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RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST
Ravenna – Cinema Corso, 18 – 25 ottobre 2003
(sito
ufficiale)
a cura di LUCA
BARONCINI e NICCOLO' RANGONI MACHIAVELLI
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TERRORE
DALLA “BASSA” PROFONDA
Ravenna. Un sabato qualunque di
un autunno qualunque. La pioggia non ferma
il lento passeggio per le vie del centro storico. C'è chi ha l'ombrello
e
chi finge che le gocce diffuse siano solo un effetto ottico molto
sofisticato. Alcuni negozi sono pieni di curiosi ed acquirenti. In altre
vetrine ci si può specchiare senza che nessuna sagoma modifichi i
contorni
della nostra immagine riflessa. Sembra un tranquillo fine settimana di
ottobre, di quelli in cui il primo vigoroso abbassamento della
temperatura causa
stordimento e torpore ma nessuna decisione sul da farsi. Eppure, non
troppo
lontano, la facciata di riviera ballerina e piadina romagnola impigrita
è
scossa da brividi e urla di terrore. Basta incamminarsi, infatti, per
via
di Roma, oltrepassare la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e fermarsi
davanti al cinema Corso, per accorgersi che qualche cosa sta accadendo:
facce seriose, occhiaie, il nero della pece come look, un silenzio innaturale e quasi mistico. Si sta consumando il rito del "Ravenna
Nightmare Film Fest", coraggiosa iniziativa del comune di Ravenna
che affronta, con tanto di concorso internazionale, un viaggio nei
meandri più oscuri e insondabili della psiche umana. Tutto questo
attraverso il supporto immaginifico del cinema. Ecco perciò
lungometraggi, suddivisi in varie
sezioni, documentari e ospiti prestigiosi. In "Spaghetti horror"
vengono
riproposti alcuni "cult" della produzione horror degli anni
'60/'70, dalla baia isolata del più volte imitato “Ecologia del delitto/Reazione a catena” di Mario Bava, alla sinistra e deserta
periferia di Roma in “L’ultimo uomo della terra” di Ubaldo B.
Ragona. "Vampiri
Apocrifi" ripropone la figura del vampiro smitizzata dalla
contemporaneità, con, tra gli altri, l’on the road di Kathryn Bigelow, divenuto di “culto” a
causa della scarsa reperibilità (“Il buio si avvicina”), la lucida
consapevolezza della dipendenza dell’uomo nei confronti del “male”
(il bellissimo e sconvolgente “The addiction” di Abel Ferrara),
l’orrore di crescere e, forse, di vivere (il senza speranza e potente
“Riflessi sulla pelle” di Philip Ridley). "Ombre ammonitrici"
scandaglia il cinema dell'espressionismo tedesco (il tempo è stato
inclemente con “Der Golem” di Paul Wegener e Carl Boese, mentre il
“Nosferatu” di Murnau conserva ancora tutta la sua bellezza e la sua
forza); in più ci sono mattinate per le scuole, due documentari
sull'orrore della guerra (“Gaza strip” di James Longley e
“Shattered dreams of peace” di Dan Setton, entrambi sulla delicata e
complessa situazione in Medio Oriente) e il compleanno di "Zeder"
di Pupi Avati, in copia eccezionalmente restaurata per l'occasione.
La sezione più stimolante resta comunque il concorso internazionale.
Quello che dovrebbe essere un termometro della seduzione della paura,
però, alla prova dei fatti delude parecchio le aspettative. Il sospetto
è che la selezione abbia incluso ciò che era disponibile, prediligendo
la quantità alla qualità. Ma se la produzione recente non provoca
sussulti, il Festival, realizzato con i contributi del Comune di Ravenna
e della Regione Emilia Romagna, dimostra la voglia di uscire dalla
provincia e di pensare in grande. Le ambizioni, per ora, si scontrano
con la mediocrità dei titoli in cartellone, ma si attende con fiducia
la prossima edizione. Complimenti, quindi, per
questo non facile debutto e in bocca al lupo!
