a cura di 
Luca Pacilio

 

Giunto alla sua 23ma edizione e aperto dall'esibizione live dei Coil, che accompagnano le immagini di The angelic conversation di Derek Jarman del 1985 (il gruppo compose all'epoca la colonna sonora del film e con questa performance onora la memoria di John Balance, uno dei suoi membri fondatori, scomparso nel 2004), il GLBT Fest conferma ricchezza di proposte e successo di pubblico.
Seguono flash sparsi, con un'attenzione particolare, una volta tanto, ai cortometraggi.

CONCORSO


Già in competizione a Cannes (dove non fu ben accolto), Les chansons d'amour di Christophe Honoré (Francia, 2007) è un film, diviso in tre parti (Partenza, Assenza, Ritorno), che ricopre di un umore giocoso e leggero una sostanza problematica e dolorosa impastata d'amore e morte (esattamente come nelle canzonette, che intessono drammi serissimi e dolori lancinanti nelle trame accattivanti di una melodia pop). Les chansons d'amour è un musical che strizza l'occhio a Demy e alla Nouvelle Vague e che ci ricorda che se le canzoni d'amore sembrano porre sempre le stesse domande, le risposte che la realtà dei fatti, delle relazioni e dei sentimenti forniscono a quegli interrogativi sono variegate e imprevedibili. Un lavoro che, offrendo un pugno di bellissimi personaggi immersi in un contesto borghese dalle caratteristiche "invertite" (comprensivo, protettivo, accogliente), mescola senza sconti romanticismo e crudeltà, umorismo e malinconia. Attori-cantanti da amare uno per uno (con un plauso particolare a Ludivine Saigner), canzoni strazzacore, un'infilata di momenti incantevoli, un finale da incorniciare. Adorabile (e perciò adorato). Gran Premio della Giuria.

La disperazione di una madre è al centro di Après lui di Gael Morel (Francia, 2007): nella palese incapacità di accettarne la morte, Camille si lega morbosamente al migliore amico del figlio. Il percorso della ricerca di un senso alla scomparsa prematura e innaturale assume i tratti di un’ossessione, l’identificazione col mondo del figlio perduto ha tratti di sofferta ma anche tenera follia. Il film è un lungo, grande assolo di Catherine Deneuve, che dopo la sua comparsa in scena (i primissimi minuti soltanto la vedono assente) sarà sempre davanti alla mdp: la bellezza maestosa e segnata del volto dell’attrice domina l’opera, la marchia indelebilmente, facendoci tralasciare i non pochi difetti.

FUORI CONCORSO


Chuecatown di Juan Flhan (Spagna, 2007), il film d’apertura, è una commedia nera ambientata nell’omonimo quartiere madrileno: in esso si aggira un omicida seriale che uccide donne anziane che vivono da sole. Solita galleria di bozzetti nell’abusata location condominiale, umorismo di grana grossa ma anche conferma di un genere consolidato che sembra fidare su luoghi e figure tipiche: nulla di nuovo, ma alcuni passaggi sono francamente spassosi (non priva di acume la citazione della commissaria con tailleur e guanti rossi, lampante riferimento alla Huppert nello chabroliano La commedia del potere).


SEBASTIEN LIFSHITZ: IL ROAD MOVIE INFINITO


Il festival propone tutte le opere del regista francese Sébastien Lifshitz.
Il primo corto, Il faut que je l’aime (1994), è un austero bianco e nero, una sequela di immagini fisse in cui è evitato scientemente qualsiasi movimento di camera. Rendendo chiara la sua ascendenza stilistica dal mondo della fotografia, componendo le immagini secondo un montaggio che l’autore stesso definisce “poetico”, Lifshitz pone al centro della scena una donna seduta al tavolo della sua cucina mentre fuori campo le voci dei suoi amici e parenti si incrociano, facendoci intuire la delicatezza del momento che sta attraversando.

