a cura di   
LUCA BARONCINI
STEFANO COCCIA

 

Foto di Peter Koller

 

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UN LUSTRO DI PAURA      di Luca Baroncini

Recensioni:

   CONCORSO LUNGOMETRAGGI

- ON EVIL GROUNDS - Peter Koller
   
Intervista a Peter Koller
- END OF THE LINE - Maurice Devereaux
- THE FERRYMAN - Chris Graham
- HATCHET - Adam Green
- THE LIVING AND THE DEAD - Simon Rumley
- LE MADRI NERE - Silvana Zancolò
   
Intervista a Silvana Zancolò
- ROUGH CUT - Todd Klick
- SEED - Uwe Boll
- SUMMER SCARS - Julian Richards
- THE UGLY SWANS - Kostantin Lopushansky

   EVENTI SPECIALI

- DAY WATCH - I GUARDIANI DEL GIORNO - Timur Bekmambetov
- THE DIABOLIKAL SUPER-KRIMINAL - SS-Sunda
   
Intervista a SS-Sunda
- [REC] - Paco Plaza, Jaume Balaguerò

   CONCORSO CORTOMETRAGGI

- L'orrore in breve     di Stefano Coccia

 

Foto di Peter Koller

 

 

Un lustro di Paura 

Sembra ieri quando il festival ha mosso i primi passi nel panorama fittissimo delle manifestazioni di “genere” e invece sono passati cinque anni. Cinque anni in cui il “Ravenna Nightmare Film Fest” è cresciuto consolidando progressivamente il suo ruolo di scoperta e curiosità verso uno dei generi più apprezzati dal pubblico di tutte le latitudini: l’horror. Perché tanto interesse verso la cupezza, il buio, le tenebre? Sono in molti a porre questo interrogativo e la risposta, o perlomeno una delle risposte, è che si tratta di un modo per esorcizzare le proprie paure, per riconoscere una parte, tutt’altro che luminosa, che alberga in ognuno di noi, per sondare l’animo umano, per divertirsi. Un frullato di opportunità offerte da un genere solitamente liquidato in fretta e confezionato soprattutto per compiacere la morbosità di teen-ager brufolosi, dimenticando invece la trasversalità dei brividi e la loro capacità di attirare un pubblico molto più ampio. Difficile trovare un horror ben fatto. Chissà perché le premesse più invoglianti sfumano spesso in pura demenza o sciatteria. Forse la causa è nella semplicità della struttura che il genere presuppone, non considerando che una buona idea, per funzionare, ha bisogno anche di buoni sviluppi. Non è quindi un caso che le ambizioni amatoriali trovino uno sfogo naturale proprio nel genere “horror”. Sono in tanti gli appassionati, specie in età adolescenziale, che, soprattutto per gioco ma anche con qualche ambizione recondita, trovano geniale ambientare uno slasher casereccio nella casa di montagna di un lontano parente, per un week-end o poco più teatro di stragi al sugo di pomodoro e di grandi risate tra amici. I risultati sono spesso inguardabili e ci si augura di non doverseli mai sorbire in qualche festival, ma a volte, per fortuna non a Ravenna, può capitare. Un’ottima location per un horror potrebbe anche essere il multiplex “CinemaCity”, ancora una volta sede del festival: un gigantesco parallelepipedo impersonale dove le voci rimbombano all’inverosimile, gli sguardi sono speranzosamente rivolti verso il Dio-tabellone che comunica i posti ancora disponibili, le tante sale propongono lo stesso film con titoli diversi, un sacchetto di caramelle sfuse raggiunge rapidamente i 5 o 6 euro, l’odore di popcorn copre qualunque altra fragranza appiccicandosi addosso a vestiti e pensieri e la passeggiata verso la sala prescelta assume i toni della visita al reparto di massima sicurezza di una prigione. Ma tutti sembrano contentissimi di essere rinchiusi in celle sofisticate e tecnologicamente avanzate, quindi inutile andare contro l’evidenza dei fatti e rimpiangere la sala scalcagnata di città. Sarebbe bello, però, entrare in storie (per fortuna di altri) e uscirne per discutere, pensare o semplicemente distrarsi tra le strade di una città e non di un non-luogo raggiungibile solo in automobile (il sabato sera l’enorme parcheggio diventa un mare d’auto in tempesta). Ma veniamo al festival e alle novità della quinta edizione. Intanto è cambiata la collocazione temporale: non più i primi di ottobre ma la settimana di Halloween, periodo sicuramente più in tema. Inoltre si sono ridotti i giorni della manifestazione, da sette a cinque. Del resto si è asciugato anche il programma, eliminando omaggi e sezioni collaterali e concentrando l’attenzione su Concorso Internazionale Lungometraggi, Concorso Europeo Cortometraggi e qualche Evento Speciale. La scelta ha fatto storcere il naso a qualche cinefilo (i festival sono una ghiotta occasione per approfondire e recuperare), ma ha evidentemente consentito di porre l’attenzione con maggiore cura sui nuovi fermenti in atto. Non è quindi un caso che la qualità dei film presentati sia risultata complessivamente superiore rispetto alle precedenti edizioni. L’apertura del 30 ottobre ha visto la presentazione dell’anteprima nazionale di “The Sleep of Reason – Il sonno della ragione”, una serie di mini docufictions thriller-paranormali, dirette dallo scrittore e giornalista scientifico Steve Bell, che narrano gli intricati e inquietanti retroscena dietro la morte di una psichiatra avvenuta a Roma nel novembre 2006. Mentre per la chiusura si è puntato sull’anteprima nazionale del russo “I guardiani del Giorno”, séguito de “I guardiani della Notte”, attualmente nelle sale. In mezzo il discusso e discutibile “Seeddi Uwe Boll; il russo “Ugly Swans” di Kostantin Lopushansky, poetica visione fantascientifica del futuro ispirata alle atmosfere di Tarkosvski; i “sanguinolenti” americani “Hatchet”, “Simon Says” e il neozelandese “The Ferryman”; l’inglese malato ed esistenziale “Living and the Dead”; il surreale “Auf Bosem Bodem” dell’austriaco Peter Koller; il mockumentary “Rough Cut” di Todd Klick; “The Cry” della regista messicana Bernardine Santistevan, viaggio nelle più oscure leggende latino-americane; l’inglese “Summers Scars” di Julian Richards, e l’unico italiano in competizione “Le madri nere” di Silvana Zancolò, thriller soprannaturale sui poteri medianici di un ragazzino. Tra gli appuntamenti speciali in anteprima, “REC”, il nuovo film di Paco Plaza e Jaume Balaguerò, già presentato a Venezia 2007 e vincitore dei premi come “Miglior Regia”, “Miglior attrice protagonista”, “Premio del Pubblico” e “Premio della critica” al Festival di Sitges (Spagna) 2007. Ottimo il riscontro anche per il documentario “The Diabolikal Super-Kriminal” di SS-Sunda, (prodotto da Mort Todd), che narra la vera storia di “Killing”, il censurato fotoromanzo italiano sexy-noir-horror degli anni ‘60. L’opera ha vinto il Premio del Pubblico del Ravenna Nightmare Film Fest 2007, grazie alle votazioni organizzate dai ragazzi dell'“Urlo”, il giornalino del Festival. Quanto alle scelte della giuria ufficiale - composta da Valerio Evangelisti (autore del celeberrimo ciclo di Eymerich), Mort Todd (uno dei più celebri fumettisti horror americani, editor per anni della Marvel), Romain Roll (produttore indipendente, coordinatore della EFFFF), Walter Fasano (sceneggiatore e montatore degli ultimi film di Dario Argento), e Giuseppe Gariazzo (critico cinematografico e autore di saggi su Dario Argento e David Cronenberg) – le preferenze sono andate a "The  Ugly Swans" di Kostantin Lopushansky, “per le indiscusse qualità artistiche e la visione poetica” (vincitore dellAnello d'Oro come Miglior Lungometraggio) e a "The Living and the Dead" di Simon Rumley, “per la capacità di rappresentare con intensità e sincerità tematiche sociali” (Menzione Speciale). Tra i cortometraggi l’Anello d'Argento ha invece premiato "La dama en el Umbral" dello spagnolo Jorge Dayas, “per la capacità di passare dal romanticismo all'incubo più puro”.

Luca Baroncini

 

 

 

RECENSIONI

 

ON EVIL GROUNDS - AUF BÖSEM BODEN
(
Peter KOLLER)

REGIA: Peter Koller
SCENEGGIATURA: Peter Koller
NAZIONE: Austria
ANNO: 2007
INTERPRETI: Aleksandar Petrovic, Birgit Stauber, Kari Rakkola, Faris Rahoma, Andreas Svolanek, Peter Richter
FOTOGRAFIA: Marcus Stotz
DURATA: 82’
SITO WEB


Romeo e Juliet sono una coppia con una percezione assai strana della loro relazione. Decidono di comprare un loft situato in una remota fabbrica abbandonata. Sfortunatamente il proprietario della costruzione e il suo compagno, l’agente immobiliare, sono due sadici assassini che rapiscono e torturano giovani e innocenti coppie. Ma i cattivi Romeo e Juliet saranno tutt’altro che docili vittime.

Natural bor(i)n(g) killers

"In questo primo film c'è l'influenza dei registi che amo", dichiara il trentatreenne austriaco Peter Koller presentando la sua opera prima, "tra cui Sergio Leone, Miike Takashi, David Cronenberg e Takeshi Kitano". A ben vedere il risultato è un compendio di questi stili differenti. Ci sono i grandi spazi e l'aria di sfida degli spaghetti-western, fa capolino l'ultraviolenza, si insinua la morbosità e l'andamento è quasi da cartoon. Dietro all'evocazione di universi altrui, però, non sembra esserci alcuna urgenza espressiva. Il racconto è strutturato in modo assai elementare, con due protagonisti archetipici fin dai nomi. Perchè scomodare Shakespeare, però, chiamandoli Romeo e Juliet, resta un mistero. Del resto, tutto il film è un susseguirsi di situazioni gratuite che esauriscono la loro ragione d'essere nell'aderenza a un modello, scimmiottato senza preoccuparsi di dire qualcosa di nuovo (o anche solo qualcosa), e nemmeno reinterpretato con personalità (i soliti colori desaturati a sottolineare il carattere indipendente del progetto). A rimpolpare le nulle gesta dei due borderline arriva anche, per poco, un agente immobiliare schizzato, si impone un "matto" costantemente arrapato e dal grilletto facile, si inseriscono due poliziotti con poco nerbo e compaiono pure due hippy tutt'altro che lungimiranti. Ciò che ne deriva è una rintronante sequela di inseguimenti, spari, cadute, salti, fiotti di sangue, agguati, copiosi schizzi di sperma, dove tutti corrono sovraeccitati e senza un perchè. Dosi massicce di comicità greve travestite da ironia peggiorano ulteriormente le cose. Perchè se è vero che alla fine l'aria è scanzonata, il regista finisce però per confondere la leggerezza con un cinismo di maniera. Per cui, in assenza di equilibrio, gli sbocchi narrativi cedono al grottesco e il grido che ne deriva è solo assordante e mai liberatorio.

Voto:  4                                          Luca Baroncini


Austria felix? No, Austria pulp…

Una ventata di euforia ha accompagnato parte del pubblico, mentre altri sono rimasti fondamentalmente perplessi, di fronte allo scanzonato e ad ogni modo prepotente ingresso dell’Austria nell’immaginario pulp contemporaneo. A parte la crudezza presente in molte pellicole di Michael Haneke e altri casi sporadici, isolati, le potenzialità orrorifiche di tale cinematografia erano rimaste sostanzialmente inespresse, il che ci fa pensare tanto alla diffidenza degli spettatori austriaci che ad un sistema produttivo non ancora in grado di metabolizzare certe richieste. Ad interrompere il digiuno di sangue è intervenuta, per fortuna, la simpatica anomalia rappresentata da On Evil Grounds, lungometraggio del vulcanico Peter Koller in cui si mescolano secondo una formula molto originale scene sadiche dal timbro fortemente pulp, suggestioni western, truci personaggi caratterizzati come nei film di yakuza giapponesi, persino qualche gag dal sapore cartoonistico, garantendo così un approccio ludico al cinema di genere che, nello stimolare reazioni di vario tipo, può risultare anche parecchio divertente. Nel film del giovane regista austriaco c’è infatti spazio per la suspance, per il grottesco, per qualche citazione curiosa, così come c’è spazio di tanto in tanto per una crassa risata, conseguentemente alle tante bizzarrie di quel plot eccentrico, animato da una vena di sana follia.
Vi è infatti una coppia di protagonisti dai nomi scontatissimi, Romeo & Juliet, che però agirà in modo niente affatto scontato e sorprendentemente violento, allorché si troverà alle prese con cattivacci dal carattere persino peggiore del loro. Il curioso casus belli coincide qui con l’acquisto dello spazio abitativo, in realtà poco accogliente, ricavato all’interno di un vecchio fabbricato; eppure i due sono convinti di vedere in quell’ambiente isolato e assai sinistro il loro futuro nido d’amore. Ad ogni modo, il rozzo Romeo viene costretto a liberarsi prima dell’agente immobiliare, non immune a sua volta da qualche raptus omicida, per poi ingaggiare una lotta senza quartiere con il proprietario, un pazzo pericoloso capace di tutto. L’intervento della sua Juliet vivacizzerà ulteriormente le cose, portando alla scoperta di un antro degli orrori, dove può tranquillamente capitare che gli hippies di passaggio facciano una brutta fine… Tra inquadrature, musiche e sparatorie in stile western, inseguimenti sconclusionati che fanno il verso ai classici cartoni americani, acidissimi scambi di battute ed altri colpi di scena assortiti, il film del fantasioso regista austriaco può apparire sfilacciato e disomogeneo a livello narrativo, il che costituisce senza dubbio un limite, ma conquista lo spettatore che intende stare al gioco con una esuberanza stilistica apprezzabile dall’inizio alla fine. Persino oltre la fine del racconto, verrebbe da dire, visto che Peter Koller sui titoli di coda si è divertito ad inserire, emulo di Jackie Chan e dei suoi compari hongkonghesi, qualche frammento di backstage; così da rendere omaggio agli altri pionieri dell’horror mitteleuropeo suoi complici, ovvero la piccola troupe che impegnandosi al massimo ha reso possibile la realizzazione di On Evil Grounds.

