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a cura di
LUCA
BARONCINI
STEFANO COCCIA
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Un
lustro di Paura Sembra
ieri quando il festival ha mosso i primi passi nel panorama fittissimo
delle manifestazioni di “genere” e invece sono passati cinque anni.
Cinque anni in cui il “Ravenna Nightmare Film Fest” è cresciuto
consolidando progressivamente il suo ruolo di scoperta e curiosità
verso uno dei generi più apprezzati dal pubblico di tutte le
latitudini: l’horror. Perché tanto interesse verso la cupezza, il
buio, le tenebre? Sono in molti a porre questo interrogativo e la
risposta, o perlomeno una delle risposte, è che si tratta di un modo
per esorcizzare le proprie paure, per riconoscere una parte,
tutt’altro che luminosa, che alberga in ognuno di noi, per sondare
l’animo umano, per divertirsi. Un frullato di opportunità offerte da
un genere solitamente liquidato in fretta e confezionato soprattutto per
compiacere la morbosità di teen-ager brufolosi, dimenticando invece la
trasversalità dei brividi e la loro capacità di attirare un pubblico
molto più ampio. Difficile trovare un horror ben fatto. Chissà perché
le premesse più invoglianti sfumano spesso in pura demenza o
sciatteria. Forse la causa è nella semplicità della struttura che il
genere presuppone, non considerando che una buona idea, per funzionare,
ha bisogno anche di buoni sviluppi. Non è quindi un caso che le
ambizioni amatoriali trovino uno sfogo naturale proprio nel genere
“horror”. Sono in tanti gli appassionati, specie in età
adolescenziale, che, soprattutto per gioco ma anche con qualche
ambizione recondita, trovano geniale ambientare uno slasher
casereccio nella casa di montagna di un lontano parente, per un week-end
o poco più teatro di stragi al sugo di pomodoro e di grandi risate tra
amici. I risultati sono spesso inguardabili e ci si augura di non
doverseli mai sorbire in qualche festival, ma a volte, per fortuna non a
Ravenna, può capitare. Un’ottima location per un horror potrebbe
anche essere il multiplex “CinemaCity”, ancora una volta sede
del festival: un gigantesco parallelepipedo impersonale dove le voci
rimbombano all’inverosimile, gli sguardi sono speranzosamente rivolti
verso il Dio-tabellone che comunica i posti ancora disponibili, le tante
sale propongono lo stesso film con titoli diversi, un sacchetto di
caramelle sfuse raggiunge rapidamente i 5 o 6 euro, l’odore di popcorn
copre qualunque altra fragranza appiccicandosi addosso a vestiti e
pensieri e la passeggiata verso la sala prescelta assume i toni della
visita al reparto di massima sicurezza di una prigione. Ma tutti
sembrano contentissimi di essere rinchiusi in celle sofisticate e
tecnologicamente avanzate, quindi inutile andare contro l’evidenza dei
fatti e rimpiangere la sala scalcagnata di città. Sarebbe bello, però,
entrare in storie (per fortuna di altri) e uscirne per discutere,
pensare o semplicemente distrarsi tra le strade di una città e non di
un non-luogo raggiungibile solo in automobile (il sabato sera l’enorme
parcheggio diventa un mare d’auto in tempesta). Ma veniamo al festival
e alle novità della quinta edizione. Intanto è cambiata la
collocazione temporale: non più i primi di ottobre ma la settimana di
Halloween, periodo sicuramente più in tema. Inoltre si sono ridotti i
giorni della manifestazione, da sette a cinque. Del resto si è
asciugato anche il programma, eliminando omaggi e sezioni collaterali e
concentrando l’attenzione su Concorso Internazionale Lungometraggi,
Concorso Europeo Cortometraggi e qualche Evento Speciale.
La scelta ha fatto storcere il naso a qualche cinefilo (i festival sono
una ghiotta occasione per approfondire e recuperare), ma ha
evidentemente consentito di porre l’attenzione con maggiore cura sui
nuovi fermenti in atto. Non è quindi un caso che la qualità dei film
presentati sia risultata complessivamente superiore rispetto alle
precedenti edizioni. L’apertura del 30 ottobre ha visto la presentazione
dell’anteprima nazionale di “The Sleep of Reason – Il sonno
della ragione”, una serie di mini docufictions
thriller-paranormali, dirette dallo scrittore e giornalista scientifico
Steve Bell, che
narrano gli intricati e inquietanti retroscena dietro la morte di una
psichiatra avvenuta a Roma nel novembre 2006. Mentre per la chiusura si
è puntato sull’anteprima nazionale del
russo “I guardiani del Giorno”,
séguito de “I guardiani della Notte”, attualmente nelle sale. In mezzo il
discusso e discutibile “Seed”
di Uwe Boll; il russo “Ugly
Swans” di Kostantin Lopushansky, poetica visione fantascientifica
del futuro ispirata alle atmosfere di Tarkosvski; i “sanguinolenti”
americani “Hatchet”, “Simon Says” e il
neozelandese “The Ferryman”; l’inglese malato ed
esistenziale “Living and the Dead”; il surreale “Auf
Bosem Bodem” dell’austriaco Peter Koller; il mockumentary “Rough
Cut” di Todd Klick; “The Cry” della regista messicana
Bernardine Santistevan, viaggio nelle più oscure leggende
latino-americane; l’inglese “Summers Scars” di Julian
Richards, e l’unico italiano in competizione “Le madri nere”
di Silvana Zancolò, thriller soprannaturale sui poteri medianici di un
ragazzino. Tra gli appuntamenti speciali in anteprima, “REC”,
il nuovo film di Paco Plaza e Jaume Balaguerò, già presentato a Venezia 2007 e
vincitore dei
premi come “Miglior Regia”, “Miglior attrice protagonista”,
“Premio del Pubblico” e “Premio della critica” al Festival di
Sitges (Spagna) 2007. Ottimo il riscontro anche per il documentario “The Diabolikal
Super-Kriminal” di SS-Sunda, (prodotto da Mort Todd), che
narra la vera storia di “Killing”, il censurato fotoromanzo italiano
sexy-noir-horror degli anni ‘60. L’opera ha vinto il Premio del Pubblico del Ravenna Nightmare
Film Fest 2007, grazie alle votazioni organizzate dai ragazzi
dell'“Urlo”, il giornalino del Festival. Quanto alle scelte della
giuria ufficiale - composta da Valerio Evangelisti (autore del
celeberrimo ciclo di Eymerich), Mort Todd (uno dei più celebri fumettisti horror americani,
editor per anni della Marvel), Romain Roll (produttore
indipendente, coordinatore della EFFFF), Walter Fasano (sceneggiatore e montatore
degli ultimi film di Dario Argento), e Giuseppe Gariazzo (critico
cinematografico e autore di saggi su Dario Argento e David Cronenberg)
– le preferenze sono andate a "The
Ugly Swans" di
Kostantin Lopushansky, “per le
indiscusse qualità artistiche e la visione poetica” (vincitore
dell’Anello d'Oro come
Miglior Lungometraggio)
e a "The Living and the Dead" di Simon Rumley, “per la
capacità di rappresentare con intensità e sincerità tematiche sociali”
(Menzione Speciale).
Tra i cortometraggi l’Anello
d'Argento ha invece premiato "La
dama en el Umbral"
dello spagnolo Jorge Dayas, “per
la capacità di passare dal romanticismo all'incubo più puro”.
Luca
Baroncini
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ON EVIL
GROUNDS - AUF BÖSEM BODEN
(Peter
KOLLER) |
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REGIA: Peter Koller
SCENEGGIATURA: Peter Koller
NAZIONE: Austria
ANNO: 2007
INTERPRETI: Aleksandar Petrovic, Birgit Stauber, Kari Rakkola,
Faris Rahoma, Andreas Svolanek, Peter Richter
FOTOGRAFIA: Marcus Stotz
DURATA: 82’
SITO
WEB
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Romeo e Juliet sono una coppia con una percezione assai strana della loro relazione. Decidono di comprare un loft situato in una remota fabbrica abbandonata. Sfortunatamente il proprietario della costruzione e il suo compagno, l’agente immobiliare, sono due sadici assassini che rapiscono e torturano giovani e innocenti coppie. Ma i cattivi Romeo e Juliet saranno tutt’altro che docili vittime.
Natural bor(i)n(g) killers
"In questo primo film c'è l'influenza dei registi che amo", dichiara il trentatreenne austriaco Peter Koller presentando la sua opera prima, "tra cui Sergio Leone, Miike Takashi, David Cronenberg e Takeshi Kitano". A ben vedere il risultato è un compendio di questi stili differenti. Ci sono i grandi spazi e l'aria di sfida degli spaghetti-western, fa capolino l'ultraviolenza, si insinua la morbosità e l'andamento è quasi da cartoon. Dietro all'evocazione di universi altrui, però, non sembra esserci alcuna urgenza espressiva. Il racconto è strutturato in modo assai elementare, con due protagonisti archetipici fin dai nomi. Perchè scomodare Shakespeare, però, chiamandoli Romeo e Juliet, resta un mistero. Del resto, tutto il film è un susseguirsi di situazioni gratuite che esauriscono la loro ragione d'essere
nell'aderenza a un modello, scimmiottato senza preoccuparsi di dire qualcosa di nuovo (o anche solo qualcosa), e nemmeno reinterpretato con personalità (i soliti colori desaturati a sottolineare il carattere indipendente del progetto). A rimpolpare le nulle gesta dei due borderline arriva anche, per poco, un agente immobiliare schizzato, si impone un "matto" costantemente arrapato e dal grilletto facile, si inseriscono due poliziotti con poco nerbo e compaiono pure due hippy tutt'altro che lungimiranti. Ciò che ne deriva è una rintronante sequela di inseguimenti, spari, cadute, salti, fiotti di sangue, agguati, copiosi schizzi di sperma, dove tutti corrono sovraeccitati e senza un perchè. Dosi massicce di comicità greve travestite da ironia peggiorano ulteriormente le cose. Perchè se è vero che alla fine l'aria è scanzonata, il regista finisce però per confondere la leggerezza con un cinismo di maniera. Per cui, in assenza di equilibrio, gli sbocchi narrativi cedono al grottesco e il grido che ne deriva è solo assordante e mai liberatorio.
Voto:
4
Luca Baroncini
Austria felix? No, Austria
pulp…
Una
ventata di euforia ha accompagnato parte del pubblico, mentre altri sono rimasti
fondamentalmente perplessi, di fronte allo scanzonato e ad ogni modo prepotente
ingresso dell’Austria nell’immaginario pulp contemporaneo. A parte la
crudezza presente in molte pellicole di Michael Haneke e altri casi sporadici,
isolati, le potenzialità orrorifiche di tale cinematografia erano rimaste
sostanzialmente inespresse, il che ci fa pensare tanto alla diffidenza degli
spettatori austriaci che ad un sistema produttivo non ancora in grado di
metabolizzare certe richieste. Ad interrompere il digiuno di sangue è
intervenuta, per fortuna, la simpatica anomalia rappresentata da On Evil
Grounds, lungometraggio del vulcanico Peter Koller in cui si mescolano
secondo una formula molto originale scene sadiche dal timbro fortemente pulp,
suggestioni western, truci personaggi caratterizzati come nei film di yakuza
giapponesi, persino qualche gag dal sapore cartoonistico,
garantendo così un approccio ludico al cinema di genere che, nello stimolare
reazioni di vario tipo, può risultare anche parecchio divertente. Nel film del
giovane regista austriaco c’è infatti spazio per la suspance, per il
grottesco, per qualche citazione curiosa, così come c’è spazio di tanto in
tanto per una crassa risata, conseguentemente alle tante bizzarrie di quel plot
eccentrico, animato da una vena di sana follia.
Vi è infatti una coppia di protagonisti dai nomi scontatissimi, Romeo &
Juliet, che però agirà in modo niente affatto scontato e sorprendentemente
violento, allorché si troverà alle prese con cattivacci dal carattere persino
peggiore del loro. Il curioso casus belli coincide qui con l’acquisto
dello spazio abitativo, in realtà poco accogliente, ricavato all’interno
di un vecchio fabbricato; eppure i due sono convinti di vedere in
quell’ambiente isolato e assai sinistro il loro futuro nido d’amore. Ad ogni
modo, il rozzo Romeo viene costretto a liberarsi prima dell’agente
immobiliare, non immune a sua volta da qualche raptus omicida, per poi
ingaggiare una lotta senza quartiere con il proprietario, un pazzo pericoloso
capace di tutto. L’intervento della sua Juliet vivacizzerà ulteriormente le
cose, portando alla scoperta di un antro degli orrori, dove può tranquillamente
capitare che gli hippies di passaggio facciano una brutta fine… Tra
inquadrature, musiche e sparatorie in stile western, inseguimenti sconclusionati
che fanno il verso ai classici cartoni americani, acidissimi scambi di battute
ed altri colpi di scena assortiti, il film del fantasioso regista austriaco può
apparire sfilacciato e disomogeneo a livello narrativo, il che costituisce senza
dubbio un limite, ma conquista lo spettatore che intende stare al gioco con una
esuberanza stilistica apprezzabile dall’inizio alla fine. Persino oltre la
fine del racconto, verrebbe da dire, visto che Peter Koller sui titoli di coda
si è divertito ad inserire, emulo di Jackie Chan e dei suoi compari
hongkonghesi, qualche frammento di backstage; così da rendere omaggio agli
altri pionieri dell’horror mitteleuropeo suoi complici, ovvero la piccola
troupe che impegnandosi al massimo ha reso possibile la realizzazione di On
Evil Grounds.
