a cura di Alessandro Baratti

 

Introduzione: Edizione 6: ricchezza e complessità
Independent Korea
A SHARK - Kim Dong-hyun
DRIVING WITH MY WIFE’S LOVER - Kim Tai-sik
FANTASTIC PARASUICIDES - Park Soo-young, Cho Chang-ho, Kim Sung-ho
OFF ROAD - Han Seung-ryong
Corti, Corti
I’M NOT THAT KIND OF PERSON - Lee Seung-young
MONOLOGUE#1 - Kim Jong-kwan
RINGWANDERUNG - Park Jong-young
RIVERSIDE EXPRESSWAY - Yoo Seong-yeop
SEUNG-A - Kim Na-young
WANT YOU - Lee Jang-ho
Orizzonti Coreani
A LOVE - Kwak Kyung-taek
ATTACK ON THE PIN-UP BOYS - Lee Kwon
BEAUTIFUL SUNDAY - Jin Kwang-kyo
BEYOND THE YEARS - Im Kwon-taek
BOYS OF TOMORROW - Noh Dong-seok
RADIO STAR - Lee Joon-ik
THE RAILROAD - Park Heung-sik
THE SHOW MUST GO ON - Han Jae-rim
SOMEONE BEHIND YOU - Oh Ki-hwan
TEXTURE OF SKIN - Lee Sung-gang
TRACES OF LOVE - Kim Dai-seung
TWO FACES OF MY GIRLFRIEND - Lee Seok-hoon
Rassegna LEE YOON-KI
Rassegna LEE MYUNG-SE
Korean Women Directors
 

 

Edizione 6:  ricchezza e complessità

Giunto alla sesta edizione, il Samsung Korea Film Fest, affermata manifestazione fiorentina dedicata alla cinematografia sudcoreana, ha registrato quest’anno una decisa crescita quantitativa e qualitativa. Tenutosi all’Auditorium Stensen dal 7 al 15 marzo, l’evento ideato e diretto da Riccardo Gelli ha presentato un ricchissimo programma (30 lungometraggi e 6 cortometraggi) articolato in cinque sezioni: il consueto focus su un cineasta affermato e uno emergente (rispettivamente Lee Myung-se e Lee Yoon-ki, entrambi ospitati a Firenze per l’occasione), una sezione composta da pellicole girate da donne (Korean Women Directors), la classica vetrina Orizzonti Coreani (assortita panoramica sulla produzione contemporanea), una selezione di cortometraggi provenienti dai dipartimenti di cinema delle università coreane (Corti, corti) e, novità assoluta, un’importantissima apertura alla produzione indipendente con quattro lungometraggi raccolti sotto l’etichetta Independent Korea.
Se l’edizione del 2007 si era contraddistinta per una rigorosa impostazione cultural (tesa a considerare i film come frammenti di un più ampio mosaico culturale), quella del 2008 è stata invece caratterizzata da una marcata impronta esplorativa: nel complesso la rosa di pellicole presentate ha offerto un’immagine il più possibile sfaccettata e complessa della produzione coreana contemporanea. Non solo due autori diversissimi tra loro (il decostruzionista Lee Myung-se e il minimalista Lee Yoon-ki), ma anche una prospettiva al femminile sulla società, un ventaglio di proposte filmiche differenziate e, soprattutto, un assaggio di quella produzione indipendente che molto probabilmente riscriverà da cima a fondo il volto del cinema coreano del domani.
Anche la  supervisione critica ha beneficiato di un sensibile arricchimento: al collaudato e competente apporto di Paolo Bertolin si sono aggiunte le collaborazioni di Andrea Bellavita (sezioni monografiche, Korean Women Directors) e del sottoscritto (Orizzonti Coreani, Corti, corti, Independent Korea). Una triplice conduzione che, interpretando personalmente la direzione artistica di Riccardo Gelli, ha movimentato e diversificato la lettura dei testi filmici, dando al pubblico la possibilità di sentire più voci e più traiettorie critiche. Vincitore del premio del pubblico (da quest’anno le sezioni Orizzonti Coreani e Independent Korea sono state sottoposte al voto) è risultato The Railroad di Park Heung-shik, seguito da The Show Must Go On di Han Jae-rim, con Two Faces Of My Girlfriend in terza posizione. Immancabile il ringraziamento ad Antonio Pirozzi dell’Ufficio stampa: professionista (e amico) di rara accortezza.


 

Independent Korea

 
A SHARK

(
Sang-eo – Uno squalo)

Corea, 2005, Film, Colore, 109’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Kim Dong-hyun

Interpreti: Kim Mi-ya, Hong Seung, Gu Sung-hwan, Hong Ki-joon 

Sceneggiatura: Kim Dong-hyun

Fotografia: Go Jung-ho
 

 

Trama. Quattro individui (Eun-suk, una donna profondamente traumatizzata da una violenza sessuale; Yu-su, un ex detenuto appena uscito dal carcere; Yeong-cheol, un pescatore intenzionato a riscuotere un credito e Jun-gu, il debitore di Yeong-cheol che trascorre giornate intere a giocare a poker) incrociano i loro destini nella città di Daegu, in un torrido giorno d’estate.

Attenzione: “A Shark” è senza ombra di dubbio il film a rischio di questa edizione del festival. Sconclusionato, pesantemente autoriale, programmaticamente antispettacolare, il lungometraggio di esordio di Kim Dong-hyun (già aiuto regista del maestro Bae Yong-kyun) racconta lo spaesamento esistenziale di quattro reietti per le strade di Daegu (la quarta città della Corea in ordine di importanza dopo Seoul, Pusan e Incheon). Il caldo soffocante, lo squallore urbano e le miserie di un tessuto sociale degradato dominano questo dramma corale in cui i protagonisti si trascinano stancamente da un lato all’altro della città senza concludere praticamente nulla, se non incrementare la quantità media di sudore prodotta dal centro abitato. L’intreccio è a dir poco contorto: dopo essere stata aggredita e violentata da un manipolo di teppisti, Eun-suk scappa di casa e, in totale confusione mentale, finisce in un parco dove passa le sue giornate a fissare il sole cocente e aspettare la pioggia. Qui si imbatte in Yu-su, ex detenuto recalcitrante all’idea di tornare agli affetti familiari, e in Yeong-cheol, pescatore bamboccione arrivato in città per riscuotere un credito da un amico, Jun-gu, al quale ha portato, come prova tangibile di un’affermazione telefonica, un piccolo squalo bianco pescato il giorno prima. Caso vuole che la sciroccata Eun-suk scambi il cattivo odore proveniente dalla borsa in cui è custodito il pescecane per l’odore del figlioletto (sì, perché la donna aveva partorito un bimbo morto che, iniziando a imputridire, le era stato coattamente sottratto e sepolto). Convinta che nella borsa ci sia il figlio perduto, Eun-suk inizia pertanto a seguire e tartassare Yeong-cheon e Yu-su affinché le restituiscano il bambino, costringendoli a fuggire allarmati per le vie di Daegu. Nel frattempo Jun-gu, il debitore insolvente, gioca spensieratamente a poker, finendo per perdere i soldi che deve a Yeong-cheon. Poi arriva la pioggia e rimette a posto ogni cosa (o forse no ma non importa). Con un intreccio del genere, non è chi non veda, il comico involontario è costantemente in agguato e a volte sembra addirittura impossessarsi del film (anche se è difficile stabilire quanto l’effetto sia involontario o quanto sornionamente calcolato). Assurdità varie e oggetti ad altissimo potenziale simbolico (lo squalo su tutti) rendono lo sviluppo del racconto ancora più difficoltoso. Tuttavia questa esasperata/esasperante artificiosità di situazioni è padroneggiata da una messa in scena di scabra essenzialità e disadorna raffinatezza: pur condizionato dalla basicità del medium digitale, Kim Dong-hyun gioca sulle sottrazioni e sulle ellissi adottando uno stile visivo originalissimo, ora prediligendo geometriche inquadrature fisse (la sequenza domestica della telefonata di Yeong-cheol a Jun-gu) ora lasciandosi contagiare dalla burrascosa concitazione degli eventi (la sequenza della doccia forzata di Eun-suk, girata con una schizzatissima macchina a mano), fino ad abbandonare ogni ritegno e sciogliere tutte le tensioni accumulate in un fluentissimo montaggio alternato al ritmo di bossa nova (“O morro não tem vez” di Antonio Carlos Jobim & Vinicius de Moraes). Di questo lungometraggio d’esordio stupisce infine la straordinaria nitidezza con cui dalle immagini emerge un’idea di cinema profondamente personale: un’impronta che se possiede dei modelli di riferimento (probabilmente Tsai Ming-liang, forse il Kim Ki-duk formalmente più aspro) li ha assimilati in maniera così matura da non lasciarne alcuna traccia in superficie. Un film (e un cineasta) da difendere e coccolare senza tentennamenti. Presentato nel 2006 all’11° Pusan International Film Festival.

KIM DONG-HYUN

Iniziata la sua carriera come assistente regista a fianco di Bae Yong-kyun in “The People in White” (1995), Kim ha successivamente diretto alcuni corti quali “From Island” (1997) e “A Starving Day” (2004). “A Shark” è il suo lungometraggio d’esordio.

Filmografia
“Hello Stranger” (2006)
“A Shark” (2005)
“A Starving Day” (2004)
“From Island” (1997)

 

 
DRIVING WITH MY WIFE’S LOVER
(
Anae-ui aein-ul mannada – Viaggiando con l’amante di mia moglie)

Corea, 2006, Film, Colore, 93’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Commedia

Regia: Kim Tai-sik

Interpreti: Park Kwang-jung, Jeong Bo-seok, Jo Eun-ji, Kim Sung-mi, Oh Dal-su, Yoo Yun-soo, Park Chul, Jin Mi-sun, Kim Hyo-jeong, Arnold Michael, Woo Yoo-jung

Sceneggiatura: Kim Tai-sik

Fotografia: Jang Sun-bong

 

Trama. Accortosi che la moglie lo tradisce, Tae-han, un incisore di sigilli proveniente dal piccolo centro di Naksan, si reca a Seoul per intercettare Jung-shik, l’amante della consorte che col suo taxi si sta dirigendo proprio a Naksan per un appuntamento clandestino con la donna. Durante il viaggio coast to coast i due avranno modo di conoscersi e, complice un caldo torrido e intollerabile, condividere alcune bizzarre esperienze. Ma una volta arrivati nella località di mare…

Bizzarro, stravagante, giocosamente sconclusionato, “Driving with My Wife’s Lover” mette in scena il consueto conflitto tra amore coniugale, infedeltà, gelosia e desiderio di vendetta che, nelle sue infinite varianti combinatorie, abbiamo visto decine e decine di volte sul grande schermo. Ciononostante quello che rende decisamente singolare e degno di nota il lungometraggio d’esordio di Kim Tai-sik è il trattamento narrativo di una materia apparentemente logora: su una sceneggiatura imperniata sulle omissioni e sulle rivelazioni graduali, il cineasta quarantottenne dispiega tutta una serie di eventi paradossali che traggono il massimo profitto dal progressivo accumulo di informazioni, dalla stringente unità di tempo (la maggior parte della vicenda si svolge nell’arco di tre giorni) e dalla vivace interazione con gli ambienti attraversati (l’insopportabile calura estiva obbliga i due uomini a numerose fermate fuori programma). In questo percorso accidentato e divagante, il mesto Tae-han (Park Kwang-jung in una prova da incorniciare) e l’esuberante Jung-shik (Jeong Bo-seok, smargiasso al punto giusto) stabiliscono inevitabilmente un rapporto empatico che complica la situazione di partenza, senza peraltro allentare la tensione emotiva che caratterizza i loro scambi (intensificata dalla tremenda ondata di caldo). Ad una prima parte di impronta eccentricamente on the road, costellata di gag strampalatissime tra cui un’inspiegabile valanga di cocomeri, segue una seconda sezione in cui le tensioni accumulate possono finalmente esplodere: Tae-han esce allo scoperto e ribalta inaspettatamente la vicenda, ripagando Jung-shik con la stessa moneta. Ma anche in questo secondo segmento la scrittura di Kim, autore dello script oltre che della regia, gioca abilmente sulle ellissi e sulle interruzioni improvvise, lasciando in sospeso fino all’ultimo questioni di cruciale importanza e concedendo invece largo spazio alla delicata relazione che si crea tra Tae-han e So-ok (la splendida Jo Eun-ji), la moglie tradita di Jung-shik: una parentesi di tenerezza tanto improbabile quanto toccante. Visivamente Kim sciorina un’inventiva stupefacente: anziché calarsi nelle formule espanse e durative del road movie, frantuma la visione in una successione di quadri sconnessi e slegati tra di loro, dando al dettato filmico una sintassi gioiosamente spiazzante. Impostazione, questa, che rivela l’impianto fumettistico del film, ravvisabile non soltanto nella concatenazione delle inquadrature, impaginate come fossero vignette di una graphic novel, ma anche nella composizione puntuale delle immagini, talvolta architettate in modo tale da includere figure statiche in spazi statici, a sfruttare al meglio gli effetti di comicità nonsense e deadpan generati dall’incongruenza dei passaggi visivi. E a fugare ogni dubbio sulla fantasia ottica di Kim, nei primi quindici minuti di film, fa addirittura la sua comparsa la soggettiva di un gallo. Cameo logorroico di Oh Dal-su nei panni di un taxista che funge da contrappasso per Jung-Shik ed epilogo “zoologico” che riecheggia Buñuel (“Il fantasma della libertà”) e Herzog (“La ballata di Stroszek”) in un bianco e nero freddamente, sarcasticamente invernale. Senza facili scappatoie o moralismi d’accatto. 

