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58°
FESTIVAL INTERNAZIONALE DI LOCARNO
(3-13 Agosto 2005) a cura di
Manuel Billi |

Sito
ufficiale del festival di Locarno
Competizione
Internazionale
Competizione Video
Piazza Grande
Cineasti del Presente
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COMPETIZIONE INTERNAZIONALE |
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I migliori:
- A
perfect day
- 20
centimetros
- Face
addict
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A
perfect day
(Joana Hadjithomas e Khalil Joreige.
Francia/Libano/Germania, 2005)
Segnati
dall’impossibilità di elaborare un lutto « sospeso », Malek e
sua madre Claudia si lasciano vivere o rincorrendo fantasmi nella notte
sfocata di Beirut, o osservando gli altri vivere, dalla finestra di
fronte. Per la loro seconda opera i registi Hadjithomas e Joreige
adottano uno stile piano, scandito da piani ricorrenti, che traduce
visivamente e sintatticamente lo smarrimento di due generazioni spezzate
ed il latente cupio dissolvi che sembra dominare e condizionare i
gesti del narcolettico protagonista e di sua madre, cui non resta che
accarezzare i volti intangibili di ombre che camminano. Nel racconto si
riflette la perdita di “linee guida” nella vita dei protagonisti, a
seguito della morte del padre, dei padri: per questo, il racconto
decentralizza l’evento dinamico valorizzando le pause ed i tempi
morti, seguendo il ritmo irregolare scandito dalle repentine crisi di
sonno di Malek. Acuta e disillusa analisi delle conseguenze della guerra
quindicennale, questo antifrastico giorno perfetto è un’opera
matura e sorprendente, rigorosa e densa di metafore visive non pesanti
(come gli stormi di uccelli in volo nel finale). Il miglior film del
concorso.
Voto:
8 |
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Antarmahal Views from the inner chamber
(Rituparno Ghosh. India, 2005)
In
occasione delle celebrazioni della dea Durga, il ricco capo di un
villaggio del Bengala decide di commissionare ad un giovane scultore la
realizzazione di una statua della divinità venerata col volto della
regina Vittoria, giusto per accattivarsi le simpatie della regnante
britannica. Elegante melodramma bengalese lontano dal kitsch della
popolare Bollywood, prossimo alle atmosfere sospese ed alle dilatazioni
temporali di un certo Raj. Storia di sublimazione e divinizzazione
dell’oggetto d’amore, nonché riflessione un po’ datata sulla
forza rivoluzionaria dell’arte, Antarmahal si avvale di un
eccellente cast tecnico, che garantisce una confezione perfetta e
laccata. Se le tonalità calde dominanti nella fotografia e nei décor
avessero infuso un corrispettivo “calore” nella storia e nella messa
in scena, che al contrario risulta impeccabile ma algida, sarebbe stato
perfetto.
Voto:
6,5 |

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Face
addict
(Edo Bertoglio.
Italia/Svizzera, 2005)
Solo
a distanza di vent’anni sento di aver raggiunto la serenità
sufficiente per ripercorrere quel periodo senza rimpianti né
turbamenti, con un leggero ed insieme intenso distacco; per tornare in
quei luoghi, ritrovare coloro che, come me, hanno vissuto, sono
sopravvissuti a quegli anni, che li hanno attraversati per diventare
qualcosa o qualcuno, per dimenticarlo o esserne dimenticati.
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Edo
Bertoglio
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Dopo
anni di “rimozione” del caro e “pesante” ricordo degli anni
d’oro della controcultura americana, Edo Bertoglio si riavvicina alla Downtown
Scene newyorkese attraverso le foto degli amici e colleghi: accanto
a volti di persone uccise dall’Aids, dalla droga, travolti dal
successo e dal denaro accumulato ai tempi dell’arte mercificata,
appaiono figure di “resistenti” non riconciliati, ancora
“contro”, sebbene con una consapevolezza ed un disincanto inediti.
Inizia così un commovente viaggio alla ricerca dei “sopravvissuti”
di quella straordinaria stagione. Attraverso le testimonianze di
personalità del calibro di Debbie Harry, Glenn O’Brien e John Lurie,
oltre che attingendo a propri ricordi – Bertoglio collaborò con la
rivista Interview di Wharol dal 1978 al 1981, esperienza da cui
nascerà Downtown 81, intenso ritratto di Jean-Michel Basquiat
– viene a delinearsi il quadro “definitivo” di un’epoca, senza
che falsi moralismi o sentimenti di nostalgia appannino la lucidità
dello sguardo. Un diario intimo e pubblico allo stesso tempo,
volutamente sciatto nella forma, ma di un’intensità e “necessità”
rare.
