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a cura di Alessandro Baratti
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Uno sguardo sul Korea Film Festival 2006
Organizzata
come di consueto dal direttore artistico Riccardo Gelli, la quarta
edizione del Korea Film Festival si è svolta a Firenze dal 31 marzo al 10 aprile,
offrendo un programma decisamente ricco per quantità (21 lungometraggi
e 7 cortometraggi) e qualità (addirittura tre le retrospettive complete
sull’opera di cineasti del calibro di Park Chan-wook, Kim Jee-woon e
Song Il-gon, questi ultimi due ospiti del Festival nelle giornate
centrali). I film presentati, tra i quali titoli di difficilissima
reperibilità come The Moon is the
Sun’s Dream di Park Chan-wook,
sono stati proiettati in versione originale con doppia sottotitolazione
in inglese e italiano: attenzione che, oltre a testimoniare l’impegno
e lo scrupolo degli organizzatori, ha notevolmente
esaltato la fruibilità delle pellicole. A completare il quadro di una
manifestazione da elogiare senza riserve, nello spazio espositivo
dell’Auditorium Stensen (una delle tre sale in cui si è svolto il
Festival) è stato allestito un omaggio al grande videoartista coreano
Nam-jun Paik, scomparso lo scorso 29 gennaio. Un ringraziamento
particolare, per disponibilità e simpatia, va ad Antonio Pirozzi
dell’Ufficio Stampa e, per la preziosa collaborazione, a Giorgia
Trentin.
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| Retrospettiva PARK
CHAN-WOOK |
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The
Moon is the Sun’s Dream (Dal-eun...haega
kkuneun kkum)
1992, 103'
Regia:
Park Chan-wook
Interpreti: Lee Seung-Cheol, Na Hyeon-Hee, Song Seung-Hwan, Bang
Eun-Hee, Kim Dong-Su, Lee Ki-Yeol, Han Young-Su, Park Jun-Young, Lim
Yun-Kyu, Park Jong-Seol
Produzione: M & R
Distribuzione: Korean Film Archive
Trama:
Ha-young e Mu-hoon sono fratellastri. Ha-young diventa un fotografo di
successo ma Mu-hoon diventa un gangster a Pusan. Quando Eun-joo,
l’amante del boss, viene trovata con Mu-hoon, i due scappano con i
soldi dell’organizzazione ma vengono presto acchiappati e se Mu-hoon
riesce a scappare con i soldi, a Eun-joo viene fatta una cicatrice sulla
guancia per punizione e viene venduta ai quartieri a luci rosse. Mu-hoon,
che aveva cercato Eun-joo per un anno, trova una sua foto nello studio
di Ha-young che aveva realizzato un servizio fotografico nel quartiere a
luci rosse. Dopo uno spaventoso scontro Mu-hoon salva Eun-joo e assieme
si nascondono nello studio del fratellastro. Questo riconosce la
bellezza e il talento di Eun-joo e le suggerisce di fare la modella. Lei
si fa rimuovere chirurgicamente la cicatrice ma nel frattempo la mafia
cerca affannosamente i due amanti e scova Mu-hoon che viene ricattato
con la morte di Eun-joo. Mu-hoon accetta la proposta di lavoro della
malavita e si infiltra in un tribunale per eliminare il bersaglio
prescelto. Ma quando realizza che si tratta del suo migliore amico,
Man-soo, si rifiuta di portare a termine il lavoro. Mentre scappa viene
colpito dalla polizia. Dopo essere riuscito ad uccidere il boss mafioso
Mu-hoon muore alla ricerca di Eun-joo. Un anno dopo Ha-young ricorda
Mu-hoon e Eun-joo mentre guarda un film in cui lei aveva recitato.
Arricchito da un’ingenua componente metacinematografica,
The Moon is the Sun’s Dream, primo film di Park
Chan-wook, è un gangster movie con forti venature mélo. Nei momenti
migliori si avvicina al bellissimo As Tears Go By di Wong Kar-wai, nei peggiori ad un qualsiasi
gangster mélo routinario degli ani ’80. Da segnalare lo strepitoso
incipit – girato con uno stile sincopato tra Ferrara e Godard,
investito da una violenta luce rossastra e percorso dalle note
struggenti di un sax – e il prefinale notturno e sanguigno, con un
furibondo corpo a corpo a colpi di coltello nel sedile posteriore di una
macchina. Davvero tosto. Dal punto di vista drammaturgico colpisce
invece la capacità di costruire scene in cui uno dei personaggi riesce
a cogliere i sottintesi e le complicità che uniscono i suoi
interlocutori grazie a elementi quasi impercettibili. Ciononostante il
film non riesce a scrollarsi di dosso la pesante patina di
convenzionalità e medietà che lo ricopre, vivendo soltanto di
frammenti abbaglianti e sprazzi dirompenti. L’introvabile pellicola di
esordio di Park Chan-wook, che lo stesso regista ha sconfessato insieme
alla sua prova successiva (Trio), è stata proiettata
in DV (il disco è stato ricavato da una copia VHS ottenuta
rocambolescamente dagli organizzatori del Festival) con sottotitoli in
italiano.
Voto: 6
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The
Judgment
(Simpan)
1999, 26’
Regia:
Park Chan-wook
Produzione: Moho Films
Distribuzione: CJ
Entertainment
Trama: Il 29 giugno 1995 Seoul venne colpita da una
tragedia di tremende proporzioni: i magazzini Sampung, un edificio di 5
piani, crollarono rovinosamente uccidendo 501 persone e ferendone quasi
1000. Quest’evento colpì molto l’immaginazione del giovane Park
Chan-wook che, quattro anni più tardi, ne prende spunto per sfornare The Judgement, una
sferzante critica alla pochezza del capitalismo contemporaneo. Il film
si apre in una camera mortuaria dove una famiglia in lacrime riconosce
in un corpo sfigurato la propria figlia, vittima del crollo del
supermarket. Un giornalista sta riprendendo la scena e il coroner sta
compiendo le procedure di rito, quando il suo aiutante crede di
riconoscere anche lui nel cadavere sua figlia scomparsa sette anni
prima. Ha così inizio un’assurda girandola di recriminazioni e
tiremmolla per aggiudicarsi la paternità del cadavere.
