a cura di Alessandro Baratti

 

- Intro: Uno sguardo sul Korea Film Festival 2006
- I Film
      Retrospettiva PARK CHAN-WOOK:
            The Moon is the Sun's Dream (1992)
            The Judgment (1999)
            JSA-Joint Security Area (2000)
            Sympathy for Mr. Vengeance (2002)
            Old Boy (2003)
            Sympathy for Lady Vengeance (2005)
            If You Were Me (2003)
            Three Extremes (2004)
      Retrospettiva KIM JEE-WOON:
            The Quiet Family (1998)
            The Foul King (1999)
            Coming Out (2000)
            Three Memories (2002)
            A Tale of Two Sisters (2003)
            A Bitter Sweet Life (2005)
      Retrospettiva SONG IL-GON:
            Spider Forest
     - The Scarlet Letter (2004) - Daniel Byeon Hyeok
     - The President's Last Bang (2005) - Im Sang-Soo
- Apparenza e violenza: una riflessione
 

 

Uno sguardo sul Korea Film Festival 2006

 

Organizzata come di consueto dal direttore artistico Riccardo Gelli, la quarta edizione del Korea Film Festival si è svolta a Firenze dal 31 marzo al 10 aprile, offrendo un programma decisamente ricco per quantità (21 lungometraggi e 7 cortometraggi) e qualità (addirittura tre le retrospettive complete sull’opera di cineasti del calibro di Park Chan-wook, Kim Jee-woon e Song Il-gon, questi ultimi due ospiti del Festival nelle giornate centrali). I film presentati, tra i quali titoli di difficilissima reperibilità come The Moon is the Sun’s Dream di Park Chan-wook, sono stati proiettati in versione originale con doppia sottotitolazione in inglese e italiano: attenzione che, oltre a testimoniare l’impegno e lo scrupolo degli organizzatori, ha notevolmente esaltato la fruibilità delle pellicole. A completare il quadro di una manifestazione da elogiare senza riserve, nello spazio espositivo dell’Auditorium Stensen (una delle tre sale in cui si è svolto il Festival) è stato allestito un omaggio al grande videoartista coreano Nam-jun Paik, scomparso lo scorso 29 gennaio. Un ringraziamento particolare, per disponibilità e simpatia, va ad Antonio Pirozzi dell’Ufficio Stampa e, per la preziosa collaborazione, a Giorgia Trentin.

 

Retrospettiva PARK CHAN-WOOK

 

 
The Moon is the Sun’s Dream
(Dal-eun...haega kkuneun kkum)

1992, 103'

Regia: Park Chan-wook

Interpreti: Lee Seung-Cheol, Na Hyeon-Hee, Song Seung-Hwan, Bang Eun-Hee, Kim Dong-Su, Lee Ki-Yeol, Han Young-Su, Park Jun-Young, Lim Yun-Kyu, Park Jong-Seol

Produzione: M & R

Distribuzione: Korean Film Archive


Trama: Ha-young e Mu-hoon sono fratellastri. Ha-young diventa un fotografo di successo ma Mu-hoon diventa un gangster a Pusan. Quando Eun-joo, l’amante del boss, viene trovata con Mu-hoon, i due scappano con i soldi dell’organizzazione ma vengono presto acchiappati e se Mu-hoon riesce a scappare con i soldi, a Eun-joo viene fatta una cicatrice sulla guancia per punizione e viene venduta ai quartieri a luci rosse. Mu-hoon, che aveva cercato Eun-joo per un anno, trova una sua foto nello studio di Ha-young che aveva realizzato un servizio fotografico nel quartiere a luci rosse. Dopo uno spaventoso scontro Mu-hoon salva Eun-joo e assieme si nascondono nello studio del fratellastro. Questo riconosce la bellezza e il talento di Eun-joo e le suggerisce di fare la modella. Lei si fa rimuovere chirurgicamente la cicatrice ma nel frattempo la mafia cerca affannosamente i due amanti e scova Mu-hoon che viene ricattato con la morte di Eun-joo. Mu-hoon accetta la proposta di lavoro della malavita e si infiltra in un tribunale per eliminare il bersaglio prescelto. Ma quando realizza che si tratta del suo migliore amico, Man-soo, si rifiuta di portare a termine il lavoro. Mentre scappa viene colpito dalla polizia. Dopo essere riuscito ad uccidere il boss mafioso Mu-hoon muore alla ricerca di Eun-joo. Un anno dopo Ha-young ricorda Mu-hoon e Eun-joo mentre guarda un film in cui lei aveva recitato.


Arricchito da un’ingenua componente metacinematografica, The Moon is the Sun’s Dream, primo film di Park Chan-wook, è un gangster movie con forti venature mélo. Nei momenti migliori si avvicina al bellissimo As Tears Go By di Wong Kar-wai, nei peggiori ad un qualsiasi gangster mélo routinario degli ani ’80. Da segnalare lo strepitoso incipit – girato con uno stile sincopato tra Ferrara e Godard, investito da una violenta luce rossastra e percorso dalle note struggenti di un sax – e il prefinale notturno e sanguigno, con un furibondo corpo a corpo a colpi di coltello nel sedile posteriore di una macchina. Davvero tosto. Dal punto di vista drammaturgico colpisce invece la capacità di costruire scene in cui uno dei personaggi riesce a cogliere i sottintesi e le complicità che uniscono i suoi interlocutori grazie a elementi quasi impercettibili. Ciononostante il film non riesce a scrollarsi di dosso la pesante patina di convenzionalità e medietà che lo ricopre, vivendo soltanto di frammenti abbaglianti e sprazzi dirompenti. L’introvabile pellicola di esordio di Park Chan-wook, che lo stesso regista ha sconfessato insieme alla sua prova successiva (Trio), è stata proiettata in DV (il disco è stato ricavato da una copia VHS ottenuta rocambolescamente dagli organizzatori del Festival) con sottotitoli in italiano.

