|

a cura di Stefano
Selleri

A Pesaro, negli stessi luoghi e
(quasi) nelle stesse ore del festival dedicato a Gioachino Rossini (una
manifestazione talmente importante che persino quelli di Repubblica
hanno notato la sua esistenza), si è svolto un festival più giovane
(alla sua seconda edizione) ma non meno interessante: si tratta del PesarHorrorFest,
organizzato dal Cineclub Shining (alias Mauro F. Giorgio, Ivan Italiani,
Michele Rossi) e dedicato al mondo dell’orrore (non solo)
cinematografico. Le cinque giornate del festival (dal 24 al 28 agosto)
hanno alternato cortometraggi (concorso Il ritorno dei corti viventi),
anteprime (FILM SPORCO di Lorenzo Bianchini, ROAD TO L di Federico
Greco e Roberto Leggio) e opere di non immediata visibilità (SKARR di
Alex G. Raccuglia), novità (WILLARD
IL PARANOICO) e classici (dalla retrospettiva dedicata a Sergio
Martino al Roeg di A VENEZIA… UN DICEMBRE ROSSO SHOCKING, film di
chiusura), incontri letterari (fra gli altri, quello con Alda Teodorani e
il suo ultimo testo, Incubi), ibridi (l’omaggio a H. P. Lovecraft
e al regista Ivan Zuccon), diaboliche escursioni (la gita al “Museo
dell’orrore” di Fabriano).
Quello che segue è un resoconto delle due giornate finali: uno spazio di
tempo relativamente breve, sufficiente a cogliere l’importanza di un
appuntamento ad ampio spettro sui più oscuri – e brillanti – recessi
dell’animo umano. E la dimostrazione (non superflua, specie in
prossimità della spiaggia dei Leoni) del fatto che non occorrono montagne
di denaro e “protezioni” assortite per fare qualcosa di degno, sullo
schermo e fuori.
Omaggio di sangue:
Sergio Martino
Ospite
clou della giornata di sabato 27 è stato Sergio Martino, dedicatario
dell’Omaggio di sangue organizzato dalla rassegna.
Nell’incontro pomeridiano con il pubblico, colui che Quentin Tarantino
chiama “Maestro” ha parlato delle proprie idee sul cinema e non solo.
La rivalutazione critica delle sue pellicole (celebre la lode rivolta dai Cahiers
du Cinéma a GIOVANNONA COSCIALUNGA) non sembra aver compromesso
l’equilibrio di Martino, che si definisce un artigiano e l’esponente
di un cinema prettamente commerciale (tanto da paragonare GIOVANNONA a
PRETTY WOMAN e non a prodotti più sofisticati).
Il regista ha dimostrato arguzia e precisione, spaziando da Rossellini (la
sobrietà di ROMA CITTà
APERTA, causata dal budget estremamente ridotto e prontamente salutata dai
critici come l’effetto del genio del Maestro) a Hitchcock (parafrasato a
proposito dell’inutilità di inquadrature “strane” e gratuite in un
thriller e quindi evocato dall’analisi di una sequenza di suspense
inserita ne I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE, cfr. oltre),
dall’arte del découpage (come si costruisce una sequenza comica vs.
la scena di un thriller) alle difficoltà presenti nella realizzazione di
una sequenza di azione. Martino ha chiuso l’incontro dicendo di
considerarsi fortunato per essere riuscito ad affermarsi in un’epoca
ricca di talenti e - soprattutto - di produttori coraggiosi: oggi, con il
panorama italiano ridotto a un deserto dal duopolio televisivo, il cinema
annaspa, e un artigiano di classe può girare solo fiction (Carabinieri,
per la precisione).
Qualche ora più tardi, l’omaggio è proseguito sul grande schermo. Dopo
LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH e IL TUO VIZIO è
UNA STANZA CHIUSA E SOLO IO NE HO LA CHIAVE, presentati nelle giornate
precedenti, sono stati proiettati due thriller anni ‘70, TUTTI I
COLORI DEL BUIO e I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE.
Girati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro (ma in mezzo c’è
l’incontro, decisivo, col produttore Carlo Ponti), i film sono
accomunati dal mélange di psicanalisi, elementi horror e bellezze
coinvolte in scene saffiche (rigorosamente soft) ma appaiono
notevolmente diversi dal punto di vista formale: barocco e dissennato il
primo, di una purezza decisamente classica il secondo.