Luca
Baroncini |
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IL
BUIO SI AVVICINA
Luca ed io saltiamo sulla
cinemobile, un maggiolino che ci porterà nelle fauci delle agognate
visioni incubali di Ravenna. Appuntamento davanti ad un’edicola, sotto
pioggia e nebbia, e via verso il castello di Nosferatu con un cimelio che,
non a caso, conserva ancora il predellino delle carrozze. Si conversa sul
programma del festival, sulla carta alquanto invitante, almeno riguardo ai
titoli conosciuti, classici culti e scult: sabato s’erano visti RIFLESSI
SULLA PELLE, misconosciuto capolavoro di Philip Ridley e il GOLEM muto di
Wegener e Boese. Da leccarsi i baffi. Io, privo di mezzo di locomozione,
mi lamento dello scarso collegamento ferroviario notturno Ravenna-Bologna:
sono infatti impossibilitato a vedere tutti i film in concorso, proiettati
in ore serali. Luca ha già visto KAKASHI, dicendo che non era niente di
che. Poco male: il pomeriggio dopo mi tuffo nella visione del mitico
VAMPIRI AMANTI di Roy Ward Baker, un gotico-lesbico conturbante della
Hammer productions, presentato dalla "Alan Young Distribution",
che sta per editarne il DVD restaurato. La pellicola visionata è talmente
rovinata da essere inguardabile, e sorge spontaneo il dubbio che sia stata
scelta apposta per far risaltare il lavoro di recupero della casa di
distribuzione. Rabbia pura. Segue IL GABINETTO DEL DR. CALIGARI con
accompagnamento musicale dal vivo, e ci si riconcilia con una rassegna
imprescindibile. La sera riesco anche a vedere un film in concorso, in
quanto eccezionalmente proiettato (trasmesso: la copia era palesemente in
DVD) alle 18.30 anziché alle 20.30: KILLER BARBYS VS. DRACULA. No comment
(se non a seguire). Fatto il riassunto delle puntate precedenti, Luca ed
io ci presentiamo al casello autostradale di lunedì: presi nella
discussione, non ci accorgiamo del telepass senza biglietto. Panico.
Bloccheremo tutte le auto. Miracolo: l’asta resta alzata. Passiamo. Poi,
increduli, ci blocchiamo in mezzo all’autostrada. Comincio a pensare che
Luca sia un folle del volante. Questa convinzione è rimarcata dalla sua
richiesta successiva: "Scendi e chiedi al casellante cosa dobbiamo
fare, non abbiamo il biglietto!". Lo guardo stranito, mentre dallo
specchietto retrovisore vedo sfrecciare le auto a destra e a sinistra,
sperando vivamente che ci vedano. Come faccio ad uscire senza essere
investito? Beh, al cinema bisogna arrivare. Prendo coraggio e sbuco fuori,
corro verso l’omino nel cabinotto, mi sento rispondere che dovremo
vedercela con il suo collega all’uscita e con i Punti Blu. Ripartiamo.
Programma: all’arrivo una bella pizza e poi ci spariamo anche, seppur già
visto e stravisto, IL BUIO SI AVVICINA della Bigelow. Fin qui tutto bene.
Ora tocca al film in concorso: entrambi amanti del genere, speriamo in una
buona dose di paura. Il titolo (IL PATTO DELLE STREGHE) del film dello
spagnolo Elorrieta è invitante. A fine proiezione sembra solo di aver
visto una puntata del commissario Montalbano in trasferta dylandoghiana.
Delusion. A parte i padri del genere, questo festival non da tremori.
Delusion. Accendiamo la macchina: è buio pesto, piove. Dopo un po’
faccio a Luca: "Non è meglio che accendi le luci?"; "Le ho
accese"; "Non mi sembra"…"Cazzo, non vanno!".
Incubo. Nessun problema per il centro, ma quando imbocchiamo la prima
strada provinciale, a doppio senso di marcia, senza illuminazione,
cominciamo a tremare. Giù i finestrini (un freddo porco!) ché i vetri si
appannano e, all’occasione, ridotto a navigatore, mi tocca anche mettere
il muso fuori per leggere le indicazioni. Perdiamo la strada, oltre che la
vista, e la velocità di marcia è ridotta ai 40 Km orari. Torniamo
indietro: senza fari non avevamo visto una deviazione per Bologna. Nel
bigelowiano buio che si avvicina, scorgiamo da lontano un’enorme croce
al neon, come un faro a monito dei solinghi e incauti navigatori notturni.
Non è un bel presagio! E dov’è finita la via Emilia? Almeno quella è
illuminata (l’autostrada era fuori questione) !Ma dove cazzo siamo?
