a cura di   
LUCA BARONCINI

 

 

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TERRORE IN SALA 12      

INTERVISTA A FRANCO CALANDRINI     

Recensioni:

  LUNGOMETRAGGI

- BAD BIOLOGY - Frank Henenlotter
- DEAD IN 3 DAYS 2 - Andreas Prochaska
- DONKEY PUNCH - Olly Blackburn
- EDEN LAKE - James Watkins
- FRONTIERS - Xavier Gens
- THE COTTAGE - Paul Andrew Williams
- THE DISAPPEARED - Johnny Kevorkian

 

 

 

Terrore in sala 12

Fa molto piacere che in un periodo di profonda crisi economica, di perdita di valori, di destabilizzazione culturale, di involgarimento collettivo, una manifestazione di grande interesse come il “Ravenna Nightmare Film Fest” continui a funzionare. Per 6 giorni Ravenna è tornata a essere la capitale del brivido proponendosi come punto di aggregazione per addetti ai lavori, appassionati e spettatori capitati per puro caso al Multiplex Cinemacity. Difficile farsi notare all’interno di uno spazio nato per essere caotico e frastornante, ma non impossibile. Sta di fatto che la Sala 12 ha quasi sempre registrato il tutto esaurito, confermando l’interesse per un evento che si pone tra i più importanti per il cinema horror in Italia. Il festival è infatti Membro Aderente della EFFFF, la Federazione Europea dei Festival del Fantastico, che è la rete di festival più rappresentativa per la promozione del film fantastico, horror e thriller. Chissà, forse sul successo dell’iniziativa in termini qualitativi e di presenze ha inciso proprio il grigiore del presente. Il cinema, spesso anticipatore di mode e tendenze ma anche cartina di tornasole di un sentire contemporaneo, si è quindi fatto specchio della mestizia diffusa e per sei giorni gli spettatori hanno avuto modo di esorcizzare paure e ansie attraverso il confronto con realtà spesso oltre ogni immaginazione. 
Come sempre il cartellone ha incluso un Concorso Internazionale per Lungometraggi, un Concorso Europeo per Cortometraggi e quest’anno anche il ritorno della retrospettiva con “Animal Attack!”, dedicata al cinema vintage, con sei pellicole in formato 16mm per rendere omaggio agli animali di tutte le razze e forme che hanno ravvivato i filoni fantasy, horror e fantascientifico americano. La rassegna ha incluso
grandi classici come King Kong (1933) di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack e Cat People (1942, Il bacio della pantera) di Jacques Tourneur, ma anche Tarantula (1955) e The Incredibile Shrinking Man (1957) di Jack Arnold, Them! (Assalto alla Terra,1954) di Gordon Douglas, sulle mutazioni derivanti da devastanti test atomici, e The Valley of Gwangi (1969) di Jim O’Connolly, con i dinosauri creati dal padre degli effetti animati Ray Harryhousen.