Incentrato sugli incubi a occhi aperti di Jane, vittima di un incidente e
perseguitata da un misterioso
individuo, TUTTI I COLORI DEL BUIO accumula forme mostruose (la sequenza
d’apertura, il cui fascino espressionista e “malato” fissa da subito
il tono allucinato e imprevedibile dell’intera opera, la setta segreta
di stampo esoterico) e le fonde agli stereotipi gialli (il pedinatore
folle, la galleria dei soliti sospetti, la donna ANGOSCIAta e preda del
passato) creando una festa per gli occhi che non cerca la coerenza ma il
brivido violento e inspiegabile (va detto che il finale, considerato
criptico da alcuni spettatori alle prime proiezioni, è stato in molte
copie tagliato e reso più leggibile, a prezzo di numerose incoerenze nei
dialoghi). Radiose Edwige Fenech (Jane) e Marina Malfatti (l’enigmatica
vicina di casa), tollerabili gli altri interpreti.
I CORPI (aka TORSO, titolo per il mercato americano) è invece un
canonico giallo con serial killer che si svolge nella bucolica e
torbida provincia italiana (Perugia, per la precisione) e tratta di un
branco di studenti universitari falcidiato da un maniaco che ama smembrare
fanciulle. I personaggi sono di cartapesta e i dialoghi indegni di un
fotoromanzo (per non parlare degli attori, fra cui spicca - si fa per dire
- un immobile Luc Merenda), ma abbondano le sequenze di fattura
magistrale, dal secondo omicidio (con la vittima che erra, stordita, nel
fango e nella nebbia e l’assassino ridotto a sagoma in controluce) alla
visita in casa del presunto killer (una sapida e PSYCHOtica lezione sulla
differenza tra sorpresa e suspense) al vagabondare notturno del
maniaco, fino al lungo, stregonesco finale, fra MARNIE e VERTIGO (con una spruzzata di io ti salverò).
SKARR
- Alex G. Raccuglia
Il reporter Chris deve realizzare un servizio su una
misteriosa droga, molto popolare fra i giovani. S’infiltra
nell’appartamento di uno spacciatore, ma viene scoperto e spedito in
overdose. Entrerà in una nuova dimensione e dovrà lottare per non
soccombere.
È sempre imbarazzante giudicare
un film realizzato con trasparente passione e un budget prossimo allo
zero. Imbarazzante, eppure necessario: SKARR, opera dal look sperimentale
(girata in video) che non sperimenta nulla, è un prodotto piatto e
moralista, stanchissimo riciclaggio
di suggestioni ma(t)r(i)xiane (il mondo – tutti i mondi – come
sovrastruttura, l’apocalisse del materialismo) afflitto da scelte
narrative pedestri (la suddivisione in capitoletti introdotti dalla voce
over: viva la fantasia), dialoghi improbabili, interpretazioni
impresentabili, colpi di scena scippati a una puntata di Buffy, dal
cui immaginario sembra giungere il perfido spacciatore-prete (non male,
come sottile allusione). E come se non bastasse, un telefonatissimo
messaggio metalinguistico sul finale. Un paio di spunti visionari [il
kitsch deliberato dei fuochi artificiali e l’addio alla vita del
protagonista, i cui ricordi si (s)materializzano come fluttuanti schermi
televisivi] non basta a salvare un’ora e mezza di nulla.
Concorso Il ritorno dei corti viventi
Nella serata di domenica 28 il festival si è concluso con
la premiazione del concorso cortometraggi. La giuria, presieduta da Davide
Pulici, viceredattore capo di Nocturno, ha attribuito una menzione
a KRANK di Sergio Santilli e Gianrico di Gennaro e a ROMEO AND
JULIET di Gianni Poggi: il primo (un susseguirsi di liquefatte
impressioni sul percorso di un essere a metà strada fra vampiro e
Minotauro – ma l’incertezza è assoluta, e non potrebbe essere
altrimenti) s’impone per la ghiacciata eleganza delle immagini notturne,
il secondo è un cartone animato (musiche di Prokofiev) piacevole ma un
po’ troppo lezioso per essere davvero inquietante. Il premio per il
miglior soggetto è andato a RIFLESSI di Stefano Salvatori (una villa
abbandonata, una fotografa, un rituale di riconciliazione), che riprende
– con garbo e scarsa originalità – suggestioni da IL SESTO SENSO e
THE OTHERS. Miglior corto è stato incoronato PORTRAITS di Claudio
Dezi: una stanza, una donna, il telefono (Cocteau?), il terrore costruito
da un mormorio spezzato, severi tagli di luce, un babau nascosto che resta
tale e forse non esiste se non nella mente della sua vittima/carnefice.
Fuori concorso è stato inoltre proposto WEEK END di Maurizio
Gambini, che riprende il tema del wendigo (sorta di lupo mannaro del
folklore nordamericano) in una satira feroce dell’american (ma
non solo) way of life (l’orrore cieco dell’Altro, la violenza
insensata, gli errori che generano atrocità a catena). Le scene
d’azione sono coinvolgenti, ma la banalità dei dialoghi (urlati a pieni
polmoni, per giunta) appanna il risultato complessivo.
|