KIM TAI-SIK

Terminati i corsi di cinema al Seoul Institute of the Arts, nel 1980 Kim si trasferisce in Giappone per ultimare la formazione.  Dopo aver studiato alla Japan Academy of Moving Images, a partire dal 1986 lavora come regista televisivo e di spot commerciali in Giappone, Australia e Hong Kong. Ha iniziato la sua carriera cinematografica come aiuto regista di Park Chul-soo in “Kazoku Cinema” (1998)  e il suo cortometraggio “32nd Dec.: Where is Mr. President?” (2002) è stato invitato al 53˚ Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Il suo primo lungometraggio ha ricevuto il supporto produttivo del Korean Film Council (KOFIC)  per i film d’arte nonché un sostegno commerciale per la diversità culturale. “Driving with My Wife’s Lover” si è inoltre aggiudicato il Premio per il Regista Emergente all’Asian American International Film Festival di New York e varie nomine al Sundance Film Festival e al Grand Bell Awards di Seoul.

Filmografia
"Driving with My Wife’s Lover" (Anae-ui aein-ul mannada, 2006)

 

 
FANTASTIC PARASUICIDES
(
Pan-ta-su-tik Ja-sal So-dong – Fantastici parasuicidi)

Corea, 2007, Film, Colore, 92’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Commedia/drammatico

Regia: Park Soo-young, Cho Chang-ho, Kim Sung-ho

Interpreti: 1: Han Yeo-reum, Tablo, Kim Ka-yeon, Park Hwi-soon; 2: Kim Nam-jin, Lee Hea sang; 3: Jung Jae-jin, Gang In-hyeong

Sceneggiatura: Park Soo-young, Cho Chang-ho, Kim Sung-ho

Fotografia: Na Hee-suek, Kim Yung-min, Park Jae-hong

 

Trama. 
1. Gina, una ragazzina un po’ secchiona, si addormenta in biblioteca e salta un esame a cui tiene molto. Chiede aiuto al professore per rimediare in qualche modo, ma questi la ignora cinicamente. Presa dalla disperazione, allora, sale sul tetto della scuola e si lancia nel vuoto…
2. Diventato agente di polizia, un ex militare segnato dagli orrori della guerra decide di togliersi la vita poiché disgustato dalla malvagità dilagante. Il luogo prescelto per il suicidio è un albergo in riva al mare: all’alba, tre pallottole sono nel tamburo e la canna tocca la tempia. Ma sulla spiaggia ci sono due uomini loschi…
3. Yim Chun-bong, un gay single, si sveglia la mattina del suo settantesimo compleanno e inizia a preparare la festa in attesa degli amici. Passano le ore ma non si presenta nessuno. Preso dallo sconforto e abbattuto dall’indifferenza generale, Yim si avvia verso i binari per “tuffarsi” sotto un treno. A pochi metri da lui scorge però un uomo vestito di nero con una borsa marrone in mano…

Prodotto dalla casa indipendente IndieStory, “Fantastic Parasuicides” è un film a episodi sul tema del suicidio (sventato). I protagonisti dei tre episodi sono infatti individui che hanno intenzione di togliersi la vita, ma il sopraggiungere di avvenimenti imprevedibili vanifica i loro propositi, persuadendoli che la vita vale comunque la pena di essere vissuta. La tematica, a evidente rischio buonismo, è declinata brillantemente dai tre registi che dimostrano, ognuno a modo proprio, di saper “lavorare” le immagini con talento e vivacità. Il primo segmento, intitolato “Hanging Tough” (“Tenendo duro”, 30’), è diretto da Park Soo-young con mano rapida e leggera: il tentato suicidio della giovane Gina (Han Yeo-reum) dà il via a una serie di situazioni strambe e paradossali (la sempre più stordita adolescente è costretta ad arginare le intemperanze di altri tre aspiranti suicidi: un suo compagno di scuola e ben due insegnanti), in  cui non è affatto agevole distinguere realtà e immaginazione. Per accentuare la spiritosa confusione, Park infarcisce l’episodio di trovate narrative (l’inizio in pieno panico, i sogni nei sogni) e visive (slow motion e fast forward in grande quantità, vertiginosi tuffi nei tubi delle macchine e giochetti simili) che riescono a impressionare e divertire senza scadere troppo nel virtuosismo gratuito. Niente di sensazionale, beninteso, ma senz’altro un risultato godibile. L’aspirante suicida coetaneo di Gina è Tablo, uno dei membri del gruppo hip-hop coreano Epic High.

Se “Hanging Tough” gioca tutto sull’impeto e sull’esuberanza, denunciando una marcata impronta fumettistica, “Fly Away, Chicken!” (“Vola via, pollo!”, 24’) frequenta al contrario territori cinematografici solenni e rarefatti, prendendoli in prestito dal repertorio bellico e da quello noir. La sequenza d’apertura ci scaraventa infatti in uno scontro militare ad altissima potenza di fuoco in un pollaio (situazione non troppo credibile a dire il vero), mentre il seguito si assesta su atmosfere che richiamano la sontuosità di Park Chan-wook (soprattutto “Old Boy”) e l’essenzialità di Kitano (“Hana-bi”), rese ancora più stilizzate dalla quasi totale assenza di dialoghi. Cosa colpisce per efficacia e originalità è tuttavia il meccanismo comico che le sgonfia: quanto più queste atmosfere sono enfatiche e magniloquenti tanto più l’abbassamento di tono è impietoso e degradante. Ecco allora la passeggiata solitaria in riva al mare trasformarsi in un ridicolo dialogo in “coccodesco” tra l’aspirante suicida e un pollo impigliato in una rete. Ecco la lettera di addio scritta con espressioni ultraretoriche essere ridicolizzata da una tronfia marcia militare e recitata sarcasticamente da una voce altisonante. Meccanismo della caricatura e dello sgonfiamento che tocca l’apice nel finale, quando il pollo liberato all’inizio “precipita” di nuovo in scena, con effetti di comicità assurda e straniante. Cho Chang-ho, classe 1972, muove la cinepresa con ghignante eleganza, divertendosi (e divertendoci) a distruggere quello che ha creato e a risolvere il tema assegnato in chiave beffardamente aperta. Valore aggiunto: il bel Kim Nam-jin nei panni del poliziotto protagonista.

L’ultimo episodio di “Fantastic Parasuicides”, “Happy Birthday”, è una sorta di terza via allo svolgimento della tematica data: stemperando i funambolismi narrativi con improvvise sospensioni drammatiche, Kim Sung-ho porta in qualche modo alla sintesi gli approcci dei due corti precedenti. Pur non privo di qualche lungaggine e calo di ritmo (d’altra parte coi suoi 38’ è il più esteso del trittico), “Happy Birthday” riesce a coniugare impaginazione fumettistica (ravvisabile nel gusto per il dettaglio squillante e nella propensione al montaggio sincopato) e raffinata compostezza (si vedano i sontuosi campi lunghi e le studiate composizioni dell’inquadratura), trovando nella misura del primo e del primissimo piano la forma cinematografica adatta per comunicare delusione, coraggio e riscatto esistenziale di un uomo giunto al settantesimo compleanno con un bruciante fallimento personale alle spalle. L’occasione per vincere paure paralizzanti e superare limiti radicati si presenta a Yim Chun- bong (il bravissimo Jung Jae-jin) proprio quando tutto sembra perduto e le persone più care sembrano averlo abbandonato. Eppure, aiutando il giovane (e carino)  Philip (Gang In-hyeong), il vecchio e intorpidito Yim ritrova quella verve e quello smalto che credeva di aver perduto quasi cinquant’anni prima. E, insieme al coraggio, ritrova sorprendentemente l’affetto e la tenerezza degli amici più cari in un finale che lancia la sorridente malinconia di Kaurismäki e la strampalata euforia di Kusturica in uno splendido tuffo a volo d’angelo nel mare. Al rallentatore, ovviamente. “Fantastic Parasuicides” è stato invitato al Sydney International Film Festival del 2008.

PARK SOO-YOUNG

Nato nel 1976 e laureatosi alla Hanyang University (Dept. of Theater & Film), Park Soo-young è autore di numerosi cortometraggi: “A Broad Day” e “My Lovely Apt” nel 2001, “A Wintering” nel 2003, “While It’s Raining” e “Beat Mania” nel 2004, “The Freaking Family” nel 2005 e “Mighty Man” nel 2006.

Filmografia

CHO CHANG-HO

Classe 1972, Cho Chang-ho si è laureato al Seoul Institute of the Arts e, dopo aver realizzato un cortometraggio nel 2002 (“A Little Indian Boy”), nel 2005 ha girato un lungometraggio invitato al Sundance Film Festival dell’anno successivo: “The Peter Pan Formula”. Lo stesso lungometraggio si è aggiudicato il Premio della Giuria all’8° Asian Film Festival di Deauville.

Filmografia

KIM SUNG-HO

Nato nel 1970, Kim Sung-ho ha studiato a New York ed è attivo in campo cinematografico dal 1997, anno in cui ha realizzato il cortometraggio di animazione “Ketchup Story”, che si è aggiudicato il Miglior Premio di Animazione al Brooklin College Film Festival. Il suo primo e unico lungometraggio, “Into the Mirror”, è del 2003 ed è stato invitato in svariati festival internazionali.

Filmografia

 

   
OFF ROAD
(
O-peu Ro-deu – Fuori strada)

Corea, 2007, Film, Colore, 84’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Noir

Regia: Han Seung-ryong

Interpreti: Jo Han-cheol, Park Su-jang, Seonu Seon, Go Seo-heui

Sceneggiatura: Kim Gwang-shik

Fotografia: Sung Seung-taek, Yoo Seung-man

 

Trama. Ex impiegato di banca improvvisatosi taxista per motivi di sopravvivenza, Sang-hoon sta per compiere, grazie ad un piano della sua donna Ju-huei, un furto ai danni dell’istituto presso cui lavorava. Mentre è nel suo taxi, in procinto di entrare in banca per prelevare il credito fittizio versato sul suo conto dalla compagna-complice (anch’essa impiegata nello stesso istituto), assiste impotente ad una rapina. Un ragazzo a volto scoperto, borsa a tracolla e pistola in pugno esce di corsa dalla banca e ingaggia uno scontro a fuoco con gli uomini della sicurezza, uccidendone uno. Vedendo il taxi parcheggiato di fronte, il rapinatore ferito a un braccio spiana l’arma contro Sang-hoon e lo costringe a fuggire con lui. Lontano dalla fottuta Seoul.