Voto:
7
Stefano Coccia
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Intervista
a Peter Koller
a
cura di Stefano Coccia
Il
tuo film, On Evil Grounds, è un sorprendente mix di
generi differenti, dall’horror allo “spaghetti western”, includendo poi
elementi stilistici dei cartoons e altre tracce ironiche. Puoi spiegarci
meglio la tua ispirazione?
Diciamo che è ciò
con cui sono cresciuto: da un lato sono sempre stato affascinato dagli horror
come The Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta), come
anche dai film di John Carpenter e David Cronenberg, o dal ciclo degli zombi
di George Romero. In breve: la classica adolescenza di chi ha raggiunto
quell’età negli anni ’80, con la notevole diffusione del cinema horror in
videocassetta, e in più tutta la roba un po’ diversa uscita fuori di
recente da varie parti del mondo, come i film di Takashi Miike, Sam Raimi,
Peter Jackson, Takeshi Kitano, Alex de la Iglesia, solo per nominarne alcuni.
Vedi, c’è una bella combinazione di pellicole del terrore serie e di
approcci contaminati, più vicini alla commedia. E poi c’è un’influenza
forte di Sergio Leone. I suoi film, specialmente Il buono, il brutto e il
cattivo, hanno personaggi meravigliosi e nessuno di loro è un eroe a
tutto tondo, di solito sono tutti bad guys, ma qualcuno è peggio degli
altri. Ho già parlato del suo stile visivo? Intendo proprio questo,
rivedetevi la sequenza d’apertura di C’era una volta il west: nei
primi 12 minuti non succede nulla. La sceneggiatura dice soltanto che i
cattivi aspettano il treno. Ma per come è rappresentato, questo “nulla”
è qualcosa di grande. Sto già divagando… Insomma, sono i registi di
horror, Sergio Leone, e altre cose con cui sono cresciuto a confluire nel mio
film. C’è qualcosa che si può ancora aggiungere: i cartoons di Tex Avery,
Chuck Jones, Tom&Jerry, l’umorismo fuori dagli schemi dei Monty Python e
le storie a fumetti come Gaston LaGaffe e Spirou &
Fantasia” di Franquin o magari Calvin&Hobbes di
Bill Watterson. Tutto ciò mi ha portato a vedere le cose come le vedo adesso.
E tutto questo è entrato nel mio On Evil Grounds, talvolta di
proposito e ancor più spesso inconsciamente. Volevo affrontare il genere
horror inserendo il linguaggio dei cartoni animaci e l’aspetto visivo di uno
“spaghetti western”. Se On Evil Grounds fosse stato diretto troppo
seriamente avrebbe finito per assomigliare ad uno dei tanti film del filone
slasher/survival, risultando così una noiosa ripetizione. Così, quella che
abbiamo realizzato è la versione adulta di una puntata di Tom&Jerry!
On
Evil Grounds è il tuo primo lungometraggio, ma precedentemente avevi
diretto due corti. Ce ne puoi parlare brevemente?
Il
primo è stato Arafat vs. Sharon, ed era una satira dei negoziati in
cui Yasser Arafat e Ariel Sharon discutevano l’accordo di pace tra
palestinesi e israeliani. Il corto è ambientato in una stanza scura con un
tavolo dove i due si scambiano parole sempre più dure, accuse, argomenti di
discussione, fino ad arrivare a proiettili, spade laser ed esplosioni. Come
puoi notare, l’influenza dei cartoons è innegabile. Ho fatto questo
cortometraggio più o meno da solo con l’aiuto dei miei colleghi dell’aereoporto
Enrique Sanchez-Barona, che hanno recitato entrambe le parti (con intervento
dello split screen in fase di montaggio), ed io che facevo le riprese
tenendo allo stesso tempo il microfono. È stato soltanto un modo divertente
di scoprire se potevo fare un film dall’inizio alla fine. L’altro corto
che ho realizzato è Skrypt, un lavoro dal taglio un po’ misterioso
nello stile di David Lynch, con al centro uno strano manoscritto, stanze buie
e gente che va fuori di testa. Quest’altro progetto è stato un tentativo di
scoprire se potevo creare a livello di immagini un’atmosfera spaventosa,
lavorando sugli effetti speciali e dividendo i compiti con una troupe più
ampia, in modo da ottenere risultati migliori rispetto al fare tutto quanto da
solo. Skrypt è anche riuscito nell’impresa di convincere il mio
co-produttore Franz Novotny a sostenere la realizzazione di On Evil Grounds.
Sappiamo
che solo alcuni degli interpreti di On Evil Grounds
possono essere considerati attori professionisti, al di là di questo abbiamo
avuto un’ottima impressione dalla protagonista femminile e dai “duri”
che compaiono nel film… cosa ci puoi dire sul cast?
Per
la parte del protagonista era tutto chiaro sin da quando ho cominciato a
scrivere la sceneggiatura, ovvero l’avrebbe interpreta lo stesso Aleksandar
Petrovic (“Romeo”) che aveva già recitato in Skrypt. Si pensava
inizialmente che tutte le altre parti sarebbero andate ad amici e colleghi di
quando lavoravo all’aereoporto. Ma quando ho realizzato che quasi tutti i
miei risparmi sarebbero serviti a finanziare il film, non ho voluto prendermi
il rischio di andare incontro a qualche interpretazione scadente ed ho avviato
il casting tramite internet. Così solo Aleksandar
Petrovic e Andreas Svolanek (“il vecchio poliziotto”) sono rientrati nel
progetto. La cosa buffa è che sapevo che Aleksandar sarebbe stato perfetto
per il ruolo, ma l’ho torturato ugualmente con le sessioni di casting, tanto
per accertarmi che avrebbe poi mostrato l’impegno necessario per il film ed
il giusto affiatamento con l’altra metà della coppia, Birgit Stauber (“Juliet”).
Così è stato. Kari Rakkola (“il folle”) ha ottenuto la parte due secondi
dopo il nostro primo incontro. Qualcuno della troupe era scettico sul suo
accento finlandese e pensava che nessuno l’avrebbe capito, ma il suo
aspetto, il suo accento, e la sua adesione al personaggio si sono rivelate
perfette per il ruolo. Lui è un incrocio perfetto del personaggio del lupo
nei cartoons di Tex Avery e del cagnaccio feroce in Tom&Jerry.
All’agente immobiliare (Faris Endris Rahoma) e alla coppia di hippies non ho
nemmeno fatto un provino, ho semplicemente confidato nel fatto che facessero
un buon lavoro e poi si sono rivelati assai utili anche nel coordinare la
produzione.
Alla
fine del film vediamo scene del backstage, un po’ come accade nella
tradizione cinematografica di Hong Kong, per esempio nelle pellicole di Jackie
Chan. È un modello che ti piace? O avevi anche altre ragioni ?
Sono
felice che tu abbia notato il nesso con Jackie Chan, sono un suo grande fan e
le scene tagliate messe alla fine dei suoi film mi hanno sempre assicurato una
piccola dose di divertimento in più, oltre a rivelare la bravura degli stuntmen
e la qualità dell’azione. Così hai quella sensazione tipo “oddio, ma
allora lo hanno fatto davvero senza effetti speciali” che migliora
l’impatto del film. Nel mio On Evil Grounds volevo ottenere due cose
montando gli outtakes, innanzitutto volevo mostrare che questo film non
si prende troppo sul serio, e poi, considerando che molti della crew
hanno partecipato alla sua realizzazione senza la prospettiva di essere
pagati, volevo far sì che suonasse come un “grazie” nei loro confronti,
così ognuno avrebbe avuto almeno qualche secondo di gloria. E se qualcuno nel
pubblico, come hai fatto tu, nota anche la connessione con Jackie, è un
motivo di soddisfazione in più.
Che
tipo di effetti speciali hai usato mentre giravi il film, e in
post-produzione?
Durante
le riprese del film abbiamo usato appena un po’ di SFX, insomma di effetti,
molto make-up sanguinolento e la “buca” dove Romeo, uno dei protagonisti,
viene seppellito. La buca è stata un po’ difficile da realizzare perché
abbiamo trovato acqua nel terreno dopo appena mezzo metro. Così Romeo ha
dovuto sedersi in una posizione molto scomoda. In cima alla buca vi era per
l’appunto una vecchia porta con una fessura per far passare la testa e pochi
centimetri di polvere. Per quanto riguarda le uccisioni abbiamo tentato
inizialmente di realizzare le ferite da arma da fuoco con qualche congegno che
spargesse intorno il sangue, per rendere il tutto un po’ più “gore”, ma
il meccanismo non funzionava e impiegavamo troppo tempo. L’unico sangue
sparso con SFX è quello della pugnalata all’agente immobiliare. Lì abbiamo
usato una superficie di gomma piuttosto ampia, coprendola con una giacca e
piazzando le sacchette di sangue all’interno, per poi colpire con un vero
coltello nei piani ravvicinati. Alla fine ero abbastanza contento che le scene
violente avessero funzionato senza troppi effettacci, difatti ciò le ha rese
un po’ più divertenti, immagino. In post-produzione abbiamo spinto il
materiale in miniDV quanto più possibile, per ottenere la resa visiva ideale.
Un deserto polveroso, spaghetti western, calore, estate: questo è ciò a cui
volevo che il film assomigliasse! E siccome abbiamo girato il film a pochi
minuti da Vienna, avevamo bisogno di qualche ritocco in digitale per i
paesaggi o di intervenire sul colore dei palazzi sullo sfondo, per ottenere
immagini che non potevamo girare in altro modo. Per me è stato molto
importante far sì che voi spettatori non possiate dire dove la storia è
ambientata. La sequenza finale del film è completamente in Computer Graphic.
Abbiamo ripreso Birgit mentre cammina nell’ambiente originale, tutto sporco
e in disordine, applicando poi sulle immagini le opportune trasformazioni in
3D. E a quel punto c’è stata la possibilità di velocizzare o rallentare
alcune riprese, cancellare qualche microfono, e aggiungere digitalmente
l’impatto dei proiettili. Persino per un film come questo, senza grandi
effetti, vi è una marea di interventi “invisibili” che abbiamo dovuto
fare per migliorarne la qualità.
Abbiamo
saputo che hai avuto realmente delle esperienze come agente immobiliare e
consulente finanziario. Dunque,
quanto ti è stato utile un simile background per gli aspetti produttivi del
film? E magari, se possiamo scherzare un po’, ti è servito anche come
ispirazione per il losco personaggio dell’agente immobiliare?
Ah,
questa è proprio divertente! Veramente all’università ti insegnano che
l’immagine negativa dell’agente immobiliare, un parassita rapace e
magrolino, è lontana dalla realtà, allora mettiamola così: l’immagine
dell’agente immobiliare proposta dal film è molto più vicina alla verità
di quanto possiate immaginare! Eh! Eh! Eh! No, parlando seriamente, aver
studiato certe materie all’università, soprattutto la parte da consulente
finanziario, si è rivelato utilissimo quando ho fondato la mia compagnia KOP
ELEVEN, così da poter organizzare ogni cosa e mantenere il controllo su
qualsiasi aspetto della produzione, senza farmi disorientare dai dettagli.
Ci
sono altri registi giovani in Austria interessati all’horror come te?
Non
ne conosco nessuno. No, sicuramente manca qualcuno che possa rappresentare un
vero e proprio marchio di fabbrica, come il veterano John Carpenter a livello
internazionale, per non parlare di registi giovani ed emergenti tipo Neil
Marshall (Descent) e Alexandre Aja
(Alta tensione).
In
generale ti piace il cinema austriaco? E comunque quali sono, tra i tuoi
connazionali, i registi che preferisci?
Raramente
vedo film austriaci, non sono di facile accesso per me, perché mi annoiano.
Ci si imbatte sempre in drammi sociali o umorismo da cabaret di provincia, con
esiti molto mediocri. Tutto ciò, in combinazione con il costante lamento
dell’industria cinematografica austriaca, che è convinta di non ottenere
abbastanza fondi statali per produrre quella roba insopportabile, contribuisce
a tenermi lontano da tali film. L’unico regista che seguo volentieri è
Michael Haneke, ma lui sta lavorando di più con produzioni internazionali.
No, c’è solo un altro nome che potrebbe interessarmi nell’immediato
futuro: Hans-Jörg Hofer. Tra l’altro ha lavorato come unit production
manager sul set di On Evil Grounds e ora sta studiando alla Vienna
Film Academy. Mi sembra uno da tenere d’occhio.
Potremmo
concludere con qualche altra segnalazione, che riguardi sempre le pellicole e
i registi horror che ammiri di più, tra i “classici” ma anche nel
panorama attuale…
Bene, i
“soliti sospetti” sono di sicuro quelli con cui sono cresciuto, come ho
avuto già occasione di dire: John Carpenter, David Cronenberg, ed entro certi
limiti quelli che poi hanno cambiato percorso come il primo Sam Raimi, Peter
Jackson o Álex de la Iglesia. Occasionalmente George Romero, David Lynch e
Dario Argento. Per quanto riguarda i “nuovi”: sono stato letteralmente
terrorizzato da Descent di Neil Marshall, mentre Dead End di
Jean-Baptiste Andrea & Fabrice Canepa si è rivelato uno scherzo
magnificamente agghiacciante e Kiyoshi Kurosawa ha realizzato film davvero
inquietanti. Il film più recente che è riuscito a spaventarmi tutto il tempo
è stato REC, l’ho visto grazie ad una proiezione speciale del
Ravenna Nightmare, in lingua spagnola con sottotitoli italiani. Per inciso non
parlo nessuna di queste lingue, ma la pellicola era così intensa che non ho
avuto bisogno di prestare attenzione ai dialoghi. Davvero un grande horror. Il
tempo poi dirà chi questi nuovi registi lascerà n segno nel cinema di
genere.