Cortometraggio di 26 minuti selezionato al festival di Clermont-Ferrand,
The Judgement segna il
ritorno alla regia di Park Chan-wook dopo un paio d’anni di inattività
(il lavoro precedente, Trio, è
infatti del 1997) e un deciso affondo nelle ferite
della società coreana. Il risarcimento di mezzo milione di dollari
offerto ad ogni famiglia delle vittime decedute nel crollo del Plus
Department Store è il punto di partenza per un’impietosa analisi
dell’avidità umana e sociale. Quell’avidità che spinge una coppia
di mezza età a riconoscere cinicamente la propria figlia nel cadavere
sfigurato di una giovane donna. Ovviamente c’è puzza di bruciato e la
presenza di un giornalista spregiudicato e altrettanto cinico non fa che
complicare le cose. A renderle letteralmente irrisolvibili – salvo un
provvidenziale evento sismico – ci si mette anche l’inserviente
dell’obitorio che rivendica la paternità del cadavere, dando il via
ad una sconcertante gazzarra nel chiuso di una camera mortuaria. Un
grottesco jeu de massacre, insomma, nel quale Park Chan-wook si destreggia
piuttosto bene, anche se complessivamente il corto non esce dalle
strettoie del sarcasmo moraleggiante, finendo per premiare con
artificiosa casualità il dropout
di turno. Si segnalano la solita abilità drammaturgica, che in questa
occasione si esprime nei fantasiosi colpi di scena e nella divertita
assurdità delle situazioni, l’uso efficace, anche se vagamente
meccanico, dell’alternanza bianco e nero/colore e uno sfruttamento
dello spazio scenico di chiara matrice hitchcockiana (impossibile non
pensare all’impostazione spaziale di Nodo
alla gola, dove tutta l’azione ruota attorno alla cassapanca
nella quale è nascosto il cadavere). Non imprescindibile, comunque.
Voto: 6
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JSA-Joint
Security Area
(Gongdong gyeongbi guyeok JSA)
2000, 110'
Regia:
Park Chan-wook
Produzione: Myung Film Company, Ltd.
Distribuzione: MKPictures
Interpreti: Lee Byeong-heon, Song Kang-ho, Lee Young-ae, Kim Tae-woo,
Sin Hagyun, Choi Sang-woo, Kim Myeong-su, Herber Ulrich.
Trama: Panmunjom é un villaggio al confine tra le due Coree. I
soldati si fronteggiano a pochi metri l'uno dall'altro. La tensione é
alta e a simboleggiarla c'è il "ponte di non ritorno", un
piccolo ponte di confine. E quando due soldati del nord vengono trovati
uccisi, i sospetti si accentrano su Lee Soo-Hyuk, un soldato del sud
trovato ferito proprio nella terra di nessuno. Le due Coree si accusano
l'un l'altra e invocano l'intervento di una forza di pace composta da
stati neutrali. Sophie E. Lang é incaricata di seguire il caso e sembra
la persona più adatta: é un capitano dell’esercito svizzero figlia
di un coreano e di una europea. Aiutata da un capitano svedese, Sophie
deve affrontare la ostinata reticenza sia di Lee Soo-Hyuk che del
sergente Oh Kyung-Pil, l'unico sopravvissuto nel posto di guardia.
Cercando tra mille difficoltà di vincere le difese dei due uomini,
Sophie si trova presto davanti ad una situazione più complessa del
previsto, complicata dal suicidio del principale testimone. E quando
Sophie porterà a termine le indagini scoprirà una verità
insospettabile.
Adattamento cinematografico del romanzo di Park Sang-yun DMZ, Joint
Security Area è un vero e proprio film di frontiera:
economica, geografica, estetica. La potente Myung
Film Company, incuriosita dal precedente lungometraggio di
Park Chan-wook (Trio),
offre infatti al cineasta la possibilità di
realizzare un progetto dal budget eccezionale, stabilendo il record di
spesa per un film coreano. Da par suo il film sbanca i botteghini e si
attesta al primo posto assoluto per incassi in patria, facendo di Park
un regista definitivamente affermato. Dal punto di vista geografico, JSA mette in scena le
tensioni politiche che innervano la penisola coreana, strutturandosi con
la consueta padronanza scenica attorno al ponte di pochi metri che
separa la Corea del Sud da quella del Nord. Col passare del tempo,
quello che sembra un limite invalicabile e mortale si rivela al
contrario un percorribile e vitale trait
d’union tra due popoli artificiosamente divisi, salvo poi tornare
ad essere, nel finale, fattore di separazione e ostilità. La
trasformazione di un’inerte struttura architettonica in elemento
dinamico e suscettibile di modificazioni risulta un’efficace
rappresentazione della conflittualità latente e sempre sul punto di
esplodere che caratterizza i rapporti tra le due Coree (una situazione
che, usando le parole del generale a capo della NNSC - la Commissione di
Supervisione delle Nazioni Neutre - “si può paragonare ad una foresta
inaridita, una
scintilla così piccola può far bruciare tutta la foresta”). Anche
sotto il profilo estetico
JSA si colloca a cavallo tra film di genere (in realtà una
commistione di generi: giallo politico, action e commedia) e pellicola
autoriale (memorabile l’inizio, con un gufo che prima guarda in
macchina e poi spicca il volo, stagliandosi contro il chiarore del disco
lunare), riuscendo a conciliare piuttosto bene le due anime e a trovare
una misura stilistica avvolgente. Pur non esente da qualche vezzo
irritante (le aperture dei flashback smaccatamente virtuosistiche, una
mdp fin troppo mobile e un uso delle soggettive e dei ralenti
un filo eccessivo), Park Chan-wook mostra grande sicurezza
nell’orchestrazione delle sequenze d’azione, un controllo esemplare
della figura del montaggio alternato e una maestria visiva difficilmente
criticabile. Superbe le prove attoriali (Song Kang-ho e Lee Byeong-heon
su tutti) e ultima inquadratura magistralmente struggente.
Voto: 6½
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Sympathy
for Mr. Vengeance
(Boksooneum Na-eui Gut)
2002, 121'
Regia:
Park Chan-wook
Produzione: Studio Box
Distribuzione Internazionale: CJ Entertainment
Distribuzione Italiana: Lucky Red
Interpreti: Song Gang-Ho, Sin Ha-Gyun, Bae Du-Na, Im Ji-Eun, Han Bo-Bae,
Kim Se-Dong, Lee Dae-Yeon.