Viaggiare spalla a spalla crea legami. Soprattutto quando a procedere affiancati sono individui che condividono le stesse miserie e le stesse delusioni. Anche se i viaggiatori perseguono obiettivi diversi, addirittura incompatibili, alla fine del percorso sono destinati ad approdare all’ultima spiaggia: la disfatta. Questo lo sfondo psicologico di “Off Road”, film spavaldamente low budget, visivamente antispettacolare (girato in HD) e narrativamente guizzante: una tela morale elementare incaricata di sopportare le violente torsioni di un intreccio pieno zeppo di colpi di scena e brusche sterzate. Le coincidenze non si contano: Sang-hoon è in procinto di derubare “pacificamente” una banca, ma pochi istanti prima del colpo un altro rapinatore gli manda all’aria il piano e lo prende in ostaggio; i due si fermano in un motel per tirare un po’ il fiato, ma la receptionist approfitta della situazione per derubarli di nascosto; la tensione tra i fuggiaschi (adesso diventati tre) sembra finalmente allentarsi, ma la radio trasmette una notizia che riaccende la miccia. Così, senza un attimo di tregua, il film attanaglia l’attenzione dello spettatore, invitandolo a ricomporre un mosaico fatto di tessere sparse e incomplete (gli eventi sono spesso interrotti a metà e integrati in un secondo momento). Una sconfitta bruciante rimanda a un altro fallimento (Chul-gu, il giovane rapinatore, si becca una pallottola in pancia e si ricorda di quando è stato licenziato), un’agonia fisica si prolunga in uno strazio mentale (il lento dissanguamento di Chul-gu ricorda a Sang-hoon il suo declino esistenziale) e, infine, un suicidio ne prefigura un altro (la pistola sottratta al cadavere di un suicida finisce nelle mani di un più che probabile epigono). Il determinismo è dunque la base su cui si snoda la vibrante parabola di due loser, ai quali si aggrega, nella seconda parte, una terza outsider, la spregiudicata Ji-su,  prostituta che non teme di affrontare le conseguenze del più sconsiderato tra i gesti: rubare a dei ladri. Già co-montatore di importanti pellicole quali “Resurrection of the Little Match Girl” e “Untold Scandal”, Han Seung-ryong, al suo debutto come regista, opta per un’impaginazione nuda e cruda: astenendosi da presentazioni psicologiche preliminari, ci mostra i personaggi nel vivo dell’azione, facendo sgorgare i loro caratteri direttamente dai comportamenti, valorizzando il più possibile l’interazione col territorio (la verdeggiante provincia del Nord Jeolla, il cui capoluogo è Jeonju). Su uno sviluppo lineare del racconto innesta poi fulminei flashback che svelano gradualmente i retroscena della vicenda e, senza calcare troppo la mano con le spiegazioni, si dedica alla costruzione di una familiarità con i personaggi, approfondendoli nei succitati flashback e nelle dinamiche che si instaurano tra di loro. A caratterizzare il linguaggio filmico è un’elementarità visiva impreziosita qua e là da piccoli tocchi decorativi: improvvisi passaggi da piani ravvicinati a inquadrature più larghe, leggeri ralenti e macchina a mano nei momenti più concitati. Se a questo impianto visivo basico e frontale aggiungiamo una controllata componente autoriflessiva (durante i dialoghi si rilevano sapidi giochetti metanarrativi durante quali i personaggi parlano della convenzionalità delle situazioni – tipo il testimone destinato ad essere eliminato – prevedendo i possibili sviluppi della vicenda), sarà facile qualificare “Off Road” come un film intelligente e ironicamente consapevole dei propri limiti (soprattutto produttivi, dal momento che è stato girato in 23 giorni con un budget di soli 400.000 dollari). Una piccola guerra tra poveri che offre però inaspettati gesti di altruismo, talvolta spinti al parossismo dall’eccezionalità delle situazioni. Film d’apertura all’8° Jeonju International Film Festival.

HAN SEUNG-RYONG

Nato nel 1968, Han Seung-ryong, attivo nells School of Image Arts dell’Università di Jeonju dal 2002, è stato co-montatore di “Bongja” (2002), “Resurrection of the Little Match Girl” (2002) e “Untold Scandal” (2003). Han è anche autore di un cortometraggio intitolato “Last Statement” (2000).

Filmografia
Off Road (O-peu Ro-deu, 2007)

 

 

Corti, Corti

   
I’M NOT THAT KIND OF PERSON 
(
I’m not that kind of person – Non sono quel genere di persona)

Corea, 2006, Corto, Colore, 26’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Lee Seung-young

Interpreti: Park Sung-il, Park So-young, Jung Seo-yeun

Sceneggiatura: Lee Seung-young

Fotografia: Nak-sun Ko

 

Trama. Sang-hoo è un incorreggibile scavezzacollo: dorme fino a tardi, guida distrattamente e sfrutta il lavoro degli altri per farsi bello con i colleghi. Ma una sera, mentre torna a casa, la guida distratta lo mette nei pasticci…

Altalenante tra atmosfere da commedia e affondi nel grottesco, “I’m not that kind of person” racconta la tragica giornata di Sang-hoo, ragazzotto viziato e irresponsabile che pensa soltanto al suo aspetto fisico, al suo vistoso fuoristrada e a ingannare i colleghi riciclando lavori fatti da altri. La sua arroganza è così spavalda da deformare completamente la realtà convertendosi automaticamente in moralismo (alla ragazza a cui “scippa” il progetto rimprovera la rigidità, al ragazzo delle consegne urtato sbadatamente sibila che dovrebbe essere moralmente educato). Tuttavia la realtà si prenderà la rivincita in modo impietoso, mettendo Sang-hoo (Park Sung-il) di fronte alle sue spaventose responsabilità. Un apologo morale con escalation drammatica, insomma, questo “I’m not that kind of person”. Ma se Lee Seung-young mostra di saper padroneggiare la scrittura (i passaggi da un registro all’altro sono infatti ben orchestrati), nella regia denuncia invece qualche limite: le inquadrature sono rigidotte e la costruzione dello spazio filmico è ancora un po’ scolastica (si vedano i frequenti totali, dettati da un eccesso di zelo visivo). Ciononostante il corto riserva gustose parentesi allucinatorie nel finale, naturale sbocco della montante tensione persecutoria della seconda parte. Epilogo svogliato.

HAN SEUNG-RYONG

Cosceneggiatore del lungometraggio “Girl by Girl” (2007) di Park Dong-hoon, nel 2006 ha partecipato al Busan Asian Short Film Festival, al Seoul Independent Film Festival e all’Independent Film & Video Makers' Forum. 

Filmografia
“I’m not that kind of person” (2006) 
“Somewhere over here” (2007)

 

   
MONOLOGUE#1 
(
Monologue#1  – Monologo#1)

Corea, 2007, Corto, Colore, 10’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Kim Jong-kwan

Interpreti: Jung Bo-hoon, Yang Ik-joon

Sceneggiatura: Kim Jong-kwan

Fotografia:
Kim Jong-kwan

 

Trama. Pieno inverno. Una ragazza in riva al mare, sola e in procinto di sottoporsi ad una delicata operazione chirurgica, si abbandona al flusso dei pensieri…

Piccolo gioiello di cristallina intensità sentimentale, “Monologue#1” è, secondo chi scrive, il più bel corto della selezione. Semplice, raffinato e toccante, questo frammento di diario intimo racconta - in voice over e con una limpidissima cascata di piani ravvicinati - il tormento segreto di una giovane donna di fronte a un intervento chirurgico al cervello. L’approccio di un inopportuno scocciatore, brutalmente liquidato, la distoglie momentaneamente dal tumulto interiore. Ma è solo un istante, poi la marea di pensieri la travolge di nuovo. Nella sua postura contratta c’è una disperazione trattenuta che entra in immediata risonanza con lo schiumare delle onde e lo sferzare del vento: il sentimento che ne scaturisce, complice la delicatezza della voce interiore, è la malinconia. Magicamente, sul volto della ragazza si disegnano le impressioni sussurrate dalla voice over: dal rimpianto per una relazione interrotta al rammarico di non poter più tornare indietro, fino al ripiegamento conclusivo, singhiozzante tentativo di protezione dalle offese della vita. Struggente l’uso del ralenti e splendide le musiche stile Mogwai di Kim Tae-sung. Montaggio emotivo.

KIM JONG-KWAN

Classe 1975, Kim si è laureato al Seoul Institute of Art. Da anni gira corti quali “Wind Story” (2002), “Tell Her I love Her” (2003), “How to Operate a Polaroid Camera” (2004), “Waiting for Youngjae” (2005) e altri.

Filmografia
“Monologue#1” (2007)
“A lovely season” (2006)
“Screwdriver” (2006)
“Dialodue of silence” (2006)

 

   
RINGWANDERUNG
(
Ringwanderung – Girare in cerchio)

Corea, 2001, Corto, Colore, 15’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Park Jong-young

Interpreti: Kim Do-yeon, Choi Mi-ae, Yim Sung-hee

Sceneggiatura: Park Jong-young

Fotografia:
Lee Kang-min

 

Trama. Do-yeon si sveglia all’interno di una tenda nel cuore della notte. È piena di ecchimosi e graffi e introno a lei ci sono le sue due amiche Sung-hee e Mi-ae, che però si comportano in modo assai curioso. E la strana situazione sembra ripetersi con variazioni…

Ringwanderung è un termine usato dagli alpinisti per indicare lo smarrirsi tra le montagne e girare ininterrottamente in cerchio nella stessa area, a causa della perdita del senso dell’orientamento provocato da nebbia, acquazzoni, forti nevicate o fatica” (dal presskit del corto, traduzione mia). La premessa è d’obbligo per descrivere questo piccolo ma affascinante esercizio di variazione di stile. La stessa situazione – una ragazza si sveglia in una tenda nel cuore della notte, pressoché immobilizzata e con le sue due migliori amiche intorno – si ripete in tre varianti cinematografiche: sufficientemente realistica la prima, tendente all’horror con venature erotiche la seconda, esangue e rarefatta la terza. Ovviamente, stante l’identità del copione, le diversità di registro sono ottenute tramite squisite variazioni di messa in scena: il primo frammento è girato con primi piani e movimenti orizzontali della cinepresa, il secondo con una maggiore insistenza sui particolari e sulle angolazioni marcate, il terzo, infine, con composizioni geometrizzanti del quadro, dissolvenze e sovrimpressioni liquide. Ma la cosa sorprendente, oltre all’intrigante riflessione sul linguaggio filmico, è che l’ultimo segmento, quello più astratto e sospeso è anche quello più delirante. Segno che l’astrazione fa bene all’enigma. Semplice e vertiginoso.

PARK JONG-YOUNG

Nato nel 1972. Nel 2002, con “Ringwanderung”, Park Jong-young si è aggiudicato il Premio della Giuria al Mise-en-scene’s Genres Film Festival (MGFF)

Filmografia
“Amigdala” (2002)
“Click” (2002)
“Ringwanderung” (2001)

 

   
RIVERSIDE EXPRESSWAY
(
Riverside Expressway – Superstrada lungofiume)

Corea, 2007, Corto, Colore, 21’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Yoo Seong-yeop

Interpreti: Bae Yoon-Bum, Lee Joo-young

Sceneggiatura: Yoo Seong-yeop

Fotografia:
Kim Ji-yong

 

Trama. Lunedì notte: un uomo ubriaco fradicio assolda un’autista per farsi riportare a casa. Durante il tragitto, l’uomo inizia a infastidire la donna e a sentirsi male…

Stilosa variazione sul tema della solitudine urbana, “Riverside Expressway” è il ritratto di due perdenti che si ritrovano fortuitamente dentro la stessa macchina e che, in un classico détour, perdono la strada (o meglio interrompono la corsa). Un po’ road movie un po’ noir, il corto di Yoo Seong-yeop  gioca coi cliché del genere e col singolare mestiere del designated driver  (l’autista che riporta a casa gli sbronzi) per imbastire un discorso tra il sociologico (i due appartengono a ceti diversi) e l’esistenzialista (la sconfitta come orizzonte comune), sullo sfondo di una metropoli frenetica e indifferente. Per ottenere questa combinazione di casualità, meschinità e cinismo, “Riverside Expressway” frequenta atmosfere manniane (soprattutto “Collateral”), impregnandole però di toni malinconici (grazie al commento musicale) e bagnando le tonalità metalliche del digitale coi riflessi tremolanti del fiume. Colpisce l’abilità di Yoo nel variare le prospettive ottiche e narrative all’interno del veicolo: non solo le angolazioni delle inquadrature non si ripetono, ma il punto di vista dominante del corto passa impercettibilmente dall’uomo alla donna nel giro di qualche minuto. Pregevole stallo western nel finale.

YOO SEONG-YEOP

Laureato alla Temple University, Yoo si sta attualmente specializzando alla Chung-Ang University. “Riverside Expressway” è stato presentato all’8th Jeonju International Film Fest e al12nd Busan International Film Fest.

Filmografia
“Riverside Expressway” (2007)
“In the Bed” (2004)
“Searching for W” (2002)
“Fish Bowl” (2001)
“Impulse” (1999)

 

   
SEUNG-A
(
Be with Me – Seung-a)

Corea, 2007, Corto, Colore, 32’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Kim Na-young

Interpreti: Jang Jung-ae, Ahn Ho-il, Lee Myung-hang

Sceneggiatura: Kim Na-young

Fotografia:
Kang Kook-hyun

 

Trama. Cameriera in un modesto ristorante, Seung-a convive con Weangu ma ha un figlio da Joungtae, che si fa vivo chiedendole insistentemente di tornare a stare con lui. Anche il padre bussa tardivamente alla porta di Seung-a…

Cortometraggio dall’estetica sobria e disadorna, “Seung-a” racconta frammenti di vita dell’eroina eponima, facendo progressivamente emergere attorno a lei un universo maschile (ma non solo) letteralmente agghiacciante per invadenza e avidità. A dire il vero neanche Seung-a è risparmiata dall’inflessibile sguardo della regista Kim Na-young: pur circondata da una galleria di personaggi petulanti, importuni e molesti, la protagonista ha infatti inconsulti scatti autolesionistici e tradisce un certo lassismo nella gestione degli affetti (finisce per cedere alle avance del suo ex compagno e padre del piccolo Hen-mo). Ne emerge un ritratto problematico e sfaccettato della donna, arricchito da un piccolo squarcio onirico e da una distrazione telefonica dalla drammaticità a scoppio ritardato. Kim gira con stile basico ed ellittico al tempo stesso: piani sequenza e inquadrature lunghe si alternano a dettagli chiassosi e a un montaggio di sferzante secchezza. La misura privilegiata per indagare il sentire opaco e sfuggente di questo personaggio contraddittorio (dunque vero) è però il primo piano, come dimostrato dal finale di solitaria, toccante instabilità. Da magone.