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END OF
THE LINE
(Maurice
DEVEREAUX)
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REGIA: Maurice Devereaux
SCENEGGIATURA: Maurice Devereaux
NAZIONE: Canada
ANNO: 2006
INTERPRETI: Ilona Elkin, Nicolas Wright, Neil Napier, Emily
Shelton, Tim Rozon, Nina Fillis, Joan McBride
FOTOGRAFIA: Denis-Noel Mostert
DURATA: 95’
SITO
WEB
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Karen, una giovane infermiera che lavora in un reparto psichiatrico, prende l’ultimo treno della notte della metro, ma il convoglio si ferma a metà galleria. Mentre le persone attorno a lei vengono brutalmente assassinate, Karen assieme ad un pugno di sopravvissuti dovrà fronteggiare forze soprannaturali e gli adepti di una setta religiosa omicida. È arrivata l’Apocalisse?
Armageddon
Se arrivasse il Giorno del Giudizio cosa succederebbe? Ognuno si troverebbe a dovere interrompere quello che sta facendo per affrontare nuove forze prepotentemente uscite allo scoperto. È quello che accade alla giovane Karen, infermiera che ha appena terminato il turno serale e confida in un tranquillo rientro a casa in metropolitana. Proprio mentre è seduta in un vagone che sfreccia nel buio, però, e dopo avere fatto amicizia con un ragazzo che l'ha difesa dai laidi approcci di un balordo, scocca l'ora x e tutto cambia. Un messaggio tramite cellulare (sic) informa gli appartenenti a una sorta di Esercito della Salvezza che il tempo per salvare le anime è limitato ma molto si può ancora fare. Peccato che per sottrarsi alle tenebre della dannazione sia necessario passare tra le lame affilate di un pugnale. Morire per purificarsi e sfuggire al Male. Un soggetto pressoché demenziale che, però, trova in Maurice Devereaux, regista, sceneggiatore, produttore e addetto al montaggio, uno stile adeguato in grado di smussare il grottesco e accentuare la tensione. Il film si sviluppa attraverso una prima parte abile nel creare la giusta climax (il
sogno iniziale ha davvero la cadenza di un incubo e un salto sulla sedia è assicurato) per poi sfociare in un'avventurosa parte centrale, buia e labirintica ma non confusa, e concludersi con un gustoso cambio di prospettiva. Ciò che fa la differenza rispetto a tanti film affini, in cui un campionario di varia umanità si trova braccato e progressivamente decimato, è la solidità della sceneggiatura. Finalmente ci sono personaggi a cui affezionarsi, per cui parteggiare e temere, con cui lottare e per la cui sopravvivenza sperare. La forza dello script è nella contingenza della situazione e nel modo tutt'altro che sbrigativo con cui ogni protagonista trova il giusto risalto grazie a caratterizzazioni che rientrano sì in alcuni cliché (l'orientale cazzuta, il timido, la vergine, la virginale, il muscoloso in canottiera), ma ne prendono anche le distanze, disattendendo le aspettative. Basta pensare alla ricchezza narrativa con cui due personaggi ai bordi dello script come gli addetti alla manutenzione della metropolitana, liquidabili teoricamente con due battute, vengono invece approfonditi. Una cura che contribuisce, grazie anche alla resa del cast, alla qualità del risultato, decisamente sopra la media del genere.
Voto:
7,5
Luca Baroncini
Voto:
7
Stefano Coccia
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THE
FERRYMAN
(Chris
GRAHAM)
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REGIA: Chris Graham
SCENEGGIATURA: Nick Ward - Matthew Metcalfe
NAZIONE: Nuova Zelanda/Inghilterra
ANNO: 2006
INTERPRETI: John Rhys-Davies, Kerry Fox, Sally Stockwell, Amber
Sainsbury, Tamer Hassan, Craig Hall
FOTOGRAFIA: Aaron Morton
DURATA: 96’
SITO
WEB
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In una calda estate, un gruppo di giovani avventurieri noleggia lo yatch Dionysus, imbarcandosi per un viaggio da sogno verso le esotiche isole Fiji. Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, però, gli amici incontreranno una spaventosa forza maligna. La vacanza si trasformerà in un tremendo massacro. Il Traghettatore sta arrivando e tutti dovranno pagare!
Dagli antipodi niente di nuovo
Dalla Nuova Zelanda Chris Graham scomoda il mito greco di Caronte, traghettatore dell'Ade, per un modesto horror dagli esiti prevedibili, oltre che risibili. A dare corpo, e poco altro, alla carne da macello, un male assortito gruppo di vacanzieri a bordo di uno yacht destinato alle isole Fiji. Un S.O.S. guasterà i bagni di sole e obbligherà il gruppo a una pausa forzata in mezzo ai marosi. L'unico superstite di una nave alla deriva si rivelerà, ovviamente, portatore di un terribile maleficio. La trovata è che attraverso un pugnale le personalità si scambiano, quindi basta che il cattivo di turno infilzi il primo che gli capita a tiro perchè il male cominci il suo tour tra i componenti dell'equipaggio. La
presenza di una nebbia fittissima, poi, facilità il contenimento del budget confinando il set “en-plein-air” nel perimetro di un teatro di posa, dove eterne scene madri si dilungano senza troppo mordente. Certo, potrebbe essere simpatico vedere la fighetta cinica ed egoista convertita in super-cafona, o il borghesuccio incolore ravvivato da un guizzo luciferino negli occhi, ma i caratteri sono fin da subito troppo esasperati per garantire un minimo di imprevedibilità, e quindi di interesse, ai continui cambi di prospettiva. Non aiuta di certo la recitazione da filodrammatica del cast, a partire dalla rediviva Kerry Fox (Migliore Attrice a Berlino 2001 per Intimacy), sempre fuori registro, sia nelle risate che nelle urla: a lei spetta sicuramente la palma dell'antipatia. Di banalità in banalità, tra sgranature di routine e fotografia livida (ma l'effetto "cinema verità" è ben lungi) c'è posto pure per il solito trauma da rimuovere e per un brutto, ma tutt'altro che pauroso, mostricione in latex. Unica nota positiva il finalissimo, che chiude il film con inaspettata ironia. Ovviamente non basta una nota di colore per risollevare il film dal grigiore in cui stagna.
Voto:
4,5
Luca Baroncini
Voto:
5
Stefano Coccia
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HATCHET
(Adam GREEN)
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REGIA: Adam Green
SCENEGGIATURA: Adam Green
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2006
INTERPRETI: Joel Moore, Tamara Feldman, Deon Richmond, Kane
Hodder, Mercedes McNab, Parry Shen, Joel Murray, Joleigh Fioreavanti
FOTOGRAFIA: Will Barratt
DURATA: 85’
SITO
WEB
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Turisti a New Orleans. Alcuni di loro, annoiati dalla festa cittadina a
base di ragazze facili, alcool e negozietti voodoo, hanno la bella idea
di imbarcarsi in uno scalcinato tour delle paludi. Ma non sanno che tra
le tante leggende posticce raccontate dalla guida ce n’è una, quella
di Victor Crowley, più vera di quanto possano immaginare. E non sarà
piacevole rimanere isolati nelle paludi della Louisiana, non lontano
dalla dimora di quel ragazzone deforme e assetato di sangue…
Diamoci
un taglio (possibilmente d’accetta)
L’accetta
promessa dal titolo, nonché dalla locandina, colpirà nei momenti
opportuni, alternandosi ad altre sevizie mortali e concedendo agli
amanti dello splatter le copiose dosi di emoglobina che il filone
richiede; ma prima che la mattanza vera e propria abbia inizio vi è
spazio per spunti da teen movie più gaio e ridanciano, nonché
per un prologo brutale: tra le prime vittime della furia omicida
scatenatasi nelle paludi della Louisiana vi è infatti
l’intramontabile Robert Englund! Mister Nightmare in persona
ci ha quindi regalato un apprezzatissimo cameo, peccato solo che
esca di scena così presto.
Per il resto, c’è da dire che Adam Green riesce a mescolare gli
ingredienti con una certa disinvoltura. Vi è un accento parodico che
non dispiace nell’assemblaggio della piccola spedizione, che vediamo
avventurarsi tra le paludi alla ricerca di brividi a buon mercato per
poi imbattersi nella spaventosa figura di Victor Crowley, una
macelleria ambulante che non lascerà scampo. Tutto sommato il tratto più
riuscito del film è proprio l’alternarsi di toni da commediola
adolescenziale, dovuti all’interazione tra i componenti più
pittoreschi del gruppo, e di elementi direttamente riconducibili alle
consuetudini dello slasher, con la progressiva eliminazione di
personaggi braccati e fatti a pezzi in svariati modi. “It’s not a remake, it’s not a sequel, and
it’s not based on a Japanese one”. Così recita lo slogan posto sulla locandina, ma se
il prodotto in effetti si distanzia dai troppi sequel scadenti e
dai piatti remake delle più ispirate pellicole nipponiche o
europee, l’originalità di Hatchet è un concetto tutto da
verificare. Divertono senz’altro le fasi preparatorie del massacro,
con scambi di battute frizzanti tra i personaggi coinvolti, o le prime
apparizioni del mostruoso Victor Crowley (compreso il flashback che ne
dichiara i natali), ma il gioco alla lunga si fa ripetitivo e a parte
alcune spettacolari uccisioni la sceneggiatura mostra sul finale di
avere il fiato corto.
Voto:
6
Stefano Coccia
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THE
LIVING AND THE DEAD
(Simon RUMLEY)
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REGIA: Simon Rumley
SCENEGGIATURA: Simon Rumley
NAZIONE: Inghilterra
ANNO: 2006
INTERPRETI: Roger Lloyd-Pack, Leo Bill, Kate Fahy, Sarah Ball,
Neil Conrich
FOTOGRAFIA: Milton Kam
DURATA: 83’
SITO
WEB
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Il dramma di Donald Brocklebank, un lord decaduto ormai travolto dai
debiti, che assiste impotente allo sgretolarsi della propria famiglia,
con la moglie gravemente malata e un figlio, James, la cui mente malata
desta ulteriori preoccupazioni. Quando lo schizofrenico James non saprà
più distinguere la realtà da fantasie sempre più macabre e morbose,
il delirio sarà completo.
La caduta della casa
Brocklebank
Da
un lato è pienamente condivisibile che al Ravenna Nightmare 2007 il
premio per il miglior lungometraggio, l’Anello d’Oro, sia andato
all’ottimo The Ugly Swans di Kostantin Lopushansky. Ma per il
resto non dispiace che la spaccatura creatasi in giuria abbia portato ad
una Menzione Speciale per The Living and the Dead, forse la visione
più angosciante di tutto il festival.
Simon
Rumley si aggiunge così a quella fitta schiera di cineasti britannici che
in questi anni hanno saputo stupire, partendo spesso da un budget
bassissimo ma evidenziando come la qualità delle idee, se associata ad
interpreti adeguati e locations ricche di suggestioni, possa fare
miracoli. The Living and the Dead è in tal senso un film davvero
scioccante. A partire dall’ambientazione, una residenza
dall’architettura severa e dalle stanze fatiscenti persa nella brughiera
inglese, la pellicola di Rumley accumula segni perturbanti a profusione,
trovando poi in alcuni elementi del cast, davvero encomiabili, la chiave
di volta per proporre in modo agghiacciante i misteri di una mente turbata.
I criteri della rappresentazione oscillano di continuo tra realtà e stati
allucinatori, accompagnando così i deliri di James, un giovane
schizofrenico. Si rimane perciò atterriti dalla natura, assai
disturbante, dei contatti fisici, con particolare riferimento a quelli che
il ragazzo intrattiene con altri membri della famiglia, Lord Brocklebank
suo padre ma soprattutto Nancy, la madre costretta a letto da una grave
malattia. Ed è proprio quando Donald Brocklebank, assediato dalle
difficoltà finanziare, è costretto ad allontanarsi dalla solitaria
dimora, che le turbe psichiche dello sventurato James prendono il largo,
spingendolo a tormentare la madre nell’illusione di potersi sostituire
all’infermiera per le cure a lei necessarie. Gli stati alterati di
coscienza del ragazzo sono resi magnificamente dalle parentesi
allucinatorie e da un montaggio compulsivo, quasi ipnotico, che enfatizza
il ripetersi meccanico dei gesti; e lo fa così bene da ricordare, a
tratti, certe cifre stilistiche di Darren Aronofsky, specialmente quello
di Requiem for a Dream. La rovina della casata per l’ormai
decaduto Lord Brocklebank si avvicina a velocità spaventosa, lasciando un
profondo senso di smarrimento.
