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Oscar 2001: tutti premiati tranne il cinema
Quest'anno è doppiamente difficile esprimere un parere sugli Oscar: bisogna fare i conti non solo con l'idea di cinema sostenuta dai membri dell'Academy (posto che ne abbiano una) ma anche con la distribuzione italiana. Ben sette film tra quelli nominati nelle diverse categorie non sono ancora usciti nelle nostre sale (forse non usciranno mai, ma questo è un altro discorso), e se due di questi (Pollock e il candidato belga come miglior film straniero) sono passati un po' in sordina all'ultima mostra di Venezia, il nuovo lavoro di Cameron Crowe, Almost Famous, candidato a ben quattro statuette, è avvolto nel mistero distributivo, nonostante il cast di grande richiamo.
Comunque, l'oceanica cerimonia di premiazione del 25 marzo non ha fatto che confermare un dato incontestabile, noto da molti anni: all'establishment hollywoodiano piace molto gratificarsi. È umano, più che comprensibile, quasi fisiologico che una volta tanto l'industria cessi di lusingare il pubblico e culli un po' se stessa nel caldo abbraccio degli effetti speciali e degli abiti impossibili, adagiandosi nelle proprie certezze, incoronandosi da sola, sull'esempio napoleonico, Arte: in fondo anche i botteghini hanno un cuore (sì, il registratore di cassa).
Ciò che resta difficile da mandare giù è la pretesa dell'Academy di potere esprimere giudizi sul cinema prodotto al di fuori degli studi di Los Angeles. Nessuno chiederebbe agli stilisti di una casa parigina di assegnare i premi internazionali della moda, perché la loro destinazione sarebbe scontata, e allo stesso modo non si capisce come possa avere valore universale, anzi, normativo, un riconoscimento che prende in considerazione quasi esclusivamente film parlati in lingua inglese e almeno coprodotti da una major americana.
Con questo non si vuole dire che gli Oscar vadano aboliti, anzi: è bello che, almeno una volta all'anno, lo spazio riservato al cinema dai telegiornali (italiani, ma non solo) non sia limitato alle nuove uscite del week-end o all'ultima fiamma del celebre divo, e fa piacere che anche quelli che considerano la settima arte un puro intrattenimento decidano di sacrificare ore di sonno per conoscere in tempo reale il risultato della gara (e non importa che la mattina dopo l'abbiano già dimenticato, quel che conta è provarci). Certo, però, gli Oscar andrebbero riportati alla loro natura più profonda, quello di "festa di Hollywood", celebrazione narcisistica, mera curiosità mondana. " - Chi ha vinto quest'anno? - La Roberts. Però aveva un vestito orrendo!"
E invece no. Tanto i giornali (specialistici e non) quanto l'Academy (ovviamente) tengono a precisare che Hollywood sa guardare all'arte, specie se ben remunerata dagli incassi, e soprattutto rispetta le culture diverse da quella americana. Ad un primo sguardo sembrerebbe proprio così: considerando le categorie "maggiori" (film, regia, protagonisti), accanto agli onnipresenti anglofoni, abbiamo francesi, taiwanesi, spagnoli e quant'altro.
Ma la democrazia hollywoodiana (un po' come quella americana, ma con meno diplomazia) svela il suo volto al momento dell'assegnazione dei premi. Dopo le nomination multietniche che mettono a posto la coscienza, quattro vittorie che parlano inglese.
E se possiamo essere d'accordo sul trionfo di Soderbergh, nominato due volte e premiato dall'Associazione Nazionale Critici Usa come miglior regista dell'anno, la doppietta del Gladiatore è difficile da digerire. I signori giurati si sono rifugiati nelle consuetudini della vecchia Hollywood, nel kolossal d'avventura un po' osé ma con moderazione, manicheo e spettacolare come un processo descritto da Grisham, rumoroso e "moralmente impegnato" (l'ennesima esaltazione della positività americana, sotto mentite spoglie), dimenticando un'opera come Traffic, difettosa, dal finale affrettato, ma anche capace di scavare a fondo in una delle piaghe più devastanti della società contemporanea, che ha in Hollywood uno dei suoi principali centri di diffusione.
