IMMAGINARIA 2005

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DELLE DONNE RIBELLI, LESBICHE, ECCENTRICHE

Bologna c/o Multisala Lumiere e Cinema Jolly, dal 17 al 20 novembre 2005

a cura di
Luca Baroncini


 

Per molte, ma non per tutti

Un lungo lavoro di selezione con 400 opere visionate e un nutrito programma con circa 90 titoli, suddivisi tra corto, medio e lungometraggi, spalmati nelle quattro intense giornate di festival. Una grande opportunità culturale per vedere un cinema spesso indipendente, lontanissimo dallo star-system e dalle vincolanti regole di mercato, che difficilmente ha modo di trovare la via della distribuzione. Peccato che, nonostante la volontà di un’apertura all’esterno, solo quattro proiezioni siano effettivamente previste per un pubblico indistinto. Per tutte le altre l’accesso è consentito alle sole donne. Una scelta che si rispetta ma che non è facile condividere. A spiegarne le motivazioni è Debora Guma, una delle organizzatrici, nella serata di apertura: “Portiamo avanti una corrente di pensiero lesbo-femminista. Siamo separatiste e siamo fiere di esserlo. La Cineteca ha insistito per aprire il festival alla cittadinanza. Abbiamo deciso di aprire liberamente al pubblico solo quattro proiezioni. Il cinema Lumiere, che ci ospita, ha due sale. Lo stesso film verrà presentato in entrambe, ma in quella più grande potranno accedere solo le donne, mentre nell’altra l’accesso sarà libero. È un compromesso che ci permette di mantenere la nostra identità separatista”. La diretta conseguenza è il pienone per le proiezioni riservate e il semi-deserto per le quattro libere. Di sicuro non ha aiutato la politica dei prezzi: ben 27 euro per due sole proiezioni si rivelano un muro invalicabile per chi è motivato solo da curiosità. Polemiche a parte, il festival riesce per la dodicesima volta a svolgersi regolarmente, nonostante le grandi difficoltà economiche. I tagli alla cultura non hanno fermato l’entusiasmo dell’organizzazione, e nemmeno il forfait all’ultimo momento dei finanziamenti comunali. La Direttrice del Festival, Marina Genovese, spiega che “l’edizione 2004 non si è potuta fare per problemi economici. Quest’anno ci siamo lanciate in questa impresa complicatissima pensando di avere un supporto dal Comune, ma le cose sono andate diversamente. Il Comune si è tirato indietro nel darci il suo contributo con una lettera del 3 novembre, uno sgambetto dell’assessorato alla cultura che ci ha messo definitivamente in ginocchio. Non copriremo le spese, quindi chiediamo solidarietà. Non sappiamo se potrà esserci un’altra edizione, quindi, intanto, vediamo di goderci questa.
Ed è quello che, in punta di piedi, si è cercato di fare.

 

 

CATEGORIA "NARRATIVO"

CQ2 (SEEK YOU TOO)
(Carole LAURE)

Canada, 2004
Regia e Sceneggiatura: Carole Laure
Fotografia: Gérard Simon
Montaggio: Marie-Blanche Colonna, Hugo Caruana
Musica: Jeff Fisher
Produzione: Cité Amérique
Durata: 100’


Rachel, 17 anni, fa uso di droghe leggere e sopravvive spacciando piccole dosi. Odile, sulla cinquantina, è in carcere da qualche mese. Jeanne, ballerina di danza contemporanea, si trova anche lei in carcere. Le tre donne sono destinate ad incontrarsi.


