a cura di   
LUCA BARONCINI
STEFANO COCCIA

 

 

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RAVENNA CAPITALE DEL BRIVIDO      di Luca Baroncini

Recensioni:

- THE 4TH LIFE - Francois Miron
- FROSTBITEN - Anders Barke
- HEADSPACE - Andrew Van Den Houten
- IN A DARK PLACE - Donato Rotunno
- MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS - John Carpenter
- MASTERS OF HORROR: IMPRINT - Takashi Miike
- RETRIBUTION - Kiyoshi Kurosawa
- THE ROOST - Ti West
- VENUS DROWNING - Andrew Parkinson
- WILD COUNTRY - Craig Strachan
- THE WOODS - Lucky McKee
- MINOTAUR - Jonathan English

 

 

 

Ravenna capitale del brivido

Esattamente al centro della lotta tra Venezia e Roma per il dominio festivaliero nel Belpaese, si colloca, almeno cronologicamente, il “Ravenna Nightmare Film Fest”. Mentre l’autunno prende piede, con i bilanci ormai alle spalle e i buoni propositi ancora freschi nella mente, la capitale culturale della Romagna diventa così per la quarta volta l’epicentro dell’inquietudine. Dalla prima avventurosa edizione del 2003 il festival ha fatto passi da gigante, consolidando la sua posizione di punto di riferimento per appassionati e cineasti. Numerosi i film delle passate edizioni usciti poi con successo nelle sale (tra gli altri “The Descent”, “Wolf Creek” e “I Guardiani della notte”) e importante il credito ricevuto da case di distribuzione come Fox, Medusa e Mediafilm e da autori del calibro di Dario Argento, Brian Yuzna e Jeff Lieberman. L’unico neo, ma è ovviamente questione di gusti, è ancora una volta la scelta della sede all’interno della Multisala CinemaCity. Sia perché connota la manifestazione in un non-luogo privo di anima (a meno di non considerare tale l’aroma persistente dei pop-corn), vicino alla città di Ravenna ma non abbastanza da consentire una passeggiata rinfrancante tra una proiezione e l’altra. Ma anche perché la perfezione tecnica della visione manca di quel calore che solo una sala cittadina, magari più sgarrupata ma piena di persone e non di “numeri attribuiti automaticamente dal sistema”, è in grado di regalare. L’unica soddisfazione è quella di potere insinuare il dubbio, con la propria presenza, tra la folla attonita del sabato sera, colpevole solo (ma può bastare) di non essere abbastanza curiosa da scoprire che tra le dodici sale del multiplex, oltre alle quattro o cinque che veleggiano tra i Pirati dei Carabi e alle altre occupate dai blockbuster di regime, ce n’è una dedicata a un festival cinematografico coraggioso e con un programma di tutto rispetto.  
L’apertura della manifestazione propone la rivisitazione del Mito attraverso “Minotaur”, co-produzione diretta da Jonathan English già acquistata per la distribuzione dalla “01”, e la chiusura vede la coppia glamour Vincent Cassell e Monica Bellucci impegnata in “Sheitan” (che significa nientepopodimeno che “Satana” in lingua persiana). Nei sette giorni di festival l’appuntamento quotidiano vede primeggiare il Concorso Internazionale, che schiera dieci film di cui nove in anteprima nazionale. L’Anello d’Oro per il Migliore Lungometraggio premia Ils (Them) dei registi francesi David Moreau e Xavier Palud. Le motivazioni della Giuria, composta dal produttore Alessandro Verdicchi, dai registi Manetti Bros e dal docente di cinema Francesco Pitassio, sottolineano “la capacità di costruire 78 minuti di pura tensione con straordinaria semplicità ed economia di mezzi" e il film si è già guadagnato l’etichetta di nuovo “Blair Witch Project” d’Oltralpe. Due le Menzioni Speciali attribuite. Una all’americano “The Woods
per “l'armonioso complesso degli attori che assicura una resa eccellente di tutti i personaggi del racconto, dalla protagonista alla professoressa col tic” (il regista Lucky McKee era già stato ospite del festival con “May”). L’altra agli effetti speciali di “Frostbiten” dello svedese Anders Barke “per l'uso e la realizzazione sorprendentemente superiori a quelli degli altri film in concorso, anche americani”. La Svezia domina anche il settore cortometraggi, con l’opera “Virus” di Jerker Josefsson, “per la completezza della trascinante struttura narrativa e la capacità di realizzare un quadro inquietante in una dimensione più che da corto da piccolo film”.  
Bisogna inoltre sottolineare la sezione “Bloody Vintage”, dedicata ai nottambuli desiderosi di riscoprire l’horror ruspante di alcuni classici, per l’occasione riesumati nella pellicole originali in 35mm, quindi ingiallite e usurate dallo scorrere del tempo. Cinque i titoli proposti: l’anticlericale “Suor Omicidi” di Giulio Berruti; l’antimilitarista “Apocalypse domani” di Antonio Margheriti; i trashissimi “La Vendetta dei morti viventi” del duo Klimovski/Naschy e “L’eretica” di Amando De Ossario; e l’impresentabile co-produzione filippino-americana “La Bestia di sangue” di Eddie Romero. Imperdibile anche l’omaggio all’uomo dai mille nomi Aristide Massaccesi (tra gli altri anche Peter Newton, Michael Wotruba, David Hills, Dick Spitfìre, Kevin Mancuso, Drago Floyd,
Alexander Borsky, Dario Donati e addirittura Sarah Asproon), universalmente noto come Joe D’Amato, appellativo inventato dal produttore Edmondo Amati nel 1975 per il film “Giubbe rosse” traendo ispirazione da Giovanni D’Amato, il tipografo che aveva stampato il calendario attaccato alla parete nel suo ufficio. Nato a Roma nel 1936 e morto nel 1999, Joe D’Amato ha iniziato giovanissimo. A quindici anni era già assistente del fotografo di scena per “La Carrozza d’oro” di Jean Renoir e nei quasi cinquant’anni di carriera ha ricoperto tutti i ruoli possibili, divenendo negli anni Settanta il “Re del porno Italiano”. Nella sua lunga filmografia si susseguono soft-core, horror truculenti, thriller, commedie, spaghetti western, film di guerra, di avventura e pornografici, non di rado contaminati in modo improbabile e, almeno per gli amanti del trash, con risultati spassosi. Il festival lo celebra con tre film dai titoli eloquenti: il grezzo slasher “Rosso sangue”, il mostruosamente soporifero “Antropophagus” e il tropical-voo-doo “Orgasmo nero”. A completare il ricco programma, tre episodi della fortunata serie “Masters of Horror”, presentata in anteprima l’anno scorso al Torino Film Festival e dopo un anno ancora latitante in Italia (nonostante i diritti acquistati dalla Sharada Films e una seconda serie già quasi ultimata). Si tratta di 13 episodi realizzati dai più famosi registi di horror in totale libertà creativa, grazie alla completa autonomia offerta dalla tv americana via cavo Showtime. Il successo è stato tale da spingere il produttore esecutivo Mick Garris, autore anche di un episodio, a lanciarsi in una seconda serie. Anche l’Italia ha fiutato l’affare riscoprendo, per “Italian Masters of Horror”, i pilastri nostrani Umberto Lenzi, Sergio Martino e Lamberto Bava, oltre al giovane Nicola Rondolino.  
A conclusione dell’interessante cartellone, alcuni “Eventi Speciali”: l’anteprima nazionale de “Il bosco fuori” di Gabriele Albanesi; il nuovo film del prolifico, e questa volta poco ispirato, Kiyoshi Kurosawa intitolato “Retribution” (già presentato al Festival di Venezia) e l’opera maledetta di Silvano Agosti “Nel più alto dei cieli”. La versione integrale del film, che racconta la degenerazione di un gruppo di cattolici bloccati in ascensore mentre si reca a un’udienza papale, fu subito sequestrata ed è scomparsa da ogni circuito dal 1977. A presentarla lo stesso Agosti, ospite del festival.
Come potete dedurre, ce n’è stato per tutti i gusti. Gusti particolari, ovviamente, inclini al nero del mistero, al rosso dell’irreparabile e al grigio dell’incertezza, insomma … “tutti i colori del buio”…