Non facile scegliere il miglior film tra quelli in concorso perché quest’anno la qualità è stata molto alta, con opere degne di nota in grado di imporsi sui mercati internazionali. Speriamo che anche l’Italia se ne accorga e non lasci nel limbo del peer-to-peer o del solo dvd, i titoli più significativi. A decidere i più meritevoli una Giuria composta dai registi Ruggero Deodato (si è lamentato di essere sempre stato escluso da qualsiasi palmares) e Simon Rumley e dal produttore cinematografico Marco Morabito. Non solo horror nel programma, ma tutto ciò che avvicina all’incubo e quindi anche mistery, fantasy e thriller. Tra i più attesi e applauditi sicuramente Frontiers – Ai confini dell’inferno di Xavier Gens, ospite della manifestazione e vincitore dell’Anello d’Oro come Migliore Lungometraggio “per l’inedito sviluppo narrativo che prendendo spunto da un’insurrezione politica si trasforma in una fuga verso l’horror, e per la maestria della direzione che tiene il pubblico in una morsa di tensione epidermica”. Il vincitore personale è invece lo shoccante Eden Lake di James Watkins, che ha comunque ottenuto una menzione Speciale “per l’eleganza e la forma con cui ci mostra una tematica così delicata, narrandola attraverso il vero orrore senza essere il classico horror movie”. La seconda Menzione Speciale è invece andata a The Disappeared di Johnny Kevorkian, anche lui ospite della manifestazione, “per l’atmosfera, il senso di inquietudine e la scelta particolarmente riuscita dell’ambientazione di una Londra inedita e per la delicata interpretazione del giovane protagonista Matthew”. Tra gli altri titoli in concorso The Alphabet Killer di Rob Schmidt, famoso per il precedente (e assai sopravvalutato) “Wrong Turn” con Elisa Dushku, la cattiva della serie “Buffy l’ammazzavampiri”, e un ritrovato Timothy Hutton; una torbida storia di bambini mutanti, Plague Town di David Gregory; Death in 3 Days II, sequel del grande successo austriaco di Andreas Prochaska; il patinato e caustico Donkey Punch di Olly Blackburn; il macabro e divertente The Cottage di Paul Williams; Hush, con cui Mark Tonderai, più noto come ex-disc jockey della BBC, debutta nella regia. Ad aprire il Concorso un horror decisamente atipico, “Sauna” di Antti-Jussi Annila, proveniente dalla Finlandia e ambientato nel 1595, anno in cui due fratelli vengono perseguitati dal fantasma di una ragazza lasciata morire in modo orribile. A chiudere il festival, Fuori Concorso, il ritorno, decisamente trash, di Frank Henenlotter con “Bad Biology”.

Tra i corti l’Anello d’Argento ha premiato “Las Horas Muertas” dello spagnolo Hartiz Zubillaga, storia di quattro giovani accampati in un camper presi di mira da un cecchino, “per essere riuscito in pochi minuti a trasmettere una profonda intensa tensione e per aver omaggiato il cinema di Sergio Leone senza tradirlo”.

 

 

 

Intervista con 
Franco Calandrini

 Direttore Artistico del Ravenna Nightmare Film Festival

a cura di Luca Baroncini

 

È difficile mantenere in vita una manifestazione così ambiziosa che cerca di pensare in grande?

È difficile trovare la misura perché da una parte hai l’esempio (parlo della mia esperienza da spettatore) di Festival magnifici a cui ti ispiri (Bruxelles per il genere), dall’altra hai il mondo reale e cioè un budget con cui i festival della Federazione ci fanno una rassegna.

Chi l’ha sostenuta?

Il comune di Ravenna, in particolare l’ufficio cinema, poi si è aggiunta la Regione, il Ministero e il Gruppo Eni.

Chi invece ha finito per mettere i bastoni tra le ruote?

Nessuno in particolare, il merito e le cause di quello che succede dipendono solo dalla nostra capacità di farci ascoltare.

Quali, quindi, le maggiori difficoltà della presente edizione?

La difficoltà di fare un festival che non scadesse in qualità con il 20% di finanziamenti in meno.

Non c’è più modo di dare al festival un’identità cittadina senza confinare lo spettatore nel megascatolone del Cinemacity?

Io non sono tra gli snob che vedono la cultura solo nelle monosale del centro; non li capisco.  Una volta entrato in sala tutto è perfetto, il sonoro, lo schermo grande, la sala calda, il parcheggio… Io ero anche tra i sostenitori del Festival di Torino al Lingotto. A me frega davvero poco di quello che c’è attorno. E poi ad oggi un’alternativa qui a Ravenna non c’è. Qualora ne emergesse una sarei ben felice di valutarla.

È stata difficile la selezione?

È difficile selezionare guardando al bilancio e quindi trovarsi a dover rinunciare a un film coreano o giapponese perché ti mancano le risorse per le spedizioni.

Il successo del pubblico ha premiato la manifestazione. C’è speranza che questo incoraggiante segnale possa garantire maggiori fondi per il futuro?

Non ne ho idea. Le ragioni che spingono un ente a mettere più o meno soldi mi sono oscure. In passato pensavo che la qualità premiasse e quindi abbiamo fatto sforzi disumani per mantenere alto il profilo del festival. Ci hanno tolto fondi. E poi ce ne hanno ridati. E poi tolti. Noi non possiamo fare altro che lavorarci il più possibile.

Cosa fa durante l’anno chi organizza un festival?

