solo consolidata, ma in pieno fermento. Un festival ancora una volta particolarmente attento al percorso di ricerca e sperimentazione che dovrebbe animare qualunque manifestazione a carattere cinematografico. La crisi che si è abbattuta sul festival è stata invece quella che ha travolto tutti, o comunque molti, di noi: quella economica. L’atmosfera di recessione - non percepibile nella folla armata di bicchieroni e vasche di pop-corn che soprattutto il sabato sera si aggirava all’interno del Cinemacity di Ravenna, l’enorme divertimentificio periferico con 12 sale, il bowling, la libreria, innumerevoli punti ristoro e addirittura un motel – ha infatti imposto all’organizzazione alcuni tagli a causa del ritiro di uno sponsor in corso d’opera. Tanto che, con molta ironia, la parola d’ordine, come raccontato nell’introduzione al catalogo, è stata “Amputare!”. Ecco quindi un’edizione che ha visto l’eliminazione della sezione dedicata alle retrospettive e quella relativa ai cortometraggi, con una concentrazione totale sul Concorso Internazionale. Tredici le anteprime, provenienti un po’ da tutto il mondo, che hanno trasformato ancora una volta la rassegna - curata dal Direttore artistico Franco Calandrini (St/Art), con la direzione Organizzativa di Alberto Achilli per l’Ufficio Attività Cinematografiche del Comune di Ravenna, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna e della Regione Emilia-Romagna, col sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con la sponsorizzazione di EniPower – in un punto di riferimento imprescindibile per gli amanti del perturbante. Mai come quest’anno relegare il festival entro i confini del solo genere horror risulterebbe improprio. Pochi teen-ager brufolosi e allupati alla mercé dello schizzato di turno, infatti, ma un’inquietudine sottile capace di insinuarsi sotto pelle attraverso interrogativi non banali a metà strada tra l’anima e la carne. Un programma quanto mai ricco e vario, quindi, alla faccia di chi ha bisogno di facili e riduttive etichette e nasconde le proprie insicurezze dietro alle lusinghe di certezze tanto accattivanti quanto vacue. La contaminazione ha visto ammantare di nero generi inaspettati: dal “carcerarioStoic, del prolifico e discusso (o discutibile?) Uwe Boll, al “musicaleWhite Lightnin’ di Dominic Murphy, definito nel press-book “un midnight madness cult tra l’incubo e lo psychobilly, ispirato alla vera vita del cantante Jesco White "il danzatore fuorilegge" mezzo angelo, mezzo diavolo”; passando per lo “storicoBarbe Blue, reinterpretazione del racconto fantastico di Barbablù da parte della francese Catherine Breillat, un’autrice capace sempre e comunque di far parlare, di sé come dei film a cui imprime la sua forte personalità; fino al “thrillerCoffin Rock, dell’australiano Rupert Glasson, storia di tormenti, terrore e morte. C’è anche chi i generi ha tentato di fonderli a livello programmatico, scegliendo proprio quelli più inconciliabili (Must Love Death di Andreas Schaap, black-horror-commedy tedesca su un aspirante suicida per amore). Nonostante le numerose varianti non sono però mancati i punti fermi: la casa infestata (l’americano Dark House di Darin Scott), la famiglia come covo di tutte le insidie (Macabre, dei Mo Brothers, ma anche Deliver Us from Evil del danese Ole Bornedal) e i sequel, anche se meno riusciti degli originali (The Descent: Part 2 di John Harris). Ad aprire il festival la pellicola americana Alien Trespass, di R. W. Goodman, un sentito omaggio alla fantascienza anni ’50 di Jack Arnold, con i due noti attori televisivi Eric McCormack (Will & Grace, Criminal Minds) e Robert Patrick (X Files, Lost). A chiudere il sipario sulla manifestazione, invece, l’impresentabile Death of the Virgin di Joseph Tito, pasticcio italo-canadese che tenta di fondere, invano, brividi, arte e religione. Ma i due film che hanno suscitato i maggiori sussulti sono sicuramente quelli premiati dalla Giuria, composta dai registi Silvana Zancolò e Andrew Parkinson e dal docente e critico cinematografico Fabio Zanello: The Human Centipede, dell’olandese Tom Six, vincitore dell’Anello D’Oro come Miglior Lungometraggio per la sua forte visione di un mondo deviato e la meravigliosa figura di scienziato pazzo” e Life and Death of a Porno Gang, del serbo Mladen Djordjevič, che si è meritato una Menzione Specialeper la sua energia, creatività e bizzarria”. Ad accompagnare lo spettatore nel viaggio, oltre a molti degli autori, il simpatico Alberto Bucci e il “folle” scrittore Valerio Evangelisti. A testimonianza del successo della manifestazione, infine, un dato molto concreto: la necessità, nella giornata di sabato 31 ottobre, di trovare una sala più ampia per le proiezioni, rispetto a quella prevista, a causa della folta affluenza di pubblico. Un segno tangibile di come la manifestazione sia ancora in crescita e in grado di catalizzare l’attenzione di curiosi e appassionati. Un aspetto da tenere presente che speriamo sia di sostegno agli organizzatori, perlomeno a livello morale, per l’edizione del prossimo anno.

 

 

 

Intervista con 
Franco Calandrini

 Direttore Artistico del Ravenna Nightmare Film Festival

a cura di Luca Baroncini

 

Un’edizione “amputata”, come ironicamente dichiarato nella presentazione del catalogo, a causa della defezione di alcuni sponsor in corso d’opera. Come siete riusciti a superare l’empasse?