La traversée (2001) narra di Stéphane Bouquet, un giovane alla ricerca di un padre americano che non ha mai conosciuto. Parte allora per gli Stati Uniti: Sébastien Lifshitz l'accompagna e lo filma. Un'amicizia, dunque, si trasforma in film, un film che propone (ed è una costante nella cinematografia del regista) quella paterna come figura essenzialmente virtuale. Nella prima parte si ricostruisce il passato del protagonista (la sua voce fuori campo scandisce il fluire delle immagini), scavando (e lasciando che si scavi), impietosamente il proprio vissuto: emergono le asperità di un'adolescenza sofferta, il disorientamento sessuale, la mostruosità di un rapporto divorante con la madre. La presenza del regista, dapprima solo evocata, si fa più marcata ed evidente nella seconda parte, quando Stéphane risponde a una serie di domande e si rivolge spontaneamente a chi lo sta riprendendo. La traversée è un'opera (documentario, road movie, diario e molto altro ancora), scorticante e bellissima che, muovendosi sul dualismo di ciò che si racconta e ciò che si mostra, solo apparentemente indulge sull'esperienza del viaggio e sui suoi risultati (il padre di Stéphane viene trovato, ma l'incontro non viene filmato, solo raccontato), essendo tutta protesa alla resa delle emozioni del protagonista, del suo sforzo di rimpiazzare un patrimonio immaginario (a suo modo rassicurante, poiché sostanzialmente idealizzato) con una messe di elementi, incogniti certo, ma finalmente concreti. Le sue riflessioni, i suoi dubbi si estendono non solo alla novità che perviene nella sua vita ma anche al film che ha girato e sta girando, a ciò che lo ha spinto ad accettare il progetto di Lifshitz (sostituire un film mentale con un film in pellicola), a ciò che un documento del genere può significare, non solo per lui, ma per tutte le persone che vi sono coinvolte.

Si rivedono volentieri anche i due mediometraggi Les corps ouverts (1997, Remi, dopo l’incontro – anche carnale – con un regista mette in discussione tutto: vita, lavoro, sesso) e Les terres froides del 1999, (il primo padre ritrovato), due bei lavori che contengono in nuce tutto il mondo poetico del regista, pronto a sbocciare nella piena padronanza dello stile e della materia.
Naturalmente sono stati proposti anche i due lungometraggi distribuiti in Italia, Quasi niente (2000) e Wild side (2004), il capolavoro del regista.
Intervista a Sébastien Lifshitz.


CORTOMETRAGGI


Concorso

I corti visti in concorso, tutti mediocri prodotti che osano il nulla a parte la sentenziosità, vanno da Doce e salgano di Chico Lacerda (Brasile, 2007), gioco di sguardi di marca disastrosamente semiamatoriale, agli svedesi Kompisar di Magnus Mork (2007) e Lucky Blue di Hakon Liu (2007), entrambi attenti al frammento e al quotidiano, più incisivo e pulito il primo, decisamente innocuo e barboso il secondo. Non ci dice di più Mateusz di Wojciech Szarski (Polonia, 2007), loffia analisi di identità riflesse in un rapporto padre-figlio entrambi segretamente gay. Landleben (Svizzera, 2007), l'incontro combinato tra un ragazzo che vive tra le montagne e un coetaneo di città con relativo, demenziale scontro, è lavoro sciapo di rassicurazione tutta televisiva. Infine Mars di Marcus Richardt, (Germania, 2007), racconto di formazione che rasenta il grado zero dell'elaborazione, viene superato solo dallo smielatissimo Café com leite di Daniel Ribeiro (Brasile, 2007) saggio di correctness bacchettona fino al ribrezzo. La tendenza generale, se ha senso rinvenirne una, ci pare quella a raccontare la giovinezza così come si svolge in contesti differenti ma riconoscibili (la famiglia, la strada, i ritrovi amicali), ma seguendo binari prevedibili e informando i lavori di una patina di moralismo vagamente pelosa.

Cose da non fare

Quattro lavori (dvd e digibeta) del regista belga Patrick Carpentier: il video come una pagina nella quale fermare le proprie esperienze, un diario intimo per immagini. Voce fuori campo e flash sul quotidiano: interessante e con qualche intuizione quando il progetto risponde a una struttura riconoscibile e a un disegno preordinato (la lista di Ne plus prendre l'ascenseur, 2001, la banalità del soffrire scandita dal tempo di Les 9 mardis, 2005), gioco facilmente onnicomprensivo e vagamente gratuito quando si fa più libero e destrutturato (God is a dog, 2004), fatte salve brucianti intuizioni visive (Images of the human body, 2002).