Parlo per me. Io finito Ravenna sono coinvolto sul Festival di Imola. Poi d’estate gestisco due Arene e per tutto l’anno gestisco un cinema ad Alfonsine. Insomma, tiro avanti.

Perché proprio l’horror?

C’è sempre molto sospetto sulla nascita di un nuovo festival ed essendo gli ultimi arrivati non volevamo pestare i piedi a nessuno. C’era già il Fantafestival a Roma, il Noir in Courmayer e Sci-Fi di Trieste che “coprivano” altri generi importanti. Poi, ovviamente, per una passione personale e infine perché ci sembra che l’horror rispecchi più di altri generi il momento in cui viviamo. Non è un caso che le migliori stagioni siano state spesso collegate ad una crisi di valori etici e morali epocali.

Cosa rispondete a chi giudica il cinema horror un prodotto per menti deviate?

Che sono pigri e superficiali. Il cinema dell’orrore nasce con la nascita del cinema e ha dato opere di estremo valore. Il cinema horror ha una potente carica eversiva, sposta i confini del gusto e della morale comune sempre più in là. E questo è un merito.

Perché l’horror ha tanto successo?

Perché lì sperimentiamo i nostri pensieri e desideri più atroci senza poi doverne pagare le conseguenze.

Qual è il film che più avete amato voi dell’organizzazione?

Parlo di nuovo a titolo personale: The Disappeared

Ci sono film che avreste voluto ma non siete riusciti ad avere?

Sì, film che avrebbero comportato spese di spedizione proibitive e che adesso non sto a citare sennò mi faccio linciare da chi non è stato selezionato per un motivo così misero.

Qual è il vostro sogno per il futuro?

La possibilità di sviluppare il programma su due sale, un film d’apertura e di chiusura di rilevanza nazionale, (quindi più film), un ospite di grande caratura, più ospiti, più giornalisti. In breve: più soldi.

L’horror è da sempre specchio del malessere contemporaneo. Ci sono speranze per un mondo migliore o l’orrore è insito nella natura umana?

Se il mondo fosse migliore noi saremmo senza lavoro.

Quali sono i tuoi tre horror preferiti?

L’esorcista, The Ring, La Mosca

E quelli che detesti (o ritieni sopravvalutati?)

Io non detesto niente, alla peggio il film non lo vado a vedere. Non sono molto interessato agli horror per  teenager, ma siccome quelli danno da mangiare a tanta gente capace, e che magari prima o poi farà anche qualcosa di rilevante, ben vengano anche questi prodotti.

 

 

 

RECENSIONI

 

BAD BIOLOGY
(
Frank Henenlotter)

REGIA: Frank Henenlotter

NAZIONE: U.S.A.

ANNO: 2008

INTERPRETI: Jude Angelini, Krista Ayne, Charlee Danielson, Pete Dicenso

DURATA: 85’


Trasportati da un eccesso biologico, un giovane uomo ed una giovane donna sono alla ricerca del pieno soddisfacimento sessuale, fregandosene dell’esistenza degli altri. Sfortunatamente, si incontreranno e il legame tra questi due esseri umani davvero inusuali finirà in un’ultima, estrema esperienza sessuale.

Two of a Kind

Una donna con sette clitoridi lavora come fotografa ma è sempre a caccia di qualcuno in grado di soddisfare la sua voracità sessuale. Un uomo con un pene enorme fatica a trovare donne disposte ad assecondare la sua furia carnale. Per entrambi l'atto sessuale è spesso causa del decesso dei malcapitati partner. I due protagonisti sembrano quindi fatti l'uno per l'altra, ma la loro unione sarà funestata da un risvolto inatteso: il pene dell'uomo si stacca dal suo proprietario per mietere vittime in città. Frank Henenlotter, regista del sopravvalutato Basket Case, per alcuni di culto, resta fedele alla sua visione estrema, mutante (ma non mutevole) e ludica di cinema. In realtà, se il film che gli ha dato la fama optava per un contesto urbano fatto di quartieri malfamati, alberghi sordidi e peep-show, in antitesi alle sfavillanti luci della metropoli e quindi non privo di interesse, Bad Biology si limita a rimestare nel trash in set improvvisati. Alcune trovate risultano anche originali e simpatiche (le soggettive degli organi genitali, la gravidanza che matura nella donna a poche ore da ogni rapporto), ma non c'è progressione degna di nota, solo accumulo di dettagli per lo più splatter e battute da caserma, con la costante di un sopra le righe che azzera presto l'interesse nei confronti dei due protagonisti e delle loro iperboli sessuali. Forse un soggetto così estremo avrebbe necessitato di scelte più radicali, magari più inclini al porno che al soft-core, mentre Henenlotter riduce la provocazione a una sterile successione di gag di grana grossissima assemblate alla bell'e meglio, totalmente incapaci di pungere, ma anche di divertire. Piacerà, forse, ai cultori del trash, ma esclusivamente a loro.