Tre diverse generazioni di donne si incontrano a Montreal: una giovane fragile e ribelle in fuga dal disagio di una famiglia sfaldata; una trentacinquenne in cerca di riscatto dopo due anni di carcere e una cinquantenne soffocata dalla routine famigliare. A unire i tre differenti caratteri femminili un percorso psicologico che va di pari passo con la possibilità di esprimersi attraverso la danza. Nella flessuosità dei movimenti, indipendentemente dai chili di troppo, il corpo si racconta e ha modo di comunicare una parte interiore capace di aderire a una musica intima, udibile solo nell'assenza di giudizi. L'artista Carole Laure (è anche cantante e attrice) scrive e dirige un film che ha il suo maggiore interesse nelle scene di ballo, coreografate con grazia e filmate con una sensualità coinvolgente e comunicativa. Meno appassionanti gli incroci, tutt'altro che plausibili, della sceneggiatura, così come la caratterizzazione dei personaggi, sempre al limite dello stereotipo. In particolare i comprimari maschili, ancorché marginali, soffrono di una forzata inconsistenza narrativa che li rende pressoché invisibili (terribile il paralitico che insegue ossessivamente una delle protagoniste). Anche i rapporti sociali, impostati su conflitti, ribellione e riconciliazioni, finiscono per uniformarsi a una visione inficiata dal buonismo. Imperdonabile la grevità della svolta finale (possibile che il "déus ex màchina" debba essere ancora una volta un improbabile stupro, per di più messo in scena con la grottesca banalità di un incontro di Cappuccetto Rosso con i lupi nel bosco?) che conclude all'insegna del luogo comune un film che avrebbe potuto dire molto più di ciò che il compitino messo in scena dalla Laure si limita con professionalità a suggerire.

 Voto:  5 

 

 

DIRT
(Nancy SAVOCA)

Stati Uniti, 2003
Regia: Nancy Savoca
Sceneggiatura: Nancy Savoca, Richard Guay
Fotografia: Lisa Leone
Montaggio: Suzanne Spangler
Musica: Yhe latin Playboys
Produzione: Richard Guay Exile Films
Durata: 92’


Dolores, un’immigrata salvadoregna che vive negli Stati Uniti da dieci anni con un marito disoccupato e un figlio adolescente, insegue il sogno di fare abbastanza soldi per ottenere una vita dignitosa. La strada sarà lunga e faticosa.


Il film di Nancy Savoca (tra gli altri, "If these walls could talk") riesce dove ha fallito Ken Loach con "Brad and roses": costruire un melodramma politico in grado di dare il giusto rilievo al problema della invisibilità dei tantissimi emigranti clandestini negli Stati Uniti, costretti per sopravvivere ad adattarsi ai lavori più umili e senza la possibilità di rivendicare il benché minimo diritto. Si tratta delle migliaia di "fantasmi", perlopiù sudamericani (nel film di Loach una messicana, in "Dirt" una salvadoregna), che quotidianamente si aggirano per le metropoli statunitensi attraversando con scope e saponi case lussuose, grandi magazzini e uffici sterminati. Il loro compito è quasi esclusivamente quello di ordinare, lavare e pulire, ma dietro alla loro fisicità, in assenza di permesso di soggiorno, si cela l'impossibilità di una vita regolare. La protagonista lotta quotidianamente per sopravvivere, ha un marito anche lui precario in cerca di lavoretti occasionali, e un figlio invece totalmente integrato nella cultura americana, che alle sue origini non è minimamente interessato. La sceneggiatura predilige le tinte drammatiche, ma lo sguardo evita la grevità (complici le sonorità etniche del soundtrack) e cerca di dare spessore al percorso di ricerca intrapreso dalla protagonista. Il suo sogno di ritornare in Salvador per vivere una vita dignitosa si scontrerà con gli imprevisti del destino, e una nuova consapevolezza la porterà a scegliere un'incertezza in cui ha ormai imparato a barcamenarsi con coraggio, lucidità e rassegnazione.

 Voto:  7 

 

 

FLAMINGO
(Nanna HUOLMAN)

Svezia 2003
Regia e Sceneggiatura: Nanna Huolman
Fotografia: Ewa Cederstam
Montaggio: Kajsa Grandell
Durata: 29’


Angelina ha un ragazzo che si comporta come un bambino, un capo che la tortura, una vita che l’annoia e non sa come uscire dalla spirale di negatività che sembra costantemente circondarla.


