a cura di 
Luca Pacilio
con un contributo di
Stefano Trinchero

 

Il Torino GLBT Festival trasloca dal Teatro Nuovo, sempre più fatiscente (ed è un degrado da fermare per il palco più importante del balletto contemporaneo in Torino), per sbarcare all’Ambrosio (tre ottimi schermi già a disposizione dell’ultimo Torino Film Festival). Sull’onda polemica (la commissione degli studenti delle superiori che, per la prima volta, nega la sovvenzione alla manifestazione: sintomo chiaro - altri sono agli onori della triste cronaca - che il medioevo è davvero trendy) la kermesse si conferma importante occasione per sondare lo stato di un cinema che, più o meno militarmente, fa delle tematica omosessuale il centro della propria riflessione, non solo a livello di contenuto e filosofia ma anche di estetica e gusto e che, confermando la propria indiscussa capacità di relazionarsi bene con il suo pubblico (sempre più numeroso) riesce a coniugare, come poche manifestazioni, impegno e divertimento, eventi culturali e occasioni festaiole.

Concorso Lungometraggi

Di The bubble di Eytan Fox (di cui è stato proiettato anche il cortometraggio Gotta have heart del 1997, patinatissima fantasia gay in forma di musical, spottistica e chiaramente debitrice, sul piano figurativo, alla fotografia di Pierre et Gilles), riferisco in separata sede. Premio del pubblico.
Schopenauer di Giovanni Maderna (Italia, 2006), narra di due studenti universitari che si recano in una villa di campagna per intervistare un anziano scrittore. I ragazzi permangono nella villa in attesa di essere ricevuti e condividono le giornate con gli abitanti della magione, sorta di discepoli del maestro. Opera rigorosa, composta di frammenti antididascalici che contribuiscono a creare ipotesi, sottraendo certezze allo spettatore, il film, rimandando a Tsai e all’ultimo Van Sant, sembra constatare le circostanze piuttosto che descriverle e compone un pregevole puzzle, intimo e nichilista, fatto di elusioni, brevi scampoli di dialogo, estratti di situazioni, proponendosi dunque come occasione di riflessione sulle possibilità del linguaggio cinematografico e sulla illusorietà della rappresentazione (il titolo, attraverso il cognome del filosofo, allude anche a questo) fuori dalle consuete logiche produttive e distributive delle opere nostrane.
Di Jean Marc Barr e Pascal Arnold, Chacun sa nuit (Francia/Danimarca 2006) è la storia, ispirata a un fatto realmente accaduto, di Pierre, carismatico giovane che catalizza attorno a sé l’esistenza di un gruppo di coetanei e che viene misteriosamente ucciso. La sorella indaga per conoscere la verità: dietro la vita della quieta provincia francese si scoprono mondi (sentimentali e sessuali) paralleli. Il film, ribadendo la tradizione transalpina di un realismo di spessore, mostra una disinvolta capacità di scrittura dei dialoghi (dovrebbe essere un esempio per molti sceneggiatori di casa nostra che si consacrano all’altare dell’orrida letteratura) e, procedendo per disordinati flashback, convince soprattutto per la naturalezza con la quale tratteggia i personaggi e le loro complesse relazioni. Non tutto funziona, qualche sottolineatura di troppo c’è, ma il film riscatta le sue imprecisioni con la forza dell’asciutto lavoro registico e del convincente gruppo di giovani interpreti. La Zentropa coproduce (Barr, già autore del film-dogma francese Lovers, è uno degli attori prediletti di Von Trier).
La qualità del cinema francese è poi confermata in pieno da L’homme de sa vie (2006) di Zabou Breitman: l’estate della famiglia Enguerrands e il rapporto di amicizia tra Frédéric e il vicino Hugo, che si fa sempre più complice e intenso, sono narrati con grande sensibilità e ricchezza di sfumature; l’opera, riflessione sulle imprevedibili evoluzioni amorose e la vita di coppia, è densa di efficaci suggestioni visive ottenute con poche, semplici pennellate (ombre e luci, piani ravvicinati, dettagli in macro, angolazioni impreviste, garbati onirismi, tableau vivant), sempre perfettamente funzionali. La regista non teme la messe di elementi, facendoli convivere con equilibrio ammirevole, e, giocando coi ricorsi della vita quotidiana e una cronologia azzardata, dipinge un misurato quadro di storie e sentimenti sinceramente toccante.
Discorso completamente diverso per Glue – Historia adolescente en medio de la nada (Argentina/UK 2006) di Alexis Do Santos, fiera del luogo comune per narrare il brutto periodo del sedicenne Lucas. Tutto il repertorio del disagio adolescenziale viene saccheggiato e spalmato in un’opera prolissa e banale, girata con macchina e mano e con inserti in Super 8. Gran Premio della giuria, una valanga di perplessità.