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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LE MADRI
NERE
(Silvana ZANCOLÒ)
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REGIA: Silvana Zancolò
SCENEGGIATURA: Silvana Zancolò (ispirata al romanzo Le Madri Nere
di Pascal Françaix)
NAZIONE: Italia
ANNO: 2007
INTERPRETI: Beth Winslet, Harvey J. Williams, Bonny Ambrose,
Laurence Belcher, Rod Hallet
FOTOGRAFIA: Pier Luigi Santi
DURATA: 90’
SITO
WEB
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Maurice Dumont è un bambino di 9 anni con una strano legame tra questo mondo e quello ultraterreno. La madre Marie, distrutta dal dolore per la morte al momento della nascita del fratello gemello di Maurice, cede all’influenza occulta dell’enigmatica Madame Armand. La donna costringe il piccolo Maurice a diventare una sorta di medium con l’aldilà.
Indietro nel tempo
Un film girato in Italia, ambientato in Francia e parlato in inglese. La giovane torinese Silvana Zancolò (classe 1972) prova a distaccarsi da omologazioni e rigidità del panorama cinematografico nostrano con un film di quasi "genere". Siamo infatti dalle parti dell'horror, o comunque del soprannaturale, con un bambino dai poteri medianici capace di entrare in contatto con il fratello gemello morto prematuramente. Più della storia, però, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Pascal Françaixe, e del tentativo delle madri del titolo di sfruttare il talento del piccolo per rincontrare i propri defunti, ciò che colpisce della messa in scena della Zancolò è la capacità di creare un'atmosfera.
Per un'ora e mezza si entra negli anni Quaranta di un piccolo paese francese di montagna, nei silenzi di intere giornate trascorse a sbrigare le faccende e ad attendere che il tempo passi portando possibilmente buone notizie, con gli uomini quasi del tutto assenti perchè in guerra e le donne a piangere i tanti lutti della famiglia. C'è un apprezzabile pudore nello stile della regista, che non aderisce ad alcun modello ma crea un'opera molto personale e sentita. Non tutto è a fuoco nel risultato, alcuni personaggi sono un po' troppo scritti (la coppia evoluta composta dalla lei medico e dal lui insegnante), il finale arriva insieme prevedibile e sbrigativo, una patina televisiva rischia di ingessare la narrazione, ma il racconto colpisce proprio per la sensazione di piena immersione in un'altra epoca. Determinante, al riguardo, il contributo delle musiche evocative di Paolo Marzocchi, della fotografia di Pierluigi Santi e della efficace semplicità di costumi e scenografie. Discorso a parte per gli effetti speciali. Riescono ad armonizzarsi grazie a un tratto felicemente incerto (un sofisticato utilizzo della computer grafica sarebbe risultato stridente), ma creano immagini, e quindi suggestioni, un po' stereotipate.
Voto:
6
Luca Baroncini
L’approdo
delle madri nere sul grande schermo, avvenuto per opera della piemontese
Silvana Zancolò, ha destato sin dall’inizio grande curiosità, non
fosse altro che per la piacevole anomalia rappresentata dalla presenza
di un’opera italiana in concorso al Ravenna Nightmare. Mentre da noi
l’horror continua, purtroppo, ad essere un sentiero poco battuto e
comunque impervio, la giovane autrice ha dimostrato di avere la
personalità adatta per ritagliarsi uno spazio significativo nel
panorama del cinema di genere.
Ispirato al tetro romanzo di Pascal Françaix, Le madri nere (The
Shadow Within) è un film non privo di difetti, di cui si fa però
apprezzare sin dalle prime scene lo stile, la capacità della regista di
affrescare un mood cupo e carico di turbamenti. Nell’aria vi è
qualcosa di molto opprimente, qualcosa che condiziona in modo pesante
l’atmosfera del piccolo paese dove si svolge il racconto. Gli uomini
sono partiti per la guerra. Al contempo si nota il disagio di alcune
donne che hanno perso i figli in tenera età. Ancora più particolare è
la situazione del piccolo Maurice Dumont, verso il quale la madre mostra
grande severità, evidenziando poi un attaccamento morboso verso il
ricordo dell’altro gemello, morto durante il parto. È lo stesso
Maurice, dotato di una sensibilità fuori dal comune, ad avvertire la
presenza minacciosa del fratello e di altri spiriti irrequieti.
L’elemento fantastico si intreccia così coi presupposti di un
thriller psicologico lontano da ogni schematismo, nel tratteggiare
figure tormentate e succubi di un certo clima emotivo; come ad esempio
le altre madri nere, che finiranno presto per coinvolgere Maurice nelle
loro sedute spiritiche, affinché lui le metta in contatto con le anime
dei propri figli, scomparsi tragicamente. Nella costruzione
dell’atmosfera si notano alcuni tocchi di classe, come la sequenza del
funerale di un ragazzo, impreziosita da quella visione in cui le radici
di un albero del cimitero appaiono al protagonista come cordone
ombelicale. Non altrettanto incisivo appare il film quando la computer
grafica materializza le ombre dei defunti e altri fenomeni
soprannaturali; o perlomeno tali scene hanno un esito diseguale,
talvolta angosciante, talvolta un po’ scontato e prevedibile. Ma
nell’insieme la tensione sprigionata da Le madri nere viene
messa elegantemente a profitto da Silvana Zancolò, cui va infatti
aggiunto il merito di aver ben gestito un cast internazionale, capace di
assicurare la giusta drammaticità al racconto.
Voto:
6,5
Stefano Coccia
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Intervista
a Silvana Zancolò
a
cura di Stefano Coccia
Potresti
dirci qualcosa sul romanzo cui si ispira Le madri nere,
tuo secondo lungometraggio, riassumendo ciò che ti aveva maggiormente colpito
di tale lettura?
Mi
sembra nel lontano 2000 o 2001 comprai uno dei primi libri della collana
Meridiano Zero, il cui titolo, appunto, era Le madri Nere. Ci
furono subito tre cose nel romanzo che mi affascinarono e che trovai avessero
una certa affinità con la mia visione. La prima fu la storia raccontata dal
punto di vista di un bambino, Maurice: un punto di vista che, salvo qualche
encomiabile film del passato, non ha avuto un grande sfruttamento nel genere
horror. Maurice mi affascinò anche per l'esplicita doppiezza del suo
personaggio: attraverso di lui vive infatti anche il fratello Jacques, che nel
romanzo, scritto sotto forma di diario del protagonista, appare come suo alter
ego, tanto che dubitiamo fino alla fine della sanità mentale del ragazzino.
Nel film Jacques diventa un vero e proprio personaggio horror, una presenza
fisica che si muove nell'ombra, e questo grazie anche alla tecnologia degli
effetti visivi. Questa direi che è poi la differenza più grande tra il
romanzo e il film: il fatto che io abbia privilegiato la dimensione horror o
fantastica, metafisica, a scapito di quella psicologica che era là presente.
Ma il film era partito con questa idea: fare un horror d'atmosfera, un po' sul
genere del “Bacio della pantera” o de “L'uomo leopardo”,
insomma un horror elegante. La seconda cosa che amai subito furono i caratteri
femminili. La madre di Maurice, che nel libro si chiama Ginette e nel film
Marie: una madre incapace di superare il trauma della morte dell'altro figlio
e quindi di staccarsi dal proprio dolore; possessiva e despota nei confronti
del sopravvissuto. Poi naturalmente, i personaggi delle altre Madri nere:
anche loro ricadute nella ragnatela del passato alla scoperta che Maurice può
comunicare con i propri perduti figli, e così in essa intrappolate. Anche in
questo caso il film forza la mano in direzione horror: nel libro le sedute
spiritiche rimanevano non concluse, nel film hanno un inizio e trovano una
giusta fine. Il personaggio della dottoressa è invenzione del film: serviva
il riferimento buono, normale e al quale Maurice si potesse affezionare.
Invenzione del film è anche il paese spopolato di figure maschili a causa
della guerra, e per il quale la storia è stata spostata nel tempo avanti di
dieci anni. Il paese è così un poco più decadente e incattivito, cosa anche
questa che, credo, aiuti a dare un'atmosfera più perturbante al film.
Come
ti sei mossa per la ricerca di locations che si adattassero bene al racconto,
e quanto tempo è durata questa fase?
La
vicenda di come e dove lo scenografo e io abbiamo trovato le locations è
piuttosto anomala. Quando si parlava ancora di girare Shadow senza
sapere né quando né come, volli fare un book con delle fotografie che
gettassero le coordinate per delle ricerche future. Lo scenografo e io,
durante una passeggiata domenicale, trovammo il luogo da fotografare a Lanzo
Torinese: quelle foto furono quindi la base di ricerche successive che, per
motivi di produzione, si sarebbero dovute svolgere in Bulgaria. Ovviamente,
come spesso nel cinema avviene, nulla di questo accadde secondo previsioni, e
due anni dopo la prima ricerca ci trovammo a girare proprio a Lanzo!
Nel
cast, omogeneo e ben congegnato, si nota la presenza di diversi attori
anglosassoni. Come mai questa scelta?
Per
due motivi principali: uno artistico e un secondo distributivo. Il motivo
artistico è che cercavo attori con caratteristiche somatiche algide e ferme
nel tempo, per ricostruire un paese che desse l'idea di un luogo montano aspro
e gelido nel Sud della Francia. Il motivo distributivo è che l'horror in
Italia è un genere di nicchia che rischia di non ripagarsi; girarlo in
inglese significava allargare di molto il raggio d'azione distributivo.
L’atmosfera
opprimente che si respira nel film è molto ben delineata… A quali modelli
cinematografici ti senti più vicina, facendo riferimento al variegato
universo dell’horror e del thriller psicologico?
Non
sono certa di saperlo, magari i modelli ci sono, ma non so quanto io ne possa
essere conscia. Credo che una certa influenza possano averla esercitata,
quando ero ancora molto piccola, alcuni film di Tourneaur, Siodmak, Hitchcock,
Laughton. E per citare i non morti, nel cinema inglese ho visto parecchi
horror atipici interessanti; gli inglesi hanno una certa inclinazione al
perturbante: “Riflessi sulla pelle” per esempio. E poi c'è tanto
altro ovviamente, dall'America alla Corea... io sono onnivora.
Qualche
perplessità, invece, è emersa da parte nostra nei momenti che prevedono il
ricorso alla computer grafica, per dare vita ad inquietanti “presenze”.
Come sono state impostate tali scene?
Naturalmente
vorrei sapere esattamente le perplessità per risponderti al meglio, ma forse
intuisco e comincio con l'assumermi la “colpa”: per me The Shadow
Within, prima che un horror o un thriller soprannaturale, come è stato
definito, è una favola nera: un dark tail. Nasce dalla mente di un
bambino di nove anni, è il suo incubo, e il gemello-ombra (Jacques) è la
rappresentazione delle sue paure. Con questa premessa abbiamo lavorato
sull'ombra di Jacques come in un cartoon: è stata spesso disegnata a mano da
un animatore di cartoni animati e poi “riempita” col 3D per dargli,
appunto, tridimensionalità e materia.
Quale
era il soggetto del tuo precedente lungometraggio, La
Radice del Male?
La
Radice del Male narra la storia di una donna (Andrea) che, in
seguito ad un incidente in cui ha perso la memoria e che l'ha sfigurata,
decide di ritirarsi in una casa ereditata da uno zio morto suicida. Lo zio era
uno studioso di piante psicotrope, che coltivava nella serra adiacente alla
casa, dove Andrea inizia, grazie alle istruzioni lasciatele dallo zio, a
sperimentare su di sé l'effetto di tali piante...
Che
effetto fa essere l’autrice dell’unico film italiano selezionato per il
Concorso Internazionale del Ravenna Nightmare, un festival così caro agli
appassionati del cinema di genere?
Fa
sentire soli...e qualche volta pure abbandonati. Vorrei tanto aver aperto una
porta a chi segue...
In
questo momento stai lavorando a un nuovo film?
Purtroppo
non ho ancora completamente finito questo! Molti anni fa un signor tecnico del
suono di lunga esperienza mi disse: Silvana, sei sicura di volere fare cinema,
sai, i film sono “inizio senza fine”. Appunto.
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ROUGH
CUT
(Todd KLICK)
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REGIA: Todd Klick
SCENEGGIATURA: Sean Gaston - Todd Klick
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2006
GENERE: Documentario
FOTOGRAFIA: Jim Hollenbaugh
DURATA: 90’
SITO
WEB
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Il 10 gennaio 2003 una donna viene trovata uccisa nella sua casa in Pennsylvania. Otto mesi prima un film indipendente era stato girato nelle vicine Appalachian Trail. Come sono collegati tra loro questi due avvenimenti?
Un mistero senza mistero
Il "mock-documentary", detto sinteticamente "mockumentary", continua a trovare proseliti. Si tratta della accurata documentazione di fatti spacciati per realmente accaduti in realtà completamente inventati. Il più famoso e imitato resta The Blair Witch Project, ma puntualmente qualcuno ci riprova. Questa volta a rinverdire i fasti del sotto-genere è l'americano Todd Klick, che imposta un'indagine su un misterioso omicidio avvenuto in Pennsylvania. La vittima è una donna, sposata a un uomo che qualche mese prima aveva collaborato alla realizzazione di un film horror ambientato nei vicini Monti Appalachi. Il film procede seguendo lo schema classico del documentario, con molteplici interviste incrociate dei tanti che hanno qualcosa da dire sulla vicenda: familiari, amici, poliziotti, investigatori, oltre a tutti gli attori reclutati per girare il film nel film. Gli unici due che non vengono mai interpellati sono il regista dell'horror casereccio e il marito, il che fa sorgere subito qualche sospetto e mette in evidenza il limite maggiore dell'opera: la distanza tra le intenzioni di costruire una progressione avvincente e il risultato soporifero. La forma utilizzata appare infatti un vezzo mal gestito che poco aggiunge e molto toglie alla veridicità dei fatti raccontati. Non basta tacere informazioni allo spettatore per suscitarne la curiosità. Diventa presto evidente, infatti, che tutti i personaggi conoscono già lo svolgimento degli eventi, insomma, sanno già chi è l'assassino. Perchè allora non parlarne nel corso delle tante interviste? Perchè svelerebbe il mistero e renderebbe inutile girarci attorno per una interminabile ora e mezza. Che purtroppo non ci viene risparmiata.
