10° MILANO FILM FESTIVAL
(16-25 Settembre 2005)

a cura di
Stefano Coccia

 

 

Introduzione: Un Cocktail esplosivo

Concorso Internazionale Lungometraggi

Concorso Internazionale Cortometraggi

Colpe di Stato

La Borsa Democratica del Cinema

 

 

Un Cocktail esplosivo

Dieci candeline sulla torta, e invece di spegnerle con un soffio leggero il Milano Film Festival ha preso in contropiede tutti, accendendo a sorpresa i fuochi d’artificio! E qui non si allude a chissà quale spettacolo pirotecnico, ma alla grande vivacità culturale che ha caratterizzato l’intera manifestazione: più che un festival una grande festa, da vivere danzando in bilico tra opere cinematografiche di livello più che discreto, o comunque scelte assecondando un certo spirito di ricerca, e tra una miriade di altri aventi legati al cinema ma anche alla musica, alla politica, ad altre espressioni artistiche e forme di comunicazione che mescolate insieme hanno dato vita ad un cocktail davvero esplosivo! Nella nostra memoria è ancora impresso un calendario di eventi talmente fitto e variegato da sfiancare anche lo sguardo più vigile, e rispedirlo a casa sazio di immagini e di esperienze. Volendo fare un sommario di cosa ci è piaciuto maggiormente del Milano Film festival, non sapremmo bene da che parte cominciare. Ma ci proviamo lo stesso, consapevoli che i nostri contributi critici difficilmente renderanno giustizia allo sforzo degli organizzatori e alla gran mole di lavoro che tanti giovanissimi volontari si sono sobbarcati, affinché tutto funzionasse a dovere.
Ponendo per un momento da parte i due concorsi internazionali, quello riservato ai lungometraggi e l’altro dedicato ai corti, dei quali avremo modo di riferire più avanti, lasciamo che siano proprio la musica e la passione politica a salire in primo piano: ulteriori indizi, questi, di una manifestazione la cui impronta non consiste nell’inseguire a tutti i costi tendenze “giovaniliste”, ma piuttosto nel mantenere una linea autenticamente giovane, fresca a livello di idee e di approccio alle consuetudini festivaliere.
Parlavamo di musica, ed oltre alle attesissime maratone di videoclip, la suggestiva cornice costituita dal fossato del Castello Sforzesco ha ospitato una serie di concerti che molto hanno contribuito ad elettrizzare l’atmosfera. Pubblico in festa per esibizioni come quelle degli Arbe Garbe, che con il loro folk-punk di marca friulana e grazie a brani trascinanti come el bal dal cosac hanno messo a tanti la voglia di ballare. Per arrivare poi alla ciliegina sulla torta, il concerto in cui i La Crus hanno proposto brani del nuovo album, sperimentando anche un accattivante connubio di immagini e musica: durante lo spettacolo, infatti, sono stati proiettati sul palco alcuni tra i migliori cortometraggi delle passate edizioni, precedentemente scelti dalla stessa band per essere risonorizzati, chiaro indizio della simpatia e dell’interesse con cui i La Crus hanno seguito il festival in tutti questi anni.
Si parlava poi di certe tensioni ideali che il festival ha saputo trasmettere, caratterizzandosi politicamente come veicolo di riflessioni profonde e mai scontate; sarebbe forse bastato l’unico documentario inserito nel concorso lungometraggi, The Fall of Fujimori, a catalizzare sgomento e indignazione, con la sua analisi limpida e feroce della corruzione, dell’autoritarismo, dell’apparato repressivo imposto al proprio paese, almeno fino al momento dell’esilio ma in parte anche dopo, dall’ex presidente del Perù. Eppure la presenza in concorso di questo film può  anche apparire come l’eco di un discorso politico e di coscienza civile ben più vasto, che gli organizzatori hanno dimostrato di avere particolarmente a cuore, senza tra l’altro ricorrere a filtri e mediazioni; inequivocabile testimonianza di tutto ciò è l’aver dedicato un’intera sezione del festival ad un tema difficile, efficacemente sintetizzato nella formula “Colpe di Stato”, che i documentari raccolti per l’occasione hanno fatto emergere in tutta la sua drammaticità.