Voto:  7                                           Stefano Coccia

Intervista a Peter Koller
a cura di Stefano Coccia

Il tuo film, On Evil Grounds, è un sorprendente mix di generi differenti, dall’horror allo “spaghetti western”, includendo poi elementi stilistici dei cartoons e altre tracce ironiche. Puoi spiegarci meglio la tua ispirazione?

Diciamo che è  ciò con cui sono cresciuto: da un lato sono sempre stato affascinato dagli horror come The Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta), come anche dai film di John Carpenter e David Cronenberg, o dal ciclo degli zombi di George Romero. In breve: la classica adolescenza di chi ha raggiunto quell’età negli anni ’80, con la notevole diffusione del cinema horror in videocassetta, e in più tutta la roba un po’ diversa uscita fuori di recente da varie parti del mondo, come i film di Takashi Miike, Sam Raimi, Peter Jackson, Takeshi Kitano, Alex de la Iglesia, solo per nominarne alcuni. Vedi, c’è una bella combinazione di pellicole del terrore serie e di approcci contaminati, più vicini alla commedia. E poi c’è un’influenza forte di Sergio Leone. I suoi film, specialmente Il buono, il brutto e il cattivo, hanno personaggi meravigliosi e nessuno di loro è un eroe a tutto tondo, di solito sono tutti bad guys, ma qualcuno è peggio degli altri. Ho già parlato del suo stile visivo? Intendo proprio questo, rivedetevi la sequenza d’apertura di C’era una volta il west: nei primi 12 minuti non succede nulla. La sceneggiatura dice soltanto che i cattivi aspettano il treno. Ma per come è rappresentato, questo “nulla” è qualcosa di grande. Sto già divagando… Insomma, sono i registi di horror, Sergio Leone, e altre cose con cui sono cresciuto a confluire nel mio film. C’è qualcosa che si può ancora aggiungere: i cartoons di Tex Avery, Chuck Jones, Tom&Jerry, l’umorismo fuori dagli schemi dei Monty Python e le storie a fumetti come Gaston LaGaffe e Spirou & Fantasia” di Franquin o magari Calvin&Hobbes di Bill Watterson. Tutto ciò mi ha portato a vedere le cose come le vedo adesso. E tutto questo è entrato nel mio On Evil Grounds, talvolta di proposito e ancor più spesso inconsciamente. Volevo affrontare il genere horror inserendo il linguaggio dei cartoni animaci e l’aspetto visivo di uno “spaghetti western”. Se On Evil Grounds fosse stato diretto troppo seriamente avrebbe finito per assomigliare ad uno dei tanti film del filone slasher/survival, risultando così una noiosa ripetizione. Così, quella che abbiamo realizzato è la versione adulta di una puntata di Tom&Jerry!  

On Evil Grounds è il tuo primo lungometraggio, ma precedentemente avevi diretto due corti. Ce ne puoi parlare brevemente?

Il primo è stato Arafat vs. Sharon, ed era una satira dei negoziati in cui Yasser Arafat e Ariel Sharon discutevano l’accordo di pace tra palestinesi e israeliani. Il corto è ambientato in una stanza scura con un tavolo dove i due si scambiano parole sempre più dure, accuse, argomenti di discussione, fino ad arrivare a proiettili, spade laser ed esplosioni. Come puoi notare, l’influenza dei cartoons è innegabile. Ho fatto questo cortometraggio più o meno da solo con l’aiuto dei miei colleghi dell’aereoporto Enrique Sanchez-Barona, che hanno recitato entrambe le parti (con intervento dello split screen in fase di montaggio), ed io che facevo le riprese tenendo allo stesso tempo il microfono. È stato soltanto un modo divertente di scoprire se potevo fare un film dall’inizio alla fine. L’altro corto che ho realizzato è Skrypt, un lavoro dal taglio un po’ misterioso nello stile di David Lynch, con al centro uno strano manoscritto, stanze buie e gente che va fuori di testa. Quest’altro progetto è stato un tentativo di scoprire se potevo creare a livello di immagini un’atmosfera spaventosa, lavorando sugli effetti speciali e dividendo i compiti con una troupe più ampia, in modo da ottenere risultati migliori rispetto al fare tutto quanto da solo. Skrypt è anche riuscito nell’impresa di convincere il mio co-produttore Franz Novotny a sostenere la realizzazione di On Evil Grounds.

Sappiamo che solo alcuni degli interpreti di On Evil Grounds possono essere considerati attori professionisti, al di là di questo abbiamo avuto un’ottima impressione dalla protagonista femminile e dai “duri” che compaiono nel film… cosa ci puoi dire sul cast?

Per la parte del protagonista era tutto chiaro sin da quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura, ovvero l’avrebbe interpreta lo stesso Aleksandar Petrovic (“Romeo”) che aveva già recitato in Skrypt. Si pensava inizialmente che tutte le altre parti sarebbero andate ad amici e colleghi di quando lavoravo all’aereoporto. Ma quando ho realizzato che quasi tutti i miei risparmi sarebbero serviti a finanziare il film, non ho voluto prendermi il rischio di andare incontro a qualche interpretazione scadente ed ho avviato il casting tramite internet. Così solo  Aleksandar Petrovic e Andreas Svolanek (“il vecchio poliziotto”) sono rientrati nel progetto. La cosa buffa è che sapevo che Aleksandar sarebbe stato perfetto per il ruolo, ma l’ho torturato ugualmente con le sessioni di casting, tanto per accertarmi che avrebbe poi mostrato l’impegno necessario per il film ed il giusto affiatamento con l’altra metà della coppia, Birgit Stauber (“Juliet”). Così è stato. Kari Rakkola (“il folle”) ha ottenuto la parte due secondi dopo il nostro primo incontro. Qualcuno della troupe era scettico sul suo accento finlandese e pensava che nessuno l’avrebbe capito, ma il suo aspetto, il suo accento, e la sua adesione al personaggio si sono rivelate perfette per il ruolo. Lui è un incrocio perfetto del personaggio del lupo nei cartoons di Tex Avery e del cagnaccio feroce in Tom&Jerry. All’agente immobiliare (Faris Endris Rahoma) e alla coppia di hippies non ho nemmeno fatto un provino, ho semplicemente confidato nel fatto che facessero un buon lavoro e poi si sono rivelati assai utili anche nel coordinare la produzione.  

Alla fine del film vediamo scene del backstage, un po’ come accade nella tradizione cinematografica di Hong Kong, per esempio nelle pellicole di Jackie Chan. È un modello che ti piace? O avevi anche altre ragioni ?

Sono felice che tu abbia notato il nesso con Jackie Chan, sono un suo grande fan e le scene tagliate messe alla fine dei suoi film mi hanno sempre assicurato una piccola dose di divertimento in più, oltre a rivelare la bravura degli stuntmen e la qualità dell’azione. Così hai quella sensazione tipo “oddio, ma allora lo hanno fatto davvero senza effetti speciali” che migliora l’impatto del film. Nel mio On Evil Grounds volevo ottenere due cose montando gli outtakes, innanzitutto volevo mostrare che questo film non si prende troppo sul serio, e poi, considerando che molti della crew hanno partecipato alla sua realizzazione senza la prospettiva di essere pagati, volevo far sì che suonasse come un “grazie” nei loro confronti, così ognuno avrebbe avuto almeno qualche secondo di gloria. E se qualcuno nel pubblico, come hai fatto tu, nota anche la connessione con Jackie, è un motivo di soddisfazione in più.

Che tipo di effetti speciali hai usato mentre giravi il film, e in post-produzione?

Durante le riprese del film abbiamo usato appena un po’ di SFX, insomma di effetti, molto make-up sanguinolento e la “buca” dove Romeo, uno dei protagonisti, viene seppellito. La buca è stata un po’ difficile da realizzare perché abbiamo trovato acqua nel terreno dopo appena mezzo metro. Così Romeo ha dovuto sedersi in una posizione molto scomoda. In cima alla buca vi era per l’appunto una vecchia porta con una fessura per far passare la testa e pochi centimetri di polvere. Per quanto riguarda le uccisioni abbiamo tentato inizialmente di realizzare le ferite da arma da fuoco con qualche congegno che spargesse intorno il sangue, per rendere il tutto un po’ più “gore”, ma il meccanismo non funzionava e impiegavamo troppo tempo. L’unico sangue sparso con SFX è quello della pugnalata all’agente immobiliare. Lì abbiamo usato una superficie di gomma piuttosto ampia, coprendola con una giacca e piazzando le sacchette di sangue all’interno, per poi colpire con un vero coltello nei piani ravvicinati. Alla fine ero abbastanza contento che le scene violente avessero funzionato senza troppi effettacci, difatti ciò le ha rese un po’ più divertenti, immagino. In post-produzione abbiamo spinto il materiale in miniDV quanto più possibile, per ottenere la resa visiva ideale. Un deserto polveroso, spaghetti western, calore, estate: questo è ciò a cui volevo che il film assomigliasse! E siccome abbiamo girato il film a pochi minuti da Vienna, avevamo bisogno di qualche ritocco in digitale per i paesaggi o di intervenire sul colore dei palazzi sullo sfondo, per ottenere immagini che non potevamo girare in altro modo. Per me è stato molto importante far sì che voi spettatori non possiate dire dove la storia è ambientata. La sequenza finale del film è completamente in Computer Graphic. Abbiamo ripreso Birgit mentre cammina nell’ambiente originale, tutto sporco e in disordine, applicando poi sulle immagini le opportune trasformazioni in 3D. E a quel punto c’è stata la possibilità di velocizzare o rallentare alcune riprese, cancellare qualche microfono, e aggiungere digitalmente l’impatto dei proiettili. Persino per un film come questo, senza grandi effetti, vi è una marea di interventi “invisibili” che abbiamo dovuto fare per migliorarne la qualità.  

Abbiamo saputo che hai avuto realmente delle esperienze come agente immobiliare e consulente finanziario.  Dunque, quanto ti è stato utile un simile background per gli aspetti produttivi del film? E magari, se possiamo scherzare un po’, ti è servito anche come ispirazione per il losco personaggio dell’agente immobiliare?

Ah, questa è proprio divertente! Veramente all’università ti insegnano che l’immagine negativa dell’agente immobiliare, un parassita rapace e magrolino, è lontana dalla realtà, allora mettiamola così: l’immagine dell’agente immobiliare proposta dal film è molto più vicina alla verità di quanto possiate immaginare! Eh! Eh! Eh! No, parlando seriamente, aver studiato certe materie all’università, soprattutto la parte da consulente finanziario, si è rivelato utilissimo quando ho fondato la mia compagnia KOP ELEVEN, così da poter organizzare ogni cosa e mantenere il controllo su qualsiasi aspetto della produzione, senza farmi disorientare dai dettagli.

Ci sono altri registi giovani in Austria interessati all’horror come te?

Non ne conosco nessuno. No, sicuramente manca qualcuno che possa rappresentare un vero e proprio marchio di fabbrica, come il veterano John Carpenter a livello internazionale, per non parlare di registi giovani ed emergenti tipo Neil Marshall (Descent) e Alexandre Aja  (Alta tensione).

In generale ti piace il cinema austriaco? E comunque quali sono, tra i tuoi connazionali, i registi che preferisci?

Raramente vedo film austriaci, non sono di facile accesso per me, perché mi annoiano. Ci si imbatte sempre in drammi sociali o umorismo da cabaret di provincia, con esiti molto mediocri. Tutto ciò, in combinazione con il costante lamento dell’industria cinematografica austriaca, che è convinta di non ottenere abbastanza fondi statali per produrre quella roba insopportabile, contribuisce a tenermi lontano da tali film. L’unico regista che seguo volentieri è Michael Haneke, ma lui sta lavorando di più con produzioni internazionali. No, c’è solo un altro nome che potrebbe interessarmi nell’immediato futuro: Hans-Jörg Hofer. Tra l’altro ha lavorato come unit production manager sul set di On Evil Grounds e ora sta studiando alla Vienna Film Academy. Mi sembra uno da tenere d’occhio.

