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a cura di
LUCA
BARONCINI
STEFANO COCCIA
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Ravenna
capitale del brivido Esattamente al centro della lotta tra Venezia e Roma per il
dominio festivaliero nel Belpaese, si colloca, almeno cronologicamente,
il “Ravenna Nightmare Film Fest”. Mentre l’autunno prende piede,
con i bilanci ormai alle spalle e i buoni propositi ancora freschi nella
mente, la capitale culturale della Romagna diventa così per la quarta
volta l’epicentro dell’inquietudine. Dalla prima avventurosa
edizione del 2003 il festival ha fatto passi da gigante, consolidando la
sua posizione di punto di riferimento per appassionati e cineasti.
Numerosi i film delle passate edizioni usciti poi con successo nelle
sale (tra gli altri “The Descent”, “Wolf Creek” e “I Guardiani
della notte”) e importante il credito ricevuto da case di
distribuzione come Fox, Medusa e Mediafilm e da autori del calibro di
Dario Argento, Brian Yuzna e Jeff Lieberman. L’unico neo, ma è
ovviamente questione di gusti, è ancora una volta la scelta della sede
all’interno della Multisala CinemaCity. Sia perché connota la
manifestazione in un non-luogo privo di anima (a meno di non considerare
tale l’aroma persistente dei pop-corn), vicino alla città di Ravenna
ma non abbastanza da consentire una passeggiata rinfrancante tra una
proiezione e l’altra. Ma anche perché la perfezione tecnica della
visione manca di quel calore che solo una sala cittadina, magari più
sgarrupata ma piena di persone e non di “numeri attribuiti
automaticamente dal sistema”, è in grado di regalare. L’unica
soddisfazione è quella di potere insinuare il dubbio, con la propria
presenza, tra la folla attonita del sabato sera, colpevole solo (ma può
bastare) di non essere abbastanza curiosa da scoprire che tra le dodici
sale del multiplex, oltre alle quattro o cinque che veleggiano tra i
Pirati dei Carabi e alle altre occupate dai blockbuster di regime, ce
n’è una dedicata a un festival cinematografico coraggioso e con un
programma di tutto rispetto.
L’apertura della manifestazione propone la rivisitazione
del Mito attraverso “Minotaur”,
co-produzione diretta da Jonathan English già acquistata per la
distribuzione dalla “01”, e la chiusura vede la coppia glamour
Vincent Cassell e Monica Bellucci impegnata in “Sheitan”
(che significa nientepopodimeno che “Satana” in lingua persiana).
Nei sette giorni di festival l’appuntamento quotidiano vede
primeggiare il Concorso Internazionale, che schiera dieci film di
cui nove in anteprima nazionale. L’Anello d’Oro per il Migliore
Lungometraggio premia Ils (Them) dei registi
francesi David Moreau e Xavier Palud. Le motivazioni della Giuria,
composta dal produttore Alessandro Verdicchi, dai registi Manetti Bros e
dal docente di cinema Francesco Pitassio, sottolineano “la capacità di costruire 78 minuti di pura tensione con
straordinaria semplicità ed economia di mezzi" e il film si è
già guadagnato l’etichetta di nuovo “Blair Witch Project”
d’Oltralpe. Due le Menzioni Speciali attribuite. Una
all’americano “The Woods” per “l'armonioso
complesso degli attori che assicura una resa eccellente di tutti i
personaggi del racconto, dalla protagonista alla professoressa col tic”
(il regista Lucky McKee era già stato ospite del festival con “May”).
L’altra agli effetti speciali di “Frostbiten”
dello svedese Anders Barke “per
l'uso e la realizzazione sorprendentemente superiori a quelli degli
altri film in concorso, anche americani”. La Svezia domina anche
il settore cortometraggi, con l’opera “Virus”
di Jerker Josefsson, “per la
completezza della trascinante struttura narrativa e la capacità di
realizzare un quadro inquietante in una dimensione più che da corto da
piccolo film”.
Bisogna inoltre sottolineare la
sezione “Bloody Vintage”, dedicata ai nottambuli desiderosi
di riscoprire l’horror ruspante di alcuni classici, per l’occasione
riesumati nella pellicole originali in 35mm, quindi ingiallite e usurate
dallo scorrere del tempo. Cinque i titoli proposti: l’anticlericale
“Suor Omicidi” di Giulio Berruti; l’antimilitarista “Apocalypse
domani” di Antonio Margheriti; i trashissimi “La
Vendetta dei morti viventi” del duo Klimovski/Naschy e “L’eretica” di Amando De Ossario; e l’impresentabile
co-produzione filippino-americana “La
Bestia di sangue” di Eddie Romero. Imperdibile anche l’omaggio
all’uomo dai mille nomi Aristide Massaccesi (tra gli altri anche Peter
Newton, Michael Wotruba, David Hills, Dick Spitfìre, Kevin Mancuso, Drago Floyd,
Alexander Borsky, Dario Donati e addirittura Sarah Asproon),
universalmente noto come Joe
D’Amato,
appellativo inventato dal
produttore Edmondo Amati nel 1975 per il film “Giubbe rosse” traendo
ispirazione da Giovanni D’Amato, il tipografo che aveva stampato il
calendario attaccato alla parete nel suo ufficio. Nato a Roma nel 1936 e morto nel 1999, Joe
D’Amato ha iniziato giovanissimo. A quindici anni era già assistente
del fotografo di scena per “La Carrozza d’oro” di Jean Renoir e
nei quasi cinquant’anni di carriera ha ricoperto tutti i ruoli
possibili, divenendo negli anni Settanta il “Re del porno Italiano”.
Nella sua lunga filmografia si susseguono soft-core, horror truculenti,
thriller, commedie, spaghetti western, film di guerra, di avventura e
pornografici, non di rado contaminati in modo improbabile e, almeno per
gli amanti del trash, con risultati spassosi. Il festival lo celebra con
tre film dai titoli eloquenti: il grezzo slasher “Rosso
sangue”, il mostruosamente soporifero “Antropophagus”
e il tropical-voo-doo “Orgasmo
nero”. A completare il ricco programma, tre episodi della
fortunata serie “Masters of
Horror”, presentata in anteprima l’anno scorso al Torino Film
Festival e dopo un anno ancora latitante in Italia (nonostante i diritti
acquistati dalla Sharada Films e una seconda serie già quasi ultimata).