Voto:
7,5 |
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Familia
(Louise Archambault. Canada 2005)
Piccola
commedia al femminile dalle grandi ambizioni (dal microcosmo canadese si
vorrebbe tracciare un quadro più ampio della moderna famiglia
allargata), Familia convince quando si limita a descrivere
l’universo della media borghesia del Québeq sposando lo sguardo delle
protagoniste, privilegiando la disanima delle relazioni interpersonali
uomo-donna all’indagine sui rapporti generazionali. Quando cerca di
allargare il discorso introducendo addirittura principi e riflessioni
che appartengono alla genetica e all’antropologia finisce con
l’adottare metodi e modi dell’anamnesi (per cui la figlia della
“poco di buono” sarà una poco di buono), trasformando i personaggi
che una buona sceneggiatura era riuscita a far “vivere” in cavie da
laboratorio. Ottimo il cast, diligente la regia.
Voto:
6,5 |
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Fratricide
(Yilmaz Arslan. Germania/Lussemburgo/Francia 2005)
Ovvero,
quando le buone intenzioni e l’urgenza del dire e del raccontare
producono mostri. Il regista mira a colpire lo spettatore non
risparmiando a quest’ultimo nulla della tragica odissea del giovane
curdo emigrato in Germania al seguito del fratello magnaccia: interiora
di un fascistello cadute sul marciapiede che diventano il “fiero
pasto” di un pitbull, orecchie mozzate, stupri… Nulla di male se lo
stile ed il montaggio non fossero così sciatti, addirittura
dilettantistici e se tale “crudezza” non cercasse, alla fine, di
occultare l’assenza di uno “sguardo” in grado di rappresentare, in
maniera coerente, il caos e la violenza di un mondo senza speranza.
Anche il racconto non è esente da ingenuità, in molti punti
fastidiosamente ricattatorio (specie quando è in scena il piccolo amico
del protagonista), mentre tutto il cast o recita sopra le righe, o
appare spaesato.
Voto:
4 |
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La guerra di Mario
(Antonio Capuano. Italia 2005)
Mario,
scugnizzo sottratto alla famiglia violenta, viene affidato ad una
altolocata coppia della Napoli bene. Il difficile ed intenso rapporto
con la madre adottiva, professoressa di storia dell’arte, non avrà
esito negativo. |
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Capuano
pare aver scelto una vicenda esemplare per parlare
dell’incomunicabilità tra due mondi, tra quartieri della stessa città,
tra culture, un tempo avremmo detto tra classi: quello della media-alta
borghesia napoletana e quello della periferia violenta. Il regista si
conferma sensibile ed acuto narratore di infanzie bruciate prima del
tempo, così come abile cantore delle virtù e dei mali della città
partenopea. Riesce miracolosamente a sfuggire ai cliché della “napolinesità”,
ma non ad allontanare il sospetto che si tratti, in fondo, di un’opera
“a tesi”, con tutti i limiti del caso: un certo schematismo nella
trattazione dei personaggi e delle dinamiche interpersonali (specie
nell’evoluzione del rapporto di coppia), un manicheismo di fondo che
nemmeno il bel personaggio della madre professoressa di storia
dell’arte riesce ad incrinare. Ciononostante, la tenuta del racconto
ed il cast azzeccato – il piccolo Marco Grieco è eccezionale, così
come il resto del cast, in particolare un’intensa Valeria Golino nel
ruolo della madre adottiva – rendono l’opera nonostante i limiti
sopradetti, interessante e complessivamente convincente.
Voto:
7
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La neuvaine
(Bernard Émond, Canada, 2005)
Storia
di rimpianti ed intollerabili sensi di colpa, di aspirazioni alla vita
candidamente ed ingenuamente vissuta e di desiderio disperato di morte, La
novena è un inno parareligioso ben “cantato” ma leggermente
schematico, tutto giocato sui contrasti, su opposti destinati non tanto
a coincidere ma a condividere momenti di solitudine in un mutuo scambio
di sguardi ben gettati e parole ben spese. Se la donna medico
“fallito”, rosa dai sensi di colpa, è quasi stucchevole nel suo
look “dark” e nella sua immota espressione di dolore artefatto, il
giovane coprotagonista, che con una premura al di fuori del bene e del
male accudisce la nonna morente, commuove nella sua ostinata ed ingenua
“fede”. Grazie a dio, il regista, che sa di non essere Dreyer e di
non potersi permettere miracoli, rifugge il soprannaturale: la
miscredente dottoressa, pur avendo riacquistato la voglia di vivere, non
sarà folgorata sulla via di Damasco, così come la nonna, nonostante le
preghiere, passerà a miglior vita. Apprezzabile lo stile sobrio ma
ricercato (a parte l’abuso di riprese di spalle e di effetti “quadro
nel quadro”).