Panoramiche Lungometraggi

Oltre al già trattato Farval Falkenberg (era a Venezia):
Fragile di Laurent Nègre (Svizzera, 2005) il rapporto problematico tra un fratello e una sorella si esaspera alla morte della madre (un gradito ritorno: Marthe Keller): tentativo parzialmente riuscito di scavo psicologico, con più di una forzatura e ossequi a convenzioni narrative, che alterna piani temporali (sparsi flashback di vita familiare da un lato e il racconto delle ore che seguono alla morte del genitore, dall’altro) e si suggella con la ritrovata intesa tra i due giovani.

Fuori Concorso

Il film di apertura Crustacés et couquillages di Olivier Ducastel e Jacques Martineau (Francia, 2005) è una commedia, già presente alla Berlinale due anni fa, che gioca sulle apparenze, i sotterfugi e una bizzarra serie di equivoci che coinvolgono i membri di una famiglia in vacanza al mare e che si trasforma in una involontaria ricerca del proprio sé più autentico e sincero. Il film gestisce molto bene i passaggi da una situazione all’altra e incastra senza forzatura alcuna le vicende dei vari personaggi, non disdegnando gli estremi dell’ardita pochade (il personaggio dell’amante della moglie) o del dramma più riflessivo. E’ il tono divertito (e divertente) comunque a prevalere nella descrizione degli imprevisti percorsi amorosi dei personaggi, nel sapido ricorso ad alcuni tormentoni (i richiami sessuali: il rumore dell’acqua della doccia casalinga, la vibrazione del cellulare) e, soprattutto, nel conclusivo, ozoniano numero musicale che suggella con brio la riuscita del lavoro, molto ben interpretato dall’intero cast (per tutti la deliziosa Valeria Bruni Tedeschi).
Cover boy…L’ultima rivoluzione (Italia, 2006) di Carmine Amoroso, è un film a basso costo che racconta dell’amicizia tra un immigrato rumeno e un operaio precario in una Roma inospitale. Il faticoso dibattersi per non affondare è raccontato secondo un codice ampiamente sfruttato ma il film ha alcuni sprazzi di autenticità e una scrittura non completamente disprezzabile. Le cadute non mancano e la descrizione degli ambienti è di maniera (non manca il “bozzetto italiano” interpretato da Luciana Litizzetto) ma i due punti di vista (interno ed esterno) sulla realtà italiana azzeccano più di qualcosa.
Brand upon the brain! (USA/Canada 2006), pellicola a dir poco sontuosa di Guy Maddin, è un lampo di accecante, immaginifica bellezza: in 12 capitoli, la storia deformata dal ricordo mitizzante del protagonista (si chiama Guy Maddin, guarda un po’) che torna all’isola della propria infanzia e rivive, tra squarci gotici e intermezzi favolistici, la sua strana vicenda (che comprende una madre immanente che controlla l’isola dal faro, un padre inventore di marchingegni inquietanti, una sorella che si innamora di un ragazzo-detective che si rivela essere una ragazza, orfanelli con strani segni sulla testa): invenzioni a rotta di collo per un film muto, vagamente espressionista, con puntate nell’horror, molto divertente, poetico senza sdilinquimenti, surreale quando non demenziale, che conferma l’amore del regista per certo cinema delle origini ma filtrato da un gusto tutto contemporaneo (il vertiginoso montaggio) e spirito felicemente anarcoide, visivamente spettacolare. Un’opera memorabile, presentata in molti festival sotto forma di esibizione con orchestra e voce narrante (nel film è quella di un’adorabile Isabella Rossellini).
Il Festival è stato chiuso da Another gay movie (USA, 2006) di Todd Stephens, film fenomeno in patria che recupera tutto il repertorio del teenage movie un po’ porcellone declinandolo bellamente in chiave gay. Non manca nulla: i ragazzi che s’impegnano a perdere la verginità entro la fine dell’estate, i tentativi goffi di trovare un partner, scene con merda&vomito, criceti nel retto, il personaggio belushiano affidato a una lesbica e una serie di citazioni (da American Pie a Tutti pazzi per Mary, con una puntata onirica su Carrie di DePalma - !-). Il film ha passaggi assai divertenti e molte ovvietà ma, se preso in termini di operazione, risulta un campionario di topoi con un suo rigore filologico.