KIM NA-YOUNG

Nata nel 1979, Kim Na-young studia Film, TV and Multimedia alla Korean National University of Art

Filmografia
“Seung-a” (2007)
“A player” (2004)
“And the Spring”(2004)

 

   
WANT YOU
(
Want You – Voglio te)

Corea, 2007, Corto, Colore, 16’, DV, Lingua: Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Satirico

Regia: Lee Jang-ho

Interpreti: Na Kyung-min, Kwon Gue-bin

Sceneggiatura: Lee Jang-ho

Fotografia:
Choi Min-ho

 

Trama. Un timido ventunenne che non ha ancora fatto sesso con la sua ragazza è intenzionato a sbloccare la situazione e si munisce goffamente di profilattici. Ma si ritrova tra i piedi il padre di lei, che è un osso duro e non li lascia soli un minuto.

Commedia degli equivoci con complicazione cronologica nel finale (peraltro annunciata dalla comparsa di alcune immagini di “21 Grammi” di Alejandro González Iñárritu), “Want You” è un corto piuttosto spassoso sulle situazioni imbarazzanti vissute da un ventunenne che vorrebbe fare sesso con la ragazza ma che, a causa di una forte timidezza, non riesce a prendere l’iniziativa. Quando finalmente trova il coraggio e cerca di equipaggiarsi di profilattici, incontra casualmente sulla propria strada il padre della fidanzata. Il giorno dopo il temibile e inquisitorio Mr. Park, che ha accompagnato la figlia all’appuntamento, non intende mollarli un attimo e inizia a martellare di domande e di velate minacce il ragazzo, che cerca di difendersi come può (quindi male). Per giunta tutto sembra complottare contro di lui: il film che guardano (vedi sopra) ha scene di sesso, la canzone scelta dalla ragazza per il karaoke recita “voglio passare questa notte con te” e, per finire, il giovane sfodera involontariamente i preservativi di fronte all’arcigno padre della fidanzata. Un intero catalogo di coincidenze sfortunate e vere e proprie gaffe, insomma, girato con mano sufficientemente leggera da Lee Jang-ho e interpretato “keatonianamente” da Na Kyung-min. Stuzzicante l’incipit onirico/incubico e piuttosto inconcludente il finale in rewind.

LEE JANG-HO

Classe 1978, nel 2007 ha partecipato a vari festival internazionali, tra i quali il Toronto Reel Asian International Film Festival. Attualmente lavora alla Graduate School of Multimedia & Film di Chung-Ang.

Filmografia
“Seoul” (2007)
“Want You” (2007) 
“Dummy” (2004)
“Hard-boiled Action Girl” (2003, Co-directing)
“Aftereffect” (2003)

 

Orizzonti Coreani

 
A LOVE
(
Sa-rang – Un amore)

Corea, 2007, Film, Colore, 104’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Mélo

Regia: Kwak Kyung-taek

Interpreti: Joo Jin-mo, Park Shi-yuhn, Kim Min-joon, Joo Hyeon

Sceneggiatura: Kwak Kyung-taek

Fotografia:
Ki Sae-hoon

 

Trama. Appena arrivato a Pusan, il piccolo In-ho vede una bambina di cui si innamora immediatamente: è la dolce Mi-ju, che il destino si diverte ad allontanare da lui. Alcuni anni più tardi la incontra inaspettatamente, ma per difenderne l’onore finisce in prigione, determinando una seconda separazione. Uscito dal carcere, viene ingaggiato da un potente boss come guardia del corpo e Mi-ju, beffardamente, si rivela essere la preferita del capo…

Giunto al suo settimo film, Kwak Kyung-taek, autore dell’epocale “Friend” (il “film dei record” che nel 2001 superò gli otto milioni di spettatori e concentrò l’attenzione del mercato internazionale sul cinema coreano), si prende una vacanza dal cinema violento e sanguigno che lo ha reso celebre e azzarda uno struggente melodramma ad altissimo voltaggio emotivo. Allontanandosi - almeno in apparenza - dalle vicende rabbiose e aggressive che hanno contraddistinto la sua poetica, il cineasta di Pusan tratteggia la storia d’amore tra In-ho (il prestante Joo Jin-mo) e Mi-ju (la delicata Park Shi-yuhn) rispettando scrupolosamente la scansione tematica del mélo: il fatale coup de foudre (per In-ho vedere Mi-ju e amarla fa tutt’uno), l’ironia della sorte (la contrarietà degli eventi sembra beffarsi dei sentimenti dei due innamorati) e gli ostacoli familiari che intralciano il coronamento dell’amore (per un malinteso senso della protezione, la madre di In-ho prega Mi-ju di lasciar perdere il figlio). Una storia d’amore impossibile con tutti i crismi del caso, insomma. Ma, come accennato, è una digressione soltanto apparente: di fatto Kwak non rinnega il suo cinema tumultuoso e frontale, convoglia semplicemente su binari sentimentali l’impetuosità cinetica dei film precedenti. In “A Love”, il regista di “Friend” non rinuncia infatti ai tratti distintivi del suo cinema (oltre all’esuberanza dinamica, anche la propensione a intrecciare storia e Storia per ritrarre la deriva degradante di un’intera società), ma li piega in direzione sentimentale, iniettandovi sostanziose dosi di determinismo. Se nella prima parte del film In-ho è fermamente convinto di essere il solo responsabile del proprio destino, nella seconda parte, sotto i colpi delle circostanze, questa convinzione si incrina fino a crollare del tutto in una singhiozzante ammissione di impotenza: è il contesto a condizionare esistenze e pensiero degli uomini, come la sentenza finale del boss Yoo (un Joo Hyeon “marlonbrandesco”) illustra cinicamente (“Le donne solo sono una fase”). Per i potenti c’è sempre una via d’uscita, anche mentale. È un Kwak Kyung-taek al cento per cento quello di “A Love” e il côté visivo lo conferma puntualmente: malgrado la rigorosa impronta melodrammatica, le sequenze di azione e combattimento con armi da taglio, filmate con la travolgente irruenza cui Kwak ci ha abituati, non scarseggiano affatto e l’uso calibrato del ralenti non “coreografizza” la violenza, ma ne amplifica la forza d’urto, la durezza, la tangibilità. Anche l’amore in fondo è una lotta e allora il regista di Pusan monta “agonisticamente” la sequenza in cui In-ho e Mi-ju, finalmente, si dichiarano: sguardi dardeggianti, avvicinamenti improvvisi, strette mozzafiato. Bacio e dissolvenza in nero: se non è mélo questo. Assai pregevole il lavoro sulla luce cruda di Pusan, sui colori squillanti e sulle sfocature del direttore della fotografia Ki Sae-hoon e finale letteralmente indimenticabile: un sospesissimo freeze frame dalla durata record (oltre un minuto e mezzo). In quattro settimane di programmazione, “A Love” ha staccato due milioni di biglietti: risultato modesto se paragonato allo strepitoso successo di “Friend”, ma che lo colloca comunque al nono posto dei “Best Selling Korean Movie of 2007” (dati da http://www.koreanfilm.org/).

KWAK KYUNG-TAEK

Diplomato in regia alla New York University, si è imposto all’attenzione pubblica nel 1995, aggiudicandosi il secondo premio al Seoul Short Films Festival col suo cortometraggio “Young-chang Story”. Il suo terzo lungometraggio, “Friend”, ha stabilito il record nazionale di incassi fino al 2001, totalizzando più di 8 milioni di spettatori e cambiando per sempre la storia del cinema coreano. Con “Mutt Boy” (2003) e “Typhoon” (2005) Kwak ha infine dato prova di possedere uno sguardo appassionato sulla vita, mettendo in scena drammi semplici e onesti.

Filmografia
“A Love” (2007)
“Typhoon” (2005)
“Mutt Boy” (2003)
“Champion” (2002)
“Friend” (2001)
“Dr. K.” (1998)
“3 PM Paradise Bath House” (1997)

 

 
ATTACK ON THE PIN-UP BOYS
(
Kkot-mi-nam Yeon-swae Te-reo-sa-geon – Attacco ai ragazzi Pin-Up)

Corea, 2007, Film, Colore, 80’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Commedia

Regia: Lee Kwon

Interpreti: Super Junior

Sceneggiatura: Park Yeon-sun

Fotografia:
Lee Young-hoon

 

Trama. 14 febbraio: l’irresistibile Lee Sung-min della Garam High School viene da attaccato da un aggressore notturno che gli lancia in faccia un sacchetto pieno di escrementi, inzaccherandolo completamente. Il 14 marzo tocca all’atletico Han-geng della Geosang High. Il 14 aprile, infine, è il turno del carismatico cantante della rock band della Nadam High School. È evidente: un folle sta colpendo uno dopo l’altro i ragazzi più celebri delle High School. Il perspicace Ki-bum suppone che il prossimo bersaglio sarà un ragazzo della sua scuola, la Neul Paran, e sul suo blog, scatenando la curiosità degli internauti, inizia a fare ipotesi su chi potrà essere: toccherà al superintelligente Si-won, al ballerino Hee-chul o al judoka Kang-in il maleodorante privilegio di essere imbrattato di feci dall’anonimo assalitore?

11 Super Junior (celebre gruppo pop coreano) + 1 orso: sono questi i 12 protagonisti di “Attack on the Pin-Up Boys”, coloratissima e pazzoide commedia musicale camuffata da detective story (o l’esatto contrario, fa lo stesso). A dire il vero i protagonisti dovevano essere 13 (i Super Junior al completo), ma Kyu-Hyun è rimasto coinvolto in un incidente automobilistico a riprese appena iniziate e naturalmente è stato costretto a interrompere la lavorazione. Il film è un’autentica sarabanda di generi: teen movie, college movie, cartoon e anche internet movie (categoria che non esiste ma che andrebbe inventata immediatamente per quei film che bla bla bla). La storia è assurda e tremendamente scorretta (il che ci piace): un misterioso aggressore notturno si diverte a lanciare sacchettate di escrementi in faccia ai ragazzi più carini e popolari (pin-up significa “attaccare con uno spillo”, quindi pin-up boys sta per “ragazzi da poster”) delle scuole della cerchia urbana. Dopo averne inzaccherati tre (rigorosamente uno al mese), quel sudicione dell’assalitore attira l’attenzione dell’astuto Ki-bum, che sul suo blog si diletta a ricostruire logica e dinamica dei fecali attentati. La cosa strana è che essere inondati di escrementi porta davvero fortuna e i tre si ritrovano sulle copertine dei giornali, sui manifesti pubblici o in televisione, scatenando l’invidia di chi ancora non è stato baciato dalla sorte. Ki-bum giunge alla conclusione che il prossimo fortunato dovrà essere uno dei tre idoli della sua scuola (Si-won, Hee-chul e Kang-in, fantasiosamente definiti la “Blue Troika”): ma chi? La sete di celebrità porta ciascuno dei tre a mettersi in mostra e a rivelare tratti del proprio carattere per ricevere l’ambito fagotto. Durando soli 80’ non è che “Attack on the Pin-Up Boys” possa dilungarsi più di tanto nella costruzione dei personaggi e nella definizione delle singole personalità, sicché si affida da una parte al repertorio di stereotipi della commedia (il cervellone, il vanitoso, il macho, l’astuto e così via) e dall’altra a un’essenzialità (tele)grafica nello schizzare i profili psicologici. Malgrado la sfrenata impronta cartoonesca e la trasferta cinematografica potenzialmente “autopromozionale” di un gruppo pop molto seguito come i Super Junior, il film riesce a sbozzare egregiamente le varie identità in azione e soprattutto, come osservato dalla critica in rete, riesce a risultare “plot-oriented” anziché “star-oriented”. Le star sono al servizio del film, insomma, e non il contrario. Altro notevole punto di forza del lungometraggio d’esordio di Lee Kwon, oltre alla durata esemplare, è l’assenza di moralismo: le aggressioni infanganti, la morbosa febbre di curiosità dei netizen e la brama di popolarità dei candidati coprofili rappresentano indubbiamente argomenti ad alto potenziale moralistico. Bollarli come invidia, vuoto di valori e degenerazione adolescenziale sarebbe la soluzione più semplice e sbrigativa, invece, per fortuna, il film si astiene dal propinare risposte moraleggianti e, attraverso la voce narrante di Ki-bum, si descrive esplicitamente come un estemporaneo diversivo senza pretenziose ambizioni critiche, ritagliandosi al contrario uno spazio più modesto e accogliente in cui posizionarsi: quello del divertimento spensierato. Tutto da gustare il coreografico epilogo, con gli 11 Junior Boys che si esibiscono in uno scatenato ballo sul prato (ovviamente sintetico) del campo sportivo della scuola, con tanto di rivelazioni “orsacchiottistiche” finali. Nonostante la buona affluenza di pubblico nella settimana iniziale di programmazione, “Attack on the Pin-Up Boys”, prima produzione della SM Pictures (una costola del colosso SM Entertainment), non è riuscito a superare la cifra dei 100.000 spettatori complessivi.