Amputando, appunto. Cercando di dimenticarci delle edizioni passate, di un modello di lavoro costruito su tempi e collaborazioni consolidate e che non avremmo più potuto adottare. È stato progettato tutto in gran autonomia ma anche in grande solitudine.

Quali criteri di selezione avete adottato nella scelta dei titoli da inserire nel concorso?

Per il concorso i criteri sono sempre gli stessi: qualità ed originalità sopra tutto. Per gli altri appuntamenti (apertura e chiusura, ad esempio) entrano in gioco altri elementi, non sempre condivisibili, ma necessari per la sopravvivenza del festival.

Sarà stata grande la soddisfazione nel riscontrare una risposta così forte del pubblico, tanto da rendere necessario utilizzare una sala più grande per le proiezioni del week-end!

Il sogno perverso condiviso anche se taciuto da chi dirige, finanzia, organizza e promuove un festival: spettatori incazzati dentro perché costretti a stare in piedi e incazzati fuori perché non riescono ad entrare!!

Cosa ne pensi del legame tra horror e politica? Non ti sembra che spesso il sottotesto politico sia un po’ appiccicato per dare un senso alle pulsioni esibite? Uno stratagemma un po’ furbo per vendere il prodotto?

Se stai parlando di Life and Death of a Pornogang, non sono molto d’accordo. Penso che il riferimento al momento storico e politico non solo fosse funzionale alla storia, ma anche necessario per dare credibilità allo sviluppo dello “snuff”, che, quando viene trattato nelle fiction, proprio perché si tratta di fiction, essendo  interpretato  da attori che, ovviamente, non possono essere trucidati, perde molto del suo significato. E comunque anche il significato dello Zombi, ha una sua valenza politica. Così come ce l’ha, che ne so, “L’ultimo uomo sulla terra” o Elephant Man. Penso che chiunque dica qualcosa di pubblico, in qualche modo, si espone politicamente. Il cinema di genere non fa eccezione. L’horror ancora meno.

Non mi riferivo al film serbo, che ho apprezzato anche per il modo in cui fa indirettamente un discorso politico, ma per la “moda” di trovare un sottotesto politico ogni volta che ci si trova davanti a un horror; a volte, parere personale, sembra più un modo un po’ furbo per giustificare l’esibizione di pulsioni personali piuttosto che una reale esigenza narrativa; che ne so, basta un riferimento a una banlieu parigina e il film diventa “un forte atto d’accusa bla bla bla…” A proposito, cosa ne pensi della cosiddetta “nouvelle vague transalpina”, il nuovo modo tutto francese di interpretare l’horror attraverso una violenza estrema abbinata a una ricerca stilistica molto personale (per non dire d’autore)?

Che dire? Sono francesi!! Loro la “nouvelle vague” ce l’hanno nel sangue e il senso dell’autore pure. Poi, se devo essere sincero, hanno anche un’ottima tecnica, supportata sempre da produzioni vere. In questo sono molto simili alla nuova onda spagnola.

Come vedi la produzione nostrana in relazione al genere horror? Perché tanta staticità?

Proprio agganciandomi alla tua domanda precedente, aggiungo, i francesi, forse più di ogni altro paese, hanno una produzione di cortometraggi prodotti con i mezzi del cinema ufficiale impressionante. E non solo, sono prodotti e distribuiti in tutto il mondo da Unifrance. Ed è ovvio, è matematico, direi, che da questa enorme quantità emergano uno o più talenti. Fa parte del calcolo delle probabilità. Ecco, pensa adesso alle enormi difficoltà che già un autore di corti ha per farsi produrre e farsi vedere, figurati per un lungometraggio. Quindi è impensabile, o comunque molto improbabile che da così poca quantità possa emergere, come d’incanto, la qualità necessaria a raggiungere le ribalte internazionali. Poi, è ovvio, ci sono le eccezioni: Federer è nato in Svizzera, terra di cui non è che si narrasse di campioni precedenti a lui. Noi, in sette anni abbiamo selezionato solo un lungometraggio italiano, (Le madri nere, di Silvana Zancolò, quest’anno in giuria) che può piacere o no, ma se ha partecipato a festival di mezzo mondo (è di queste ultime ore la selezione al New York Horror Film Festival) qualcosa vorrà pur dire. Sono ottimista e convinto che possa succedere ancora.

Come ha risposto la città di Ravenna al richiamo dei brividi? È stata maggiore la partecipazione locale oppure c’è stata anche una forte adesione da più lontano?

Essendo impossibilitati per ovvie ragioni di budget a promuovere il festival su scala nazionale, la conferenza stampa viene fatta a Ravenna, devo dire che i quotidiani locali quest’anno ci hanno seguito con assiduità, per cui  è ovvio che la maggior parte degli spettatori sono locali. Ma grazie a voi della rete (so che sembra una leccata di culo, ma è così) il pubblico si è esteso di molto. E allora è sempre meno raro che gli spettatori chiedano dello psyco hotel per pernottare almeno per il week-end e vedere il maggior numero di film possibili.

È difficile farsi notare all’interno di un luogo enorme e dispersivo come la multisala Cinemacity? Secondo voi c’è stato qualche spettatore che, arrivato per vedere altro, è stato attirato dai film del festival?

No, assolutamente. I nostri spettatori li riconosci da lontano. Non so perché. Anche se portano ceste di pop-corn li distingui dal resto degli umani.

