RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST

Ravenna – Cinema City, 21 – 26 settembre 2004
(sito ufficiale)


a cura di   
LUCA BARONCINI  e  
NICCOLO' RANGONI MACHIAVELLI

 

-

-



-
-
-
-
BENTORNATO HORROR      di Luca Baroncini

I CORTOMETRAGGI

Recensioni:

DOCTOR SLEEP - Nick Willing
WILLARD - Glen Morgan
BEYOND RE-ANIMATOR - Brian Yuzna
THE PARK - Andrew Lau

 

 

BENTORNATO HORROR

Il placido cuore della Romagna torna a immergersi nel fitto intrico di paure ancestrali e brividi non sempre impalpabili. Per il secondo anno consecutivo, infatti, apre il sipario il “Ravenna Nightmare Film Fest”, organizzato da Alberto Achilli del Comune di Ravenna e diretto da Franco Calandrini per “St/Art”. Rispetto all’edizione 2003 molte cose sono cambiate. Prima di tutto la sede. Non più il cinema Corso in pieno centro storico, a due passi dalla basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ma un luccicante e asettico multiplex periferico (il Cine City), con due sale (sulle dodici della struttura) dedicate alla manifestazione. È una tendenza adottata da molti festival (anche Torino con il passaggio al labirintico “Pathè” del Lingotto) prediligere tecnologia e comodità decentrate al ruspante e sanguigno fermento delle monosale del centro storico, spesso scalcinate e striminzite. La scelta è facile da comprendere ma resta discutibile, perché si perde quella connotazione tipicamente cittadina che permette di alternare uno spettacolo al passeggio tra le viuzze del centro o a un caffè che non sia per forza “walky cup”. La funzionalità della multisala, una volta superato il tragico impatto di iper-mercato del cinema, è comunque innegabile. La nuova sede non è però l’unica innovazione. Il festival, infatti, si è ingrandito parecchio, godendo con tutta probabilità di un budget a qualche zero in più. Con l’annessione alla “Federazione Europea dei Festival del Fantastico” (solo diciassette i festival ammessi), si sono aperte le porte alle pellicole in circolazione più rappresentative del genere e si è potuto affiancare al concorso internazionale per lungometraggi un concorso europeo per corti. Tra le sezioni collaterali, un approfondimento sull’opera di Dario Argento, ospite del festival, con la presentazione del libro “Dario Argento: l’immagine della paura” e la riproposizione su grande schermo di alcuni dei suoi classici, da “Profondo Rosso” a “Phenomena” (manca sempre “Quattro mosche di velluto grigio”, ma lo stesso Argento dice che il film è sparito per una questione di diritti e nemmeno lui ne possiede una copia). In più non manca un interessante approfondimento sulle mitiche e “immortali” figure che hanno popolato tanti incubi e impressionato chilometri di pellicole: i morti viventi. La sezione “Eurozombies: Italia - Spagna” è infatti incentrata su alcuni capolavori, o presunti tali, che dimostrano la vitalità del cinema europeo in materia. Ecco quindi la possibilità di gustare il trashissimo “Roma contro Roma” di Giuseppe Vari del 1963, fusione imperdibile tra il genere “peplum” e l’horror e primo film europeo in cui compaiono gli “zombies” (in Asia centrale uno stregone decide di far resuscitare i legionari morti per scagliarli contro l’esercito invasore dell’Impero Romano). Tra le altre opere del fitto programma, la quadrilogia di Armando De Ossario sui templari ciechi (“La noche del terror ciego”, “El ataque de los muertos sin ojos”, “El buque maldido”, “La noche del los gaviotas”), oltre al famoso “Non si deve profanare il sonno dei morti” di Jorge Grau del 1974, che rivisita l’horror in chiave ecologico-politica (l’unico a capire gli effetti devastanti di un antiparassitario elaborato dal Ministero dell’Agricoltura, che come effetto collaterale risveglia i morti, è un capellone che se la dovrà vedere con lo scetticismo e la cecità intellettiva di un poliziotto).