Si tratta di 13 episodi realizzati dai più famosi registi di horror in
totale libertà creativa, grazie alla completa autonomia offerta dalla
tv americana via cavo Showtime. Il successo è stato tale da spingere il
produttore esecutivo Mick Garris, autore anche di un episodio, a
lanciarsi in una seconda serie. Anche l’Italia ha fiutato l’affare
riscoprendo, per “Italian Masters of Horror”, i pilastri nostrani Umberto Lenzi,
Sergio Martino e Lamberto Bava, oltre al giovane Nicola Rondolino.
A conclusione
dell’interessante cartellone, alcuni “Eventi Speciali”:
l’anteprima nazionale de “Il
bosco fuori” di Gabriele Albanesi; il nuovo film del prolifico, e
questa volta poco ispirato, Kiyoshi Kurosawa intitolato “Retribution”
(già presentato al Festival di Venezia) e l’opera maledetta di
Silvano Agosti “Nel più alto
dei cieli”. La versione integrale del film, che racconta la
degenerazione di un gruppo di cattolici bloccati in ascensore mentre si
reca a un’udienza papale, fu subito sequestrata ed è scomparsa da
ogni circuito dal 1977. A presentarla lo stesso Agosti, ospite del
festival.
Come potete dedurre, ce n’è stato per tutti i gusti.
Gusti particolari, ovviamente, inclini al nero del mistero, al rosso
dell’irreparabile e al grigio dell’incertezza, insomma … “tutti
i colori del buio”…
Luca
Baroncini
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THE 4TH LIFE
(François
MIRON) |
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REGIA: Francois Miron
SCENEGGIATURA: James Galwey
INTERPRETI: Janet Lane, Andrea Sheldon, Vitali Makarov, Joseph Bellerose, Tod Fennell
DURATA: 87’
SITO
WEB
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Il viaggio della enigmatica e sensuale Marie March
verso Darckeville, decadente città post-industriale, è costellato da
visioni, ricordi, imprese delittuose e strani incontri. Il possibile
ricongiungimento con l’amante di un tempo, Caz, bella ma completamente
fuori di testa, appare ugualmente destinato a creare scompiglio. In
questo thriller surreale, del resto, la follia è dietro l’angolo.
Lesbo(n)
Story
Il regista di The 4th Life è
senz’altro un tipo interessante, come del resto molti suoi
connazionali attivi in campo cinematografico. Francois Miron, canadese,
ha infatti esordito lavorando direttamente con le emulsioni, per poi
passare alla realizzazione di videoclip e corti di animazione
sperimentale, tutte esperienze in grado di lasciare un segno anche nel
suo cinema di fiction. Ed infatti non si fa certo fatica a ravvisare una
tale impronta sperimentale nella realizzazione di The 4th Life,
oggetto filmico affascinante e incompiuto, visionario e contorto,
stratificato su diversi piani temporali e complicato da rebus onirici di
forte impatto visivo. Cosa per noi altrettanto importante, il sempre
discutibile aggettivo post-moderno vi si addice, ma al contempo non
resta abbinato ad un prodotto superficiale e fine a se stesso, quanto
piuttosto ad una rilettura del noir densa, accattivante, con figure
femminili destinate a rimanere scolpite nella memoria; e se vogliamo,
oltre che in una generica memoria, nello specifico di un immaginario
erotico turbato; innegabile che il livello di sensualità sprigionato
dal complesso rapporto tra la protagonista Marie March e l’amante di
un tempo, quella Caz ora in fuga da un istituto di igiene mentale,
raggiunga temperature piuttosto alte; a fronteggiarsi sono sensibilità
stravolte, poste sulla scia di un passato oscuro, le cui tracce
affiorano in un continuo sovrapporsi di frammenti allucinatori.
Il canadese, per inciso, è bravo nel maneggiare formati differenti,
variazioni di colore, deformazioni grandangolari, ed altre soluzioni
visive da rapportare all’impronta mutevole di una fotografia ben
modellata sullo stralunato paesaggio post-industriale, quasi fuori del
tempo, in cui si muovono i protagonisti. Il rocambolesco viaggio in
treno di Marie March e le cruente tappe dell’inseguimento tentato a
sua insaputa da Caz, con tutta la galleria di strambi personaggi
incontrati lungo il percorso, definiscono un mood del tutto
particolare; come se echi lynchani si sovrapponessero ad un
maledettissimo road movie zeppo di provocazioni alla Gregg Araki. Doom
Generation strikes back? Forse si esagera, ma il film di Francois Miron
di spunti coraggiosi ne offre un bel po’; tanto da risultare
intrigante nonostante un finale, unico neo, che non sembra all’altezza
delle carte precedentemente calate sul tavolo.
Voto:
7
Stefano Coccia |
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FROSTBITEN
(Anders
BARKE)
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REGIA: Anders Barke
PRODUZIONE: Svezia - 2006
DURATA: 98'
INTERPRETI: Jonas Karlstrom, Petra Nielsen, Carl-Ǻke Eriksson, Grete Havnesköld, Måns Nathanaelson, Emma T. Ǻberg. Mikael Goransson, Anna Lindholm
SCENEGGIATURA: Daniel Ojanlatva
FOTOGRAFIA: Chris Maris
SCENOGRAFIA: Malin Kihberg
MONTAGGIO: Kiko Sjöberg
MUSICHE: Anthony Lledo
SITO
WEB
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La
dottoressa Annika e la figlia 17enne Saga si sono appena trasferite in
Lapponia, dove Annika ha trovato lavoro nell’ospedale locale. La
piccola città, con la sua interminabile notte polare, sembra noiosa
proprio come Saga si immaginava. Comunque, Saga fa subito amicizia con
Vega, una punkettona dai capelli rossi e neri, che si comporta come se
conoscesse Saga da una vita. Ma le cose non sono come sembrano. Annika
scopre qualcosa di strano nell’ospedale; e la piccola comunità è
sconvolta da misteriosi omicidi…
A sangue…freddo
Se
pensiamo alla Lapponia, l'ultima cosa che ci viene in mente è la
possibilità che tra i ghiacci sterminati, nelle notti invernali senza
fine, si celino vampiri assetati di sangue. Lo stupore per la scelta del
soggetto gioca subito a favore dell'opera prima dello svedese Anders
Banke. Ma la capacità di cogliere di sorpresa non è l'unica qualità
del film che, infatti, naviga sapientemente tra i "generi"
cinematografici lasciando che una continua commistione regni
piacevolmente sovrana. La fusione tra horror e commedia non è certo
originale, anzi, il modello americano, di cui "Scream" si può
considerare il portabandiera, ha generato un nuovo filone che,
soprattutto oltreoceano, pare inestinguibile. Ma l'ennesima
rimasticatura, condotta da Banke con mano sicura, riserva spunti
interessanti. La cena modello "Ti presento i miei", che
finisce con il candido coniglietto preso a morsi dal fidanzatino in
cerca della compiacenza dei futuri suoceri, è davvero spassosa; così
come l'utilizzo improprio di un nano da giardino trasformato in
improbabile arma contundente. Ma sono parecchie le trovate simpatiche,
insieme a personaggi volutamente sopra le righe che si agitano, senza
però stridere, nella sceneggiatura scoppiettante di Daniel Ojanlatva.