Luca Baroncini

 

 

 

 

RECENSIONI

 

 

THE 4TH LIFE
(
François MIRON)

REGIA: Francois Miron
SCENEGGIATURA: James Galwey
INTERPRETI: Janet Lane, Andrea Sheldon, Vitali Makarov, Joseph Bellerose, Tod Fennell
DURATA: 87’
SITO WEB


Il viaggio della enigmatica e sensuale Marie March verso Darckeville, decadente città post-industriale, è costellato da visioni, ricordi, imprese delittuose e strani incontri. Il possibile ricongiungimento con l’amante di un tempo, Caz, bella ma completamente fuori di testa, appare ugualmente destinato a creare scompiglio. In questo thriller surreale, del resto, la follia è dietro l’angolo.

Lesbo(n) Story

Il regista di The 4th Life è senz’altro un tipo interessante, come del resto molti suoi connazionali attivi in campo cinematografico. Francois Miron, canadese, ha infatti esordito lavorando direttamente con le emulsioni, per poi passare alla realizzazione di videoclip e corti di animazione sperimentale, tutte esperienze in grado di lasciare un segno anche nel suo cinema di fiction. Ed infatti non si fa certo fatica a ravvisare una tale impronta sperimentale nella realizzazione di The 4th Life, oggetto filmico affascinante e incompiuto, visionario e contorto, stratificato su diversi piani temporali e complicato da rebus onirici di forte impatto visivo. Cosa per noi altrettanto importante, il sempre discutibile aggettivo post-moderno vi si addice, ma al contempo non resta abbinato ad un prodotto superficiale e fine a se stesso, quanto piuttosto ad una rilettura del noir densa, accattivante, con figure femminili destinate a rimanere scolpite nella memoria; e se vogliamo, oltre che in una generica memoria, nello specifico di un immaginario erotico turbato; innegabile che il livello di sensualità sprigionato dal complesso rapporto tra la protagonista Marie March e l’amante di un tempo, quella Caz ora in fuga da un istituto di igiene mentale, raggiunga temperature piuttosto alte; a fronteggiarsi sono sensibilità stravolte, poste sulla scia di un passato oscuro, le cui tracce affiorano in un continuo sovrapporsi di frammenti allucinatori.
Il canadese, per inciso, è bravo nel maneggiare formati differenti, variazioni di colore, deformazioni grandangolari, ed altre soluzioni visive da rapportare all’impronta mutevole di una fotografia ben modellata sullo stralunato paesaggio post-industriale, quasi fuori del tempo, in cui si muovono i protagonisti. Il rocambolesco viaggio in treno di Marie March e le cruente tappe dell’inseguimento tentato a sua insaputa da Caz, con tutta la galleria di strambi personaggi incontrati lungo il percorso, definiscono un mood del tutto particolare; come se echi lynchani si sovrapponessero ad un maledettissimo road movie zeppo di provocazioni alla Gregg Araki. Doom Generation strikes back? Forse si esagera, ma il film di Francois Miron di spunti coraggiosi ne offre un bel po’; tanto da risultare intrigante nonostante un finale, unico neo, che non sembra all’altezza delle carte precedentemente calate sul tavolo.

Voto:  7                                          Stefano Coccia

 

FROSTBITEN
(
Anders BARKE)

REGIA: Anders Barke
PRODUZIONE: Svezia - 2006 
DURATA: 98'
INTERPRETI: Jonas Karlstrom, Petra Nielsen, Carl-Ǻke Eriksson, Grete Havnesköld, Måns Nathanaelson, Emma T. Ǻberg. Mikael Goransson, Anna Lindholm
SCENEGGIATURA: Daniel Ojanlatva
FOTOGRAFIA: Chris Maris
SCENOGRAFIA: Malin Kihberg
MONTAGGIO: Kiko Sjöberg
MUSICHE: Anthony Lledo
SITO WEB


La dottoressa Annika e la figlia 17enne Saga si sono appena trasferite in Lapponia, dove Annika ha trovato lavoro nell’ospedale locale. La piccola città, con la sua interminabile notte polare, sembra noiosa proprio come Saga si immaginava. Comunque, Saga fa subito amicizia con Vega, una punkettona dai capelli rossi e neri, che si comporta come se conoscesse Saga da una vita. Ma le cose non sono come sembrano. Annika scopre qualcosa di strano nell’ospedale; e la piccola comunità è sconvolta da misteriosi omicidi…