A “Colpe di Stato” sarà forse il caso di dedicare maggiore attenzione nel prosieguo del nostro reportage, stessa cosa per l’innovativo spazio dedicato in primo luogo agli addetti ai lavori, quella Borsa Democratica del Cinema che è stata scenario di presentazioni e incontri assai stimolanti.
Prima di passare finalmente in rassegna i film visti in loco, un’ultima notazione che ci sembra quasi doverosa: il Milano Film Festival, che nei giorni tra il 16 e il 25 settembre ha saputo movimentare la vita culturale del capoluogo lombardo, regge orgogliosamente nonostante le istituzioni preposte ad incoraggiare determinati eventi, anche tramite un opportuno e adeguato sostegno economico, continuino a defilarsi facendo finta di niente. Un applauso, allora, lo si può indirizzare anche al sindaco Albertini! Ma è il classico applauso ironico che talvolta fanno i giocatori di calcio all’arbitro, rischiando pure l’ammonizione. Speriamo invece che per il “nostro” Albertini (sempre Gabriele, mica il Demetrio Albertini che in quel di Milano ci ha giocato davvero, a pallone!) arrivi direttamente il cartellino rosso. Ma su questo spetta agli elettori dire l’ultima parola, ai poveri cronisti resta solo la possibilità, se non addirittura il dovere, di segnalare il degrado e il disinteresse ostentati da certe realtà politiche nostrane qualora siano chiamate, troppo spesso senza risultati tangibili, a sostenere le realtà culturali più vive, attive, dinamiche del nostro istituzionalmente “sgarrupato” paese.

 

 

 

CONCORSO INTERNAZIONALE LUNGOMETRAGGI

I migliori:

  1. The Fall of Fujimori
  2. Las Mantenidas sin sueños (Kept and Dreamless)
  3. Gorod bez solntsa (Sunless City)

Crash Test Dummies
(Jörg Kalt. Austria, 2005)

Simulando incidenti stradali e persino emozioni….

Tutti i personaggi di questa pellicola austriaca, chi più e chi meno, appaiono incerti, confusi, spaesati. C’è forse qualcuno tra gli spettatori disposto ad insegnare loro a vivere? No? Sicuri? E allora teniamoceli così. I riflettori in questo caso sono puntati su una coppia di giovani rumeni, Ana e Nicolae, che finiscono in quell’Austria meno “felix” di un tempo (Haneke docet), con l’intento di raggranellare un po’ di grana attraverso un affare non particolarmente pulito. Ci sono di mezzo un’auto rubata e un’ungherese dall’aria loffia, così la storia molto presto si complica, e i due giovani rumeni sono costretti dalle circostanze a separarsi, finendo per vivere una serie di stralunati incontri. Il loro litigio sfocia per entrambi in nuove storie sentimentali, complessivamente insoddisfacenti sia per l’uno che per l’altra; e non potrebbe essere diversamente, considerando che l’Austria di Jörg Kalt appare un ricettacolo di soggetti strambi e frustrati, quasi la versione scolorita del dolente bestiario illustrato da Ulrich Seidl in Canicola. Qui c’è persino chi per lavorare accetta di fare la cavia umana nelle simulazioni di incidenti stradali! Da cui il titolo del film… Eppure le storie di Crash Test Dummies, invece di inacidirsi ulteriormente, si stemperano in un bozzettismo a tratti anche gradevole nelle sue venature umoristiche, nel contaminare il grottesco con il sentimentale, ma che alla fine dà l’impressione di non essere né carne né pesce. Rimangono alcuni punti fermi, fortemente rappresentativi di certe tendenze in atto nel giovane cinema austriaco e lodevoli almeno a livello di intenzioni: la coralità del racconto, l’attenzione per i vicini paesi dell’est, la presenza di personalità eclettiche come quella di Barbara Albert, qui interprete di uno dei personaggi e altrove attiva come produttrice o come regista, suo lo splendido Nordrand presentato a Venezia alcuni anni fa. Ma se proprio Nordrand, pur con la sua amarezza di fondo, presentava una differente temperatura emotiva che lo distanziava alquanto dal radicale e lucidissimo pessimismo di Haneke o dal sarcasmo di Seidl, questo Crash Test Dummies rimane un po’ ingenuamente a metà strada tra le varie soluzioni narrative e stilistiche che i suoi connazionali, in questi anni, hanno saputo definire con maggiore personalità.

Voto: 5

 

 

Gorod bez solntsa (Sunless City)
(Sergei Potemkin. Russia, 2005)

Il sole non è per tutti.