LEE KWON

Nato nel 1974, figlio di una professoressa e di un diplomatico, Lee Kwon è da sempre un appassionato lettore di fumetti, da cui trae ispirazione per comporre storyboard e creare immagini. Nel 1996 si è diplomato in Media and Communication alla Seo-Kang University: da allora si è dedicato interamente alla produzione cinematografica. Presentato al Puchon Fantastic Film Festival, “Attack on the Pin-Up Boys” è il suo lungometraggio d’esordio.

Filmografia
“Attack on the Pin-Up Boys” (2007)

 

 
BEAUTIFUL SUNDAY
(
Byoo-ti-pool Seon-de-i – Bella domenica)

Corea, 2007, Film, Colore, 117’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Noir, Mélo

Regia: Jin Kwang-kyo

Interpreti: Park Yong-woo, Nam Koong-min, Min Ji-hye, Lee Ki-young

Sceneggiatura: Jin Kwang-kyo

Fotografia:
Lee Ki-won

 

Trama. Per pagare le costosissime cure ospedaliere della moglie in coma, il detective Kang è costretto a trafficare con la malavita. Durante un sequestro di stupefacenti su una nave, 2 chili di droga si trasformano magicamente in 200 grammi: il resto è trafugato dal detective, d’accordo con un’altra gang. Si scatena immediatamente la caccia alla talpa e al recupero della droga confiscata: per Kang sono guai.

Il nero è un colore dell’anima. Ogni noir che si rispetti è un faccia a faccia con le ombre del passato, un affondo nell’oscurità della psiche, un tuffo nell’abisso umano. Jin Kwang-kyo, al suo esordio cinematografico, interpreta alla lettera questa regola aurea e imbastisce un racconto che si attorciglia su se stesso fino al punto di rivoltarsi contro se stesso. C’è infatti più di un pizzico di esagerazione nell’esordio di questo talentuoso regista e sceneggiatore, un eccesso di artificiosità che congestiona la progressione drammatica di “Beautiful Sunday”, rendendola innegabilmente faticosa e cervellotica. Considerando che siamo di fronte a un’opera prima, si tratta di un peccato veniale, dal momento che la contorsione narrativa è ampiamente riscattata da una qualità visiva di altissima classe. Alla disperata parabola del detective Kang (il bel Park Yong- woo, dimagrito di ben 8 kg. per rendere più sofferta la sua interpretazione) l’esordiente Jin regala un palcoscenico di squisita fattura: la struggente determinazione nel tenere in vita la moglie, contro il parere dei medici e al di là delle proprie facoltà economiche (donde la collusione con la mala), si squaderna davanti agli occhi dello spettatore con cristallina eleganza. Il detective Kang sprofonda in un baratro di ossessioni (il perseverante amore per la moglie-vegetale), ricatti (quelli del boss a cui ha trafugato la droga) e rimorsi (per non essere riuscito a scoprire chi ha aggredito la moglie riducendola in quello stato) e allora la regia accompagna la sua discesa agli inferi precipitando insieme a lui nella caduta libera: montaggio frenetico (si veda il folgorante incipit), inseguimenti a rotta di collo (con una steadycam spericolatissima) e movimenti di macchina semplicemente sontuosi (gru imponenti, dolly a piombo e vertiginosi accerchiamenti dei personaggi). Cinema da leccarsi i baffi. La fotografia al petrolio di Lee Ki-won impasta ancora di più le immagini con un’oscurità vischiosa e inesorabile, immergendo le inquadrature in un’atmosfera di inquietante enigmaticità. Le somiglianze tra i personaggi proliferano, le analogie si moltiplicano, l’ambiguità imperversa in questa Pusan nera come la pece: tutto è pronto per la confusione/rivelazione finale, un autentico colpo di pistola allo spettatore e alle sue congetture. Segno che il noir, nella sua tentazione al pessimismo, non risparmia nessuno, neanche se stesso. Decisamente meno interessante invece il quesito morale del film: “può l’amore cancellare i peccati?”. A tale nodo etico per fortuna Jin non risponde, o meglio lo fa spappolando la domanda sotto il peso del nichilismo: una negazione che, sposandosi col disperato romanticismo dell’epilogo, proietta “Beautiful Sunday” lontano da ogni riparazione consolatoria, nel cuore di tenebra dell’animo umano. Il nero è un colore dell’anima.

JIN KWANG-KYO

Diplomato al dipartimento di cinema della Chung-Ang University, Jin ha lavorato come produttore per la MBC Adcom e per la Cable TV OCN. “Beautiful Sunday” è il suo primo lungometraggio.

Filmografia
“Beautiful Sunday” (2007)

 

 
BEYOND THE YEARS
(
Cheon-nyeon-hak – Al di là degli anni)

Corea, 2007, Film, Colore, 106’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Im Kwon-taek

Interpreti: Oh Jung-hae, Jo Jae-hyeon, Oh Seung-eun, Ryoo Seung-yong

Sceneggiatura: Im Kwon-taek

Fotografia:
Jung Il-sung

 

Trama. Dong-ho è in cerca della sorellastra cieca e cantante di pansori Song-hwa. Il suo sogno è quello di ritrovarla per poter finalmente vivere con lei l’amore che il patrigno prima e le difficoltà economiche poi hanno reso impossibile per anni. Nella sua ricerca si reca in una taverna nei pressi del villaggio di Seonhak. Qui incontra un suo vecchio rivale, Yong-taek, col quale si lascia andare al flusso dei ricordi, ripercorrendo le tappe del suo amore frustrato dal 1956 al 1982.

Imprevedibilmente nel 1993 “Seopyeonje” (novantatreesimo film di Im Kwon-taek, presentato nella passata edizione del Samsung Korea Film Festival) riscuote uno strabiliante successo di pubblico, richiamando in sala – per la prima volta nella storia del cinema coreano – più di un milione di spettatori. A sorprendere non è soltanto l’affluenza “hollywoodiana”, ma soprattutto la peculiarità che, nonostante non ci siano attori di richiamo e la tematica (l’arte tradizionale del pansori) sia apparentemente lontana dalla modernità, moltissimi giovani affollano le sale in cui si proietta la pellicola, testimoniando forte interesse per le radici culturali locali. Quattordici anni dopo, al suo centesimo film, il settantunenne Im ci riprova con “Beyond the Years”. Nel frattempo le sue opere sono state invitate (“Chunhyang”) e premiate (“Chihwaseon”) a Cannes e il suo status di Maestro è stato ufficialmente riconosciuto in patria e all’estero, creando attorno alla sua figura un alone di venerazione. È difatti innegabile che, nel corso degli anni, Im sia riuscito a portare sullo schermo la cultura coreana nelle sfaccettature più nascoste e nella dimensione più viscerale (emblematico in questo senso il respiro naturalistico dei suoi film). Ed è altrettanto indubbio che, a partire dagli anni Settanta (la produzione precedente è da ascrivere sostanzialmente al cinema d’intrattenimento), Im abbia saputo elaborare uno stile cinematografico sorvegliato e ultrapersonale, tutto giocato sulle asprezze formali, sull’iscrizione delle figure umane nei paesaggi e su una temporalità brusca e spiazzante. “Beyond the Years”, si diceva, è una sorta di sequel di “Seopyeonje”, anche se Im, nel proposito di salvaguardare l’integrità spettacolare del suo ultimo film, lo ha ripetutamente smentito, affermando trattarsi di due pellicole completamente differenti. In realtà non è così: i due film dialogano continuamente, persino contraddicendosi, e tra i numerosi motivi di interesse va annoverata anche questa discrepanza che conferisce sapore “rashomoneggiante” al dittico, proiettando il ricordo in una dimensione soggettivamente manipolatoria. Anche la fonte letteraria è più o meno la stessa: se “Seopyeonje” era tratto dai due romanzi brevi (“Sopyonje” e “The Light of Pansori”) di Lee Cheong-Joon, “Beyond the Years” è tratto dal terzo e ultimo racconto sul pansori dello stesso Lee, “The Wanderer of Seonhak-Dong”, considerato da Im il più difficile da portare sullo schermo. A cambiare profondamente è invece la prospettiva memoriale: a differenza di “Seopyeonje”, “Chun nyun hack” si concentra sull’amore impossibile dei due fratellastri Dong-ho (Jo Jae-hyun) e Song-hwa (Oh Jeong-hae, la stessa interprete di “Seopyeonje”), sottoposti a vessazioni di ogni genere dal padrino Yoo-bong (Im Jin-taek) per progredire nell’arte del pansori. Finché un giorno Dong-ho, esasperato ed umiliato, fugge via per vivere la sua vita, lasciando l’amata Song-hwa tra le grinfie del sempre più incarognito Yoo-bong. Se nel film precedente ad essere analizzato era il dissidio arte-vita, con tutte le rinunce e i sacrifici del caso, in “Beyond the Years” sono le strazianti risonanze sentimentali ad emergere, illuminando la materia già trattata da un altro punto di vista, quello dell’amore mortificato. Il meccanismo narrativo è pressappoco il medesimo: alla ricerca di Song-hwa, Dong-ho si reca in una taverna vicina al villaggio di Seonhak, dove alcuni anni prima aveva soggiornato insieme al patrigno e alla sorellastra. Il paesaggio è irrimediabilmente deturpato, la taverna è in rovina e il pino secolare su cui le gru si posavano nei giorni di sole sta morendo, ma il suo antico rivale Yong-taek (anch’egli infatuato di Song-hwa) è ancora lì. L’incontro con questi è l’occasione per scatenare un vortice di ricordi in cui ciascuno dei due, scavando nella memoria, svela all’altro particolari toccanti e dolorosi. La loro rivalità si converte involontariamente in intimità e, sovrapposte e confuse, le loro reminiscenze rievocano la figura dell’amata in un finale di irrealistica musicalità. Im al cento per cento, insomma: nessuna concessione alla linearità, prepotenti e maestosi squarci paesistici e performance di pansori in quantità ortodosse. Piano sequenza umanamente impossibile da dimenticare: un’inquadratura di quasi tre minuti in cui Song-hwa, circondata da un paesaggio brullo e biancheggiante, canta la disperazione della separazione a Dong-ho che sta per trasferirsi in Medio Oriente per lavoro. La macchina da presa, lentissima, si avvicina ai due innamorati seduti sull’erba, ruotando loro attorno e avvolgendoli in uno struggente abbraccio visivo. Presentato Fuori Concorso alla 64ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

IM KWON-TAEK 
(dal catalogo del 2007)

Classe 1936, Im Kwon-taek è spesso considerato il padre del cinema coreano e la sua opera è ritenuta un tesoro nazionale della Corea del Sud. Figlio di partigiani (cosa che gli costò discriminazione sociale all’epoca della divisione del paese a causa del montante anticomunismo) entrò giovanissimo a Chungmuro (la Hollywood coreana) per guadagnarsi da vivere. Diresse il suo primo film, “Farewell to the Duman River”, nel 1962. Dopo aver diretto dozzine di pellicole commerciali, fu solo negli anni Settanta che maturò una svolta personale, segnata dal desiderio di raccontare e preservare, attraverso il cinema, storia e cultura nazionali coreane. La fase matura dell’opera di Im s’inaugura con capolavori come “The Genealogy” (1978) e “Mandala” (1981). A partire dagli anni Ottanta i suoi film sono invitati in concorso a Berlino (“Gilsoddeum”, 1986) e Venezia (Ssibaji, 1987, premio per la miglior attrice a Kang Soo-yeong). Nel 1993 “Seopyeonje”, toccante celebrazione dell’arte performativa tradizionale del pansori, diviene il più grande successo coreano di sempre. Nel 2000, grazie a “Chunhyang”, Im diventa il primo regista coreano invitato in concorso al Festival di Cannes; due anni dopo, sempre a Cannes, Im vince il premio per la miglior regia con “Chihwaseon”. Il suo centesimo film, “Beyond The Years”, è stato presentato Fuori Concorso alla 64ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

 

 
BOYS OF TOMORROW
(
Woo-ri-e-ge Nae-il-eun Eobs-da - I ragazzi del domani)

Corea, 2006, Film, Colore, 93’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Drammatico

Regia: Noh Dong-seok

Interpreti: Kim Byeong-seok, Yu A-in, Choi Jae-sung, Lee Dong-ho, Kang Cho-rong, Park Myung-shin, Kim Jun-ki

Sceneggiatura: Noh Dong-seok

Fotografia:
Cho Sang-yoon

 

Trama. Amici da sempre, i giovani Ki-su e Jong-dae tirano avanti arrangiandosi: il primo lavora come autista privato per passeggeri ubriachi e si sfoga suonando la batteria, il secondo si dà all’autolavaggio ma il suo sogno è possedere una pistola autentica. Un giorno, senza preavviso, si fa vivo il fratello maggiore di Ki-su e gli affida in custodia il figlioletto Yohan: in tre è ancora più difficile, soprattutto perché Jong-dae finisce in un brutto giro.