A sangue…freddo

Se pensiamo alla Lapponia, l'ultima cosa che ci viene in mente è la possibilità che tra i ghiacci sterminati, nelle notti invernali senza fine, si celino vampiri assetati di sangue. Lo stupore per la scelta del soggetto gioca subito a favore dell'opera prima dello svedese Anders Banke. Ma la capacità di cogliere di sorpresa non è l'unica qualità del film che, infatti, naviga sapientemente tra i "generi" cinematografici lasciando che una continua commistione regni piacevolmente sovrana. La fusione tra horror e commedia non è certo originale, anzi, il modello americano, di cui "Scream" si può considerare il portabandiera, ha generato un nuovo filone che, soprattutto oltreoceano, pare inestinguibile. Ma l'ennesima rimasticatura, condotta da Banke con mano sicura, riserva spunti interessanti. La cena modello "Ti presento i miei", che finisce con il candido coniglietto preso a morsi dal fidanzatino in cerca della compiacenza dei futuri suoceri, è davvero spassosa; così come l'utilizzo improprio di un nano da giardino trasformato in improbabile arma contundente. Ma sono parecchie le trovate simpatiche, insieme a personaggi volutamente sopra le righe che si agitano, senza però stridere, nella sceneggiatura scoppiettante di Daniel Ojanlatva. L'importante è che l'amalgama funzioni, e questo accade: le battute fanno ridere e un po' di paura (grazie ad effetti speciali non solo digitali) riesce a farsi strada. Anche il sottotesto politico, con l'origine del maleficio in Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale e la perpetuazione ad opera di un ex-nazista riciclatosi in studioso della razza perfetta di vampiri, è più curato e coerente di quanto ci si aspetti. Così come le frecciate alla superficialità del mondo giovanile, che incappano in qualche luogo comune (l’equazione  “divertimento = sballo” è cavalcata con poche sfumature) ma rendono perfettamente l’idea di una società incapace di dare gli stimoli giusti.

Voto:  7                                         Luca Baroncini


Dal tramonto all’alba… può passare un mese!

Quasi inutile rimarcarlo, la sola idea di ambientare un film sui Vampiri in una cittadina sperduta della Lapponia, durante il lungo inverno artico, ha un che di geniale. Se si abbina qualche nozione di geografia ad una pur rudimentale conoscenza degli usi e costumi vampireschi, si fa presto a capire che la prolungata assenza di luce solare, in quel periodo dell’anno, può dare a tali creature un ottimo pretesto per fare baldoria! Col sangue di qualche svedesotto compassato ed incredulo sulle labbra, ovviamente... Essendo queste le premesse, sarebbe stato un peccato che l’occasione andasse sprecata. Per fortuna così non è stato, ed il felice esito di questa vampire-comedy dal ritmo indiavolato lo dobbiamo ad Anders Barke, qui all’esordio nel lungometraggio. Un esordio da ricordare. Il regista, appoggiandosi alla gustosa sceneggiatura di Daniel Ojanlatva, ha saputo dar vita ad un meccanismo narrativo scoppiettante, brioso e persino camaleontico, con un prologo bellico assai ben girato che anticipa il successivo evolversi in novella vampiresca, di cui si fanno apprezzare i tratti originali e l’umorismo contagioso. Non è solo la qualità e l’inventiva delle gag, alcune delle quali esilaranti, a rendere il film svedese una delle sorprese più gradite di questa edizione del Nightmare. La giustezza di una scrittura filmica attenta ad ogni dettaglio si ravvisa anche nell’uso degli effetti speciali, che pure quando illustrano le trasformazioni dei vampiri o qualche altra fantasmagoria (ovvero animali parlanti dalla favella particolarmente sboccata e impertinente!) risultano spassosi, senza scadere nel gusto pacchiano di tanta computer grafica applicata al genere.

Voto:  7,5                                       Stefano Coccia

 

HEADSPACE
(
Andrew VAN DEN HOUTEN)

REGIA: Andrew Van Den Houten
PRODUZIONE: Usa - 2005 
DURATA: 90'
INTERPRETI: Olivia Hussey, William Atherton, Udo Kier, Sean Young, Mark Margolis, Dee Wallace-Stone
SCENEGGIATURA: Steve Klausner, William M. Miller
FOTOGRAFIA: William M. Miller
SCENOGRAFIA: Krista Gall, Jeff Subik
MONTAGGIO: Elwaldo Baptiste
MUSICHE: Ryan Shore


I problemi di Alex iniziano il giorno in cui gioca innocuamente a scacchi con l’enigmatico artista Harry Jellenik. Misteriosamente, l’intelligenza di Alex inizia a crescere, aprendo un varco con qualcosa di inspiegabile. I ricordi di un passato violento affiorano nella sua psiche: un fratello scomparso nel nulla, un padre che ha abbandonato entrambi i suoi figli, e una madre selvaggiamente assassinata. Incubi allucinanti lo assaltano e non lo fanno dormire.

Scacco mortale

L'opera prima del giovane americano Andrew Van Den Houten (classe 1981) insegue l'orrore nei labirinti della mente. Il protagonista è infatti un ragazzo che, separato per cause misteriose dal fratello in giovane età, vaga inquieto per New York. Cerca un equilibrio che probabilmente non ha mai avuto e finirà invece per trovare la chiave di accesso a quel mondo mostruoso solo sfiorato durante l’infanzia. Il soggetto è molto interessante, perché colloca il male all'interno del nucleo familiare con inaspettata originalità e la sceneggiatura ha il pregio di mantenere costante l'attenzione dello spettatore grazie a una progressione dove i dettagli e gli interrogativi si intrecciano con efficacia. Come spesso accade, però, è nella resa dei conti che la costruzione narrativa ha una brusca caduta. Un po' perché il presunto colpo di scena non è credibile, e arriva quando ormai la logica lo ha già scartato a priori, ma anche perché la narrazione si dimostra priva di solide fondamenta e non si preoccupa di giustificare i tanti tasselli disseminati (e se lo fa incappa nell'implausibile). Di rilevante c'è l'approccio visionario a un male che sembra nascere dall'inconscio. Anche in questo caso, però, le premesse sono meglio degli sviluppi, che riducono una negatività ancestrale e impossibile da sconfiggere al solito mostricione in tuta di gomma dal ruggito in Dolby Surround. Pare comunque, almeno stando alle note di produzione, che a convincere un cast importante (tra gli altri Udo Kier e le redivive Sean Young e Olivia Hussey) sia stata proprio la forza dello script. Viene da pensare, visto il pasticcio che ne deriva, letto solo per metà.