Voto:
6,5 |

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Ma
hameh khoubim – We are all fine
(Bizhan Mirbaqeri, Iran, 2005)
Che
il cinema iraniano fosse in crisi e vivesse di rendita da almeno cinque
anni lo sapevamo tutti. Che le giurie si lasciassero ancora irretire
dalla suddetta esangue cinematografia proprio no. Lontano tanto dagli
estetismi e patetismi dell’ultimo Makhmalbaf
che dal naturalismo poetico di un Kiarostami, gli autori di Stiamo
tutti bene abbinano pellicola e digitale (o forse ancora analogico,
comunque video) nella maniera più ovvia possibile. L’assenza di stile
e la monotonia dell’impianto narrativo – ogni membro della famiglia
deve inviare un videomessaggio al figlio maggiore fuggitivo: tutti
regolarmente piangono dopo cinque secondi e in colonna sonora irrompe
una mielosa melodia al pianoforte… – rendono l’opera adatta ad un prime
time televisivo, non ad un concorso di festival internazionale di
cinema.
Voto:
5 |
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Nine Lives
(Rodrigo García, Stati Uniti, 2004)
Nove
storie, nove piani sequenza, nove donne e più misteri: Sandra,
carcerata che fa di tutto (compreso la delatrice) pur di riuscire a
strappare alle guardie l’autorizzazione a comunicare con la figlia;
Diana, che casualmente incontra in un supermercato un vecchio amore
“rimosso”; Holly, che cerca di fare i conti con il proprio passato
mettendo il padre (la guardia carceraria del primo episodio) di fronte
alle proprie responsabilità; l’adolescente Samantha, che si dibatte
quale unico tramite tra la stanza del padre e della madre (Sissy Spacek)
in crisi; Sonia, che non si capacità della superficialità e leggerezza
del compagno, pronto a svelare ad una coppia di amici (lui è il vecchio
amore di Diana) i segreti del loro rapporto; Lorna, responsabile suo
malgrado della morte della moglie di un amico innamorato di lei; Ruth,
la madre di Samantha, che cerca di sfuggire alla monotonia di una vita
matrimoniale priva d’amore ricercando piaceri furtivi in un motel;
Camille che, prossima ad un’operazione chirurgica, si abbandona
all’inquieto e perverso piacere della perdita di controllo del proprio
corpo; Maggie, madre premurosa, donna “stanca”. E’ proprio la
“stanchezza” di vivere il minimo comun denominatore delle storie,
una spossatezza esistenziale che deriva dalla stato di prigionia, voluta
o meno, nel quale le protagoniste sono costrette a vivere, che sia
effettiva (Sandra), “matrimoniale” (Diana, Ruth), filiale (Holly,
Samantha). Se la struttura narrativa episodica con personaggi principali
ritornanti “in secondo piano” in altri racconti non offre nulla di
originale, la delicatezza e la sensibilità con la quale Rodrigo Garcia
riesce a riassumere in pochi tratti essenziali ed esaustivi la vita di
nove donne perdute, estrapolando dalle loro esistenze attimi più o meno
straordinari, in grado di permettere allo spettatore di ricostruirsi un
ipotetico “prima” e “dopo”, sono davvero rimarchevoli, così
come funzionale al racconto, e non mero sghiribizzo stilistico, risulta
la scelta di girare in continuità, senza stacchi, ogni singolo
frammento di questo efficace e “polifonico” romanzo “rosa”. Cast
femminile in stato di grazia.
Voto:
7 |


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Un couple parfait
(Nobuhiro Suwa, Francia / Giappone, 2005)
Un
uomo, una donna. La stasi di coppia oggettivata in lunghi piani
sequenza. Interno notte. Silenzio. Lei si siede sul letto. Sguardo perso
nel vuoto. Lui va nella stanza adiacente uscendo fuori campo. Silenzio.
Lungo silenzio. Lei: Sei superficiale! Silenzio. Neanche l’Antonioni
di trent’anni fa. Già immaginiamo Tonino Guerra gongolare
all’uscita dell’UniEuro, mentre il piccione fa il suo dovere. Lei: Sei
diventato troppo borghese! Silenzio. Lui s’incazza, ma mantiene
l’aplomb da borghese amante della dialettica. Silenzio. Stacco.
Siamo al Museo Rodin. Lei contempla le torsioni degli amanti di marmo
uniti in un abbraccio infinito, così come le mani eternamente in
procinto di unirsi in una stretta amorosa. E’ questo il vero amore, un
ideale che solo l’arte può rappresentare? Silenzio, l’ovvio trionfa
ed il ridicolo involontario troneggia.