Voto:
5
Luca Baroncini
Il cameraman e/è l’assassino?
Patologie di un film-maker
Per molti il vero oggetto misterioso del festival. Nel senso che al
termine della proiezione parecchi tra gli spettatori, gli addetti ai
lavori, e gli stessi registi ospiti del festival sono stati sorpresi a
interrogarsi su un dato non proprio secondario: quello che gli autori
Todd Klick (regista) e Sean Gaston (sceneggiatore) ci hanno proposto
è un vero e proprio documentario, o si tratta piuttosto di un mockumentary,
di una ricostruzione fittizia? Sospetti di natura differente si
accumulano durante la visione, un po’ per le caratteristiche
paradossali ed estreme del caso che viene illustrato, ma ancor più
per quella ricerca del dettaglio iper-realistico, per quel timbro
quasi caricaturale nell’insistere sugli aspetti più cinici e
morbosi della vicenda, che caratterizzano tanto i commenti generali
che l’impostazione delle interviste.
Da una sommaria ricerca su internet sembrerebbe che i fatti in
questione siano realmente accaduti, ma lasciamo almeno in parte il
beneficio del dubbio. L’oggetto di Rough Cut è in ogni caso
l’omicidio assurdo e brutale di Randi Trimble, che a quanto pare
sarebbe stata accoltellata ben 27 volte e strangolata con un filo
elettrico, solo per essersi trovata al centro di un folle intreccio,
in base al quale le motivazioni personali degli assassini e la
realizzazione di un film indipendente in Pennsylvania appaiono
intimamente legate. Già, perché la povera ragazza era stata
coinvolta pochi mesi prima nelle disastrose riprese di Through Hike:
a Ghost Story, lungometraggio concepito sulla scia di The Blair
Witch Project che avrebbe dovuto rivelare al mondo il talento
(presunto) del venticinquenne cineasta Blaine Norris. Ma la
fallimentare escursione della troupe sui monti Appalachi aveva finito
invece per evidenziare l’impreparazione dello sprovveduto
film-maker, trovatosi per giunta a corto di soldi nel momento di
portare a conclusione il proprio lavoro. Ed è così che Rough Cut prende
forma quale insano “backstage”, col profilarsi di un omicidio
sullo sfondo. Difatti il rapporto amichevole di Blaine col marito di
Randi Trimble, coinvolto anche lui nella produzione del film e animato
da sentimenti sempre più morbosi e contraddittori nei confronti della
propria compagna di vita, avrebbe ispirato loro un piano perverso…
Superando ora la logica del “vero o falso?” da cui siamo partiti,
resta da dire che è l’esposizione degli eventi ad infastidirci
maggiormente, con la continua sovrapposizione di particolari
sottolineature retoriche. Il sensazionalismo regna sovrano. Da un lato
si rende omaggio alla vittima, scavando nella sua vita privata col
passo elefantiaco di un qualsiasi talk show televisivo,
impregnato magari di istanze martirologiche; mentre per l’assassino
e il suo mandante si insiste molto sugli aspetti che ne mettono in
luce l’immaturità, gli interessi più o meno maniacali, i gusti
simili a quelli di tanti nerds già abitualmente sbeffeggiati
da una miriade di teen movies. La domanda sorge spontanea: ce
n’era veramente bisogno?
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SEED
(Uwe BOLL)
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REGIA: Uwe Boll
SCENEGGIATURA: Uwe Boll
NAZIONE: U.S.A.
ANNO: 2007
INTERPRETI: Michael Paré, Will Sanderson, Ralf Moeller, Jodelle
Ferland, Thea Gill, Andrew Jackson, Brad Turner
FOTOGRAFIA: Mathias Neumann
DURATA: 90’
SITO
WEB
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Sam Seed, un pazzo assassino, è condannato a morte per mano di Warden Wright. Prima che l’esecutore prema l’interruttore, Wright domanda a Seed: “Hai qualche ultima parola?” e Seed risponde: “Ci vedremo di nuovo!”. Dopo tre scariche elettriche, con il sangue che esce dagli occhi, il condannato continua a respirare. Il boia, Wright e il dottore, collettivamente d’accordo, decidono però di dichiararlo morto. L’uomo viene così sepolto vivo. La sua vendetta sarà terribile.
Nudo e crudo
Un nuovo serial killer si aggira tra gli schermi ed è destinato a lasciare il segno. Sembra impossibile poter aggiungere qualcosa di rilevante ai chilometri di pellicola impressionati da nefandezze di ogni tipo, ma il tedesco Uwe Boll (autore di film tutt’altro che memorabili come Alone in the Dark e House of the Dead) riesce a distaccarsi dalla patina rassicurante di tanto cinema mediocre. Le armi che usa non sono delle più leali, ma l'effetto shock è garantito. Certo, si dirà, è facile scuotere dal torpore mostrando l'orrore senza filtri, nella sua nuda crudeltà, ma il coraggio di Boll nel non cedere a nessun compromesso giustifica la gratuità di certe scelte. A partire dai discutibili titoli di testa che
scorrono insieme a immagini di reali torture su animali, fino a una didascalia che è una chiara dichiarazione di intenti ("Tutto ciò che nasce è degno di essere distrutto"). "Seed è un film sull’esistenza umana. Non è un film horror divertente", dichiara Boll, e il suo tentativo è quello di non circoscrivere il male dandogli motivazioni, giustificazioni e vie di fuga, ma palesandolo nella sua efferatezza. La storia pesca a piene mani nel già visto, con un temibile omicida seriale assetato di vendetta, prima catturato e poi in fuga, ma fin da subito colpisce lo stile asciutto e insieme carico di Boll: pochissimi dialoghi, la dominante del buio ma al contempo la efficace stilizzazione delle coordinate dell’azione attraverso frenetici movimenti della m.d.p manuale, l’assenza di psicologismi, qualche eccesso fumettistico (il poliziotto a bordo del motoscafo che raggiunge l'isola prigione - il vicino di cella del serial killer - l'uscita dalla bara) e alcune sequenze destabilizzanti difficili da dimenticare. Su tutte, oltre a qualche pugno nello stomaco ben assestato e al perfido finale, il sadico piano sequenza che mostra l’uccisione brutale di una signora legata a una sedia, presa a martellate in micidiale progressione. Minuti difficili da digerire che superano consapevolmente la soglia di ciò che può essere replicato attraverso l'utilizzo delle immagini e creano un legame con la morbosità dello spettatore sfidandone il compiacimento. Rispetto alla scia aperta da Hostel, c'è l'assenza di qualsiasi ammiccamento cinefilo e una maggiore onestà nel trattare una materia sanguinosa che non diventa mai gioco. L'orrore resta orrore, dall'inizio alla fine. Può non piacere, disturbare, shockare, irritare, ma ha un suo perchè e non bara.
Voto:
7
Luca Baroncini
Seed
è un film che sa farsi parecchio odiare. Noi invece non amavamo
particolarmente Uwe Boll quando le sue potenzialità registiche erano
represse da produzioni horror estremamente banali, standardizzate, quali
potevano essere House of the Dead e Alone in the Dark. Qui
sembra invece che il regista tedesco abbia avuto finalmente la chance di
affermare qualcosa di personale, e per quanto i detrattori di Seed
avranno molto da ridire in proposito, la sua evidente volontà di
scioccare non è fine a se stessa, arriva diretta al bersaglio.
In questo atipico film sulla figura del serial killer, l’idea di
rappresentare la bestialità dell’uomo a tutti i livelli è introdotta
da una prima provocazione, l’utilizzo di immagini delle torture agli
animali filmate in paesi come la Cina e recuperate
presumibilmente attraverso uno dei tanti siti che le diffondono. Un
primo pugno allo stomaco. Ma non rimarrà un caso isolato, perché Uwe
Boll nello sviluppare a livello di fiction il personaggio di Seed finirà
per sottolineare spesso la sua cattiveria gratuita, il sadismo; e
soprattutto quel voyeurismo perverso da lui soddisfatto attraverso una
videocamera, posta a documentare l’agonia di vittime lasciate a morire
di fame in celle predisposte per l’occasione. Non solo. In una scena
successiva ci si rende di come l’autore voglia anche spostare in
avanti la soglia di ciò che è possibile mostrare sul grande schermo,
osando un piano-sequenza di rara crudeltà per ricostruire una delle
uccisioni più brutali: una donna anziana legata alla sedia e Seed che
comincia a colpirla con un martello, prima piano, poi sempre più forte
fino a sfasciarle la testa. Il passaggio nel corso della mattanza dal
pro-filmico nudo e crudo agli interventi della Computer Graphic svela
“innocentemente” la finzione, ma non attenua l’orrore. Così come
la fosca parabola sulla bestialità umana non si era placata affatto con
l’arresto del serial killer, perché al momento opportuno i tutori
dell’ordine dimostreranno di non essere estranei alle stesse
propensioni sadiche e violente esibite dallo spietato antagonista,
divenuto loro prigioniero… e così, tra colpi bassi e rovesciamenti
continui delle aspettative classiche dello spettatore, ci si avvia verso
una conclusione particolarmente cupa.
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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SUMMER
SCARS
(Julian RICHARDS)
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REGIA: Julian Richards
SCENEGGIATURA: Julian Richards - Al Wilson
NAZIONE: Gran Bretagna
ANNO: 2007
INTERPRETI: Kevin Howarth, Ciaran Joyce, Amy Harvey, Jonathan
Jones, Darren Evans, Christopher Conway, Ryan Conway
FOTOGRAFIA: Bob Williams
DURATA: 76’
SITO
WEB
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Nella piccola comitiva di adolescenti, che alla routine scolastica ha
preferito una giornata di libertà nei boschi, si accende la rivalità
tra Bingo e Paul, determinati entrambi ad imporsi come leader e a fare
colpo sulla ragazza del gruppo, Leanne. Ma in questo confronto ad alto
livello testosteronico irrompe Peter, uno sbandato che prima si
conquista le simpatie della banda e poi ne approfitta per sfogare la
propria aggressività sui ragazzi, sempre più terrorizzati. Si intuisce
che il gioco finirà male, in un modo o nell’altro…
Cicatrici poco profonde
Julian
Richards è uno dei registi più rappresentativi di quella “new wave”
inglese che negli ultimi anni ha proposto un modello di cinema
indipendente indubbiamente vitale, aperto alle contaminazioni di genere,
flessibile e ingegnoso dal punto di vista produttivo. Tra le tante
figure interessanti espresse da tale cinematografia, lo stesso Richards
si era fatto notare in una delle prime edizioni del Ravenna Nightmare
con The Last Horror Movie, interpretato da quel Kevin Howarth,
peraltro bravissimo, che abbiamo poi ritrovato in Summer Scars.
Ma questo ritorno a distanza di anni ha lasciato qualche perplessità.
Se la semplicità della macchina produttiva, con attori giovani e
motivati al servizio di una storia forte, è un dato di fondo che
continua a trovare consensi, il risultato finale è parso in questo caso
inferiore alle aspettative.
Kevin Howarth, come dicevamo prima, è piuttosto convincente
nell’impersonare l’adulto disturbato che trovandosi di fronte un
gruppetto di adolescenti inizialmente spavaldi, e poi sempre più
spaesati, trova il modo di imporre la propria aggressività attraverso
una serie di piccole violenze fisiche e psicologiche. Ma il regista, che
pure dichiara di essere molto legato al soggetto per via di alcune
brutte esperienze vissute da giovanissimo, sembra affrontare
l’argomento in modo un po’ pretestuoso, permettendo che nella
rappresentazione di situazioni al limite si avverta un compiacimento
talvolta fuori luogo. L’impressione non positiva che il taglio
“borderline” sia costruito un po’ troppo a tavolino trova conferma
in quei piccoli scarti stilistici, che sottraggono sincerità
all’operazione. Summer Scars archivia infatti nelle scene di
maggiore impatto un accento drammatico, realistico, apparentemente senza
filtri, che contrasta abbastanza con certe sottolineature decisamente più
”glamour”; ad esempio le stesse immagini che accompagnano i titoli
di testa, rimarchevoli giusto per le note hip hop e il montaggio
sbarazzino, così poco in sintonia col resto del film.