Voto:  5,5                                      Luca Baroncini

 

IN A DARK PLACE
(Donato ROTUNNO)

REGIA: Donato Rotunno
PRODUZIONE: Lussemburgo / Inghilterra, 2006
SCENEGGIATURA: Peter Waddington
(tratto da The Turn of the Screw di Henry James)
INTERPRETI: Leelee Sobieski, Tara Fitzgerald, Graham Pountney, Thomas Sanne
DURATA: 95’


Ad una giovane educatrice, Anna, viene proposto di lavorare presso una solitaria residenza di campagna, dove due orfani di ricca famiglia vivono col resto della servitù. Mentre lo zio è in America per lavoro, i bambini mostrano un comportamento inconsueto, facendo preoccupare Anna. Strane presenze continuano intanto a manifestarsi nei paraggi della villa…

Un giro a vuoto

“Il giro di vite” o il giro di peppe? Precisiamo: l’ispirazione arriva dal celebre romanzo di Henry James, ma il resto confina con la noia. Sì, con la noia, e con l’inconcludenza di una scrittura filmica che strizza l’occhio ai capisaldi della ghost story cinematografica e letteraria, senza poi riuscire a far tornare i conti. Gli ingredienti del film di Donato Rotunno, lussemburghese di chiara origine italiana, non si limitano ad una rielaborazione di The Turn of the Screw, ma collimano anche con quelli, ormai codificati, di un filone che negli ultimi anni ha incontrato discreta fortuna sul grande schermo. Tra i paradigmi di codesto sotto-genere, alcuni dei quali inevitabilmente soggetti a consunzione, incombono i riflessi e le scorie di un particolare immaginario. Eccone, in breve, le coordinate essenziali. Al centro di tutto una antica residenza, abitata da un nucleo ristretto di persone, e visitata periodicamente da figure spettrali. La casa è circondata da un parco piuttosto esteso, avvolto magari da perenne foschia. I contatti con una qualsiasi realtà esterna a questo mondo tendono a rarefarsi sempre di più. Segni inquietanti annunciano poi un “sorprendente” ribaltamento dei ruoli, laddove la natura dei viventi e quella degli spettri viene rimessa in discussione. Tutto ciò comincia a ricordarvi qualcosa? Probabile che il primo film a venirvi in mente non sia In a Dark Place di Donato Rotunno, quanto piuttosto The Others di Alejandro Amenabar. Il problema è proprio questo. Per quanto l’italo-lussemburghese ci provi, l’ottima costruzione della suspance e l’altrettanto valida direzione degli attori, che facevano della pellicola di Amenabar un piccolo capolavoro, distano da qui qualche anno luce.
Rotunno, al primo lungometraggio da regista, può comunque vantare diverse esperienze come produttore; ed infatti dà prova di possedere un certo mestiere, apprezzabile nella scelta di location appropriate, come anche nell’insistenza su quei toni smorti, autunnali, che in chiave fotografica rendono i posti in questione ancora più cupi. Fatica invece a decollare il racconto, per quanto vi sia da registrare qualche siparietto erotico non disprezzabile, a testimonianza dell’impegno a tutto campo delle brave Tara Fitzgerald e Leelee Sobieski (quest’ultima nelle vesti dell’istitutrice protagonista del film, ossessionata dall’idea che qualcosa di brutto possa accadere ai bambini che le sono stati affidati). Cotanta applicazione da parte delle due interpreti, purtroppo, non basta. In a Dark Place soffoca così di fronte alla ripetitività di un mood stantio, percepito con ben altro spessore in precedenti contesti filmici. Rimangono allo scoperto piccole e grandi lacune di un intreccio che forse andava studiato meglio. E non solo per il rischio, poi concretizzatosi, che risultasse poco originale; ancora più sgradevole è la sensazione, registrata con punte di particolare intensità nella parte finale, che lo sviluppo dei personaggi rincorra qualche vuoto stereotipo, abbandonando il senso dell’azione a spiegazioni monche e frammentarie.

Voto:  4,5                                        Stefano Coccia

 

MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS
(John CARPENTER)

REGIA: John Carpenter
PRODUZIONE: Usa - 2005 
DURATA: 60'
INTERPRETI: personaggi Norman Reedus (Jimmy Sweetman), Udo Kier, Gary Hetherington, Chris Britton, Zara Taylor, Cristopher Gauthier, Douglas H. Arthurs, Colin Foo, Gwynyth Walsh
SCENEGGIATURA: Drew McWeeny, Scott Swan
FOTOGRAFIA: Attila Szalay
MONTAGGIO: Patrick McMahon 
COSTUMI: Lyn Kelly


Jimmy Sweetman è uno specialista nel reperire copie di film rari. Tuttavia nulla può prepararlo alla snervante ricerca di La Fin du monde, pellicola presumibilmente proiettata una sola volta e responsabile, a quanto si racconta, di aver indotto un delirio omicida nel pubblico che affollava la sala, per poi essere distrutta da un improvviso rogo. Mentre l’investigazione assume gli ossessivi contorni di un incubo mortale, Jimmy scopre che la fama di La Fin du monde è sinistramente meritata.


Al centro del mediometraggio di John Carpenter c'è un film maledetto intitolato "La fin absolue du monde". Un po' come per la videocassetta di "The Ring", con la differenza che qui la morte arriva istantanea e non dopo una settimana. L'unica volta che è stato proiettato, infatti, il film ha scatenato nel pubblico un delirio sfociato in carneficina. La pellicola è ovviamente scomparsa e un collezionista privato incarica un esercente, specialista nel reperimento di rarità, di recuperarla. Carpenter ha già affrontato, con più efficacia, il tema della contaminazione tra arte, e quindi fantasia, e realtà nel riuscito "Il seme della follia", dov'era la scrittura a legare indissolubilmente i differenti universi paralleli. In "Cigarette burns" la causa scatenante è un misterioso lungometraggio, ma la sostanza non cambia. L'indagine viene impostata dal regista newyorchese con un andamento da noir, attraverso tappe successive in cui il cinema diventa voce dell'inconscio in grado di mettere a nudo i segreti più torbidi dello spettatore. Avvincente, evocativo, non privo di fascino, il film è penalizzato dall'inespressività del protagonista Norman Reedus, da alcuni simbolismi un po' ridicoli (l'angelo del bene a cui sono state staccate le ali) e da svolte narrative forti ma poco chiare (l'incontro con l'autore di snuff movie). Così come non è particolarmente originale il discorso sul potere allucinatorio delle immagini ("Videodrome" docet) e nemmeno la resa visiva del fantastico che diventa realtà, troppo simile alla fuoriuscita dallo schermo televisivo di Sadako/Samira (ancora lei, e ancora "The Ring").