Trama: Ryu è un giovane sordomuto dai verdi capelli che lavora
in fabbrica per sostentare la sorella in continua dialisi e in disperata
attesa di un trapianto di rene. Ryu non è un donatore compatibile e le
attese sono troppo lunghe, così inizia il suo calvario: il giovane
contatta un'associazione criminale alla quale cede un suo rene e tutti i
suoi risparmi, in cambio di un rene compatibile. Gli prendono il rene e
i soldi, ma non riceve niente in cambio. Intanto lo licenziano. Nel
frattempo, guarda il caso burlone, si è reso disponibile un rene per la
sorella, ma Ryu non ha più i soldi per affrontare l'operazione. La sua
ragazza lo spinge verso quella che lei ritiene l'unica soluzione: rapire
la figlia di Dongjin, il padrone della fabbrica, per ottenere un
riscatto. Si fa. Ma accade qualcosa di imprevedibile: la bambina muore
accidentalmente. Un tragico evento frutto del caso che innesta una
spirale centrifuga di violenza che travolgerà tutti i personaggi
coinvolti.
Voto: 6½
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Old
Boy
(Oldeu Boi)
2003, 119’
Regia:
Park Chan-wook
Produzione: ShowEast, Egg Films
Distribuzione Internazionale: Cineclick Asia
Distribuzione Italiana: Lucky Red
Interpreti: Choe Minsik, Yu Jitae, Kang Hyejeong
Trama: Oh Dae-su viene rapito e imprigionato senza apparente
motivo in una stanza nella quale la televisione è il suo unico contatto
col mondo esterno. 15 interminabili anni dopo è libero, temprato da uno
strenuo allenamento fisico, determinato a scoprire chi sia il suo
misterioso sequestratore e a vendicarsi. Approda in un ristorante
giapponese dove conosce la giovane e bella cuoca che lo accudirà una
volta svenuto, e lo seguirà, innamorata, nella sua crociata. Oh Dae-su
ritrova la sua prigione, che scopre essere in mano a dei criminali che
forniscono un servizio di reclusione a pagamento. Il suo rapitore dunque
non è lì, ma non si è affatto scordato di lui: Lee Woo-jin svela la
sua identità ma resta per Oh Dae-su uno sconosciuto che lo ha
imprigionato per vendicarsi di un torto subito chissà quando e chissà
dove. Alla ricerca della vendetta si affianca così quella della verità,
che Oh Dae-su deve trovare entro cinque giorni, prima che Lee Woo-jin
uccida la sua amata.
Scheda
completa del film
Voto: 7
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Sympathy
for Lady Vengeance (Chinjeol-han
Geum-ja-ssi)
2005, 112’
Regia:
Park Chan-wook
Produzione: Moho Film
Distribuzione Internazionale: CJ Entertainment
Distribuzione Italiana: Lucky Red
Interpreti: Lee Yeong-ae, Choe Min-sik
Trama: Geum-ja esce di prigione dopo 13 anni, rea confessa
dell'omicidio di un bambino di cinque. Negli anni di prigionia è stata
più che una detenuta modello, quasi una santa in mezzo a tanto
marciume. Eppure appena uscita mette tacchi a spillo e cappotto di pelle
e dedica ogni respiro ad un solo obiettivo: vendicarsi del vero
colpevole dell'assassinio, l'insegnante delle scuole primarie il signor
Baek, che con lei aveva organizzato il rapimento. Si fa aiutare nella
ricerca dell'uomo da varie ex-compagne di cella e nel frattempo il suo
candore è tutto profuso nella preparazione di torte squisite presso la
pasticceria di Mr Chang. È qui che Geum-ja concupisce il giovane
apprendista e rincontra l'ispettore di polizia che la arrestò ma che
non aveva mai creduto alla sua colpevolezza.
Voto: 8
Sulla Trilogia della Vendetta, rimando a quanto scritto a
proposito di Sympathy for Lady Vengeance.
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If
You Were Me
(Yeoseotgaeui Siseon)
2003, 110'
Regia:
Yim Soon-rye, Jeong Jae-eun, Yeo Kyun-dong, Park Jin-pyo, Park Kwang-su, Park
Chan-wook
Produzione: National Human Rigths
Commission of Korea
Distribuzione: Indiestory, Inc.
Interpreti: Jeon Haeun, Lee Seolhui, Rama Kanchan Maya, O Dalsu, Kim
Sedong, Dong Hyohui
Prodotto
dalla National Human Rigths Commission of Korea, If
You Were Me
è un film a episodi sui diritti umani nel contesto socio-culturale
della Corea contemporanea. Operazioni del genere suscitano sempre un
po’ di scetticismo: la nobiltà dell’intento rischia di vincolare
eccessivamente la libertà espressiva, imprigionando l’opera nel suo
“messaggio” (termine che ha fatto più danni della grandine). If You Were Me
non sembra fare eccezione, mostrando
tutte le rigidità del film a tesi e i limiti del prodotto su
commissione. Non tutti gli episodi, ovviamente, sono ingessati e tirati
via allo stesso modo.
The
Weight of Her
(Geu
nyeoeui muge) di Yim Soon-rye prende spunto dal disagio di Cho
Sun-kyung, un’adolescente leggermente sovrappeso, per mettere alla
berlina l’ossessione per la bellezza e per la forma fisica che spinge
molte ragazze all’uso di pillole dimagranti e al ricorso alla
chirurgia estetica. La connivenza di scuola e istituzioni allarga la
denuncia all’intera società, intrisa di sessismo. Forse il peggior
episodio del film, The Weight of Her è
scritto grossolanamente e girato in modo piuttosto pedestre, anche se
l’epilogo/backstage risulta inaspettatamente sferzante. Voto: 5½
Ambientato
in un futuro asettico, The
Man With an Affair (Geu
namjaeui sajeong) di Jeong Jae-eun descrive un episodio di
intolleranza all’interno di un edificio abitato da individui ostili e
pieni di pregiudizi. Un bambino che bagna il letto è costretto a
bussare alla porta di inquilini sconosciuti per avere un po’ di sale (è
la punizione affibbiatagli dalla madre). Deriso e umiliato da tutti, il
bambino si decide così a rivolgersi al “diverso” del palazzo, un
uomo pubblicamente additato come molestatore sessuale. Criptico e
moralmente ambiguo (sia detto in senso positivo), The
Man With an Affair può contare su un’eleganza figurativa e su
un’asciuttezza narrativa capaci di trasformare la semplicità
dell’assunto (i pregiudizi come fonte di intolleranza) in complessità
cinematografica (l’intransigenza sociale si riflette in uno sguardo
ferocemente voyeuristico che cancella ogni traccia di residua umanità).