Qual è il film in concorso per cui avete tifato e perché?

Noi tifiamo sempre per qualcuno, che però non vince quasi mai. È per questo che esiste chi seleziona e chi premia.

Quale, invece, il film che avreste desiderato inserire in concorso e non avete potuto avere?

Sì, come ogni anno dobbiamo fare i conti con il costo delle spedizioni, e quando capisci che un film coreano costa come quattro europei…. È triste, ma è così.

C’è un gran parlare intorno al fenomeno, per ora solo americano, di “Paranormal Activity”, che uscirà in Italia nel 2010. Non sarebbe stato un colpaccio averlo al festival in anteprima?

C’abbiamo provato. Anzi, c’ho provato io, ma mi sono infilato in un ginepraio di opzioni e richieste da cui non ne sono più uscito. È che me ne sono accorto in ritardo, perché se avessi avuto il tempo di passare l’incarico a qualcuno più capace di me (e ce ne sono tanti, Manlio Gomarasca o Alberto Bucci, tra tutti) magari sarei riuscito. Bisognava partire e passare le consegne un po’ prima.

Perché molte opere non sono state presentate in pellicola? In alcuni casi la visione ne ha decisamente risentito!

C’è un passaggio ormai irreversibile verso l’alta definizione e le sale ancora non sono del tutto attrezzate per questo cambiamento. Cioè, lo sono, ma ancora in modo molto parziale e non compatibile con le esigenze di un festival. Quindi, quello che solo fino ad un paio d’anni fa sembrava un ripiego verso il basso (il digitale) adesso è un fatto. E molte produzioni, anche molto ricche, bypassano il passaggio in pellicola per passare alla HD. Noi, quegli HD li abbiamo dovuto passare in Digibeta e proiettarli con un videoproiettore che sicuramente non era di ultima generazione… Contiamo di risolvere il problema il prossimo anno, magari riuscendo ad avere una sala che possa proiettare tutti i formati.

C’è un horror della passata stagione che vi ha colpito particolarmente?

Sì. Rec, probabilmente. E Frontiers. E ci metterei pure Funny games.

Per la prossima edizione avete già in mente qualche cosa?

Sì, molte cose, ma tutte legate al futuro economico del festival.

Come lo vedete il futuro del festival?

Appunto.

 

 

 

RECENSIONI

 

COFFIN ROCK

REGIA: Rupert GLASSON

NAZIONE: Australia

ANNO: 2009

INTERPRETI: Robert Taylor, Lisa Chappell, Sam Parsonson, Geof Morrell

DURATA: 92’


Un tranquillo villaggio di pescatori australiano. Rob e Jess, una coppia sposata, tentano da anni di avere un figlio, senza riuscirci. Il constante insuccesso porta la donna alla disperazione. In una notte di sbronza, Jess finisce a letto con Evan, un giovane forestiero. Quando Jess scopre di essere incinta, al senso di colpa si aggiungerà l'inizio dell'orrore. Evan inizia infatti a perseguitarla, rivelandosi uno stalker sempre più psicopatico e sempre più determinato, in nome della sua paternità, a volere Jess tutta per sé...

Attrazione fatale agli antipodi

Il team dell'horror australiano Wolf Creek torna a celebrare gli antipodi come luogo di insicurezze, dissidi e paure. Al centro del racconto una coppia non più giovanissima alla ricerca di un figlio che sembra non volere arrivare. A destabilizzare un equilibrio piuttosto precario (l'insoddisfazione genera rancori e ripicche) arriva uno straniero, un ragazzo sulle prime solo un po' strano che si rivelerà invece un pericoloso psicopatico. Due i filoni a cui il regista Rupert Glasson attinge: quello della coppia ferita dal tradimento (ai sensi di colpa, qui, si aggiunge una gravidanza a lungo desiderata ma giunta al momento e dall'uomo sbagliati) e il fenomeno, molto di moda, dello stalking, con un asfissiante pedinamento da parte del folle di turno che diventa prepotentemente insistente superando la soglia di accettabilità. Modello di riferimento è Attrazione fatale di Adrian Lyne, con un'inversione nei ruoli dei protagonisti (a tradire è la donna) e qualche ombra in più sul ruolo salvifico della famiglia. Glasson dirige con mano sicura valorizzando la location piuttosto originale del villaggio di pescatori in cui i ruoli codificati degli abitanti (l'uomo ha da ingravidare e la donna da partorire, altrimenti sono guai) soffocano qualunque spinta alla sincerità dei personaggi e impediscono una reale comunicazione all'interno della coppia. Fino a quando il dramma è nell'aria e la brutta situazione in cui si mette la protagonista non trovano appigli narrativi nella follia del giovane forestiero, la tensione è costante e la problematicità sottesa alle svolte avvince e coinvolge. Quando, però, diventa chiaro che tutto si ridurrà al più classico dei conflitti tra Bene e Male, la curiosità si ridimensiona, così come la portata degli sviluppi. Se il lieto fine si impone, comunque, le ombre, per fortuna, rimangono.

Voto:  6

 

DARK HOUSE

REGIA: Darin SCOTT

NAZIONE: U.S.A.