Potremmo concludere con qualche altra segnalazione, che riguardi sempre le pellicole e i registi horror che ammiri di più, tra i “classici” ma anche nel panorama attuale…

Bene, i “soliti sospetti” sono di sicuro quelli con cui sono cresciuto, come ho avuto già occasione di dire: John Carpenter, David Cronenberg, ed entro certi limiti quelli che poi hanno cambiato percorso come il primo Sam Raimi, Peter Jackson o Álex de la Iglesia. Occasionalmente George Romero, David Lynch e Dario Argento. Per quanto riguarda i “nuovi”: sono stato letteralmente terrorizzato da Descent di Neil Marshall, mentre Dead End di Jean-Baptiste Andrea & Fabrice Canepa si è rivelato uno scherzo magnificamente agghiacciante e Kiyoshi Kurosawa ha realizzato film davvero inquietanti. Il film più recente che è riuscito a spaventarmi tutto il tempo è stato REC, l’ho visto grazie ad una proiezione speciale del Ravenna Nightmare, in lingua spagnola con sottotitoli italiani. Per inciso non parlo nessuna di queste lingue, ma la pellicola era così intensa che non ho avuto bisogno di prestare attenzione ai dialoghi. Davvero un grande horror. Il tempo poi dirà chi questi nuovi registi lascerà n segno nel cinema di genere.

 

 

END OF THE LINE
(
Maurice DEVEREAUX)

REGIA: Maurice Devereaux
SCENEGGIATURA: Maurice Devereaux
NAZIONE: Canada
ANNO: 2006
INTERPRETI: Ilona Elkin, Nicolas Wright, Neil Napier, Emily Shelton, Tim Rozon, Nina Fillis, Joan McBride
FOTOGRAFIA: Denis-Noel Mostert
DURATA: 95’
SITO WEB


Karen, una giovane infermiera che lavora in un reparto psichiatrico, prende l’ultimo treno della notte della metro, ma il convoglio si ferma a metà galleria. Mentre le persone attorno a lei vengono brutalmente assassinate, Karen assieme ad un pugno di sopravvissuti dovrà fronteggiare forze soprannaturali e gli adepti di una setta religiosa omicida. È arrivata l’Apocalisse?

Armageddon

Se arrivasse il Giorno del Giudizio cosa succederebbe? Ognuno si troverebbe a dovere interrompere quello che sta facendo per affrontare nuove forze prepotentemente uscite allo scoperto. È quello che accade alla giovane Karen, infermiera che ha appena terminato il turno serale e confida in un tranquillo rientro a casa in metropolitana. Proprio mentre è seduta in un vagone che sfreccia nel buio, però, e dopo avere fatto amicizia con un ragazzo che l'ha difesa dai laidi approcci di un balordo, scocca l'ora x e tutto cambia. Un messaggio tramite cellulare (sic) informa gli appartenenti a una sorta di Esercito della Salvezza che il tempo per salvare le anime è limitato ma molto si può ancora fare. Peccato che per sottrarsi alle tenebre della dannazione sia necessario passare tra le lame affilate di un pugnale. Morire per purificarsi e sfuggire al Male. Un soggetto pressoché demenziale che, però, trova in Maurice Devereaux, regista, sceneggiatore, produttore e addetto al montaggio, uno stile adeguato in grado di smussare il grottesco e accentuare la tensione. Il film si sviluppa attraverso una prima parte abile nel creare la giusta climax (il sogno iniziale ha davvero la cadenza di un incubo e un salto sulla sedia è assicurato) per poi sfociare in un'avventurosa parte centrale, buia e labirintica ma non confusa, e concludersi con un gustoso cambio di prospettiva. Ciò che fa la differenza rispetto a tanti film affini, in cui un campionario di varia umanità si trova braccato e progressivamente decimato, è la solidità della sceneggiatura. Finalmente ci sono personaggi a cui affezionarsi, per cui parteggiare e temere, con cui lottare e per la cui sopravvivenza sperare. La forza dello script è nella contingenza della situazione e nel modo tutt'altro che sbrigativo con cui ogni protagonista trova il giusto risalto grazie a caratterizzazioni che rientrano sì in alcuni cliché (l'orientale cazzuta, il timido, la vergine, la virginale, il muscoloso in canottiera), ma ne prendono anche le distanze, disattendendo le aspettative. Basta pensare alla ricchezza narrativa con cui due personaggi ai bordi dello script come gli addetti alla manutenzione della metropolitana, liquidabili teoricamente con due battute, vengono invece approfonditi. Una cura che contribuisce, grazie anche alla resa del cast, alla qualità del risultato, decisamente sopra la media del genere.

Voto:  7,5                                        Luca Baroncini


Voto:  7                                           Stefano Coccia

 

THE FERRYMAN
(
Chris GRAHAM)

REGIA: Chris Graham
SCENEGGIATURA: Nick Ward - Matthew Metcalfe
NAZIONE: Nuova Zelanda/Inghilterra
ANNO: 2006
INTERPRETI: John Rhys-Davies, Kerry Fox, Sally Stockwell, Amber Sainsbury, Tamer Hassan, Craig Hall
FOTOGRAFIA: Aaron Morton
DURATA: 96’
SITO WEB


In una calda estate, un gruppo di giovani avventurieri noleggia lo yatch Dionysus, imbarcandosi per un viaggio da sogno verso le esotiche isole Fiji. Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, però, gli amici incontreranno una spaventosa forza maligna. La vacanza si trasformerà in un tremendo massacro. Il Traghettatore sta arrivando e tutti dovranno pagare!


Dagli antipodi niente di nuovo

Dalla Nuova Zelanda Chris Graham scomoda il mito greco di Caronte, traghettatore dell'Ade, per un modesto horror dagli esiti prevedibili, oltre che risibili. A dare corpo, e poco altro, alla carne da macello, un male assortito gruppo di vacanzieri a bordo di uno yacht destinato alle isole Fiji. Un S.O.S. guasterà i bagni di sole e obbligherà il gruppo a una pausa forzata in mezzo ai marosi. L'unico superstite di una nave alla deriva si rivelerà, ovviamente, portatore di un terribile maleficio. La trovata è che attraverso un pugnale le personalità si scambiano, quindi basta che il cattivo di turno infilzi il primo che gli capita a tiro perchè il male cominci il suo tour tra i componenti dell'equipaggio. La presenza di una nebbia fittissima, poi, facilità il contenimento del budget confinando il set “en-plein-air” nel perimetro di un teatro di posa, dove eterne scene madri si dilungano senza troppo mordente. Certo, potrebbe essere simpatico vedere la fighetta cinica ed egoista convertita in super-cafona, o il borghesuccio incolore ravvivato da un guizzo luciferino negli occhi, ma i caratteri sono fin da subito troppo esasperati per garantire un minimo di imprevedibilità, e quindi di interesse, ai continui cambi di prospettiva. Non aiuta di certo la recitazione da filodrammatica del cast, a partire dalla rediviva Kerry Fox (Migliore Attrice a Berlino 2001 per Intimacy), sempre fuori registro, sia nelle risate che nelle urla: a lei spetta sicuramente la palma dell'antipatia. Di banalità in banalità, tra sgranature di routine e fotografia livida (ma l'effetto "cinema verità" è ben lungi) c'è posto pure per il solito trauma da rimuovere e per un brutto, ma tutt'altro che pauroso, mostricione in latex. Unica nota positiva il finalissimo, che chiude il film con inaspettata ironia. Ovviamente non basta una nota di colore per risollevare il film dal grigiore in cui stagna.

Voto:  4,5                                            Luca Baroncini


Voto:  5                                        Stefano Coccia

 

HATCHET
(Adam GREEN)

REGIA: Adam Green
SCENEGGIATURA: Adam Green
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2006
INTERPRETI: Joel Moore, Tamara Feldman, Deon Richmond, Kane Hodder, Mercedes McNab, Parry Shen, Joel Murray, Joleigh Fioreavanti
FOTOGRAFIA: Will Barratt
DURATA: 85’
SITO WEB


Turisti a New Orleans. Alcuni di loro, annoiati dalla festa cittadina a base di ragazze facili, alcool e negozietti voodoo, hanno la bella idea di imbarcarsi in uno scalcinato tour delle paludi. Ma non sanno che tra le tante leggende posticce raccontate dalla guida ce n’è una, quella di Victor Crowley, più vera di quanto possano immaginare. E non sarà piacevole rimanere isolati nelle paludi della Louisiana, non lontano dalla dimora di quel ragazzone deforme e assetato di sangue…

Diamoci un taglio (possibilmente d’accetta)

L’accetta promessa dal titolo, nonché dalla locandina, colpirà nei momenti opportuni, alternandosi ad altre sevizie mortali e concedendo agli amanti dello splatter le copiose dosi di emoglobina che il filone richiede; ma prima che la mattanza vera e propria abbia inizio vi è spazio per spunti da teen movie più gaio e ridanciano, nonché per un prologo brutale: tra le prime vittime della furia omicida scatenatasi nelle paludi della Louisiana vi è infatti l’intramontabile Robert Englund! Mister Nightmare in persona ci ha quindi regalato un apprezzatissimo cameo, peccato solo che esca di scena così presto.
Per il resto, c’è da dire che Adam Green riesce a mescolare gli ingredienti con una certa disinvoltura. Vi è un accento parodico che non dispiace nell’assemblaggio della piccola spedizione, che vediamo avventurarsi tra le paludi alla ricerca di brividi a buon mercato per poi imbattersi nella spaventosa figura di Victor Crowley, una macelleria ambulante che non lascerà scampo. Tutto sommato il tratto più riuscito del film è proprio l’alternarsi di toni da commediola adolescenziale, dovuti all’interazione tra i componenti più pittoreschi del gruppo, e di elementi direttamente riconducibili alle consuetudini dello slasher, con la progressiva eliminazione di personaggi braccati e fatti a pezzi in svariati modi.
“It’s not a remake, it’s not a sequel, and it’s not based on a Japanese one”. Così recita lo slogan posto sulla locandina, ma se il prodotto in effetti si distanzia dai troppi sequel scadenti e dai piatti remake delle più ispirate pellicole nipponiche o europee, l’originalità di Hatchet è un concetto tutto da verificare. Divertono senz’altro le fasi preparatorie del massacro, con scambi di battute frizzanti tra i personaggi coinvolti, o le prime apparizioni del mostruoso Victor Crowley (compreso il flashback che ne dichiara i natali), ma il gioco alla lunga si fa ripetitivo e a parte alcune spettacolari uccisioni la sceneggiatura mostra sul finale di avere il fiato corto.

Voto:  6                                           Stefano Coccia

 

THE LIVING AND THE DEAD
(Simon RUMLEY)

REGIA: Simon Rumley
SCENEGGIATURA: Simon Rumley
NAZIONE: Inghilterra
ANNO: 2006
INTERPRETI: Roger Lloyd-Pack, Leo Bill, Kate Fahy, Sarah Ball, Neil Conrich
FOTOGRAFIA: Milton Kam
DURATA: 83’
SITO WEB


Il dramma di Donald Brocklebank, un lord decaduto ormai travolto dai debiti, che assiste impotente allo sgretolarsi della propria famiglia, con la moglie gravemente malata e un figlio, James, la cui mente malata desta ulteriori preoccupazioni. Quando lo schizofrenico James non saprà più distinguere la realtà da fantasie sempre più macabre e morbose, il delirio sarà completo.


La caduta della casa Brocklebank

Da un lato è pienamente condivisibile che al Ravenna Nightmare 2007 il premio per il miglior lungometraggio, l’Anello d’Oro, sia andato all’ottimo The Ugly Swans di Kostantin Lopushansky. Ma per il resto non dispiace che la spaccatura creatasi in giuria abbia portato ad una Menzione Speciale per The Living and the Dead, forse la visione più angosciante di tutto il festival.
Simon Rumley si aggiunge così a quella fitta schiera di cineasti britannici che in questi anni hanno saputo stupire, partendo spesso da un budget bassissimo ma evidenziando come la qualità delle idee, se associata ad interpreti adeguati e locations ricche di suggestioni, possa fare miracoli. The Living and the Dead è in tal senso un film davvero scioccante. A partire dall’ambientazione, una residenza dall’architettura severa e dalle stanze fatiscenti persa nella brughiera inglese, la pellicola di Rumley accumula segni perturbanti a profusione, trovando poi in alcuni elementi del cast, davvero encomiabili, la chiave di volta per proporre in modo agghiacciante i misteri di una mente turbata. I criteri della rappresentazione oscillano di continuo tra realtà e stati allucinatori, accompagnando così i deliri di James, un giovane schizofrenico. Si rimane perciò atterriti dalla natura, assai disturbante, dei contatti fisici, con particolare riferimento a quelli che il ragazzo intrattiene con altri membri della famiglia, Lord Brocklebank suo padre ma soprattutto Nancy, la madre costretta a letto da una grave malattia. Ed è proprio quando Donald Brocklebank, assediato dalle difficoltà finanziare, è costretto ad allontanarsi dalla solitaria dimora, che le turbe psichiche dello sventurato James prendono il largo, spingendolo a tormentare la madre nell’illusione di potersi sostituire all’infermiera per le cure a lei necessarie. Gli stati alterati di coscienza del ragazzo sono resi magnificamente dalle parentesi allucinatorie e da un montaggio compulsivo, quasi ipnotico, che enfatizza il ripetersi meccanico dei gesti; e lo fa così bene da ricordare, a tratti, certe cifre stilistiche di Darren Aronofsky, specialmente quello di Requiem for a Dream. La rovina della casata per l’ormai decaduto Lord Brocklebank si avvicina a velocità spaventosa, lasciando un profondo senso di smarrimento.