Il sole, o per meglio dire la sua assenza. Creature lunari si aggirano in una San Pietroburgo pallida, incorporea per quanto occasionalmente greve, che nel suo ventre ospita studi d’artista in disfacimento al pari dei corpi di chi li abita, corpi minati dalla malattia, o dalla malinconia, o da entrambe. La difficoltà di essere giovani nella società russa di oggi, una società che regala poche prospettive in cambio di una crisi di valori ormai accertata e, purtroppo, anche accettata, defluisce in Gorod bez solntsa (Sunless City) dispensando emozioni fragili, ma all’occorrenza urlate, sempre in bilico tra compostezza e disperazione. La compostezza è principalmente quella di Egor, ingegnere sottratto ad un’esistenza abitudinaria dall’incontro con Lucy, una giovane e stravagante attrice di teatro che condivide con altri amici e con il fratello Alex, artista anche lui, una diversa dimensione del vivere: eccentricità, tendenze nichiliste, libere sperimentazioni in campo artistico, uso di droghe. Gli ingredienti del film, a partire da questo incontro di personalità opposte, sembrerebbero non particolarmente originali. Eppure il ritratto di vite marginali tratteggiato con grande sensibilità da Sergei Potemkin scorre verso conclusioni potenzialmente tragiche, o verso parziali redenzioni, senza perdere mai di vista l’essenza di una realtà “border line” ben caratterizzata a partire dalla cornice. Che è poi una città verso la quale i protagonisti provano una sorta di amore/odio, quella San Pietroburgo protesa verso l’Europa ed ancorata ai sospiri pesanti dell’animo russo, votata poi negli ultimi decenni a fagocitare l’energia di una scena rock sempre molto vivace, ed a trasformarsi in set di esperienze cinematografiche inquiete ed originali: passando, per inciso, da essere palcoscenico di rocambolesche imprese criminali affrontate con un mix di ingenuità e cinismo dal giovane killer Danila Bagrov (alias Sergei Bodrov Jr.), in Brat di Aleksei Balabanov, fino a trasfigurarsi in iperbolica e sfuggente location per l’adattamento russo di un celebre romanzo di Jack London, “Il tallone di ferro dell’oligarchia”, nel conturbante Zheleznaia pyata oligarkhii di Alexandr Bashirov. Del film di Sergei Potemkin colpisce invece l’agilità con cui sono introdotte nel racconto e messe in scena certe intuizioni metalinguistiche, con il teatro e la fotografia che nei momenti più emozionanti si contendono la scena. Non a caso uno dei frammenti più riusciti è quello in cui l’introverso Egor, decisamente allibito, assiste ad una curiosa performance artistica, ideata con forte gusto della provocazione da Alex per aggiungere un tocco ancora più nichilista alla presentazione del suo ultimo lavoro fotografico, che guarda caso si chiama… Sunless City!

Voto: 7

 

 

Las Mantenidas sin sueños (Kept and Dreamless)
(Vera Fogwill e Martín Desalvo. Argentina, 2004)

Precaria ricomposizione di universi femminili disgregati.

Las Mantenidas sin sueños si è imposto al Milano Film Festival come uno dei più emozionanti film in concorso. La pellicola argentina, che la giuria presieduta da Daniele Gaglianone ha meritatamente premiato come miglior lungometraggio, è stata accolta con grande calore anche dal pubblico in sala, perfettamente in grado di apprezzarne il tono sincero, la capacità di scivolare nell’intimo dei personaggi senza falsi pudori; ed ecco allora che una serie di ritratti fortemente introspettivi, ma legati altrettanto bene alle complesse dinamiche della realtà di appartenenza, scorrono sullo schermo relazionandosi tra loro in modo efficace, credibile, anche grazie alla bravura di un cast decisamente affiatato; la qual cosa non ci sorprende affatto, dopo aver parlato con Vera Fogwill (che ha diretto Las Mantenidas sin sueños insieme a Martín Desalvo) abbiamo infatti scoperto che la gestazione dell’opera è stata particolarmente lunga proprio perché si è tenuto in gran conto il lavoro con gli attori, specie con la bambina che interpreta Eugenia, cui si è voluta far vivere questa esperienza un po’ come gioco, un po’ come elemento di crescita, ma evitando possibili traumi. Oltre ad essere regista del film, Vera Fogwill (di cui ci ricordavamo per alcuni bei ruoli avuti nei film di Alejandro Agresti) è anche l’interprete di Florencia, giovane donna che insieme alla figlia Eugenia affronta un quotidiano fatto di mille incertezze: uomini che vanno e vengono, le continue ricadute nella tossicodipendenza, lavori intrapresi e subito abbandonati, un difficile rapporto con la madre che ha accettato di mantenerla senza nascondere mai il proprio disprezzo. Sullo sfondo c’è l’Argentina della recessione economica, l’Argentina che regala poche opportunità a quei giovani che, in assenza di altri valori, vivono il problema del denaro assolutizzandolo, quasi avesse la stessa consistenza metafisica di un racconto di Borges. In primo piano, invece, salgono delicati e precari rapporti interpersonali, su tutti quello tra Florencia e la figlia, relazioni complesse che danno l’idea di una curiosa famiglia allargata, nella quale hanno voce in capitolo vicine di casa assai intraprendenti, amiche di un tempo che vivono nel lusso ma senza poter contare su affetti tangibili, genitori più o meno assenti, spacciatori di passaggio. Il piano sequenza si rivela allora lo strumento ideale per mettere a confronto questa varia umanità, o parte di essa, ed esplorarne attraverso dialoghi pungenti la difficoltà a relazionarsi con l’Altro. Tutto ciò con una particolare attenzione alle differenti sfumature dell’universo femminile, qui rappresentato con grande acutezza e sensibilità.