Suggestive le atmosfere dilatate e le sonorità distorte. Voto: 7
Attraverso
una serie di quadretti introdotti da didascalie illustrate, Crossing
(Daeryukhwingdan) di Yeo
Kyun-dong ci mostra spaccati di vita di un ragazzo portatore di handicap
(le difficoltà nell’uscire di casa da solo, una sfortunata
dichiarazione d’amore, gli sfoghi e le bevute con un amico, fino al
tentativo di attraversare la strada più trafficata di Seoul). Sciatto e
ricattatorio, Crossing contende a The
Weight of Her la palma di peggior episodio del film, riducendo
il linguaggio filmico a piatta e inerte trascrizione fotografica. Niente
a che fare col bellissimo Oasis (2002) di Lee Chang-dong.
Voto: 5½
In Tongue Tie (Shinbihan
yeongeonara) di Park Jin-pyo, per migliorare la pronuncia inglese della erre, un
bambino viene sottoposto ad un’operazione alla lingua. Un piccolo
esercizio di crudeltà mostrato in tutta la sua disturbante crudezza,
con immagini chirurgiche quasi insopportabili. La radicalità della
rappresentazione basta da sola ad esprimere tutta l’assurdità della
situazione. Estremo. Voto:
6
Face
Value
(Eolgulgabs)
di Park Kwang-su
mette in scena il tentativo di abbordaggio subito da una giovane donna
addetta alla cassa in un parcheggio sotterraneo da parte di un
insistente seduttore. L’uomo scoprirà di aver corteggiato un
fantasma. Visivamente controllato e scritto
piuttosto bene, il corto di Park Kwang-su
riesce a rendere credibile una vicenda dai risvolti fantastici con
pochi, misurati tocchi di realismo magico. Riuscito anche l’effetto di
straniamento finale e il sorvegliato commento musicale. Voto:
6½
Una donna
nepalese immigrata in Corea, Chandra Kumari Gurung, è la protagonista
di N.E.P.A.L.
(Never
Ending Peace and Love) (Midgeona
malgeona) di Park Chan-wook. Basato
su una storia vera, il corto di Park segue le peripezie della donna,
che, dopo aver abbandonato la fabbrica in seguito a uno scontro coi
colleghi, vaga frastornata per le strade di Seoul. Portata dapprima in
centrale di polizia per aver consumato un pasto senza pagare, subito
dopo viene spedita in un ospedale psichiatrico, dove, tra
l’indifferenza delle istituzioni e l’insipienza dei medici, resterà
per sei anni e quattro mesi. Girato quasi interamente in soggettiva, il
corto di Park alterna parti propriamente narrative ad altre di
impostazione semidocumentaristica. Ne scaturisce un ibrido lamentoso e
patetico, lontano sia dall’irruenza travolgente di Sympathy for Mr. Vengeance che dalla affascinante stilizzazione
di Old Boy,
salvato soltanto dalla spregiudicatezza visiva e dal serpeggiante
umorismo corrosivo. Che lo stesso Park
abbia dichiarato di riconoscere in N.E.P.A.L. uno dei propri
lavori migliori getta una luce sinistra sulla sua opera. Voto: 6
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Three…
Extremes
(Saam gaang yi)
2004, 125’
Regia:
Fruit Chan, Park Chan Wook, Takashi Miike
Produzione: Applause Pictures,
B.O.M. Film Productions, Kadokawa Pictures
Distribuzione Internazionale: Fortissimo Films
Distribuzione Italiana: Medusa Video S.p.a.
Interpreti: Kang Hye-jeong,Lee
Byeong-heon,Im Won-hui,Yeom Jeon-a, Kyoko
Hasegawa, Atsuro Watabe,
Miriam Yeung Chin Wah, Ling Bai, Tony Leung Ka Fai
Trama:
Dumplings
di Fruit Chan. Nessuna donna resiste all'idea di ringiovanire e Qing Li
se lo può permettere. Ex divetta televisiva, ora sposata a un riccone,
Qing Li potrà realizzare il suo sogno. Conosce la misteriosa zia Mei
che le offre i suoi ravioli. Basta solo un poco di fede e dare un morso
ai ravioli ripieni di feti umani tritati. La maga, Mei, ha argomenti
sempre convincenti.
Cut
di Park Chan-wook. Ryu
Ji-ho è giovane, bello, famoso, ricco, ed anche buono e comprensivo. Ha
una bella moglie, affermata pianista, e vive in una lussuosissima casa,
alla quale si è peraltro ispirato per ricostruire il set dell'horror
che sta girando. Un giorno la sua vita perfetta viene sconvolta
dall'intervento di un uomo che si rivelerà essere una comparsa che ha
recitato in molti dei suoi film, che decide di sequestrarlo assieme alla
moglie e di metterlo di fronte ad una scelta davvero crudele: o
accetterà di uccidere a sangue freddo una bambina che si trova con
loro, oppure il pazzo taglierà ad una ad una le dita della moglie,
imprigionata al suo pianoforte da una ragnatela di cavetti d'acciaio. Il
motivo del suo rapimento è paradossale: Ryu è troppo buono per essere
un ricco, e quindi deve diventare cattivo, se vuole essere libero. Dopo
un iniziale tentativo di far ragionare il pazzo, Ryu Ji-ho sarà
costretto a giocare al gioco del suo aguzzino, e scoprirà una parte di
se stesso che ignora. Il finale sarà imprevedibile.
Box
di
Takashi Miike. Kyoko è una romanziera di successo e una bella donna, ma
conduce una vita solitaria. Non è in grado di concedere il suo cuore a
nessuno. Tutto risale ad un'esperienza traumatica della sua infanzia. A
dieci anni, Kyoko provocò un incidente in cui la gemella morì
carbonizzata. Addolorato, il loro tutore Hikita sparì dalla vita di
Kyoko. Kyoko è perseguitata dal ricordo della sorella e dedica il suo
tempo alla ricerca di Hikita, quando nella vita della donna appare un
uomo, incredibilmente somigliante al loro tutore. Un giorno, trova sulla
scrivania un mazzo di fiori con un biglietto che indica il luogo di un
appuntamento: il posto dove è morta la sorella.