Voto:
3 |
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Riviera
(Anne Villacèque, Francia, 2005)
Ovvero,
Io la conoscevo bene lungo la “Promenade des Anglais”. Con
uno stile molto “Artè” (che non a caso produce) fatto di piani
lunghi, di tempi dilatati e di repentine ed impreviste svolte narrative,
il film più ingenerosamente fischiato dal pubblico in sala è un
imperfetto ma tutt’altro che disprezzabile racconto crudele della
giovinezza. Il compiaciuto sguardo della regista accarezza il corpo
della giovane e bellissima protagonista, un bocciolo di rosa senza
spine, celebrando lo splendore e la caducità delle sue forme perfette,
forme che una madre possessiva ed amorevole vorrebbe preservare,
proteggere dalle insidie dell’illusorio mondo di cartapesta della
località di villeggiatura più orrendamente “chic” della Costa
Azzurra. Ma la ragazza le sfugge di continuo, la comunicazione è in
sostanza impossibile e, di fatto, il loro rapporto si riduce ed
esaurisce in poche battute scambiate al cellulare durante una pausa che
la donna, inserviente in un lussuoso albergo, si prende; dall’altro
capo del telefono, la figlia, ancora assonnata dopo una notte da lap
dancer, articola poche frasi, tutte di circostanza. Estremo atto
d’amore di una donna sull’orlo di una crisi di nervi, la captazione
di un possibile uomo dabbene cui affidare la figlia si risolverà in
tragedia. Miou-Miou è perfetta, la giovane Elie Semoun abbaglia.
Nonostante qualche ammiccamento di troppo, qualche caduta nel ridicolo
involontario e nel kitsch e qualche snodo narrativo discutibile, il
ritratto della “non-vita” mondana di Nizza è agghiacciante, dunque
riuscito.
Voto:
6 |
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Vendredi
ou un autre jour
(Yvan Le Moine, Belgio / Francia / Italia /
Slovacchia, 2005)
Dal
regista dall’insolita biografia Yvon Le Moine, autore del felliniano
fuori tempo massimo Il nano rosso, nessuno si aspettava granché.
Eppure questa rilettura di un classico di Michel Tournier, Vendredi
ou les limbes du pacifique, versione francese del Robinson Crusoé
di Defoe, nonostante la pesante patina da algida coproduzione europea,
la confezione laccata e qualche tramonto rosato di troppo convince, sia
per la non banale descrizione del rapporto tra civiltà e natura, tra
vizi della cultura occidentale (i vacui rituali dell’ancien régime
sul viale del tramonto, nonché l’incapacità di concepire un rapporto
con l’altro svincolato dalla logica servo-padrone) e valori e
limiti delle altre culture, sia per alcune soluzioni di regia notevoli
(si pensi al long take a seguire il protagonista che si aggira
sfiancato tra le macerie della sua “reggia”, distrutta, sebbene
accidentalmente, dal “rivoluzionario” Venerdì). Philippe Nahon, che
interpreta l’attore della Comédie Française Philippe de Nohan
(sic!), gigioneggia comme il faut ed il suo volto si imprime
nella memoria.
Voto:
7 |
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20 centimétros
(Ramón Salazar. Spagna, 2005)
Marieta,
giovane transessuale prostituta, cerca disperatamente il denaro
necessario all’operazione. Nell’attesa di diventare donna a tutti
gli effetti, si costruisce un mondo parallelo colorato e canterino e
s’innamora, ricambiata, di uno scaricatore dai fianchi “sodi come
pesche”. |
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Melodramma
in forma di commedia musicale camp, 20 centimetri è un
trionfo di colori e sentimenti da movida tardiva, un fuoco
d’artificio vitale ed esilarante, ricco di citazioni cinematografiche
e rimandi all’iconografia gay. Se il referente principale, soprattutto
per quanto concerne la forma ed il contenuto del racconto, è Almodovar,
la messa in scena è un’abile e raffinato patchwork che combina
Démy, Minnelli, Warhol, Sirk, l’Hawks de Gli uomini preferiscono le bionde. Nel narrare la storia della
prostituta transessuale Adolfo/Marieta, che vorrebbe liberarsi di un
“problema” lungo venti centimetri, il regista alterna al naturalismo
nella rappresentazione della vita ordinaria tra il piccolo appartamento
condiviso con un nano melomane suonatore di contrabbasso e la strada le
esplosioni kitsch dei siparietti musicali, che si aprono nel momento in
cui la narcolettica protagonista cade, suo malgrado, tra le braccia di
Morfeo. Ogni brano ed ogni danza sintetizzano e sublimano, come nella
migliore tradizione del genere, un’emozione o un desiderio: Marieta
intona Tombola lungo la Gran Vía Madrileña, Parole, parole ai
propri clienti o Boys di Sabrina Salerno (sic!!) dopo una
notte di duro lavoro, danza sulle note di True Blue nel momento
in cui cerca di “costruire” un sogno di vita coniugale anni sessanta
alla Doris Day con l’amante Pablo Puyol e nel finale, in cui si
celebra l’apoteosi della donna completa, al momento dell’operazione
tanto attesa canta I Want to Break Free tra le infermiere ed i
chirurghi di verde vestiti (e truccati…). E’ la genesi di una
novella Eva, che ha le forme e la straordinaria vis di Mónica
Cervera.