L'importante è che l'amalgama funzioni, e questo accade: le battute
fanno ridere e un po' di paura (grazie ad effetti speciali non solo
digitali) riesce a farsi strada. Anche il sottotesto politico, con
l'origine del maleficio in Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale e
la perpetuazione ad opera di un ex-nazista riciclatosi in studioso della
razza perfetta di vampiri, è più curato e coerente di quanto ci si
aspetti. Così come le frecciate alla superficialità del mondo
giovanile, che incappano in qualche luogo comune (l’equazione
“divertimento = sballo” è cavalcata con poche sfumature) ma
rendono perfettamente l’idea di una società incapace di dare gli
stimoli giusti.
Voto:
7
Luca Baroncini
Dal tramonto all’alba… può
passare un mese!
Quasi inutile rimarcarlo, la sola idea di ambientare un
film sui Vampiri in una cittadina sperduta della Lapponia, durante il
lungo inverno artico, ha un che di geniale. Se si abbina qualche nozione
di geografia ad una pur rudimentale conoscenza degli usi e costumi
vampireschi, si fa presto a capire che la prolungata assenza di luce
solare, in quel periodo dell’anno, può dare a tali creature un ottimo
pretesto per fare baldoria! Col sangue di qualche svedesotto compassato ed
incredulo sulle labbra, ovviamente... Essendo queste le premesse, sarebbe
stato un peccato che l’occasione andasse sprecata. Per fortuna così non
è stato, ed il felice esito di questa vampire-comedy dal ritmo
indiavolato lo dobbiamo ad Anders Barke, qui all’esordio nel
lungometraggio. Un esordio da ricordare. Il regista, appoggiandosi alla
gustosa sceneggiatura di Daniel Ojanlatva, ha saputo dar vita ad un
meccanismo narrativo scoppiettante, brioso e persino camaleontico, con un
prologo bellico assai ben girato che anticipa il successivo evolversi in
novella vampiresca, di cui si fanno apprezzare i tratti originali e
l’umorismo contagioso. Non è solo la qualità e l’inventiva delle
gag, alcune delle quali esilaranti, a rendere il film svedese una delle
sorprese più gradite di questa edizione del Nightmare. La giustezza di
una scrittura filmica attenta ad ogni dettaglio si ravvisa anche
nell’uso degli effetti speciali, che pure quando illustrano le
trasformazioni dei vampiri o qualche altra fantasmagoria (ovvero animali
parlanti dalla favella particolarmente sboccata e impertinente!) risultano
spassosi, senza scadere nel gusto pacchiano di tanta computer grafica
applicata al genere.
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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HEADSPACE
(Andrew
VAN DEN HOUTEN)
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REGIA:
Andrew Van Den Houten
PRODUZIONE: Usa - 2005
DURATA: 90'
INTERPRETI: Olivia Hussey, William Atherton, Udo Kier, Sean Young, Mark Margolis, Dee Wallace-Stone
SCENEGGIATURA: Steve Klausner, William M. Miller
FOTOGRAFIA: William M. Miller
SCENOGRAFIA: Krista Gall, Jeff Subik
MONTAGGIO: Elwaldo Baptiste
MUSICHE: Ryan Shore
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I problemi
di Alex iniziano il giorno in cui gioca innocuamente a scacchi con
l’enigmatico artista Harry Jellenik. Misteriosamente, l’intelligenza
di Alex inizia a crescere, aprendo un varco con qualcosa di
inspiegabile. I ricordi di un passato violento affiorano nella sua
psiche: un fratello scomparso nel nulla, un padre che ha abbandonato
entrambi i suoi figli, e una madre selvaggiamente assassinata. Incubi
allucinanti lo assaltano e non lo fanno dormire.
Scacco mortale
L'opera
prima del giovane americano Andrew Van Den Houten (classe 1981) insegue
l'orrore nei labirinti della mente. Il protagonista è infatti un
ragazzo che, separato per cause misteriose dal fratello in giovane età,
vaga inquieto per New York. Cerca un equilibrio che probabilmente non ha
mai avuto e finirà invece per trovare la chiave di accesso a quel mondo
mostruoso solo sfiorato durante l’infanzia. Il soggetto è molto
interessante, perché colloca il male all'interno del nucleo familiare
con inaspettata originalità e la sceneggiatura ha il pregio di
mantenere costante l'attenzione dello spettatore grazie a una
progressione dove i dettagli e gli interrogativi si intrecciano con
efficacia. Come spesso accade, però, è nella resa dei conti che la
costruzione narrativa ha una brusca caduta. Un po' perché il presunto
colpo di scena non è credibile, e arriva quando ormai la logica lo ha
già scartato a priori, ma anche perché la narrazione si dimostra priva
di solide fondamenta e non si preoccupa di giustificare i tanti tasselli
disseminati (e se lo fa incappa nell'implausibile). Di rilevante c'è
l'approccio visionario a un male che sembra nascere dall'inconscio.
Anche in questo caso, però, le premesse sono meglio degli sviluppi, che
riducono una negatività ancestrale e impossibile da sconfiggere al
solito mostricione in tuta di gomma dal ruggito in Dolby Surround. Pare
comunque, almeno stando alle note di produzione, che a convincere un
cast importante (tra gli altri Udo Kier e le redivive Sean Young e
Olivia Hussey) sia stata proprio la forza dello script. Viene da
pensare, visto il pasticcio che ne deriva, letto solo per metà.
Voto:
5,5
Luca Baroncini
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IN A DARK PLACE
(Donato ROTUNNO)
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REGIA:
Donato Rotunno
PRODUZIONE: Lussemburgo / Inghilterra, 2006
SCENEGGIATURA: Peter Waddington
(tratto da The Turn of the Screw di Henry James)
INTERPRETI: Leelee Sobieski, Tara Fitzgerald, Graham Pountney, Thomas Sanne
DURATA: 95’
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Ad una giovane educatrice, Anna, viene proposto di lavorare presso una
solitaria residenza di campagna, dove due orfani di ricca famiglia
vivono col resto della servitù. Mentre lo zio è in America per lavoro,
i bambini mostrano un comportamento inconsueto, facendo preoccupare
Anna. Strane presenze continuano intanto a manifestarsi nei paraggi
della villa…
Un
giro a vuoto
“Il giro di vite” o il giro di peppe?