Già alla seconda edizione, quindi, il festival è cresciuto, divenendo competitivo e riuscendo a ritagliarsi uno spazio di rilievo nel panorama spesso asfittico della provincia, a dimostrazione della vitalità di un cinema non solo per appassionati ma di chiunque abbia un po’ di curiosità e voglia di uscire dalle rigide imposizioni del mercato. Certo, in un multiplex a posti numerati immersi in un fetore quasi tangibile di popcorn è più difficile uscire dai ranghi, ma non impossibile. E vedere il tutto esaurito per “Suspiria”, in pacifica convivenza con i vari “Spiderman” e “The Bourne Supremacy”, è sintomatico del successo dell’iniziativa.

Luca Baroncini

 

CORTOMETRAGGI

Vera novità di questa edizione, i dieci corti selezionati abbracciano l’horror in tutte  le sue forme e accezioni e si configurano come un panorama rappresentativo di ciò che offre la produzione europea attuale. Le opere spaziano infatti dal video alla pellicola e si caratterizzano non tanto per l’originalità (i temi, pur nelle infinite varianti, sono sempre gli stessi, così come la maggior parte dei relativi sviluppi), quanto per l’alta qualità dei brividi disseminati. Dall’orrore casalingo di “Inside Out”, coproduzione anglo-malese diretta da Oliver Knott, in cui una donna affetta da una rara malattia si sdoppia in due entità autonome incapaci di convivere, alla reiterazione aliena dello spagnolo “El ciclo” di Victor Garcìa, passando per gli immancabili zombi del portoghese “I’ll see you in my dreams” di Miguel Angél Vivas, fino al grottesco vincitore del “Méliès d’Or for the Best Fantastic Short Film”, l’irlandese “The carpenter and his clumsy wife”. Diretto da Peter Foott, il corto, già presentato a Venezia 61, racconta in un riuscito incrocio tra fiaba nera e commedia, l’insolito rapporto tra una matura coppia di sposi: lei è molto distratta e lui è un falegname che ama fin troppo il suo lavoro; si comincia da un dito, che la moglie perde pelando le patate e il marito prontamente sostituisce con una protesi, per poi passare ad altre parti del corpo, fino all’inevitabile degenerazione. Colpisce anche la cattiveria di “El tren de la bruja”, dello spagnolo Koldo Serra, dove un uomo si presta a un insolito test sulla paura: seduto in una stanza buia e sotto un faro accecante, dovrà resistere, per 12.000 euro, alle situazioni di terrore inscenate da un’equipe di scienziati. Ma sarà davvero un esperimento oppure è un sadico gioco al massacro?
Il corto più convincente per fantasia e immaginazione è, però, “L’homme sans tete” di Juan Solanas, figlio del famoso regista argentino Fernando Solanas. Con uno stile molto personale e visionario, incline alla poesia, l’opera, già premiata a Cannes 2003 con il “Gran Premio della giuria”, racconta in un’atmosfera d’altri tempi sospesa nel sogno i travagli di un uomo senza testa, che per ben figurare a un primo appuntamento decide di comprarne una. Dopo vari tentativi insoddisfacenti, scoprirà i vantaggi di proporsi per quello che è.

Luca Baroncini

 

 

RECENSIONI

 

 

DOCTOR SLEEP
(
Nick WILLING)

Paese: Inghilterra
Anno: 2002
Regia: Nick Willing
Sceneggiatura: Nick Willing, William Brookfield
Montaggio: Nivcen Howie
Fotografia: Peter Sova
Scenografia: Don Taylor
Musica: Simon Boswell
Interpreti: Goran Visnjic, Shirley Henderson, Mirando Otto, Paddy Considine
Produzione:  Michele Camarda - Kismet Film
Durata: 92’


L’ipnoterapista Michael Strother possiede una pericolosa qualità: può percepire, per telepatia, alcune visioni dall’interno delle menti dei suoi pazienti. Mentre è impegnato nella terapia di una investigatrice che deve smettere di fumare, vede l’immagine di una bambina che galleggia sulla superficie di un ruscello. Strother viene così coinvolto nelle indagini su un serial killer …