Voto:
5,5
Stefano Coccia
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THE UGLY
SWANS - GADKIE LEBEDI
(Kostantin Lopushansky)
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REGIA:
Kostantin Lopushansky
SCENEGGIATURA: Kostantin Lopushansky - Vyacheslav Rybakov
NAZIONE: Russia
ANNO: 2006
INTERPRETI: Gregory Hlady, Leonid Mozgovoy, Aleksei Kortnev,
Rimma Sarkisyan, Laura Lauri, Sergei Barkovsky
FOTOGRAFIA: Vladislav Gurtchin
DURATA:
105’
SITO WEB
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Lo scrittore Victor Banev, ottenuto dalle autorità un permesso speciale,
torna in quella città il cui volto nel frattempo è completamente
cambiato: strani fenomeni, tra cui un’alluvione inarrestabile, sono
comparsi dopo l’arrivo degli Aquatters, misteriosi esseri che per
alcuni costituiscono una minaccia, per altri una speranza. La loro
origine è materia di discussione per scienziati e militari, ma che essi
siano del tutto estranei al nostro mondo o semplici mutanti, i poteri
mentali di cui sono provvisti li rendono irrimediabilmente diversi.
Victor vorrebbe incontrarli, sapendo che il suo governo si appresta a
spazzarli via, anche perché sua figlia fa parte dei ragazzini accolti
dagli Aquatters in una scuola particolare, da loro istituita per
trasmettere alle nuove generazioni conoscenze e punti di vista inediti
per il genere umano.
Paura del diverso
Stile d’altri tempi. The Ugly Swans (Gadkie Lebedi) segna
il ritorno di un maestro del cinema russo non molto prolifico e da noi
ancora poco conosciuto, quel Kostantin Lopushansky che già nel 1986 si
fece apprezzare oltre i confini della vecchia Unione Sovietica con
l’apocalittico Pisma myortvogo cheloveka (Letters from a
Dead Man). Non a caso Lopushansky, considerato un allievo di
Tarkovskij, si ripresenta a distanza di cinque anni dall’ultima regia
con un film ispirato al romanzo omonimo dei fratelli Arkadi e Boris
Strugatsky, ovvero gli stessi di Stalker, rispetto al quale si
avverte qui una certa contiguità formale e tematica. Più in generale The
Ugly Swans sembra riproporre le fascinazioni e il tono riflessivo
della fantascienza a carattere filosofico degli anni ’70, quella che
in Europa Orientale finì per ibridarsi con la complessa poetica di uno
dei più grandi autori cinematografici del recente passato, per
l’appunto Andrej Tarkovskij. Per quanto riguarda i contatti del
regista con la letteratura di genere il riferimento non può limitarsi a
Stalker, ma va ovviamente allargato a Solaris, opera del
polacco Stanislaw Lem. Sebbene Lem ambienti parte del suo capolavoro in
orbita, mentre gli Strugatsky tanto in Stalker che in The Ugly
Swans hanno scelto di collocare il loro mistero nella Terra
dell’immediato futuro, vi è in tutte queste opere la tensione comune
verso un percorso conoscitivo articolato e sofferto, aperto verso nuove
dimensioni dell’esistenza, ed ostacolato al contempo
dall’autoritarismo latente di una società umana non preparata al
cambiamento. O perlomeno questi sono gli elementi dei rispettivi romanzi
su cui autori come Tarkovskij e Lopushansky, con le differenze del caso,
hanno puntato maggiormente, sviluppando poi implicazioni più profonde.
Quanto detto finora dovrebbe suggerire l’eccezionalità di una
pellicola come The Ugly Swans nel panorama cinematografico
attuale: le dilatazioni temporali, lo studio attento delle inquadrature,
il prolungarsi di carrellate ipnotiche lungo paesaggi post-industriali o
cosparsi di altri segni perturbanti, il carattere artigianale e
fondamentalmente naif delle scene in cui si rivela il fantastico, la
fotografia pronta a virare verso cromatismi che di volta in volta
sottraggono o fanno acquistare calore alla messinscena, sono tutti
fattori indicativi di un linguaggio filmico che oggigiorno sono in pochi
a poter padroneggiare. Nonostante una prolissità difficilmente
contestabile, il lungometraggio di Lopushansky ha tutte le carte in
regola per affascinare lo sguardo e sedurre le menti attraverso una detection
particolarmente enigmatica, sfuggente, che dà quasi l’impressione di
girare a vuoto allorchè il protagonista Victor Banev si scontra col
mistero rappresentato dagli Aquatters. Nella città invasa dalle acque
non sono soltanto loro a creare apprensione: la figlia di Victor è tra
quei ragazzi che vengono educati proprio dai mutanti, secondo una
saggezza e una capacità di instaurare relazioni empatiche ancora
sconosciute alla razza umana, per cui la compattezza e la disinvoltura
dell’intero gruppo nell’affrontare un dibattito filosofico con lo
stesso Victor, scrittore invitato a visitare il loro istituto, desta
subito grande impressione. Un po’ come se quel nucleo altrettanto
solidale di ragazzini biondi dai poteri non umani, descritto in modo
agghiacciante ne Il villaggio dei dannati, fosse stato riesumato
ma con finalità e propensioni del tutto opposte: non distruggere, in
questo caso, ma istruire e rinnovare il genere umano. Se Victor almeno
si sforza di comprendere tutto questo, dalla posizione subalterna di
alfiere del vecchio mondo in rovina, le gerarchie politiche e militari
progettano invece, nella loro ottusità, di venire a capo del problema
bombardando la zona. Annientare la diversità che spaventa, la vita non
riconosciuta come tale, un po’ come in Solaris (i conti
tornano) o ne Il pianeta del silenzio, altro fondamentale
romanzo di Stanislaw Lem. L’impressione rimane quindi quella di un
Lopushansky postosi, sia a livello formale che contenutistico, sulla
scia della preziosa eredità di Tarkovskij, il suo maestro? In parte è
così, ma The Ugly Swans risulta ancorato al passato meno di
quanto si pensi. Il plot aspira sì all’universalità, ma in filigrana
è possibile rintracciare sottotesti più attuali e circostanziati,
fondamentalmente critici, pessimisti, nel legare l’autoritarismo della
classe governativa rappresentata nel film, nonché l’omologazione
diffusa e l’ostilità verso ogni forma di dissidenza, al desolante
quadro politico-sociale della Russia di oggi.
Voto:
8
Stefano Coccia
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DAY
WATCH - I GUARDIANI DEL GIORNO
(Timur BEKMAMBETOV)
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REGIA: Timur Bekmambetov
SCENEGGIATURA: Timur Bekmambetov - Alexander Talal
NAZIONE: Russia
ANNO: 2006
INTERPRETI: Konstantin Khabensky, Marja Poroshina, Vladimir
Menshov, Galina Tyunina, Viktor Verzhbitsky
FOTOGRAFIA: Sergei Trofimov
DURATA: 132’
SITO
WEB
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Sequel de
“I
guardiani della notte”
e capitolo intermedio della trilogia fantasy/horror ideata dallo
scrittore Sergei Lukyanenko, “Day Watch” introduce nelle battute
iniziali un altro mito, che rivelerà presto tutta la sua importanza:
trattasi del Gesso del Destino, un tempo nelle mani del prode Tamerlano.
Ma l’enigmatico oggetto tornerà utile anche ai giorni nostri. Già,
perché nella Mosca sempre più allucinata e caotica che fa da sfondo
alla tregua, costantemente minacciata, tra le opposte fazioni della
Guardia Notturna e della Guardia Diurna, è in atto un intrigo. Ancora
una volta gli straordinari poteri degli elementi affiliati ai due
schieramenti entreranno in gioco, nel tentativo di favorire od
ostacolare gli oscuri piani di Zavulon. Questa sua ennesima
provocazione, rivolta inizialmente al Guardiano della Notte Anton
Gorodetsky ma orientata a sconvolgere l’intero equilibrio, condurrà
verso uno scenario apocalittico, al quale soltanto una sofferta scelta
dello stesso Anton potrà, forse, porre rimedio.
Chi controllerà la guardia?
Presentato
in anteprima al Ravenna Nightmare, I guardiani del giorno (Day
Watch) esce ora in sala, trascinandosi dietro molti degli
interrogativi che avevano accompagnato l’edizione italiana de I
guardiani della notte, precedente capitolo della saga
ideata dallo scrittore Sergei Lukyanenko e portata sullo schermo dal
visionario regista kazako Timur Bekmambetov. Quello che è stato per il
cinema russo uno dei maggiori successi commerciali di tutti i tempi
approda in Italia, con ben poche chance di suscitare altrettanto
clamore, il che si può imputare a diversi fattori. Da un lato,
ovviamente, la pigrizia mentale esibita da una parte consistente del
pubblico nostrano, ogniqualvolta sia chiamato a confrontarsi con un film
di genere e/o potenziale blockbuster, proveniente però da
territori esterni al recinto hollywoodiano. D’altro canto, la copia
del film che abbiamo visionato a Ravenna è quella russa sottotitolata
in inglese, rimane quindi forte il sospetto che il doppiaggio possa aver
comportato un imbastardimento analogo a quello subito dal precedente
episodio.
Procediamo con ordine: pur risentendo a tratti di una costruzione
narrativa più lacunosa, frammentaria e farraginosa, I guardiani del
giorno conserva un appeal cinematografo che risiede tanto
nelle insolite scelte stilistiche, che nei meandri di un plot
stratificato e ricco di suggestioni. Non ultima la natura delle azioni
che, in questa circostanza, rischiano di compromettere la tregua
plurisecolare tra creature dai poteri sovrumani votate alla luce
(Guardiani della Notte) o votate invece all’oscurità (Guardiani del
Giorno). Sarebbe sfiancante tentare di ripercorrere tutti i sub-plot
che animano questo capitolo della saga, ma è interessante notare come i
tentativi del machiavellico Zavulon di sovvertire la tregua facciano
comunque perno sulla supposta inviolabilità di quelle regole, che
impediscono ai membri delle opposte fazioni di regolare i conti tra
loro, o di interferire senza autorizzazione con le faccende umane. Le
macchinazioni del capo della Guardia Diurna, uno Zavulon disposto qui a
sacrificare alcune pedine del proprio schieramento pur di far crescere i
poteri di Yegor, il suo protetto, prendono di mira tanto il nemico
recentemente acquisito Anton Gorodetsky che altri elementi dello
schieramento avversario, con l’evidente scopo di far loro infrangere
le leggi che sanciscono la tregua. Conseguentemente si fa strada il
rischio, destinato ben presto a concretizzarsi, che Mosca diventi
nuovamente il palcoscenico di magiche battaglie e apocalittiche
devastazioni.
Si impone ora una domanda: come è possibile che la complessità dei
rapporti tra i personaggi venga resa adeguatamente, facendo ricorso ad
un doppiaggio italiano con punte di ridicolo involontario non
trascurabili, rafforzate per giunta da traduzioni dei dialoghi stentoree
e poco attente alle sfumature? Il sospetto di una manipolazione
eccessiva, sia chiaro, viene formulato nella speranza di essere
smentiti, nella speranza cioè che la versione italiana di Day Watch esibisca
una confezione più curata del solito; ed è quindi un sospetto che si
concentra tutto sul ricordo del pessimo esito avuto da una simile
operazione, nel caso del precedente I
guardiani della notte; per cui, oltre ad auspicare
provocatoriamente che di pellicole simili venga fatta circolare, in
futuro, anche la copia originale con sottotitoli in italiano decenti,
vorremmo fare un passo indietro e spostare per un momento l’asse del
discorso su alcune impressioni, ormai datate, relative al primo capitolo
della trilogia.
Guardiani
della notte e prodigi di piume
Ecco,
relativamente a I
guardiani della Notte si può notare come la
percezione delle atmosfere che caratterizzano la narrazione possa mutare
considerevolmente, col passaggio dalla versione russa sottotitolata alla
versione doppiata. Laddove le voci originali degli attori, peraltro
molto bravi, riuscivano con la loro naturalezza e un filo di ironia a
rendere appetibili dialoghi talvolta sopra le righe, poco plausibili o
semplicemente un po’ oscuri, le stesse battute pronunciate in modo
inappropriato dai doppiatori di casa nostra finivano per risultare
ridicole, disperdendo in parte il pathos del racconto. A questo fa
riscontro l’impressione che la traduzione italiana dei dialoghi (“mutantropi”?
“prodigio di piume”?) sia stata fatta alla meno peggio, attingendo
ad un lessico improbabile o semplicemente antiquato, come tende troppo
spesso a verificarsi coi rari film dell'Europa Orientale distribuiti
nelle nostre sale, specie quelli considerati non propriamente autoriali
(cfr. Il fratello grande di Balabanov). E siamo pronti a
scommettere che chiunque abbia visto a Ravenna o altrove la
particolarissima copia "da esportazione" del film di
Bekmambetov si sarà detto: è già un peccato doverla doppiare! C'è
infatti una chicca da rivelare: per i sottotitoli in inglese, quelli
stampati direttamente sulla pellicola, si è proceduto a qualche piccolo
esperimento creativo (confermato poi nel successivo I guardiani del
giorno), con esiti per nulla disprezzabili. Così, nella scena in
cui la giovane vampira esercita da notevole distanza "il
richiamo", costringendo un bambino che nuota ad uscire dalla
piscina quasi fosse ipnotizzato, le sue parole (“Come to me!”
nei sottotitoli inglesi) apparivano in rosso sullo schermo per poi
sparire come in una nuvola di sangue. Non male, questa ed altre trovate.