Voto: 7,5

 

 

 

Mars
(Anna Melikian. Russia, 2004)


Fuggire, ma dove?

Boris, un pugile ormai stanco del suo successo, durante un lungo viaggio finisce per caso nella piccola stazione di una cittadina sperduta, che lo suggestiona al punto di spingerlo a scendere dal treno. Siamo nel cuore della Russia, il posto si chiama Marks in onore del fondatore del comunismo (curiosa traslitterazione, per noi occidentali), ma ben visibile campeggia una scritta dove Mar(k)s ha perso la K, così qualcuno potrebbe anche avere l’impressione di trovarsi su Marte! Ed infatti gli autoctoni sembrano un po’ dei marziani: c’è una ragazzina che vende animali di peluche (il principale prodotto dell’industria locale!) di fronte ai binari, un giovanotto daltonico pieno di idee strampalate, una miss locale famosa per la sua lunghissima treccia, ed una graziosa e romantica bibliotecaria che sogna di trasferirsi in qualche grande città. Il film di Anna Melikian, quasi cechovianamente, affastella microstorie di personaggi che per un motivo o per l’altro vorrebbero essere altrove, mescolando toni da commedia, fantasie ricorrenti e presagi di eventi tragici. L’intimo desiderio del pugile di sottrarsi alla grande metropoli e ai duri impegni cui è soggetto uno sportivo professionista, restandosene perciò nascosto in quella remota località, si interseca con opposti piani di fuga, quelli di chi invece da quel buco della provincia russa vorrebbe evadere a tutti i costi. Niente di più facile che veder infrangersi sullo schermo molti di questi sogni. In Mars si sommano tanti spunti originali, scene fantasmagoriche e personaggi simpaticamente bizzarri. Ma in compenso il finale appare un po’ tirato per le lunghe, così come altre parti del racconto tendono ugualmente a sfilacciarsi, al punto che i momenti di maggior lirismo e i siparietti umoristici più riusciti rischiano di rimanere impigliati nelle maglie di un plot ora brillante, ora dispersivo.

Voto: 6

 

 

Sivi kamion crvene boje (Red Coloured Grey Truck)
(Srdjan Koljevic. Serbia e Montenegro, 2004)

 

 

 


Road movie balcanico

Attraverso i Balcani su un camion rubato, proprio mentre sta per esplodere il conflitto che dilanierà i paesi dell’ex-Yugoslavia. È in queste circostanze che si incontrano e finiscono per amarsi Ratko, strano tipo originario di una paesino della Bosnia, e Suzana, ragazza incinta abituata invece a vivere in una grande città come Belgrado, da cui però sta fuggendo per via di delicate questioni personali. Davvero una curiosa accoppiata. Ratko per giunta non vede i colori, anzi, non li vede come gli altri: per uno strano scherzo del destino questo è il secondo film in concorso al Milano Film Festival, dopo il russo Mars, dove uno dei protagonisti è daltonico! Che questa stia rischiando di diventare una metafora abusata? Chissà, qui viene pure teorizzata in alcuni dialoghi dove attraverso la questione dei colori si allude al mancato rispetto delle differenze, da cui la guerra. Non dispiace il film di Srdjan Koljevic, questo Sivi kamion crvene boje festosamente anarcoide, come lo sono tutti i film in cui un camionista ribelle fa cambiare rotta e destinazione al suo veicolo (o a quello di altri, come qui avviene!): da Convoy  di Peckinpah fino ai giorni nostri l’andazzo è quasi sempre stato quello descritto. Nel film del serbo sono altri, però, i retaggi visibili. La rappresentazione in chiave grottesca della guerra, il prendersi gioco delle uniformi e di posticce divisioni etniche, il raccontare la tragedia imminente attraverso stratagemmi farseschi e fantasiose intuizioni, sono tutti elementi che rimandano all’immaginario di Kusturica e di altri suoi epigoni. Nell’intraprendere questa strada la pellicola di Koljevic non è forse particolarmente originale, con una ispirazione che a livello di sceneggiatura sembra procedere a singhiozzo. Di quando in quando, con un po’ di fortuna, arriva la zampata giusta.