Finalmente brividi

Guardando il film di Nick Willing lo spettatore è combattuto tra due fronti: la razionalità e l'emozione. A livello di sceneggiatura, infatti, il lungometraggio riesce a dare un senso a tutti gli interrogativi disseminati lungo la complicata storia, ma non evita buchi logici e luoghi comuni. Ci sono proprio tutti gli elementi del genere thriller in chiave horror, nessuno escluso: gli incubi, le visioni premonitrici, la bambina bionda, il serial killer, l'efferatezza, le voci registrate, la setta satanica, i riti millenari, le antiche iscrizioni, un'investigatrice sfiduciata, il trauma da rimuovere e la cornice di una Londra lontana dal glamour e immersa in grigie atmosfere di periferia. Il bello, però, è che l'andamento è talmente appassionante che solo a posteriori ci si rende conto dell'ingenuità di qualche passaggio (tra gli altri, la casuale identificazione delle due chiese mancanti dopo la caduta del caffè sulla carta geografica e l'evidente medaglione del "cattivo" che illumina l'arguzia sonnecchiante della poliziotta) o di alcuni eccessi (il corpo di polizia, ai limiti del grottesco). E poi, cosa sempre più rara nei tanti epigoni americani a base di vittime sacrificali under 18 e mostricioni in gomma, il film riesce a fare paura. La vecchia scrittrice ha una faccia che non si dimentica e quando con la voce bassa e lo sguardo fisso abbandona repentinamente l'inglese per passare al francese pronunciando "Je suis fatiguée" mentre si rigira i polpastrelli della mano, mette davvero i brividi. Così come funzionano i passaggi dall'onirico al reale, forse prevedibili ma sempre in grado di spiazzare nonostante i sensi all'erta. Il merito è della potente regia, che stabilisce subito un feeling con il pubblico attraverso un'ambientazione quotidiana molto credibile, prediligendo l'azione al ragionamento e caratterizzando con immediatezza i personaggi. Perfetti anche l'aderenza alle immagini del commento sonoro (sia la musica che gli effetti) e l'interpretazione di Goran Visnijc (il Luke Kovac della serie E.R.), in grado di conferire al protagonista una fragilità (in più di un'occasione lui stesso salta dallo spavento) dall'efficace effetto empatico. Tra i due fronti a vincere è quindi l'emozione e il film ha proprio il pregio di insinuarsi sottopelle e di proporsi come un vigoroso e riuscito intrattenimento.

Voto:  7½                            Luca Baroncini

 

WILLARD
(Glen MORGAN)

Paese: U.S.A.
Anno: 2003
Regia: Glen Morgan
Sceneggiatura: Gilbert Ralston, Glen Morgan
Montaggio: James Coblentz
Fotografia: Robert MacLachlan
Scenografia: Mark Freeborn
Musica: Shirley Walker
Interpreti: Crispin Glover, Laura Harring, R. Lee Ermey, Jackie Burroughs, Kim McKamy, William S. Taylor, Edward Horn, Gus Lynch, Laara Sadiq
Produzione:  New Line
Durata: 100’


Willard è un giovane ragazzo alienato che vive in una vecchia casa diroccata. Al lavoro viene tormentato dal suo sadico capo, a casa da una madre autoritaria. Quando la madre inizia a lamentarsi dei topi, Willard decide di risolvere il problema. Invece di ucciderli, però, ne diventa amico ed entra in un vortice di oscura psicopatia in cui i piccoli roditori diventano il suo mondo sociale ed emozionale.