Voto:  6,5                                      Luca Baroncini


Voto:  7                                         Stefano Coccia

 

MASTERS OF HORROR: IMPRINT
(Takashi MIIKE)

REGIA: Miike Takashi
PRODUZIONE: Usa/Giappone – 2005 
DURATA: 63’
INTERPRETI: Kudoh Youki, Michie, Billy Drago, Negishi Toshie
SCENEGGIATURA: Tengan Daisuke dalla storia di Iwai Shimako
FOTOGRAFIA: Kuriya Toyomichi
SCENOGRAFIA: Sasaki Takashi
MONTAGGIO: Shimamura Yasushi
MUSICHE: Endo Kozi Jr.


L’americano Christopher si reca su un’isola giapponese già visitata in passato per cercare Komomo, la prostituta a cui promise la libertà. Una donna sfigurata lo aiuterà nelle ricerca svelandogli a poco a poco i terribili fatti accaduti e mettendolo di fronte alle sue colpe.

Nero giapponese

Autore di punta della cosiddetta new-wave giapponese, Miike Takashi conferma il suo approccio disturbante nel tredicesimo episodio, ormai di culto, per la serie televisiva "Masters of Horror". Il progetto, voluto da Mick Garris, raggruppa gli autori più importanti del genere horror che sono stati chiamati dalla rete televisiva statunitense Showtime a dirigere un mediometraggio in totale libertà creativa. Ma lo sguardo di Takashi è risultato eccessivo anche per una tv via cavo a pagamento e l'opera prodotta è stata censurata e non ancora trasmessa. Sull'onda del clamore mediatico, che farà sicuramente bene alle vendite in dvd, la visione lascia turbati e confusi (ma anche il più riuscito "Jenifer", di un rinato Dario Argento, non scherzava). Lo scorrere dei fotogrammi ha il sapore di un "Memorie di una geisha" raccontato come "Rashomon" con digressioni alla "Hostel". L'ambientazione è in un postribolo nipponico durante l'epoca Meiji (fine del diciannovesimo secolo). In una notte di delirio un americano incontrerà i suoi fantasmi grazie alla complicità di una prostituta  dalla doppia personalità. I punti di vista si moltiplicano, il passato ritorna con prepotenza e la verità ha varie facce, tutte sfigurate dall'impossibilità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Nessuna redenzione è quindi possibile e ogni speranza viene negata, ai personaggi come allo spettatore. Fedele al sadismo per cui è diventato celebre (i suoi titoli più famosi, "Audition" e "Ichi the killer", ne sono un manifesto), Takashi non perde l'occasione di  inserire lunghe sequenze al limite della sopportazione. La tortura alla ragazza colpevole solo di essere bella e gentile non risparmia, con morbosità, nessun dettaglio e i numerosi feti abortiti sono esposti con compiaciuta voglia di shoccare. Ed è forse questo il limite del film, che fa leva su paure ancestrali, stimolando la parte nera di ognuno di noi, senza però il supporto di una narrazione in grado di togliere gratuità all'efferatezza della messa in scena. Lo sgomento è inevitabile, e fa piacere che qualcuno si allontani con lucidità e rigore visivo dai canoni morali imperanti, ma l'operazione suona furbetta e il disturbo resta perlopiù in superficie.

Voto:  6,5                                      Luca Baroncini


Voto:  7,5                                       Stefano Coccia

 

RETRIBUTION
(Kiyoshi KUROSAWA)

REGIA: Kiyoshi Kurosawa
PRODUZIONE: Giappone - 2006
DURATA: 105'
INTERPRETI: Koji Yakusho, Manami Konishi, Tsuyoshi Ihara, Hiroyuki Hirayama, Joe Odagiri, Ryo Kase e Riona Hazuki
SCENEGGIATURA: Kiyoshi Kurosawa
FOTOGRAFIA: Akiko Ashizawa
SCENOGRAFIA: Norifumi Ataka
MONTAGGIO: Nobuyuki Takahashi
MUSICHE: Kuniaki Haishima


Un serial killer che annega le sue vittime nell’acqua salata è al centro dell’indagine del detective Yoshioka. L’uomo, presto tormentato dalle visioni di una giovane donna in rosso, individua il principale sospettato: sé stesso.

Un altro fantasma giapponese

Diciamolo, i fantasmi giapponesi, pur nelle loro implicazioni filosofiche ed esistenzialiste, come nell'ultima opera di Kiyoshi Kurosawa, hanno ormai esaurito il loro potenziale. Si dirà che le presenze ectoplasmiche non sono il fulcro della visione del regista, più interessato a dare risalto all'incomunicabilità e alla solitudine dei personaggi, incapaci di convivere con i propri sensi di colpa e con un passato che torna per chiedere giustizia, ma si fatica a non sorridere, o sbadigliare, all'ennesimo spettro orientale dai capelli svolazzanti e dall'ugola impazzita, questa volta addirittura in volo, tipo bislacca Supergirl, sui cieli di Tokyo. La regia di Kurosawa, uno dei più autorevoli esponenti della cosiddetta "new-wave" giapponese (l'ondata di nuovi registi nipponici indipendenti), è come sempre attenta alle geometrie dei luoghi, alla composizione delle immagini attraverso elaborati piani-sequenza, alla commistione dei suoni e a una paura insita nel quotidiano, ma la sceneggiatura, dello stesso Kurosawa, è parecchio pasticciata e non aiuta a tradurre la personalità dello stile in effettiva comunicazione. Il problema della narrazione è che crea premesse basate sulla logica: c'è un presunto serial killer, un ispettore che indaga, degli indizi che lo indicano come probabile responsabile. Poi il mistero si arricchisce di nuovi dettagli con l'aggiunta, non propriamente originale, di sensi di colpa e vendette ultraterrene, conformando il copione a un cliché fatto di tante domande e poche risposte. La "maniera" è quindi a un passo, la suggestione latita, il racconto si incarta e la sensazione di trovarsi davanti a un film già visto crea un inevitabile distacco.