Insomma, la morale è che non si parla di corda in casa dell'impiccato: e forse questa considerazione aiuta a spiegare perché Ellen Burstyn ha mancato quello che poteva essere l'Oscar della sua resurrezione. Non abbiamo visto Requiem for a dream, ma ci riesce difficile pensare che la prova dell'Alice di Scorsese, alle prese con un personaggio di vedova tossicodipendente, possa essere inferiore a quella di Julia Roberts. Ma la diva dal sorriso più vasto d'America, colei che prima di mettersi il rossetto deve chiedere la concessione edilizia, è, nel film di Soderbergh (ancora!), un'eroina popolana, "forte come la verità" e belloccia quanto basta per avere ai suoi piedi una multinazionale e, quel che più importa, il pubblico internazionale. E Juliette Binoche? Troppo dolce, e poi il cioccolato fa ingrassare, e grasso, lo sanno tutti, è brutto (che ne direbbe John Waters?). Non bisogna inoltre dimenticare che la scelta posta dalla cinquina per la "migliore attrice" era fra due valide attrici poco amanti dei clamori pubblicitari (Laura Linney e Joan Allen), un mito del passato, una diva contemporanea (ma francese) e la stella più pagata di sempre. Chi avrebbe mai potuto vincere?
Il premio come miglior attore era più incerto. Nel senso che le possibilità che vincesse Tom Hanks erano solo del cinquanta per cento. Ha vinto Russell Crowe, e siamo felici per lui, anche se l'Oscar, una volta di più, ha premiato il personaggio e non l'attore, ben più grande in altri film. Soffermiamoci sulle nomination. In gara c'erano due australiani, due americani e uno spagnolo, ma questa divisione conta fino ad un certo punto. Esaminiamo i ruoli: un poeta cubano gay morto in esilio, uno scrittore francese geniale e "pervertito" (direi sadico…) morto in manicomio e un pittore americano del Novecento morto in un incidente automobilistico almeno inconsciamente desiderato (così ce lo presenta il film). Che possibilità avrebbero mai potuto esserci per personaggi così? "È per questo che paghiamo il biglietto?", avrebbero potuto chiedersi gli spettatori: meglio evitare, riducendo la scelta ad un povero naufrago coraggioso e ad un gladiatore. Il gioco è fatto: dato che Tom Hanks ha già portato a casa due premi, si può inserire un elemento di sorpresa nella notte delle stelle, premiando il protagonista di quello che è stato giudicato il miglior film dell'anno e, cosa più importante, è campione d'incassi (pensate, ciò non avveniva da… dall'anno scorso).
Passando agli altri premi, ci si accorge che forse i signori dell'Academy non hanno stabilito con esattezza che cosa si possa intendere per "ruolo non protagonistico". Che cosa rende un ruolo una parte di secondo piano? La lunghezza e il numero delle battute, la funzione drammatica, l'essere interpretato da un divo o una diva che può imporre il proprio nome sopra il titolo? Forse è impossibile stabilire a priori criteri che definiscano con esattezza il "primo piano" e il "secondo": ogni personaggio, a seconda delle diverse situazioni narrative o anche dell'inquadratura, può essere principale, secondario, indispensabile, accessorio. Traffic è un'opera corale, raccolta attorno a tre storie principali, e l'eroe di una di queste è il grandissimo Benicio Del Toro; lo stesso discorso vale per Joaquin Phoenix, il cui imperatore è figura importante quanto quella del gladiatore di Crowe.
Il non protagonista, volendo azzardare una definizione, dovrebbe essere qualcosa di simile alla "spalla" teatrale: Albert Finney, sostegno della Roberts in Erin Brockovich, avrebbe meritato il primo Oscar della sua vita, e allo stesso modo avremmo applaudito la vittoria di Julie Walters, che dà vita e consistenza al suo personaggio (altrimenti scialbo) di professoressa di danza. L'attrice di Billy Elliot è stata surclassata da Marcia Gay Harden, brava, non c'è che dire, ma impegnata in un ruolo tutt'altro che minore (la moglie di Pollock nel biopic di Harris, nel cui cast c'è un'altra fantastica non protagonista, Amy Madigan, impegnata nel ruolo prestigioso quanto difficile di Peggy Guggenheim).