Uomini & Topi

Se la vita offre poco calore e la quotidianità è più che altro una lunga sequela di insoddisfazioni, può capitare di trovare conforto nell'affetto incondizionato e muto degli animali. Per Willard, protagonista dell'omonimo film di Glen Morgan, il sollievo da una madre asfissiante e dalle angherie del capoufficio è l'inconsueta amicizia con un topolino. Il problema è che la cantina della lugubre casa in cui vive è popolata da un esercito di roditori che non sarà così semplice tenere a bada. Pur ambientato nella contemporaneità, il film sembra provenire dagli incubi senza tempo di Tim Burton e rievoca atmosfere gotiche a metà strada tra il thriller e la commedia nera. L'aspetto più convincente è l'interpretazione di Crispin Glover, al suo primo ruolo da protagonista, che riesce ad esprimere, senza strafare e con perfetta e quasi virtuosistica adesione, il disagio, la frustrazione e la follia del suo personaggio. La sceneggiatura ha il pregio di soffermarsi sull'evoluzione psicologica di Willard e rende plausibile il suo legame morboso con il topolino Socrate, così come si finisce per credere alla rivalità con l'enorme Ben e all'inevitabile degenerazione. Quello che appare meno persuasivo, sia in fase di scrittura che nella messa in scena di Morgan, è ciò che ruota intorno al protagonista, dalla collega d'ufficio inspiegabilmente affettuosa (la sempre sensuale Laura Harring, un po' troppo assente dagli schermi dopo i fasti di "Mulholland Drive"), agli eccessi caricaturali del capo (R. Lee Ermey, che continua ad urlare come in "Full Metal Jacket"). Così come è debole il tentativo di sostanziare il cambiamento di prospettive che porta Willard a volersi di colpo liberare dei roditori, sua unica consolazione fino a pochi minuti prima. Ma ciò che più inficia la resa emotiva e spettacolare del film è l'indecisione sul taglio da dare alla pellicola. Da un lato è apprezzabile non fossilizzarsi in un genere e cercare una personale contaminazione, ma il fatto è che il film resta sospeso in un limbo, non disprezzabile, ma più curioso che davvero appassionante: non fa paura e/o diverte come potrebbe. La computer grafica moltiplica i roditori, infilandoli a centinaia in ogni inquadratura, ma l'asetticità dei calcoli matematici da cui derivano soddisfa solo l'occhio. Il risultato ricorda infatti la morbidezza di "Stuart Little" senza mai suscitare l'atteso ribrezzo. Il film è un rifacimento di "Willard e i topi" di Daniel Mann del 1971. Il protagonista di allora, Bruce Davison, appare in un ritratto come padre di Willard e la scena, divertente ma gratuita, del gatto divorato dai topi, è accompagnata dalla canzone "Ben" di Michael Jackson, composta nel 1972 per l'omonimo film, séguito ufficiale di "Willard e i topi".

Voto:  6                                  Luca Baroncini

 

BEYOND RE-ANIMATOR
(Brian YUZNA)

Paese: Spagna
Anno: 2003
Regia: Brian Yuzna
Sceneggiatura: Miguel Tejada Flores, Jose Manuel Gomez
Montaggio: Bernat Vilaplana
Fotografia: Andrei Rebes
Scenografia: Llorenc Miquel
Musica: Xavi Capellas
Interpreti: Jeffrey Combs, Elsa Pataky, Jason Barry, Santiago Segua, Enrique Arce, Nico Baixas, Lolo Herrero, Raquel Gribler
Produzione:  Filmax International
Durata: 95’


Il Dottor Herbert West sta scontando 14 anni di prigione dopo aver causato il massacro della Miskatonic University, una tragedia provocata da strani mostri frutto dei suoi esperimenti. Il Dottor Herbert continua il suo lavoro in carcere e trova la complicità di un giovane medico. Nell’infermeria della prigione non è difficile procurarsi materiale umano da utilizzare come cavia, e così gli esperimenti entrano nel vivo e cominciano i guai.

Non c'è due senza tre

"Re-Animator" di Stuart Gordon è diventato un fenomeno di culto grazie alla sua carica eversiva capace di produrre una contagiosa e demenziale miscela di horror e kitsch. Il seguito di Brian Yuzna, già produttore del primo, pur con meno clamore ne ha consolidato il mito. Ora lo stesso Yuzna si cimenta con la terza (inevitabile?) puntata. Al centro della sconclusionata vicenda c'è sempre il dottor Herbert West, specializzato in esperimenti dagli esiti devastanti sulla rianimazione degli organismi morti. Purtroppo il film si affida ad un esile canovaccio: il dottore è in prigione, c'è un medico curioso quanto lui sulle possibilità di far rivivere i morti, c'è un'audace reporter, e il fulcro dell'azione è una valigetta contenente siringhe pronte all'uso per iniezioni dal potere resuscitante. Il film è tutto qui e si configura come una grottesca commedia degli equivoci in cui tutti finiscono per entrare in contatto con le pericolose siringhe, sperimentandone i terribili effetti. Il ritmo è indiavolato ma lo humor è tutt'altro che sottile e di tensione non se ne parla nemmeno. Gli aspetti peggiori sono la sceneggiatura, priva di qualsiasi mordente e con il chiaro intento di arrivare al gore senza preoccuparsi tanto del come, e la recitazione degli attori, poco espressivi ma soprattutto mal diretti. L'assenza di progressione ha come immediata conseguenza la noia, tanto che i numerosi dettagli splatter, senza il supporto di minime motivazioni, producono un moderato divertimento, inferiore alle ragionevoli aspettative. L'estimatore del genere, comunque, troverà di che gioire. Non mancano, infatti, e sono la vera ragione d'essere del film, tronchi umani ambulanti, l'esplosione di una cassa toracica, teste mozzate, frattaglie un po' ovunque, zombi affamati, fino alla chicca che accompagna i titoli di coda: la battaglia tra un topo e un pene. Per chi si accontenta.