Precisiamo: l’ispirazione arriva dal celebre romanzo di Henry James,
ma il resto confina con la noia. Sì, con la noia, e con
l’inconcludenza di una scrittura filmica che strizza l’occhio ai
capisaldi della ghost story cinematografica e letteraria, senza poi
riuscire a far tornare i conti. Gli ingredienti del film di Donato
Rotunno, lussemburghese di chiara origine italiana, non si limitano ad
una rielaborazione di The Turn of the Screw, ma collimano anche
con quelli, ormai codificati, di un filone che negli ultimi anni ha
incontrato discreta fortuna sul grande schermo. Tra i paradigmi di
codesto sotto-genere, alcuni dei quali inevitabilmente soggetti a
consunzione, incombono i riflessi e le scorie di un particolare
immaginario. Eccone, in breve, le coordinate essenziali. Al centro di
tutto una antica residenza, abitata da un nucleo ristretto di persone, e
visitata periodicamente da figure spettrali. La casa è circondata da un
parco piuttosto esteso, avvolto magari da perenne foschia. I contatti
con una qualsiasi realtà esterna a questo mondo tendono a rarefarsi
sempre di più. Segni inquietanti annunciano poi un “sorprendente”
ribaltamento dei ruoli, laddove la natura dei viventi e quella degli
spettri viene rimessa in discussione. Tutto ciò comincia a ricordarvi
qualcosa? Probabile che il primo film a venirvi in mente non sia In a
Dark Place di Donato Rotunno, quanto piuttosto The Others di
Alejandro Amenabar. Il problema è proprio questo. Per quanto
l’italo-lussemburghese ci provi, l’ottima costruzione della suspance
e l’altrettanto valida direzione degli attori, che facevano della
pellicola di Amenabar un piccolo capolavoro, distano da qui qualche anno
luce.
Rotunno, al primo lungometraggio da regista, può comunque vantare
diverse esperienze come produttore; ed infatti dà prova di possedere un
certo mestiere, apprezzabile nella scelta di location
appropriate, come anche nell’insistenza su quei toni smorti,
autunnali, che in chiave fotografica rendono i posti in questione ancora
più cupi. Fatica invece a decollare il racconto, per quanto vi sia da
registrare qualche siparietto erotico non disprezzabile, a testimonianza
dell’impegno a tutto campo delle brave Tara Fitzgerald e Leelee
Sobieski (quest’ultima nelle vesti dell’istitutrice protagonista del
film, ossessionata dall’idea che qualcosa di brutto possa accadere ai
bambini che le sono stati affidati). Cotanta applicazione da parte delle
due interpreti, purtroppo, non basta. In a Dark Place soffoca così
di fronte alla ripetitività di un mood stantio, percepito con
ben altro spessore in precedenti contesti filmici. Rimangono allo
scoperto piccole e grandi lacune di un intreccio che forse andava
studiato meglio. E non solo per il rischio, poi concretizzatosi, che
risultasse poco originale; ancora più sgradevole è la sensazione,
registrata con punte di particolare intensità nella parte finale, che
lo sviluppo dei personaggi rincorra qualche vuoto stereotipo,
abbandonando il senso dell’azione a spiegazioni monche e frammentarie.
Voto:
4,5
Stefano Coccia
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MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS
(John CARPENTER)
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REGIA:
John Carpenter
PRODUZIONE: Usa - 2005
DURATA: 60'
INTERPRETI: personaggi Norman Reedus (Jimmy Sweetman), Udo Kier, Gary Hetherington, Chris Britton, Zara Taylor, Cristopher Gauthier, Douglas H. Arthurs, Colin Foo, Gwynyth
Walsh
SCENEGGIATURA: Drew McWeeny, Scott Swan
FOTOGRAFIA: Attila Szalay
MONTAGGIO: Patrick McMahon
COSTUMI: Lyn Kelly
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Jimmy
Sweetman è uno specialista nel reperire copie di film rari. Tuttavia
nulla può prepararlo alla snervante ricerca di La Fin du monde,
pellicola presumibilmente proiettata una sola volta e responsabile, a
quanto si racconta, di aver indotto un delirio omicida nel pubblico che
affollava la sala, per poi essere distrutta da un improvviso rogo.
Mentre l’investigazione assume gli ossessivi contorni di un incubo
mortale, Jimmy scopre che la fama di La Fin du monde è sinistramente
meritata.
Al centro
del mediometraggio di John Carpenter c'è un film maledetto intitolato
"La fin absolue du monde". Un po' come per la videocassetta di
"The Ring", con la differenza che qui la morte arriva
istantanea e non dopo una settimana. L'unica volta che è stato
proiettato, infatti, il film ha scatenato nel pubblico un delirio
sfociato in carneficina. La pellicola è ovviamente scomparsa e un
collezionista privato incarica un esercente, specialista nel reperimento
di rarità, di recuperarla. Carpenter ha già affrontato, con più
efficacia, il tema della contaminazione tra arte, e quindi fantasia, e
realtà nel riuscito "Il seme della follia", dov'era la
scrittura a legare indissolubilmente i differenti universi paralleli. In
"Cigarette burns" la causa scatenante è un misterioso
lungometraggio, ma la sostanza non cambia. L'indagine viene impostata
dal regista newyorchese con un andamento da noir, attraverso tappe
successive in cui il cinema diventa voce dell'inconscio in grado di
mettere a nudo i segreti più torbidi dello spettatore. Avvincente,
evocativo, non privo di fascino, il film è penalizzato
dall'inespressività del protagonista Norman Reedus, da alcuni
simbolismi un po' ridicoli (l'angelo del bene a cui sono state staccate
le ali) e da svolte narrative forti ma poco chiare (l'incontro con
l'autore di snuff movie). Così come non è particolarmente originale il
discorso sul potere allucinatorio delle immagini ("Videodrome"
docet) e nemmeno la resa visiva del fantastico che diventa realtà,
troppo simile alla fuoriuscita dallo schermo televisivo di Sadako/Samira
(ancora lei, e ancora "The Ring").