Sebbene il pessimo doppiaggio italiano creasse un’eccessiva distanza
tra lo spettatore e le problematiche dei personaggi, va ammesso che il
plot de I
guardiani della notte mostrava già di suo qualche
crepa, non tanto per mancanza di prospettive originali, quanto piuttosto
per scarsa coesione dei diversi piani narrativi, da cui un senso di
incompiutezza affiorante a tratti. Difficoltà nel rendere sullo schermo
la complessità del romanzo? Può darsi. Il tutto, se vogliamo,
adeguatamente compensato dalla mano felice con cui il kazako Timur
Bekmambetov ha saputo introdurre gli elementi più suggestivi della
storia, quelli in base ai quali il potenziale rinnovarsi
dell'immaginario fantastico ha avuto buon gioco, nel fagocitare gli
ambienti più riconoscibili e gli stili di vita della Mosca
contemporanea. Attenzione, perché sono aspetti che anche nel successivo
I guardiani del giorno tendono ad imporsi in misura determinante!
Lo "straordinario" convive qui, al pari di quanto espresso
nella precedente pellicola, con il quotidiano, rappresentato da una
efficace stilizzazione del caotico fluire della vita nei luoghi topici
della capitale: la concretezza stessa di tali luoghi (l'immensa rete
della metropolitana costruita ai tempi di Stalin, la Piazza Rossa,
l'interno di case "sgarrupate" e i tetri palazzoni a schiera
della periferia, ecc.) sprofonda paradossalmente in una specie di
geografia astratta, notturna per vocazione pur non essendo il giorno
meno inquietante, laddove l'iperrealismo spalanca le porte a una
surrealtà di fondo che avvolge gradualmente la metropoli russa. Si
finisce così per osservare i personaggi non umani, "gli
Altri", nell’atto di entrare in una dimensione parallela,
ribattezzata "oscurità" o "crepuscolo", per poi
affrontarsi in quegli stessi luoghi che poco prima apparivano
abbandonati o, al contrario, pulsanti di vita; ma il set cittadino,
manipolato digitalmente e/o rimodellato da intuizioni fotografiche e di
montaggio, si afferma comunque quale conturbante crocevia tra realtà e
mito.
Parecchio si potrebbe aggiungere a proposito di altre chiavi di lettura
importanti, ad esempio la parafrasi di una società da sempre molto
burocratizzata, sia nel periodo sovietico che all'epoca degli zar. La
situazione oggigiorno non sembra essere così diversa, anzi… un simile
retaggio è parte integrante di quei sottotesti, determinanti nel
favorire l'adesione e l'immedesimazione del pubblico russo, cui abbiamo
fatto riferimento trasversalmente e a cui alludono diversi segmenti di
un percorso narrativo estremamente segmentato, in entrambe le pellicole
della trilogia realizzate finora; sottotesti assai pregnanti, come nei
dialoghi in cui vengono messe in discussione le "licenze"
rilasciate dai rappresentanti della "Guardia Notturna" ai
vampiri, alle streghe e alle altre creature in forza alla "Guardia
Diurna", per cacciare in circostanze eccezionali gli umani, senza
però violare la tregua stabilita millenni prima. Davvero singolare,
eppure in un film apparentemente così manicheo, dove il Bene e il Male
sono rappresentati attraverso due opposti schieramenti eternamente in
lotta tra loro, la nota più maliziosa e appropriata discende proprio
dalle ambiguità, dalle commistioni, dai metodi troppo spesso simili che
adoperano gli esponenti di entrambe le fazioni per riportare l'ordine.
Come se ciò volesse rappresentare il caos assoluto, le fobie, la crisi
di valori della società russa attuale.
Conclusioni
Nel
fare lo slalom tra I
guardiani della notte e I guardiani del giorno, ci
siamo soffermati più sulle basi offerte dall’incipit della saga che
sugli sviluppi narrativi proposti dal secondo capitolo, il che non è
affatto casuale: per quanto un riepilogo iniziale tenti di far
ambientare il neofita, I guardiani del giorno rischia di apparire
oscuro, ermetico, agli occhi di coloro che non hanno familiarità con i
personaggi del film precedente, con il loro modus operandi. In più,
la nuova pellicola presenta una serie di squilibri non sempre
giustificati, sia a livello stilistico che narrativo. La disomogeneità
di fondo assorbe parentesi da epic movie (ovvero la vicenda di
Tamerlano), sequenze da video-clip (ovvero certi inseguimenti iperbolici
lungo le strade della capitale russa), frangenti dal sapore farsesco
(ovvero lo scambio di corpi tra Anton e Olga, con conseguenze da
commedia degli equivoci facilmente immaginabili) e scene catastrofiche
(ovvero la violenza distruttiva che si scatena a Mosca nella parte
finale). Troppa carne al fuoco, probabilmente. Ma alcuni degli
ingredienti rovesciati nel pentolone, ad esempio il susseguirsi di
rivelazioni e momenti tragicomici durante la festa di compleanno del
giovane Yegor, riescono comunque a farsi apprezzare, lasciando ben
sperare per la conclusione della saga.
Voto:
6
Stefano Coccia
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THE
DIABOLIKAL SUPER-KRIMINAL
(SS-SUNDA)
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REGIA: SS-Sunda
NAZIONE: Italia
ANNO: 2007
INTERPRETI: Federico Boido, Liliana Chiari, Vito Fornari,
Gabriella Giorgelli, Erna Schurer
GENERE: Documentario
FOTOGRAFIA: Elisa Maritano
DURATA: 73’
SITO
WEB
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Dopo quarant’anni dalla sua nascita, la vera storia di “Killing”, il fotoromanzo più censurato del mondo.
Dietro la maschera
Per chi si avvicina alla mezza età probabilmente il titolo "Killing" spalanca le porte a pruriginosi ricordi adolescenziali. Si tratta infatti di uno dei primi fotoromanzi sexy-noir-splatter. Una sorta di piccoli film su pagina, curati nella realizzazione e attenti a titillare la parte più degenere del lettore/spettatore. Il protagonista è infatti un uomo mascherato da scheletro che attraversa le varie storie uccidendo per puro piacere e seducendo fanciulle discinte e prosperose. La novità, stando ai reperti dell'epoca arrivati integri fino a noi, è nella commistione di sesso e violenza a un tasso superiore a ciò che circolava negli anni Sessanta in Italia. Non è un caso che la mannaia della censura abbia presto limitato la circolazione della rivista. Ma il successo fu tale da conquistare un posto di rilievo nell’immaginario nazionale, e non solo. In Francia, ad esempio, il fotoromanzo uscì con successo con il nome di "Sadistik". Il documentario di SS-Sunda, regista e sceneggiatore indipendente autore di vari cortometraggi
porno-splatter, rievoca il personaggio attraverso le interviste di chi ha collaborato a crearne a suo tempo il mito. Davanti alla macchina da presa si alternano quindi attori protagonisti degli episodi, appartenenti alla redazione, fumettisti, editori, giornalisti, scrittori. Il tutto inframmezzato da filmati in 8mm girati nel 1966 all'interno della casa editrice e da una fiction in 16mm realizzata appositamente ai giorni nostri per celebrare il mito di "Killing". Il risultato è un divertente spaccato sulla società degli anni Sessanta, dove il perbenismo di facciata nascondeva una voglia di trasgressione tenuta sotto controllo dai rigidi dettami della censura. Un inquadramento più che altro formale, in grado però di condizionare i costumi. Non che oggi la situazione sia cambiata più di tanto. Forse si sono ampliati i parametri, ma più che altro per la violenza, sempre più esasperata, mentre nei confronti del sesso rimane l’ombra dell’ipocrisia: certamente è ancora la Chiesa, piuttosto che il buon senso, a influenzare le abitudini e i gusti sessuali di molti. Considerazioni sociali a parte, SS-Sunda documenta con partecipazione e brio il mito di "Killing" attraverso il racconto di aneddoti per lo più spassosi. Con adeguata suspense lo spettatore ha modo anche di scoprire l'identità dell'attore (il simpatico stuntman Aldo Agliata), all’epoca tenuta rigorosamente segreta, che si celava dietro la maschera da scheletro del protagonista. Ciò che forse nel documentario manca, e un po' viene dato per scontato, è un maggiore dettaglio delle gesta del protagonista. In questo senso non basta un simpatico montaggio con fotografie del fotoromanzo. Chi non ha mai letto “Killing” finisce per capirlo poco. Poi forse è vero che più del personaggio è importante ciò che ha rappresentato, ma l’approccio di SS-Sunda non riesce a essere sempre contagioso. Il rischio, infatti, solo in parte scongiurato, è di un'operazione nostalgia dedicata soprattutto agli addetti ai lavori.
Voto:
7
Luca Baroncini
La rivoluzione sexi-noir!
Una
cavalcata davvero appassionante a ritroso nel tempo, quella proposta da
SS-Sunda quale omaggio alle inconfondibili atmosfere di Killing,
il rivoluzionario fotoromanzo sexi-noir che nel 1966 esplose come dinamite
suscitando lo stupore del pubblico italiano. E pare che questa sua capacità
di sorprendere e di far presa sugli appassionati di cultura horror sia
rimasta inalterata, considerando che al Ravenna Nightmare il documentario The
Diabolikal Super-Kriminal ha sbaragliato la concorrenza,
aggiudicandosi l’ambito Premio del Pubblico. Ma se all’epoca le truci
imprese dell’assassino mascherato scandalizzarono i benpensanti ed
esaltarono le menti più libere, cos’è tra le tante trasgressioni
proposte dal fotoromanzo che ancora oggi può colpire la nostra
immaginazione? Beh, passando al setaccio i vari ingredienti della
fortunata (ma censuratissima) serie, c’è solo l’imbarazzo della
scelta: un anti-eroe che ammazza a destra e a sinistra senza alcun alibi
morale; una parata di provocanti donne in lingerie, scelte tra le
giovani attrici più lanciate del periodo; la capacità del regista
Rosario Borelli e degli altri autori di scioccare con storie estremamente
disinibite; il dinamismo delle pose, novità rilevante rispetto al
piattume dei fotoromanzi rosa emuli di Grand Hotel, che
erano allora in voga; un impianto produttivo vicino per mezzi tecnici e
consistenza della troupe allo standard di un set cinematografico; la veste
editoriale particolarmente curata.
Ecco, se sulla necessità di riscoprire Killing c’erano
pochi dubbi, ancora non abbiamo detto molto sulle qualità del
documentario. Il regista SS-Sunda ha invece più di un motivo per essere
soddisfatto di questo film che procede come un treno, affrontando la
vicenda di Killing con una passione che traspare ovunque,
dal tono delle interviste all’accurata ricerca dei materiali,
dall’inserimento delle scene di finzione appositamente girate, che fanno
il verso ai personaggi del fotoromanzo, fino alle tante incursioni negli
altri episodi salienti della controcultura italiana anni ’60. Non si può
quasi distinguere tra lucidità d’analisi e dichiarata empatia, quando
l’autore di The Diabolikal Super-Kriminal ripercorre le tappe che
dai primi anni ’60 hanno portato alla rottura dei pregiudizi e delle
omissioni in atto nella produzione culturale italiana, pesantemente
condizionata dal mondo cattolico, dalla sua falsa morale. E così
l’ambiente del cinema si scopre più libero dopo aver assestato due
robuste spallate, con Rocco e i suoi fratelli di Visconti e La
dolce vita di Fellini, mentre il comune senso del pudore perde colpi
anche nel settore dei fumetti, prima con le imprese autoctone di Diabolik
e dei suoi epigoni, poi con l’importazione di una super-sexy Barbarella.
Man mano che il documentario di SS-Sunda entra nel vivo la forma stessa si
ibrida, accogliendo quei segmenti di fiction girati con aria scanzonata
per rendere omaggio a un redivivo Killing e alle sensuali figure femminili
del fotoromanzo; ma è anche il curioso epilogo thrilling ad
orientarsi in tal senso: se il documentario fa infine gettare la maschera
all’attore (presente anche a Ravenna, con tanto di costume!) che
interpretava il sadico protagonista, sempre costretto in quegli anni a
nascondere la propria identità (ma per volontà della produzione), noi
cercheremo invece di rimanere sul vago. Tutto ciò, ovviamente, allo scopo
di non rovinare la sorpresa ai lettori che imbattendosi nel film vorranno
investigare per conto proprio, così da assaporare la suspance di
quel montaggio incalzante proposto verso la fine, tra depistaggi più o
meno (in)volontari e contrapposte ipotesi sull’identikit
dell’interprete.
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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Intervista
a SS-Sunda
a
cura di Stefano Coccia
Domanda
scontata ma inevitabile: da dove nasce la tua passione per Killing?
Dai film pop di eroi mascherati come Superargo e i
luchadores messicani come El Santo, Blue Demon, Super
Zan, Mil Mascaras etc. Mi piacevano da morire, solo che
erano dei poliziotti! Così in adolescenza scoprii il fumetto nero come Kriminal,
il perfetto contrario di questi film, e poi Killing, ovvero una
sorta di Kriminal ancora più amorale e in più non disegnato ma fotografato,
quindi molto più crudo e realistico.
Non
a caso nella primissima parte del documentario si accenna all’avvento in
Italia dei primi fumetti horror, stile Diabolik, che furono un grosso elemento
di rottura rispetto ai costumi morigerati dell’epoca. Cosa puoi aggiungere
in proposito?
Che
anche Killing, come i migliori fumetti neri, fu innovativo. Prima di lui
esistevano (quasi) solo fotoromanzi che narravano storie d’amore.