Voto: 6

 

 
The Judgment
(Simpan)

 1999, 26’

Regia: Park Chan-wook

Produzione: Moho Films

Distribuzione: CJ Entertainment

 

Trama: Il 29 giugno 1995 Seoul venne colpita da una tragedia di tremende proporzioni: i magazzini Sampung, un edificio di 5 piani, crollarono rovinosamente uccidendo 501 persone e ferendone quasi 1000. Quest’evento colpì molto l’immaginazione del giovane Park Chan-wook che, quattro anni più tardi, ne prende spunto per sfornare The Judgement, una sferzante critica alla pochezza del capitalismo contemporaneo. Il film si apre in una camera mortuaria dove una famiglia in lacrime riconosce in un corpo sfigurato la propria figlia, vittima del crollo del supermarket. Un giornalista sta riprendendo la scena e il coroner sta compiendo le procedure di rito, quando il suo aiutante crede di riconoscere anche lui nel cadavere sua figlia scomparsa sette anni prima. Ha così inizio un’assurda girandola di recriminazioni e tiremmolla per aggiudicarsi la paternità del cadavere.


Cortometraggio di 26 minuti selezionato al festival di Clermont-Ferrand, The Judgement segna il ritorno alla regia di Park Chan-wook dopo un paio d’anni di inattività (il lavoro precedente, Trio,
è infatti del 1997) e un deciso affondo nelle ferite della società coreana. Il risarcimento di mezzo milione di dollari offerto ad ogni famiglia delle vittime decedute nel crollo del Plus Department Store è il punto di partenza per un’impietosa analisi dell’avidità umana e sociale. Quell’avidità che spinge una coppia di mezza età a riconoscere cinicamente la propria figlia nel cadavere sfigurato di una giovane donna. Ovviamente c’è puzza di bruciato e la presenza di un giornalista spregiudicato e altrettanto cinico non fa che complicare le cose. A renderle letteralmente irrisolvibili – salvo un provvidenziale evento sismico – ci si mette anche l’inserviente dell’obitorio che rivendica la paternità del cadavere, dando il via ad una sconcertante gazzarra nel chiuso di una camera mortuaria. Un grottesco jeu de massacre, insomma, nel quale Park Chan-wook si destreggia piuttosto bene, anche se complessivamente il corto non esce dalle strettoie del sarcasmo moraleggiante, finendo per premiare con artificiosa casualità il dropout di turno. Si segnalano la solita abilità drammaturgica, che in questa occasione si esprime nei fantasiosi colpi di scena e nella divertita assurdità delle situazioni, l’uso efficace, anche se vagamente meccanico, dell’alternanza bianco e nero/colore e uno sfruttamento dello spazio scenico di chiara matrice hitchcockiana (impossibile non pensare all’impostazione spaziale di Nodo alla gola, dove tutta l’azione ruota attorno alla cassapanca nella quale è nascosto il cadavere). Non imprescindibile, comunque.

Voto: 6

 

   
JSA-Joint Security Area
(Gongdong gyeongbi guyeok JSA)

2000, 110'

Regia: Park Chan-wook

Produzione: Myung Film Company, Ltd.

Distribuzione: MKPictures

Interpreti: Lee Byeong-heon, Song Kang-ho, Lee Young-ae, Kim Tae-woo, Sin Hagyun, Choi Sang-woo, Kim Myeong-su, Herber  Ulrich.

 

Trama: Panmunjom é un villaggio al confine tra le due Coree. I soldati si fronteggiano a pochi metri l'uno dall'altro. La tensione é alta e a simboleggiarla c'è il "ponte di non ritorno", un piccolo ponte di confine. E quando due soldati del nord vengono trovati uccisi, i sospetti si accentrano su Lee Soo-Hyuk, un soldato del sud trovato ferito proprio nella terra di nessuno. Le due Coree si accusano l'un l'altra e invocano l'intervento di una forza di pace composta da stati neutrali. Sophie E. Lang é incaricata di seguire il caso e sembra la persona più adatta: é un capitano dell’esercito svizzero figlia di un coreano e di una europea. Aiutata da un capitano svedese, Sophie deve affrontare la ostinata reticenza sia di Lee Soo-Hyuk che del sergente Oh Kyung-Pil, l'unico sopravvissuto nel posto di guardia. Cercando tra mille difficoltà di vincere le difese dei due uomini, Sophie si trova presto davanti ad una situazione più complessa del previsto, complicata dal suicidio del principale testimone. E quando Sophie porterà a termine le indagini scoprirà una verità insospettabile.


Adattamento cinematografico del romanzo di Park Sang-yun DMZ, Joint Security Area è un vero e proprio film di frontiera: economica, geografica, estetica. La potente Myung Film Company, incuriosita dal precedente lungometraggio di Park Chan-wook (Trio), offre infatti al cineasta la possibilità di realizzare un progetto dal budget eccezionale, stabilendo il record di spesa per un film coreano. Da par suo il film sbanca i botteghini e si attesta al primo posto assoluto per incassi in patria, facendo di Park un regista definitivamente affermato. Dal punto di vista geografico, JSA mette in scena le tensioni politiche che innervano la penisola coreana, strutturandosi con la consueta padronanza scenica attorno al ponte di pochi metri che separa la Corea del Sud da quella del Nord. Col passare del tempo, quello che sembra un limite invalicabile e mortale si rivela al contrario un percorribile e vitale trait d’union tra due popoli artificiosamente divisi, salvo poi tornare ad essere, nel finale, fattore di separazione e ostilità. La trasformazione di un’inerte struttura architettonica in elemento dinamico e suscettibile di modificazioni risulta un’efficace rappresentazione della conflittualità latente e sempre sul punto di esplodere che caratterizza i rapporti tra le due Coree (una situazione che, usando le parole del generale a capo della NNSC - la Commissione di Supervisione delle Nazioni Neutre - “si può paragonare ad una foresta inaridita
, una scintilla così piccola può far bruciare tutta la foresta”). Anche sotto il profilo estetico JSA si colloca a cavallo tra film di genere (in realtà una commistione di generi: giallo politico, action e commedia) e pellicola autoriale (memorabile l’inizio, con un gufo che prima guarda in macchina e poi spicca il volo, stagliandosi contro il chiarore del disco lunare), riuscendo a conciliare piuttosto bene le due anime e a trovare una misura stilistica avvolgente. Pur non esente da qualche vezzo irritante (le aperture dei flashback smaccatamente virtuosistiche, una mdp fin troppo mobile e un uso delle soggettive e dei ralenti un filo eccessivo), Park Chan-wook mostra grande sicurezza nell’orchestrazione delle sequenze d’azione, un controllo esemplare della figura del montaggio alternato e una maestria visiva difficilmente criticabile. Superbe le prove attoriali (Song Kang-ho e Lee Byeong-heon su tutti) e ultima inquadratura magistralmente struggente.