Voto:  4

 

DEAD IN 3 DAYS 2
(
Andreas Prochaska)

REGIA: Andreas Prochaska

NAZIONE: Austria

ANNO: 2008

INTERPRETI: Sabrina Reiter, Andreas Kiedl, Anna Rot, Julia Rosa Stockl

DURATA: 109’


L’ estate successiva al suo diploma, sconvolse la vita di Nina per sempre. I suoi migliori amici furono vittime di uno psicopatico assassino, lei e la sua amica Mona riuscirono a fuggire alla morte per un soffio. Nina ha ora un solo desiderio: dimenticare. Taglia ogni contatto e si trasferisce a Vienna per cominciare una nuova vita. Un anno e mezzo più tardi, una sconvolta e terrorizzata telefonata di Mona nel cuore della notte rompe il suo esilio. Nina cerca di contattarla ma la ragazza sembra scomparsa. L’unica traccia rimasta la porta in Tirolo, in un rifugio isolato tra le montagne innevate…

Unnecessary sequel

Nel 2006 l'austriaco Andreas Prochaska ha diretto Dead in 3 Days. Grazie al successo ottenuto - non tanto in Italia, dove è uscito direttamente in dvd nel 2008 con l'agghiacciante titolo SMS: 3 giorni e 6 morto, quanto nei trenta paesi in cui è stato esportato - dopo due anni lo stesso Prochaska si cimenta nel sequel (bruttino anche il gioco numerico del titolo originale). La protagonista è la ragazza scampata alla strage del primo film che riceve una criptica telefonata di aiuto dall'amica con cui ha condiviso la salvezza da un pericoloso psicopatico. Parte quindi la caccia all'amica, misteriosamente scomparsa, che porterà la protagonista a nuove improvvise quanto sconvolgenti, almeno nelle intenzioni, consapevolezze. Girato in un formato panoramico molto spettacolare il film di Prochaska ha il suo punto di forza nell'ambientazione tra le montagne innevate del Tirolo, valorizzate da una regia capace di creare un'atmosfera di glaciale solitudine in cui il candore immacolato del paesaggio si pone in efficace antitesi al rosso del sangue che inizia a scorrere a fiotti. A suo agio anche Sabrina Reiter, brava nell'incarnare il connubio tra determinazione e spaesamento dell'aggressiva, e alla luce dei fatti decisamente ottusa, protagonista. Per il resto, però, è calma piatta. La sceneggiatura si limita ad allungare oltre il lecito la non proprio mordace ricerca, finendo per sminuire i lati drammatici della vicenda che procede con svolte che alla resa dei conti si rivelano un inutile riempitivo. Resta la cura del dettaglio, la confezione impeccabile, la professionalità della regia, una certa audacia (morbosità, nudità e violenza non vengono risparmiate), ma all'ennesimo sogno nel sogno, in cui il "buh!" è dovuto all'irrompere dei potenti effetti sonori, la tensione non può che cedere il posto alla noia.

Voto:  5

 

DONKEY PUNCH
(
Olly Blackburn)

REGIA: Olly Blackburn

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2008

INTERPRETI: Robert Boulter, Sian Breckin, Tom Burke, Nichola Burley

DURATA: 99’


Dopo essersi incontrati nel nightclub di un resort sul Mediterraneo, sette giovani decidono di proseguire il divertimento su di un lussuoso yacht. Ma quando uno di loro muore in un bizzarro incidente, gli altri cominciano a litigare sul da farsi, trascinati in una lotta alla sopravvivenza spietata e crudele.

