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RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST
a cura di
LUCA
BARONCINI
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PAURA
DELLA NORMALITA'. NOTE SUL CINEMA DI JEFF LIEBERMAN
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L'Orrore
è di casa
Per gli
appassionati è ormai un appuntamento da non perdere, ma ogni anno sono
sempre di più anche i curiosi che si affollano alle casse del
CinemaCity di Ravenna per sperimentare sulla propria pelle un po’ di
brividi provenienti da tutto il mondo. Alla terza edizione, e in
controtendenza rispetto alla mestizia economica del periodo, il
“Nightmare Film Fest” pare godere ottima salute. La manifestazione
è ancora una volta organizzata da Alberto Achilli dell'Ufficio Cinema
del Comune di Ravenna e diretta da Franco Calandrini per St/Art; inoltre
fa parte della Federazione Europea dei Festival del Fantastico, la rete
di festival maggiormente rappresentativa per la promozione del cinema
fantastico, horror e thriller.
La partenza è subito col botto, grazie all’anteprima del kolossal
russo “I guardiani della notte”;
anche la conclusione mantiene alto il profilo del “genere” con “Beneath
still water”, l’anteprima
mondiale del nuovo film di Brian Yuzna (presente in giuria
insieme a Corrado Farina e al produttore Ovidio Assonitis).
In mezzo, un concorso internazionale con nove lungometraggi selezionati
tra 130 film provenienti da 25 nazioni, un concorso internazionale per
cortometraggi e un programma comprendente “Eventi speciali” (i
prestigiosi “The Descent”, presentato al Festival di Venezia,
e “Wolf Creek”, in cartellone a Cannes) e una retrospettiva
dedicata al geniale e poco prolifico Jeff Lieberman (tra i suoi
film di culto, impossibile dimenticare il leggendario “I carnivori
venuti dalla savana”) . Se il festival si dimostra più solido che
mai, il cinema continua invece a riflettere la decadenza del periodo
attuale e i film proposti, a parte qualche eccezione, non si distinguono
per originalità, con ben poche possibilità di fissarsi nella memoria e
di condizionare, cosa che all’horror ogni tanto riesce,
l’immaginario prossimo venturo. Tra fantasmi, psicopatici, maniaci,
antiche leggende, presenze sulfuree, magie arcane, diavolerie, è ancora
una volta la casa l’elemento centrale delle opere presentate.
Che sia dominata da presenze ectoplasmiche come in “Restless souls”;
abitata da inquilini demoniaci come in “Lie Still”, specchio
della propria disturbata personalità come in “El habitante incerto”
o enorme e con tanto di stanza segreta come in “La promesa”,
la casa perde l’identità di rifugio dai mali del mondo per farsi male
essa stessa, anzi luogo in cui l’orrore, al riparo da sguardi
indiscreti, ha modo di nascere, crescere e perpetuarsi. A proposito di
casa, quella del festival (il mastodontico multiplex CinemaCiy) si
distingue per efficienza tecnologica e ampia possibilità di parcheggio,
ma impedisce al visitatore esterno, a causa della posizione periferica,
di godere delle bellezze architettoniche di una città ricca di
storia come Ravenna. Il forestiero ha la brutta sensazione di
rinchiudersi in un non-luogo privo di identità culturale in cui tutto,
dalla pizzetta alla caramella, oltre allo stesso sapore di plastica ha
la evidente funzione di creare bisogni inesistenti finalizzati
unicamente al consumo. Confinarsi per una settimana in uno scatolone così
asettico e popolato solo da immagini pronte per essere fagocitate e
rapidamente dimenticate, in cui bowling, pasticcerie e negozi di
abbigliamento si calpestano nel rimbombo generale, con una vera e
propria punta nell’orda informe del sabato sera, è già buttarsi a
capofitto nell’orrore.