Voto:  7,5                                      Stefano Coccia

 

LE MADRI NERE
(Silvana ZANCOLÒ)

REGIA: Silvana Zancolò
SCENEGGIATURA: Silvana Zancolò (ispirata al romanzo Le Madri Nere di Pascal Françaix)
NAZIONE: Italia
ANNO: 2007
INTERPRETI: Beth Winslet, Harvey J. Williams, Bonny Ambrose, Laurence Belcher, Rod Hallet
FOTOGRAFIA: Pier Luigi Santi
DURATA: 90’
SITO WEB


Maurice Dumont è un bambino di 9 anni con una strano legame tra questo mondo e quello ultraterreno. La madre Marie, distrutta dal dolore per la morte al momento della nascita del fratello gemello di Maurice, cede all’influenza occulta dell’enigmatica Madame Armand. La donna costringe il piccolo Maurice a diventare una sorta di medium con l’aldilà.

Indietro nel tempo

Un film girato in Italia, ambientato in Francia e parlato in inglese. La giovane torinese Silvana Zancolò (classe 1972) prova a distaccarsi da omologazioni e rigidità del panorama cinematografico nostrano con un film di quasi "genere". Siamo infatti dalle parti dell'horror, o comunque del soprannaturale, con un bambino dai poteri medianici capace di entrare in contatto con il fratello gemello morto prematuramente. Più della storia, però, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Pascal Françaixe, e del tentativo delle madri del titolo di sfruttare il talento del piccolo per rincontrare i propri defunti, ciò che colpisce della messa in scena della Zancolò è la capacità di creare un'atmosfera. Per un'ora e mezza si entra negli anni Quaranta di un piccolo paese francese di montagna, nei silenzi di intere giornate trascorse a sbrigare le faccende e ad attendere che il tempo passi portando possibilmente buone notizie, con gli uomini quasi del tutto assenti perchè in guerra e le donne a piangere i tanti lutti della famiglia. C'è un apprezzabile pudore nello stile della regista, che non aderisce ad alcun modello ma crea un'opera molto personale e sentita. Non tutto è a fuoco nel risultato, alcuni personaggi sono un po' troppo scritti (la coppia evoluta composta dalla lei medico e dal lui insegnante), il finale arriva insieme prevedibile e sbrigativo, una patina televisiva rischia di ingessare la narrazione, ma il racconto colpisce proprio per la sensazione di piena immersione in un'altra epoca. Determinante, al riguardo, il contributo delle musiche evocative di Paolo Marzocchi, della fotografia di Pierluigi Santi e della efficace semplicità di costumi e scenografie. Discorso a parte per gli effetti speciali. Riescono ad armonizzarsi grazie a un tratto felicemente incerto (un sofisticato utilizzo della computer grafica sarebbe risultato stridente), ma creano immagini, e quindi suggestioni, un po' stereotipate.

Voto:  6                                       Luca Baroncini


Cordone ombelicale

L’approdo delle madri nere sul grande schermo, avvenuto per opera della piemontese Silvana Zancolò, ha destato sin dall’inizio grande curiosità, non fosse altro che per la piacevole anomalia rappresentata dalla presenza di un’opera italiana in concorso al Ravenna Nightmare. Mentre da noi l’horror continua, purtroppo, ad essere un sentiero poco battuto e comunque impervio, la giovane autrice ha dimostrato di avere la personalità adatta per ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama del cinema di genere.
Ispirato al tetro romanzo di Pascal Françaix, Le madri nere (The Shadow Within) è un film non privo di difetti, di cui si fa però apprezzare sin dalle prime scene lo stile, la capacità della regista di affrescare un mood cupo e carico di turbamenti. Nell’aria vi è qualcosa di molto opprimente, qualcosa che condiziona in modo pesante l’atmosfera del piccolo paese dove si svolge il racconto. Gli uomini sono partiti per la guerra. Al contempo si nota il disagio di alcune donne che hanno perso i figli in tenera età. Ancora più particolare è la situazione del piccolo Maurice Dumont, verso il quale la madre mostra grande severità, evidenziando poi un attaccamento morboso verso il ricordo dell’altro gemello, morto durante il parto. È lo stesso Maurice, dotato di una sensibilità fuori dal comune, ad avvertire la presenza minacciosa del fratello e di altri spiriti irrequieti. L’elemento fantastico si intreccia così coi presupposti di un thriller psicologico lontano da ogni schematismo, nel tratteggiare figure tormentate e succubi di un certo clima emotivo; come ad esempio le altre madri nere, che finiranno presto per coinvolgere Maurice nelle loro sedute spiritiche, affinché lui le metta in contatto con le anime dei propri figli, scomparsi tragicamente. Nella costruzione dell’atmosfera si notano alcuni tocchi di classe, come la sequenza del funerale di un ragazzo, impreziosita da quella visione in cui le radici di un albero del cimitero appaiono al protagonista come cordone ombelicale. Non altrettanto incisivo appare il film quando la computer grafica materializza le ombre dei defunti e altri fenomeni soprannaturali; o perlomeno tali scene hanno un esito diseguale, talvolta angosciante, talvolta un po’ scontato e prevedibile. Ma nell’insieme la tensione sprigionata da Le madri nere viene messa elegantemente a profitto da Silvana Zancolò, cui va infatti aggiunto il merito di aver ben gestito un cast internazionale, capace di assicurare la giusta drammaticità al racconto.

Voto:  6,5                                        Stefano Coccia

Intervista a Silvana Zancolò
a cura di Stefano Coccia 

Potresti dirci qualcosa sul romanzo cui si ispira Le madri nere, tuo secondo lungometraggio, riassumendo ciò che ti aveva maggiormente colpito di tale lettura?

Mi sembra nel lontano 2000 o 2001 comprai uno dei primi libri della collana Meridiano Zero, il cui titolo, appunto, era Le madri Nere. Ci furono subito tre cose nel romanzo che mi affascinarono e che trovai avessero una certa affinità con la mia visione. La prima fu la storia raccontata dal punto di vista di un bambino, Maurice: un punto di vista che, salvo qualche encomiabile film del passato, non ha avuto un grande sfruttamento nel genere horror. Maurice mi affascinò anche per l'esplicita doppiezza del suo personaggio: attraverso di lui vive infatti anche il fratello Jacques, che nel romanzo, scritto sotto forma di diario del protagonista, appare come suo alter ego, tanto che dubitiamo fino alla fine della sanità mentale del ragazzino. Nel film Jacques diventa un vero e proprio personaggio horror, una presenza fisica che si muove nell'ombra, e questo grazie anche alla tecnologia degli effetti visivi. Questa direi che è poi la differenza più grande tra il romanzo e il film: il fatto che io abbia privilegiato la dimensione horror o fantastica, metafisica, a scapito di quella psicologica che era là presente. Ma il film era partito con questa idea: fare un horror d'atmosfera, un po' sul genere del “Bacio della pantera” o de “L'uomo leopardo”, insomma un horror elegante. La seconda cosa che amai subito furono i caratteri femminili. La madre di Maurice, che nel libro si chiama Ginette e nel film Marie: una madre incapace di superare il trauma della morte dell'altro figlio e quindi di staccarsi dal proprio dolore; possessiva e despota nei confronti del sopravvissuto. Poi naturalmente, i personaggi delle altre Madri nere: anche loro ricadute nella ragnatela del passato alla scoperta che Maurice può comunicare con i propri perduti figli, e così in essa intrappolate. Anche in questo caso il film forza la mano in direzione horror: nel libro le sedute spiritiche rimanevano non concluse, nel film hanno un inizio e trovano una giusta fine. Il personaggio della dottoressa è invenzione del film: serviva il riferimento buono, normale e al quale Maurice si potesse affezionare. Invenzione del film è anche il paese spopolato di figure maschili a causa della guerra, e per il quale la storia è stata spostata nel tempo avanti di dieci anni. Il paese è così un poco più decadente e incattivito, cosa anche questa che, credo, aiuti a dare un'atmosfera più perturbante al film.

Come ti sei mossa per la ricerca di locations che si adattassero bene al racconto, e quanto tempo è durata questa fase?

La vicenda di come e dove lo scenografo e io abbiamo trovato le locations è piuttosto anomala. Quando si parlava ancora di girare Shadow senza sapere né quando né come, volli fare un book con delle fotografie che gettassero le coordinate per delle ricerche future. Lo scenografo e io, durante una passeggiata domenicale, trovammo il luogo da fotografare a Lanzo Torinese: quelle foto furono quindi la base di ricerche successive che, per motivi di produzione, si sarebbero dovute svolgere in Bulgaria. Ovviamente, come spesso nel cinema avviene, nulla di questo accadde secondo previsioni, e due anni dopo la prima ricerca ci trovammo a girare proprio a Lanzo!

Nel cast, omogeneo e ben congegnato, si nota la presenza di diversi attori anglosassoni. Come mai questa scelta?

Per due motivi principali: uno artistico e un secondo distributivo. Il motivo artistico è che cercavo attori con caratteristiche somatiche algide e ferme nel tempo, per ricostruire un paese che desse l'idea di un luogo montano aspro e gelido nel Sud della Francia. Il motivo distributivo è che l'horror in Italia è un genere di nicchia che rischia di non ripagarsi; girarlo in inglese significava allargare di molto il raggio d'azione distributivo.

L’atmosfera opprimente che si respira nel film è molto ben delineata… A quali modelli cinematografici ti senti più vicina, facendo riferimento al variegato universo dell’horror e del thriller psicologico?

Non sono certa di saperlo, magari i modelli ci sono, ma non so quanto io ne possa essere conscia. Credo che una certa influenza possano averla esercitata, quando ero ancora molto piccola, alcuni film di Tourneaur, Siodmak, Hitchcock, Laughton. E per citare i non morti, nel cinema inglese ho visto parecchi horror atipici interessanti; gli inglesi hanno una certa inclinazione al perturbante: “Riflessi sulla pelle” per esempio. E poi c'è tanto altro ovviamente, dall'America alla Corea... io sono onnivora.

Qualche perplessità, invece, è emersa da parte nostra nei momenti che prevedono il ricorso alla computer grafica, per dare vita ad inquietanti “presenze”. Come sono state impostate tali scene?

Naturalmente vorrei sapere esattamente le perplessità per risponderti al meglio, ma forse intuisco e comincio con l'assumermi la “colpa”: per me The Shadow Within, prima che un horror o un thriller soprannaturale, come è stato definito, è una favola nera: un dark tail. Nasce dalla mente di un bambino di nove anni, è il suo incubo, e il gemello-ombra (Jacques) è la rappresentazione delle sue paure. Con questa premessa abbiamo lavorato sull'ombra di Jacques come in un cartoon: è stata spesso disegnata a mano da un animatore di cartoni animati e poi “riempita” col 3D per dargli, appunto, tridimensionalità e materia.

Quale era il soggetto del tuo precedente lungometraggio, La Radice del Male?

La Radice del Male narra la storia di una donna (Andrea) che, in seguito ad un incidente in cui ha perso la memoria e che l'ha sfigurata, decide di ritirarsi in una casa ereditata da uno zio morto suicida. Lo zio era uno studioso di piante psicotrope, che coltivava nella serra adiacente alla casa, dove Andrea inizia, grazie alle istruzioni lasciatele dallo zio, a sperimentare su di sé l'effetto di tali piante...

Che effetto fa essere l’autrice dell’unico film italiano selezionato per il Concorso Internazionale del Ravenna Nightmare, un festival così caro agli appassionati del cinema di genere?

Fa sentire soli...e qualche volta pure abbandonati. Vorrei tanto aver aperto una porta a chi segue...

In questo momento stai lavorando a un nuovo film?

Purtroppo non ho ancora completamente finito questo! Molti anni fa un signor tecnico del suono di lunga esperienza mi disse: Silvana, sei sicura di volere fare cinema, sai, i film sono “inizio senza fine”. Appunto.

 

 

ROUGH CUT
(Todd KLICK)

REGIA: Todd Klick
SCENEGGIATURA: Sean Gaston - Todd Klick
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2006
GENERE: Documentario
FOTOGRAFIA: Jim Hollenbaugh
DURATA: 90’
SITO WEB


Il 10 gennaio 2003 una donna viene trovata uccisa nella sua casa in Pennsylvania. Otto mesi prima un film indipendente era stato girato nelle vicine Appalachian Trail. Come sono collegati tra loro questi due avvenimenti?