Voto:  5                                           Luca Baroncini


Voto:  7                                           Stefano Coccia

 

THE ROOST
(Ti WEST)

REGIA: Ti WEST
PRODUZIONE: Usa - 2005 
DURATA: 80'
INTERPRETI: Tom Noonan, Vanessa Horneff, Karl Jacob, Barbara Wilhide, Will Horneff
SCENEGGIATURA: Ti West
FOTOGRAFIA: Eric Robbins
SCENOGRAFIA: David Bell
MONTAGGIO: Ti West
MUSICHE: Jeff Grace


La notte di Halloween Elliot con la sorella Allison e con gli amici Trevor e Brian stanno andando a un matrimonio. Durante il tragitto hanno però un incidente su una scura e remota strada di campagna. In cerca di rifugio, il gruppo entra in una vecchia fattoria. Ma non sanno che così disturberanno una forza antica e malvagia che cercherà di ucciderli.

Pensavo fosse un B-movie invece era uno Z-movie

Ottanta minuti possono volare davanti a immagini capaci di conquistare, oppure non passare mai, come se il tempo non fosse in grado di progredire. È quello che accade nell'opera prima del giovane Ti West (classe 1980), che prova incautamente a rinverdire i fasti dei B-Movie americani. Non basta una cornice da trasmissione televisiva notturna per dare spessore a un soggetto impresentabile, con i soliti quattro ragazzotti male assortiti alle prese con un guasto alla macchina che li costringe a una sosta forzata nel pieno della notte. Le conseguenze saranno ovviamente devastanti, perché incapperanno in una casa abitata da pipistrelli voracissimi. Se la stessa storia di sempre godesse di qualche idea in grado di rivitalizzare il "genere", o comunque renderlo fruibile, si potrebbe anche accettare l'ennesimo omaggio. Invece "The Roost", a parte l'apprezzabile ma poco riuscito tentativo di dare credibilità al quartetto protagonista e un paio di battute godibili, si limita ad ammorbare lo spettatore con prevedibili tira e molla tra i personaggi, che si cercano senza tensione e perché al di là di ogni ragionevole esigenza narrativa. Non aiutano i limiti del budget (il film è girato con due soldi e si vede), gli effetti speciali ridicoli, i chiassosi stacchi sonori, la sgranatura del digitale e la fissità dei giovani interpreti. Le note di produzione ci tengono a informare che il film è stato girato nella stessa fattoria usata per "Marnie" di Alfred Hitchcock, ma il precedente illustre, oltre che irriconoscibile, aggiunge solo qualche riga di commento, senza riuscire a regalare inquietudine a un progetto che ne è totalmente privo.

Voto:  4                                           Luca Baroncini

 

VENUS DROWNING
(Andrew PARKINSON)

REGIA: Andrew Parkinson
PRODUZIONE: Inghilterra - 2006 
DURATA: 80'
INTERPRETI: Jody Jameson, Bart Ruspali, Frida Show, Brendan Gregory
SCENEGGIATURA: Andrew Parkinson
FOTOGRAFIA: Jason Shepherd
MONTAGGIO: Andrew Parkinson
MUSICHE: Andrew Parkinson
SITO WEB


Dopo un fallito suicidio, Dawn viene mandata in viaggio dallo psichiatra, per recuperarsi. Torna in una vecchia casa di famiglia, vicino al mare. Pesantemente sedata da medicine e alcool, Dawn cerca di decodificare la sua esistenza attraverso le pagine di un diario. Camminando sulla spiaggia deserta, trova una morente creatura marina. All’inizio ne prova disgusto, ma poi la porta a casa e la “resuscita”.

The Addiction

Dawn è una ragazza particolarmente segnata dalla vita. Dopo la morte del fidanzato, un aborto spontaneo e un tentato suicidio, cerca di recuperare il perduto equilibrio psichico tornando, da sola, nella vecchia casa di famiglia. Le giornate scorrono senza particolari accadimenti, tra lunghe passeggiate in riva al mare, l'àncora di un diario a cui affidare le proprie emozioni e l’aiuto di psicofarmaci. Ma un giorno Dawn trova sulla spiaggia una strana forma di vita. L'apparenza è mostruosa, sembra un informe pezzo di carne, una sorta di feto abbandonato con un vischioso orifizio capace di secernere una muco gelatinoso. Il film dell'inglese Andrew Parkinson è tutto giocato sul rapporto tra la protagonista e la bizzarra creatura. È un rapporto quasi simbiotico quello che si stabilisce tra i due, perché l'essere finisce per racchiudere tutto ciò che Dawn ha avuto e poi perduto. Un po' figlio e un po' amante. Il mostriciattolo si lascia coccolare e grazie all'amore ricevuto è in grado di crescere. È molto ricettivo e pur nell'immobilità (non ha gambe né braccia) percepisce l'energia sessuale che lo circonda, traendo nutrimento dalla passione altrui. È una lenta progressione quella che si stabilisce tra le due diverse solitudini entrate miracolosamente in contatto. Un faticoso cammino di guarigione che attraverso la morbosità di una dipendenza carnale/affettiva e il suo superamento permette di raggiungere una nuova consapevolezza. Il film cresce gradualmente insieme al disagio e alla messa a nudo della psiche disturbata della protagonista e non è mai gratuito nelle lunghe sequenze in cui Dawn mostra l'iniziale repulsione vinta da una irrefrenabile attrazione. Non tutto è chiaro, soprattutto nell'epilogo, dove si mescolano indistintamente realtà e allucinazione, ma la credibile interpretazione di Olivia Bonamy e le tracce di un dolore sincero lasciano un forte senso di inquietudine. Un'ulteriore tappa nel nero delle pulsioni, quindi, supportata a livello visivo dai differenti formati del girato e da una regia capace di mantenere costante la tensione verso la protagonista e i suoi cupi fantasmi.

