RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST


a cura di   
LUCA BARONCINI

 

 

-

-

-
-
-
-
-
-
-

L'ORRORE E' DI CASA      di Luca Baroncini

Recensioni:

RESTLESS SOULS - Martin Schmidt
EL HABITANTE INCIERTO - Guillem Morales
IL MISTERO DI LOVECRAFT - Federico Greco, Roberto Leggio
LIE STILL - Sean Hogan
SATAN'S LITTLE HELPER - Jeff Lieberman

LA PROMESA - Hector Carré
P - Paul Spurrier

 

PAURA DELLA NORMALITA'. NOTE SUL CINEMA DI JEFF LIEBERMAN

 

L'Orrore è di casa

Per gli appassionati è ormai un appuntamento da non perdere, ma ogni anno sono sempre di più anche i curiosi che si affollano alle casse del CinemaCity di Ravenna per sperimentare sulla propria pelle un po’ di brividi provenienti da tutto il mondo. Alla terza edizione, e in controtendenza rispetto alla mestizia economica del periodo, il “Nightmare Film Fest” pare godere ottima salute. La manifestazione è ancora una volta organizzata da Alberto Achilli dell'Ufficio Cinema del Comune di Ravenna e diretta da Franco Calandrini per St/Art; inoltre fa parte della Federazione Europea dei Festival del Fantastico, la rete di festival maggiormente rappresentativa per la promozione del cinema fantastico, horror e thriller. 
La partenza è subito col botto, grazie all’anteprima del kolossal russo “I guardiani della notte”; anche la conclusione mantiene alto il profilo del “genere” con Beneath still water”, l’anteprima mondiale del nuovo film di Brian Yuzna (presente in giuria insieme a Corrado Farina e al produttore Ovidio Assonitis). In mezzo, un concorso internazionale con nove lungometraggi selezionati tra 130 film provenienti da 25 nazioni, un concorso internazionale per cortometraggi e un programma comprendente “Eventi speciali” (i prestigiosi “The Descent”, presentato al Festival di Venezia, e “Wolf Creek”, in cartellone a Cannes) e una retrospettiva dedicata al geniale e poco prolifico Jeff Lieberman (tra i suoi film di culto, impossibile dimenticare il leggendario “I carnivori venuti dalla savana”) . Se il festival si dimostra più solido che mai, il cinema continua invece a riflettere la decadenza del periodo attuale e i film proposti, a parte qualche eccezione, non si distinguono per originalità, con ben poche possibilità di fissarsi nella memoria e di condizionare, cosa che all’horror ogni tanto riesce, l’immaginario prossimo venturo. Tra fantasmi, psicopatici, maniaci, antiche leggende, presenze sulfuree, magie arcane, diavolerie, è ancora una volta la casa l’elemento centrale delle opere presentate. Che sia dominata da presenze ectoplasmiche come in “Restless souls”; abitata da inquilini demoniaci come in “Lie Still”, specchio della propria disturbata personalità come in “El habitante incerto” o enorme e con tanto di stanza segreta come in “La promesa”, la casa perde l’identità di rifugio dai mali del mondo per farsi male essa stessa, anzi luogo in cui l’orrore, al riparo da sguardi indiscreti, ha modo di nascere, crescere e perpetuarsi. A proposito di casa, quella del festival (il mastodontico multiplex CinemaCiy) si distingue per efficienza tecnologica e ampia possibilità di parcheggio, ma impedisce al visitatore esterno, a causa della posizione periferica,  di godere delle bellezze architettoniche di una città ricca di storia come Ravenna. Il forestiero ha la brutta sensazione di rinchiudersi in un non-luogo privo di identità culturale in cui tutto, dalla pizzetta alla caramella, oltre allo stesso sapore di plastica ha la evidente funzione di creare bisogni inesistenti finalizzati unicamente al consumo. Confinarsi per una settimana in uno scatolone così asettico e popolato solo da immagini pronte per essere fagocitate e rapidamente dimenticate, in cui bowling, pasticcerie e negozi di abbigliamento si calpestano nel rimbombo generale, con una vera e propria punta nell’orda informe del sabato sera, è già buttarsi a capofitto nell’orrore.