Voto:
6,5
Luca Baroncini
Voto:
7
Stefano Coccia
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MASTERS OF HORROR: IMPRINT
(Takashi MIIKE)
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REGIA:
Miike Takashi
PRODUZIONE: Usa/Giappone – 2005
DURATA: 63’
INTERPRETI: Kudoh Youki, Michie, Billy Drago, Negishi Toshie
SCENEGGIATURA: Tengan Daisuke dalla storia di Iwai Shimako
FOTOGRAFIA: Kuriya Toyomichi
SCENOGRAFIA: Sasaki Takashi
MONTAGGIO: Shimamura Yasushi
MUSICHE: Endo Kozi Jr.
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L’americano
Christopher si reca su un’isola giapponese già visitata in passato
per cercare Komomo, la prostituta a cui promise la libertà. Una donna
sfigurata lo aiuterà nelle ricerca svelandogli a poco a poco i
terribili fatti accaduti e mettendolo di fronte alle sue colpe.
Nero giapponese
Autore di
punta della cosiddetta new-wave giapponese, Miike Takashi conferma il
suo approccio disturbante nel tredicesimo episodio, ormai di culto, per
la serie televisiva "Masters of Horror". Il progetto, voluto
da Mick Garris, raggruppa gli autori più importanti del genere horror
che sono stati chiamati dalla rete televisiva statunitense Showtime a
dirigere un mediometraggio in totale libertà creativa. Ma lo sguardo di
Takashi è risultato eccessivo anche per una tv via cavo a pagamento e
l'opera prodotta è stata censurata e non ancora trasmessa. Sull'onda
del clamore mediatico, che farà sicuramente bene alle vendite in dvd,
la visione lascia turbati e confusi (ma anche il più riuscito "Jenifer",
di un rinato Dario Argento, non scherzava). Lo scorrere dei fotogrammi
ha il sapore di un "Memorie di una geisha" raccontato come
"Rashomon" con digressioni alla "Hostel".
L'ambientazione è in un postribolo nipponico durante l'epoca Meiji
(fine del diciannovesimo secolo). In una notte di delirio un americano
incontrerà i suoi fantasmi grazie alla complicità di una prostituta
dalla doppia personalità. I punti di vista si moltiplicano, il
passato ritorna con prepotenza e la verità ha varie facce, tutte
sfigurate dall'impossibilità di scendere a patti con le proprie
pulsioni. Nessuna redenzione è quindi possibile e ogni speranza viene
negata, ai personaggi come allo spettatore. Fedele al sadismo per cui è
diventato celebre (i suoi titoli più famosi, "Audition" e
"Ichi the killer", ne sono un manifesto), Takashi non perde
l'occasione di inserire
lunghe sequenze al limite della sopportazione. La tortura alla ragazza
colpevole solo di essere bella e gentile non risparmia, con morbosità,
nessun dettaglio e i numerosi feti abortiti sono esposti con compiaciuta
voglia di shoccare. Ed è forse questo il limite del film, che fa leva
su paure ancestrali, stimolando la parte nera di ognuno di noi, senza
però il supporto di una narrazione in grado di togliere gratuità
all'efferatezza della messa in scena. Lo sgomento è inevitabile, e fa
piacere che qualcuno si allontani con lucidità e rigore visivo dai
canoni morali imperanti, ma l'operazione suona furbetta e il disturbo
resta perlopiù in superficie.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
Voto:
7,5
Stefano Coccia
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RETRIBUTION
(Kiyoshi KUROSAWA)
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REGIA:
Kiyoshi Kurosawa
PRODUZIONE: Giappone - 2006
DURATA: 105'
INTERPRETI: Koji Yakusho, Manami Konishi, Tsuyoshi Ihara, Hiroyuki Hirayama, Joe
Odagiri, Ryo Kase e Riona Hazuki
SCENEGGIATURA: Kiyoshi Kurosawa
FOTOGRAFIA: Akiko Ashizawa
SCENOGRAFIA: Norifumi Ataka
MONTAGGIO: Nobuyuki Takahashi
MUSICHE: Kuniaki Haishima
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Un serial killer che
annega le sue vittime nell’acqua salata è al centro dell’indagine
del detective Yoshioka. L’uomo, presto tormentato dalle visioni di una
giovane donna in rosso, individua il principale sospettato: sé stesso.
Un altro
fantasma giapponese
Diciamolo,
i fantasmi giapponesi, pur nelle loro implicazioni filosofiche ed
esistenzialiste, come nell'ultima opera di Kiyoshi Kurosawa, hanno ormai
esaurito il loro potenziale. Si dirà che le presenze ectoplasmiche non
sono il fulcro della visione del regista, più interessato a dare
risalto all'incomunicabilità e alla solitudine dei personaggi, incapaci
di convivere con i propri sensi di colpa e con un passato che torna per
chiedere giustizia, ma si fatica a non sorridere, o sbadigliare,
all'ennesimo spettro orientale dai capelli svolazzanti e dall'ugola
impazzita, questa volta addirittura in volo, tipo bislacca Supergirl,
sui cieli di Tokyo. La regia di Kurosawa, uno dei più autorevoli
esponenti della cosiddetta "new-wave" giapponese (l'ondata di
nuovi registi nipponici indipendenti), è come sempre attenta alle
geometrie dei luoghi, alla composizione delle immagini attraverso
elaborati piani-sequenza, alla commistione dei suoni e a una paura
insita nel quotidiano, ma la sceneggiatura, dello stesso Kurosawa, è
parecchio pasticciata e non aiuta a tradurre la personalità dello stile
in effettiva comunicazione. Il problema della narrazione è che crea
premesse basate sulla logica: c'è un presunto serial killer, un
ispettore che indaga, degli indizi che lo indicano come probabile
responsabile. Poi il mistero si arricchisce di nuovi dettagli con
l'aggiunta, non propriamente originale, di sensi di colpa e vendette
ultraterrene, conformando il copione a un cliché fatto di tante domande
e poche risposte. La "maniera" è quindi a un passo, la
suggestione latita, il racconto si incarta e la sensazione di trovarsi
davanti a un film già visto crea un inevitabile distacco.
Voto:
5
Luca Baroncini
Voto:
7
Stefano Coccia
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THE ROOST
(Ti WEST)
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REGIA:
Ti WEST
PRODUZIONE: Usa - 2005
DURATA: 80'
INTERPRETI: Tom Noonan, Vanessa Horneff, Karl Jacob, Barbara Wilhide, Will Horneff
SCENEGGIATURA: Ti West
FOTOGRAFIA: Eric Robbins
SCENOGRAFIA: David Bell
MONTAGGIO: Ti West
MUSICHE: Jeff Grace
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La notte
di Halloween Elliot con la sorella Allison e con gli amici Trevor e
Brian stanno andando a un matrimonio. Durante il tragitto hanno però un
incidente su una scura e remota strada di campagna. In cerca di rifugio,
il gruppo entra in una vecchia fattoria. Ma non sanno che così
disturberanno una forza antica e malvagia che cercherà di ucciderli.