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RESTLESS
SOULS
(Martin
SCHMIDT) |
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Danimarca, 2005
Regia: Martin Schmidt
Sceneggiatura: Dennis Jürgensen
Con: Anne Birgitte Lind, Jakob Cedergren,
Andrea Vagn Jensen, Dejan Cukic,Lukke Sand Michelsen, Rebecca Løgstrup
Durata: 90’
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Signe e Tommy Kongsted si trasferiscono in provincia
con Bianca, la figlia di 7 anni. Hanno comprato una graziosa casa nella
piccola città di Glamstrup, per vivere tranquillamente, ma appena si
trasferiscono, cominciano ad accadere fenomeni inspiegabili… il cibo
marcisce se spostato, strani segni appaiono sulla porta del salotto e un
gatto appare e svanisce. La bimba si ambienta, ma inizia a giocare con
un amico immaginario di nome Oliver, e se anche i genitori non lo
vedono, Bianca ripete con ostinazione che sì, Oliver è presente nella
casa.
Ri-nascosto nel buio
Una famiglia che si
trasferisce in provincia, una casa dall'oscuro passato, i misteriosi
vicini di casa, la successione di eventi inspiegabili e un amico
immaginario a dilettare la figlioletta. Tutto ciò suona familiare? Per
forza, si tratta dei pilastri della cinematografia orrorifica (solo
l'anno scorso, l'analogo e ugualmente debole "Nascosto nel
buio" di John Polson). Lo spostamento in terra danese si limita a
raffreddare le più che trite premesse ma non aggiunge un solo
fotogramma di originalità. Il guaio è che il film di Martin Schmidt
non riesce nemmeno a sguazzare nei cliché, a causa di una sceneggiatura
che cerca l'intrigo ma soccombe ai luoghi comuni. A non funzionare a
livello narrativo, oltre alla costruzione di un intreccio che alla lunga
non regge, sono soprattutto le caratterizzazioni dei personaggi, mere
pedine inanimate i cui pochi tratti interessanti (la misteriosa
professione del marito, la disoccupazione del vicino di casa, il carisma
del medium) non trovano adeguato approfondimento. La regia fa quel che
può, prediligendo l'alternanza di primi piani e azzardando punti di
vista ectoplasmici, ma non riesce a imprimere il necessario vigore alle
immagini che si succedono all'insegna della prevedibilità. Finisce così
che i tempi si dilatino tra caminetti capricciosi, laghetti dalle mille
insidie, sedute spiritiche soporifere e maschere birichine, senza, però,
quel minimo di tensione in grado di accendere la curiosità. Non
brillano nemmeno gli interpreti, alcuni anche con la faccia giusta per
il ruolo ma danneggiati dall'inconsistenza dei personaggi e da una
direzione approssimativa poco in sintonia con le pretese terrifiche di
un racconto che rimane insipido. Grandi assenti, quindi, i brividi.
Voto:
4½ |
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EL
HABITANTE INCIERTO
(Guillem
MORALES)
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Spagna, 2004
Regia e sceneggiatura: Guillem Morales
Produttori: Mar Targarona, Joaquín Padró
Con: Andoni Gracia, Mónica López, Francesc Garrido, Agustí
Villaronga, Minnie Marx
Durata: 90’
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Felix è un architetto che vive in una grande casa. La
sua ragazza lo ha lasciato, e lui è depresso e si sente solo. Un
giorno, uno sconosciuto bussa alla porta e gli chiede di poter usare il
telefono: ma una volta entrato scompare...
Dedalo
Dove finisce la realtà e comincia la fantasia? Lo spazio intorno a noi
potrebbe essere semplicemente una proiezione dell'inconscio? L'opera di
debutto dello spagnolo Guillem Morales prova a sondare il confine
incerto tra follia e razionalità attraverso un racconto in bilico tra
vita e percezione che, insieme a un innegabile fascino, fornisce, però,
più domande che risposte. Il protagonista, abbandonato dalla fidanzata,
si ritrova a vivere da solo in una grande casa, con il sospetto che un
uomo si sia stabilito in qualche angolo oscuro dell'abitazione vivendo
alla sua ombra, cibandosi dei suoi ricordi, succhiando le sue emozioni,
rubando la sua stessa esistenza. L'insondabile presenza diventa per il
protagonista una vera e propria ossessione, portandolo a una confusione
mentale a stretto confine con la follia. Il soggetto, perfetto per un
cortometraggio, striminzito per un lungo, diventa nelle mani di Morales,
anche sceneggiatore, un complicato gioco a incastri dove luoghi e
situazioni si intersecano lasciando trapelare schegge di inquietudine
che non prendono mai una forma risolutiva. Le suggestioni si
moltiplicano insieme alle ipotesi, senza che i tanti tasselli
disseminati nel copione dimostrino una forza al di là dell'effetto del
momento.