 

 

 

 

RECENSIONI

 

 

RESTLESS SOULS
(
Martin SCHMIDT)

Danimarca, 2005

Regia: Martin Schmidt

Sceneggiatura: Dennis Jürgensen

Con: Anne Birgitte Lind, Jakob Cedergren, Andrea Vagn Jensen, Dejan Cukic,Lukke Sand Michelsen, Rebecca Løgstrup

Durata: 90’


Signe e Tommy Kongsted si trasferiscono in provincia con Bianca, la figlia di 7 anni. Hanno comprato una graziosa casa nella piccola città di Glamstrup, per vivere tranquillamente, ma appena si trasferiscono, cominciano ad accadere fenomeni inspiegabili… il cibo marcisce se spostato, strani segni appaiono sulla porta del salotto e un gatto appare e svanisce. La bimba si ambienta, ma inizia a giocare con un amico immaginario di nome Oliver, e se anche i genitori non lo vedono, Bianca ripete con ostinazione che sì, Oliver è presente nella casa.

Ri-nascosto nel buio

Una famiglia che si trasferisce in provincia, una casa dall'oscuro passato, i misteriosi vicini di casa, la successione di eventi inspiegabili e un amico immaginario a dilettare la figlioletta. Tutto ciò suona familiare? Per forza, si tratta dei pilastri della cinematografia orrorifica (solo l'anno scorso, l'analogo e ugualmente debole "Nascosto nel buio" di John Polson). Lo spostamento in terra danese si limita a raffreddare le più che trite premesse ma non aggiunge un solo fotogramma di originalità. Il guaio è che il film di Martin Schmidt non riesce nemmeno a sguazzare nei cliché, a causa di una sceneggiatura che cerca l'intrigo ma soccombe ai luoghi comuni. A non funzionare a livello narrativo, oltre alla costruzione di un intreccio che alla lunga non regge, sono soprattutto le caratterizzazioni dei personaggi, mere pedine inanimate i cui pochi tratti interessanti (la misteriosa professione del marito, la disoccupazione del vicino di casa, il carisma del medium) non trovano adeguato approfondimento. La regia fa quel che può, prediligendo l'alternanza di primi piani e azzardando punti di vista ectoplasmici, ma non riesce a imprimere il necessario vigore alle immagini che si succedono all'insegna della prevedibilità. Finisce così che i tempi si dilatino tra caminetti capricciosi, laghetti dalle mille insidie, sedute spiritiche soporifere e maschere birichine, senza, però, quel minimo di tensione in grado di accendere la curiosità. Non brillano nemmeno gli interpreti, alcuni anche con la faccia giusta per il ruolo ma danneggiati dall'inconsistenza dei personaggi e da una direzione approssimativa poco in sintonia con le pretese terrifiche di un racconto che rimane insipido. Grandi assenti, quindi, i brividi.

Voto: 

 

EL HABITANTE INCIERTO
(
Guillem MORALES)

Spagna, 2004

Regia e sceneggiatura: Guillem Morales

Produttori: Mar Targarona, Joaquín Padró

Con: Andoni Gracia, Mónica López, Francesc Garrido, Agustí Villaronga, Minnie Marx

Durata: 90’  


Felix è un architetto che vive in una grande casa. La sua ragazza lo ha lasciato, e lui è depresso e si sente solo. Un giorno, uno sconosciuto bussa alla porta e gli chiede di poter usare il telefono: ma una volta entrato scompare...