Voto: 6½

 

 
  Sympathy for Mr. Vengeance (Boksooneum Na-eui Gut)
 2002, 121'

Regia: Park Chan-wook

Produzione: Studio Box

Distribuzione Internazionale: CJ Entertainment

Distribuzione Italiana: Lucky Red

Interpreti: Song Gang-Ho, Sin Ha-Gyun, Bae Du-Na, Im Ji-Eun, Han Bo-Bae, Kim Se-Dong, Lee Dae-Yeon.

 

Trama: Ryu è un giovane sordomuto dai verdi capelli che lavora in fabbrica per sostentare la sorella in continua dialisi e in disperata attesa di un trapianto di rene. Ryu non è un donatore compatibile e le attese sono troppo lunghe, così inizia il suo calvario: il giovane contatta un'associazione criminale alla quale cede un suo rene e tutti i suoi risparmi, in cambio di un rene compatibile. Gli prendono il rene e i soldi, ma non riceve niente in cambio. Intanto lo licenziano. Nel frattempo, guarda il caso burlone, si è reso disponibile un rene per la sorella, ma Ryu non ha più i soldi per affrontare l'operazione. La sua ragazza lo spinge verso quella che lei ritiene l'unica soluzione: rapire la figlia di Dongjin, il padrone della fabbrica, per ottenere un riscatto. Si fa. Ma accade qualcosa di imprevedibile: la bambina muore accidentalmente. Un tragico evento frutto del caso che innesta una spirale centrifuga di violenza che travolgerà tutti i personaggi coinvolti.

Voto: 6½

 


Old Boy
(Oldeu Boi)

2003, 119’

Regia: Park Chan-wook

Produzione: ShowEast, Egg Films

Distribuzione Internazionale: Cineclick Asia

Distribuzione Italiana: Lucky Red

Interpreti: Choe Minsik, Yu Jitae, Kang Hyejeong

 

Trama: Oh Dae-su viene rapito e imprigionato senza apparente motivo in una stanza nella quale la televisione è il suo unico contatto col mondo esterno. 15 interminabili anni dopo è libero, temprato da uno strenuo allenamento fisico, determinato a scoprire chi sia il suo misterioso sequestratore e a vendicarsi. Approda in un ristorante giapponese dove conosce la giovane e bella cuoca che lo accudirà una volta svenuto, e lo seguirà, innamorata, nella sua crociata. Oh Dae-su ritrova la sua prigione, che scopre essere in mano a dei criminali che forniscono un servizio di reclusione a pagamento. Il suo rapitore dunque non è lì, ma non si è affatto scordato di lui: Lee Woo-jin svela la sua identità ma resta per Oh Dae-su uno sconosciuto che lo ha imprigionato per vendicarsi di un torto subito chissà quando e chissà dove. Alla ricerca della vendetta si affianca così quella della verità, che Oh Dae-su deve trovare entro cinque giorni, prima che Lee Woo-jin uccida la sua amata.

Scheda completa del film

Voto: 7

 


Sympathy for Lady Vengeance
(Chinjeol-han Geum-ja-ssi)

2005, 112’

Regia: Park Chan-wook

Produzione: Moho Film

Distribuzione Internazionale: CJ Entertainment

Distribuzione Italiana: Lucky Red

Interpreti: Lee Yeong-ae, Choe Min-sik

 

Trama: Geum-ja esce di prigione dopo 13 anni, rea confessa dell'omicidio di un bambino di cinque. Negli anni di prigionia è stata più che una detenuta modello, quasi una santa in mezzo a tanto marciume. Eppure appena uscita mette tacchi a spillo e cappotto di pelle e dedica ogni respiro ad un solo obiettivo: vendicarsi del vero colpevole dell'assassinio, l'insegnante delle scuole primarie il signor Baek, che con lei aveva organizzato il rapimento. Si fa aiutare nella ricerca dell'uomo da varie ex-compagne di cella e nel frattempo il suo candore è tutto profuso nella preparazione di torte squisite presso la pasticceria di Mr Chang. È qui che Geum-ja concupisce il giovane apprendista e rincontra l'ispettore di polizia che la arrestò ma che non aveva mai creduto alla sua colpevolezza.

Voto: 8

Sulla Trilogia della Vendetta, rimando a quanto scritto a proposito di Sympathy for Lady Vengeance.

 


If You Were Me
(Yeoseotgaeui Siseon)

2003, 110'

Regia: Yim Soon-rye, Jeong Jae-eun, Yeo Kyun-dong, Park Jin-pyo, Park Kwang-su, Park Chan-wook

Produzione: National Human Rigths Commission of Korea

Distribuzione: Indiestory, Inc.

Interpreti: Jeon Haeun, Lee Seolhui, Rama Kanchan Maya, O Dalsu, Kim Sedong, Dong Hyohui

 

Prodotto dalla National Human Rigths Commission of Korea, If You Were Me è un film a episodi sui diritti umani nel contesto socio-culturale della Corea contemporanea. Operazioni del genere suscitano sempre un po’ di scetticismo: la nobiltà dell’intento rischia di vincolare eccessivamente la libertà espressiva, imprigionando l’opera nel suo “messaggio” (termine che ha fatto più danni della grandine). If You Were Me non sembra fare eccezione, mostrando tutte le rigidità del film a tesi e i limiti del prodotto su commissione. Non tutti gli episodi, ovviamente, sono ingessati e tirati via allo stesso modo. 