Voto: 6

 

The Fall of Fujimori
(Ellen Perry. Usa, 2005)


Il samurai senza un codice

 

Il codice del samurai? No, piuttosto un samurai senza alcun codice d’onore.
Ce lo ricordavamo più o meno così, l’ex presidente peruviano di origine nipponica, immortalato con un ghigno sinistro accanto ai cadaveri dei guerriglieri del Movimiento Revolucionario Túpac Amaru. Nell’aprile ‘97 Fujimori e il suo truce braccio destro Montesinos, agendo vigliaccamente, fecero trucidare dalle teste di cuoio tutti i componenti del commando che, sotto la guida del carismatico leader Nestor Cerpa Cartolini, aveva tentato un’ultima, disperata impresa per rompere il muro di silenzio intorno alla drammatica situazione interna della nazione andina. Con quel blitz si pose così termine alle trattative ed alla lunga occupazione armata dell’ambasciata giapponese di Lima, occupazione iniziata il 17 dicembre 1996, durante la quale i cosiddetti “terroristi” avevano sempre rispettato l’incolumità degli ostaggi.
Ma chi erano poi i veri terroristi, quelli asserragliati nell’ambasciata o quelli che intanto programmavano la mattanza dall’interno del palazzo presidenziale, presentandosi ipocritamente alla comunità internazionale come baluardi del pensiero democratico?
La risposta, da come abbiamo impostato la questione, appare già scontata, ed infatti l’ottimo documentario di Ellen Perry (menzione speciale della giuria al Milano Film Festival) è una rievocazione impressionante, nella sua lucidità, di come quell’uomo minuto dall’aria pacata e rassicurante, Alberto Fujimori detto “El Chino” per le sue origini asiatiche, negli anni tra il 1990 e il 2000 abbia fondato il proprio potere su una serie di campagne populiste dai contenuti sospetti, contraddittori, sul continuo stravolgimento delle regole istituzionali ed elettorali, sul potenziamento dell’apparato repressivo dello stato, a ridosso del quale operavano gli squadroni della morte coordinati dal corrotto capo dei servizi segreti Vladimiro Montesinos, e guidati materialmente da Martis Rivas, comandante del famigerato “Grupo Colina” e reo confesso di innumerevoli atrocità.
La ricostruzione operata da Ellen Perry scorre su un doppio binario. Da una parte si ripercorre, sfruttando il tanto materiale di repertorio, la tormentata storia recente di un Perù monopolizzato dalla famiglia Fujimori, con tanto di ex first lady ambiziosa trasformatasi in avversario politico del marito. Come contrappunto di un passato tanto ingombrante, The fall of Fujimori ci presenta il dittatore nel suo dorato esilio giapponese, rifugio scelto dopo che gi scandali lo costrinsero a riparare proprio nel paese d’origine, che non solo gli ha dato asilo ma continua anche a proteggerlo dalle richieste di estradizione provenienti dal Sudamerica. La macchina da presa simula neutralità nel seguirlo ai convegni in suo onore organizzati dalla destra giapponese, nel riprenderlo durante le interviste, ma la sintassi implacabile del film permette ugualmente che l’ignominia del personaggio esca fuori, anzi, fa ancora più rabbia vedere il boia riverito dai suoi connazionali e pensarlo (incredibile dictu!) in procinto di candidarsi alle elezioni del 2006 per la presidenza del Perù, seriamente intenzionato a tornare lì come capo di stato! Così va il mondo, ma non è così che dovrebbe andare.

Voto: 8,5

 

 

 

CONCORSO INTERNAZIONALE CORTOMETRAGGI

I migliori

  1. La Ruta Natural (Spagna)
  2. Grocery Store Wars (Usa)
  3. Die Überraschung (Germania)
 

 

A Milano  un “panopticum” del cinema breve

Navigando tra le più di 40 opere inserite nel Concorso Internazionale Cortometraggi ci si perde con facilità, non poche le idee interessanti, ma per necessità di sintesi ci converrà restringere la nostra analisi solamente ad alcuni titoli. In ogni caso fa piacere che un gran numero di persone, specialmente la sera, abbiano seguito i programmi dei corti, il che costituisce un segnale positivo per chi ha a cuore la cultura del cinema breve. Se molti dei film proposti non hanno deluso le aspettative, non altrettanto si può dire della piccola pattuglia italiana. Si è salvato giusto Bere il mare di Guido Tortorella, per la tensione che l’autore ha saputo infondere ad un lavoro decisamente sperimentale, dove l’uso della soggettiva diventa occhio morbosamente spalancato su una possibile tragedia. Per il resto, meglio pescare oltre confine. E così, un po’ per gioco, abbiamo ripartito alcuni dei corti che più ci sono piaciuti in due blocchi, senza alcun intento classificatorio, ma come semplice canovaccio per vivacizzare il nostro racconto.