ANNO: 2009

INTERPRETI: Meghan Ory, Jeffrey Combs, Diane Salinger, Matt Cohen

DURATA: 90’


La casa dove 14 anni prima una donna uccise 10 bambini viene scelta per lanciare il progetto Dark House: un nuovo entertainment tra il videogame e il tunnel da Luna Park, con un gioco horror basato su un sofisticato sistema di immagini olografiche lungo tutta la casa, in un numero pressoché infinito di mostri e situazioni. Un gruppo di attori, tra cui l'unica ragazza superstite del massacro, viene incaricato di gestire gli ospiti alla presentazione ufficiale. Ma qualcosa non va secondo i piani.

La casa dei giochi non strega

Ennesima variante delle case infestate che prova ad accostare, purtroppo infelicemente, brividi e risate, mancando entrambi i risultati. I primi dovrebbero essere garantiti dagli assalti improvvisi che presenze ectoplasmiche, sotto forma di ologrammi, sferrano ai malcapitati attori e giornalisti che testano una casa, teatro di efferati omicidi, trasformata in attrazione turistica (l’unica idea del film). Il lato comico, o comunque grottesco (in ogni caso stridente), è invece affidato all’icona horror Jeffrey Combs (lo ricordiamo nel ruolo del Dott. Herbert West nel cult Re-Animator e relativi seguiti), costantemente sopra le righe, e ad alcuni eccessi splatter. Purtroppo nulla, però, risulta degno di nota: la regia centra alcuni buh! (pochi per la verità, anche se qualche salto sulla sedia è garantito) ma abusa di effettacci digitali, sberle sonore e qualche ripresa tra lo sghembo e il convulso. Ad abbassare il livello contribuisce una sceneggiatura piuttosto insipida, con personaggi bidimensionali, cattivi da operetta e svolte telefonate, che non riesce a combinare armoniosamente il trauma della protagonista, il Luna Park dell’orrore e le motivazioni dei giovani attori, ridotti a mera carne da macello. Colpo di grazia, poi, la recitazione inadeguata, tutta moine e gesti in sovrappiù, e la pochezza dell’apparato scenografico, con una casa piuttosto anonima che non diventa mai tetra magione. Imperdonabile, infine, il black out informatico con tanto di incursione fantasmatica sghignazzante all’interno del computer e virus a denominazione improbabile a rendere inutilizzabili i circuiti. Poco da aggiungere per un film incapace di creare tensione che pare concepito per saltare il passaggio nelle sale e finire direttamente nel cestone delle offerte in dvd.

Voto:  4,5

 

DEATH OF THE VIRGIN

REGIA: Joseph TITO

NAZIONE: Italia/Canada

ANNO: 2009

INTERPRETI: Maria Grazia Cucinotta, Natasha Allan, Silvio Oddi, Linda Valadas

DURATA: 103’


May, una giovane ragazza canadese introversa e solitaria, decide di recarsi in pellegrinaggio a Caravaggio per diventare monaca e sfuggire al suo passato segnato da un segreto terribile e inconfessabile. May comincia ad avere degli incubi e delle visioni ispirati ai quadri del Caravaggio, che si trasformeranno in premonizioni di omicidi. Il segreto che si nasconde è oscuro e affonda le sue radici nella storia del paese.

Impresentabile

Poco da dire su questo ambizioso progetto dell'italo-canadese Joseph Tito che mira a raccontare verità sconvolgenti partendo dalle opere del geniale pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il film è infatti un fallimento su tutti i fronti. Intanto ci si domanda come sia possibile pensare a un lungometraggio incentrato su un artista che ha fatto di un utilizzo originalissimo della luce il suo punto di forza, quando la fotografia esibita è buia, anonima e nelle tante sequenze notturne talmente scura da rendere il più delle volte difficoltoso, se non impossibile, capire cosa stia accadendo. Ma la pessima fotografia, demerito principe dato il soggetto, è solo uno dei tanti punti interrogativi del film. Al micidiale risultato concorre infatti anche una sceneggiatura sgangheratissima che gioca al Codice da Vinci scimmiottando Dario Argento attraverso una goffa alternanza di enigmi e truci delitti senza preoccuparsi di caratterizzare in alcun modo i tanti personaggi. Non aiutano, poi, una successione di inespressivi volti da soap (tra cui spunta a metà film, nonostante troneggi nei titoli di testa, una sempre più in declino Maria Grazia Cucinotta), un magma sonoro tutt'altro che efficace, un'incapacità di valorizzare il fascino di location naturali molto suggestive (i paesi di Caravaggio, nel bergamasco, e di Diano d'Alba in provincia di Cuneo) ed effetti speciali al risparmio. Ma il vero colpo di grazia è una regia che non riesce a imprimere un senso al tutto. Zero tensione, quindi, confezione improponibile ed escalation di noia. E poi, cavolo, per presentare in anteprima nazionale un film a un festival, si suppone in cerca di un distributore (che difficilmente arriverà), non si poteva pensare a qualche cosa di meglio di una copia in betacam?

Voto:  2

 

DELIVER US FROM EVIL

REGIA: Ole BORNEDAL

NAZIONE: Danimarca

ANNO: 2009

INTERPRETI: Lasse Rimmer, Lene Nystrøm, Jens Andersen, Pernille Valentin, Mogens Pedersen, Bojan Navojec

DURATA: 100’


Johannes si trasferisce con moglie e figli nella piccola città rurale della sua infanzia. Ma il fratello Lars, camionista violento e ubriacone, investe e uccide per errore Anna, dedita al marito e alla chiesa. Lars riesce a dirottare i sospetti sul bosniaco immigrato Alain, amico di Johannes, che cerca di proteggerlo dalla folla che vorrebbe linciarlo. Johannes, la sua famiglia e Alain entrano nell'incubo di una folla che cerca sangue, istigata dalle parole fanatiche e religiose del marito della vittima.