The Weight of Her (Geu nyeoeui muge) di Yim Soon-rye prende spunto dal disagio di Cho Sun-kyung, un’adolescente leggermente sovrappeso, per mettere alla berlina l’ossessione per la bellezza e per la forma fisica che spinge molte ragazze all’uso di pillole dimagranti e al ricorso alla chirurgia estetica. La connivenza di scuola e istituzioni allarga la denuncia all’intera società, intrisa di sessismo. Forse il peggior episodio del film, The Weight of Her è scritto grossolanamente e girato in modo piuttosto pedestre, anche se l’epilogo/backstage risulta inaspettatamente sferzante. Voto: 5½

Ambientato in un futuro asettico, The Man With an Affair (Geu namjaeui sajeong) di Jeong Jae-eun descrive un episodio di intolleranza all’interno di un edificio abitato da individui ostili e pieni di pregiudizi. Un bambino che bagna il letto è costretto a bussare alla porta di inquilini sconosciuti per avere un po’ di sale (è la punizione affibbiatagli dalla madre). Deriso e umiliato da tutti, il bambino si decide così a rivolgersi al “diverso” del palazzo, un uomo pubblicamente additato come molestatore sessuale. Criptico e moralmente ambiguo (sia detto in senso positivo), The Man With an Affair può contare su un’eleganza figurativa e su un’asciuttezza narrativa capaci di trasformare la semplicità dell’assunto (i pregiudizi come fonte di intolleranza) in complessità cinematografica (l’intransigenza sociale si riflette in uno sguardo ferocemente voyeuristico che cancella ogni traccia di residua umanità). Suggestive le atmosfere dilatate e le sonorità distorte. Voto: 7

Attraverso una serie di quadretti introdotti da didascalie illustrate, Crossing (Daeryukhwingdan) di Yeo Kyun-dong ci mostra spaccati di vita di un ragazzo portatore di handicap (le difficoltà nell’uscire di casa da solo, una sfortunata dichiarazione d’amore, gli sfoghi e le bevute con un amico, fino al tentativo di attraversare la strada più trafficata di Seoul). Sciatto e ricattatorio, Crossing contende a The Weight of Her la palma di peggior episodio del film, riducendo il linguaggio filmico a piatta e inerte trascrizione fotografica. Niente a che fare col bellissimo Oasis (2002) di Lee Chang-dong. Voto: 5½

In Tongue Tie (Shinbihan yeongeonara) di Park Jin-pyo, per migliorare la pronuncia inglese della erre, un bambino viene sottoposto ad un’operazione alla lingua. Un piccolo esercizio di crudeltà mostrato in tutta la sua disturbante crudezza, con immagini chirurgiche quasi insopportabili. La radicalità della rappresentazione basta da sola ad esprimere tutta l’assurdità della situazione. Estremo. Voto: 6

Face Value (Eolgulgabs) di Park Kwang-su mette in scena il tentativo di abbordaggio subito da una giovane donna addetta alla cassa in un parcheggio sotterraneo da parte di un insistente seduttore. L’uomo scoprirà di aver corteggiato un fantasma. Visivamente controllato e scritto piuttosto bene, il corto di Park Kwang-su riesce a rendere credibile una vicenda dai risvolti fantastici con pochi, misurati tocchi di realismo magico. Riuscito anche l’effetto di straniamento finale e il sorvegliato commento musicale. Voto:

Una donna nepalese immigrata in Corea, Chandra Kumari Gurung, è la protagonista di N.E.P.A.L. (Never Ending Peace and Love) (Midgeona malgeona) di Park Chan-wook. Basato su una storia vera, il corto di Park segue le peripezie della donna, che, dopo aver abbandonato la fabbrica in seguito a uno scontro coi colleghi, vaga frastornata per le strade di Seoul. Portata dapprima in centrale di polizia per aver consumato un pasto senza pagare, subito dopo viene spedita in un ospedale psichiatrico, dove, tra l’indifferenza delle istituzioni e l’insipienza dei medici, resterà per sei anni e quattro mesi. Girato quasi interamente in soggettiva, il corto di Park alterna parti propriamente narrative ad altre di impostazione semidocumentaristica. Ne scaturisce un ibrido lamentoso e patetico, lontano sia dall’irruenza travolgente di Sympathy for Mr. Vengeance che dalla affascinante stilizzazione di Old Boy, salvato soltanto dalla spregiudicatezza visiva e dal serpeggiante umorismo corrosivo. Che lo stesso Park abbia dichiarato di riconoscere in N.E.P.A.L. uno dei propri lavori migliori getta una luce sinistra sulla sua opera. Voto: 6

 

 


Three… Extremes
(Saam gaang yi)
2004, 125’

Regia: Fruit Chan, Park Chan Wook, Takashi Miike

Produzione: Applause Pictures, B.O.M. Film Productions, Kadokawa Pictures

Distribuzione Internazionale: Fortissimo Films

Distribuzione Italiana: Medusa Video S.p.a.

Interpreti: Kang Hye-jeong,Lee Byeong-heon,Im Won-hui,Yeom Jeon-a, Kyoko Hasegawa, Atsuro Watabe, Miriam Yeung Chin Wah, Ling Bai, Tony Leung Ka Fai

 

Trama:

Dumplings di Fruit Chan. Nessuna donna resiste all'idea di ringiovanire e Qing Li se lo può permettere. Ex divetta televisiva, ora sposata a un riccone, Qing Li potrà realizzare il suo sogno. Conosce la misteriosa zia Mei che le offre i suoi ravioli. Basta solo un poco di fede e dare un morso ai ravioli ripieni di feti umani tritati. La maga, Mei, ha argomenti sempre convincenti.

Cut di Park Chan-wook. Ryu Ji-ho è giovane, bello, famoso, ricco, ed anche buono e comprensivo. Ha una bella moglie, affermata pianista, e vive in una lussuosissima casa, alla quale si è peraltro ispirato per ricostruire il set dell'horror che sta girando. Un giorno la sua vita perfetta viene sconvolta dall'intervento di un uomo che si rivelerà essere una comparsa che ha recitato in molti dei suoi film, che decide di sequestrarlo assieme alla moglie e di metterlo di fronte ad una scelta davvero crudele: o accetterà di uccidere a sangue freddo una bambina che si trova con loro, oppure il pazzo taglierà ad una ad una le dita della moglie, imprigionata al suo pianoforte da una ragnatela di cavetti d'acciaio. Il motivo del suo rapimento è paradossale: Ryu è troppo buono per essere un ricco, e quindi deve diventare cattivo, se vuole essere libero. Dopo un iniziale tentativo di far ragionare il pazzo, Ryu Ji-ho sarà costretto a giocare al gioco del suo aguzzino, e scoprirà una parte di se stesso che ignora. Il finale sarà imprevedibile.

Box di Takashi Miike. Kyoko è una romanziera di successo e una bella donna, ma conduce una vita solitaria. Non è in grado di concedere il suo cuore a nessuno. Tutto risale ad un'esperienza traumatica della sua infanzia. A dieci anni, Kyoko provocò un incidente in cui la gemella morì carbonizzata. Addolorato, il loro tutore Hikita sparì dalla vita di Kyoko. Kyoko è perseguitata dal ricordo della sorella e dedica il suo tempo alla ricerca di Hikita, quando nella vita della donna appare un uomo, incredibilmente somigliante al loro tutore. Un giorno, trova sulla scrivania un mazzo di fiori con un biglietto che indica il luogo di un appuntamento: il posto dove è morta la sorella.