Alla deriva

Tre ragazze garrule e sciocchine in vacanza a Mallorca. Quattro ragazzi allupati e superficiali in libera uscita. Ad accomunarli una notevole antipatia e la voglia di sballo, a dividerli il destino. Complice un incontro casuale in un night che li fa optare per una nottata di follia a bordo di un lussuoso yacht nel mezzo dell'oceano. Ovviamente andrà tutto per il peggio. Per l'opera di debutto l'inglese Olly Blackburn mette in scena conflitti molto forti, a stretto confine con l'horror, attraverso uno stile patinato. La scelta può destabilizzare, perché rimanda a spot e videoclip, ma si rivela invece assai efficace per sottolineare il contrasto tra un prima di assoluta spensieratezza, con l'adesione dei personaggi a modelli di pessima televisione, e un dopo di tragedia. In mezzo il "pugno dell'asino" del titolo originale, variante sessuale a metà strada tra la leggenda metropolitana, la perversione di maniera e l'idiozia (si tratta di colpire la partner con un colpo secco, e mortale, sulla nuca mentre la si possiede da tergo, in modo che si produca una contrazione vaginale in grado di garantire un godimento, pare, inimmaginabile). È strano, ma credibile, vedere come a poche ore di distanza si possa passare da copule appassionate alla furia omicida. Lo sguardo di Blackburn è cinico ma non banale e la progressione degli eventi mantiene alta la tensione e la curiosità verso le scelte non proprio lungimiranti, ma in linea con le caratterizzazioni, dei personaggi. La regia sfrutta con abilità gli angusti spazi dell'azione, quasi interamente costituita da spostamenti sullo yacht, e riesce a dare plausibilità al sentire dei personaggi, vittime di una contingenza decisamente avversa. Il merito è anche di una sceneggiatura, a cui ha collaborato lo stesso Blackburn, attenta alla progressione e al mutare degli stati d'animo, eccessiva solo nel rilanciare il bagno di sangue quando un possibile accordo tra gli opposti potrebbe essere vicino. Un po' moralista il quadro d'insieme: dal cameratismo tra i sessi (alla fine è scontro tra uomini e donne) al fatto che chi fa sesso, come da tradizione del genere (Scream docet), è destinato a morire.

Voto:  7

 

EDEN LAKE
(James Watkins)

REGIA: James Watkins

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2008

INTERPRETI: Finn Atkins, James Burrows, Alyssa Cooper, Shaun Dooley

DURATA: 91’


Jenny e il suo ragazzo Steve fuggono dalla città per un romantico week end. Steve ha trovato un posto idilliaco: un lago isolato e deserto, chiuso tra le montagne. La pace della coppia è però presto distrutta da una gang di ragazzini che ruba le cose dei due e danneggia la loro auto lasciandoli in completa difficoltà. Quando Steve li affronta, gli umori divampano...

De-generazione

Ci sono film che ti prendono e non ti mollano dall'inizio alla fine. Eden Lake di James Watkins, già vincitore del Premio Speciale della Giura al Sitges 2008, rientra tra questi. Il soggetto in sé pare rimestare nel già visto. Si tratta, infatti, della più classica delle storie, alla base di decine di slasher contemporanei, con la coppia isolata in fuga da una banda di pazzi scatenati. La differenza è nel fatto che gli aggressori sono dodicenni o poco più. I rimandi più illustri sono L'ultima casa a sinistra di Wes Craven e, soprattutto, Un tranquillo week-end di paura di John Boorman. Ma se il film di Craven esplora con efficace rudezza soprattutto il tema della vendetta privata e quello di Boorman mostra la sfiducia nei confronti della natura, dell'uomo e non, giocando molto sul contrasto tra civiltà e mondo rurale, l'opera di debutto di Watkins aggiorna l'archetipo alle paure contemporanee. Ci sono anche echi di Funny Games di Michael Haneke nella sua visione, ma con un sottotesto meno intellettuale e più diretto verso la sociologia criminale. Il male cova ancora una volta in famiglia, e le giovani generazioni dimostrano di avere assorbito i pessimi modelli di riferimento, intrisi di arroganza, volgarità e violenza; falsi valori incapaci di tradursi in una relazione costruttiva con il prossimo. L'unica legge sembra essere quindi quella della prevaricazione. A vincere non è il più forte, però, ma il più vile, quello che riesce a ingannare con più scaltrezza gli altri fregandosene completamente della legge e della giustizia. Nel poco rassicurante quadro d'insieme la tecnologia diventa strumento non solo funzionale agli agi di una vita più comoda, ma arma per ostentare la propria superiorità. Un vero e proprio complice. Esemplare, al riguardo, l'utilizzo che i personaggi fanno del telefono cellulare. La sfiducia totale nei confronti della natura umana trova il suo apice nell'agghiacciante finale, davvero disturbante per il senso di impotenza con cui il non visto si insinua sottopelle. Al di là dell'analisi antropologica e del pessimismo senza speranza, però, fondamentale per capire la portata del film e la sua incisività, Eden Lake, anche attenendosi alle pure e semplice regole del cinema, non dà tregua. Tutti gli elementi - la fine sceneggiatura, il devastante contributo sonoro, l'ottima prova degli interpreti, il montaggio serrato, la fotografia che accentua con repentina efficacia il passaggio dal sogno di una full immersion nella natura all'incubo della devastazione fisica e psicologica e la regia che governa con maestria il tutto - convergono al brutale ma tutt'altro che gratuito risultato, decisamente sopra la media del genere.