Il gioco, tirato per le lunghe oltre ogni limite, si dimostra prima
sghembo e poi monco, con uno spiacevole retrogusto di vacuità. A
sostenere il film l'assolo del protagonista, capace di reggere intere
sequenze in modo credibile, e l'abilità del regista nel flirtare con
gli spazi senza abusare di effetti sonori e stacchi di montaggio.
Voto:
5
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IL
MISTERO DI LOVECRAFT
(Federico
GRECO - Roberto LEGGIO)
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Italia, 2005
Regia e sceneggiatura: Federico Greco e Roberto Leggio
Produttore: Andrea Marotti, Pier Giorgio Bellocchio, Gianluca Curti
Con: Roberto David Purvis, Federico Greco, Roberto Leggio,
Simonetta Solder, Fausto Scialappa
Durata: 92’
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Roberto,
Federico e David sono tre appassionati di H.P. Lovecraft. Trovato per
caso in Italia un manoscritto firmato dallo scrittore americano, si
mettono sulle sue tracce arrivando a una scoperta sconvolgente.
Il
grande bluff
Perché raccontare la realtà
quando inventarsela è molto più stimolante e divertente? Il "mock-documentary",
cioè il falso documentario, sta prendendo sempre più piede. In realtà,
a partire dal celeberrimo finto attacco extra-terrestre alla Terra
annunciato via radio da Orson Welles nel 1938, la voglia di burlarsi del
pubblico ha sempre acceso la fantasia dei manipolatori di immagini e
informazioni. Del resto perché non credere a ciò che si vede, se ciò
che si vede (o si sente) sembra più vero del vero? Il caso più
eclatante, a livello di successo planetario, è sicuramente "The
Blair Witch project", ma gli esperimenti curiosi sono tanti. Da
"Forgotten Silver" di Peter Jackson, sul presunto scopritore
del cinema in Nuova Zelanda, tale Colin McKenzie, (in realtà mai
esistito); fino al recente "September Tapes" di Christian
Johnston, che si mette sulle tracce di Bin Laden rendendo
indistinguibile verità e finzione e velando di un'ambiguità tutt'altro
che etica gli intenti di fare un'originale contro-informazione. I
giovani Federico Greco e Roberto Leggio si accodano al
"genere" con entusiasmo e inventano una spassosa correlazione
tra lo scrittore americano dell'orrore Lovecraft e le terre nebbiose e
all'apparenza placide del Polesine. Un ipotetico manoscritto proverebbe
infatti che Lovecraft, che parrebbe non avere mai lasciato la terra
natia, è stato invece in Italia nel 1926 e si è ispirato proprio ai
miti del Polesine per scrivere i suoi racconti più famosi. L'idea è
geniale, perché il delta del Po conserva tuttora un fascino arcaico in
cui sette, antiche leggende e creature anfibie non stonano affatto, ma
il bluff messo in piedi dai due registi dimostra presto di avere il
fiato corto. È troppo simile a "The Blair Witch Project" il
percorso della troupe alla ricerca dello scoop, con una macchina da
presa che non vuole saperne di stare un solo secondo ferma (come se
movimenti frenetici e verità andassero per forza di pari passo). Se le
facce locali hanno un loro perché e trasmettono una certa curiosità,
anche solo nella cadenza dialettale della parlata, i momenti di fiction
costruiti intorno al gruppetto di ragazzi protagonisti suonano sempre
falsi, rendendo evidente la fatica di far accadere qualcosa per dare
pepe alla vicenda. Ma i rapporti interpersonali a base di litigate,
prese di posizione, simpatie, permali e sfoghi, danno sempre l'idea di
una normalità costruita a tavolino, in cui la spontaneità sembra
sottintendere esigenze più narrative che di relazione. Così come non
convince il progredire in nero dell'atmosfera, con eventi le cui
conseguenze appaiono più che altro gonfiate per dare sostanza
all'epilogo. Ma la conclusione non risulta sconvolgente come nelle
intenzioni e conferma la sensazione di bella occasione perlopiù
mancata.