Un mistero senza mistero

Il "mock-documentary", detto sinteticamente "mockumentary", continua a trovare proseliti. Si tratta della accurata documentazione di fatti spacciati per realmente accaduti in realtà completamente inventati. Il più famoso e imitato resta The Blair Witch Project, ma puntualmente qualcuno ci riprova. Questa volta a rinverdire i fasti del sotto-genere è l'americano Todd Klick, che imposta un'indagine su un misterioso omicidio avvenuto in Pennsylvania. La vittima è una donna, sposata a un uomo che qualche mese prima aveva collaborato alla realizzazione di un film horror ambientato nei vicini Monti Appalachi. Il film procede seguendo lo schema classico del documentario, con molteplici interviste incrociate dei tanti che hanno qualcosa da dire sulla vicenda: familiari, amici, poliziotti, investigatori, oltre a tutti gli attori reclutati per girare il film nel film. Gli unici due che non vengono mai interpellati sono il regista dell'horror casereccio e il marito, il che fa sorgere subito qualche sospetto e mette in evidenza il limite maggiore dell'opera: la distanza tra le intenzioni di costruire una progressione avvincente e il risultato soporifero. La forma utilizzata appare infatti un vezzo mal gestito che poco aggiunge e molto toglie alla veridicità dei fatti raccontati. Non basta tacere informazioni allo spettatore per suscitarne la curiosità. Diventa presto evidente, infatti, che tutti i personaggi conoscono già lo svolgimento degli eventi, insomma, sanno già chi è l'assassino. Perchè allora non parlarne nel corso delle tante interviste? Perchè svelerebbe il mistero e renderebbe inutile girarci attorno per una interminabile ora e mezza. Che purtroppo non ci viene risparmiata.

Voto:  5                                               Luca Baroncini


Il cameraman e/è l’assassino?
Patologie di un film-maker

Per molti il vero oggetto misterioso del festival. Nel senso che al termine della proiezione parecchi tra gli spettatori, gli addetti ai lavori, e gli stessi registi ospiti del festival sono stati sorpresi a interrogarsi su un dato non proprio secondario: quello che gli autori Todd Klick (regista) e Sean Gaston (sceneggiatore) ci hanno proposto è un vero e proprio documentario, o si tratta piuttosto di un mockumentary, di una ricostruzione fittizia? Sospetti di natura differente si accumulano durante la visione, un po’ per le caratteristiche paradossali ed estreme del caso che viene illustrato, ma ancor più per quella ricerca del dettaglio iper-realistico, per quel timbro quasi caricaturale nell’insistere sugli aspetti più cinici e morbosi della vicenda, che caratterizzano tanto i commenti generali che l’impostazione delle interviste.
Da una sommaria ricerca su internet sembrerebbe che i fatti in questione siano realmente accaduti, ma lasciamo almeno in parte il beneficio del dubbio. L’oggetto di Rough Cut è in ogni caso l’omicidio assurdo e brutale di Randi Trimble, che a quanto pare sarebbe stata accoltellata ben 27 volte e strangolata con un filo elettrico, solo per essersi trovata al centro di un folle intreccio, in base al quale le motivazioni personali degli assassini e la realizzazione di un film indipendente in Pennsylvania appaiono intimamente legate. Già, perché la povera ragazza era stata coinvolta pochi mesi prima nelle disastrose riprese di Through Hike: a Ghost Story, lungometraggio concepito sulla scia di The Blair Witch Project che avrebbe dovuto rivelare al mondo il talento (presunto) del venticinquenne cineasta Blaine Norris. Ma la fallimentare escursione della troupe sui monti Appalachi aveva finito invece per evidenziare l’impreparazione dello sprovveduto film-maker, trovatosi per giunta a corto di soldi nel momento di portare a conclusione il proprio lavoro. Ed è così che Rough Cut prende forma quale insano “backstage”, col profilarsi di un omicidio sullo sfondo. Difatti il rapporto amichevole di Blaine col marito di Randi Trimble, coinvolto anche lui nella produzione del film e animato da sentimenti sempre più morbosi e contraddittori nei confronti della propria compagna di vita, avrebbe ispirato loro un piano perverso… Superando ora la logica del “vero o falso?” da cui siamo partiti, resta da dire che è l’esposizione degli eventi ad infastidirci maggiormente, con la continua sovrapposizione di particolari sottolineature retoriche. Il sensazionalismo regna sovrano. Da un lato si rende omaggio alla vittima, scavando nella sua vita privata col passo elefantiaco di un qualsiasi talk show televisivo, impregnato magari di istanze martirologiche; mentre per l’assassino e il suo mandante si insiste molto sugli aspetti che ne mettono in luce l’immaturità, gli interessi più o meno maniacali, i gusti simili a quelli di tanti nerds già abitualmente sbeffeggiati da una miriade di teen movies. La domanda sorge spontanea: ce n’era veramente bisogno?

 Voto:  4,5                                          Stefano Coccia

 

SEED
(Uwe BOLL)

REGIA: Uwe Boll
SCENEGGIATURA: Uwe Boll
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2007
INTERPRETI: Michael Paré, Will Sanderson, Ralf Moeller, Jodelle Ferland, Thea Gill, Andrew Jackson, Brad Turner
FOTOGRAFIA: Mathias Neumann
DURATA: 90’
SITO WEB


Sam Seed, un pazzo assassino, è condannato a morte per mano di Warden Wright. Prima che l’esecutore prema l’interruttore, Wright domanda a Seed: “Hai qualche ultima parola?” e Seed risponde: “Ci vedremo di nuovo!”. Dopo tre scariche elettriche, con il sangue che esce dagli occhi, il condannato continua a respirare. Il boia, Wright e il dottore, collettivamente d’accordo, decidono però di dichiararlo morto. L’uomo viene così sepolto vivo. La sua vendetta sarà terribile.


Nudo e crudo

Un nuovo serial killer si aggira tra gli schermi ed è destinato a lasciare il segno. Sembra impossibile poter aggiungere qualcosa di rilevante ai chilometri di pellicola impressionati da nefandezze di ogni tipo, ma il tedesco Uwe Boll (autore di film tutt’altro che memorabili come Alone in the Dark e House of the Dead) riesce a distaccarsi dalla patina rassicurante di tanto cinema mediocre. Le armi che usa non sono delle più leali, ma l'effetto shock è garantito. Certo, si dirà, è facile scuotere dal torpore mostrando l'orrore senza filtri, nella sua nuda crudeltà, ma il coraggio di Boll nel non cedere a nessun compromesso giustifica la gratuità di certe scelte. A partire dai discutibili titoli di testa che scorrono insieme a immagini di reali torture su animali, fino a una didascalia che è una chiara dichiarazione di intenti ("Tutto ciò che nasce è degno di essere distrutto"). "Seed è un film sull’esistenza umana. Non è un film horror divertente", dichiara Boll, e il suo tentativo è quello di non circoscrivere il male dandogli motivazioni, giustificazioni e vie di fuga, ma palesandolo nella sua efferatezza. La storia pesca a piene mani nel già visto, con un temibile omicida seriale assetato di vendetta, prima catturato e poi in fuga, ma fin da subito colpisce lo stile asciutto e insieme carico di Boll: pochissimi dialoghi, la dominante del buio ma al contempo la efficace stilizzazione delle coordinate dell’azione attraverso frenetici movimenti della m.d.p manuale, l’assenza di psicologismi, qualche eccesso fumettistico (il poliziotto a bordo del motoscafo che raggiunge l'isola prigione - il vicino di cella del serial killer - l'uscita dalla bara) e alcune sequenze destabilizzanti difficili da dimenticare. Su tutte, oltre a qualche pugno nello stomaco ben assestato e al perfido finale, il sadico piano sequenza che mostra l’uccisione brutale di una signora legata a una sedia, presa a martellate in micidiale progressione. Minuti difficili da digerire che superano consapevolmente la soglia di ciò che può essere replicato attraverso l'utilizzo delle immagini e creano un legame con la morbosità dello spettatore sfidandone il compiacimento. Rispetto alla scia aperta da Hostel, c'è l'assenza di qualsiasi ammiccamento cinefilo e una maggiore onestà nel trattare una materia sanguinosa che non diventa mai gioco. L'orrore resta orrore, dall'inizio alla fine. Può non piacere, disturbare, shockare, irritare, ma ha un suo perchè e non bara.

Voto:  7                                               Luca Baroncini


Homo homini lupus

Seed è un film che sa farsi parecchio odiare. Noi invece non amavamo particolarmente Uwe Boll quando le sue potenzialità registiche erano represse da produzioni horror estremamente banali, standardizzate, quali potevano essere House of the Dead e Alone in the Dark. Qui sembra invece che il regista tedesco abbia avuto finalmente la chance di affermare qualcosa di personale, e per quanto i detrattori di Seed avranno molto da ridire in proposito, la sua evidente volontà di scioccare non è fine a se stessa, arriva diretta al bersaglio.
In questo atipico film sulla figura del serial killer, l’idea di rappresentare la bestialità dell’uomo a tutti i livelli è introdotta da una prima provocazione, l’utilizzo di immagini delle torture agli animali filmate in paesi come la Cina e recuperate presumibilmente attraverso uno dei tanti siti che le diffondono. Un primo pugno allo stomaco. Ma non rimarrà un caso isolato, perché Uwe Boll nello sviluppare a livello di fiction il personaggio di Seed finirà per sottolineare spesso la sua cattiveria gratuita, il sadismo; e soprattutto quel voyeurismo perverso da lui soddisfatto attraverso una videocamera, posta a documentare l’agonia di vittime lasciate a morire di fame in celle predisposte per l’occasione. Non solo. In una scena successiva ci si rende di come l’autore voglia anche spostare in avanti la soglia di ciò che è possibile mostrare sul grande schermo, osando un piano-sequenza di rara crudeltà per ricostruire una delle uccisioni più brutali: una donna anziana legata alla sedia e Seed che comincia a colpirla con un martello, prima piano, poi sempre più forte fino a sfasciarle la testa. Il passaggio nel corso della mattanza dal pro-filmico nudo e crudo agli interventi della Computer Graphic svela “innocentemente” la finzione, ma non attenua l’orrore. Così come la fosca parabola sulla bestialità umana non si era placata affatto con l’arresto del serial killer, perché al momento opportuno i tutori dell’ordine dimostreranno di non essere estranei alle stesse propensioni sadiche e violente esibite dallo spietato antagonista, divenuto loro prigioniero… e così, tra colpi bassi e rovesciamenti continui delle aspettative classiche dello spettatore, ci si avvia verso una conclusione particolarmente cupa.

Voto:  7,5                                               Stefano Coccia

 

SUMMER SCARS
(Julian RICHARDS)

REGIA: Julian Richards
SCENEGGIATURA: Julian Richards - Al Wilson
NAZIONE: Gran Bretagna
ANNO: 2007
INTERPRETI: Kevin Howarth, Ciaran Joyce, Amy Harvey, Jonathan Jones, Darren Evans, Christopher Conway, Ryan Conway
FOTOGRAFIA: Bob Williams
DURATA: 76’
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Nella piccola comitiva di adolescenti, che alla routine scolastica ha preferito una giornata di libertà nei boschi, si accende la rivalità tra Bingo e Paul, determinati entrambi ad imporsi come leader e a fare colpo sulla ragazza del gruppo, Leanne. Ma in questo confronto ad alto livello testosteronico irrompe Peter, uno sbandato che prima si conquista le simpatie della banda e poi ne approfitta per sfogare la propria aggressività sui ragazzi, sempre più terrorizzati. Si intuisce che il gioco finirà male, in un modo o nell’altro…

Cicatrici poco profonde

Julian Richards è uno dei registi più rappresentativi di quella “new wave” inglese che negli ultimi anni ha proposto un modello di cinema indipendente indubbiamente vitale, aperto alle contaminazioni di genere, flessibile e ingegnoso dal punto di vista produttivo. Tra le tante figure interessanti espresse da tale cinematografia, lo stesso Richards si era fatto notare in una delle prime edizioni del Ravenna Nightmare con The Last Horror Movie, interpretato da quel Kevin Howarth, peraltro bravissimo, che abbiamo poi ritrovato in Summer Scars. Ma questo ritorno a distanza di anni ha lasciato qualche perplessità. Se la semplicità della macchina produttiva, con attori giovani e motivati al servizio di una storia forte, è un dato di fondo che continua a trovare consensi, il risultato finale è parso in questo caso inferiore alle aspettative.
Kevin Howarth, come dicevamo prima, è piuttosto convincente nell’impersonare l’adulto disturbato che trovandosi di fronte un gruppetto di adolescenti inizialmente spavaldi, e poi sempre più spaesati, trova il modo di imporre la propria aggressività attraverso una serie di piccole violenze fisiche e psicologiche. Ma il regista, che pure dichiara di essere molto legato al soggetto per via di alcune brutte esperienze vissute da giovanissimo, sembra affrontare l’argomento in modo un po’ pretestuoso, permettendo che nella rappresentazione di situazioni al limite si avverta un compiacimento talvolta fuori luogo. L’impressione non positiva che il taglio “borderline” sia costruito un po’ troppo a tavolino trova conferma in quei piccoli scarti stilistici, che sottraggono sincerità all’operazione. Summer Scars archivia infatti nelle scene di maggiore impatto un accento drammatico, realistico, apparentemente senza filtri, che contrasta abbastanza con certe sottolineature decisamente più ”glamour”; ad esempio le stesse immagini che accompagnano i titoli di testa, rimarchevoli giusto per le note hip hop e il montaggio sbarazzino, così poco in sintonia col resto del film.