Istinti parodici, percorsi di genere.

Le possibilità offerte dal cinema breve sono sempre tante, ed anche indirizzare il poco tempo a disposizione verso la parodia di pratiche alte della produzione culturale, o di soggetti cinematografici entrati nel mito e quindi facilmente riconoscibili, può rivelarsi estremamente efficace. Davvero strepitosi, delle volte, possono essere gli esiti delle contaminazioni più spericolate. Questo è ad esempio il caso di Godot, del messicano Arturo Sampson, dove un classico del teatro dell’assurdo va incontro ad una audace rivisitazione in chiave western, con qualche momento di musical a connotarlo in senso ancora più popolare. Buffo pensare che tra i motivi per cui qualcuno sta ancora aspettando Godot, inedito cowboy beckettiano, possa esserci l’urgenza di un duello! Così come irresistibile è il mondo di Grocery Store Wars, parodia di Guerre Stellari ambientata in un supermercato. Scanzonato esempio di animazione a passo uno, il film degli americani Louis Fox, Tate Hausman and Jonah Sachs abbonda in scene cult, a partire da quella iniziale in cui un carrello della spesa sospeso in aria lancia raggi laser sui caccia dei ribelli come fosse un’astronave dell’impero. Riuscirà la “organic rebellion”, ispirata dai saggi ammonimenti di Obi Wan Cannoli e guidata energicamente dai vari Chewbroccoli  e Ham Solo a sconfiggere un impero di cibi geneticamente modificati e contaminati dai pesticidi? Ma, soprattutto , riuscirà l’intrepido Cuke Skywalker a resistere al “Dark Side of the Farm”, incarnato dal tenebroso Darth Tater, noto un tempo come Organikin Skywalker? Misteri dell’alimentazione. In ogni caso la farsa (ecologica) e il divertimento sono assicurati. Passando poi dalla science fiction, o per meglio dire dalla sua deformazione parodica, all’horror, troviamo un genere rispetto al quale c’è chi ha saputo accostarsi con un certo stile, come dimostra The Ten Steps dell’irlandese Brendan Muldowney. Costruito in forma essenziale e per nulla sanguinolenta, il corto in questione fa il verso a certi teen movies basando però tutto sull’atmosfera, ed i famigerati dieci scalini che la giovanissima protagonista deve percorrere per scendere in cantina (o all’inferno?) regalano allo spettatore qualche piccolo e sinistro brivido. Una certa tensione non è immune neanche al cortometraggio del tedesco Lancelot Von Naso, Die Überraschung (The surprise), grottesca commedia che in realtà schizza da un genere all’altro, nascendo il plot da presupposti sentimentali (la sorpresa che un uomo vorrebbe fare alla sua ex) per intrattenere poi lo spettatore con scenette di ispirazione vagamente slapstick (tutti gli imprevisti occorsi al protagonista nel preparare una cenetta speciale) ed accogliere infine robuste iniezioni di adrenalina, quando un incendio improvviso fa sfiorare la catastrofe! All’originalità del soggetto, sempre oscillante tra il comico e il tragico, fa da contrappeso un linguaggio cinematografico secco, rapido, che proprio grazie a qualche illuminante movimento di macchina ed al ritmo impresso col montaggio riesce ad incuriosire il pubblico fino alla fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani esistenzialisti crescono