Se “My Generation” (2004), il lungometraggio d’esordio di Noh Dong-seok, era un ritratto indolente e disperato di una generazione ossessionata dal demone della povertà, “Boys of Tomorrow”, sorta di sequel soft del precedente spaccato esistenziale, raccoglie le briciole di quella gioventù abbandonata a se stessa e tenta di rimetterle insieme con il collante dei sentimenti. Alla sciagura dei padri in fuga, delle madri folli e degli adulti opportunisti, Ki-su (Kim Byeong-seon) e Jong-dae (Yu A-in), presto raggiunti dal piccolo Yohan (Lee Dong-ho), reagiscono come possono: con una tenerezza che spesso degenera in durezza, in rabbia. Cercando di aiutarsi si fanno male, si feriscono e feriscono, confondono giusto e sbagliato, responsabilità e colpa. Ki-su si sente colpevole perché molto tempo prima ha segnato la vita di Jong-dae: per impedirgli di assistere a un evento traumatico, gli ha sferrato un calcio facendogli perdere un testicolo e rendendolo impotente. Con gli anni, Jong-dae finisce per individuare un sostituto della virilità perduta nella pistola: uno strumento di potenza in grado di compensare la menomazione fisica e garantirgli l’autonomia dall’amico-custode. Tra i due l’indifeso Yohan, nipotino di Ki-su, ennesimo anello di una catena di sofferenze private. Famiglia anomala e d’emergenza, dunque, quella di “Boys of Tomorrow”, complicata sul finire dall’inserimento di una figura femminile strappata alla piaga della prostituzione. Eppure in questa radiografia sentimentale qualcosa non quadra, il progetto di ricomposizione proposto dal film si infrange contro una sceneggiatura rigidamente programmatica (dalle buone intenzioni all’insoddisfazione, dalla trasgressione al ravvedimento) e contro una messa in scena che talvolta scivola nella leziosità e nella ruffianeria (ralenti languidi, accompagnamenti musicali malandrini, flashback didascalici). È in questi momenti che il digitale coerentemente impiegato da Noh (anche “My Generation” era girato in un identico formato) mostra la corda, adattandosi goffamente alle impennate emotive estetizzanti e alle inflessioni retoriche convenzionalmente melodrammatiche. E nonostante il direttore della fotografia Cho Sang-yoon, premiato con la Menzione speciale al 60º Festival di Locarno, riesca a controllare mirabilmente il timbro visivo del film, “Boys of Tomorrow” trova i suoi momenti migliori in quelle sequenze in cui lo sguardo, svincolato dall’obbligo di spiegare e motivare, si può abbandonare liberamente alla descrizione fenomenologica (la strepitosa scena del falso acquisto della pistola nei vicoli) e alla toccante iscrizione delle figure nello spazio (il piano sequenza del pianto di Yohan, reso ancora più straziante dalla postura del bambino: spalle alla camera, primo piano negato). Certo, niente di paragonabile all’austera rassegnazione di “My Generation” (che in alcuni passaggi ricorda addirittura le leggere derive di Hou Hsiao-hsien o le esplorazioni attonite di Jia Zhang-ke), ma comunque il segno inequivocabile di un talento registico tutt’altro che esaurito. Eccellenti le prove attoriali, con Yu A-in e Kim Byeong-seon (già protagonista del precedente film di Noh) che danno vita a un avvincente duetto. Attenzione: di tanto in tanto fa capolino il cinema di Scorsese, “Mean Streets” probabilmente.

NOH DONG-SEOK

Nato nel 1973, Noh ha studiato cinema alla Korean Academy of Film Arts. I suoi corti “Chorong & Me” e “Doggy” sono stati invitati in svariati festival. Del 2004 è il suo primo lungometraggio, “My Generation”. Inoltre Noh ha ricevuto riconoscimenti alla competizione di sceneggiatura del KOFIC del 2004 per lo script di “Dreaming Plant”. Il suo secondo lungometraggio, “Boys of Tomorrow”, è stato presentato al 60º Festival Internazionale del Cinema di Locarno, dove il direttore della fotografia Cho Sang-yoon si è aggiudicato la Menzione speciale.

Filmografia
My Generation (2004)
Boys of Tomorrow (2006)

 

 
RADIO STAR
(
Ra-di-o Seu-ta – Radio Star)

Corea, 2007, Film, Colore, 115’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Commedia musicale

Regia: Lee Joon-ik

Interpreti: Park Joong-hoon, Ahn Seong-ki, Choi Jeong-yoon, Lee Seong-woo, Hwang Hyeon-seong

Sceneggiatura: Choi Seok-hwan

Fotografia:
Na Seung-yong

 

Trama. Vincitore degli MBS Music Awards del 1988 con la canzone “The Rain and You”, Choi Gon è presto abbandonato dal successo per problemi di droga e di carattere. Ciononostante il suo fedele agente ed amico Park Min-soo continua a stargli accanto, seguendolo nel lento declino. Diciotto anni dopo, cacciato da un locale dove si esibisce a causa di una colluttazione col proprietario, Gon è costretto a riciclarsi come deejay in una piccola stazione radiofonica di Youngwol (nella regione orientale di Gangwon). Malgrado l’iniziale ritrosia dell’ex rockstar e la speculare diffidenza del responsabile dell’emittente locale, l’esilio in provincia comincia a dare i suoi frutti e il “Choi Gon’s Afternoon Request” finisce per attirare l’attenzione dei manager di Seoul. Min-soo è al settimo cielo, ma la sua presenza rischia di ostacolare la trionfale rentrée di Gon…

Dopo lo strepitoso successo di “The King and The Clown” (il secondo incasso di tutti i tempi nella storia del cinema coreano: 12 milioni di spettatori), Lee Joon-ik sorprende tutti “incidendo” un piccolo film scritto da Choi Seok-hwan (suo sceneggiatore di fiducia). Un piccolo film incentrato su una storia di amicizia, declino e riscatto dal sapore squisitamente rétro, come il rumore di un vecchio vinile graffiato ma pieno di solchi emozionanti. Pare infatti che l’idea del film sia venuta a Choi vedendo una stazione radiofonica di un accogliente paese sul fiume Dong: ambientazione ideale per una parabola intimista sulla caducità del successo e sul valore delle piccole cose (l’esilio in provincia come metafora esistenziale). Sono i toni agrodolci a prevalere in “Radio Star”, terzo e penultimo film (il suo ultimo lavoro è la commedia drammatica “The Family Life”) del regista e fondatore della casa di produzione CineWorld (naturalmente coinvolta nella realizzazione del film). Tra i numerosi fattori d’interesse di questa gemma sfaccettata dal collaudatissimo duo Park Joong- hoon/Ahn Seong-ki (è dai tempi del leggendario “Chilsu & Mansu” di Park Kwang-su, 1988, che Park e Ahn duettano sul grande schermo) e preziosamente incastonata da Lee Joon-ik c’è anche quello squisitamente musicale: anziché esplorare il consueto panorama pop, “Radio Star” ci mostra l’esistenza di una scena rock coreana, inevitabilmente debitrice delle band angloamericane (dal sacro Elvis ai Kiss, passando per i Queen e i Pink Floyd), ma anche portatrice di una carica sovversiva genuina e non completamente sepolta (come la scalmanata band degli “East River” testimonia pittorescamente). Il canovaccio del film è elementare: per non essere tagliati fuori dal giro, Choi Gon (Park Joong-hoon), rockstar caduta in disgrazia, e il suo devoto agente Park Min-soo (Ahn Seong-ki) sono costretti ad accettare una proposta potenzialmente umiliante e trasferirsi in provincia per lavorare in una sfigatissima stazione radiofonica. Questa situazione teoricamente degradante si trasforma al contrario in un momento di autentico confronto con la realtà e in occasione di rilancio professionale. Dal temuto e inesorabile declino all’insperata ed allettante ribalta, insomma. Ma il percorso di crescita di Choi Gon è soprattutto affettivo, sicché l’imprevista prospettiva di riscatto professionale dovrà fare i conti con l’arricchimento umano del personaggio (il che, dal punto di vista etico, significa sapersi dare dei limiti). E in fondo “Radio Star” è proprio questo: un apologo morale che utilizza il microcosmo radiofonico per imbastire un discorso universale sulla sincerità delle relazioni. Da par suo Lee interpreta visivamente questo felicissimo script con uno stile caldo e affettuoso, affidando ai primi piani e al montaggio alternato il compito di trasmettere i sentimenti dei personaggi e le ripercussioni che il “Choi Gon’s Afternoon Request” ha sull’ambiente circostante. Senza grandi svolazzi calligrafici o espedienti linguistici sperimentali: steadicam aderente ai personaggi ma non invasiva, durate che si adattano classicamente all’espressione delle emozioni e una sintassi di commovente fluidità. Uscito nelle sale coreane nel settembre del 2006, “Radio Star” ha totalizzato un milione e mezzo di spettatori: un’inezia in confronto ai 12 milioni di “The King and The Clown”, ma un bellissimo risultato considerata la semplicità della pellicola. E poi “Radio Star” è essenzialmente una storia di perdenti: come non adorarla?

LEE JOON-IK

Classe 1959, Lee Joon-ik è il fondatore della CineWorld, casa di produzione che ha all’attivo numerosi film quali “The Spy” (1999) di Jang Jin, “The Anarchist” (2000) di Yu Young-shik e “Hi, Dharma!” (2001) di Park Cheol-kwan. Come regista Lee si è affermato con “Once Upon a Time in a Battlefield” nel 2003, un grande successo nazionale con poco meno di 3 milioni di biglietti venduti. Nel 2005, col dramma in costume “The King and The Clown”, ha stabilito la cifra record di 12 milioni di spettatori (battuta soltanto dai 13 milioni di “The Host” di Bong Joon-ho). Uscito nel 2006, “Radio Star” è il suo penultimo film, seguito nel 2007 dalla commedia drammatica “The Family Life”.

Filmografia
“The Family Life” (2007)
“Radio Star” (2006)
“The King and The Clown” (2005)
“Once Upon a Time in a Battlefield” (2003)

 
THE RAILROAD
(
Kyeong-eui-seon – La ferrovia)

Corea, 2007, Film, Colore, 107’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Mélo

Regia: Park Heung-sik

Interpreti: Kim Kang-woo, Sohn Tae-young, Back Jong-hak, Oh Jeong-se

Sceneggiatura: Park Heung-sik

Fotografia:
Bak Ki-ung

 

Trama. Un uomo sale su un treno e si addormenta. Una donna sale sullo stesso treno e si addormenta. Lui è Man-soo, conducente di metropolitana in permesso dopo un incidente sul lavoro. Lei è Hanna, lettrice universitaria in piena confusione mentale in seguito a un trauma sentimentale. Si risvegliano alla stazione di Imjingang (52 km a nord di Seoul, 209 a sud di Pyongyang), ultima fermata prima della Zona Demilitarizzata e, causa violenta nevicata, nessun taxi è disponibile…