Pensavo fosse un B-movie invece era uno Z-movie
Ottanta
minuti possono volare davanti a immagini capaci di conquistare, oppure
non passare mai, come se il tempo non fosse in grado di progredire. È
quello che accade nell'opera prima del giovane Ti West (classe 1980),
che prova incautamente a rinverdire i fasti dei B-Movie americani. Non
basta una cornice da trasmissione televisiva notturna per dare spessore
a un soggetto impresentabile, con i soliti quattro ragazzotti male
assortiti alle prese con un guasto alla macchina che li costringe a una
sosta forzata nel pieno della notte. Le conseguenze saranno ovviamente
devastanti, perché incapperanno in una casa abitata da pipistrelli
voracissimi. Se la stessa storia di sempre godesse di qualche idea in
grado di rivitalizzare il "genere", o comunque renderlo
fruibile, si potrebbe anche accettare l'ennesimo omaggio. Invece
"The Roost", a parte l'apprezzabile ma poco riuscito tentativo
di dare credibilità al quartetto protagonista e un paio di battute
godibili, si limita ad ammorbare lo spettatore con prevedibili tira e
molla tra i personaggi, che si cercano senza tensione e perché al di là
di ogni ragionevole esigenza narrativa. Non aiutano i limiti del budget
(il film è girato con due soldi e si vede), gli effetti speciali
ridicoli, i chiassosi stacchi sonori, la sgranatura del digitale e la
fissità dei giovani interpreti. Le note di produzione ci tengono a
informare che il film è stato girato nella stessa fattoria usata per
"Marnie" di Alfred Hitchcock, ma il precedente illustre, oltre
che irriconoscibile, aggiunge solo qualche riga di commento, senza
riuscire a regalare inquietudine a un progetto che ne è totalmente
privo.
Voto:
4
Luca Baroncini
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VENUS DROWNING
(Andrew PARKINSON)
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REGIA:
Andrew Parkinson
PRODUZIONE: Inghilterra - 2006
DURATA: 80'
INTERPRETI: Jody Jameson, Bart Ruspali, Frida Show, Brendan Gregory
SCENEGGIATURA: Andrew Parkinson
FOTOGRAFIA: Jason Shepherd
MONTAGGIO: Andrew Parkinson
MUSICHE: Andrew Parkinson
SITO
WEB
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Dopo un
fallito suicidio, Dawn viene mandata in viaggio dallo psichiatra, per
recuperarsi. Torna in una vecchia casa di famiglia, vicino al mare.
Pesantemente sedata da medicine e alcool, Dawn cerca di decodificare la
sua esistenza attraverso le pagine di un diario. Camminando sulla
spiaggia deserta, trova una morente creatura marina. All’inizio ne
prova disgusto, ma poi la porta a casa e la “resuscita”.
The
Addiction
Dawn è
una ragazza particolarmente segnata dalla vita. Dopo la morte del
fidanzato, un aborto spontaneo e un tentato suicidio, cerca di
recuperare il perduto equilibrio psichico tornando, da sola, nella
vecchia casa di famiglia. Le giornate scorrono senza particolari
accadimenti, tra lunghe passeggiate in riva al mare, l'àncora di un
diario a cui affidare le proprie emozioni e l’aiuto di psicofarmaci.
Ma un giorno Dawn trova sulla spiaggia una strana forma di vita.
L'apparenza è mostruosa, sembra un informe pezzo di carne, una sorta di
feto abbandonato con un vischioso orifizio capace di secernere una muco
gelatinoso. Il film dell'inglese Andrew Parkinson è tutto giocato sul
rapporto tra la protagonista e la bizzarra creatura. È un rapporto
quasi simbiotico quello che si stabilisce tra i due, perché l'essere finisce
per racchiudere tutto ciò che Dawn ha avuto e poi perduto. Un po'
figlio e un po' amante. Il mostriciattolo si lascia coccolare e grazie
all'amore ricevuto è in grado di crescere. È molto ricettivo e pur
nell'immobilità (non ha gambe né braccia) percepisce l'energia
sessuale che lo circonda, traendo nutrimento dalla passione altrui. È
una lenta progressione quella che si stabilisce tra le due diverse
solitudini entrate miracolosamente in contatto. Un faticoso cammino di
guarigione che attraverso la morbosità di una dipendenza
carnale/affettiva e il suo superamento permette di raggiungere una nuova
consapevolezza. Il film cresce gradualmente insieme al disagio e alla
messa a nudo della psiche disturbata della protagonista e non è mai
gratuito nelle lunghe sequenze in cui Dawn mostra l'iniziale repulsione
vinta da una irrefrenabile attrazione. Non tutto è chiaro, soprattutto
nell'epilogo, dove si mescolano indistintamente realtà e allucinazione,
ma la credibile interpretazione di Olivia Bonamy e le tracce di un
dolore sincero lasciano un forte senso di inquietudine. Un'ulteriore
tappa nel nero delle pulsioni, quindi, supportata a livello visivo dai
differenti formati del girato e da una regia capace di mantenere
costante la tensione verso la protagonista e i suoi cupi fantasmi.
Voto:
7
Luca Baroncini
The new addiction
Attenzione! In giro c’è una mostruosa creatura
marina che può dare problemi di assuefazione, maneggiare con cautela.