Non sappiamo come sia la sceneggiatura di Almost Famous, e del resto fra quelle in gara nessuna ci sembra entusiasmante (tranne forse quella scritta dall'esordiente Lonergan per il suo Conta su di me): c'è da notare solo che, stranamente, il premio non è stato assegnato ad uno dei pigliatutto di questa edizione (come Il gladiatore o Erin Brockovich), segno che la sceneggiatura è ritenuta non così importante per la riuscita di un film.
Come migliore sceneggiatura non originale è stata scelta quella di Traffic, firmata da Steven Gaghan, ed anche questo è un premio significativo: il fatto di non avere premiato il film a vantaggio dello script costituisce un giudizio di valore di portata non trascurabile. Dialoghi sentenziosi, luoghi comuni sfruttati senza un minimo di fantasia, caratterizzazioni psicologiche approssimative, finale sbrigativo e consolatorio: insomma, se il film di Soderbergh è riuscito si deve a tutto (allo sguardo lucido del regista, alle magnifiche prove di gran parte del cast, alla bellissima fotografia di Peter Andrews, che - sia detto en passant - non ha avuto neppure la nomination) tranne che alla sceneggiatura. È vero però che la vittoria dei Coen (per quell'adattamento da Omero che è Fratello, dove sei?) sarebbe stata una nota stonata nella perfetta partitura dell'Academy, così attenta a dissimulare il volto oscuro di quell'America vitale e contraddittoria da sempre al centro delle opere dei magnifici fratelli.
Senza soffermarci sui premi "tecnici", divisi senza troppi indugi fra i big della serata, passiamo alle musiche, quest'anno di particolare interesse per la presenza, nella categoria "miglior canzone", di due numi della musica contemporanea come Sting e, più ancora, Dylan. Ha vinto Bob, come si sa, ma, con tutto il rispetto che merita un compositore di tale grandezza, non sarebbe stato preferibile premiare, anziché un'opera minore di un grande, la creazione geniale di un'artista di enorme talento musicale e recitativo? Bjork si è dimostrata capace di una recitazione totale, ineffabilmente religiosa e crudele, ma la sua musica esprime ancora meglio la frustrazione e l'inesausto sogno di una vita sopportabile che sono il fulcro emotivo della sua Selma: sentirla cantare che "ha visto tutto" è una delle emozioni più forti di quest'annata cinematografica. Un premio alla canzone avrebbe compensato la mancata nomination di Dancer in the dark come migliore colonna sonora originale (nonché come miglior film, straniero e non). È stata premiata la partitura de La tigre e il dragone: Morricone non l'ha presa bene, ma del resto le sue colonne sonore non sono più originali da parecchio tempo, anzi sembrano clonate l'una dall'altra.
Resta da parlare del miglior film straniero: La tigre e il dragone, prodotto dalla Sony. Strano. Avremmo preferito che vincesse Iedereen Beroemd!, se non altro per ri - vedere nelle sale italiane questo delizioso film belga, cattivo e stranamente malinconico, adorato dal pubblico dell'ultimo festival di Venezia.
Infine, un premio al cinema italiano (l'unico): l'Irving G. Thalberg Memorial Award, andato a Dino De Laurentiis, il quale si è vantato davanti al parterre dello Shrine Auditorium di avere fatto sparire dalla sala di montaggio, all'insaputa del regista, nove minuti di Le notti di Cabiria. "Che poi ha vinto l'Oscar", si è giustificato. E per l'Oscar, visto come il Nobel dello spettacolo (sic), questo e altro.
Come risollevarci da quest'onda di melassa buonista, che finge di accontentare tutti ma in realtà premia i soliti noti, che appiattisce le differenze culturali e proclama il trionfo del banale, a qualunque costo?
Cercando rifugio nella cattiveria. Ad esempio quella dei Golden Raspberries, più comunemente "Razzies", destinati ai peggiori artisti del grande schermo. Come non adorare una manifestazione che assegna premi come "peggiore attrice del secolo" (Madonna, riconoscimento alla carriera), "peggiore coppia sullo schermo" (John Travolta e chiunque divida lo schermo con lui, in Battaglia per la Terra), "peggiore seguito o remake" (Blair Witch 2)?
Ma soprattutto, ricordandosi che gli Oscar passano, i film restano. E così come i film sono svincolati dalla critica, allo stesso modo il potere dell'Academy non è infinito: si spegne alle porte… del cinema.
Stefano Selleri
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