Aumentano le curve e le macchine che, venendoci incontro a velocità
considerevole, molto probabilmente non ci vedono. Suggerisco a Luca di
accendere almeno le frecce. La tensione è a mille, ce la faremo,
moriremo, meglio fermarsi e dormire in auto? Decidiamo di andare avanti,
forse in astinenza di quei brividi che il festival ci aveva promesso. E le
battute su qual è il vero RAVENNA NIGHTMARE si sprecano. Arrivati sani e
salvi dopo 2 o 3 ore, si ha la catarsi che poteva dare un grande film, e,
in fondo, andiamo a letto soddisfatti. Intanto l’altro festival è
andato avanti anche senza di noi: ha riproposto uno dei pochi cult
nostrani di fantascienza, L’ULTIMO UOMO SULLA TERRA di Ragona, il
capolavoro LA MORTE CORRE SUL FIUME, l’invisibile L’OCCHIO DEL
TRIANGOLO di Wiederhorn, qualche spaghetti horror e così via. Il sabato
successivo è stato premiato T. T. SINDROM del serbo Dejan Zecevic (classe
1972), scelto da una giuria composta dal produttore Gianluca Curti, dai
giornalisti Manlio Gomarasca e Massimo Lastrucci, dal regista Jean Rollin
e da Stivaletti. E’ la storia di un gruppo di giovani che rimane
bloccato in un bagno pubblico sopra le catacombe. Il primo premio (con
10.000 euro) ha avuto la seguente motivazione: "Nell’economia dei
mezzi riesce a trovare soluzioni originali e terrorizzanti all’interno
del genere psycho-thriller".
La giuria ha attribuito due menzioni speciali ex-aequo a due altri titoli:
ALTER EGO, di Takashi Shimizu e Issey Shibata, "Esempio del nuovo
cinema fantastico giapponese" e BLOODY MALLORY di Julien Magnat,
"Che rivisita il neo-pulp nelle sue tinte più grottesche". Ma
nelle menti degli Spietati l’incubo rimane uno solo, quello del buio che
si avvicina al maggiolino.
Niccolò
Rangoni Machiavelli |
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KAKASHI
(Norio TSURUTA
RYUTA)
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Anno:
2002
Paese: Giappone
Durata: 86 min.
Regia: Norio Tsuruto Ryuta
Sceneggiatura:
Norio Tsuruto Ryuta, Osamu Muratami, Satoru Tamaki
Interpreti:
Shunsuke Matsuoka, Maho Nomani, Kou Shibasaki
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In
cerca del fratello scomparso, la giovane Karou raggiunge un piccolo
villaggio e si trova presto in una dimensione da incubo.
A
volte ritornano
L'Oriente continua a ricercare l'inquietudine, ma
pare ormai giunto al capolinea della creatività. Il riciclo sembra
infatti l'unica fonte di ispirazione. Questo "Kakashi" (in
italiano "Spaventapasseri") comincia come "La città
incantata" di Miyazaki Hayao: una ragazza, alla ricerca del
fratello Tsuyoshi, scomparso misteriosamente, decide di raggiungere il
villaggio Kozukata, dove pensa possa essere andato insieme alla sua ex
compagna di scuola Izumi. Proprio come la piccola Chihiro a disegni
animati, la giovane e graziosa Karou deve percorrere un lungo e buio
tunnel che separa la sicurezza del razionale dall'orrore
dell'ancestrale. Al di là dell'oscurità si trova un dimenticato paese
in cui l'apparenza bucolica cela comportamenti insani e pericolose
psicosi: gli abitanti venerano antiche divinità attraverso gli
spaventapasseri. A questo punto la sceneggiatura vira in Stephen King e
non trova di meglio che riciclare "Grano rosso sangue"
(l'adorazione della Natura) fino a un finale che ricalca "Cimitero
vivente" (il mostruoso ritorno in vita dei defunti). Oltre al
saccheggio di idee, il regista e co-sceneggiatore Norio Tsuruto Ryuta (a
lui si deve il prequel "Ringu 0") non riesce a fare molto
altro. L'attesa viene infatti prolungata all'infinito, ma le ghiotte
occasioni di brivido non trovano una regia pronta a sfruttarle a dovere.
Si cerca l'effetto, ma si dà modo allo spettatore di anticipare eventi
e inquadrature. La sceneggiatura, del resto, non va per il sottile;
costruisce situazioni approssimative, personaggi solo abbozzati (il
padre di Izumi, la ragazza cinese scomparsa, la stessa Izumi) e
dissemina la narrazione di tasselli un po' grossolani (i frequenti
inserti onirici, l'insistita apparizione di figure impagliate senza che
Karou, pur spaventata, si faccia e/o faccia troppe domande) che offrono
più certezze che sospetti. Brava la protagonista Shunsuke Matsuoka,
dimenticabile il contesto in cui si muove, con una promessa di terrore
che si risolve in routine.
Voto: 5
Luca Baroncini |
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PACTO DE BRUJAS
(Javier ELORRIETA)
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Anno: 2003
Paese: Spagna
Durata: 110 min.