 

Prosecuzione ideale dell’horror collettivo Three (2002), Three… Extremes ne ripropone la struttura a episodi, affidando il compito di sondare le angosce contemporanee ad altri tre registi orientali: Fruit Chan, Park Chan-wook e Takashi Miike. Spalleggiato dalla fotografia eburnea di Peter Doyle, per il suo episodio Fruit Chan sceglie atmosfere morbide e eleganti, impreziosite da raffinate soluzioni di montaggio (una fitta trama di dissolvenze incrociate e impercettibili jump-cut), da un gusto materico per i dettagli e da un’illuminazione radiosamente rigenerante. Col passare dei minuti, però, i toni si incupiscono e la luce illividisce sensibilmente, Dumplings affacciandosi sull’orlo dell’orrore con sospesa, inquietante ambiguità. Voto: 6½

L’episodio di Park Chan-wook, Cut, è una vera e propria sintesi del suo cinema: ritroviamo infatti la componente metafilmica di The Moon is the Sun’s Dream, l’unità spaziale da Kammerspiel di The Judgement, la regia avvolgente di Joint Security Area e il tema punitivo di Sympathy for Mr. Vengeance e Old Boy. Tuttavia il carattere marcatamente antologico non giova affatto alla pellicola, la giustapposizione di soluzioni formali e di aggregazioni tematiche non evolvendo in progressione drammatica e l’ostentazione di abilità tecnica non andando oltre il semplice virtuosismo. Anche la messa in scena, tra lo sfarzoso e il fumettistico, a lungo andare si rivela piuttosto sterile, lasciando intravedere dietro la sontuosità dell’apparato scenografico e i vertiginosi carrelli digitali un’astuzia e una sufficienza francamente irritanti. Più rimasticatura che summa. Voto: 5

Criptico e disturbante come al solito, con Box Takashi Miike squaderna l’episodio migliore del film. Raccontando la vicenda delle gemelle contorsioniste Kyoko e Shoko con uno stile pacato, quasi imperturbabile, Box scava nel senso di colpa per affondare lo sguardo nei meandri dell’invidia, della gelosia e della sottomissione. Lontano da ogni didascalismo e da ogni psicologismo, qui Miike gioca in sottrazione assoluta, smorzando i toni, rinunciando a qualsiasi effetto grandguignolesco e intrecciando al flusso narrativo una toccante riflessione sulla gravità delle ferite psichiche infantili. La messa in scena algida e fiammeggiante, il montaggio ellittico e spiazzante e una sceneggiatura di esemplare laconicità rendono Box uno degli horror più raffinati degli ultimi anni e un piccolo saggio di cinema come arte della visione. Voto: 8  

 

Retrospettiva KIM JEE-WOON

 


The Quiet Family
(Jo-yonghan gajok)

1998, 103'

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: Myung Film

Distribuzione: MKPictures

Interpreti: Park In-Hwan, Na Mun-Hee, Song Kang-Ho, Choi Min-Shik, Ko Ho-Kyeong,

Lee Yun-Seong, Jee Su-Won, Lee Ki-Young, Ki Ju-Bong, Jeong Ji-Hyeon


Trama:
Dopo il licenziamento del padre, una famiglia si ritira in un vecchio cottage di montagna con l'intenzione di farne un albergo. Ma i giorni passano e di clienti nemmeno l'ombra. Presto, fra i bizzarri membri della famiglia, inizia a serpeggiare il malcontento. Almeno finché non arriva il tanto atteso primo cliente, che però si fa trovare morto la mattina dopo l'arrivo. Spinti dalla necessità di non mandare all'aria il neonato business, la famiglia decide di seppellire il morto. Ma anche ai clienti che successivamente giungono nel cottage tocca la stessa sorte, e seppellire clienti morti diventa routine.

L’esordio alla regia di Kim Jee-woon è una black comedy di ambientazione montana basata sul meccanismo dell’accumulo: una volta commesso l’errore iniziale (seppellire il cadavere del primo cliente), la situazione precipita inesorabilmente, costringendo “la tranquilla famiglia” a sporcarsi sempre di più le mani per non compromettere il nome dell’albergo. Dannatamente bravo sia come sceneggiatore che come regista, Kim riesce a tenere i toni in perfetto equilibrio tra il comico e il macabro, centrando il registro del grottesco con infallibile precisione. Ciononostante il meccanismo slow burn è così scoperto e spremuto che a lungo andare risulta prevedibile e vagamente improduttivo, finendo per ingrigire il brillante humour nero di partenza in un sarcasmo vagamente caricaturale. Notevole la capacità di sviluppare la narrazione rispettando una rigorosa unità di luogo (cosa che si ripeterà con ben altra pregnanza nello straordinario A tale of Two Sisters), ma, al di là di qualche pezzo di bravura e di qualche sferzata caustica, The Quiet Family rappresenta, secondo chi scrive, la pellicola meno riuscita del talentuosissimo Kim Jee-woon.

Voto: 6½

 


The Foul King
(Banchig-wang)
1999, 112'

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: B.O.M. Film Productions

Distribuzione: Cinema Service

Interpreti: Song Kang-ho, Chang Jin-young, Park Sang-myeon, Cheong Wung-in,

Song Young-chang, Chang Hang-seon, Lee Won-jong, Kim Su-ro


Trama:
Dae-ho è un goffo impiegato di banca, quotidianamente vessato dal proprio direttore (che lo umilia spesso e volentieri con mosse da wrestling) e innamorato (non ricambiato) di una collega. Ma l'occasione per sfogare le proprie frustrazioni, per sfuggire alla realtà quotidiana e per trovare fiducia in se stesso non tarda a presentarsi: una palestra cerca aspiranti lottatori per tornei di wrestling. Inizia così, per Dae-ho, una doppia vita: di giorno impiegato imbranato e sottomesso, di notte The Foul King, lottatore mascherato che fa ricorso alle peggiori scorrettezze per battere l'avversario.