La distanza come espressione sentimentale: è questa la limpidissima chiave stilistica di “The Railroad”, opera seconda di Park Heung-sik presentata al 25° Torino Film Festival, dove ha ottenuto due importanti riconoscimenti (il premio per il miglior attore al protagonista maschile e il Premio Fipresci). Non si tratta della trita equazione “distacco = pudore”, ma della tensione emotiva dello sguardo, della sua intensità “metrica”, della sua disponibilità a spostarsi lungo un continuum affettivo che va dall’osservazione rarefatta all’aderente partecipazione. Uno spettro ottico-emotivo che varia dalla fredda contemplazione alla struggente condivisione. D’altro canto la scrittura brilla per esemplarità: i personaggi non si svelano parlando, si rivelano per mezzo dei comportamenti, delle azioni presenti e passate. Disseminate lungo il tragitto, briciole sparse del loro vissuto si accumulano fino a comporre un toccante ritratto di due solitudini che incrociano i loro destini in un frangente di inaspettata, commovente intimità. Man-soo (il premiato Kim Kang-woo) è reduce da un tragico incidente sul lavoro che lo ha profondamente sconvolto, Hanna (Sohn Tae-young) è stata aggredita dalla moglie del suo professore-amante, che ha scoperto il tradimento del marito leggendo le sue mail. Scombussolati e afflitti da questi traumatici eventi, i due si sbronzano (separatamente) e salgono barcollanti su un treno della linea Gyeongui (la linea occidentale da Seoul a Shin-ui-joo via Pyongyang), precipitando in un sonno tanto profondo quanto turbolento: schegge di memoria si riaffacciano improvvise a turbare il sopore alcolico. Entrambi si portano dentro segreti sensi di colpa e opachi segni di morte (di un’occulta suicida lui, di un aborto altrettanto celato lei). Soltanto raccontandosi riusciranno a sciogliere i nodi e i rimorsi che li tormentano. Il focolaio tematico del film è rappresentato dal superamento della separazione: i binari professionali, sentimentali e sociali che condannano gli individui a non incontrarsi mai devono essere fusi e rimodellati in uno struggente abbraccio amoroso. È chiara, al di là della grammatica emotiva del mélo, l’analogia con la situazione politica coreana: una nazione dolorosamente divisa in due stati separati e ostili (del resto nel film è tracciato un esplicito parallelismo con la riunificazione delle due Germanie e con la realizzazione del candido sogno professionale di Kang-woo: guidare un tram alla luce del sole). L’apparato metaforico tuttavia non appesantisce né dirotta “The Railroad” verso sterili derive geopolitiche, al contrario mette tutte le aggregazioni simboliche al servizio dell’intensità drammatica, amplificando paurosamente il precipitato sentimentale del film in un finale così generoso e liberatorio da mettere i brividi. Di una cristallinità spaventosa. Visivamente Park Heung-sik è di un’essenzialità glaciale, quasi assiderante nel suo rigore: sole immagini, dialoghi minimali, spiegazioni zero. Un pedinamento dei personaggi che è insieme presentazione e sottrazione del superfluo: l’ubriachezza, manifestazione etilica del male di vivere, è soltanto una borsa a tracolla che scivola dopo l’urto con un passante, un’andatura incerta stretta in un cappotto di cammello che trascina un trolley. L’apertura finale di Kang-woo è un monologo girato di spalle, non una confessione ricattatoria. Piccoli tocchi, non colpi di grancassa, ma tocchi roventi che marchiano a fondo. Un film sulla fragilità, soggetto meno frequente di quanto si immagini.

PARK HEUNG-SIK

Nato nel 1962, ha conseguito un master in filmologia alla Freie Universität di Berlino. Dopo aver ricevuto critiche favorevoli ai suoi corti in vari festival (tra cui il premio per il miglior film nella sezione cortometraggi al Torino Film Festival del 1999 con “A Day”), ha esordito nel lungometraggio nel 2004 con “The Twins”. Presentato al 25° Torino Film Festival, “The Railroad” si è aggiudicato il Premio Fipresci e il suo protagonista maschile, Kim Kang-woo, ha ricevuto il premio per il miglior attore.

Filmografia
“The Railroad” (2007)
“The Twins” (2004)

 

 
THE SHOW MUST GO ON
(
Woo-a-han Se-gye – Meraviglioso mondo (Lo spettacolo deve continuare))

Corea, 2006, Film, Colore, 112’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Noir-commedia

Regia: Han Jae-rim

Interpreti: Song Kang-ho, Park Ji-young, Oh Dal-su, Yun Je-mun, Choi Il-hwa, Lee Young-ih, Jeong In-gi, Kwon Tae-won, Park Lydia, Choi Jong-ryeol, Hong Seong-deok

Sceneggiatura: Han Jae-rim, Lee Ji-won, Lee won-jae

Fotografia:
Jang Sun-bong

 

Trama. Gangster atipico In-gu: anziché pensare alla carriera criminale, si preoccupa soltanto di portare soldi a casa per assicurare un tenore di vita decoroso alla famiglia. La moglie, My-riung, e la figlia, Hee-soon, però ne hanno abbastanza del suo lavoro sporco e violento, non perdendo occasione di farglielo pesare. Stretto tra l’insofferenza delle due e l’ostilità del fratello minore del suo boss, In-gu deve fronteggiare una situazione assai delicata.

Eleganza visiva, facce giuste al posto giusto e un interprete gigantesco: questa la ricetta vincente di “The Show Must Go On”, secondo lungometraggio di Han Jae-rim. Più che un noir dalle venature sociologiche, come dichiarato in modo piuttosto fuorviante dal regista nel pressbook, un vero e proprio one man show, un monumento eretto a Song Kang-ho, mattatore del cinema coreano, volto sornione e canagliesco che abbiamo già apprezzato in alcune tra le gemme più stimate di una cinematografia che non smette di stupirci (“The Foul King”, “JSA” e “The Host”, solo per citare alcuni titoli). In questo gangster movie impreziosito da elementi comedy e action, Song può sciorinare l’intera gamma espressiva a sua disposizione, sfoderando un ventaglio interpretativo semplicemente eccezionale: si va dalla recitazione sonnacchiosa dell’incipit alla furibonda fisicità dei numerosi corpo a corpo, passando per modulazioni di sferzante sarcasmo o sofferta passività. Han Jae-rin lascia che il film si sviluppi attorno al talento del protagonista, facendo della vicenda di In-gu, malavitoso tutto gang e famiglia, un mero pretesto per inanellare pezzi di bravura (attoriale) su pezzi di bravura (registica). Inutile cercare occulti sottotesti metaforici o riflessioni critiche in filigrana: “The Show Must Go On” è pellicola di eccellente fattura formale e cristalline qualità tecniche (non a caso si è aggiudicata il premio come miglior film alla 28ª edizione dei Blue Dragon Awards), palcoscenico di lusso per l’esibizione dell’abilità di Song Kang-ho (anch’egli premiato come miglior attore nella stessa occasione) e per la perizia stilistica di Han. L’ennesima variazione sul tema del gangster in crisi, pur sviluppata con apprezzabile disinvoltura nella prima parte, nella seconda finisce difatti per perdere mordente, complici i troppi finali che appesantiscono la narrazione e intralciano la progressione drammatica, alzando intempestivamente il voltaggio emotivo. Restano gli smaglianti pregi estetici, tutt’altro che irrilevanti. Se della sensazionale performance di Song si è già detto, corre l’obbligo di segnalare la spassosissima prova di Oh Dal-su nei panni di Hyun-su (amico fraterno di In-gu militante nella gang rivale dei Giaguari) e la declinazione ortodossa dello stereotipo del villain da parte di Yun Je-mun (Sang-Jin, fratello minore del boss dei Cani). Ma è soprattutto il taglio visivo esibito dal film a reclamare attenzione: mutuando da Michael Mann la tendenza a squarciare la linearità dell’azione e a procedere per accelerazioni improvvise, Han sottrae raffiche di fotogrammi al flusso della continuity, tratteggiando un montaggio nervoso e sincopato, in grado di rendere plausibili e avvincenti situazioni ad alto rischio d’improbabilità (una per tutte: il rapimento di Sang-jin in mezzo ai suoi scagnozzi fuori dalla clinica). Lezione manniana assimilata nella sostanza, come dimostrano i primi piani di vibrazione umanistica che scandiscono alcuni dialoghi tra In-gu e la moglie My-riung (Park Ji-young). Due le sequenze memorabili: l’esilarante pranzo con In-gu e Hyun-su che si spruzzano acqua a vicenda e l’aggressione a In-gu in pieno centro, con tanto di rocambolesca evoluzione automobilistica. Risate e coltellate.

HAN JAE-RIM

Ha debuttato come regista con “Rules of Dating” (2005), aggiudicandosi il premio di Best New Director ai Daejong Movie Awards. Spostata l’attenzione dall’amore alla famiglia, Han Jae-rim ha affermato che “The Show Must Go On” è un autentico noir che ritrae questioni sociali e le vite dei nostri giorni. Alla 28ª edizione dei Blue Dragon Awards “The Show Must Go On” ha conquistato il premio per il Miglior Film.

Filmografia
Rules of Dating (Yeon-ae-eui Mok-jeok, 2005)
The Show Must Go On (Woo-a-han Se-gye, 2006)

 

 
SOMEONE BEHIND YOU
(
Doo Sa-lam-i-da – Qualcuno dietro di te)

Corea, 2007, Film, Colore, 80’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Horror

Regia: Oh Ki-hwan

Interpreti: Yoon Jin-Seo, Park Ki-woong, Lee Ki-woo, Kim So-eun, Lee Kan-hee, Jeong Yoo-mi, Ahn Nae-sang

Sceneggiatura: Oh Ki-hwan

Fotografia:
Kim Yong-heung

 

Trama. Un’incredibile catena di sciagure e tentati omicidi mette Ga-in, una studentessa felicemente fidanzata con un giovane dottore, in uno stato di continua apprensione. La sua angoscia cresce quando viene a sapere che, tramandandosi di generazione in generazione, una maledizione grava sulla sua famiglia. Da allora, come le suggerisce un misterioso e inquietante coetaneo che le ronza intorno, inizia a diffidare di chiunque.

Gli occhi di un bambino illuminati dalla luce formicolante del televisore; un uomo con le mani insanguinate guarda stravolto una fotografia di famiglia; una donna pugnalata al collo lancia un grido assordante: istantanee di un massacro. È fragorosamente gory il prologo di “Someone Behind You”, horror ad alto tasso di emoglobina firmato Oh Ki-hwan, già autore del mélo “Last Present” (2001) e della commedia romantica “The Art of Seduction” (2005). Dopo i minuti iniziali, dedicati come di prammatica alla presentazione dei personaggi, il film prende la piega della “storia di maledizione familiare”, con tanto di gita fuori porta per risalire alle radici della sventura. Vistasi perseguitata da una sfiga inenarrabile (prima la zia si sfracella al suolo a pochi centimetri da lei, quindi vari aggressori in preda a raptus di follia, tra cui la madre, cercano di ucciderla), Ga-in va a trovare lo zio nella provincia di Gangwon per far luce sulla vicenda. E qui, da circa metà film in poi, la misteriosa maledizione, pur continuando a mietere vittime, viene progressivamente attratta nell’orbita del delirio allucinatorio, transitando brevemente (e violentemente) attraverso i territori del rancore e della vendetta. La tematica soprannaturale confluisce nella sfera psicopatologica, insomma, senza peraltro essere annullata del tutto, dal momento che la follia resta una chiave di lettura insufficiente a spiegare tutti i perché e i percome del film. Indubbiamente la materia non è di primo pelo (gli horror degli ultimi non hanno certo lesinato in famiglie sciagurate e sensazionali colpi di scena), tuttavia Oh Ki-hwan mostra di manipolarla con soddisfacente padronanza e, pur eccedendo talvolta nello stile-Ikea con lenti movimenti di macchina a esplorare spazi elegantemente illuminati, riesce a tenere sotto controllo la temperatura emotiva del film, piazzando di quando in quando zampillanti bagni di sangue (l’omicidio di Jee-sun in ospedale da parte della sorella) e gocciolanti apparizioni (la visione onirica del demone che annuncia la maledizione a Ga-in). Pregevole inoltre il modo in cui il regista orchestra il gioco di sguardi, distillando soggettive intimorite e carrellate inquietanti, a creare un clima di angoscia permanente. E anche se il sospetto del moralismo sfiora la coscienza dello spettatore (la vendetta è sempre una motivazione a rischio), le continue sterzate del racconto e la lenta disgregazione del nucleo familiare assicurano a “Someone Behind You” quel tanto di irrequietezza sovversiva che, unita a un ritmo serrato e a un congruo litraggio di sangue, fa la felicità degli appassionati del genere. Occhio alla camminata iniziale: è molto meno neutra di quanto sembri.

OH KI-HWAN

Nato nel 1967, Oh si è specializzato in teatro e cinema alla Hanyang University. In possesso di un’innata abilità nel riconoscere progetti ad alto tasso di popolarità, ha reso i suoi due film, il mélo “Last Present” (2001) e la commedia romantica “The Art of Seduction” (2005), altrettanti successi.

Filmografia
“Last Present” (2001) 
“The Art of Seduction” (2005)
“Someone Behind You” (2007)

 

 
TEXTURE OF SKIN
(
Sal-gyeol – La consistenza della pelle)

Corea, 2005, Film, Colore, 100’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Mystery Drama

Regia: Lee Sung-gang

Interpreti: Kim Yoon-tae, Choi Bo-young, Kim Joo-ryung, Kim Yei-dong

Sceneggiatura: Lee Sung-gang

Fotografia:
Jo Yong-kyu

 

Trama. Fotografo freelance diviso tra servizi giornalistici e creazione artistica, un giorno Min-woo si imbatte in Jae-hee, vecchia fiamma dei tempi della scuola. Ben presto tra loro si riaccende la passione e, benché Jae-hee sia sposata, i due approfittano dell’appartamento in cui Min-woo si è appena trasferito per sbizzarrirsi in focosi incontri erotici. Ma la nuova casa dell’uomo non è soltanto il teatro dei loro piccanti convegni, è anche il luogo in cui si manifesta la precedente inquilina: una ragazza che lascia misteriose tracce fantasmatiche. Su tutto grava uno strano incidente notturno che vede coinvolta una donna investita da una macchina e un uomo che scappa a gambe levate…

L’incontro con l’ex amante dei tempi della scuola e il trasloco nel nuovo appartamento diventano per Min-woo l’occasione per riflettere sul passato e su un presente affollato di riflessi e segnali sinistri. Lo sguardo concepito da Lee Sung-gang per “Texture of Skin” si interfaccia col protagonista come questo con la sua identità: anziché favorire l’identificazione, le tremanti soggettive ci fanno dubitare della sua stabilità. Cinema che aderisce ossessivamente ai corpi e che altrettanto violentemente se ne distacca per seguire le ombre del desiderio. Una prossimità così esasperata nella rappresentazione del sesso da indurci al sospetto: questa voracità finisce per occultare più che mostrare. E se nell’impaginazione per capitoli il film denuncia una evidente matrice letteraria, sul versante visivo abbraccia invece una morbida estetica “flickr”: immagini dense, pastose, settate su tonalità verdastre. Un film-enigma dal finale magrittianamente dissonante. Soundtrack di miracolosa essenzialità.