Prosecuzione
ideale dell’horror collettivo Three (2002),
Three… Extremes ne
ripropone la struttura a episodi, affidando il compito di sondare le
angosce contemporanee ad altri tre registi orientali:
Fruit
Chan, Park Chan-wook e Takashi Miike. Spalleggiato dalla fotografia
eburnea di Peter Doyle, per il suo episodio Fruit Chan sceglie atmosfere
morbide e eleganti, impreziosite da raffinate soluzioni di montaggio
(una fitta trama di dissolvenze incrociate e impercettibili jump-cut),
da un gusto materico per i dettagli e da un’illuminazione radiosamente
rigenerante. Col passare dei minuti, però, i toni si incupiscono e la
luce illividisce sensibilmente,
Dumplings affacciandosi sull’orlo dell’orrore con sospesa,
inquietante ambiguità. Voto: 6½
L’episodio
di Park Chan-wook, Cut,
è una vera e propria sintesi del suo cinema: ritroviamo infatti la
componente metafilmica di The Moon is the Sun’s Dream,
l’unità spaziale da Kammerspiel
di The
Judgement, la regia avvolgente di Joint
Security Area e
il tema punitivo di Sympathy for Mr. Vengeance
e Old
Boy. Tuttavia il carattere marcatamente
antologico non giova affatto alla pellicola, la giustapposizione di
soluzioni formali e di aggregazioni tematiche non evolvendo in
progressione drammatica e l’ostentazione di abilità tecnica non
andando oltre il semplice virtuosismo. Anche la messa in scena, tra lo
sfarzoso e il fumettistico, a lungo andare si rivela piuttosto sterile,
lasciando intravedere dietro la sontuosità dell’apparato scenografico
e i vertiginosi carrelli digitali un’astuzia e una sufficienza
francamente irritanti. Più rimasticatura che summa. Voto:
5
Criptico e disturbante come al solito, con Box
Takashi Miike squaderna l’episodio migliore del film.
Raccontando la vicenda delle gemelle contorsioniste Kyoko e Shoko con
uno stile pacato, quasi imperturbabile, Box scava nel senso di colpa per affondare lo sguardo nei
meandri dell’invidia, della gelosia e della sottomissione. Lontano da
ogni didascalismo e da ogni psicologismo, qui Miike gioca in sottrazione
assoluta, smorzando i toni, rinunciando a qualsiasi effetto
grandguignolesco e intrecciando al flusso narrativo una toccante
riflessione sulla gravità delle ferite psichiche infantili. La messa in
scena algida e fiammeggiante, il montaggio ellittico e spiazzante e una
sceneggiatura di esemplare laconicità rendono Box uno degli horror più raffinati degli ultimi anni e un
piccolo saggio di cinema come arte della visione. Voto: 8
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| Retrospettiva KIM JEE-WOON |
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The
Quiet Family
(Jo-yonghan gajok)
1998, 103'
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: Myung Film
Distribuzione: MKPictures
Interpreti: Park In-Hwan, Na Mun-Hee, Song Kang-Ho, Choi Min-Shik, Ko
Ho-Kyeong,
Lee Yun-Seong, Jee Su-Won, Lee Ki-Young, Ki Ju-Bong, Jeong Ji-Hyeon
Trama:
Dopo il licenziamento del padre, una famiglia si ritira in un vecchio
cottage di montagna con l'intenzione di farne un albergo. Ma i giorni
passano e di clienti nemmeno l'ombra. Presto, fra i bizzarri membri
della famiglia, inizia a serpeggiare il malcontento. Almeno finché non
arriva il tanto atteso primo cliente, che però si fa trovare morto la
mattina dopo l'arrivo. Spinti dalla necessità di non mandare all'aria
il neonato business, la famiglia decide di seppellire il morto. Ma anche
ai clienti che successivamente giungono nel cottage tocca la stessa
sorte, e seppellire clienti morti diventa routine.
L’esordio
alla regia di Kim Jee-woon è una black
comedy di ambientazione montana basata sul meccanismo
dell’accumulo: una volta commesso l’errore iniziale (seppellire il
cadavere del primo cliente), la situazione precipita inesorabilmente,
costringendo “la tranquilla famiglia” a sporcarsi sempre di più le
mani per non compromettere il nome dell’albergo. Dannatamente bravo
sia come sceneggiatore che come regista, Kim riesce a tenere i toni in
perfetto equilibrio tra il comico e il macabro, centrando il registro
del grottesco con infallibile precisione. Ciononostante il meccanismo slow
burn è così scoperto e spremuto che a lungo andare risulta
prevedibile e vagamente improduttivo, finendo per ingrigire il brillante
humour nero di partenza in un sarcasmo vagamente caricaturale. Notevole
la capacità di sviluppare la narrazione rispettando una rigorosa unità
di luogo (cosa che si ripeterà con ben altra pregnanza nello
straordinario A tale of Two Sisters), ma, al di là di qualche pezzo di
bravura e di qualche sferzata caustica, The
Quiet Family
rappresenta, secondo chi scrive, la pellicola meno riuscita del
talentuosissimo Kim Jee-woon.
Voto: 6½
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The Foul King
(Banchig-wang)
1999,
112'
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: B.O.M. Film Productions
Distribuzione: Cinema Service
Interpreti: Song Kang-ho, Chang
Jin-young, Park Sang-myeon, Cheong Wung-in,
Song Young-chang, Chang Hang-seon,
Lee Won-jong, Kim Su-ro
Trama:
Dae-ho è un goffo impiegato di banca, quotidianamente vessato dal
proprio direttore (che lo umilia spesso e volentieri con mosse da
wrestling) e innamorato (non ricambiato) di una collega. Ma l'occasione
per sfogare le proprie frustrazioni, per sfuggire alla realtà
quotidiana e per trovare fiducia in se stesso non tarda a presentarsi:
una palestra cerca aspiranti lottatori per tornei di wrestling. Inizia
così, per Dae-ho, una doppia vita: di giorno impiegato imbranato e
sottomesso, di notte The Foul King, lottatore mascherato che fa ricorso
alle peggiori scorrettezze per battere l'avversario.