Se alcuni lavori visti a Milano ci hanno colpito per la leggerezza dei toni, dei temi, per il modo in cui si è voluto parafrasare certo cinema di genere, vi sono casi in cui gli autori si sono spinti con passo deciso verso altre prospettive, a carattere più dichiaratamente esistenzialista, o capaci comunque di stimolare riflessioni non banali sul senso della vita. La più illuminante tra le opere di maggior spessore introspettivo ci è parsa La Ruta Natural (The Natural Route) di Alex Pastor, e deve essere parsa tale anche alle differenti giurie che a Milano gli hanno tributato dei premi. Girata con amorosa attenzione per ogni inquadratura, per ogni dettaglio, la pellicola spagnola è un viaggio a ritroso che ripercorre la vita di un uomo dalla sua tragica conclusione fino alla nascita. L’idea delle scene fatte scorrere al contrario non è certo una novità, ma la sensibilità e la sottile ironia ampiamente profusi nel testo recitato dalla voce fuori campo, insieme ad altre scelte adoperate all’interno di ciascuna sequenza per isolarne i momenti più evocativi, rendono La Ruta Natural un vero e proprio gioiellino del cinema breve. Un’ironia ancor più dichiarata è invece il sottofondo dei suicidi messi in scena dal greco Louizos Aslanidis nel corto I Apoliti Stigmi (The Absolute Moment), che ipotizza un imminente futuro in cui il suicidio si è trasformato in rito di massa gestito da un’azienda, che si fa pure pagare per consentire a schiere di poveracci di gettarsi da una rupe di fronte al pubblico in estasi! Così vediamo in fila per l’aldilà persone comuni accanto ad una serie di curiosi individui, compreso un sosia di Elvis e due donne in macchina che stranamente ricordano Thelma e Louise. Ma non sanno, le due disgraziate, che adesso per lanciarsi nel vuoto a bordo di un qualsiasi veicolo occorre pagare la sovrattassa… Anche il cinema d’animazione, grazie al maestro ucraino Oleksander Shmygun, ha confermato di saper dare intensità a sentimenti come l’amicizia, rielaborando all’interno di un gioco di marionette i confini incerti tra il teatro e la vita. Non a caso il suo Play for Thee Actors è stato tra i film più applauditi, ma è stata più in generale l’animazione di qualità a riscuotere consensi, come dimostra anche God’s Early Work dell’irlandese Rory Bresnihan, irresistibile variazione satirica sul tema della creazione del mondo.

 

 

 

COLPE DI STATO

 

Come annunciato in apertura, la sezione “Colpe di Stato” ha coinciso con uno dei momenti più appassionanti del festival. Volendo, potremmo ricondurre tutto a questa frase di Noam Chomsky, segnalata dagli stessi organizzatori come ideale punto di partenza per la sconvolgente selezione di documentari presentata a Milano: “La violenza contro i civili è terrorismo”.
Parole sante, ma troppo spesso inascoltate, visto che il mondo e in particolare quei governi che si autodefiniscono democratici sembrano andare sempre più spesso in direzione contraria; ovvero in direzione di una violenza di stato che - tanto gli Stati Uniti che i loro alleati in questo stanno diventando maestri - ci si sforza di giustificare a qualsiasi costo, specie qualora questa violenza faccia rima con l’espressione “guerra preventiva”.
Nella stessa America, ma dall’altra parte della barricata, incontriamo però figure come Chomsky,  che le tesi neo-imperialiste del loro paese sanno smontarle ad una ad una, dando un volto nuovo alle geopolitiche più dibattute. Questo emerge anche nell’interessante documentario Power and terror – Noam Chomsky in our times, dove non solo allo spettatore è dato di confondersi con l’uditorio di alcuni importanti convegni cui l’intellettuale ha presenziato, analizzando criticamente il ruolo degli Usa in varie crisi regionali scoppiate (o fatte scoppiare) dopo l’ormai storico undici settembre; un altro aspetto che ci piacerebbe fosse notato è infatti l’atteggiamento confidenziale, quasi socratico, esibito da Chomsky nei momenti più informali di questi eventi, quando lo vediamo fermarsi a ridiscutere pazientemente i punti chiave di un suo intervento, rispiegandone all’occorrenza i passaggi fondamentali, di fronte al ristretto pubblico costituito dalle persone realmente interessate; e ci piacerebbe molto che un tale cenacolo, interlocutore privilegiato e ideale controcampo dell’attività “didattica” di Chomsky, si allargasse sempre di più, perché dell’America rappresenta sicuramente il versante più progressista, quello pronto a rimettere in discussione la necessità di certe scelte.
Dalla teoria alla pratica: gli altri documentari inseriti in questo contesto ci fanno entrare direttamente nel cuore del problema, allineando una impressionante catena di orrori, determinati in varie aree del pianeta dalla condotta autoritaria di regimi che affidano programmaticamente alla guerra e/o alla repressione poliziesca la soluzione di crisi locali o internazionali. Falluja 2004 del giapponese Doi Toshikuni ci ricorda ad esempio alcuni dei crimini o degli “errori di mira” (non sono crimini anche quelli?) compiuti dalle forze di occupazione americane e britanniche in Iraq. Mimmo Lombezzi torna invece nei luoghi della mattanza bosniaca a distanza di diversi anni, dando la parola ai sopravvissuti, ai testimoni di massacri come quello compiuto dai serbi a Srebrenica. Le testimonianze delle vittime, sia serbe che musulmane, sono rese ancora più allucinanti dall’apparente e comunque sospetta indifferenza di una collettività che, adesso, sembra voler dimenticare in fretta. Con tutti i pericoli che ne conseguono. La proiezione di 10 anni dopo – Bosnia: la vergogna d’Europa ha infatti acquisito un valore supplementare per la presenza in sala dell’autore, che oltre a raccontarci in prima persona del suo viaggio nella martoriata terra balcanica, ha lasciato la parola ad un prezioso testimone oculare: in compagnia di Lombezzi vi era infatti un sopravvissuto serbo che poco prima avevamo osservato sullo schermo con lo sguardo inquieto, al momento di tornare nei pressi di quel tetro caseggiato che aveva fatto da sfondo alla sua prigionia, e a quella di molti altri che purtroppo non possono più raccontare la loro storia. Il lager in questione era uno di quelli allestiti dalle milizie mussulmane, ma come sappiamo bene i serbi non erano stati da meno, anzi... Ci è parso particolarmente significativo che quest’uomo, nel rievocare quei giorni terribili e nel rapportarli ad un presente troppo spesso cinico riguardo al recente passato, abbia ammesso di avere un dialogo molto più umano con le vittime di parte musulmana incontrate dopo la guerra, che con parecchi dei “suoi”. Tutto sommato questo ci è sembrato naturale, ne abbiamo avuto conferma assistendo ad un altro documentario, Russia/Chechenya: Voices of Dissent di Carlo Nero. Quando nel film si accenna al dialogo aperto da alcune madri di giovani soldati russi deceduti o scomparsi nella piccola repubblica caucasica con alcune famiglie cecene colpite da analoghi lutti, si ha la stessa sensazione: quella di ascoltare la testimonianza di una comune opposizione alla guerra e alle avventate decisioni di quei rappresentanti della classe politica, Putin in testa, che tale conflitto lo hanno alimentato rifiutando qualsiasi dialogo con la controparte. Le vittime di ogni dove sembrano quindi parlare la stessa lingua. Anche i carnefici, purtroppo.