Dedalo

Dove finisce la realtà e comincia la fantasia? Lo spazio intorno a noi potrebbe essere semplicemente una proiezione dell'inconscio? L'opera di debutto dello spagnolo Guillem Morales prova a sondare il confine incerto tra follia e razionalità attraverso un racconto in bilico tra vita e percezione che, insieme a un innegabile fascino, fornisce, però, più domande che risposte. Il protagonista, abbandonato dalla fidanzata, si ritrova a vivere da solo in una grande casa, con il sospetto che un uomo si sia stabilito in qualche angolo oscuro dell'abitazione vivendo alla sua ombra, cibandosi dei suoi ricordi, succhiando le sue emozioni, rubando la sua stessa esistenza. L'insondabile presenza diventa per il protagonista una vera e propria ossessione, portandolo a una confusione mentale a stretto confine con la follia. Il soggetto, perfetto per un cortometraggio, striminzito per un lungo, diventa nelle mani di Morales, anche sceneggiatore, un complicato gioco a incastri dove luoghi e situazioni si intersecano lasciando trapelare schegge di inquietudine che non prendono mai una forma risolutiva. Le suggestioni si moltiplicano insieme alle ipotesi, senza che i tanti tasselli disseminati nel copione dimostrino una forza al di là dell'effetto del momento. 
Il gioco, tirato per le lunghe oltre ogni limite, si dimostra prima sghembo e poi monco, con uno spiacevole retrogusto di vacuità. A sostenere il film l'assolo del protagonista, capace di reggere intere sequenze in modo credibile, e l'abilità del regista nel flirtare con gli spazi senza abusare di effetti sonori e stacchi di montaggio.

Voto:  5

 

IL MISTERO DI LOVECRAFT
(
Federico GRECO - Roberto LEGGIO)

Italia, 2005

Regia e sceneggiatura: Federico Greco e Roberto Leggio

Produttore: Andrea Marotti, Pier Giorgio Bellocchio, Gianluca Curti

Con: Roberto David Purvis, Federico Greco, Roberto Leggio, Simonetta Solder, Fausto Scialappa

Durata: 92’


Roberto, Federico e David sono tre appassionati di H.P. Lovecraft. Trovato per caso in Italia un manoscritto firmato dallo scrittore americano, si mettono sulle sue tracce arrivando a una scoperta sconvolgente.

Il grande bluff

Perché raccontare la realtà quando inventarsela è molto più stimolante e divertente? Il "mock-documentary", cioè il falso documentario, sta prendendo sempre più piede. In realtà, a partire dal celeberrimo finto attacco extra-terrestre alla Terra annunciato via radio da Orson Welles nel 1938, la voglia di burlarsi del pubblico ha sempre acceso la fantasia dei manipolatori di immagini e informazioni. Del resto perché non credere a ciò che si vede, se ciò che si vede (o si sente) sembra più vero del vero? Il caso più eclatante, a livello di successo planetario, è sicuramente "The Blair Witch project", ma gli esperimenti curiosi sono tanti. Da "Forgotten Silver" di Peter Jackson, sul presunto scopritore del cinema in Nuova Zelanda, tale Colin McKenzie, (in realtà mai esistito); fino al recente "September Tapes" di Christian Johnston, che si mette sulle tracce di Bin Laden rendendo indistinguibile verità e finzione e velando di un'ambiguità tutt'altro che etica gli intenti di fare un'originale contro-informazione. I giovani Federico Greco e Roberto Leggio si accodano al "genere" con entusiasmo e inventano una spassosa correlazione tra lo scrittore americano dell'orrore Lovecraft e le terre nebbiose e all'apparenza placide del Polesine. Un ipotetico manoscritto proverebbe infatti che Lovecraft, che parrebbe non avere mai lasciato la terra natia, è stato invece in Italia nel 1926 e si è ispirato proprio ai miti del Polesine per scrivere i suoi racconti più famosi. L'idea è geniale, perché il delta del Po conserva tuttora un fascino arcaico in cui sette, antiche leggende e creature anfibie non stonano affatto, ma il bluff messo in piedi dai due registi dimostra presto di avere il fiato corto. È troppo simile a "The Blair Witch Project" il percorso della troupe alla ricerca dello scoop, con una macchina da presa che non vuole saperne di stare un solo secondo ferma (come se movimenti frenetici e verità andassero per forza di pari passo). Se le facce locali hanno un loro perché e trasmettono una certa curiosità, anche solo nella cadenza dialettale della parlata, i momenti di fiction costruiti intorno al gruppetto di ragazzi protagonisti suonano sempre falsi, rendendo evidente la fatica di far accadere qualcosa per dare pepe alla vicenda. Ma i rapporti interpersonali a base di litigate, prese di posizione, simpatie, permali e sfoghi, danno sempre l'idea di una normalità costruita a tavolino, in cui la spontaneità sembra sottintendere esigenze più narrative che di relazione. Così come non convince il progredire in nero dell'atmosfera, con eventi le cui conseguenze appaiono più che altro gonfiate per dare sostanza all'epilogo. Ma la conclusione non risulta sconvolgente come nelle intenzioni e conferma la sensazione di bella occasione perlopiù mancata.