Voto:  7                                           Luca Baroncini


The new addiction

Attenzione! In giro c’è una mostruosa creatura marina che può dare problemi di assuefazione, maneggiare con cautela. Ovvero, ecco come Andew Parkinson è riuscito ancora una volta a spiazzarci, proponendo come suo solito un ardito accostamento tra eventi di natura orrorifica e contesti di apparente normalità. Avevamo già preso confidenza con le ossessioni del filmaker britannico durante la prima edizione del Ravenna Nightmare, quando venne presentato Dead Creatures. Lì erano zombi in salsa londinese, qui invece è di scena un “qualcosa” simile ad un feto di sirena, orripilante e al tempo stesso seducente, ma il concetto non cambia. Tanto le donne cannibali di Dead Creatures che la protagonista di Venus Drowning, sopravvissuta ad un tentativo di suicidio, reagiscono con inquietante naturalezza alle suggestioni dell’ignoto. Ci hanno già pensato i traumi del quotidiano a scuoterle, minando il loro rapporto con la vita, e preparandole all’incontro con quelle pratiche estreme, la cui eccezionalità viene affrontata quasi con distacco. Ed è proprio sulla spinta di una strana pulsione, in cui si compensano attrazione e disgusto, che la mente turbata della giovane Dawn sacrifica in Venus Drowning ogni altra ragionevole considerazione, cedendo così al morboso attaccamento per quello strano essere, raccattato sulla spiaggia della sua infanzia. Sessualità e rimorso, assuefazione e oblio, empatia e ostilità. Privilegiando alternativamente questi o altri impulsi, viene a crearsi tra Dawn e la creatura uno strano legame, di natura simbiotica. Il regista prova a conferirgli la dimensione del rito, riprendendo con voyeuristica insistenza certi atti della protagonista, che dal contatto con i liquidi secreti dalla creatura sembra provare un piacere estatico. Sulle decine di inquadrature di cui è fatto oggetto quel feto pulsante, sull’ossessiva riproposizione di certi momenti, poggia in parte la valutazione del film. Una meditata ed efficace provocazione o un giochino fine a se stesso? Una ispirata riflessione cinematografica sul disagio creato da certe immagini, oppure un’infrazione gratuita della soglia del gusto? Alla sensibilità di ciascun spettatore l’ardua sentenza.

Voto:  6                                          Stefano Coccia

 

WILD COUNTRY
(Craig STRACHAN)

REGIA: Craig Strachan
PRODUZIONE: Scozia, 2005
SCENEGGIATURA: Craig Strachan
INTERPRETI: Samantha Shields, Martin Compston, Peter Capaldi, Kevin Quinn, Nicola Muldoon, Jamie Quinn
DURATA: 75’
SITO WEB


Kelly Ann, una sedicenne di Glasgow, si lascia convincere malvolentieri da Padre Steve a dare in adozione il pargolo appena partorito. Non solo, ma poco tempo e la ragazza incontra nuovamente il padre del bambino, anche lui giovanissimo. Ciò avviene proprio durante un’escursione organizzata dal prete autoritario e impiccione nel cuore della brughiera scozzese. Con loro ci sono altri coetanei dai trascorsi difficili. Ma nessuno può immaginare, al momento di accamparsi nei pressi di un antico castello, quale tremendo pericolo si annidi nelle tenebre.

Chi ha paura del lupo cattivo?

La Scozia che non ti aspetti. Ed è proprio un organizzatore dall’aria simpatica e burlona, incaricato di presentare al pubblico Wild Country di Craigh Strachan, il primo ad affermare che la mezzora iniziale del film ricorda un dramma sociale di Ken Loach, mentre la seconda parte diventa finalmente un horror… ma come lo girerebbe Ken Loach. Stupore in sala. E forse a qualcuno sarà venuta la tentazione di scappare a gambe levate dal cinema! In tutti i presenti è prevalsa, ovviamente, la curiosità, presto ricompensata da una delle visioni più avvincenti dell’intero festival. Parte la proiezione, e ci si trova di fronte alla puntuale conferma di quanto detto in precedenza dal rappresentante del Nightmare: ebbene, non solo tale descrizione corrispondeva al vero, ma il risultato dello strano miscuglio di generi è brillante più di quanto si potesse immaginare.
Nel film la parlata dei ragazzi, tra cui riconosciamo subito quel Martin Compston già protagonista di Sweet Sixteen, è uno slang colorito che rimanda a certi drammi sociali ambientati nei sobborghi del Regno Unito. Come anche la vicenda di Kelly Ann (una convincente Samantha Shields), ragazza madre spinta da un prete cinico e ipocrita a dare in adozione il figlio appena partorito. E come lo stesso Padre Steve, figura quasi caricaturale, apparentemente modellata su quei tristi figuri con la tonaca piuttosto che assistenti sociali o rappresentanti di qualche altra istituzione, che il cinema britannico più “impegnato” è solito stigmatizzare alla prima occasione. Insomma, il primo spettro ad aggirarsi per le campagne scozzese è senz’altro quello di Ken Loach! Ma in agguato nella brughiera vi è ben altro… La sterzata verso l’horror non è nemmeno brusca, perché alla guida del veicolo che accompagna i ragazzi della parrocchia verso la loro avventura c’è un Padre Steve in vena di racconti spaventosi: ad esempio quello su una famiglia di antropofagi che, secondo una leggenda locale, avrebbe imperversato nella regione secoli fa, prima di essere processata e di finire arrostita sul rogo. La risata greve alla fine del discorso lascia pensare che quella del folkloristico sacerdote sia solo una boutade. Ma quando quei “ragazzi difficili” vengono lasciati soli nella brughiera, a far pratica con la salutare pratica del campeggio, si scopre insieme a loro che qualcosa di ancora più terrificante ha eletto a sua dimora le rovine del vicino castello. E quando quel “qualcosa”, ovvero un’allegra famigliola di lupi mannari, entra in azione, il giovane Craigh Strachan dimostra di sapersi giocare la carta dell’horror mantenendo un equilibrio magico, tra tensione e ironia. Le scene girate di notte rendono bene lo spaesamento dei protagonisti di fronte alle prime aggressioni, suggerendo la presenza di una costante minaccia acquattata nel buio. Ma anche quando la creatura si rivela, fa piacere notare che make up e trucchi di natura meccanica possono ancora sostituirsi degnamente all’impero della computer grafica! Se da un lato gli effetti speciali offrono un buon contributo, ogni situazione sviluppata nel film è poi condita della necessaria ironia. Un’ironia che in certe situazioni diventa satira sfacciata della società anglo-sassone tradizionale e di un certo way of life. Puro humour nero britannico, per intenderci, come nell’occasione in cui un campagnolo scozzese non vuole proprio credere alla presenza in zona di bestiacce feroci; e nonostante a rivelarglielo sia stata una sopravvissuta ancora sconvolta e coperta di sangue, il tipo trova più sensato avvicinarsi ad un capo di bestiame completamente dilaniato… e mettersi ad imprecare contro il morbo della mucca pazza e i suoi imprevedibili effetti! Non sono poche le frecciatine ironiche rivolte alla chiesa cattolica e a Padre Steve, che per un po’ non si vede, ma torna a far danni in un finale davvero strepitoso! E per non togliervi la sorpresa, almeno su questo terremo la bocca cucita.