Al di là del Bene e del Male

C'è ancora del marcio in Danimarca. In un piccolo paese di campagna la vita sembra scorrere ordinaria ma la morte, in un misterioso incidente, di una delle donne più amate della comunità, la moglie del sindaco, farà emergere odi e rancori atavici. Il film di Ole Bornedal, rivelatosi al pubblico internazionale con Il guardiano di notte (porta la sua firma anche il successivo remake americano Nightwatch) mette in scena l'eterno conflitto tra Bene e Male. I riferimenti biblici sono subito evidenti a partire dal titolo e dalla scelta di contrapporre due novelli Caino e Abele. I due fratelli protagonisti non potrebbero essere più diversi. Uno è sbandato e violento e sta per sposare una ragazza spostata che porta in grembo suo figlio; l'altro è il classico uomo arrivato: ricco, sposato, con due figli e una bella casa in cui si è appena trasferito insieme alla famiglia. Come spesso accade, però, non è tutto oro quello che luccica e la perfezione del quadretto è minata da un'insoddisfazione sotterranea ma tangibile. Bornedal, anche sceneggiatore, dà vita a un racconto stratificato in cui vari temi si sovrappongono: c'è l'insoddisfazione di una vita familiare agiata ma priva di sussulti; c'è la rabbia di chi si è sempre sentito inferiore, schiacciato dal confronto; c'è la violenza che sorge dall'ignoranza e dall'invidia; c'è la perdita della razionalità di chi, scosso da un evento terribile e inatteso, non riesce ad applicare i valori in cui ha sempre pensato di credere; c'è la paura del diverso, che anziché sfociare in un tentativo di aprirsi al nuovo si tramuta in aggressività; e c'è la devastante logica del gruppo, che porta ogni gesto e decisione alle estreme conseguenze. Tutti i nodi verranno al pettine in una festa di paese che trasforma un'occasione di svago in un viaggio nel nero più profondo. La carne al fuoco è davvero tanta e sul destino dei personaggi aleggia un senso di ineluttabilità che mostra il fallimento della ragionevolezza e la pericolosità del fanatismo religioso. Nessuno uscirà vincente ma tutti, almeno quelli che ce la faranno, dovranno rivedere il proprio ordine di valori. Bornedal ne ha davvero per tutti e il suo sguardo si fa apprezzare proprio per la problematicità delle dinamiche a cui dà vita. Ognuna cosi sfaccettata e intersecata all’altra da lasciare intravvedere un disegno finalizzato alla dimostrazione di una tesi volta al pessimismo. Per fortuna, però, i personaggi non si piegano a chi li ha scritti e la coralità dell'impostazione finisce per evidenziare soprattutto le contraddizioni di ognuno e le difficoltà di impostare una reale e costruttiva comunicazione. Lo sguardo del regista si conferma quindi complesso e ricco di spunti, anche se non sempre originale (Cane di paglia di Sam Peckinpah è un riferimento costante). Alla forza dell’impatto contribuisce non poco la gelida fotografia dai toni bluastri di Dan Laustsen. Lo scioglimento dei tanti nodi della vicenda, date anche le premesse da tragedia, non evita qualche grevità di troppo (lo stupro di gruppo con vendetta annessa) e svolte improbabili (il colpo di scena che spiega come sono andati realmente i fatti), ma il ritmo non dà tregua. Geniale il narratore esterno al racconto che apre e chiude il film rivolgendosi direttamente allo spettatore.

Voto:  7

 

LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

REGIA: Mladen DORDEVIC

NAZIONE: Serbia

ANNO: 2009

INTERPRETI: Mihajlo Z. Jovanović, Ana Aćimović, Predrag Damnjanović, Radivoj Knežević, Srđan Jovanović, Ivan Đorđević

DURATA: 90’


Marko sogna il cinema d'autore; ma poi entra nel più fruttifero giro del cinema porno. Scappa dalle grinfie del corrotto produttore porno Cane e, insieme a un gruppo di attori porno, gira per le campagne serbe con uno spettacolo teatrale fetish-hard-porno. Tra piccoli successi e grandi sconfitte, la porno gang è disperata, i soldi mancano e sono vittime di violenze. Ma salta fuori un uomo: che propone loro di girare snuff-movies per il mercato clandestino.