Omaggio a Philippe Vallois

Regista sconosciuto in Italia, emarginato dalla distribuzione nel suo paese, stanti le coraggiose scelte tematiche dei suoi film, Vallois è da considerarsi a tutti gli effetti un precursore, essendo l’esplicita tematica omosessuale pressoché inesistente nel cinema francese fino agli anni 80 al di fuori dei circuiti specializzati). Il festival lo omaggia proponendo quattro dei suoi film.
Johan, journal intime d’un été 75 (1975-2006) è il primo “film gay” del cinema francese (PV: incontro a Parigi il bello e pericoloso Johan. Decido di fare un film sulla nostra storia e di far interpretare a lui il suo ruolo. Viene arrestato e messo in prigione durante la preparazione del film. Sono pronto rinunciare al progetto benché abbia a disposizione qualche mezzo e una troupe. Mi viene l’idea di girare Johan senza Johan). Sotto forma di godardiano diario di lavorazione, Vallois immagina un film possibile, racconta l’opera che farebbe (e che in parte fa), provina attori per la parte del protagonista, rievoca episodi di vita vissuta, li ricostruisce, in parte, con la presenza anche degli effettivi protagonisti (la madre del regista nella parte di se stessa), entra ed esce dalla finzione e consegna un film intimo e una trasversale inchiesta sui costumi sessuali dell’epoca. L’opera, all’epoca presentata a Cannes, sparita dalla circolazione per anni, è stata rieditata solo nel 2006 in dvd con inclusione di scene tagliate (è la versione vista al festival, integrata dal documentario Johan – Secrets du tournage). Nous étions un seul homme, cult sotterraneo del 1979 (durante la seconda guerra mondiale Guy, fuggito da un manicomio, vive una condizione semiprimitiva in un cottage di campagna abbandonato. Il soccorso offerto a un soldato tedesco ferito, Rolf, cambia la sua vita) è un ritratto, tenero e forte al medesimo tempo, della graduale, naturale costruzione di un menage, con momenti visivamente ricercati e un uso efficace del contesto naturale.
Unico 35mm della sua carriera, Haltéroflic (1983), proponendo un’esposizione narrativa quasi ortodossa (un poliziotto viene a contatto con il mondo del body-building e stringe un’amicizia con l’atleta sospettato di un omicidio, un rapporto che assume i caratteri morbosi di un dominio fisico e mentale) non fa desistere Vallois dallo scompaginare la struttura dell’opera con sipari musicali e visionari stralci di chiara marca surrealista. E di stampo surrealista sono molte delle derive visionarie dell’ultima opera del regista, un nuovo, vibrante diario intimo intitolato Sexus dei (2006), girato in digitale (il destino di un regista – lo stesso Vallois – si incrocia con quello di un uomo che scopre la sua omosessualità e della sua donna – la voce narrante - che raccoglie impressioni e vicende in un quaderno che diverrà un libro): appunti di viaggio (le magnifiche sequenze girate a Beirut e in Marocco), confessioni a cuore aperto, mescolio di finzione e realtà, iniziazioni sentimentali e sessuali, divertiti deliri religiosi, amplessi tormentati e/o liberatori, impudici ed espliciti, elaborazione di un lutto, morte e rinascita del desiderio in un film che non mette mai da parte l’ironia, e che è testimonianza dello stato straordinariamente vitale della creatività del regista francese.

Studio 54

La sezione iconica ha poi celebrato gli anni d’oro della disco music e la sua musa Donna Summer con le proiezioni di
Thank God it’s friday di Robert Klane, sgangherato cult del 1978, che trova nell’ingenuo intreccio delle vicende dei personaggi (di chiara marca televisiva), nel curioso cast (Jeff Goldblum, Debra Winger, Donna Summer tra gli altri), nel suo intento celebrativo della febbre dance (il film con Travolta, di altro spessore, gli è contemporaneo) e nella esibizione dei Commodores di Lionel Ritchie le ragioni della sua fama. Sintomatico.
54 (Director’s Rough Cut) di Mark Cristopher (1998): il film, nato come produzione indipendente, fu totalmente stravolto dalla Miramax che ne volle fare un blockbuster, eliminando tutti i riferimenti alla bisessualità del protagonista e imponendo scene non previste nello script originale. Al Festival si è vista la copia lavoro che all’epoca era stata accolta con grande entusiasmo ad alcune proiezioni di prova, prima che nelle mani della major divenisse, come ebbe modo di dire la produttrice Dolly Hall, 55.

Vanno infine ricordate le ampie sezioni dedicate ai cortometraggi e ai documentari oltre agli omaggi a Ron Athey, Andy Warhol e Jenni Olson. Sulla retrospettiva Kenneth Anger riferisce Stefano Trinchero.

Luca Pacilio

 

 

Omaggio a Kenneth Anger

La riuscita della retrospettiva dedicata dal Festival a Kenneth Anger è stata determinata non solo dalla proiezione dei film del regista ma anche dalla contestuale visione di una serie di film che ne hanno accompagnato la programmazione e che sono risultati in qualche modo legati all'opera dell'autore di Hollywood Babylonia. Alcuni film selezionati personalmente da Anger hanno potuto fornire un interessante compendio del potere visionario del suo cinema rievocando la radici di un immaginario che ha plasmato l'iconografia omoerotica (“Un chant d'amour” di Jean Genet) e versando il proprio tributo alle teorie del cinema di Eizenstein (“Que viva Mexico!) e alla deriva magica del cinema di Melies, influenza primaria dell'estetica angeriana qui omaggiata con le proiezioni di “Les voyage dans la lune”, “Le voyage à travers l'impossible”, “Le Raid Paris-Montecarlo en deux heures” e “A la conquete du Pôle”. La visione dei film di Melies in particolare ha funzionato da chiave di lettura introduttiva alla visionarietà di un cinema che ha rimesso in discussione il processo di realizzazione e fruizione del cinema stesso, rivestendolo di una funzione cerimoniale (“Invocation of my demon brother”, “Lucifer rising”...) collocata nel cuore dell'esperienza audiovisiva.

Stefano Trinchero

 

 

Homepage