For a relationship di Jim Verburg (Canada, 2006), il meglio del pacchetto, è uno stream di foto in rapidissima successione che racconta in quattro minuti i momenti salienti della storia d’amore tra il regista e il suo compagno. Delicato e di grande effetto.

Se Induction di Nicolas Prevost (Belgio, 2006) getta fumo negli occhi con immagini molto ricercate che interrogano la stessa illusorietà cinematografica, tra fantasmi freudiani e derive quasi horror, Viril di Daniel Manivel (Francia, 2007), tra ammiccanti intellettualismi e demenzialità spinte, presenta sette modelli di possibili mascolinità riuscendo a naufragare nelle sue buone intenzioni. Sempre meglio, comunque, della boriosa seriosità di Christophe Chemin che con Nous ne serons pas les dernières (Francia 2006) mi regala un catalogo presuntuoso di tutte le cose che non vorrei mai vedere: dolore e morte banalizzati e sciolti in sguardi vacui, immagini grevemente simboliche, sussurri e grida. Preferisco ridere.


Die young stay pretty – Il cinema di Pascal Robitaille

cinque video in bianco e nero di Pascal Robitaille (tutti Canada, 2007) sono altrettanti sguardi sull’adolescenza e la giovinezza in chiaro odore vansantiano: il mesto collage di immagini di Chlore (con un folgorante inizio: primo piano stretto sul volto del protagonista mentre l’acqua gli scorre sul volto deformandone i lineamenti) interpretato da Olivier Croteau, il neonato della copertina di Never mind dei Nirvana (alla solitudine e alla poetica di Cobain fanno chiaramente riferimento i lunghi piani sequenza che compongono il lavoro). Tralasciando gli episodi più marcatamente narrativi, dispersivi e forzati (Le gout du neant e Je me souviens) il regista dimostra in più momenti una notevole capacità di creare suggestioni visive (la bella sovrapposizione di Fade into you e soprattutto il folgorante In your horse: i due ragazzi distesi sul letto, il corpetto in gommapiuma che disegna un torace abnorme, il sonno del machismo che incombe).


Pop fantasmagorie

La camera di Ra Di Martino (Italia, 2006) duetto quasi demenziale che porta un uomo e una donna a recitare voci tratte dall’archivio dei cinegiornali del Luce. Nel perimetro ideale di una camera disegnato su una collina (il pensiero va a Ciprì e Maresco) le due voci portano a galla frammenti sparsi di un’epoca. Il risultato è intelligente, stralunato e molto molto divertente.

Entracte (Francia, 2007) gioca sull’assurdo nel dialogo tra un ragazzo, una ragazza e un fantasma che sembra aver condiviso l’intimità con entrambi. Privilegiando il tono stranito del teatro d’avanguardia il lavoro è una deviante, appuntita riflessione sulla giovinezza che appassisce.

La collezione di sei corti di Guy Maddin (Fuse boy – coregia di Jody Shapiro -, Rooster, Zookeeper, Chimney, Audition 01 e 02, Canada 2005) costituisce parte del progetto Workbooks e conferma il canadese quale scatenato cantore dell’immagine perduta, della poesia del cinema delle origini come punto di partenza per un lavoro profondamente contemporaneo: frammenti in bianco e nero, dipinti, graffiati, quasi decomposti si ripetono ossessivi, montati in loop, si sovrappongono esaltando un concetto di sensualità gioiosamente masturbatoria.
Un florilegio di feticci visivi di potenza visiva stupefacente.