 

Commedia drammatica di eccezionale ricchezza tematica e sbalorditiva esuberanza stilistica, The Foul King testimonia l’acquisita maturità artistica di Kim Jee-woon, affermandolo come uno dei maggiori cineasti in circolazione (non soltanto coreani, fare attenzione!). I punti di forza della pellicola sono innumerevoli: si va dalla straordinaria capacità di modulare toni e registri eterogenei (comico, drammatico, violento, grottesco e romantico) alla stupefacente abilità nel girare gli incontri di wrestling (l’uso della macchina a mano sul ring è di una disinvoltura semplicemente inaudita), passando per l’incisività del sottotesto politico-culturale (lo sport di derivazione statunitense come risposta paradossale ad un modello sociale ultracompetitivo di analoga matrice occidentale è indice di una vera e propria colonizzazione dell’immaginario). A questi occorre senz’altro aggiungere la fenomenale performance di Song Kang-Ho, che riesce, impresa tutt’altro che semplice, a rendere credibile un personaggio letteralmente improbabile, sfoggiando una versatilità espressiva e una fisicità davvero strabilianti (le acrobatiche e spericolate scene di lotta sono state tutte interpretate dall’attore, senza l’ausilio di controfigure). Detto banalmente e chiaramente, anche se non lo dà a vedere, a 35 anni Kim è già un maestro.

Voto: 8

 


Coming Out
 2000, 45'

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: B.O.M. Film Productions

Distribuzione: MKPictures

 

Trama: È un delizioso corto riguardo la spassionata confessione di una ragazza al proprio fratello, che la riprende con una telecamera, su alcuni piccoli/grandi segreti che ha da sempre tenuto nascosti a tutta la famiglia.

 

Se ci fosse ancora bisogno di capire che Kim Jee-woon è in grado di spaziare dalla commedia all’horror attraversando i territori del grottesco con infallibile sicurezza, Coming Out, gioiellino di 45’ realizzato nel 2000, eliminerebbe ogni dubbio residuo. In questo formidabile corto (a dire il vero sarebbe un mediometraggio), il cineasta coreano si diverte a imbastire una narrazione che si apre su toni autenticamente disturbanti per poi virare verso situazioni irresistibilmente strampalate e paradossali, finendo per approdare ad atmosfere horror elegantemente venate di erotismo. L’eleganza figurativa – che d’ora in poi provocherà, nei recensori meno raffinati, assurde accuse di calligrafismo  - è in effetti elemento inedito nella poetica di Kim, elemento che verrà superbamente sviluppato nei lavori successivi. Si segnalano infine l’inventiva nell’uso del digitale (soluzioni visive scherzose e fantasiose si succedono senza sosta), la giocosa parodia del genere “confessioni davanti alla videocamera” così diffuso nel decennio precedente e l’epilogo gustosamente raccapricciante, accompagnato dalla splendida Lost in a Crowd dei Rusted Root.

Voto: 8

 


Three - Memories
(Seori)

 2002, 39’

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: B.O.M. Film Production

Distribuzione Internazionale: Fortissimo Films

Distribuzione Italiana: Eagles Pictures

Interpreti: Kim Hye-su, Jeong Bo-seok

 

Trama:Un uomo è sconvolto per la scomparsa della moglie. Il suo dolore lo porta ad avere chiare premonizioni del destino della donna. Sola, in preda ad un caos emotivo che ha cancellato ogni traccia della sua identità, vaga per strade desolate. E’ tutto reale o si tratta soltanto di angosciose visioni?

 

Esemplare nella sua essenzialità estetica, l’episodio Memories dell’horror collettivo Three (gli altri due episodi sono firmati dall’hongkonghese Peter Chan e dal thailandese Nonzee Nimibutr) è una sorta di saggio teorico del cinema di Kim Jee-woon. Qui il cineasta coreano affronta il nucleo centrale della sua poetica, quello dell’identità, formulandolo con assoluta chiarezza. Le sue creature sono quasi sempre spinte al ridicolo, alla follia o alla morte dall’incontrollabile esigenza di uniformare la propria natura ad un’irraggiungibile immagine esteriore. Che questa si identifichi con la rispettabilità sociale (The Quiet Family), con l’affermazione sportiva (The Foul King) o con l’osservanza di un codice professionale ai limiti dell’ascesi (A Bittersweet Life) non importa. Quello che conta sembra essere soltanto lo sforzo di adeguamento ad un modello ideale cristallizzato in immagini (che esse siano televisive, fotografiche o riflesse non cambia). In questo caso si tratta di un’immagine fotografica che ritrae un uomo in compagnia della moglie: una fotografia sorridente, rassicurante, esemplare. Un modello ideale, appunto, che occupa la mente dell’uomo impedendogli di guardare in faccia la verità. La sostituzione della realtà con un’immagine ideale non può non generare problemi di identità e conseguenti dissociazioni psichiche, cosa che si verificherà puntualmente in questo raffinatissimo corto dalla costruzione nitidamente, limpidamente delirante. Paradigmatico.

Voto: 8

 

 
A Tale of Two Sisters (Janghwa, Hongryeon)
 2003, 115'

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: Masulpiri Films 

Distribuzione Internazionale: Cineclick Asia

Distribuzione Italiana: Medusa Film 

Interpreti: Im Su-jeong, Yeom Jeong-a, Kim Gap-su, Mun Geun-yeong, Park Mi-hyeon

 

Trama: Adattamento contemporaneo di un racconto tradizionale coreano, il film racconta la follia di una ragazza maltrattata dalla sua matrigna.

 

Su questo film è stato versato fin troppo inchiostro, spesso a sproposito. È mia convinzione che A Tale of Two Sisters rappresenti l’horror più dislocante degli ultimi venti anni. Non mette conto aggiungere altro. 

La Scheda completa.

Voto: 9

 


A Bitter Sweet Life (Dal Kom Han In-Saeng)
2005, 120'

Regia: Kim Jee-woon

Produzione: B.O.M. Film Productions 

Distribuzione: CJ Entertainment 

Interpreti: LEE Byung-hun, KIM Young-chul, SHIN Min-a

 

Trama: Sun-woo è il braccio destro di Kang, eminente figura della malavita. L'unico punto debole di Kang è la sua giovane compagna, Hee-soo. In dubbio sulla fedeltà di lei, Kang ordina a Sun-woo di pedinare la ragazza. Quando Sun-woo la trova fra le braccia di un altro uomo, esita e decide di lasciarli liberi, senza forse sapere neppure il perché. Furioso, Kang lancia la sua gang sulle tracce di Sun-woo. Sun-woo dovrà condurre una battaglia senza ritorno contro quella che era stata la sua gang, una battaglia che lo porterà faccia a faccia con Kang.