Voto:  8

 

FRONTIERS
(Xavier Gens)

REGIA: Xavier Gens

NAZIONE: Francia/Svizzera

ANNO: 2007

INTERPRETI: Karina  Testa, Aurélien  Wiik, Estelle  Lefébure, Samuel  Le Bihan, Chems  Dahmani, Maud  Forget

DURATA: 95’


Approfittando delle sommosse scatenate dall’affermazione dell’estrema destra al primo turno di elezioni, cinque banlieusards mettono a segno una rapina, ma uno di loro viene ferito gravemente. La banda si divide: Tom e Farid si dirigono verso la frontiera lussemburghese e Alex e Yasmine, depositato Sami in ospedale, li raggiungeranno qualche ora più tardi per poi proseguire in direzione Amsterdam. Un motel vicino al confine sembra essere la sistemazione ideale prima di lasciare definitivamente la Francia…

La porte est ouverte

Xavier Gens conferma il fermento in atto nel cinema francese che non sottovaluta brividi e gore dimostrando una volontà produttiva intelligente che rischia su nuovi talenti in grado di competere con i pilastri, per lo più d'oltreoceano, del genere. Si parla già di "nouvelle vague" del cinema horror transalpino facendo riferimento a registi come Eric Valette (Malefique), Alexandre Aja (Alta tensione), Alexandre Bustillo e Julien Maury (À l'intérieur) e ora, appunto, Xavier Gens, subito coinvolto, dopo Frontiers, in un progetto ad alto budget come Hitman - l'assassino, uscito con discreto successo a livello internazionale a inizio 2008. Con l'opera prima Gens si dimostra molto abile nella variante "survival-hardcore". I quattro protagonisti sono ladri che durante la guerriglia urbana nelle banlieu parigine, in occasione delle votazioni per le elezioni presidenziali, si trovano a doversi dividere perché inseguiti dalla polizia. Sono decisi a scappare in Olanda e si danno appuntamento in un albergo isolato incontrato da due del gruppo lungo la fuga, vicino alla frontiera con il Belgio. Peccato che il rifugio improvvisato sia la tana di una famiglia di sadici e cannibali nazisti. Gens viene dal videoclip, e si vede, e dal punto di vista visivo rimescola un immaginario noto cavalcando l'onda dello shock sdoganata, a livello mainstream, dal remake di Non aprite quella porta, prima, e da Hostel, dopo, (e oramai, si spera, in via di esaurimento). L'idea di andare fino in fondo senza cedere al compromesso, mostrando torture e orrori oltre il limite del sopportabile, non è particolarmente originale, forse difficile da imporre ai produttori che temono l'invendibilità del prodotto finale, ma ancora in grado, se l'ufficio stampa funziona a dovere, di garantire titoli sui giornali e incassi soddisfacenti. Ciò che distingue il film di Gens dai tanti omologhi in circolazione è che Frontiers funziona. Il crescendo di angoscia a cui sottopone lo spettatore, infatti, è dato sì dalla gratuità di certe scelte, ma anche dall'indubbio talento del giovane regista nel gestire il cast (la protagonista Karina Testa è bravissima), i tempi e gli spazi, giocando anche sull'attesa e sulla creazione di una credibile deriva emotiva. In tal senso è più riuscita la prima parte, in cui gli antieroi protagonisti si trovano a dover fronteggiare cattivi molto più spietati di loro. Una insana competizione che trasforma spavaldi rapinatori in vittime per cui la prigione rappresenterebbe un miraggio di salvezza. Gradualmente, però, il grottesco estremizza le caratterizzazioni fino a rendere il bagno di sangue un teatro dell'orrore costantemente sopra le righe e, di conseguenza, epidermicamente efficace ma meno capace di coinvolgere. Molti, ovviamente, i modelli di riferimento, partendo da Non aprite quella porta di Tobe Hooper di cui Frontiers sembra una rivisitazione in salsa d'oltralpe; ma il frullato di Gens passa anche per gli stretti cunicoli di The Descent - discesa nelle tenebre di Neil Marshall, per l'atmosfera malsana di Wes Craven (Le colline hanno gli occhi) e per La casa dei 1000 corpi e relativo seguito di Rob Zombie (già a loro volta in forte debito con Hooper e affini), fino a Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Ma il coté politico pare soprattutto uno stratagemma per connotare temporalmente l'azione e vederci una presa di posizione tendente a sinistra e finalizzata a stimolare i giovani contro i pericoli dell'estrema destra sembra più che altro una fantasia di certi critici annebbiati dall'ideologia (oppure un'ottima idea dell'ufficio stampa per far parlare del film). Ora che anche la Francia ha spalancato le sue porte da non aprire, dimostrando la presenza di nuovi talenti, si spera però che le chiuda definitivamente, cercando il nuovo senza limitarsi a colonizzare, pur con indubbio mestiere, un immaginario arcinoto. Curiosità: il cattivissimo gerarca nazista è il padre del regista.