Voto:  5,5                                           Stefano Coccia

 

THE UGLY SWANS - GADKIE LEBEDI
(Kostantin Lopushansky)

REGIA: Kostantin Lopushansky
SCENEGGIATURA: Kostantin Lopushansky - Vyacheslav Rybakov
NAZIONE: Russia
ANNO: 2006
INTERPRETI: Gregory Hlady, Leonid Mozgovoy, Aleksei Kortnev, Rimma Sarkisyan, Laura Lauri, Sergei Barkovsky
FOTOGRAFIA: Vladislav Gurtchin
DURATA: 105’
SITO WEB


Lo scrittore Victor Banev, ottenuto dalle autorità un permesso speciale, torna in quella città il cui volto nel frattempo è completamente cambiato: strani fenomeni, tra cui un’alluvione inarrestabile, sono comparsi dopo l’arrivo degli Aquatters, misteriosi esseri che per alcuni costituiscono una minaccia, per altri una speranza. La loro origine è materia di discussione per scienziati e militari, ma che essi siano del tutto estranei al nostro mondo o semplici mutanti, i poteri mentali di cui sono provvisti li rendono irrimediabilmente diversi. Victor vorrebbe incontrarli, sapendo che il suo governo si appresta a spazzarli via, anche perché sua figlia fa parte dei ragazzini accolti dagli Aquatters in una scuola particolare, da loro istituita per trasmettere alle nuove generazioni conoscenze e punti di vista inediti per il genere umano.

Paura del diverso

Stile d’altri tempi. The Ugly Swans (Gadkie Lebedi) segna il ritorno di un maestro del cinema russo non molto prolifico e da noi ancora poco conosciuto, quel Kostantin Lopushansky che già nel 1986 si fece apprezzare oltre i confini della vecchia Unione Sovietica con l’apocalittico Pisma myortvogo cheloveka (Letters from a Dead Man). Non a caso Lopushansky, considerato un allievo di Tarkovskij, si ripresenta a distanza di cinque anni dall’ultima regia con un film ispirato al romanzo omonimo dei fratelli Arkadi e Boris Strugatsky, ovvero gli stessi di Stalker, rispetto al quale si avverte qui una certa contiguità formale e tematica. Più in generale The Ugly Swans sembra riproporre le fascinazioni e il tono riflessivo della fantascienza a carattere filosofico degli anni ’70, quella che in Europa Orientale finì per ibridarsi con la complessa poetica di uno dei più grandi autori cinematografici del recente passato, per l’appunto Andrej Tarkovskij. Per quanto riguarda i contatti del regista con la letteratura di genere il riferimento non può limitarsi a Stalker, ma va ovviamente allargato a Solaris, opera del polacco Stanislaw Lem. Sebbene Lem ambienti parte del suo capolavoro in orbita, mentre gli Strugatsky tanto in Stalker che in The Ugly Swans hanno scelto di collocare il loro mistero nella Terra dell’immediato futuro, vi è in tutte queste opere la tensione comune verso un percorso conoscitivo articolato e sofferto, aperto verso nuove dimensioni dell’esistenza, ed ostacolato al contempo dall’autoritarismo latente di una società umana non preparata al cambiamento. O perlomeno questi sono gli elementi dei rispettivi romanzi su cui autori come Tarkovskij e Lopushansky, con le differenze del caso, hanno puntato maggiormente, sviluppando poi implicazioni più profonde.
Quanto detto finora dovrebbe suggerire l’eccezionalità di una pellicola come The Ugly Swans nel panorama cinematografico attuale: le dilatazioni temporali, lo studio attento delle inquadrature, il prolungarsi di carrellate ipnotiche lungo paesaggi post-industriali o cosparsi di altri segni perturbanti, il carattere artigianale e fondamentalmente naif delle scene in cui si rivela il fantastico, la fotografia pronta a virare verso cromatismi che di volta in volta sottraggono o fanno acquistare calore alla messinscena, sono tutti fattori indicativi di un linguaggio filmico che oggigiorno sono in pochi a poter padroneggiare. Nonostante una prolissità difficilmente contestabile, il lungometraggio di Lopushansky ha tutte le carte in regola per affascinare lo sguardo e sedurre le menti attraverso una detection particolarmente enigmatica, sfuggente, che dà quasi l’impressione di girare a vuoto allorchè il protagonista Victor Banev si scontra col mistero rappresentato dagli Aquatters. Nella città invasa dalle acque non sono soltanto loro a creare apprensione: la figlia di Victor è tra quei ragazzi che vengono educati proprio dai mutanti, secondo una saggezza e una capacità di instaurare relazioni empatiche ancora sconosciute alla razza umana, per cui la compattezza e la disinvoltura dell’intero gruppo nell’affrontare un dibattito filosofico con lo stesso Victor, scrittore invitato a visitare il loro istituto, desta subito grande impressione. Un po’ come se quel nucleo altrettanto solidale di ragazzini biondi dai poteri non umani, descritto in modo agghiacciante ne Il villaggio dei dannati, fosse stato riesumato ma con finalità e propensioni del tutto opposte: non distruggere, in questo caso, ma istruire e rinnovare il genere umano. Se Victor almeno si sforza di comprendere tutto questo, dalla posizione subalterna di alfiere del vecchio mondo in rovina, le gerarchie politiche e militari progettano invece, nella loro ottusità, di venire a capo del problema bombardando la zona. Annientare la diversità che spaventa, la vita non riconosciuta come tale, un po’ come in Solaris (i conti tornano) o ne Il pianeta del silenzio, altro fondamentale romanzo di Stanislaw Lem. L’impressione rimane quindi quella di un Lopushansky postosi, sia a livello formale che contenutistico, sulla scia della preziosa eredità di Tarkovskij, il suo maestro? In parte è così, ma The Ugly Swans risulta ancorato al passato meno di quanto si pensi. Il plot aspira sì all’universalità, ma in filigrana è possibile rintracciare sottotesti più attuali e circostanziati, fondamentalmente critici, pessimisti, nel legare l’autoritarismo della classe governativa rappresentata nel film, nonché l’omologazione diffusa e l’ostilità verso ogni forma di dissidenza, al desolante quadro politico-sociale della Russia di oggi.

Voto:  8                                          Stefano Coccia

 

DAY WATCH - I GUARDIANI DEL GIORNO
(Timur BEKMAMBETOV)

REGIA: Timur Bekmambetov
SCENEGGIATURA: Timur Bekmambetov - Alexander Talal
NAZIONE: Russia
ANNO: 2006
INTERPRETI: Konstantin Khabensky, Marja Poroshina, Vladimir Menshov, Galina Tyunina, Viktor Verzhbitsky
FOTOGRAFIA: Sergei Trofimov
DURATA: 132’
SITO WEB


Sequel de “
I guardiani della notte” e capitolo intermedio della trilogia fantasy/horror ideata dallo scrittore Sergei Lukyanenko, “Day Watch” introduce nelle battute iniziali un altro mito, che rivelerà presto tutta la sua importanza: trattasi del Gesso del Destino, un tempo nelle mani del prode Tamerlano. Ma l’enigmatico oggetto tornerà utile anche ai giorni nostri. Già, perché nella Mosca sempre più allucinata e caotica che fa da sfondo alla tregua, costantemente minacciata, tra le opposte fazioni della Guardia Notturna e della Guardia Diurna, è in atto un intrigo. Ancora una volta gli straordinari poteri degli elementi affiliati ai due schieramenti entreranno in gioco, nel tentativo di favorire od ostacolare gli oscuri piani di Zavulon. Questa sua ennesima provocazione, rivolta inizialmente al Guardiano della Notte Anton Gorodetsky ma orientata a sconvolgere l’intero equilibrio, condurrà verso uno scenario apocalittico, al quale soltanto una sofferta scelta dello stesso Anton potrà, forse, porre rimedio.

Chi controllerà la guardia?

Presentato in anteprima al Ravenna Nightmare, I guardiani del giorno (Day Watch) esce ora in sala, trascinandosi dietro molti degli interrogativi che avevano accompagnato l’edizione italiana de I guardiani della notte, precedente capitolo della saga ideata dallo scrittore Sergei Lukyanenko e portata sullo schermo dal visionario regista kazako Timur Bekmambetov. Quello che è stato per il cinema russo uno dei maggiori successi commerciali di tutti i tempi approda in Italia, con ben poche chance di suscitare altrettanto clamore, il che si può imputare a diversi fattori. Da un lato, ovviamente, la pigrizia mentale esibita da una parte consistente del pubblico nostrano, ogniqualvolta sia chiamato a confrontarsi con un film di genere e/o potenziale blockbuster, proveniente però da territori esterni al recinto hollywoodiano. D’altro canto, la copia del film che abbiamo visionato a Ravenna è quella russa sottotitolata in inglese, rimane quindi forte il sospetto che il doppiaggio possa aver comportato un imbastardimento analogo a quello subito dal precedente episodio.
Procediamo con ordine: pur risentendo a tratti di una costruzione narrativa più lacunosa, frammentaria e farraginosa, I guardiani del giorno conserva un appeal cinematografo che risiede tanto nelle insolite scelte stilistiche, che nei meandri di un plot stratificato e ricco di suggestioni. Non ultima la natura delle azioni che, in questa circostanza, rischiano di compromettere la tregua plurisecolare tra creature dai poteri sovrumani votate alla luce (Guardiani della Notte) o votate invece all’oscurità (Guardiani del Giorno). Sarebbe sfiancante tentare di ripercorrere tutti i sub-plot che animano questo capitolo della saga, ma è interessante notare come i tentativi del machiavellico Zavulon di sovvertire la tregua facciano comunque perno sulla supposta inviolabilità di quelle regole, che impediscono ai membri delle opposte fazioni di regolare i conti tra loro, o di interferire senza autorizzazione con le faccende umane. Le macchinazioni del capo della Guardia Diurna, uno Zavulon disposto qui a sacrificare alcune pedine del proprio schieramento pur di far crescere i poteri di Yegor, il suo protetto, prendono di mira tanto il nemico recentemente acquisito Anton Gorodetsky che altri elementi dello schieramento avversario, con l’evidente scopo di far loro infrangere le leggi che sanciscono la tregua. Conseguentemente si fa strada il rischio, destinato ben presto a concretizzarsi, che Mosca diventi nuovamente il palcoscenico di magiche battaglie e apocalittiche devastazioni.
Si impone ora una domanda: come è possibile che la complessità dei rapporti tra i personaggi venga resa adeguatamente, facendo ricorso ad un doppiaggio italiano con punte di ridicolo involontario non trascurabili, rafforzate per giunta da traduzioni dei dialoghi stentoree e poco attente alle sfumature? Il sospetto di una manipolazione eccessiva, sia chiaro, viene formulato nella speranza di essere smentiti, nella speranza cioè che la versione italiana di Day Watch esibisca una confezione più curata del solito; ed è quindi un sospetto che si concentra tutto sul ricordo del pessimo esito avuto da una simile operazione, nel caso del precedente I guardiani della notte; per cui, oltre ad auspicare provocatoriamente che di pellicole simili venga fatta circolare, in futuro, anche la copia originale con sottotitoli in italiano decenti, vorremmo fare un passo indietro e spostare per un momento l’asse del discorso su alcune impressioni, ormai datate, relative al primo capitolo della trilogia.