Commedia
drammatica di eccezionale ricchezza tematica e sbalorditiva esuberanza
stilistica, The Foul King
testimonia l’acquisita maturità artistica di Kim Jee-woon,
affermandolo come uno dei maggiori cineasti in circolazione (non
soltanto coreani, fare attenzione!). I punti di forza della pellicola
sono innumerevoli: si va dalla straordinaria capacità di modulare toni
e registri eterogenei (comico, drammatico, violento, grottesco e
romantico) alla stupefacente abilità nel girare gli incontri di
wrestling (l’uso della macchina a mano sul ring è di una disinvoltura
semplicemente inaudita), passando per l’incisività del sottotesto
politico-culturale (lo sport di derivazione statunitense come risposta
paradossale ad un modello sociale ultracompetitivo di analoga matrice
occidentale è indice di una vera e propria colonizzazione
dell’immaginario). A questi occorre senz’altro aggiungere la
fenomenale performance di Song
Kang-Ho, che riesce, impresa tutt’altro che semplice, a rendere
credibile un personaggio letteralmente improbabile, sfoggiando una
versatilità espressiva e una fisicità davvero strabilianti (le
acrobatiche e spericolate scene di lotta sono state tutte interpretate
dall’attore, senza l’ausilio di controfigure). Detto banalmente e
chiaramente, anche se non lo dà a vedere, a 35 anni Kim è già un
maestro.
Voto: 8 |
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Coming
Out
2000,
45'
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: B.O.M. Film Productions
Distribuzione: MKPictures
Trama: È un delizioso corto riguardo la spassionata confessione
di una ragazza al proprio fratello, che la riprende con una telecamera,
su alcuni piccoli/grandi segreti che ha da sempre tenuto nascosti a
tutta la famiglia.
Se
ci fosse ancora bisogno di capire che Kim Jee-woon
è in grado di spaziare dalla commedia all’horror
attraversando i territori del grottesco con infallibile sicurezza, Coming Out, gioiellino di 45’ realizzato nel 2000,
eliminerebbe ogni dubbio residuo. In questo formidabile corto (a dire il
vero sarebbe un mediometraggio), il cineasta coreano si diverte a
imbastire una narrazione che si apre su toni autenticamente disturbanti
per poi virare verso situazioni irresistibilmente strampalate e
paradossali, finendo per approdare ad atmosfere horror elegantemente
venate di erotismo. L’eleganza figurativa – che d’ora in poi
provocherà, nei recensori meno raffinati, assurde accuse di
calligrafismo - è in
effetti elemento inedito nella poetica di Kim, elemento che verrà
superbamente sviluppato nei lavori successivi. Si segnalano infine
l’inventiva nell’uso del digitale (soluzioni visive scherzose e
fantasiose si succedono senza sosta), la giocosa parodia del genere
“confessioni davanti alla videocamera” così diffuso nel decennio
precedente e l’epilogo gustosamente raccapricciante, accompagnato
dalla splendida Lost in a Crowd
dei Rusted Root.
Voto: 8
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Three - Memories
(Seori)
2002, 39’
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: B.O.M. Film Production
Distribuzione Internazionale: Fortissimo Films
Distribuzione Italiana: Eagles Pictures
Interpreti: Kim Hye-su, Jeong Bo-seok
Trama:Un uomo è sconvolto per la scomparsa della moglie. Il suo
dolore lo porta ad avere chiare premonizioni del destino della donna.
Sola, in preda ad un caos emotivo che ha cancellato ogni traccia della
sua identità, vaga per strade desolate. E’ tutto reale o si tratta
soltanto di angosciose visioni?
Esemplare nella sua essenzialità estetica, l’episodio Memories dell’horror collettivo Three (gli altri due
episodi sono firmati dall’hongkonghese Peter Chan e dal thailandese
Nonzee Nimibutr) è una sorta di saggio teorico del cinema di Kim
Jee-woon. Qui il cineasta coreano affronta il nucleo centrale della sua
poetica, quello dell’identità, formulandolo con assoluta chiarezza.
Le sue creature sono quasi sempre spinte al ridicolo, alla follia o alla
morte dall’incontrollabile esigenza di uniformare la propria natura ad
un’irraggiungibile immagine esteriore. Che questa si identifichi con
la rispettabilità sociale (The Quiet Family), con
l’affermazione sportiva (The
Foul King) o con l’osservanza di un codice professionale ai
limiti dell’ascesi (A Bittersweet Life) non
importa. Quello che conta sembra essere soltanto lo sforzo di
adeguamento ad un modello ideale cristallizzato in immagini (che esse
siano televisive, fotografiche o riflesse non cambia). In questo caso si
tratta di un’immagine fotografica che ritrae un uomo in compagnia
della moglie: una fotografia sorridente, rassicurante, esemplare. Un
modello ideale, appunto, che occupa la mente dell’uomo impedendogli di
guardare in faccia la verità. La sostituzione della realtà con
un’immagine ideale non può non generare problemi di identità e
conseguenti dissociazioni psichiche, cosa che si verificherà
puntualmente in questo raffinatissimo corto dalla costruzione
nitidamente, limpidamente delirante.
Paradigmatico.
Voto: 8
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A
Tale of Two Sisters (Janghwa,
Hongryeon)
2003, 115'
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: Masulpiri Films
Distribuzione Internazionale: Cineclick Asia
Distribuzione Italiana: Medusa Film
Interpreti: Im Su-jeong, Yeom Jeong-a, Kim Gap-su, Mun Geun-yeong, Park
Mi-hyeon
Trama: Adattamento contemporaneo di un racconto tradizionale
coreano, il film racconta la follia di una ragazza maltrattata dalla sua
matrigna.
Su
questo film è stato versato fin troppo inchiostro, spesso a sproposito.
È mia convinzione che A Tale of Two Sisters rappresenti l’horror più dislocante
degli ultimi venti anni. Non mette conto aggiungere altro.
La
Scheda
completa.
Voto: 9
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A
Bitter Sweet Life
(Dal Kom Han In-Saeng)
2005, 120'
Regia:
Kim Jee-woon
Produzione: B.O.M. Film Productions
Distribuzione: CJ
Entertainment
Interpreti: LEE Byung-hun, KIM
Young-chul, SHIN Min-a
Trama: Sun-woo è il braccio destro di Kang, eminente figura
della malavita. L'unico punto debole di Kang è la sua giovane compagna,
Hee-soo. In dubbio sulla fedeltà di lei, Kang ordina a Sun-woo di
pedinare la ragazza. Quando Sun-woo la trova fra le braccia di un altro
uomo, esita e decide di lasciarli liberi, senza forse sapere neppure il
perché. Furioso, Kang lancia la sua gang sulle tracce di Sun-woo.