Le vie del nero

Un film horror proveniente dalla Serbia è già di per sé interessante. Di solito, soprattutto ai festival internazionali, il cinema in arrivo dai Balcani assume la forma di atti d'accusa dal forte contenuto politico o di opere piuttosto colorite in cui a dominare è il folklore. Il film del giovane Mladen Djordjevic si stacca nettamente dalle produzioni dei suoi conterranei caratterizzandosi invece per la evidente spinta anarchica che rivendica la libertà di espressione contro il potere costituito. Il protagonista è un ragazzo alla ricerca di se stesso che segue i propri impulsi creativi non fuggendo dalle zone d'ombra della sua personalità. La strada del porno sembra garantirgli la possibilità di sondare l'inesplorato, ma sarà la fondazione di una compagnia teatrale che propone spettacoli pornografici in giro per i paesi della campagna serba, dopo il rifiuto di Belgrado, a non porre limiti alla sua personale visione. Il punto di rottura si raggiunge quando lo sgangherato team incontra un uomo senza scrupoli che produce snuff movie per ricchi clienti in cerca di emozioni. La carne da macello è quanto mai varia e va dal malato terminale, che vuole lasciare la famiglia in una situazione economicamente agiata, all'ex soldato che attraverso la morte tenta di espiare le atrocità compiute in guerra. In ogni caso tutti volontari, disposti a farsi uccidere davanti alla telecamera mettendosi a nudo in un momento così intimo e definitivo. Il remunerativo mercato degli snuff farà vacillare gli ideali di pace e amore della "porno gang" e dopo il primo omicidio (anche se la vittima è consenziente sempre di omicidio si tratta) nulla sarà come prima. Ognuno reagirà in modo diverso al cupo succedersi degli eventi e la sceneggiatura riesce a dare risalto al corale sentire dei personaggi. Girato con uno stile semi-amatoriale, il film si presenta formalmente indigesto a causa di sgranature, traballii, fotografia sporca e assenza di raffinatezze. Ciò non toglie forza alla narrazione, che comincia a girare a vuoto solo nella parte conclusiva in cui la degenerazione degli eventi è ormai chiara ai protagonisti come allo spettatore. In ogni caso l'opera di Djordjevic si rivela un tentativo coraggioso e apprezzabile di uscire dalle convenzioni e di imbastire un racconto trasversale ai generi combinando mockumentary, snuff, horror e pornografia, senza dimenticare il contesto sociale in cui si muovono i personaggi. La guerra, infatti, è sempre presente: nei bombardamenti che interrompono un porno girato a Belgrado, nel dopo sbronza in cui il protagonista rantola mentre la televisione annuncia la caduta di Milosevic, ma anche nel conflitto che si respira costantemente tra la ragione e l'insensatezza. Il film ha colpito la Giuria del “7° Ravenna Nightmare Film Festival” che lo ha premiato con una Menzione Speciale.

Voto:  7

 

MUST LOVE DEATH

REGIA: Andreas SCHAAP

NAZIONE: Germania

ANNO: 2009

INTERPRETI: Sami Loris, Manon Kahle, Jeff Burrel, Peter Farkas, Tobias Schenke, Lucie Pohl

DURATA: 90’


Deluso da un amore finito, Norman vorrebbe uccidersi, ma non ha mai il coraggio di farlo. Allora si raduna con altri aspiranti suicidi in un cottage in una foresta, per un suicidio collettivo. Ma quando arriva, gli altri partecipanti si rivelano essere in realtà una gang di sadici assassini, maniaci senza scrupoli, che cercano una vittima sacrificale da torturare e massacrare. Inizia allora una lotta comica e macabra contro la morte...

Questione di tempi che non funzionano

Il giovane Andreas Schaap (classe 1980) si è diplomato alla University of Film and Television Studies "Konrad Wolf" di Potsdam-Babelsberg proprio con questo film, tentando di unire due generi all'apparenza inconciliabili come il torture-porno" e la commedia romantica. Collante tra i due opposti è il protagonista Norman, fan di una serie televisiva di fantascienza (che fa il verso a Star Trek), deluso dagli affetti e dalle scelte di vita poco soddisfacenti. La parte comica lo vede impacciato, ingenuo e molto nerd nell'incapacità di cogliere al volo le occasioni che gli capitano. Quella horror lo vuole invece aspirante suicida in balia di due loschi figuri che si spacciano come "risolutori" (garantiscono l'efficacia del suicidio) mentre si rivelano invece sadici omicidi. A non funzionare non è tanto l'accostamento, comunque piuttosto ardito, tra sangue, morbosità, carinerie e risate, ma proprio l'impostazione del racconto e la gestione della messa in scena. Le sequenze comiche necessitano di una ritmata e attenta gestione dei tempi. Arrivare in anticipo o troppo tardi equivale a non far decollare il risultato. Ed è quello che non riesce a evitare Schaap, a causa di personaggi che giungono alle battute senza le necessarie premesse narrative, sfumando in un nulla di fatto le potenzialità comiche. Nonostante la simpatia dell’atmosfera, quindi, non si ride quasi mai e si sorride a singhiozzo. Meglio il lato malsano, con qualche sequenza di effettiva tensione nel momento in cui per il protagonista pare non esserci più scampo e comincia un cinico gioco al massacro che saccheggia a man bassa l'immaginario recentemente colonizzato dalla saga di Saw e dai due Hostel. L'insieme, però, anche perché prolungato oltremodo, finisce per non convincere appieno, lasciandosi apprezzare più per l'idea alla base del soggetto che per la effettiva realizzazione.

Voto:  5,5

 

STOIC

REGIA: Uwe BOLL

NAZIONE: U.S.A.

ANNO: 2009

INTERPRETI: Edward Furlong, Shaun Sipos, Sam Levinson, Steffen Mennekes

DURATA: 87’


Nei confini claustrofobici di una cella, un detenuto si impicca. Nell'alternarsi degli interrogatori dei compagni di cella e della ricostruzione degli eventi disumanizzanti che hanno portato al suicidio, emergerà un’orribile verità.