Voto:  4½                          Luca Baroncini

 

THE PARK
(Andrew LAU)

Paese: Hong Kong
Anno: 2003
Regia: Andrew Wai Keung Lau
Sceneggiatura: Law Yiu Fai, Lung Wah Shum
Montaggio: Danny Pang, Curran Pang
Fotografia: Andrew Lau, Ng man Ching
Scenografia: Choo Sung Pong, Wong Ching Ching
Musica: Chan Kwong Wing
Interpreti: Bobo Chan, Tiffany Lee, Tsang Kwok Cheung, Johnathan Cheung, Kara Hui, Edwin Siu, Cherman Boonyasak
Durata: 90’


Il fratello scompare in un Luna Park popolato di fantasmi. Indaga in loco, di notte, con alcuni amici.

Pagliacciate

Parkeggiamo il giudizio sulla bufala delle copie distribuite in 3D (occhialini da indossare solo nella "Haunted House", con spaventi.da baraccone). L'inizio è promettente: musica assordante da organetto elettronico, bambini felici nel parco divertimenti/stacco in bianco e nero/urla/il corpo insanguinato di una piccina caduta dalla Ruota/stacco/volto affranto del clown/stacco/clown impiccato. Al montaggio c'è il Danny Pang di THE EYE, storico collaboratore di Andrew Lau e specialista (spesso sfacciato) di colpi bassi nella sinergia suono/movimenti di camera/editing. Senza alcun dialogo, seguono schizzi da THE RING con l'albero dei pagliacci impiccati, plongée con dolly abissali sul cimitero che inghiotte la vittima, incubi di bambini senza occhi. Questa libidine di orrore senza tregua e puro linguaggio per immagini lascia il posto allo sconforto eterno con l'entrata in campo di adolescenti mentecatti, dialoghi imbarazzanti, caratterizzazioni triviali che scimmiottano il peggio del teen-horror ammiccante americano, una love-story patetica, la routine burocratica del "Saranno fatti fuori uno ad uno" e un inetto tentativo di creare tensione con il panico che confonde fantasmi veri e attrazioni mostruose (fra cui Freddy Kruger e MR. VAMPIRE). Dopo un'ora di insopportabili isterismi ingiustificati, banali vaccate del terrore (una testa mozzata, un custode cagnesco, il solito cimitero violato di POLTERGEIST, il richiamo di una bimba, l'amata posseduta) e invenzioni ridicole (la videocamera svela-ectoplasmi, la polaroid che li esorcizza!), l'epilogo sconforta in un mare di lacrime e lirismi stucchevoli, a partire dalla scena in cui mamma/kung-fu prega la figlia frignona di uccidere lo spirito maligno, fino alle interminabili fotostatiche per liberare i fantasmini (sfilano tutti, uno ad uno!) e chiedere perdono agli amici uccisi. Non paga, la parte finale strabocca con meste note di piano e la faccina del clown che sghignazza dopo aver ucciso il meccanico superstite. Dio ci salvi da IT che torna in THE GARAGE. Meglio rivedersi il TUNNEL DELL'ORRORE di Tobe Hooper.

Voto:  4                 Niccolò Rangoni Machiavelli

 

 

 Torna a capo pagina           Torna alla homepage