Sun-woo dovrà condurre una battaglia senza ritorno contro quella che
era stata la sua gang, una battaglia che lo porterà faccia a faccia con
Kang.
Voto: 8
Per
la recensione, rimando alla Scheda.
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| Retrospettiva SONG
IL-GON |
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Spider Forest (Geomi
sup)
2004, 118’
Regia:
Song Il-gon
Produzione: OAK Films, Egg Films
Distribuzione: CJ Entertainment
Distribuzione internazionale: CJ Entertainment
Interpreti: Gam U-seong,Seo
Jeong,Kang Gyeong-heon,Jang
Hyeon-seong,Jo Seong-ha,Son Byeong-ho,Kim Hak-jun,Kim Hui-jeong
Trama: A causa di un misterioso e tragico incidente d'auto nei
pressi della Foresta del ragno, il produttore televisivo Kang Min viene
sottoposto ad un urgente intervento chirurgico al cervello. Quattordici
giorni dopo si riprende dal coma e insiste per chiamare la polizia e
sostenere che la stessa sera dell'incidente aveva visto due persone
brutalmente assassinate in un cottage nella Foresta. Choi Sung-hyun,
detective nonché grande amico di Kang accorre all'ospedale. Dopo aver
ascoltato la deposizione di Kang, il detective va nella Foresta e trova
esattamente ciò che lui aveva detto. Le indagini rivelano che i corpi
appartengono al capo e alla fidanzata di Kang, Choi Jong-pil e Hwang
Soo-young. Il detective inizia le indagini controllando l'alibi di Kang
il giorno dell'assassinio e la relazione tra le vittime. Nel frattempo
Kang cerca di scavare nella sua memoria per capire esattamente cos'è
successo nella Foresta e un'incredibile e crudele verità inizia ad
affiorare.
Secondo
lungometraggio di Song Il-gon (definito nel catalogo del Festival come
il “vate della new-wave coreana per quanto riguarda surrealismo e
subconscio”), Spider Forest è il solo
film del giovane autore (classe 1971) che abbia visto in rassegna. Al di
là di un simbolismo piuttosto schematico (luoghi, oggetti e insetti
sono usati come strumenti di prevedibile amplificazione drammatica) e
smaccatamente derivativo (Lynch e Cronenberg sono, anche ad occhi
bendati, riferimenti impossibili da ignorare), il film sconta una sceneggiatura fin troppo contorta e
lambiccata, ruotando attorno ai temi della colpa, dell’allucinazione e
del destino con immutata inessenzialità. Appesantita da artificiose
lungaggini e forzose simmetrie narrative, la pellicola è almeno
parzialmente riscattata dalla pregevole fattura tecnica (luci,
scenografie e composizione dell’immagine sono decisamente
apprezzabili), da una certa audacia espressiva (le scene erotiche e
quelle violente sono girate senza fastidiosi espedienti estetizzanti) e,
soprattutto, dalla fantomatica interpretazione di Kam Woo-seong
che, Dead Man dagli occhi a mandorla, attraversa il film con
mortifera febbrilità.
Voto: 6 |
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The
Scarlet Letter
(Juhonggeulssi)
2004, 115'
Regia:
Daniel Byeon Hyeok
Produzione: LJ Film Co. Ltd.
Distribuzione: CJ Entertainment
Interpreti: Han Seok-gyu, Lee Eun-ju, Seong Hyeon-a, Eom Ji-won, Kim
Jin-geun, Do Yong-gu, Jeong In-gi, Kim Chung-ryeol, Choe Gyu-hwan
Trama: Ki-hoon, detective assegnato al dipartimento crimini
violenti, è sposato con Soo-hyun, ma, istintivo sia nel lavoro che
nella vita, porta avanti in parallelo una relazione adultera con Ga-hee,
amica della moglie. Vivendo nel senso di colpa, l’uomo trova nel
lavoro una valvola di sfogo alla propria incapacità di scegliere tra le
due donne. Proprio lavorando ad un caso di omicidio conoscerà la
carismatica Kyung-hee, principale sospettata dal fascino misterioso ed
irresistibile. La notizia che sia la moglie che l’amante sono rimaste
incinte complicherà ulteriormente la situazione.
Eccessivo,
caricaturale, palesemente sbagliato,
The Scarlet Letter è uno di quei film per cui è più che
lecito prendere una sbandata. Il secondo lungometraggio di Daniel Byeon
Hyeok (Interview,
il suo primo film, risale al 2000) è infatti una detective
love story sproporzionatamente ambiziosa (si apre addirittura con
una citazione veterotestamentaria) e ecletticamente discontinua (toni e
registri si alternano in modo piuttosto casuale), ma permeata da una
sincerità espressiva e da un coraggio stilistico quasi commoventi.
Quello messo in scena dal cineasta coreano è infatti un universo
dominato unicamente dall’irrazionalità e dall’impetuosità del
desiderio, dove persino l’attività professionale funge da cassa di
risonanza delle passioni. Tutti i personaggi sono animati da sentimenti
laceranti e travolgenti, rivelandosi incapaci di controllarne
l’irruenza e finendo per soccombere tragicamente alla loro veemenza.
Di fronte a una tale intensità drammatica, le frequenti concessioni al
patetismo e le vistose sfilacciature narrative si perdonano volentieri,
apprezzando al contrario l’autenticità dell’approccio e la
radicalità della scrittura (opera dello stesso Daniel Byeon Hyeok).
Sotto il profilo stilistico è poi impossibile non riconoscere al
regista uno sguardo elegantemente avvolgente (anche se talvolta
l’eleganza sconfina nel kitsch), una spiccata sensibilità per i
momenti musicali (esaltati da preziosi movimenti di macchina come
carrellate circolari e morbidi dolly) e un gusto grottescamente perverso
per la limitazione spaziale (un’intera sequenza è girata nel
bagagliaio chiuso di una macchina). La brusca sterzata dell’ultima
mezz’ora, che deraglia nei territori della morbosità e del gore,
ribadisce il coraggio e la libertà espressiva di un film adorabilmente
scombiccherato.