Nudo e crudo non basta

Etichettato dalla rete come il peggior regista del mondo, Uwe Boll continua a sfornare un film dietro l’altro. Film che in pochi vedono e che i pochi criticano con ferocia ma che, evidentemente, gli consentono di proseguire indisturbato per la sua strada. Con Stoic affronta il genere carcerario. Un suicidio, tre compagni di cella, una verità diversa da ciò che appare, attraverso una costruzione a incastri che alterna il presunto (gli interrogatori/interviste) alla realtà dei fatti (i flashback esplicativi). Prevedibilmente ognuno si difende come può, ma l’orribile verità è difficilmente occultabile. L’unità di luogo (a parte i monologhi su fondo nero tutta la vicenda è ambientata in un’unica stanza) punta alla claustrofobia e la cupezza che aleggia mira all’analisi antropologica, ma le ambizioni crollano sotto il peso di una grevità tanto gratuita quanto calcolata. Lo scopo del regista sembra ancora una volta essere quello di shoccare mostrando l’inaudito. Il problema è che diventa subito evidente che si assisterà a un’escalation di violenza, una sorta di via crucis dell’orrido in cui lo spettatore assume il ruolo di voyeur incolpevole di un dettagliatissimo massacro. Se tutto ciò portasse a qualcosa, contribuisse a creare un punto di vista, arrivasse davvero a disturbare, si potrebbe pensare al film come a un’opera scomoda e coraggiosa. Il fatto è che, una volta scoperte le carte (e la cosa avviene quasi subito), la noia regna sovrana e ogni nuovo tassello più che aggiungersi si limita a sostituirsi al precedente. Non aiuta la messa in scena grezza e urlata, la piattezza dello script (che non riesce mai a insinuare il dubbio), i cliché virati al cinico in cui cadono i personaggi, la recitazione incapace di trovare le mezze tinte (si passa dagli eccessi nel carcere al distacco per gran parte delle interviste) e la mano pesante con cui ogni siparietto comincia e si conclude. Alla fine di veramente inaudito c’è soprattutto la divisa da trekker che i protagonisti esibiscono con fierezza durante gli interrogatori/talk show. Un ennesimo passo falso, quindi, per Boll che getta un’ombra sinistra anche sul precedente Seed, ugualmente estremo e lontano da qualunque raffinatezza visiva e narrativa ma, nel ricordo, assai più potente.

Voto:  4

 

THE DESCENT: PART 2

REGIA: Jon HARRIS

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2009

INTERPRETI: Shauna MacDonald, Natalie Mendoza, Krysten Cummings

DURATA: 94’


Sarah è sopravvissuta all’infausta spedizione nei Monti Appalachi e riemerge dalle tenebre del sottosuolo, ma vedrà la luce solo per poco. Ancora sotto shock e impaurita, infatti, viene aggregata a una squadra di salvataggio che si inoltra nelle cave alla ricerca di altri superstiti.

Il miracolo non si ripete

Il maggior pregio di The Descent – discesa nelle tenebre, di Neil Marshall, era quello di raccontare una storia horror (sei ragazze perdute nei meandri del sottosuolo alla mercé di creature primordiali fameliche) senza preoccuparsi solo del lato tecnico e del gore, entrambi comunque ottimi, ma curando la struttura del racconto, il crescendo della tensione e la psicologia dei personaggi partendo da un'ottima sceneggiatura. Con il passaggio del timone a John Harris (già montatore della prima parte e, tra gli altri, dello spaventoso e da noi inedito Eden Lake), il miracolo non si replica. Le cause sono da ricercarsi soprattutto nella minore efficacia della sceneggiatura, in cui J Blakeson, James McCarthy e James Watkins sostituiscono Neil Marshall, per l'occasione solo produttore esecutivo. Si percepisce immediatamente, infatti, una minor cura delle premesse. Sembra che il regista non veda l'ora di imprigionare nel buio di una grotta un campionario di varia umanità il cui scopo principale è quello di fungere da carne da macello. Il raccordo con il film precedente è garantito dalla sopravvissuta Sarah Carter che, nonostante lo shock e la perdita della memoria, poco dopo essere riemersa viene ricacciata sotto terra per cercare eventuali altre sopravvissute. Già questa prima scelta limita notevolmente la sospensione di incredulità. Se a tale implausibilità si aggiungono gli stereotipi di cui grondano le caratterizzazioni degli altri personaggi (il duro, la coppia esperta, la mamma poliziotta, lo sceriffo imbranato e ottuso) diventa presto evidente il minore impatto del racconto. A limitare il coinvolgimento contribuisce anche la scelta di mostrare dettagliatamente ciò che il film precedente per lo più accennava. Le mostruose creature ancestrali, infatti, diventano protagoniste assolute e come al solito la concretizzazione della paura ne circoscrive, e quindi limita, la resa emotiva. Al di là dei confronti penalizzanti con il film di Marshall, comunque, il secondo capitolo fa il suo dovere di horror: salti sulla poltrona, eccessi splatter, colpi di scena e, soprattutto nella seconda parte, un'indubbia capacità di gestire la tensione. Tutto funzionale all'obiettivo che pare essere quello di spaventare nel rispetto delle convenzioni del genere. Un risultato dignitoso, certo, ma inevitabilmente una spanna inferiore rispetto al capostipite, anche in grado di destabilizzare.