Voto:
7,5 |

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3 Grad kälter
(Florian Hoffmeister. Germania, 2005)
L’Amante
perduto nel nulla ritorna dopo anni. La Donna, che nel frattempo si è
rifatta una vita con un ebete, è perplessa sul da farsi. Pesante come
solo il cinema tedesco engagé sa essere, inutilmente lambiccato
e fastidiosamente intellettualistico.
Voto:
5 |
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COMPETIZIONE VIDEO |
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I migliori
- Magician(s)
- Haze
- Les
Etats nordiques
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La
competizione video non ha offerto opere particolarmente innovative sul
piano formale, dal momento che i selezionatori hanno preferito puntare
sul video narrativo piuttosto che sulla sperimentazione. Questo spinge a
riflettere sulla necessità di continuare a differenziare il concorso in
base al supporto e non alla natura del linguaggio adottato. Ad eccezione
del notevole esercizio di stile intorno alla cultura giapponese
elaborato da Laurie Anderson, per il quale l’artista ha confessato di
aver tratto ispirazione dall’immediatezza degli haiku e di aver
cercato di usare un linguaggio telegrafico per descrivere la
sensualità della natura (Hidden Inside The Mountains,
7,5), la competizione ha offerto solo opere che trattano il
video come pellicola economica, piegandolo alle necessità del racconto.
Se Banja (del
francese David Teboul, 3)
lascia
perplessi quanto può lasciare perplessi un lavoro che consiste nel
mostrare per più di un’ora scroti di ultracinquantenni intenti a
pulirsi le vergogne nei bagni termali russi, Bosques (di
Campusano e Quattrini, 7)
è
un crudo, certo improvvisato ma efficace ritratto della società
argentina dell’immediata crisi economica, lontano dal ciarpame
estetizzante di una City of
God.
A Coat of Snow di Gordy Hoffman (6) è uno
stantio gioco della verità che simula la realizzazione di un filmino di
famiglia, documentando l’addio al celibato di una giovane fanciulla.
Il finale, ovviamente, rimette tutto in questione.
L’elvetico Rollow,
dell’installatrice video Emmanuelle Amtille (6), è una sorta
di Donnie Darko
dei poveri, non disprezzabile ma francamente prolisso. I lavori più
interessanti visti in concorso giungono, strano a dirsi, dall’Oriente.
Il trittico Digital Sam
In Sam Saek,
che raccoglie tre delle opere presentate al festival coreano di Jeonju
di quest’anno in versione ridotta, comprende i nuovi lavori del
regista di Tropical Malady,
Apichatpong Weerasethekul (il discutibile Worldly Desires,
6) e soprattutto gli ultimi incubi di Shinya Tsukamoto e Song
Il-gon: Haze e
Magician(s),
di cui si sono viste anche le versioni integrali. Il primo (8),
con protagonista Tsukamoto stesso, è una sorta di incubo claustrofobico
su un amore perduto, ritrovato e salvato, un viaggio catartico nelle
“interiora” del proprio nido domestico a ritrovare una purezza
perduta. Il miglior Tsukamoto da molti anni a questa parte. Magician(s)
(8) è una divertente e malinconica danza della memoria, sulle
illusioni perdute e sui fantasmi del passato, girato in un unico piano
sequenza, tecnicamente sorprendente e di un’eleganza che non scade mai
del manierismo. Quanto ai video premiati, Les
Etats Nordiques
(7,5) è una docufiction su volti e paesaggi del Canada profondo,
indubbiamente ben fatto ed ottimamente interpretato dal coautore
Christian LeBlanc. Masahista
(2),
al contrario, è forse l’opera più ricattatoria del Festival: come si
può prendere sul serio un lavoro in cui si associano, in un greve
montaggio alternato, la denudazione di un cliente fatta da un giovane
“massaggiatore” alla vestizione del padre morto fatta dal suddetto
giovine? Sesso e morte vanno a braccetto, così come il kitsch ed il
cattivo gusto. La qualità audio-video, inoltre, è da sciatto filmino
di famiglia.
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PIAZZA
GRANDE |
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I
migliori, i classici
- Nashville
- Merry Christmas Mr. Lawrence
- Macbeth
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Mah
Nakorn – Citizen Dog
(Wisit Sasanatieng. Tailandia/Francia, 2004)
Il
secondo lungometraggio dell’autore de Le lacrime della tigre nera
è un delirante romanzo di formazione suddiviso in capitoli-barzelletta,
che presto si declina in una storia d’amore ambientata in una Bangkok
da favola triste, dove l’acmé dell’azione si svolge su un cumulo di
bottiglie di plastica conservate dall’iper-ambientalista
co-protagonista. Il regista spinge a tal punto sul pedale del grottesco
da suscitare simpatia. Molte idee sono tutt’altro che prive di
genialità, ma l’insieme sembra un piacevole scherzo tirato per le
lunghe.