Voto:
5 |
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LIE
STILL
(Sean HOGAN)
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Inghilterra, 2005
Regia e sceneggiatura: Sean Hogan
Produttore: Navin Chowdhry
Con: Stuart Laing, Nina Sosanya, Robert
Blythe, Susan Engel, Granville Saxton
Durata: 82’
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Sembrava quel tipo di casa dove nessuno ti fa domande.
Era vecchia e mal costruita, aveva sicuramente bisogno di qualche
restauro, ma era tranquilla. Un posto dove ricominciare. Tuttavia da
quando vi si era trasferito, John non si sentiva a suo agio. Ne aveva
passate tante, di recente. E tutti dicevano che c’era sempre stato
qualcosa di strano in lui. Sì, è vero, aveva sempre avuto incubi, la
notte… ma questi erano diversi. E in più, quei rumori fuori dalla sua
porta erano proprio veri. O sembravano esserlo. La vecchia pazza della
stanza accanto gli aveva detto di andarsene. Ma lui non le aveva dato
retta. E ora poteva essere troppo tardi. La sua nuova casa lo attraeva
ora, lo legava a sé…
Home Sweet Home?
"L'inquilino del terzo
piano" incontra "Poltergeist" dopo essere passato per
"Shining" e tenendo sempre a mente la contaminazione tra
luoghi e persone alla base della letteratura di Stephen King (dallo
scrittore americano anche l'idea di una fotografia in progressione che
vive di vita propria). Ma sono tanti i ricordi cinematografici e
letterari che affiorano guardando l'opera d'esordio del regista inglese
Sean Hogan. Ed è proprio questo il problema: la totale mancanza di
originalità. Difficile appassionarsi all'ennesimo inquilino che si
ritrova a vivere in un appartamento in cui incubi e strani eventi
cominciano a insinuare il dubbio di presenze ultraterrene. E davvero
impossibile stupirsi davanti a un televisore che diventa il tramite tra
dimensioni parallele e attraverso cui il male ha modo di diffondersi.
Così come non può non suonare trita l'immagine onirica di una bambina
che gioca a palla, o di un cattivone dal ghigno sbilenco e l'incedere
solenne. Peccato, perché a livello cinematografico la deriva a cui
giunge il protagonista è ben condotta, gli spazi sono scandagliati con
efficacia e gli interpreti hanno le facce giuste per i ruoli; in
particolare il protagonista Stuart Laing, sul cui graduale straniamento
si regge il lungometraggio. Se l'impianto solido pone fiducia sulle
prove future del regista, non è però sufficiente per sostanziare un
film che deve scontrarsi con precursori così illustri, e anche
l'intrattenimento, pur supportato da un'atmosfera malsana immersa in una
quotidianità priva di facili eccessi, soccombe al già visto.
Voto:
5
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SATAN’S
LITTLE HELPER
(Jeff LIEBERMAN)
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Usa, 2004
Regia e sceneggiatura: Jeff Lieberman
Produttori: Jeff Lieberman, Mickey Mc
Donough, Aimee Schoof, Isen Robbins
Con: Alexander Brickel, Amanda Plummer,
Stephen Graham, Katheryn Winnick
Durata: 99’
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Halloween è sempre stata la festa preferita di Douglas Whooly, ma
quest’anno andrà ancor meglio, perché si vestirà come il
protagonista del suo videogioco preferito, Satan’s Little Helper, il
“Piccolo aiutante del Diavolo”.
Douggie è eccitato anche perché la sorella maggiore Jenna tornerà dal
college, ma l’entusiasmo scema quando con lei arriva il nuovo
fidanzato Alex. Douggie vaga deluso per le strade, e s’imbatte in uno
psicopatico che indossa una sogghignante maschera satanica. Credendo sia
un gioco, si offre come “piccolo aiutante”, e rimane molto contento
quando Satana lo accetta con sé...