Voto:  6

 

THE HUMAN CENTIPEDE

REGIA: Tom SIX

NAZIONE: Olanda

ANNO: 2009

INTERPRETI: Dieter Laser, Ashley C. Williams, Ashlynn Yennie, Akihiro Kitamura

DURATA: 90’


Il Dottore Heiter cerca un multi-animale da compagnia; nella sua arroganza intellettuale, vorrebbe “costruirselo”; nella sua volontà di potenza, vorrebbe “addestrarselo”. Due giovani americane capitano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Lucida follia

L'olandese Tom Six partorisce un'idea malata e non si perde in fronzoli nel realizzarla. L'idea è quella di un folle professore, chirurgo specializzato nella separazione di gemelli siamesi, che progetta la creazione di una sorta di freak derivante dall'unione di diversi esseri umani. Il risultato è il millepiedi del titolo, in cui persone clinicamente compatibili vengono attaccate chirurgicamente cucendo la bocca dell'uno sull'ano dell'altro e limando il menisco in modo che sia impedita la posizione eretta. Un delirio di onnipotenza che si concretizza quando due turiste americane si perdono nei boschi e arrivano nei pressi di una lussuosa villa immersa nella vegetazione sede, ovviamente, degli arditi esperimenti di cui sopra. Il film è tutto qui e potrebbe essere sinteticamente riassunto in tre fasi: i preparativi, la realizzazione e il parziale fallimento. Alla potenza del risultato concorrono sicuramente due fattori. Uno è la straordinaria presenza scenica del protagonista Dieter Laser, una maschera di determinazione e pazzia davvero spaventosa e carismatica; l'altro è la capacità di Six di orchestrare con rigore ed efficacia ogni singolo elemento della messa in scena: dai vestiti del protagonista, perfetta esternazione dei suoi spigoli interiori, all'utilizzo dei suoni (per buona parte della pellicola è un'unica nota, prolungata e insistente, a insinuare l'orrore), non sottovalutando la geometria degli spazi e glissando con saggezza sui dettagli gore. La perdita delle certezze è in ciò che è sotto agli occhi senza che il particolare abbia la necessità di prendere il sopravvento. La sceneggiatura si alimenta del gelido distacco del protagonista e della pietà invocata dalle vittime, sfilacciandosi un po' solo nel pre-finale, con l'entrata in scena dei due poliziotti. La conclusione, però, mantiene intatto il senso di disagio delle premesse. Il film ha vinto il Premio come Migliore Lungometraggio al “7° Ravenna Nightmare Film Festival” e Tom Six sta già lavorando al sequel, The Human Centipede II (Full Sequence) .

Voto:  7

 

WHITE LIGHTNIN’

 

REGIA: Dominic MURPHY

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2009

INTERPRETI: Edward Hogg, Carrie Fisher, Muse Watson

DURATA: 92’


Jesco a 7 anni sniffava benzina, a 10 si iniettava eroina, a 12 andò in riformatorio, a 19 finì in manicomio, a 22 ne uscì col cranio “pieno di cenere”. Jesco abitava gli Appalachi del West Virginia (USA), il cupo terzo mondo americano, però suo padre gli insegnò a ballare per domare “quel diavolo nel suo sangue”, suo padre che morì ucciso da due sadici balordi. E così Jesco diventa il ballerino fuori-legge famoso nella montagne per il suo tip-tap a ritmo di banjo, perché solo il ballo gli calma la cenere al posto del cervello e la dolorosa follia che si incunea sempre di più in quel residuo di anima che gli rimane. Jesco incontra Cilla, col doppio dei suoi anni e la metà di altezza, che per lui lascia marito e figli e lo segue nelle sue tournées da 10 dollari a sera e bourbon gratis. Ma il diavolo scuote il suo sangue in cerca di vendetta contro i due assassini del padre...

Una vita ai margini

Già presentato con successo al Sundance e alla Berlinale, White Lightnin' si ispira liberamente alla vera storia di Jesco White, che la leggenda vuole come ultimo rappresentante di quella particolare forma di danza folkloristica, tipica delle comunità rurali dei Monti Appalachi, che prende il nome di "Mountain Dancing". Il debutto alla regia di Dominic Murphy opta per una narrazione in prima persona del protagonista, uno sciroccato che fin da bambino sniffa qualunque cosa gli capiti a tiro per liberarsi del demone che lo affligge sotto pelle. Troverà nella danza, impostagli dal padre, una sorta di catarsi, ma quando due balordi uccideranno in modo brutale la sua unica figura di riferimento, il suo obiettivo diventerà la vendetta. Murphy mostra un'America infelice in cui il sogno pare non essersi mai nemmeno affacciato e dove lo squallore della realtà rende pulsante un unico imperativo: fuggire. Dove e come ha poca importanza, ciò che conta è uscire da rapporti familiari disfunzionali, affetti impossibili e opportunità di una vita migliore che paiono miraggi irraggiungibili. Il ballo è una porta di accesso alla propria realizzazione personale, un contatto diretto con l'io più profondo capace di placare fantasmi e inquietudini, ma basta un niente per far vacillare un equilibrio più che mai precario. Una narrazione originale, realistica nell'impianto ma onirica nelle implicazioni, accompagna lo spettatore in questa via crucis del dolore attraverso colori desaturati che rendono le immagini anticate e accentuano i toni al limite del leggendario del racconto. Uno stile molto personale, inevitabilmente pesante, che alterna momenti umoristici e schegge di poesia mentre aleggia un senso di ineluttabile sconfitta. Bravissimo il protagonista Edward Hogg e curiosa la partecipazione al progetto di Carrie Fisher, figlia d'arte con gravi problemi di tossicodipendenza diventata icona mondiale grazie all'indimenticabile personaggio della principessa Leila in Guerre Stellari.

Voto:  6,5

 

 

 

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