Voto:
6 |
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On
a clear day
(Gaby Dellal, Gran Bretagna, 2004)
Il
cinema british al suo peggio. Gli ingredienti sono gli stessi del piatto
Full Monty: gruppo di disoccupati depressi, uno tenta il
suicidio, altri cazzeggiano tra un pub e l’altro fino a quando al più
sveglio della comitiva non viene l’illuminazione. Niente sfoggio di
tanga, in questo caso, ma una sfida ben più simbolica ed edificante:
attraversare a nuoto la Manica. Al di là dell’ovvio epilogo, irritano
la commistione studiata a tavolino di risate e lacrime, le prime
affidate ai comprimari fessi, le seconde al bravo e sprecato Peter
Mullan. Da evitare.
Voto:
4,5 |

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Rag Tale
(Mary McGuckian, Gran Bretagna, 2004)
Che
non sia riuscito ad appassionarmi alle vicissitudini degli avvoltoi del
tabloid inglese The Rag
poco importa. Probabilmente, anche cambiando il contenuto, il mio
livello di sopportazione sarebbe stato ugualmente messo a dura prova,
dal momento che mai come in questo caso il problema è la forma:
macchina a mano perennemente inclinata e stretta sui volti, o meglio,
sulle narici dei personaggi; carrellate ottiche che nemmeno un bimbo a
cui viene per la prima volta viene messa in mano una videocamera
digitale; montaggio frenetico (durata media singola inquadratura: due
secondi due) che alterna colore ad immagini denaturate e virate in blu
(ovviamente senza alcuna logica o criterio). Non occorre essere dei
“giansenisti” dell’immagine per auspicare che la giovane regista
Mary McGuckian, di formazione teatrale, già responsabile di Best,
passi alla pubblicità e la smetti di violentare il medium
cinematografico. A quanto pare Rag
Tale è
il primo capitolo di una trilogia. Dunque, segnatevi il nome della
regista e “stateve accorte”.
Voto:
3 |
The
Rising – Ballad of Mangal Pandey
(Ketan Mehta, India, 2005)
Quintessenza
del cinema pop bollywoodiano, The
Rising
narra, con uno stile da feuilleton
superficiale
e tronfio, le audaci imprese del sepoy
(ovvero un membro dell’esercito filoinglese composto di soldati
locali, indu e mussulmani) Mangal Pandey, eroe nazionale che contribuì
a far nascere una coscienza indipendentista tra gli indiani. La storia
dell’amicizia transculturale tra l’agitatore di popolo ed il
soldatino cockney,
latamente omossessuale, non coinvolge, non andando oltre la manicheista
e strategica rappresentazione del conflitto tra oppressori ed oppressi.
Appiccicaticce e stucchevoli risultano tutte le parentesi musicali, ad
eccezione, forse, della colorata danza “rivoluzionaria” che precede
l’epilogo. Il protagonista, divo indigeno protagonista anche del
precedente lungometraggio di Ketan Mehta (Lagaan),
è belloccio ma discretamente cane e privo di carisma, mentre tutto lo
splendido cast femminile ha una funzione meramente esornativa. Preceduto
dal cortissimo Village
Football (6),
della durata di un minuto: un piccolo spot commissionato dalla FIFA per
i campionati del mondo del 2006.
Voto:
5 |

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Zaïna,
cavalière de l’Atlas
(Bourlem Guerdjou, Francia, 2005)
Tra
favola e racconto epico, il migliore dei film in prima visione
proiettati in Piazza Grande narra le vicissitudini di una bimba, Zaïna,
rimasta orfana di madre, che il padre nomade Mustapha deve sottrarre
alle insidie di un ex rivale in amore, Omar. Attraversando le montagne
dell’Atlas per sfuggire al perfido Omar, la figlia si riavvicina al
padre ramingo e decide di partecipare alla prestigiosa corsa di cavalli
alla quale partecipò sua madre: l’Agdal. Senza ambizioni e con uno
stile dimesso ed efficace, il regista è attento a ben calibrare tutti
gli elementi del racconto, riuscendo nell’intento di far crescere la
tensione drammaturgica con l’approssimarsi della gara. Un piccolo film
da Giffoni Film Festival, tenero e persino commovente.
Voto:
7 |

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CINEASTI
DEL PRESENTE |
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I
migliori
- The Giant Buddhas
- White Terror
- 9 mq pour deux
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Lonesome
Jim
In
perfetto stile Sundance, l’opera seconda di Steve Buscemi è fragile e
graziosa. Puntuale nel tratteggiare un risaputo quadro dell’amorfa
vita di provincia, delicato nel rappresentare l’apatia esistenziale di
Jim, una sorta di Holden proletario perennemente depresso, non convince
del tutto quando passa dall’amorevole ed affettuosa descrizione dei freaks
tanto cari all’attore del Grande Lebowski alla disanima dei
rapporti tra il protagonista e la “normalità”, di cui il luminoso
sorriso di Liv Tyler costituisce una sorta di ideale sintesi, così come
appare forzato il ravvedimento finale del protagonista. Orgogliosamente
dalla parte dei vinti, Lonesome Jim si avvale di un cast
azzeccato (Caesy Affleck, a differenza del fratello maggiore, sa
recitare), ma si crogiola sulla superficie degli eventi e dei caratteri,
senza preoccuparsi di scavare in profondità.