Un
gradito ritorno
Un regista di culto e poco prolifico come Jeff Lieberman (autore di film
venerati dagli appassionati come "I carnivori venuti dalla
savana", "La sindrome del terrore" e "Just before
dawn") torna dietro la macchina da presa con un divertente
lungometraggio, pensato chissà perché direttamente per l'home video,
che sposa l'horror con la commedia degli equivoci. Il protagonista è
infatti un ragazzino che la notte di Halloween decide di vestirsi come
il suo eroe del momento: il piccolo aiutante di Satana al centro del suo
videogioco preferito. Il problema è che incontrerà uno psicopatico
mascherato da Satana e diventerà suo complice, confondendo ciò che è
reale con ciò che è virtuale. L'abilità di Lieberman, anche
sceneggiatore, è nel dare vita a un racconto sopra le righe ma
perfettamente plausibile, con personaggi sovraeccitati e un po' suonati
che non scadono mai nel grottesco. Le coordinate di base
dell'ambientazione restano infatti reali: il sangue resta sangue, la
sofferenza non è edulcorata e chi muore, muore per davvero. Il gioco è
nell'ironia che permea la vicenda, non nella forzatura dei fatti: eventi
devastanti producono conseguenze devastanti. Un po' come in "Scream",
ma senza il bagaglio di citazioni che ha fatto la fortuna della trilogia
di Wes Craven e Kevin Williamson. Dopo una prima parte spumeggiante e
ricca di trovate, anche disturbanti, il racconto rischia di girare un
po' a vuoto, ma Lieberman non perde verve e padronanza del mezzo
cinematografico. Almeno due le sequenze che entreranno nel mito: un
gatto "spremuto" sul muro a mò di gesso per scrivere e una
spesa al supermercato che si risolve, proprio come nel videogioco del
protagonista, con il bambino gaudente che accumula punti investendo per
davvero, con il carrello, vecchi, ciechi e donne incinte. La critica
sociale, non protagonista ma sottilmente in evidenza, trova quindi la
efficace strada della provocazione e non cede mai al pistolotto morale.
Anzi, la vena cattiva permea la pellicola fino alla fine, garantendo il
sollazzo e non azzerando l'intelligenza.
Il film di Lieberman è stato giustamente premiato al "Ravenna
Nightmare Film Fest" con l' "Anello d'oro" per "essere
riuscito a conciliare il genere gore con l’ironia, recuperando lo
spirito di gioco e di intrattenimento di certi film degli anni ‘80".
Voto:
7
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LA
PROMESA
(Hector CARRE')
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Spagna, 2004
Regia: Héctor Carré
Sceneggiatura: Héctor Carré, José Antonio Félez
Produttori: Moncho y Antonio Varela, José Antonio Félez
Con: Carmen Maura, Ana Fernández, Juan Margallo, Santiago Barón,
Evaristo Calvo
Durata: 104’
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A Gregoria sarebbe sempre piaciuto chiamarsi Celia,
avere dei bambini e un buon marito, avrebbe voluto una vita migliore.
L’incontro casuale con uno sconosciuto le rivela l’esistenza di un
santuario nel quale “si deve andare da vivi, o da morti”. Decide di
dare un taglio alla vita presente: la morte del marito fa scattare la
sua schizofrenia latente, cambia aspetto e scappa -con una nuova identità-
nel nord della Spagna. Ora si chiama Celia e accudisce un bimbo di una
ricca famiglia della Galizia. Le voci sulla casa contaminano a poco a
poco il mondo di Celia…
Domestica
Follia
Una donna non più giovane
vive nell'ossessione del peccato, rimpiangendo il figlio che non ha
avuto, insieme a un marito che la denigra in continuazione arrivando
anche a picchiarla. Un incontro casuale darà forma e concretezza alla
sua voglia di rivalsa. La prima parte del lungometraggio di Héctor Carré
è ben condotta e crea premesse coinvolgenti permettendo allo spettatore
di entrare in empatia con la protagonista, una donna provata dalla vita,
psicologicamente disturbata e con il comprensibile bisogno di essere
amata. A facilitare la scorrevolezza del racconto, la suggestiva
ambientazione in Galizia, tra le montagne a picco sul mare del nord
della Spagna, e la potenza evocativa del tema musicale di Suso Rey e
Manuel Varala. Oltre, ovviamente, alla forte presenza scenica di Carmen
Maura, espressiva e credibile nelle pieghe con cui sgualcisce il
personaggio a cui dà vita. Il problema è che le premesse restano tali
e non trovano sviluppo adeguato, arrivando a un punto morto in cui le
forti aspettative create di dissolvono in scelte dall'apparenza
risolutiva ma dalla sostanza confusa. Cade così nel nulla il misterioso
passaggio segreto all'interno della grande casa, si svuota di
significato il fanatismo religioso della protagonista (così come
l'efficace tamburellare delle mani anticamera del delirio), perde
mordente la connotazione geografica e si svalutano personaggi di
contorno invece interessanti (il pittore mentore della protagonista, il
marito, il prete), fino a un finale pasticciato che appiana i conflitti
senza risolverli. Il mestiere c'è e si vede (Héctor Carré è stato
assistente alla regia di Steven Spielberg e Terry Gilliam), ma non è
sufficiente per dare nutrimento a un film che parte bene ma finisce per
perdersi per strada, sbandando clamorosamente nell'epilogo.