Ovvero, ecco come Andew Parkinson è riuscito ancora una volta a
spiazzarci, proponendo come suo solito un ardito accostamento tra eventi
di natura orrorifica e contesti di apparente normalità. Avevamo già
preso confidenza con le ossessioni del filmaker britannico durante la
prima edizione del Ravenna Nightmare, quando
venne presentato Dead Creatures. Lì erano zombi in salsa
londinese, qui invece è di scena un “qualcosa” simile ad un feto di
sirena, orripilante e al tempo stesso seducente, ma il concetto non
cambia. Tanto le donne cannibali di Dead Creatures che la
protagonista di Venus Drowning, sopravvissuta ad un tentativo di
suicidio, reagiscono con inquietante naturalezza alle suggestioni
dell’ignoto. Ci hanno già pensato i traumi del quotidiano a scuoterle,
minando il loro rapporto con la vita, e preparandole all’incontro con
quelle pratiche estreme, la cui eccezionalità viene affrontata quasi con
distacco. Ed è proprio sulla spinta di una strana pulsione, in cui si
compensano attrazione e disgusto, che la mente turbata della giovane Dawn
sacrifica in Venus Drowning ogni altra ragionevole considerazione,
cedendo così al morboso attaccamento per quello strano essere, raccattato
sulla spiaggia della sua infanzia. Sessualità e rimorso, assuefazione e
oblio, empatia e ostilità. Privilegiando alternativamente questi o altri
impulsi, viene a crearsi tra Dawn e la creatura uno strano legame, di
natura simbiotica. Il regista prova a conferirgli la dimensione del rito,
riprendendo con voyeuristica insistenza certi atti della protagonista, che
dal contatto con i liquidi secreti dalla creatura sembra provare un
piacere estatico. Sulle decine di inquadrature di cui è fatto oggetto
quel feto pulsante, sull’ossessiva riproposizione di certi momenti,
poggia in parte la valutazione del film. Una meditata ed efficace
provocazione o un giochino fine a se stesso? Una ispirata riflessione
cinematografica sul disagio creato da certe immagini, oppure
un’infrazione gratuita della soglia del gusto? Alla sensibilità di
ciascun spettatore l’ardua sentenza.
Voto:
6
Stefano Coccia
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WILD COUNTRY
(Craig STRACHAN)
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REGIA:
Craig Strachan
PRODUZIONE: Scozia, 2005
SCENEGGIATURA: Craig Strachan
INTERPRETI: Samantha Shields, Martin Compston, Peter Capaldi, Kevin Quinn, Nicola Muldoon, Jamie Quinn
DURATA: 75’
SITO WEB
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Kelly Ann, una sedicenne di Glasgow, si lascia convincere malvolentieri
da Padre Steve a dare in adozione il pargolo appena partorito. Non solo,
ma poco tempo e la ragazza incontra nuovamente il padre del bambino,
anche lui giovanissimo. Ciò avviene proprio durante un’escursione
organizzata dal prete autoritario e impiccione nel cuore della brughiera
scozzese. Con loro ci sono altri coetanei dai trascorsi difficili. Ma
nessuno può immaginare, al momento di accamparsi nei pressi di un
antico castello, quale tremendo pericolo si annidi nelle tenebre.
Chi ha paura del lupo cattivo?
La Scozia che non ti aspetti. Ed è proprio un
organizzatore dall’aria simpatica e burlona, incaricato di presentare
al pubblico Wild Country di Craigh Strachan, il primo ad
affermare che la mezzora iniziale del film ricorda un dramma sociale di
Ken Loach, mentre la seconda parte diventa finalmente un horror… ma
come lo girerebbe Ken Loach. Stupore in sala. E forse a qualcuno sarà
venuta la tentazione di scappare a gambe levate dal cinema! In tutti i
presenti è prevalsa, ovviamente, la curiosità, presto ricompensata da
una delle visioni più avvincenti dell’intero festival. Parte la
proiezione, e ci si trova di fronte alla puntuale conferma di quanto
detto in precedenza dal rappresentante del Nightmare: ebbene, non solo
tale descrizione corrispondeva al vero, ma il risultato dello strano
miscuglio di generi è brillante più di quanto si potesse immaginare.
Nel film la parlata dei ragazzi, tra cui riconosciamo subito quel Martin
Compston già protagonista
di Sweet Sixteen, è uno slang colorito che rimanda a certi
drammi sociali ambientati nei sobborghi del Regno Unito. Come anche la
vicenda di Kelly Ann (una convincente Samantha Shields), ragazza madre
spinta da un prete cinico e ipocrita a dare in adozione il figlio appena
partorito. E come lo stesso Padre Steve, figura quasi caricaturale,
apparentemente modellata su quei tristi figuri con la tonaca piuttosto
che assistenti sociali o rappresentanti di qualche altra istituzione,
che il cinema britannico più “impegnato” è solito stigmatizzare
alla prima occasione. Insomma, il primo spettro ad aggirarsi per le
campagne scozzese è senz’altro quello di Ken Loach! Ma in agguato
nella brughiera vi è ben altro… La sterzata verso l’horror non è
nemmeno brusca, perché alla guida del veicolo che accompagna i ragazzi
della parrocchia verso la loro avventura c’è un Padre Steve in vena
di racconti spaventosi: ad esempio quello su una famiglia di antropofagi
che, secondo una leggenda locale, avrebbe imperversato nella regione
secoli fa, prima di essere processata e di finire arrostita sul rogo. La
risata greve alla fine del discorso lascia pensare che quella del
folkloristico sacerdote sia solo una boutade. Ma quando quei “ragazzi
difficili” vengono lasciati soli nella brughiera, a far pratica con la
salutare pratica del campeggio, si scopre insieme a loro che qualcosa di
ancora più terrificante ha eletto a sua dimora le rovine del vicino
castello. E quando quel “qualcosa”, ovvero un’allegra famigliola
di lupi mannari, entra in azione, il giovane Craigh Strachan dimostra di
sapersi giocare la carta dell’horror mantenendo un equilibrio magico,
tra tensione e ironia. Le scene girate di notte rendono bene lo
spaesamento dei protagonisti di fronte alle prime aggressioni,
suggerendo la presenza di una costante minaccia acquattata nel buio. Ma
anche quando la creatura si rivela, fa piacere notare che make up e
trucchi di natura meccanica possono ancora sostituirsi degnamente
all’impero della computer grafica! Se da un lato gli effetti speciali
offrono un buon contributo, ogni situazione sviluppata nel film è poi
condita della necessaria ironia. Un’ironia che in certe situazioni
diventa satira sfacciata della società anglo-sassone tradizionale e di
un certo way of life. Puro humour nero britannico, per
intenderci, come nell’occasione in cui un campagnolo scozzese non
vuole proprio credere alla presenza in zona di bestiacce feroci; e
nonostante a rivelarglielo sia stata una sopravvissuta ancora sconvolta
e coperta di sangue, il tipo trova più sensato avvicinarsi ad un capo
di bestiame completamente dilaniato… e mettersi ad imprecare contro il
morbo della mucca pazza e i suoi imprevedibili effetti! Non sono poche
le frecciatine ironiche rivolte alla chiesa cattolica e a Padre Steve,
che per un po’ non si vede, ma torna a far danni in un finale davvero
strepitoso! E per non togliervi la sorpresa, almeno su questo terremo la
bocca cucita.