Voto:  5

 

LIE STILL
(Sean HOGAN)

Inghilterra, 2005

Regia e sceneggiatura: Sean Hogan

Produttore: Navin Chowdhry

Con: Stuart Laing, Nina Sosanya, Robert Blythe, Susan Engel, Granville Saxton

Durata: 82’


Sembrava quel tipo di casa dove nessuno ti fa domande. Era vecchia e mal costruita, aveva sicuramente bisogno di qualche restauro, ma era tranquilla. Un posto dove ricominciare. Tuttavia da quando vi si era trasferito, John non si sentiva a suo agio. Ne aveva passate tante, di recente. E tutti dicevano che c’era sempre stato qualcosa di strano in lui. Sì, è vero, aveva sempre avuto incubi, la notte… ma questi erano diversi. E in più, quei rumori fuori dalla sua porta erano proprio veri. O sembravano esserlo. La vecchia pazza della stanza accanto gli aveva detto di andarsene. Ma lui non le aveva dato retta. E ora poteva essere troppo tardi. La sua nuova casa lo attraeva ora, lo legava a sé…

Home Sweet Home?

"L'inquilino del terzo piano" incontra "Poltergeist" dopo essere passato per "Shining" e tenendo sempre a mente la contaminazione tra luoghi e persone alla base della letteratura di Stephen King (dallo scrittore americano anche l'idea di una fotografia in progressione che vive di vita propria). Ma sono tanti i ricordi cinematografici e letterari che affiorano guardando l'opera d'esordio del regista inglese Sean Hogan. Ed è proprio questo il problema: la totale mancanza di originalità. Difficile appassionarsi all'ennesimo inquilino che si ritrova a vivere in un appartamento in cui incubi e strani eventi cominciano a insinuare il dubbio di presenze ultraterrene. E davvero impossibile stupirsi davanti a un televisore che diventa il tramite tra dimensioni parallele e attraverso cui il male ha modo di diffondersi. Così come non può non suonare trita l'immagine onirica di una bambina che gioca a palla, o di un cattivone dal ghigno sbilenco e l'incedere solenne. Peccato, perché a livello cinematografico la deriva a cui giunge il protagonista è ben condotta, gli spazi sono scandagliati con efficacia e gli interpreti hanno le facce giuste per i ruoli; in particolare il protagonista Stuart Laing, sul cui graduale straniamento si regge il lungometraggio. Se l'impianto solido pone fiducia sulle prove future del regista, non è però sufficiente per sostanziare un film che deve scontrarsi con precursori così illustri, e anche l'intrattenimento, pur supportato da un'atmosfera malsana immersa in una quotidianità priva di facili eccessi, soccombe al già visto.

Voto:  5

 

SATAN’S LITTLE HELPER
(Jeff LIEBERMAN)

Usa, 2004

Regia e sceneggiatura: Jeff Lieberman

Produttori: Jeff Lieberman, Mickey Mc Donough, Aimee Schoof, Isen Robbins

Con: Alexander Brickel, Amanda Plummer, Stephen Graham, Katheryn Winnick

Durata: 99’


Halloween è sempre stata la festa preferita di Douglas Whooly, ma quest’anno andrà ancor meglio, perché si vestirà come il protagonista del suo videogioco preferito, Satan’s Little Helper, il “Piccolo aiutante del Diavolo. Douggie è eccitato anche perché la sorella maggiore Jenna tornerà dal college, ma l’entusiasmo scema quando con lei arriva il nuovo fidanzato Alex. Douggie vaga deluso per le strade, e s’imbatte in uno psicopatico che indossa una sogghignante maschera satanica. Credendo sia un gioco, si offre come “piccolo aiutante”, e rimane molto contento quando Satana lo accetta con sé...