Voto:  7                                          Stefano Coccia

 

THE WOODS
(Lucky McKEE)

REGIA: Lucky McKee
PRODUZIONE: Usa - 2005 
DURATA: 91'
INTERPRETI: Agnes Bruckner, Patricia Clarkson, Rachel Nichols, Lauren Birkell, Emma Campbell, Marcia Bennett, Gordon Currie, Jude Beny, Bruce Campbell
SCENEGGIATURA: David Ross
FOTOGRAFIA: John R. Leonetti
MONTAGGIO: Dan Lebental
SITO WEB


1965. Heather, una giovane studentessa ribelle e trascurata, viene spedita dai genitori in un collegio di sole donne immerso nei boschi. Controllata a vista dalla perfida direttrice Ms. Traverse, Heather è tormentata anche dalle sue compagne, e si dispera per tornare a casa. Ma quando le studentesse cominciano a scomparire nei boschi, e lei comincia ad avere visioni orribili, Heather capirà che in quel collegio le situazioni non sono quelle che sembrano.

Segreti nel bosco

Una severa scuola immersa nel buio del bosco. Una inflessibile direttrice con più di un segreto. Un corpo insegnanti da far invidia ai più grevi romanzi di formazione. Innocenti ragazzine che scompaiono misteriosamente. Lo statunitense Lucky McKee unisce suggestioni argentiane, evocando "Suspiria", con l'intreccio inesplicabile della natura, fondamento di "Picnic ad Hanging Rock" di Peter Weir. Se l'aspetto visivo, grazie anche a un'accurata scenografia che trasforma le enormi stanze circolari di un'antica dimora in improbabili dormitori, pur senza strafare, funziona a dovere, ancora una volta sono le carenze narrative ad affondare il progetto, già sulla carta assai usurato. La sceneggiatura è infatti una sciapa rimasticatura di cliché, che vengono riproposti in modo piatto e poco strutturato: c'è la bella e antipatica, la bruttina e timorata, la mamma arpia, il papà assente, la professoressa con il tic (variante banale ma spassosa), la preside di ghiaccio, il poliziotto tontolone, il cibo avvelenato, il sogno premonitore, la visione, la corsa nel bosco; oltre alla protagonista ribelle ma, chissà perché, dotata di rara sensibilità ultraterrena. Al di là dell'abuso di stereotipi (e di rumorosi stacchi sonori), ciò che proprio non funziona è l'andamento esageratamente lineare del racconto, con tutti i sospetti che finiscono per rivelarsi prevedibilmente fondati. In pratica non c'e nulla da scoprire che non sia già palese dopo i titoli di testa. Non convince nemmeno la gestione corale della vicenda, con troppi personaggi privi di spessore e penalizzati da caratterizzazioni perlopiù schematiche. Colpisce, ad esempio, l'ingiustificata assenza di cameratismo tra le fanciulle della scuola, per cui tutto accade senza che nessuno se ne stupisca più di tanto. Per tacere del fatto che un istituto scolastico come quello del film finirebbe in pochissimo tempo, vista la sequela di sparizioni e scontenti alla luce del sole, per perdere quel buon nome che è invece alla base del racconto. Tra le interpreti si distingue, più della costantemente imbronciata Agnes Bruckner, la sottovalutata Patricia Clarkson, attrice dalla forte presenza scenica dotata di un fascino magnetico fuori dal tempo.

Voto:  5                                           Luca Baroncini

 

MINOTAUR
(Jonathan ENGLISH)

REGIA: Jonathan English
PRODUZIONE: GB/Fra/Ger/Lux/Spa, 2006
SCENEGGIATURA: Steve McDoll
INTERPRETI: Tom Hardy, Tony Todd, Michelle Van Der Water, Rutger Hauer
DURATA: 92’


È la nascita del Minotauro, creatura bestiale cui vengono attribuiti poteri divini, l’evento che consente ad una civiltà minoica descritta alla stregua di impero edonista e decadente, retto da sovrani lussuriosi, incestuosi, immancabilmente malvagi, di estendere il proprio dominio facendo pagare un alto tributo di sangue ai popoli assoggettati. Ad una tribù del nord, per esempio, viene chiesto di consegnare ogni tre anni gli otto giovani che verranno sacrificati alla Bestia...

Nato sotto il segno del Toro

Nonostante l’originalità del soggetto e qualche felice intuizione, l’epica in chiave orrorifica di Minotaur ha in gran parte deluso. Il film dell’esordiente Jonathan English, produttore di successo e figlio d’arte (il padre David è abbastanza noto come cartoonist), parte con piglio avventuroso per rivisitare liberamente la vicenda del Labirinto di Cnosso, immortalata a suo tempo dal mito greco. Il regista ha una mano discreta nell’impostare il racconto, che acquista anche una certa tensione, allorché si assiste al momento in cui un gruppo di giovani prigionieri, in procinto di essere sacrificati, vengono gettati in fondo al Labirinto, preda dello spavento. Ognuno di loro sembra reagire alla terrificante avventura seguendo un impulso diverso. Ma mentre le dinamiche del gruppo mantengono vivo quel minimo di curiosità di cui abbisogna la trama, le modalità della rappresentazione tradiscono un’ingenuità di fondo, che scade troppo spesso nel kitsch. Le scenografie di foggia orientale della reggia di Cnosso rivaleggiano in banalità con la descrizione del Labirinto, le cui gallerie non acquistano mai la dimensione claustrofobica che simili ambientazioni potevano vantare in The Descent, tanto per citare un’altra pellicola di genere infinitamente più riuscita. Gli effetti ottenuti con un uso pacchiano e poco ispirato del digitale non fanno molto per migliorare la situazione; come anche le apparizioni dell’ospite tanto atteso, il mostro dalle sembianze taurine, le cui furiose incornate risultano alla lunga ripetitive. Accade così che persino il crescendo finale, poco credibile nelle scene d’azione, lasci un ricordo non esaltante dell’incubo vissuto da questi teenager del 1400 A.C., abbandonati da un popolo crudele tra le fauci di un semi-dio sanguinario e crudele. Peccato che il regista non abbia avuto la volontà o gli strumenti per osare di più, forse qualcuno avrebbe dovuto ricordagli una semplicissima verità: il Toro va preso per le corna!

Voto:  5                                          Stefano Coccia

 

 

 

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