Regia: Javier
Elorrieta
Sceneggiatura: Javier Elorrieta, Frank Palacios, J.Antonio
Porto
Interpreti:
Ramon Langa, Carlos Sobera, Barbara Elorrieta, Rodolfo Sancho
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Durante
una seduta spiritica, uno psichiatra riceve un messaggio sinistro “Ci
incontreremo molto presto” dallo spirito Ricardo. Quella notte viene
svegliato dalla polizia che ha bisogno della sua assistenza. Nel piccolo
villaggio di Senilla cinque persone sono state brutalmente uccise.
L’assassino si è poi suicidato. Il suo nome è Ricardo.
Tremate!
Tremate! Le Streghe son tornate!
Un po' come l'Italia degli anni settanta, la Spagna
del nuovo millennio sembra avere trovato nel genere horror una
redditizia strada cinematografica. Peccato che all'abbondante produzione
non corrisponda altrettanta qualità. L'anno scorso solo "Intacto"
di Juan Carlos Fresnadillo si è distinto dall'anonimato e dallo
sciacallaggio visivo, mentre sia il soporifero "Second Name"
che il sopravvalutato "Darkness" hanno deluso le aspettative.
Questa volta tocca al non certo debuttante Javier Elorrieta, nella cui
filmografia svetta il dimenticabile "Ossessione d'amore",
girato con Sharon Stone in tempi non sospetti e rieditato quando la
bionda americana è stata consacrata star dopo il successo mondiale di
"Basic Instinct". Il nuovo "Pacto de Brujas" ha il
pregio di imbastire una storia di genere non priva di fascino (una
strage misteriosa, un paese con un segreto, le premonizioni dei
tarocchi, il maleficio delle streghe) ma il grande difetto di appiattire
qualsiasi possibile implicazione, sia nelle immagini che negli sviluppi
del racconto. L'andamento è televisivo, quasi telenovelistico, con una
messa in scena impersonale, un'eccessiva verbosità, che appesantisce
senza aggiungere molto, e qualche rapido (troppo rapido e quindi
stridente) tocco trash (la procace Eulalia). I tanti personaggi
secondari paiono avere l'unica funzione di allungare il brodo, ma sono
ben lungi da offrire spunti di interesse o svolte risolutive. La
ridondante sceneggiatura suggerisce in più di un'occasione ipotesi
originali (l'idea di un'anima che nel momento della morte viene
intercettata da una seduta spiritica non è male), ma finisce sempre con
lo scegliere la soluzione più banale. Del resto, da "Giulietta e
Romeo" in poi, non è facile aggiungere nuova linfa a un tema
usurato come quello della lotta tra famiglie rivali, con relative
vendette e amori impossibili. Particolarmente sconfortante l'utilizzo
grossolano della psicologia, con una seduta di ipnosi "risolvi-trauma"
così dozzinale, nella sua elementare meccanicità, da risultare
irritante. Si salvano alcuni interpreti, in particolare il giovane
Rodolfo Sancho (nel ruolo del semi-spirito in cerca di pace) che incarna
alla perfezione l'orrore della normalità: un viso da bravo ragazzo, un
fare rassicurante, ma bagliori di lucida follia, senza strafare, negli
occhi. Peccato che le potenzialità narrative del personaggio, ed
espressive dell'attore, non vengano utilizzate al meglio.
Voto: 5
Luca Baroncini
Voto: 5
Niccolò Rangoni Machiavelli |
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KILLER BARBYS VS.
DRACULA
(Jesus FRANCO)
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Anno: 2003
Paese: Spagna
Durata: 85'
Regia: Jesus FRANCO
Sceneggiatura: Jesus Franco - Lina Romay - José Roberto Vila
Interpreti: Silvia Superstar, Enrique Sarasola, Lina Romay, Dan van Husen, Aldo Sambrell, Bela B. Felsenheimer
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La "mummia" di Dracula si risveglia sulle
note della musica rock dei Killer Barbies, intenti nelle prove per la
Fiera della Costa del Sol.