Un gradito ritorno

Un regista di culto e poco prolifico come Jeff Lieberman (autore di film venerati dagli appassionati come "I carnivori venuti dalla savana", "La sindrome del terrore" e "Just before dawn") torna dietro la macchina da presa con un divertente lungometraggio, pensato chissà perché direttamente per l'home video, che sposa l'horror con la commedia degli equivoci. Il protagonista è infatti un ragazzino che la notte di Halloween decide di vestirsi come il suo eroe del momento: il piccolo aiutante di Satana al centro del suo videogioco preferito. Il problema è che incontrerà uno psicopatico mascherato da Satana e diventerà suo complice, confondendo ciò che è reale con ciò che è virtuale. L'abilità di Lieberman, anche sceneggiatore, è nel dare vita a un racconto sopra le righe ma perfettamente plausibile, con personaggi sovraeccitati e un po' suonati che non scadono mai nel grottesco. Le coordinate di base dell'ambientazione restano infatti reali: il sangue resta sangue, la sofferenza non è edulcorata e chi muore, muore per davvero. Il gioco è nell'ironia che permea la vicenda, non nella forzatura dei fatti: eventi devastanti producono conseguenze devastanti. Un po' come in "Scream", ma senza il bagaglio di citazioni che ha fatto la fortuna della trilogia di Wes Craven e Kevin Williamson. Dopo una prima parte spumeggiante e ricca di trovate, anche disturbanti, il racconto rischia di girare un po' a vuoto, ma Lieberman non perde verve e padronanza del mezzo cinematografico. Almeno due le sequenze che entreranno nel mito: un gatto "spremuto" sul muro a mò di gesso per scrivere e una spesa al supermercato che si risolve, proprio come nel videogioco del protagonista, con il bambino gaudente che accumula punti investendo per davvero, con il carrello, vecchi, ciechi e donne incinte. La critica sociale, non protagonista ma sottilmente in evidenza, trova quindi la efficace strada della provocazione e non cede mai al pistolotto morale. Anzi, la vena cattiva permea la pellicola fino alla fine, garantendo il sollazzo e non azzerando l'intelligenza.
Il film di Lieberman è stato giustamente premiato al "Ravenna Nightmare Film Fest" con l' "Anello d'oro" per "essere riuscito a conciliare il genere gore con l’ironia, recuperando lo spirito di gioco e di intrattenimento di certi film degli anni ‘80".

Voto:  7

 

LA PROMESA
(Hector CARRE')

Spagna, 2004

Regia: Héctor Carré

Sceneggiatura: Héctor Carré, José Antonio Félez

Produttori: Moncho y Antonio Varela, José Antonio Félez

Con: Carmen Maura, Ana Fernández, Juan Margallo, Santiago Barón, Evaristo Calvo

Durata: 104’


A Gregoria sarebbe sempre piaciuto chiamarsi Celia, avere dei bambini e un buon marito, avrebbe voluto una vita migliore. L’incontro casuale con uno sconosciuto le rivela l’esistenza di un santuario nel quale “si deve andare da vivi, o da morti”. Decide di dare un taglio alla vita presente: la morte del marito fa scattare la sua schizofrenia latente, cambia aspetto e scappa -con una nuova identità- nel nord della Spagna. Ora si chiama Celia e accudisce un bimbo di una ricca famiglia della Galizia. Le voci sulla casa contaminano a poco a poco il mondo di Celia…