Voto: 8

Per la recensione, rimando alla Scheda.

 

Retrospettiva SONG IL-GON

 


Spider Forest
(Geomi sup)

 2004, 118’

Regia: Song Il-gon

Produzione: OAK Films, Egg Films

Distribuzione: CJ Entertainment

Distribuzione internazionale: CJ Entertainment

Interpreti: Gam U-seong,Seo Jeong,Kang Gyeong-heon,Jang Hyeon-seong,Jo Seong-ha,Son Byeong-ho,Kim Hak-jun,Kim Hui-jeong

 

Trama: A causa di un misterioso e tragico incidente d'auto nei pressi della Foresta del ragno, il produttore televisivo Kang Min viene sottoposto ad un urgente intervento chirurgico al cervello. Quattordici giorni dopo si riprende dal coma e insiste per chiamare la polizia e sostenere che la stessa sera dell'incidente aveva visto due persone brutalmente assassinate in un cottage nella Foresta. Choi Sung-hyun, detective nonché grande amico di Kang accorre all'ospedale. Dopo aver ascoltato la deposizione di Kang, il detective va nella Foresta e trova esattamente ciò che lui aveva detto. Le indagini rivelano che i corpi appartengono al capo e alla fidanzata di Kang, Choi Jong-pil e Hwang Soo-young. Il detective inizia le indagini controllando l'alibi di Kang il giorno dell'assassinio e la relazione tra le vittime. Nel frattempo Kang cerca di scavare nella sua memoria per capire esattamente cos'è successo nella Foresta e un'incredibile e crudele verità inizia ad affiorare.

 

Secondo lungometraggio di Song Il-gon (definito nel catalogo del Festival come il “vate della new-wave coreana per quanto riguarda surrealismo e subconscio”), Spider Forest è il solo film del giovane autore (classe 1971) che abbia visto in rassegna. Al di là di un simbolismo piuttosto schematico (luoghi, oggetti e insetti sono usati come strumenti di prevedibile amplificazione drammatica) e smaccatamente derivativo (Lynch e Cronenberg sono, anche ad occhi bendati, riferimenti impossibili da ignorare), il film sconta una sceneggiatura fin troppo contorta e lambiccata, ruotando attorno ai temi della colpa, dell’allucinazione e del destino con immutata inessenzialità. Appesantita da artificiose lungaggini e forzose simmetrie narrative, la pellicola è almeno parzialmente riscattata dalla pregevole fattura tecnica (luci, scenografie e composizione dell’immagine sono decisamente apprezzabili), da una certa audacia espressiva (le scene erotiche e quelle violente sono girate senza fastidiosi espedienti estetizzanti) e, soprattutto, dalla fantomatica interpretazione di Kam Woo-seong che, Dead Man dagli occhi a mandorla, attraversa il film con mortifera febbrilità.

Voto: 6

 

 


The Scarlet Letter (Juhonggeulssi)
 2004, 115'

Regia: Daniel Byeon Hyeok

Produzione: LJ Film Co. Ltd.

Distribuzione: CJ Entertainment

Interpreti: Han Seok-gyu, Lee Eun-ju, Seong Hyeon-a, Eom Ji-won, Kim Jin-geun, Do Yong-gu, Jeong In-gi, Kim Chung-ryeol, Choe Gyu-hwan

 

Trama: Ki-hoon, detective assegnato al dipartimento crimini violenti, è sposato con Soo-hyun, ma, istintivo sia nel lavoro che nella vita, porta avanti in parallelo una relazione adultera con Ga-hee, amica della moglie. Vivendo nel senso di colpa, l’uomo trova nel lavoro una valvola di sfogo alla propria incapacità di scegliere tra le due donne. Proprio lavorando ad un caso di omicidio conoscerà la carismatica Kyung-hee, principale sospettata dal fascino misterioso ed irresistibile. La notizia che sia la moglie che l’amante sono rimaste incinte complicherà ulteriormente la situazione.

 

Eccessivo, caricaturale, palesemente sbagliato, The Scarlet Letter è uno di quei film per cui è più che lecito prendere una sbandata. Il secondo lungometraggio di Daniel Byeon Hyeok (Interview, il suo primo film, risale al 2000) è infatti una detective love story sproporzionatamente ambiziosa (si apre addirittura con una citazione veterotestamentaria) e ecletticamente discontinua (toni e registri si alternano in modo piuttosto casuale), ma permeata da una sincerità espressiva e da un coraggio stilistico quasi commoventi. Quello messo in scena dal cineasta coreano è infatti un universo dominato unicamente dall’irrazionalità e dall’impetuosità del desiderio, dove persino l’attività professionale funge da cassa di risonanza delle passioni. Tutti i personaggi sono animati da sentimenti laceranti e travolgenti, rivelandosi incapaci di controllarne l’irruenza e finendo per soccombere tragicamente alla loro veemenza. Di fronte a una tale intensità drammatica, le frequenti concessioni al patetismo e le vistose sfilacciature narrative si perdonano volentieri, apprezzando al contrario l’autenticità dell’approccio e la radicalità della scrittura (opera dello stesso Daniel Byeon Hyeok). Sotto il profilo stilistico è poi impossibile non riconoscere al regista uno sguardo elegantemente avvolgente (anche se talvolta l’eleganza sconfina nel kitsch), una spiccata sensibilità per i momenti musicali (esaltati da preziosi movimenti di macchina come carrellate circolari e morbidi dolly) e un gusto grottescamente perverso per la limitazione spaziale (un’intera sequenza è girata nel bagagliaio chiuso di una macchina). La brusca sterzata dell’ultima mezz’ora, che deraglia nei territori della morbosità e del gore, ribadisce il coraggio e la libertà espressiva di un film adorabilmente scombiccherato.