 

 

 

LA BORSA DEMOCRATICA DEL CINEMA

 

Non è una cattiva idea chiudere il nostro reportage facendo un breve cenno alla prima edizione della Borsa Democratica del Cinema. Questo spazio, allestito anch’esso in quel fossato del Castello condiviso poi con altri eventi di rilievo, musicali e non, ha dato agli addetti ai lavori la possibilità di incontrarsi e scambiarsi preziose informazioni attraverso un fitto calendario di seminari, workshop, presentazioni di progetti cinematografici, o grazie al semplice curiosare tra i diversi stand.
Registi, sceneggiatori, produttori, giornalisti e altre figure professionali attive nell’industria dello spettacolo sono tra coloro che più di tutti hanno tratto giovamento da questa piccola grande novità; un mercato fatto su misura per favorire la visibilità di un certo genere di espositori, ovvero per fare da amplificatore in primo luogo alle voci di chi in Italia tenta una strada difficile, quella di un cinema realmente indipendente, e che spesso non ha molte possibilità di promuovere il proprio lavoro. Ed è così che ci siamo imbattuti, tanto per fare un esempio, nello stand gestito da chi ha sostenuto prima la realizzazione e poi il lancio di Fuori vena: un film così fuori dagli schemi e libero da pregiudizi, nel rapportarsi alla vita di strada, che nei diversi contesti in cui lo si è potuto vedere, Locarno in testa, si è arrivati a parlare della giovanissima Tekla Taddei come di una regista senza peli sulla lingua e dotata di una grinta fuori dal comune. Se la nostra attenzione si è quindi posata su un “caso” cinematografico le cui immagini fanno già parlare, pur avendo avuto tale opera una circolazione limitata, diciamo allora che si potrebbe scommettere in anticipo su un film che deve essere ancora girato! La nostra, che potrebbe essere scambiata per una folle sindrome di Nostradamus, è in realtà la semplice opinione formatasi assistendo alla conferenza stampa di Shooting Silvio, progetto da cui potrebbe sul serio nascere un cult. Perché tanta sicurezza? Per spiegarlo basterebbe forse accennare ad un soggetto che portato sullo schermo farà inevitabilmente discutere, o ad un particolare sistema di auto-finanziamento che già di per sé è un avvenimento affascinante. Ma non lo faremo. Vi lasciamo solo una traccia, l’indirizzo del sito www.shootingsilvio.com buttato lì quasi fosse una mollichina di pane, perché possiate ritrovare il sentiero e scoprire il resto da soli. Il nostro cammino insieme finisce invece qui, non resta altro che darci l’appuntamento alla prossima edizione del Milano Film Festival!

 

 

Festival                                                    Homepage