Voto:
6,5 |
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White
Terror/The Giant Buddhas/9 m² pour deux/Per sempre
Relegati
nella sezione Cinemasti del presente, alcuni dei documentari
selezionati sono tra le cose più cinematograficamente riuscite del
festival. A partire dall’accurata, commossa indagine sulla distruzione
di alcuni dei più grandi capolavori dell’arte orientale, i Budda
giganti in Afghanistan, operata dai Talebani poco prima della fine del
regime (The Giant Buddhas, 8,5). L’autore, lo
svizzero Christian Frei, lo stesso del bellissimo War
Photographer, evita di seminare odio e contrappone all’iconoclastia cieca ed
ignorante l’amore assoluto per il passato, per la Storia, per
l’umanità, mostrando le conseguenze di tale gesto nel lungo periodo.
Il regista ha dichiarato: considero
il mio film una sorta di inno alla diversità di opinione, di religione
e di culture. Alla ferocia
bestiale oppone lo spirito di abnegazione che mosse, qualche mese dopo
la distruzione, un archeologo francese, convinto della presenza, nei
siti delle divinità fatte esplodere, del leggendario Budda dormiente.
La macchina da presa segue il lavoro certosino del professore di
Strasburgo che, alla fine, commosso, presenta al mondo, assieme ai suoi
uomini, la sua piccola scoperta.
Altro
sommo lavoro di documentazione ed atto di denuncia che dovrebbe
indignare quanti possiedono ancora una coscienza civile, White
Terror
(7,5), terzo capitolo di una trilogia (gli
altri episodi sono Skin
or Die e Skinhead Attitude),
segue i deliri dell’ideologo svedese del neo-nazismo, autore di un
libello antisemita in video che lascia di stucco (la versione riveduta e
corretta hard rock di
Hey Jude dei Beatles è più esaustiva di qualsiasi
dibattito sul fenomeno delle teste rasate). L’opera di proselitismo
pare non conoscere limiti, avendo attecchito tanto negli Stati Uniti
(all’odio anti-ebraico si affianca quello anti-musulmano) che in
Russia.
Ancora
più radicale nella forma, 9 m² pour deux (7,5) è
un esperimento di “autopedinamento” in cui un gruppo di carcerati di
Marsiglia, muniti di una videocamera messa loro a disposizione da due
documentaristi del canale Arté (da sempre in prima linea nella ricerca
formale e nell’attività di controinformazione), filmano e si filmano.
Il montaggio dà ordine cronologico ai singoli episodi ma non ne altera
e manipola il contenuto. La macchina da presa diventa, agli occhi dei
carcerati, una sorta di finestra aperta sul mondo, un tramite, una
compagna alla quale confessare segreti o contro cui inveire quale
valvola di sfogo. Raramente i vari carcerati riescono interamente a
liberarsi della maschera, ma forse è questa la strada giusta per
cercare di captare sentimenti autentici non condizionati o governati da
uno sguardo onnisciente.
Per
sempre
(7),
il nuovo lavoro di Alina Marazzi, autrice dello straziante Un’ora
sola ti vorrei, menzione speciale al concorso video del 2002, è il
tentativo solo in parte riuscito di cogliere i segreti di una scelta
definita, quella fatta dalle monache di clausura. Con apprezzabile
sobrietà e rigore, la regista si pone e pone delle domande, non adotta
alcun partito preso, ma lo stupore che la voce over ribadisce ogni
secondo sull’incomprensibilità razionale di quella scelta di vita
pare eccessivo e ridondante, dal momento che le immagini, queste
immagini, sono più eloquenti di qualsiasi discorso.
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Monobloc/Nuit
noire
Ovvero,
riciclicinema. Il giovanissimo Luis Ortega, classe 1980, figlio d’arte
(la madre, Graciela Borges, interpreta un personaggio secondario) nel
suo Monobloc (4) prende un po’ da Lynch, un po’
da Browning, un po’ da certo cinema austriaco putrescente degli ultimi
anni, aggiunge qualche “tema” o “luogo” personali potenzialmente
ricorrenti come d’uopo nel cinema autoriale (temiano ritorni in grande
stile di colombe simboliche, edifici abbandonati, Minnie e Mickey Mouse,
oppure di nuove evoluzioni nei rapporti madre/figlia), ostenta abilità
nel manovrare la macchina da presa (già nell’incipit, un long
take di disarmante ingenuità e gratuità) e nel costruire bei piani di
pittorica e desolata bellezza. Cinema derivativo, fasullo, di freddo
accademismo, mortalmente noioso e stucchevole. Egualmente, sebbene con
maggior finezza, Nuit Noire (6) rimanda tanto a
Lynch (le
atmosfere e alcune “invenzioni” sono prese di sana pianta da Eraserhead)
che a Cronenberg (le deformazioni della carne, le impreviste metamorfosi
del corpo), a Kafka e a Borges, ma è come un incubo
“addomesticato”, a tratti suggestivo ma mai perturbante.