Una protagonista miracolosamente normale, anzi, tendenzialmente bruttina, lontanissima dai modelli imposti dai mezzi di comunicazione, alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Delusa dal lavoro, dal fidanzato, dalle amiche, trova una nuova consapevolezza nella postina che incontra tutti i giorni. Non è amore a prima vista, anzi, l’inizio è litigioso, ma il futuro, pur incerto, apre uno spiraglio di ottimismo. Il mediometraggio della svedese Nanna Huolman, già premiato al Festival del Cinema Lesbico di Berlino nel 2003, si mantiene sul filo dell’ironia nel caratterizzare la grigia quotidianità della giovane ed esuberante protagonista. Il suo punto di forza è nello stile ruvido e vibrante con cui gli eventi si sviluppano, accontentando i personaggi e non sottovalutando il pubblico.

 

 

MERCURY IN RETROGADE
(Nanna HUOLMAN)

Stati Uniti, 2001
Regia , Sceneggiatura e Montaggio: Amalia Zarranz
Fotografia: Richard Lopez
Durata: 20’


Non è un giorno fortunato quello del quarantesimo compleanno di Betsy Brick. Giocatrice accanita di poker, è disposta a tutto pur di raggranellare la somma che le serve per sedersi al tavolo da gioco.


Non basta il ritmo vertiginoso a rendere digeribili i venti minuti diretti da Amalia Zarranz. Una comicità fracassona domina su psicologie e personaggi che mal si amalgamano nella contaminazione tra storia d’amore e gioco d’azzardo, fondamento della sceneggiatura. Non mancano frecciate velenose alla psicoterapia, una poco originale rapina dagli esiti grotteschi e caratteri di contorno esagitati. Tutto troppo urlato per arrivare in modo armonico allo spettatore, alla fine più stordito che partecipe degli scombinati eventi.

 

 

F* STOP
(Roberta DEGNORE)

Stati Uniti, 2004
Regia e Sceneggiatura: Roberta Degnore
Fotografia: Kevin Atkinson
Montaggio: Glenn Ripps
Durata: 9’30’’


Canne, una fotografa di New York scontenta della sua vita, trova rifugio nel sesso e nella droga. Le viene in aiuto un gruppo di motocicliste.

Una ragazza è infelice della routine in cui è immersa, nonostante un lavoro stimolante come quello di fotografa e una fidanzata sofisticata e vincente. È la ribellione il centro del cortometraggio che Roberta Degnore ha scritto basandosi sia sulla sceneggiatura (che ha vinto il premio “Jack Nicholson”) che sulla novella di recente pubblicazione “The Assistance of Vice”. Una fuga da una realtà codificata e tendenzialmente prevedibile dove anche le emozioni finiscono più per assecondare il buon senso che l’irrazionalità delle pulsioni. Certo, la trasgressione offerta dalla Degnore non osa più di tanto e si limita a guardare alle icone gay maschili trasformando le sue eroine in motocicliste vestite di pelle. Il risultato non va quindi oltre all’adesione di un modello formale che, accontentandosi di un’inversione di ruoli, di significativo ha ben poco.

 

 

CATEGORIA "SPERIMENTALE"

SEARCH FOR HER
(Dawn KHOO)

Stati Uniti, 2005
Regia, Sceneggiatura, Montaggio e Fotografia: Dawn Khoo
Durata: 13’30’’


Yang riesce ad accettare il suo orientamento sessuale dopo quasi vent’anni di crisi emotive.

Dawn Khoo imbastisce una sorta di psicoterapia in video ripercorrendo le fasi della propria vita che l’hanno portata a raggiungere piena consapevolezza della propria omosessualità: dall’adolescenza nell’omofoba Malesia, paese in cui è nata, fino alla fuga in Europa per trovare una propria strada lontano dai condizionamenti sociali. La voce fuori campo della stessa Khoo si accompagna ad immagini simboliche che mescolano scene di vita quotidiana, oggetti e dipinti in stile surrealista. Le scelte sforano ogni tanto nel ridondante e nel didascalico (l’immagine delle due mele dentro alla rete), ma il cortometraggio si lascia apprezzare per l’urgenza da cui è motivato e per la pacatezza con cui il percorso della giovane autrice si ritaglia uno spazio nelle emozioni dello spettatore.

 

 

 

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