The Patterns Trilogy di Jamie Travis (Canada, 2005/2006) non è solo la cosa più bella vista al Festival ma una delle cose più notevoli dell'annata tutta. Il giovane filmaker canadese, scansando il mero pastiche e dall'alto di una maiuscola direzione artistica, maneggia ironicamente Hitchcock (alcuni luoghi tipici, la suspense, l'uso delle musiche), Lynch (il mystery, la fuga onirica, le derive surreali), Jan Svankmajer (la stop motion). Cura maniacale del décor, costruzione sghemba, scrittura di intelligenza sopraffina, grande ironia per un lavoro che punta sempre verso direzioni inaspettate (certe atmosfere sospese riportano addirittura all'horror giapo). Il catalogo festivaliero cita Greenaway (probabilmente per l'uso pertinente e funzionalissimo delle scomposizioni dello schermo e il raffinato design) e, volendo, per certa malinconia e alcuni spunti visivi anche parlare di Gondry non sembrerebbe a sproposito, anche se il riferimento più esatto è, a mio avviso, François Ozon (interrogato dal sottoscritto sulla questione, il canadese confessa di adorarlo). Non inganni comunque l'enorme quantità di spunti derivativi: Jamie Travis (l'anno scorso fu premiato il suo corto The saddest boy in the world) ha personalità da vendere e presenta, con la sua trilogia pop, orgogliosamente formalista, un peculiare campionario d'autore, un delirante catalogo di ossessioni del tutto persuasivo. La genesi è indicativa: Patterns nasce come corto unico che narra di Pauline, una ragazza che attende una telefonata che alla fine arriverà. A Travis viene poi l'idea di narrare l'episodio dall'altra prospettiva, quella di Michael, l'interlocutore telefonico, in un secondo episodio speculare al primo. La trilogia si chiude con una sorta di episodio-epilogo in cui a sorpresa irrompe il documentario (i retroscena della liason vengono rivelati da interviste ai protagonisti) e i nodi vengono al pettine in chiave musical. Creativo quanto rigoroso, stravagante quanto lucido, The Patterns Trilogy (un lunghissimo applauso di una platea entusiasta) è un capolavoro, un melodramma marziano che ci parla, in prima istanza, di un talento vero di cui, c'è da giurarci, sentiremo ancora parlare.
Ho avuto i brividi, confesso.
Incrocio uno dei curatori della rassegna, Cosimo Santoro, e gli esterno il mio entusiasmo: "Straordinario, vero?” mi dice “Non è neanche a tematica gay, ma era talmente bello che lo abbiamo voluto lo stesso. Dobbiamo mica giustificarci?". Certamente no.
…I before E, except after C. Or when sounding like eigh, as in neighbour or weigh…




In ordine sparso…

EUROPA MON AMOUR


Ripropone, tra le altre cose, lo sconvolgente gioiello di Joao Pedro Rodrigues, O fantasma e il suo secondo, e al momento ultimo film, Odete.

CLASSICI&MODERNI


Una serie di (ri)proposte: dalla macchietta irresistibile di Tognazzi e de Il vizietto di Molinaro (1978), allo stanco Montaldo che maltratta un Bassani da riscoprire (Gli occhiali d'oro, 1987), da un titolo-simbolo degli anni 80 (non solo un periodo, una vera marca, pregi e difetti) come Making love di Arthur Hiller, allo straordinario The Terence Davies Trilogy (1984, rivisto dopo anni conserva tutta la sua potenza). Si rivede volentieri anche il primo Gus Van Sant (Mala noche, 1985, in un bellissimo bianco e nero, ci ricorda quali ascendenze viscerali e quasi cassavetessiane ha l'attuale cinema, tutto di testa, dell'americano).

JODIE UN’ICONA


Torino celebra Jodie Foster proponendo un film poco visto in Italia, The New Hotel Hampshire di Tony Richardson (1984). Se la riscrittura per immagini del bellissimo romanzo di John Irving non vale la sua base di partenza è d'altra parte utile confrontarsi con questo titolo per comprendere, a ragion veduta, da dove proviene il parametro della famiglia americana così come rappresentato in tanto cinema indipendente attuale (da Irving, per l'appunto). In questo senso questo film, nella concentrazione di certi elementi (pansessualismo, incesti, suicidi, depressioni, tragici eventi, stravaganze varie) assume caratteri quasi presagici.

Come al solito il programma risulta sterminato, tanto da indurci all'elenco affrettato di documentari, omaggi (Joe Oppedisano, Parker Williams e soprattutto Stanley Kwan, presente al festival) e il ciclo J-ENDER BING BANG LOVE IN JAPAN con titoli quali Lady Oscar di Jaques Demy (1979), Bing Bang Love, Juvenile A di Takashi, Gohatto di Oshima e tantissimi altri.

 

 

 

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