Voto:  6,5

 

THE COTTAGE
(Paul Andrew Williams)

REGIA: Paul Andrew Williams

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2008

INTERPRETI: Andy Serkis, Reece Shearsmith, Jennifer Ellison, Steven O’Donnell

DURATA: 92’


Nel cuore della notte, un’auto arriva in un isolato cottage nella campagna inglese. Litigando continuamente, i fratelli David e Peter scendono per ispezionare il nascondiglio. I due hanno pianificato uno stratagemma per far soldi: un rapimento. Infatti, chiusa nel bagagliaio della macchina, c’è Tracey, legata, imbavagliata e svenuta. Anche il suo fratellastro Andrew, la pecora nera della famiglia, fa parte del piano. Il rapimento però va completamente all’aria, con Tracey che ribalta i programmi dei suoi rapitori e fugge con Peter come ostaggio. David e Andrew li seguono nel bosco ma scopriranno ben presto qualcosa di davvero terrificante in agguato nel buio...

Più risate che brividi

Un rapimento finito male. Un inaspettato incontro nel cuore della notte. Due fratelli caratterialmente agli antipodi. Una bionda tutto pepe. Situazioni e personaggi creati e messi in scena dall'inglese Paul Andrew Williams non brillano certo per originalità. Una volta appurato, però, che il film ricicla decine di modelli precedenti (Sam Raimi e i fratelli Coen per i risvolti thriller e l'immancabile Tobe Hooper per la virata horror) c'è spazio anche per il divertimento. Williams punta infatti molto sulla farsa, capovolgendo i luoghi comuni dei generi affrontati e ironizzando sulle tante citazioni di cui dissemina il racconto. Il suo obiettivo sembra essere quello di cavalcare un immaginario noto per poi disattendere il più possibile le aspettative. La biondina remissiva e virginale diventa la bomba sexi iper-cazzuta; il personaggio che fugge correndo non è la lolita in abitino succinto ma il ciccione sballonzolante. E così via, riuscendo in più di un'occasione a stupire. Se si ride parecchio, però, non ci si spaventa granché. Poco male, perché per gli amanti dell'horror c'è comunque spazio per molte varianti gore assai elaborate (dal taglio di un pezzo di piede al distacco dell'intera colonna vertebrale) con una voglia di splatter che occhieggia allo stile di Peter Jackson, omaggiato anche nella scelta, tra gli interpreti, di Andy Serkis, attore feticcio del regista neo-zelandese (è l'anima umana dietro ai volti di sintesi di Gollum de Il Signore degli Anelli e di King Kong). Il merito della riuscita è anche di una sceneggiatura che caratterizza con efficacia i personaggi, soprattutto i due fratelli protagonisti, da subito irresistibili nel contrasto, prevedibile ma assai funzionale, tra il ruvido e il molle. Un po' troppo insistita, invece, tutta la seconda parte in cui entra in scena il mostro (esageratamente "Leatherface" e per di più con un trucco così così), ravvivata però da un ritmo indiavolato. Ottimo il cast, in particolare Reece Shearsmith che esalta l'imbranataggine del fratello nerd e la sua impreparazione alla piega nera degli eventi. Se la visione è assolutamente piacevole, dissacratoria e allegramente liberatoria, si comincia però a essere stanchi di emuli più o meno riusciti di Non aprite quella porta. Il rischio, solo in parte superato, è l'eccessivo debito con un immaginario così tanto consolidato da risultare ormai scontato.