Domestica Follia

Una donna non più giovane vive nell'ossessione del peccato, rimpiangendo il figlio che non ha avuto, insieme a un marito che la denigra in continuazione arrivando anche a picchiarla. Un incontro casuale darà forma e concretezza alla sua voglia di rivalsa. La prima parte del lungometraggio di Héctor Carré è ben condotta e crea premesse coinvolgenti permettendo allo spettatore di entrare in empatia con la protagonista, una donna provata dalla vita, psicologicamente disturbata e con il comprensibile bisogno di essere amata. A facilitare la scorrevolezza del racconto, la suggestiva ambientazione in Galizia, tra le montagne a picco sul mare del nord della Spagna, e la potenza evocativa del tema musicale di Suso Rey e Manuel Varala. Oltre, ovviamente, alla forte presenza scenica di Carmen Maura, espressiva e credibile nelle pieghe con cui sgualcisce il personaggio a cui dà vita. Il problema è che le premesse restano tali e non trovano sviluppo adeguato, arrivando a un punto morto in cui le forti aspettative create di dissolvono in scelte dall'apparenza risolutiva ma dalla sostanza confusa. Cade così nel nulla il misterioso passaggio segreto all'interno della grande casa, si svuota di significato il fanatismo religioso della protagonista (così come l'efficace tamburellare delle mani anticamera del delirio), perde mordente la connotazione geografica e si svalutano personaggi di contorno invece interessanti (il pittore mentore della protagonista, il marito, il prete), fino a un finale pasticciato che appiana i conflitti senza risolverli. Il mestiere c'è e si vede (Héctor Carré è stato assistente alla regia di Steven Spielberg e Terry Gilliam), ma non è sufficiente per dare nutrimento a un film che parte bene ma finisce per perdersi per strada, sbandando clamorosamente nell'epilogo.

Voto:  5

 

P
(Paul Spurrier)

Thailandia/Inghilterra, 2005

Regia  e sceneggiatura: Paul Spurrier

Produttori: Narongsak Vorrarutchaikul, Panupong Dangdej

Con: Suangporn Jaturaphut, Opal, Paul Spurrier

Durata: 110’


Nata e cresciuta in un villaggio rurale della Thailandia Dau, una ragazza orfana, impara le arti della magia dalla nonna: ma quando questa si ammala gravemente, Dau deve spostarsi a Bangkok per pagare le cure. La ragazza deve lavorare e prostituirsi in un topless bar, e per sopravvivere in quell’inferno utilizza sempre più i poteri magici. Ma la sua magia si fa più oscura, e le conseguenze sempre più orribili: perde il controllo dei suoi poteri, finché il male non la invade da dentro…

Mrs. Hyde d'Oriente

Nonostante l'ambientazione orientale il film è scritto e diretto dall'inglese Paul Spurrier, primo occidentale regista di un lungometraggio in lingua tailandese. Natali dell'autore a parte, "P" è una deludente immersione nei luoghi comuni del genere: ragazzina che pratica riti magici si fa prendere la mano fino a diventare un essere crudele assetato di sangue. Il fatto di porre al centro del racconto un personaggio sfumato offre spunti di interesse. La ragazza, infatti, non è positiva a senso unico e non esita a ricorrere alla magia per liberarsi delle rivali o per primeggiare nella danza. Ma alla fine è comunque il bene ad avere il sopravvento e basta un paio di manette per ingabbiare il male e liberare definitivamente l'eroina del film. Ma sono tante le ingenuità del copione (la nonna impone alla protagonista due regole da rispettare per non incorrere nell'autodistruzione e lei le trasgredisce in un battibaleno), pervaso anche da un'ombra di moralismo nel creare un ambiguo parallelo tra amore lesbico e nascita dell'alter-ego crudele. La prima parte di attesa, ambientata in un bordello tailandese per occidentali, è la più riuscita, anche se crea rivalità e conflitti che non sfigurerebbero in uno "Showgirls" d'oriente. La virata horror arriva invece nell'indifferenza. Un po' a causa della caratterizzazione della protagonista, tutt'altro che simpatica, ma anche perché omicidi e gore si succedono nella ripetitività: comparsa dell'annerita creatura maligna e sequenza in computer grafica delle interiora della vittima (originale la prima volta, poi semplicemente monotona). Tra l'altro non se ne può più di lolite cattive (s)pettinate come la Samira/Sadako di "The Ring". Quanto alle interpreti, sono tutte molto belle e sinuose, ma non particolarmente espressive, soprattutto la protagonista, credibile come ennesimo brutto anatroccolo in realtà esplosivo, ma sempre con la stessa faccia da Gioconda a regalare più gelo che fascino.

Voto:  5

 

 

 Torna a capo pagina           Torna alla homepage