LEE SUNG-GANG

I corti di Lee come “Torso” e “Love” hanno ricevuto premi importanti in Corea, mentre “Umbrella”, “Soul” e “Ashes in the Thicker” sono stati proiettati in prestigiosi festival di animazione a Hiroshima e Annecy. Nel 2002 il suo primo lungometraggio di animazione “My Beautiful Girl, Mari” ha vinto il Grand Prix all’Annecy International Animated Film Festival, primo film coreano in assoluto a ricevere tale onore.

Filmografia
“Texture of Skin” (2007)
“My Beautiful Girl, Mari” (2002)

 

 
TRACES OF LOVE
(
Ga-eul-lo – Tracce d’amore)

Corea, 2006, Film, Colore, 115’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Mélo

Regia: Kim Dai-seung

Interpreti: Yoo Ji-tae, Kim Ji-su, Um Ji-won

Sceneggiatura: Jang Min-suk

Fotografia:
Lee Mo-gae

 

Trama. Seoul, 29 giugno 1995, ore 17 e 55. Il Sampoong Department Store, grande centro commerciale composto da due edifici alti cinque piani e profondi altri quattro, collassa su se stesso: perdono la vita 501 persone, 6 risultano disperse e altre 937 ferite. Questo l’evento reale. Nella finzione del film, la bella Min-ju, giovane produttrice televisiva prossima al matrimonio, è tra le vittime. Il suo futuro sposo Hyun-woo, neo-avvocato scampato al disastro per un fuori programma sul lavoro, è devastato dal dolore e tormentato dal senso di colpa per aver spinto Min-ju ad aspettarlo proprio nel caffè sotterraneo dei centro commerciale. Dieci anni dopo, in seguito a un forzato insuccesso professionale culminato in uno scandalo, il padre di Min-ju gli porta un dono inaspettato: il diario in cui la sua promessa sposa aveva progettato nel dettaglio, grazie alle frequenti trasferte di lavoro, il viaggio di nozze che I due avrebbero dovuto fare il mese dopo. Hyun-su si mette in cammino.

“Traces of Love”, come indicato dal titolo, è un film sulle tracce d’amore. Tracce - o meglio cicatrici - che un amore sciagurato ha lasciato nell’anima straziata di chi è rimasto. Prossimi al matrimonio ed esemplare coppia modello, Min-ju (Kim Ji-su) e Hyun-woo (Yoo Ji-tae) sono figure ad altissimo potenziale identificatorio: lei è vittima dell’edilizia selvaggia (e corrotta) sviluppatasi con la connivenza delle istituzioni, lui è capro espiatorio del potere statale (e corrotto) che impedisce ai suoi funzionari di fare il loro dovere. Sono due figure di innocenti mortificati nel corpo e nell’anima dalla corruzione dilagante, insomma. Ma la pista critico-ideologica, pur delineata con nettezza, è presto abbandonata in favore di un più generico (e ecumenico) percorso sentimentale-terapeutico. Un itinerario curativo in cui a contare non è tanto l’attribuzione di precise responsabilità civili quanto la capacità individuale di medicare le proprie ferite rimettendosi in cammino, letteralmente e metaforicamente, senza tuttavia rinnegare il valore della memoria (come l’oggetto-diario illustra con inequivocabile puntigliosità). Durante la luna di miele post mortem, Hyun-woo ricuce i pezzi del passato di Min-ju (le telefonate durante le trasferte televisive) con quelli in comune (le escursioni in montagna), sovrapponendo al viaggio reale un simbolico itinerario della memoria che riporta in vita lo spirito dell’amata, l’alone amoroso che la circondava e che continua a far sentire la sua influenza a dieci anni di distanza. Ed è proprio grazie allo sprigionarsi di questa energia sentimentale che, conformemente al “messaggio centrale del diario”, dal deserto del cuore potrà nascere una ricca foresta. Nelle mani di Kim Dae-sung, l’itinerario nuziale tracciato da Min-joo diventa inoltre l’occasione per impaginare nel film le bellezze naturali della Corea, dall’isola sabbiosa di Goujae nell’estremo Sud fino alle boscose Taebaek della provincia settentrionale di Gangwon, passando per Ulsan, Kyungju, Pohang e Uljin, (la parte orientale della penisola). Film a (più) tesi, dunque, questo “Traces of Love”, terza fatica di Kim Dae-sung, già autore dell’apprezzatissimo “Bungee Jumping of Their Own” (2000) e del dramma/action in costume “Blood Rain” (2005). All’impostazione legnosetta e vagamente consolatoria fanno però da contraltare numerose voci in attivo quali la buona credibilità nella resa del disastro (grazie alla sintesi, in computer grafica, delle riprese sul set con un’elaborata miniatura dell’edificio grande un quinto delle dimensioni reali) e l’esuberante alternanza di generi (mélo, catastrofico, legal thriller, road movie e di nuovo mélo). Ma il pregio maggiore del film è senz’altro il mantenimento di una misura stilistica insensibile al variare dei contesti cinematografici: anziché adattare il registro visivo alle convenzioni dei generi attraversati (struggenti primi piani per il mélo; convulsa camera a mano per il catastrofico, montaggio secco per il legal thriller e così via), Kim “congela” il dettato visivo in inquadrature lunghe e fisse (esemplare la sequenza del pianto del padre di Min-joo) o lo “classicizza” con solenni movimenti di macchina adeguatamente sonorizzati (come la lenta carrellata laterale che “trasla” dalla disperazione di Hyun-woo nella cabina telefonica all’apocalisse di macerie). Una fermezza registica che, pur non brillando per originalità, testimonia un ferreo controllo della materia e una sicura padronanza del linguaggio filmico. Calligrafico, leggermente esanime, ma tutto sommato non irricevibile.

KIM DAI-SEUNG

Laureato alla Chung-Ang University, Kim si è affacciato sulla scena cinematografica come assistente regista di Chung Ji-young in “White Badge” (1992). Successivamente ha lavorato, sempre come assistente regista, per il maestro Im Kwon Taek in molti film, compresi “Seopyeonje” (1993) e “Chunhyang” (2000). Il suo film d’esordio, “Bungee Jumping of Their Own” (2000) è stato salutato come il più raffinato mélo del cinema coreano contemporaneo da pubblico e critica.

Filmografia
“Traces of Love” (2006)
“Blood Rain” (2005)
“Bungee Jumping of Their Own” (2000)

 

 
TWO FACES OF MY GIRLFRIEND
(
Doo Eol-gool-eui Yeo-chin – Le due facce della mia ragazza)

Corea, 2007, Film, Colore, 117’, Coreano, Sottotitoli: Inglese e Italiano, Genere: Commedia romantica

Regia: Lee Seok-hoon

Interpreti: Bong Tae-gyu, Chung Yeo-won

Sceneggiatura: Hwang In-ho

Fotografia:
Park Bo-keun

 

Trama. Guchang, un ragazzo buffo e impacciato con nessuna esperienza in fatto di donne, fantastica di incontrare una ragazza speciale. Il destino lo accontenta e una sera, mentre torna a casa in metropolitana, gli mette di fronte una fanciulla dall’aspetto spettrale davanti alla quale, spaventato, non trova niente di meglio da fare che perdere il cellulare e darsela a gambe. La incontra nuovamente il giorno dopo, senza riconoscerla, alla mensa studentesca dove Anni, questo il nome della ragazza, torna a cercare il portafoglio dimenticato sul tavolo. Il portafoglio naturalmente è finito nelle tasche di Guchang, che nel frattempo si sta facendo una bella mangiata coi soldi di lei. Grazie a questa casualità i due iniziano a interagire, ma Anni dà subito segni di stranezza…

Spiccata inventiva visiva e grande padronanza dei generi cinematografici attraversati: questi gli elementi più evidenti di “Two Faces of My Girlfriend”, opera seconda di Lee Seok-hoon, già autore dell’apprezzato “See You After School” (2006). Nonostante si tratti di una commedia romantica, bastano i primi cinque minuti di film a farci capire che la vicenda dello spiantato Guchang e della sciroccata Anni sarà tutta una sorpresa e un carosello di toni e registri: la prima sequenza ospita un fantastico sprazzo di musical, la seconda è una bizzarra situazione metacinematografica e la terza si catapulta in piena zona horror (magistralmente costruita) per lanciarsi infine in una volteggiante scorribanda nell’iperspazio. Sono cinque minuti di sfrecciante divertimento, poi inizia il film. Guchang (un Bong Tae-gyu di una bravura spaventosa) è un adorabile cialtrone che si finge esperto di Taekwondo col nipotino per racimolare qualche soldo e non esita a sgraffignare portafogli incustoditi per placare il borbottio dello stomaco. Anni (Chung Yeo-won al suo debutto sul grande schermo) è una graziosa sbalestrata che semina portafogli sui tavoli della mensa (tanto ci pensa Guchang e recuperarli), schiaccia le bolle d’aria del pluriball per tenere a bada l’ansia e ha un appetito pantagruelico. Sembrerebbero fatti l’uno per l’altra, come la pratica del “bacecchio” (il bacio auricolare) testimonia pubblicamente. Ma c’è un ma, anzi due: la ragazza è ossessionata dal suo ex e quando si sbronza o va su di giri si trasforma in una temibile virago che malmena e tiranneggia indistintamente Guchang, amici e nemici. La ragazza insomma ha qualche rotella fuori posto ma Guchang, anziché allontanarsene inorridito, asseconda intenerito le sue stranezze e i suoi improvvisi sbalzi d’umore, che si rivelano essere disturbi di personalità dovuti a un trauma rimosso. Meglio non rivelare altro. Se nella prima parte il film pullula di gustosissime trovate visive (su tutte la parodia iperbolica del kung fu movie durante la lezione impartita dalla scatenata Anni ai teppisti), nella parte centrale si siede un po’, infilando passaggi abbastanza trasandati e diradando sensibilmente le invenzioni cinematografiche, fino a scadere nella sciatteria vera e propria (la sequenza del ballo collettivo dovrebbe essere un momento liberatorio, ma in realtà fa molto videoclip anni ’80). La seconda parte di “Two Faces of My Girlfriend” si incupisce all’improvviso, diventando addirittura tragica in occasione del flashback rivelatore: lo stile si adegua tempestivamente alla drammaticità della situazione, innalzandosi in plananti riprese dall’alto, illuminazioni lampeggianti e archi piangenti. Terminato il flashback, il film si disloca ulteriormente frequentando atmosfere da dramma psicologico (molti primi piani, dialoghi pensierosi e complicazioni psicoterapeutiche varie), per ritrovare però la verve comica in una fuga verso l’oceano che è al tempo stesso euforia cartoonesca e sgargiante omaggio al Truffaut de I 400 colpi. Poi un trittico di finali (romantico il primo, funereo il secondo, psicoanalitico il terzo) e un epilogo sorprendentemente “bacecchiante”. Uno spettacolare vortice di generi splendidamente interpretato da Bong Tae-gyu (già visto in “Tears” e “A Good Lawyer’s Wife” di Im Sang-soo, presentati alla scorsa edizione del Festival) e brillantemente diretto da Lee Seok-hoon. Una maggiore stringatezza, specie nella seconda parte, avrebbe probabilmente giovato a un film che, pur con questo minutaggio, resta un pregevole esempio di sorridente stravaganza narrativa e visiva.

LEE SEOK-HOON

Classe 1972, Lee Seok-hoon ha esordito nel lungometraggio nel 2006 con “See You After School”, ricevendo giudizi entusiastici per aver saputo ritrarre il lato oscuro della società coreana usando come sfondo l’ambientazione scolastica. Uscito nelle sale coreane nel mese di settembre, la commedia romantica “Two Faces of My Girlfriend” ha totalizzato la discreta cifra di circa 700.000 spettatori.

Filmografia
“Two Faces of My Girlfriend” (2007)
“See You After School” (2006)

 

 

 

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