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Frankie
Con
uno stile secco, paradocumentaristico, che non concede nulla al
voyeurismo dello spettatore e rifugge il facile moralismo, la regista
indaga tra le piaghe della società dello spettacolo, seguendo le
vicissitudini di un corpo e di un volto di scandalosa bellezza (Diane
Kruger), una modella come tante stritolata negli ingranaggi del sistema.
Voto:
7
Delo Osvobaja
Onesto
spaccato di vita proletaria nella Slovenia post-comunista.
Stilisticamente ancorato ad un medio linguaggio televisivo.
Voto:
6
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Gas
Pare
che il cinema italiano, avviluppato, per circa vent’anni, in un
abbraccio mortifero con la sorella televisione, oggi creda che per
prenderne le distanze e liberarsi dalla morsa siano sufficienti
capannoni fatiscenti, musica sparata al massimo, un po’ di sesso,
recitazione sopra le righe. L’esordiente …. prende a modello
nientemeno che la kubrickiana Arancia meccanica, la cita
direttamente al suon di Singin’ in the Rain. Non va per il
sottile e stabilisce un rapporto diretto tra l’inezia e
l’imborghesimento volgare dei padri e la violenza gratuita messa in
pratica dalle nuove generazioni, sposando un sociologismo da bancone del
supermercato, dunque, da “approfondimento” di seconda serata, dunque
da “tuttologismo” televisivo. Lo stile aggressivo e concitato è di
maniera, i personaggi quasi tutti delle macchiette (eccezion fatta per
il protagonista che “si scopre” omosessuale ed il suo amante).
Voto:
5
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Gisela
Lui,
lei, l’altro. La regista tratteggia un bel carattere (la Gisela del
titolo), ma scade nell’ovvio e nel cliché nella costruzione dei
personaggi maschili (il bel tenebroso nichilista, l’ubriacone). Di
dubbio gusto la postura cristologia finale di uno degli amanti.
Voto:
6 |
The passenger
Lambiccato
esercizio di stile su vendetta e redenzione. La sceneggiatura è zeppa
di vuoti non colmabili, il regista non è privo di talento, sebbene
molte soluzioni siano di seconda mano.
Voto:
6 |
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Sangue – La
morte non esiste
Per
il suo esordio alla regia, De Rienzo non ci risparmia nemmeno uno degli
stilemi che appartengono all’armamentario paratelevisivo (MTV docet)
del cinema “gggiovane”: falsi raccordi, primissimi piani decentrati,
macchina a mano con operatore afflitto da delirium tremens, musica
onnipresente a tutto volume (Giardini di Mirò) che imprime un ritmo ad
un montaggio che invece dovrebbe crearlo autonomamente. Mira alto il
giovane Libero: vorrebbe riflettere sulla paura paralizzante delle nuove
generazioni, addirittura indicare una via, per poi ritornare sui propri
passi, ammettendo che una nuova via, terza o quarta che sia, non è (più)
possibile. Non pago, oltre ad ostentare
una presunta attitudine a decantare i mali della post-modernità nella
forma di un apologo sur-mondano farcito di figure simboliche e
personaggi incarnanti categorie universali ed Istituzioni (l’Ordine,
la Famiglia, lo Stato, il Ribelle, la Canna), si ritaglia il ruolo di
guru ispanico dal cervello evaporato che elargisce pensierini da prima
liceo al malcapitato protagonista (uno stralunato Elio Germano). Se per
circa 80 minuti si assiste ad un delirio collocabile al di sopra di un
ipotetico “sopra le righe”, la prima parte dell’“epilogo
comico” in chiesa (il film, giusto per l’undestatement di cui
sopra, consta di due atti ed un epilogo) è assolutamente irresistibile.
Prova provante dell’assoluta predisposizione dell’attore-autore alla
commedia. Poi, col pistolotto anche sincero, condivisibile ma
stucchevole e fuori registro del protagonista sulla “paura del
diverso” e sull’extracomunitario “novello Gesù Cristo” si
sprofonda nella retorica più bieca ed il cinema, sebbene “la morte
non esista”, vacilla… Curiosità: anche i filippini trasformati in
ridicole macchiette presenti nel film hanno, per il novello regista, un
che di cristologico, o forse ci sono migranti di prima e di seconda
categoria?
Voto:
4,5
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