Musicarello
masochista
Già
protagonisti di una pellicola del 1996, tornano i Killer Barbies,
capitanati dalla voluttuosa Silvia Superstar, circondati da bambole
fetish e teschi dei coniglietti di Playboy: Franco veicola il loro
musicarello in video, indugia sulle discrete esibizioni canore,
appiccica i "videoclip" con l’ennesima parodia di genere,
senza (sex)ploitation, orrore e ingegno. Ad essere terrificanti sono gli
zoom, le gag e le location (il gremito concerto finale è un bluff). Si
strappano a morsi le idee buone e i punti per un voto maggiore di zero:
il pasto delle cervella (ma i trucchi sono banditi) di
un’intervistatrice ignorante; la comunista che promette al vampiro un
video "da sega"; il "Come cazzo si esce da qui?" del
Dracula in fuga; la "genialata" demenziale del "morphing"
del Conte in…coniglietto meccanico (!).Quando il ridicolo volontario
maschera quello oggettivo e la povertà di mezzi diventa sciatteria
presuntuosa (vedi le ammiccanti citazioni) e orgogliosa di esserlo: la
ben nascosta mordacità del regista (unico vero vampiro delle nostre
visioni) non fa che confermare quell’indecenza puttanesca con cui, da
decenni, si vanta di non applicarsi mai. Difficile trattenere
l’imbarazzo di fronte a personaggi che tentano maldestramente di
essere grotteschi e si sgrammaticano nell’ambiguità di una masochista
(quindi volontaria) incompetenza, nella monotonia di una buffoneria
strabocchevole, nell’assurdità che non conosce il confine fra
deformazione e deturpazione. Le edulcorate barbie del cinema mainstream
sono uccise da tipacci come il Don Pepito che si esibisce in gratuiti
insert da pirata Morgan e il Van Helsing accecato dai Pokemon (!), con
naso da e per vampiro. Proprio per bocca di quest’ultimo, quando
descrive il parco divertimenti in cui si trova, pare che Franco si
auto-flagelli: "E’ un luna park in cui tutto è finto, pieno di
ciarlatani e buffoni". E quale altro senso ha l’onnipresenza del
rumore di uno scarico? Ah! La cagata pazzesca!
Voto: 3
Niccolò Rangoni Machiavelli |
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SANGRE ETERNA
(Jorge OLGUIN)
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Anno:
2002
Paese: Cile
Durata: 108 min.
Regia: Jorge
Olguin
Sceneggiatura: Jorge Olguin, Carolina Garcia
Interpreti:
Juan Pablo Ogalde, Blanca lewin, Patricia Lopez, Claudio Espinoza’
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Carmilla,
una studentessa di giornalismo, conosce dei ragazzi che partecipano a un
gioco di ruolo chiamato “Sangre Eterna”. Il gruppo, durante un
festino a base di alcool e droga, incontra Dahmer, un uomo bizzarro che
pratica riti di vampirismo e comincia a influenzare i ragazzi.
Cinema
& Giochi di Ruolo
Siamo stati più volte invischiati in giochi
virtuali che sembravano realtà e realtà che erano invece elaborazioni
di sintesi, ma il cinema si è raramente inserito nel mondo assai
frequentato dei giochi di "ruolo"; quelli in cui
si interpreta, appunto, il ruolo di un'altra persona e la si fa
interagire con un mondo di pura immaginazione, dove i limiti sono dati
dalla fantasia dei giocatori e dalle regole decise in precedenza. Carte,
dadi a varie facce e matite, sono gli strumenti da utilizzare e la
competizione si disputa sotto gli occhi di un arbitro, chiamato Master,
dal giudizio inappellabile. Il giovane cileno Jorge Olguin tenta di
fondere il gioco con l'horror, ma si lascia un po' prendere la mano ed
eccede in effetti ed effettacci perdendo di vista la narrazione. Le
immagini, curate e ricercate, ricalcano i videoclip e si sprecano
rallenty, velocizzazioni, luci stroboscopiche, dettagli in primo piano;
il montaggio, anche sonoro, imprime ritmo e mordente all'azione;
l'azione, invece, ha un andamento ondivago: costruisce situazioni
tutt'altro che singolari, ma intriganti, e si arena in uno stallo
narrativo dove un'insistita atmosfera di tenebre e vizio (da pubblicità
di superalcolici, per intenderci) finisce per soffocare i personaggi.
L'epilogo, con malcelata furbizia, lascia aperta la strada a ogni
possibile interpretazione, optando per un'ambiguità che è diventata
marchio di fabbrica del genere. L'ambientazione a Santiago del Cile non
aggiunge molto al racconto e il gruppo di ragazzi protagonisti sconta
una caratterizzazione un po' di maniera: l'equazione "dark,
tatuaggi, piercing" = "più cattivo che buono" non brilla
infatti per originalità. Divertenti le virate splatter e davvero
riuscite le creature vampiresche che, nonostante la smaccata
artificialità di trucco e dentiere, sono particolarmente mostruose e
riescono nell'intento di spaventare. Il pregio maggiore del film è
quello di comunicare l'intensità con cui può essere ludicamente
vissuta la realtà attraverso un gioco di "ruolo", ma lo
spettatore ha modo di accorgersene troppo tardi, quando buio e flash
onirici hanno malauguratamente prodotto il calo della palpebra. Non
male, comunque, il retrogusto.
Voto: 5,5
Luca Baroncini |
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