Voto:
5
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P
(Paul Spurrier)
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Thailandia/Inghilterra, 2005
Regia e sceneggiatura:
Paul Spurrier
Produttori: Narongsak Vorrarutchaikul, Panupong Dangdej
Con: Suangporn Jaturaphut, Opal, Paul Spurrier
Durata: 110’
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Nata e cresciuta in un villaggio rurale della
Thailandia Dau, una ragazza orfana, impara le arti della magia dalla
nonna: ma quando questa si ammala gravemente, Dau deve spostarsi a
Bangkok per pagare le cure. La ragazza deve lavorare e prostituirsi in
un topless bar, e per sopravvivere in quell’inferno utilizza sempre più
i poteri magici. Ma la sua magia si fa più oscura, e le conseguenze
sempre più orribili: perde il controllo dei suoi poteri, finché il
male non la invade da dentro…
Mrs.
Hyde d'Oriente
Nonostante l'ambientazione
orientale il film è scritto e diretto dall'inglese Paul Spurrier, primo
occidentale regista di un lungometraggio in lingua tailandese. Natali
dell'autore a parte, "P" è una deludente immersione nei
luoghi comuni del genere: ragazzina che pratica riti magici si fa
prendere la mano fino a diventare un essere crudele assetato di sangue.
Il fatto di porre al centro del racconto un personaggio sfumato offre
spunti di interesse. La ragazza, infatti, non è positiva a senso unico
e non esita a ricorrere alla magia per liberarsi delle rivali o per
primeggiare nella danza. Ma alla fine è comunque il bene ad avere il
sopravvento e basta un paio di manette per ingabbiare il male e liberare
definitivamente l'eroina del film. Ma sono tante le ingenuità del
copione (la nonna impone alla protagonista due regole da rispettare per
non incorrere nell'autodistruzione e lei le trasgredisce in un
battibaleno), pervaso anche da un'ombra di moralismo nel creare un
ambiguo parallelo tra amore lesbico e nascita dell'alter-ego crudele. La
prima parte di attesa, ambientata in un bordello tailandese per
occidentali, è la più riuscita, anche se crea rivalità e conflitti
che non sfigurerebbero in uno "Showgirls" d'oriente. La virata
horror arriva invece nell'indifferenza. Un po' a causa della
caratterizzazione della protagonista, tutt'altro che simpatica, ma anche
perché omicidi e gore si succedono nella ripetitività: comparsa
dell'annerita creatura maligna e sequenza in computer grafica delle
interiora della vittima (originale la prima volta, poi semplicemente
monotona). Tra l'altro non se ne può più di lolite cattive
(s)pettinate come la Samira/Sadako di "The Ring". Quanto alle
interpreti, sono tutte molto belle e sinuose, ma non particolarmente
espressive, soprattutto la protagonista, credibile come ennesimo brutto
anatroccolo in realtà esplosivo, ma sempre con la stessa faccia da
Gioconda a regalare più gelo che fascino.
Voto:
5
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