Voto: 7 |
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The President’s Last Bang
(Gu-tte Gu-Saramdul)
2005,
104'
Regia:
Im Sang Soo
Produzione: MK Pictures Production
Distribuzione internazionale: MK Pictures
Interpreti: Han Seok-gyu, Baek Yun-sik, Song Jae-ho, Kim Eung-su, Jeong
Won-jung,
Kwon Byeong-gil, Jo Sang-geon, Jo Eun-ji, Kim Yun-a
Trama: È la più recente e controversa tra le opere di Im Sang
Soo. Osteggiata dal figlio del presidente Park Chung-hee, che trascinò
in tribunale l’autore accusandolo di demonizzare l’immagine del
padre, la pellicola è stata a lungo bloccata dalla censura, con il veto
sulla proiezione di quattro minuti di materiale documentaristico. La
produzione ha deciso di lasciare comunque nella versione definitiva i
quattro minuti incriminati, proiettandoli come schermo nero. Già forte
di numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, l’opera pare
destinata ad una diffusa distribuzione.
Questo film è basato
su una storia vera: l'assassinio del presidente Park Chung-hee. Il
presidente sud coreano Park prese il potere con un colpo di stato nel
1961 e governò per 18 anni con poteri quasi dittatoriali. Nell'ottobre
del 1979, studenti e lavoratori chiesero la democrazia e protestarono
contro il regime di Park. Ma l'esercito di Park schiacciò facilmente i
manifestanti.
Quella che avete appena letto è la didascalia che
apre lo strepitoso thriller politico The
President’s Last Bang, il miglior film della rassegna,
secondo chi scrive. Già con A Good Lawyer's Wife Im Sang Soo aveva dato prova di un
indiscutibile talento registico, ma qui siamo davvero dalle parti del
capolavoro. Con una messa in scena semplicemente sontuosa e una
sicurezza stilistica inesorabile, il cineasta coreano si avvicina
gradualmente ai personaggi, li osserva dall’esterno, li scruta
attentamente, facendo emergere i loro caratteri dai comportamenti e
dalla nuda azione. La sceneggiatura (scritta dallo stesso Im) schiva
ogni sottolineatura didascalica e ogni scorciatoia psicologistica,
lasciando scaturire i dialoghi dalle situazioni concrete e dalle
dinamiche drammatiche. Ne emergono figure vigorosamente scolpite,
assolutamente credibili, sulle quali svettano il disilluso e spossato
direttore della KCIA Kim (un dolentissimo Baek Yun-shik) e il suo
braccio destro, il giovane e risoluto Agente Capo Ju (Suk-kyu
Han: monumentale). Il complotto ai danni del Presidente Park e del
Comandante delle guardie Cha prende progressivamente
corpo, dando il senso di una manovra offensiva
essenziale ma ben congegnata, un vero e proprio accerchiamento compiuto
da un manipolo di uomini pronti a tutto. Con una tensione implacabile, un
ritmo tambureggiante e uno sguardo che ricorda il Michael Mann di Heat
o il John Frankeheimer dei giorni migliori, Im Sang Soo racconta un
episodio cruciale della vita politica coreana, dal momento che dopo
l’eliminazione del generale Park le cose cambieranno radicalmente.
Numerosissimi i momenti di forma che mettono i brividi: focalizzazioni
mobili, sfocature, riflessi, pulsazioni frastornanti, carrelli sontuosi
e campi lunghi di maestosa classicità. Ma soprattutto, dopo un’ora di
film, un dolly dall’alto che accompagna l’agente Ju in una
passeggiata nel teatro del massacro, volteggiando sulla sua testa con
grave, luttuosa fatalità.
Voto: 9
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Apparenza e violenza: una riflessione
Pur non avendo visto tutti i film della rassegna,
ritengo necessaria una riflessione sulle tematiche fondamentali emerse
delle pellicole visionate. Due mi sembrano i nodi cruciali: il dramma
dell’apparenza e la violenza come linguaggio “espulsivo”. Con
l’espressione “dramma dell’apparenza” indico una questione
assolutamente familiare al cinema occidentale, ma vissuta senza quella
drammaticità che, al contrario, scuote il cinema coreano: la scissione
tra immagine pubblica e natura intima dell’individuo. Questa
scissione, che il cinema occidentale ha ludicamente assorbito nella
celebrazione del simulacro (si veda l’ultimo film di Spike
Lee, Inside
Man, che fa dell’inganno e della simulazione un vero e proprio
principio di sopravvivenza), nel sistema estetico coreano genera dolore.
Si tratta di un dolore originato dall’impossibilità di far coincidere
la perfezione dell’immagine sociale con l’inadeguatezza di quella
privata: è un’interiorità degradata, imbarazzante, letteralmente
fetida, quella messa in scena da molti dei film visti nel festival
(penso all’agghiacciante crudeltà del maestro di Sympathy
for Lady Vengeance, alla disumana avidità dei genitori
descritti nel corto The Judgement
dello stesso Park Chan-wook, e, soprattutto,
all’inequivocabile “fetore di organi malati” emanante dalla bocca
del Direttore della Kcia in The
President’s Last Bang di Im Sang Soo).
Ora, quanto più quest’ìmmagine interna è
putrida e corrotta tanto più quella esterna è sublimata e idealizzata,
al punto da causare una vera e propria
frattura psichica (esemplare in questo senso la schizofrenia del
protagonista di Memories,
l’episodio realizzato da Kim
Jee-woon per l’horror collettivo Three).
Ne scaturisce un conflitto che si esprime attraverso il linguaggio della
violenza: questa non è più e soltanto
– come mi pare la critica
più sbrigativa e intollerante si ostini a interpretare – un
rispecchiamento diretto delle tensioni che attraversano la società, ma,
più sottilmente, il riflesso mediato di un conflitto trasferitosi
nell’interiorità del soggetto (e in qualche modo ignoto al
soggetto stesso). Sicché il linguaggio della violenza diventa
espressione di una dicotomia che nella pratica della sopraffazione
socioculturale (If You Were Me), professionale (The Foul King), politica (The
President’s Last Bang) e in ultima analisi esistenziale (La
trilogia della vendetta) trova una valvola di sfogo che tende a
occultarne l’origine interna, proiettandola
all’esterno, esportandola, espellendola. Quello della violenza si
trasforma così in un linguaggio preciso e totalizzante, in grado di
intercettare sia le tensioni che attraversano esteriormente il corpo
sociale sia la lacerazione che il conflitto tra apparenza ed essenza ha
prodotto nell’interiorità dell’individuo, trasformandolo in un
soggetto dolorosamente e inconsapevolmente scisso. Quello coreano, in
altri termini, è un cinema che slatentizzando un disagio sommerso e
disoccultandone l’origine interna, promuove l’acquisizione di una
lucida consapevolezza spettatoriale.
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