Guardiani della notte e prodigi di piume

Ecco, relativamente a I guardiani della Notte si può notare come la percezione delle atmosfere che caratterizzano la narrazione possa mutare considerevolmente, col passaggio dalla versione russa sottotitolata alla versione doppiata. Laddove le voci originali degli attori, peraltro molto bravi, riuscivano con la loro naturalezza e un filo di ironia a rendere appetibili dialoghi talvolta sopra le righe, poco plausibili o semplicemente un po’ oscuri, le stesse battute pronunciate in modo inappropriato dai doppiatori di casa nostra finivano per risultare ridicole, disperdendo in parte il pathos del racconto. A questo fa riscontro l’impressione che la traduzione italiana dei dialoghi (“mutantropi”? “prodigio di piume”?) sia stata fatta alla meno peggio, attingendo ad un lessico improbabile o semplicemente antiquato, come tende troppo spesso a verificarsi coi rari film dell'Europa Orientale distribuiti nelle nostre sale, specie quelli considerati non propriamente autoriali (cfr. Il fratello grande di Balabanov). E siamo pronti a scommettere che chiunque abbia visto a Ravenna o altrove la particolarissima copia "da esportazione" del film di Bekmambetov si sarà detto: è già un peccato doverla doppiare! C'è infatti una chicca da rivelare: per i sottotitoli in inglese, quelli stampati direttamente sulla pellicola, si è proceduto a qualche piccolo esperimento creativo (confermato poi nel successivo I guardiani del giorno), con esiti per nulla disprezzabili. Così, nella scena in cui la giovane vampira esercita da notevole distanza "il richiamo", costringendo un bambino che nuota ad uscire dalla piscina quasi fosse ipnotizzato, le sue parole (“Come to me!” nei sottotitoli inglesi) apparivano in rosso sullo schermo per poi sparire come in una nuvola di sangue. Non male, questa ed altre trovate.
Sebbene il pessimo doppiaggio italiano creasse un’eccessiva distanza tra lo spettatore e le problematiche dei personaggi, va ammesso che il plot de I guardiani della notte mostrava già di suo qualche crepa, non tanto per mancanza di prospettive originali, quanto piuttosto per scarsa coesione dei diversi piani narrativi, da cui un senso di incompiutezza affiorante a tratti. Difficoltà nel rendere sullo schermo la complessità del romanzo? Può darsi. Il tutto, se vogliamo, adeguatamente compensato dalla mano felice con cui il kazako Timur Bekmambetov ha saputo introdurre gli elementi più suggestivi della storia, quelli in base ai quali il potenziale rinnovarsi dell'immaginario fantastico ha avuto buon gioco, nel fagocitare gli ambienti più riconoscibili e gli stili di vita della Mosca contemporanea. Attenzione, perché sono aspetti che anche nel successivo I guardiani del giorno tendono ad imporsi in misura determinante! Lo "straordinario" convive qui, al pari di quanto espresso nella precedente pellicola, con il quotidiano, rappresentato da una efficace stilizzazione del caotico fluire della vita nei luoghi topici della capitale: la concretezza stessa di tali luoghi (l'immensa rete della metropolitana costruita ai tempi di Stalin, la Piazza Rossa, l'interno di case "sgarrupate" e i tetri palazzoni a schiera della periferia, ecc.) sprofonda paradossalmente in una specie di geografia astratta, notturna per vocazione pur non essendo il giorno meno inquietante, laddove l'iperrealismo spalanca le porte a una surrealtà di fondo che avvolge gradualmente la metropoli russa. Si finisce così per osservare i personaggi non umani, "gli Altri", nell’atto di entrare in una dimensione parallela, ribattezzata "oscurità" o "crepuscolo", per poi affrontarsi in quegli stessi luoghi che poco prima apparivano abbandonati o, al contrario, pulsanti di vita; ma il set cittadino, manipolato digitalmente e/o rimodellato da intuizioni fotografiche e di montaggio, si afferma comunque quale conturbante crocevia tra realtà e mito.
Parecchio si potrebbe aggiungere a proposito di altre chiavi di lettura importanti, ad esempio la parafrasi di una società da sempre molto burocratizzata, sia nel periodo sovietico che all'epoca degli zar. La situazione oggigiorno non sembra essere così diversa, anzi… un simile retaggio è parte integrante di quei sottotesti, determinanti nel favorire l'adesione e l'immedesimazione del pubblico russo, cui abbiamo fatto riferimento trasversalmente e a cui alludono diversi segmenti di un percorso narrativo estremamente segmentato, in entrambe le pellicole della trilogia realizzate finora; sottotesti assai pregnanti, come nei dialoghi in cui vengono messe in discussione le "licenze" rilasciate dai rappresentanti della "Guardia Notturna" ai vampiri, alle streghe e alle altre creature in forza alla "Guardia Diurna", per cacciare in circostanze eccezionali gli umani, senza però violare la tregua stabilita millenni prima. Davvero singolare, eppure in un film apparentemente così manicheo, dove il Bene e il Male sono rappresentati attraverso due opposti schieramenti eternamente in lotta tra loro, la nota più maliziosa e appropriata discende proprio dalle ambiguità, dalle commistioni, dai metodi troppo spesso simili che adoperano gli esponenti di entrambe le fazioni per riportare l'ordine. Come se ciò volesse rappresentare il caos assoluto, le fobie, la crisi di valori della società russa attuale.

Conclusioni

Nel fare lo slalom tra I guardiani della notte e I guardiani del giorno, ci siamo soffermati più sulle basi offerte dall’incipit della saga che sugli sviluppi narrativi proposti dal secondo capitolo, il che non è affatto casuale: per quanto un riepilogo iniziale tenti di far ambientare il neofita, I guardiani del giorno rischia di apparire oscuro, ermetico, agli occhi di coloro che non hanno familiarità con i personaggi del film precedente, con il loro modus operandi. In più, la nuova pellicola presenta una serie di squilibri non sempre giustificati, sia a livello stilistico che narrativo. La disomogeneità di fondo assorbe parentesi da epic movie (ovvero la vicenda di Tamerlano), sequenze da video-clip (ovvero certi inseguimenti iperbolici lungo le strade della capitale russa), frangenti dal sapore farsesco (ovvero lo scambio di corpi tra Anton e Olga, con conseguenze da commedia degli equivoci facilmente immaginabili) e scene catastrofiche (ovvero la violenza distruttiva che si scatena a Mosca nella parte finale). Troppa carne al fuoco, probabilmente. Ma alcuni degli ingredienti rovesciati nel pentolone, ad esempio il susseguirsi di rivelazioni e momenti tragicomici durante la festa di compleanno del giovane Yegor, riescono comunque a farsi apprezzare, lasciando ben sperare per la conclusione della saga.

Voto:  6                                               Stefano Coccia

 

THE DIABOLIKAL SUPER-KRIMINAL
(SS-SUNDA)

REGIA: SS-Sunda
NAZIONE: Italia
ANNO: 2007
INTERPRETI: Federico Boido, Liliana Chiari, Vito Fornari, Gabriella Giorgelli, Erna Schurer
GENERE: Documentario
FOTOGRAFIA: Elisa Maritano
DURATA: 73’
SITO WEB


Dopo quarant’anni dalla sua nascita, la vera storia di “Killing”, il fotoromanzo più censurato del mondo.


Dietro la maschera

Per chi si avvicina alla mezza età probabilmente il titolo "Killing" spalanca le porte a pruriginosi ricordi adolescenziali. Si tratta infatti di uno dei primi fotoromanzi sexy-noir-splatter. Una sorta di piccoli film su pagina, curati nella realizzazione e attenti a titillare la parte più degenere del lettore/spettatore. Il protagonista è infatti un uomo mascherato da scheletro che attraversa le varie storie uccidendo per puro piacere e seducendo fanciulle discinte e prosperose. La novità, stando ai reperti dell'epoca arrivati integri fino a noi, è nella commistione di sesso e violenza a un tasso superiore a ciò che circolava negli anni Sessanta in Italia. Non è un caso che la mannaia della censura abbia presto limitato la circolazione della rivista. Ma il successo fu tale da conquistare un posto di rilievo nell’immaginario nazionale, e non solo. In Francia, ad esempio, il fotoromanzo uscì con successo con il nome di "Sadistik". Il documentario di SS-Sunda, regista e sceneggiatore indipendente autore di vari cortometraggi porno-splatter, rievoca il personaggio attraverso le interviste di chi ha collaborato a crearne a suo tempo il mito. Davanti alla macchina da presa si alternano quindi attori protagonisti degli episodi, appartenenti alla redazione, fumettisti, editori, giornalisti, scrittori. Il tutto inframmezzato da filmati in 8mm girati nel 1966 all'interno della casa editrice e da una fiction in 16mm realizzata appositamente ai giorni nostri per celebrare il mito di "Killing". Il risultato è un divertente spaccato sulla società degli anni Sessanta, dove il perbenismo di facciata nascondeva una voglia di trasgressione tenuta sotto controllo dai rigidi dettami della censura. Un inquadramento più che altro formale, in grado però di condizionare i costumi. Non che oggi la situazione sia cambiata più di tanto. Forse si sono ampliati i parametri, ma più che altro per la violenza, sempre più esasperata, mentre nei confronti del sesso rimane l’ombra dell’ipocrisia: certamente è ancora la Chiesa, piuttosto che il buon senso, a influenzare le abitudini e i gusti sessuali di molti. Considerazioni sociali a parte, SS-Sunda documenta con partecipazione e brio il mito di "Killing" attraverso il racconto di aneddoti per lo più spassosi. Con adeguata suspense lo spettatore ha modo anche di scoprire l'identità dell'attore (il simpatico stuntman Aldo Agliata), all’epoca tenuta rigorosamente segreta, che si celava dietro la maschera da scheletro del protagonista. Ciò che forse nel documentario manca, e un po' viene dato per scontato, è un maggiore dettaglio delle gesta del protagonista. In questo senso non basta un simpatico montaggio con fotografie del fotoromanzo. Chi non ha mai letto “Killing” finisce per capirlo poco. Poi forse è vero che più del personaggio è importante ciò che ha rappresentato, ma l’approccio di SS-Sunda non riesce a essere sempre contagioso. Il rischio, infatti, solo in parte scongiurato, è di un'operazione nostalgia dedicata soprattutto agli addetti ai lavori.

Voto:  7                                                  Luca Baroncini


La rivoluzione sexi-noir!

Una cavalcata davvero appassionante a ritroso nel tempo, quella proposta da SS-Sunda quale omaggio alle inconfondibili atmosfere di Killing, il rivoluzionario fotoromanzo sexi-noir che nel 1966 esplose come dinamite suscitando lo stupore del pubblico italiano. E pare che questa sua capacità di sorprendere e di far presa sugli appassionati di cultura horror sia rimasta inalterata, considerando che al Ravenna Nightmare il documentario The Diabolikal Super-Kriminal ha sbaragliato la concorrenza, aggiudicandosi l’ambito Premio del Pubblico. Ma se all’epoca le truci imprese dell’assassino mascherato scandalizzarono i benpensanti ed esaltarono le menti più libere, cos’è tra le tante trasgressioni proposte dal fotoromanzo che ancora oggi può colpire la nostra immaginazione? Beh, passando al setaccio i vari ingredienti della fortunata (ma censuratissima) serie, c’è solo l’imbarazzo della scelta: un anti-eroe che ammazza a destra e a sinistra senza alcun alibi morale; una parata di provocanti donne in lingerie, scelte tra le giovani attrici più lanciate del periodo; la capacità del regista Rosario Borelli e degli altri autori di scioccare con storie estremamente disinibite; il dinamismo delle pose, novità rilevante rispetto al piattume dei fotoromanzi rosa emuli di Grand Hotel, che erano allora in voga; un impianto produttivo vicino per mezzi tecnici e consistenza della troupe allo standard di un set cinematografico; la veste editoriale particolarmente curata.
Ecco, se sulla necessità di riscoprire Killing c’erano pochi dubbi, ancora non abbiamo detto molto sulle qualità del documentario. Il regista SS-Sunda ha invece più di un motivo per essere soddisfatto di questo film che procede come un treno, affrontando la vicenda di Killing con una passione che traspare ovunque, dal tono delle interviste all’accurata ricerca dei materiali, dall’inserimento delle scene di finzione appositamente girate, che fanno il verso ai personaggi del fotoromanzo, fino alle tante incursioni negli altri episodi salienti della controcultura italiana anni ’60. Non si può quasi distinguere tra lucidità d’analisi e dichiarata empatia, quando l’autore di The Diabolikal Super-Kriminal ripercorre le tappe che dai primi anni ’60 hanno portato alla rottura dei pregiudizi e delle omissioni in atto nella produzione culturale italiana, pesantemente condizionata dal mondo cattolico, dalla sua falsa morale. E così l’ambiente del cinema si scopre più libero dopo aver assestato due robuste spallate, con Rocco e i suoi fratelli di Visconti e La dolce vita di Fellini, mentre il comune senso del pudore perde colpi anche nel settore dei fumetti, prima con le imprese autoctone di Diabolik e dei suoi epigoni, poi con l’importazione di una super-sexy Barbarella. Man mano che il documentario di SS-Sunda entra nel vivo la forma stessa si ibrida, accogliendo quei segmenti di fiction girati con aria scanzonata per rendere omaggio a un redivivo Killing e alle sensuali figure femminili del fotoromanzo; ma è anche il curioso epilogo thrilling ad orientarsi in tal senso: se il documentario fa infine gettare la maschera all’attore (presente anche a Ravenna, con tanto di costume!) che interpretava il sadico protagonista, sempre costretto in quegli anni a nascondere la propria identità (ma per volontà della produzione), noi cercheremo invece di rimanere sul vago. Tutto ciò, ovviamente, allo scopo di non rovinare la sorpresa ai lettori che imbattendosi nel film vorranno investigare per conto proprio, così da assaporare la suspance di quel montaggio incalzante proposto verso la fine, tra depistaggi più o meno (in)volontari e contrapposte ipotesi sull’identikit dell’interprete.

Voto:  7,5                                                Stefano Coccia

Intervista a SS-Sunda
a cura di Stefano Coccia 

Domanda scontata ma inevitabile: da dove nasce la tua passione per Killing?

Dai film pop di eroi mascherati come Superargo e i luchadores messicani come El Santo, Blue Demon, Super Zan, Mil Mascaras etc. Mi piacevano da morire, solo che erano dei poliziotti! Così in adolescenza scoprii il fumetto nero come Kriminal, il perfetto contrario di questi film, e poi Killing, ovvero una sorta di Kriminal ancora più amorale e in più non disegnato ma fotografato, quindi molto più crudo e realistico.

Non a caso nella primissima parte del documentario si accenna all’avvento in Italia dei primi fumetti horror, stile Diabolik, che furono un grosso elemento di rottura rispetto ai costumi morigerati dell’epoca. Cosa puoi aggiungere in proposito?

Che anche Killing, come i migliori fumetti neri, fu innovativo. Prima di lui esistevano (quasi) solo fotoromanzi che narravano storie d’amore.