Voto:  6,5

 

THE DISAPPEARED
(Johnny Kevorkian)

REGIA: Johnny Kevorkian

NAZIONE: Gran Bretagna

ANNO: 2008

INTERPRETI: Harry Treadaway, Greg Wise, Alex Jennings, Tom Felton, Ros Leeming

DURATA: 96’


La vita di Matthew Ryan è devastata dopo la scomparsa del fratellino Tom. Il padre Jake lo aveva lasciato in sua custodia e ora Matthew si sente responsabile dell’accaduto. Il padre cerca di reprimere rancore e biasimo ma sta andando a pezzi. Un giorno, Matthew sta guardando una scatola con vecchi ritagli di giornale e videocassette sulla scomparsa di Tom. Improvvisamente sente una voce spettrale in uno dei video che gli dice: “Non sei mai venuto da me!”. È la voce del fratello. Il ragazzo mostra subito il video al padre ma questa volta non si sente nessuna voce. Matthew racconta il tutto al suo migliore amico Simon. Sta diventando pazzo? Tom è vivo o morto?

Gotico contemporaneo

Se non fosse per l'ambientazione nella periferia degradata di Londra, tutta cubi di cemento e gang giovanili, l'opera di debutto di Johnny Kevorkian sarebbe un horror gotico da ascrivere appieno nella tradizione britannica. Il film non segue infatti la moda del periodo, focalizzata sul mostrare, spesso oltre l'immaginabile, il delirio umano nelle sue conseguenze devastanti sul corpo, ma si premura di suggerire un disagio ponendo l'attenzione sulle sensazioni. La fotografia di Diego Rodriguez interpreta la mestizia dei personaggi prediligendo toni cupi che si accendono di colore solo nei flashback, che rimandano a un tempo felice ormai remoto. Sono piccoli dettagli a creare inquietudine: una porta che sbatte, il suono improvviso di una voce, un sogno ricorrente, un mucchietto di terra gettato in faccia, un'incapacità di comunicare, una solitudine che pesa. È più ciò che non si vede ad accendere curiosità ed interrogativi, rispetto alla palesità di gesti apparentemente ordinari eppure allusivi e carichi di non detti. Almeno fino a quando i nodi non giungono al pettine, con un'astrazione che trova concretezza in una svolta di sceneggiatura molto più banale delle premesse. La spiegazione finale, poi, ha più di un'affinità con Il sesto senso di Manoj Night Shyamalan e ha il difetto di essere telefonata con una mezz'ora di anticipo. Tra i demeriti del film anche il contributo del cast, protagonista (Harry Treadway) a parte, che si affida per lo più a gesti codificati privi di verità (l'ira di maniera del padre, la vicina di casa smorfiosetta). Resta comunque il tentativo di seguire una strada personale in cui i brividi, pur rifacendosi a stilemi classici, si calano nel quotidiano, dove è soprattutto la paura dell'altro ad alimentare timori ancestrali sempre pronti a determinare una perdita delle certezze.

Voto:  6

 

 

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