Voto: 7

 


The President’s Last Bang
(Gu-tte Gu-Saramdul)
 2005, 104'

Regia: Im Sang Soo

Produzione: MK Pictures Production

Distribuzione internazionale: MK Pictures

Interpreti: Han Seok-gyu, Baek Yun-sik, Song Jae-ho, Kim Eung-su, Jeong Won-jung,

Kwon Byeong-gil, Jo Sang-geon, Jo Eun-ji, Kim Yun-a

 

Trama: È la più recente e controversa tra le opere di Im Sang Soo. Osteggiata dal figlio del presidente Park Chung-hee, che trascinò in tribunale l’autore accusandolo di demonizzare l’immagine del padre, la pellicola è stata a lungo bloccata dalla censura, con il veto sulla proiezione di quattro minuti di materiale documentaristico. La produzione ha deciso di lasciare comunque nella versione definitiva i quattro minuti incriminati, proiettandoli come schermo nero. Già forte di numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, l’opera pare destinata ad una diffusa distribuzione.

 

Questo film è basato su una storia vera: l'assassinio del presidente Park Chung-hee. Il presidente sud coreano Park prese il potere con un colpo di stato nel 1961 e governò per 18 anni con poteri quasi dittatoriali. Nell'ottobre del 1979, studenti e lavoratori chiesero la democrazia e protestarono contro il regime di Park. Ma l'esercito di Park schiacciò facilmente i manifestanti.

Quella che avete appena letto è la didascalia che apre lo strepitoso thriller politico The President’s Last Bang, il miglior film della rassegna, secondo chi scrive. Già con A Good Lawyer's Wife Im Sang Soo aveva dato prova di un indiscutibile talento registico, ma qui siamo davvero dalle parti del capolavoro. Con una messa in scena semplicemente sontuosa e una sicurezza stilistica inesorabile, il cineasta coreano si avvicina gradualmente ai personaggi, li osserva dall’esterno, li scruta attentamente, facendo emergere i loro caratteri dai comportamenti e dalla nuda azione. La sceneggiatura (scritta dallo stesso Im) schiva ogni sottolineatura didascalica e ogni scorciatoia psicologistica, lasciando scaturire i dialoghi dalle situazioni concrete e dalle dinamiche drammatiche. Ne emergono figure vigorosamente scolpite, assolutamente credibili, sulle quali svettano il disilluso e spossato direttore della KCIA Kim (un dolentissimo Baek Yun-shik) e il suo braccio destro, il giovane e risoluto Agente Capo Ju (Suk-kyu Han: monumentale). Il complotto ai danni del Presidente Park e del Comandante delle guardie Cha prende progressivamente corpo, dando il senso di una manovra offensiva essenziale ma ben congegnata, un vero e proprio accerchiamento compiuto da un manipolo di uomini pronti a tutto. Con una tensione implacabile, un ritmo tambureggiante e uno sguardo che ricorda il Michael Mann di Heat o il John Frankeheimer dei giorni migliori, Im Sang Soo racconta un episodio cruciale della vita politica coreana, dal momento che dopo l’eliminazione del generale Park le cose cambieranno radicalmente. Numerosissimi i momenti di forma che mettono i brividi: focalizzazioni mobili, sfocature, riflessi, pulsazioni frastornanti, carrelli sontuosi e campi lunghi di maestosa classicità. Ma soprattutto, dopo un’ora di film, un dolly dall’alto che accompagna l’agente Ju in una passeggiata nel teatro del massacro, volteggiando sulla sua testa con grave, luttuosa fatalità.

Voto: 9

 

 

Apparenza e violenza: una riflessione

Pur non avendo visto tutti i film della rassegna, ritengo necessaria una riflessione sulle tematiche fondamentali emerse delle pellicole visionate. Due mi sembrano i nodi cruciali: il dramma dell’apparenza e la violenza come linguaggio “espulsivo”. Con l’espressione “dramma dell’apparenza” indico una questione assolutamente familiare al cinema occidentale, ma vissuta senza quella drammaticità che, al contrario, scuote il cinema coreano: la scissione tra immagine pubblica e natura intima dell’individuo. Questa scissione, che il cinema occidentale ha ludicamente assorbito nella celebrazione del simulacro (si veda l’ultimo film di Spike Lee, Inside Man, che fa dell’inganno e della simulazione un vero e proprio principio di sopravvivenza), nel sistema estetico coreano genera dolore. Si tratta di un dolore originato dall’impossibilità di far coincidere la perfezione dell’immagine sociale con l’inadeguatezza di quella privata: è un’interiorità degradata, imbarazzante, letteralmente fetida, quella messa in scena da molti dei film visti nel festival (penso all’agghiacciante crudeltà del maestro di Sympathy for Lady Vengeance, alla disumana avidità dei genitori descritti nel corto The  Judgement  dello stesso Park Chan-wook, e, soprattutto, all’inequivocabile “fetore di organi malati” emanante dalla bocca del Direttore della Kcia in The President’s Last Bang di Im Sang Soo).

Ora, quanto più quest’ìmmagine interna è putrida e corrotta tanto più quella esterna è sublimata e idealizzata, al punto da causare una vera e  propria frattura psichica (esemplare in questo senso la schizofrenia del protagonista di Memories, l’episodio realizzato da  Kim Jee-woon per l’horror collettivo Three). Ne scaturisce un conflitto che si esprime attraverso il linguaggio della violenza: questa non è più e soltanto –  come mi pare la critica più sbrigativa e intollerante si ostini a interpretare – un rispecchiamento diretto delle tensioni che attraversano la società, ma, più sottilmente, il riflesso mediato di un conflitto trasferitosi nell’interiorità del soggetto (e in qualche modo ignoto al soggetto stesso). Sicché il linguaggio della violenza diventa espressione di una dicotomia che nella pratica della sopraffazione socioculturale (If You Were Me), professionale (The Foul King), politica (The President’s Last Bang) e in ultima analisi esistenziale (La trilogia della vendetta) trova una valvola di sfogo che tende a occultarne l’origine interna,  proiettandola all’esterno, esportandola, espellendola. Quello della violenza si trasforma così in un linguaggio preciso e totalizzante, in grado di intercettare sia le tensioni che attraversano esteriormente il corpo sociale sia la lacerazione che il conflitto tra apparenza ed essenza ha prodotto nell’interiorità dell’individuo, trasformandolo in un soggetto dolorosamente e inconsapevolmente scisso. Quello coreano, in altri termini, è un cinema che slatentizzando un disagio sommerso e disoccultandone l’origine interna, promuove l’acquisizione di una lucida consapevolezza spettatoriale.

 

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