Voto:
7
Stefano Coccia
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THE WOODS
(Lucky McKEE)
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REGIA:
Lucky McKee
PRODUZIONE: Usa - 2005
DURATA: 91'
INTERPRETI: Agnes Bruckner, Patricia Clarkson, Rachel Nichols, Lauren Birkell, Emma Campbell, Marcia Bennett, Gordon Currie, Jude Beny, Bruce Campbell
SCENEGGIATURA: David Ross
FOTOGRAFIA: John R. Leonetti
MONTAGGIO: Dan Lebental
SITO
WEB
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1965.
Heather, una giovane studentessa ribelle e trascurata, viene spedita dai
genitori in un collegio di sole donne immerso nei boschi. Controllata a
vista dalla perfida direttrice Ms. Traverse, Heather è tormentata anche
dalle sue compagne, e si dispera per tornare a casa. Ma quando le
studentesse cominciano a scomparire nei boschi, e lei comincia ad avere
visioni orribili, Heather capirà che in quel collegio le situazioni non
sono quelle che sembrano.
Segreti nel bosco
Una severa
scuola immersa nel buio del bosco. Una inflessibile direttrice con più
di un segreto. Un corpo insegnanti da far invidia ai più grevi romanzi
di formazione. Innocenti ragazzine che scompaiono misteriosamente. Lo
statunitense Lucky McKee unisce suggestioni argentiane, evocando "Suspiria",
con l'intreccio inesplicabile della natura, fondamento di "Picnic
ad Hanging Rock" di Peter Weir. Se l'aspetto visivo, grazie anche a
un'accurata scenografia che trasforma le enormi stanze circolari di
un'antica dimora in improbabili
dormitori, pur senza strafare, funziona a dovere, ancora una volta sono
le carenze narrative ad affondare il progetto, già sulla carta assai
usurato. La sceneggiatura è infatti una sciapa rimasticatura di cliché,
che vengono riproposti in modo piatto e poco strutturato: c'è la bella
e antipatica, la bruttina e timorata, la mamma arpia, il papà assente,
la professoressa con il tic (variante banale ma spassosa), la preside di
ghiaccio, il poliziotto tontolone, il cibo avvelenato, il sogno
premonitore, la visione, la corsa nel bosco; oltre alla protagonista
ribelle ma, chissà perché, dotata di rara sensibilità ultraterrena.
Al di là dell'abuso di stereotipi (e di rumorosi stacchi sonori), ciò
che proprio non funziona è l'andamento esageratamente lineare del
racconto, con tutti i sospetti che finiscono per rivelarsi
prevedibilmente fondati. In pratica non c'e nulla da scoprire che non
sia già palese dopo i titoli di testa. Non convince nemmeno la gestione
corale della vicenda, con troppi personaggi privi di spessore e
penalizzati da caratterizzazioni perlopiù schematiche. Colpisce, ad
esempio, l'ingiustificata assenza di cameratismo tra le fanciulle della
scuola, per cui tutto accade senza che nessuno se ne stupisca più di
tanto. Per tacere del fatto che un istituto scolastico come quello del
film finirebbe in pochissimo tempo, vista la sequela di sparizioni e
scontenti alla luce del sole, per perdere quel buon nome che è invece
alla base del racconto. Tra le interpreti si distingue, più della
costantemente imbronciata Agnes Bruckner, la sottovalutata Patricia
Clarkson, attrice dalla forte presenza scenica dotata di un fascino
magnetico fuori dal tempo.
Voto:
5
Luca Baroncini
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MINOTAUR
(Jonathan ENGLISH)
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REGIA:
Jonathan English
PRODUZIONE: GB/Fra/Ger/Lux/Spa, 2006
SCENEGGIATURA: Steve McDoll
INTERPRETI: Tom Hardy, Tony Todd, Michelle Van Der Water, Rutger Hauer
DURATA: 92’
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È la nascita del Minotauro, creatura bestiale cui
vengono attribuiti poteri divini, l’evento che consente ad una civiltà
minoica descritta alla stregua di impero edonista e decadente, retto da
sovrani lussuriosi, incestuosi, immancabilmente malvagi, di estendere il
proprio dominio facendo pagare un alto tributo di sangue ai popoli
assoggettati. Ad una tribù del nord, per esempio, viene chiesto di
consegnare ogni tre anni gli otto giovani che verranno sacrificati alla
Bestia...
Nato sotto il segno del Toro
Nonostante l’originalità del soggetto e qualche felice intuizione,
l’epica in chiave orrorifica di Minotaur ha in gran parte
deluso. Il film dell’esordiente Jonathan English, produttore di
successo e figlio d’arte (il padre David è abbastanza noto come
cartoonist), parte con piglio avventuroso per rivisitare liberamente la
vicenda del Labirinto di Cnosso, immortalata a suo tempo dal mito greco.
Il regista ha una mano discreta nell’impostare il racconto, che
acquista anche una certa tensione, allorché si assiste al momento in
cui un gruppo di giovani prigionieri, in procinto di essere sacrificati,
vengono gettati in fondo al Labirinto, preda
dello spavento. Ognuno di loro sembra reagire alla terrificante
avventura seguendo un impulso diverso. Ma mentre le dinamiche del gruppo
mantengono vivo quel minimo di curiosità di cui abbisogna la trama, le
modalità della rappresentazione tradiscono un’ingenuità di fondo,
che scade troppo spesso nel kitsch. Le scenografie di foggia orientale
della reggia di Cnosso rivaleggiano in banalità con la descrizione del
Labirinto, le cui gallerie non acquistano mai la dimensione
claustrofobica che simili ambientazioni potevano vantare in The
Descent, tanto per citare un’altra pellicola di genere
infinitamente più riuscita. Gli effetti ottenuti con un uso pacchiano e
poco ispirato del digitale non fanno molto per migliorare la situazione;
come anche le apparizioni dell’ospite tanto atteso, il mostro dalle
sembianze taurine, le cui furiose incornate risultano alla lunga
ripetitive. Accade così che persino il crescendo finale, poco credibile
nelle scene d’azione, lasci un ricordo non esaltante dell’incubo
vissuto da questi teenager del 1400 A.C., abbandonati da un popolo
crudele tra le fauci di un semi-dio sanguinario e crudele. Peccato che
il regista non abbia avuto la volontà o gli strumenti per osare di più,
forse qualcuno avrebbe dovuto ricordagli una semplicissima verità: il
Toro va preso per le corna!
Voto:
5
Stefano Coccia
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