Quanto
è stato difficile recuperare tutto il materiale che viene mostrato nel film,
ed ottenere la disponibilità di personaggi come Romano Scavolini, Corrado
Farina (ospite, peraltro, di una passata edizione del Ravenna Nightmare), Vito
Fornari, Erna Schurer, Carlo Caso, Paul Muller, Gabriella Giorgelli, ed altri
ancora?
Per
la sezione “immagini di repertorio” è stato molto facile: Home Movies,
l’archivio nazionale dei film amatoriali, mi ha fornito immagini di
repertorio come l’Italia e la Francia degli anni ’60; Dalla moglie di uno
degli sceneggiatori di Killing ho avuto invece alcuni 8mm girati ai tempi
all’interno, e all’esterno, della casa editrice milanese; Infine il
regista e scrittore Corrado Farina mi ha dato l’ok nel poter utilizzare a
mio piacere alcune clip dei suoi fantastici cortometraggi in 8mm degli anni
’60.
Mentre per la “sezione intervistati” è stato un vero delirio. Ogni
persona presente nel documentario è stata scovata in modo differente. Tutti
gli attori e le attrici che recitavano in Killing mi hanno fatto sudare sette
camice, così come i redattori. Mentre personaggi come Corrado Farina, Romano
Scavolini, Massimo Semerano e pochi altri, oltre ad essere stati di facile
reperibilità, hanno subito accettato con interesse l’intervista, chi per un
motivo chi per un altro…
Nel
tuo
The Diabolikal Super-Kriminal ci sono, accanto alla parte
documentaria, alcuni frammenti di fiction divertenti e movimentati che vedono
Killing nuovamente protagonista. Li hai girati tu?
Sì.
In 16mm poi invecchiato. E’ stata la parte più divertente e interessante,
almeno per me, di tutto il lavoro. Poi le super-sexy attrici come Judith
Peligro, Catarsina Transfert e Dolores Suaves sono state bravissime. In
principio volevo fare un corto con inizio e fine da inserire a frammenti nel
documentario, ma poi non avevamo più budget e allora ho deciso di girare solo
le scene che potevano alleggerire la narrazione complessiva del lavoro o
descrivere alcuni momenti clou esposti dalle dichiarazioni degli intervistati.
Come
sono entrati nel progetto El Reverendo M e gli altri artisti coinvolti per le
musiche?
El
Reverendo M, essendo il mio amico di più vecchia data che conosca, è stato
il primo ad essere stato interpellato. E’ una bestia! E’ capace di suonare
qualsiasi cosa! Mirco Martelli e i Neuropa invece si sono presentati da soli
perché erano interessati al progetto, mentre la Charles Hall E. Band mi è
stata proposta da Mort Todd, il distributore americano del documentario. Verso
fine gennaio uscirà la colonna sonora in vinile e cd, uno dei produttori è
Marco Maiani, l’ex bassista della prima formazione dei purtroppo scomparsi
Disciplinata.
Le
battute finali di The Diabolikal Super-Kriminal
si avvicinano alla “suspance” di un thriller, nell’attesa che
l’identità di Killing venga finalmente rivelata al pubblico. Come hai
lavorato su questa idea ?
Ai
tempi nessuno sapeva chi fosse Killing, il mio documentario è la prima fonte
in assoluto che svela l’identità dell’attore. La “suspance” è stata
molto facile da creare, grazie agli intervistati che dicevano una cosa poi
un'altra e ognuno diversa… chi perché dopo quarant’anni si ricordava
poco, chi per motivi di invidia, etc, etc… E’ bastato solo un buon
montaggio.
Quando
si è accostato alla realizzazione del film un grande del fumetto horror
americano come Mort Todd?
Dopo
un anno, ovvero a metà lavoro. Ad un certo punto mi sono detto “cribbio! Ma
se voglio far vedere foto di Killing a go-go, e ricostruirne una fiction, dovrò
chiedere il permesso al detentore dei diritti!!!” E il proprietario del
copyright internazionale di Killing dal 2006 è la Comicfix di New York,
ovvero la società di Mort Todd.
Per
le diverse versioni di Killing/Sadistik/Satanik che hanno circolato nel mondo
ci sono stati spesso problemi con la censura. Vuoi parlarcene in breve?
No.
Lasciamo un motivo in più per creare interesse nel pubblico, visto che ciò
che mi chiedi è approfondito nel film-documentario. Ho detto “pubblico”?
Speriamo che sia accontentato, perché qui in Italia non sono ancora riuscito
a trovare un distributore per l’home video. Incredibile!
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[REC]
(Paco PLAZA, Jaume BALAGUERÒ)
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REGIA: Paco Plaza, Jaume Balaguerò
SCENEGGIATURA: Jaume Balaguerò - Luiso Berdejo - Paco Plaza
NAZIONE: Spagna
ANNO: 2007
INTERPRETI: Javier Botet, Manuel Bronchud, Martha Carbonell,
Claudia Font, Vicente Gil, Maria Lanau, Carlos Lasarte
FOTOGRAFIA: Pablo Rosso
DURATA: 85’
SITO
WEB
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Angela è la giovane e ambiziosa reporter di una tv locale. Insieme al suo cameraman si affianca a una squadra di Vigili del Fuoco per riprendere da vicino la vita di questi professionisti, il loro lavoro, le lunghe attese e le situazioni di estremo pericolo che possono incontrare. Il loro primo intervento è una chiamata di soccorso di un’anziana signora rimasta intrappolata in casa. Quella che sembra routine, finirà per trasformarsi in un vero e proprio inferno.
Paura in diretta
Paco Plaza e Jaume Balaguerò. Il primo autore tra gli altri del fiacco Second Name, il secondo nome di punta della rinascita del genere horror spagnolo con l'interessante debutto di Nameless e i rumorosi, ma poco convincenti, Darkness e Fragile. L'accoppiata non promette scintille, invece REC si rivela un'opera riuscita e, cosa molto importante dato il genere, assai paurosa. Lo spunto, che rischia di pesare fin da subito come un macigno, è una trasmissione televisiva che si propone di mostrare dall'interno attività lavorative quotidiane. Quello che si teme, e
che all'inizio scoraggia, è l'utilizzo costante della macchina da presa a spalla, con sobbalzi, intermittenze e sgranature che fanno tanto verità ed emicrania. I protagonisti, decisi ad approfondire il mondo dei Vigili del Fuoco, sono una giovane reporter molto agguerrita e l’addetto alle riprese, che, pur non vedendosi mai, grazie al suo occhio elettronico permette allo spettatore di essere costantemente all’interno dell'azione. La regia adotta infatti il suo punto di vista e ciò che viene mostrato è ciò che viene registrato per il programma. Quella che sembra una notte come tante diventerà un vero e proprio incubo. Una chiamata di routine, per liberare una donna anziana, accende infatti una concatenazione di eventi davvero inaspettati e terribili. Rivelare di più sarebbe togliere sorpresa, e quindi possibilità di partecipazione, al pubblico. Il maggior talento dei due registi è nella non comune capacità di organizzare l'azione in modo che risulti realistica e scorrevole. Grazie alla presenza del cameramen i fatti sono mostrati mentre avvengono e alcuni stratagemmi, come rapidi rewind, improvvise interruzioni, traballamenti, apnee, interferenze, non cadono nel vezzo d'autore, ma rispecchiano la contingenza della situazione e comunicano il disagio di chi la sta vivendo. Ci si dimentica quindi di assistere a un film e si entra nell'ingranaggio predisposto con acume dai due registi, abili anche nell'assestare al momento opportuno alcuni colpi ad effetto. A rendere il gioco fluido contribuisce anche una sceneggiatura davvero efficace che aggiunge elementi con furba progressione, caratterizza in modo rapido ma incisivo i numerosi personaggi (a partire dalla reporter e dal cameramen, credibili nell’ostinazione con cui perseverano nel documentare il massacro di cui sono protagonisti, possibile sbocco per un grande scoop), e riesce a spiegare gli eventi e a far quadrare il cerchio senza dare l'idea di farlo. Si arriva alla fine stremati e senza fiato, ma, per una volta, è esattamente ciò che si voleva.
Voto:
7,5
Luca Baroncini
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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Concorso
Europeo Cortometraggi
L’orrore
in breve
Piccoli
brividi. Come sempre il concorso dei corti ha riservato qualche gradita
sorpresa, alternata a inevitabili delusioni, concedendoci comunque di
effettuare una rapida ricognizione delle linee di tendenza, delle propensioni
più diffuse di quei giovani autori europei che continuano ad accostarsi al
cinema, puntando con grinta e passione alla rappresentazione del fantastico.
In tema di delusioni, anticipiamo che la più grossa è stata perdere due
lavori, Spegelbarn (Looking Glass) dello svedese Erik
Rosenlund e Rògairì (Villains) dell’irlandese Tom Cosgrove,
la cui proiezione è stata annullata per motivi tecnici. Peccato, ma il resto
del concorso ha offerto sufficienti emozioni e anche qualche spunto di
riflessione.
Tentando un
bilancio delle impressioni avute successivamente alla visione dei film, ci
sono due considerazioni da fare. Da un lato i cineasti più ispirati sono
riusciti a condensare nella breve durata di un corto tutta la fascinazione di
racconti crudi, spesso folgoranti nel proporre situazioni caratterizzate da
una vena sadica, dal peso opprimente di trappole crudeli pronte a chiudersi
intorno ai protagonisti. A questo “filone”, se ci viene concesso di
chiamarlo così, può essere apparentato anche il lavoro di animazione dello
spagnolo Jorge Dayas, La Dama en el Umbral (The Lady in the
Threshold – VOTO 6,5), che a Ravenna è stato premiato con l’Anello
d’Argento per il miglior cortometraggio con la seguente motivazione: “Per
la capacità di passare dal romanticismo all’incubo più puro”. Un
commento impeccabile, considerando il destino riservato al giovane ufficiale
reo di essersi lasciato affascinare, in un piccola città marittima di inizio
‘900, da una bella ed enigmatica signora custode però di un terribile
segreto; veramente da brividi il racconto, mentre non ci è parsa altrettanto
incisiva l’animazione in 3D. Del resto, senza discostarci poi troppo dalle
orribili mutilazioni e dal destino di sofferenza prospettati dal film
spagnolo, siamo rimasti maggiormente impressionati vedendo il corto di fiction
del belga Nikolas List, ovvero l’orripilante storia di Ange (Angel
– VOTO 7,5). La sfortunata ragazza, paralizzata e resa schiava in un circo,
sembrerebbe andare incontro a un’esistenza più serena dopo la liberazione
da parte di un giovane riparatore di bambole. Ma le vie della perversione sono
infinite… Tenebroso nella messinscena e agghiacciante nei risvolti
orrorifici, il cortometraggio del belga ci ha riportato alla memoria le
atmosfere di certi racconti del passato, quelli
partoriti dalla fervida immaginazione di Gustav Meyrink, alfiere della
letteratura fantastica praghese. Tanto per non spostarci dal Belgio, nazione
sempre molto produttiva a livello di corti, e da particolari suggestioni
letterarie, non ci è affatto dispiaciuto il tono surreale di Droomttijd (Dreamtime
– VOTO 6,5), il cui regista Tom Van Avermaet ha ben lavorato sulle
suggestioni kafkiane e volendo anche un po’ orwelliane offerte da uno
scenario cupo, dove la vita è totalmente irreggimentata nel lavoro.
La visionarietà così particolare di Dreamtime ci offre lo spunto per
esporre la seconda riflessione offerta dal concorso, ovvero la volontà (o
nececessità?) dei selezionatori di accorpare allo stesso quei film che
possono deviare dai sentieri tradizionali dell’horror, rimanendovi però in
qualche modo tangenti. Un esempio estremamente pertinente ci sembra il
britannico The Imaginary Girl (regia di Richard Porter, VOTO 7), che
attraverso le fantasie di rivalsa della ragazzina protagonista, continuamente
vessata dalla madre, apre una parentesi estremamente sanguigna e sopra le
righe in un discorso che, altrimenti, rimarrebbe ancorato ad un piano
realistico, tratteggiato peraltro con una certa finezza psicologica. Tracce di
parodia si mescolano invece con le pratiche di uno splatter piuttosto
artigianale nel neozelandese Night of the Hell Hamsters (regia di Paul
Campion, VOTO 4), talmente mediocre che non vale la pena dilungarsi oltre. Già
più interessante Ahul (Eaten,
VOTO 6) dell’israeliano Elad Rath, che con effetti realmente spaventosi
prova a trascinarci nelle fantasie di un soggetto schizofrenico, portato a
dialogare con mostruosi personaggi partoriti dalla propria mente malata.
Visti
i presupposti da cui siamo partiti, completare la carrellata veloce dei corti
visionati a Ravenna vuol dire imbattersi nuovamente in quei meccanismi
perversi e letali che, a partire dalla trama, caratterizzano un gran numero di
lavori. Non ne è esente di certo il plot del francese Noir Total (Full
Black – voto 6) di François Jamin, con l’obiettivo puntato sul piano
diabolico ideato per incastrare una persona, ed un beffardo imprevisto a
scatenare ancora maggiore cinismo. Se alcune soluzioni di sceneggiatura del
cortometraggio francese possono apparire un po’ risapute, assolutamente
agghiacciante è il congegno narrativo posto in atto dallo spagnolo David
Alcade in Y que cumplas muchos màs (Happy Birthday 2 you –
VOTO 7,5), un sadico gioco con lo spettatore in cui l’innocenza non è mai
dove te l’aspetti. Vedere per credere!
Stefano Coccia
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