Quanto è stato difficile recuperare tutto il materiale che viene mostrato nel film, ed ottenere la disponibilità di personaggi come Romano Scavolini, Corrado Farina (ospite, peraltro, di una passata edizione del Ravenna Nightmare), Vito Fornari, Erna Schurer, Carlo Caso, Paul Muller, Gabriella Giorgelli, ed altri ancora?

Per la sezione “immagini di repertorio” è stato molto facile: Home Movies, l’archivio nazionale dei film amatoriali, mi ha fornito immagini di repertorio come l’Italia e la Francia degli anni ’60; Dalla moglie di uno degli sceneggiatori di Killing ho avuto invece alcuni 8mm girati ai tempi all’interno, e all’esterno, della casa editrice milanese; Infine il regista e scrittore Corrado Farina mi ha dato l’ok nel poter utilizzare a mio piacere alcune clip dei suoi fantastici cortometraggi in 8mm degli anni ’60.
Mentre per la “sezione intervistati” è stato un vero delirio. Ogni persona presente nel documentario è stata scovata in modo differente. Tutti gli attori e le attrici che recitavano in Killing mi hanno fatto sudare sette camice, così come i redattori. Mentre personaggi come Corrado Farina, Romano Scavolini, Massimo Semerano e pochi altri, oltre ad essere stati di facile reperibilità, hanno subito accettato con interesse l’intervista, chi per un motivo chi per un altro…

Nel tuo The Diabolikal Super-Kriminal ci sono, accanto alla parte documentaria, alcuni frammenti di fiction divertenti e movimentati che vedono Killing nuovamente protagonista. Li hai girati tu?

Sì. In 16mm poi invecchiato. E’ stata la parte più divertente e interessante, almeno per me, di tutto il lavoro. Poi le super-sexy attrici come Judith Peligro, Catarsina Transfert e Dolores Suaves sono state bravissime. In principio volevo fare un corto con inizio e fine da inserire a frammenti nel documentario, ma poi non avevamo più budget e allora ho deciso di girare solo le scene che potevano alleggerire la narrazione complessiva del lavoro o descrivere alcuni momenti clou esposti dalle dichiarazioni degli intervistati.

Come sono entrati nel progetto El Reverendo M e gli altri artisti coinvolti per le musiche?

El Reverendo M, essendo il mio amico di più vecchia data che conosca, è stato il primo ad essere stato interpellato. E’ una bestia! E’ capace di suonare qualsiasi cosa! Mirco Martelli e i Neuropa invece si sono presentati da soli perché erano interessati al progetto, mentre la Charles Hall E. Band mi è stata proposta da Mort Todd, il distributore americano del documentario. Verso fine gennaio uscirà la colonna sonora in vinile e cd, uno dei produttori è Marco Maiani, l’ex bassista della prima formazione dei purtroppo scomparsi Disciplinata.

Le battute finali di The Diabolikal Super-Kriminal si avvicinano alla “suspance” di un thriller, nell’attesa che l’identità di Killing venga finalmente rivelata al pubblico. Come hai lavorato su questa idea ?

Ai tempi nessuno sapeva chi fosse Killing, il mio documentario è la prima fonte in assoluto che svela l’identità dell’attore. La “suspance” è stata molto facile da creare, grazie agli intervistati che dicevano una cosa poi un'altra e ognuno diversa… chi perché dopo quarant’anni si ricordava poco, chi per motivi di invidia, etc, etc… E’ bastato solo un buon montaggio.

Quando si è accostato alla realizzazione del film un grande del fumetto horror americano come Mort Todd?

Dopo un anno, ovvero a metà lavoro. Ad un certo punto mi sono detto “cribbio! Ma se voglio far vedere foto di Killing a go-go, e ricostruirne una fiction, dovrò chiedere il permesso al detentore dei diritti!!!” E il proprietario del copyright internazionale di Killing dal 2006 è la Comicfix di New York, ovvero la società di Mort Todd.

Per le diverse versioni di Killing/Sadistik/Satanik che hanno circolato nel mondo ci sono stati spesso problemi con la censura. Vuoi parlarcene in breve?

No. Lasciamo un motivo in più per creare interesse nel pubblico, visto che ciò che mi chiedi è approfondito nel film-documentario. Ho detto “pubblico”? Speriamo che sia accontentato, perché qui in Italia non sono ancora riuscito a trovare un distributore per l’home video. Incredibile!

 

 

[REC]
(Paco PLAZA, Jaume BALAGUERÒ)

REGIA: Paco Plaza, Jaume Balaguerò
SCENEGGIATURA: Jaume Balaguerò - Luiso Berdejo - Paco Plaza
NAZIONE: Spagna
ANNO: 2007
INTERPRETI: Javier Botet, Manuel Bronchud, Martha Carbonell, Claudia Font, Vicente Gil, Maria Lanau, Carlos Lasarte
FOTOGRAFIA: Pablo Rosso
DURATA: 85’
SITO WEB


Angela è la giovane e ambiziosa reporter di una tv locale. Insieme al suo cameraman si affianca a una squadra di Vigili del Fuoco per riprendere da vicino la vita di questi professionisti, il loro lavoro, le lunghe attese e le situazioni di estremo pericolo che possono incontrare. Il loro primo intervento è una chiamata di soccorso di un’anziana signora rimasta intrappolata in casa. Quella che sembra routine, finirà per trasformarsi in un vero e proprio inferno.


Paura in diretta

Paco Plaza e Jaume Balaguerò. Il primo autore tra gli altri del fiacco Second Name, il secondo nome di punta della rinascita del genere horror spagnolo con l'interessante debutto di Nameless e i rumorosi, ma poco convincenti, Darkness e Fragile. L'accoppiata non promette scintille, invece REC si rivela un'opera riuscita e, cosa molto importante dato il genere, assai paurosa. Lo spunto, che rischia di pesare fin da subito come un macigno, è una trasmissione televisiva che si propone di mostrare dall'interno attività lavorative quotidiane. Quello che si teme, e che all'inizio scoraggia, è l'utilizzo costante della macchina da presa a spalla, con sobbalzi, intermittenze e sgranature che fanno tanto verità ed emicrania. I protagonisti, decisi ad approfondire il mondo dei Vigili del Fuoco, sono una giovane reporter molto agguerrita e l’addetto alle riprese, che, pur non vedendosi mai, grazie al suo occhio elettronico permette allo spettatore di essere costantemente all’interno dell'azione. La regia adotta infatti il suo punto di vista e ciò che viene mostrato è ciò che viene registrato per il programma. Quella che sembra una notte come tante diventerà un vero e proprio incubo. Una chiamata di routine, per liberare una donna anziana, accende infatti una concatenazione di eventi davvero inaspettati e terribili. Rivelare di più sarebbe togliere sorpresa, e quindi possibilità di partecipazione, al pubblico. Il maggior talento dei due registi è nella non comune capacità di organizzare l'azione in modo che risulti realistica e scorrevole. Grazie alla presenza del cameramen i fatti sono mostrati mentre avvengono e alcuni stratagemmi, come rapidi rewind, improvvise interruzioni, traballamenti, apnee, interferenze, non cadono nel vezzo d'autore, ma rispecchiano la contingenza della situazione e comunicano il disagio di chi la sta vivendo. Ci si dimentica quindi di assistere a un film e si entra nell'ingranaggio predisposto con acume dai due registi, abili anche nell'assestare al momento opportuno alcuni colpi ad effetto. A rendere il gioco fluido contribuisce anche una sceneggiatura davvero efficace che aggiunge elementi con furba progressione, caratterizza in modo rapido ma incisivo i numerosi personaggi (a partire dalla reporter e dal cameramen, credibili nell’ostinazione con cui perseverano nel documentare il massacro di cui sono protagonisti, possibile sbocco per un grande scoop), e riesce a spiegare gli eventi e a far quadrare il cerchio senza dare l'idea di farlo. Si arriva alla fine stremati e senza fiato, ma, per una volta, è esattamente ciò che si voleva.

Voto:  7,5                                              Luca Baroncini


Voto:  7,5                                     Stefano Coccia

 

 

Concorso Europeo Cortometraggi
L’orrore in breve

Piccoli brividi. Come sempre il concorso dei corti ha riservato qualche gradita sorpresa, alternata a inevitabili delusioni, concedendoci comunque di effettuare una rapida ricognizione delle linee di tendenza, delle propensioni più diffuse di quei giovani autori europei che continuano ad accostarsi al cinema, puntando con grinta e passione alla rappresentazione del fantastico. In tema di delusioni, anticipiamo che la più grossa è stata perdere due lavori, Spegelbarn (Looking Glass) dello svedese Erik Rosenlund e Rògairì (Villains) dell’irlandese Tom Cosgrove, la cui proiezione è stata annullata per motivi tecnici. Peccato, ma il resto del concorso ha offerto sufficienti emozioni e anche qualche spunto di riflessione.
Tentando un bilancio delle impressioni avute successivamente alla visione dei film, ci sono due considerazioni da fare. Da un lato i cineasti più ispirati sono riusciti a condensare nella breve durata di un corto tutta la fascinazione di racconti crudi, spesso folgoranti nel proporre situazioni caratterizzate da una vena sadica, dal peso opprimente di trappole crudeli pronte a chiudersi intorno ai protagonisti. A questo “filone”, se ci viene concesso di chiamarlo così, può essere apparentato anche il lavoro di animazione dello spagnolo Jorge Dayas, La Dama en el Umbral (The Lady in the Threshold – VOTO 6,5), che a Ravenna è stato premiato con l’Anello d’Argento per il miglior cortometraggio con la seguente motivazione: “Per la capacità di passare dal romanticismo all’incubo più puro”. Un commento impeccabile, considerando il destino riservato al giovane ufficiale reo di essersi lasciato affascinare, in un piccola città marittima di inizio ‘900, da una bella ed enigmatica signora custode però di un terribile segreto; veramente da brividi il racconto, mentre non ci è parsa altrettanto incisiva l’animazione in 3D. Del resto, senza discostarci poi troppo dalle orribili mutilazioni e dal destino di sofferenza prospettati dal film spagnolo, siamo rimasti maggiormente impressionati vedendo il corto di fiction del belga Nikolas List, ovvero l’orripilante storia di Ange (Angel – VOTO 7,5). La sfortunata ragazza, paralizzata e resa schiava in un circo, sembrerebbe andare incontro a un’esistenza più serena dopo la liberazione da parte di un giovane riparatore di bambole. Ma le vie della perversione sono infinite… Tenebroso nella messinscena e agghiacciante nei risvolti orrorifici, il cortometraggio del belga ci ha riportato alla memoria le atmosfere di certi racconti del passato, quelli partoriti dalla fervida immaginazione di Gustav Meyrink, alfiere della letteratura fantastica praghese. Tanto per non spostarci dal Belgio, nazione sempre molto produttiva a livello di corti, e da particolari suggestioni letterarie, non ci è affatto dispiaciuto il tono surreale di Droomttijd (Dreamtime – VOTO 6,5), il cui regista Tom Van Avermaet ha ben lavorato sulle suggestioni kafkiane e volendo anche un po’ orwelliane offerte da uno scenario cupo, dove la vita è totalmente irreggimentata nel lavoro.
La visionarietà così particolare di Dreamtime ci offre lo spunto per esporre la seconda riflessione offerta dal concorso, ovvero la volontà (o nececessità?) dei selezionatori di accorpare allo stesso quei film che possono deviare dai sentieri tradizionali dell’horror, rimanendovi però in qualche modo tangenti. Un esempio estremamente pertinente ci sembra il britannico The Imaginary Girl (regia di Richard Porter, VOTO 7), che attraverso le fantasie di rivalsa della ragazzina protagonista, continuamente vessata dalla madre, apre una parentesi estremamente sanguigna e sopra le righe in un discorso che, altrimenti, rimarrebbe ancorato ad un piano realistico, tratteggiato peraltro con una certa finezza psicologica. Tracce di parodia si mescolano invece con le pratiche di uno splatter piuttosto artigianale nel neozelandese Night of the Hell Hamsters (regia di Paul Campion, VOTO 4), talmente mediocre che non vale la pena dilungarsi oltre. Già più interessante Ahul  (Eaten, VOTO 6) dell’israeliano Elad Rath, che con effetti realmente spaventosi prova a trascinarci nelle fantasie di un soggetto schizofrenico, portato a dialogare con mostruosi personaggi partoriti dalla propria mente malata.

Visti i presupposti da cui siamo partiti, completare la carrellata veloce dei corti visionati a Ravenna vuol dire imbattersi nuovamente in quei meccanismi perversi e letali che, a partire dalla trama, caratterizzano un gran numero di lavori. Non ne è esente di certo il plot del francese Noir Total (Full Black – voto 6) di François Jamin, con l’obiettivo puntato sul piano diabolico ideato per incastrare una persona, ed un beffardo imprevisto a scatenare ancora maggiore cinismo. Se alcune soluzioni di sceneggiatura del cortometraggio francese possono apparire un po’ risapute, assolutamente agghiacciante è il congegno narrativo posto in atto dallo spagnolo David Alcade in Y que cumplas muchos màs (Happy Birthday 2 you – VOTO 7,5), un sadico gioco con lo spettatore in cui l’innocenza non è mai dove te l’aspetti. Vedere per credere!

 Stefano Coccia

 

 

 

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