a cura di   
LUCA BARONCINI
STEFANO COCCIA

 

 



















INTRODUZIONE:

INCONTRI:

FUTURE FILM SHORTS: 

EVENTI SPECIALI:

RECENSIONI:

- PRINCESS - Anders MORGENTHALER
- BARNYARD – IL CORTILE - Steve OEDEKERK
- ORIGIN – SPIRITS OF THE PAST - Keiichi SUGIYAMA
- THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME - Mamoru HOSODA
- STORMY NIGHT - Gisaburo SUGII
- ASTERIX E I VICHINGHI - Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER
- UNA PELÍCULA DE HUEVOS - Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE
- MCDULL, THE ALUMNI - Samson CHIU
- U - Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF
- LA TELA DI CARLOTTA - Gary WINICK
- BLACK JACK – THE TWO DOCTORS OF DARKNESS - Makoto TEZUKA
- RENAISSANCE - Christian VOLCKMAN
- ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI - Luc BESSON
- BATTLESTAR GALACTICA - Battaglie nella galassia - Richard A. COLLA
- BATTLE BEYOND THE STARS - I Magnifici Sette nello Spazio - Jimmy T. MURAKAMI
- FULLMETAL ALCHEMIST - Conqueror of Shamballa - Seiji MIZUSHIMA
- GIRL OF TIME - Toki o kakeru shôjo - Nobuhiko OBAYASHI
- HELLO KITTY STUMP VILLAGE - Studio Tomorrow
- THE BOONDOCKS - Sony Pictures

 

 

 

Le cinque giornate di Bologna

Il primo inaspettato effetto speciale della nona tappa nel mondo delle nuove tecnologie applicate all’animazione è nel clima. Di solito il più invernale dei festival si trova infatti incastonato nelle giornate più fredde dell’anno, con punte di nevischio e folate di vento andino spesso destabilizzanti (soprattutto se in fila fuori dal cinema). Quest’anno, invece, un tepore quasi primaverile ha reso meno provante la sempre intensa avventura festivaliera. In assenza di un evento trainante (il film di apertura, “The Barnyard – il cortile”, è molto divertente, ma non in grado di smuovere le masse), l’inizio è stato abbastanza tranquillo, per non dire sottotono. Ma la manifestazione è cresciuta giorno dopo giorno fino a raggiungere il “tutto esaurito” nel week-end. Oramai il festival gode di credito e rispettabilità e ha un pubblico di fedelissimi disposto a tutto pur di non perdere uno dei tanti eventi proposti. Quest’anno, poi, è cresciuto anche il numero degli appuntamenti, ben 110 tra proiezioni e incontri, di cui 17 anteprime di lungometraggi e 26 serie animate. Impossibile vedere tutto, difficile, ma necessario, fare selezioni giostrandosi tra le 4 comode sale della multisala Capitol, uno dei pochi cinema storici di Bologna che ha saputo rinnovarsi adeguandosi agli standard tecnologici attuali. L’inizio è subito con la polemica. I due organizzatori, ancora una volta Giulietta Fara e Oscar Cosulich, comunicano alla stampa la difficoltà di organizzare una manifestazione così articolata con pochi fondi istituzionali e dichiarano ''Facciamo effettivamente fatica. Dobbiamo affrontare spese per un totale di 260.000 euro, a fronte di finanziamenti pubblici in calo". Pare infatti che il festival abbia dovuto rinunciare a 50.000 euro del Comune e si sia trovato in grande difficoltà per far quadrare il risicato bilancio. La polemica scaturisce dalle affermazioni dell'assessore alla Cultura della Regione Emilia Romagna, Alberto Ronchi, che a proposito dei budget di queste importanti manifestazioni dichiara, riferendosi alla Festa di Roma: ''Siamo per le tipologie di finanziamento equilibrate. Non è il nostro modello quello in cui si spendono centinaia di migliaia di euro per invitare le star di Hollywood ma le sale sono vuote. Quel modello non è legato a un'operazione di tipo culturale e avrebbe dovuto essere finanziato dal Ministero del Turismo''. La polemica ha il pregio di far parlare del Future Film Festival sui mezzi di informazione, sempre parchi nel documentare eventi che non diano immediata eco al costume. Problemi economici a parte, il festival ha comunque dimostrato di godere ottima salute attraverso una programmazione davvero ricca, dall’omaggio alla Gamma Film, lo studio milanese che dagli anni '50 agli anni '70 ha realizzato popolarissimi Caroselli, e a Partizan, la casa di produzione indipendente specializzata in video e pubblicità (tra i suoi adepti Michel Gondry, Traktor, Jim Hosking), fino alla scoperta di cinematografie lontane e poco conosciute come quelle iraniane e cinesi. Punto di forza della manifestazione, oltre alle anteprime di film e serie televisive, sono ancora una volta gli incontri con operatori e artisti importanti nel campo dell’animazione: dalla Danimarca arriva Paul Driessen (uno dei collaboratori alla realizzazione di “Yellow Submarine” di George Dunning, vincitore di più di 70 riconoscimenti internazionali e con una candidatura all’Oscar nel 2000 per il cortometraggio “3 Misses”) e dall’Argentina il fumettista Quino, papà della popolarissima Mafalda. Non mancano poi i classici incontri: con studiosi del M.I.T. (Media Lab del Massachussetts), e con tecnici della I.L.M, per spiegare i trucchi di “Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma”, e della Aardman, per il making of di “Giù per il tubo”. C’è spazio pure per i nostalgici con la rassegna “L’astronave è già passata”, una selezione di film dagli anni ’30 agli anni ’80 incentrati in vario modo su quello strano oggetto (del desiderio?) che è appunto l’astronave (tra i titoli proposti “Saturn 3” “Space Truckers” e “I magnifici sette nello spazio”). Immancabili, poi, le sezioni “Future Film short”, con la consueta competizione tra cortometraggi di animazione provenienti da tutto il mondo, e “Future Film Festival Digital Award”, concorso che si propone di scoprire e di promuovere opere italiane che contengono elaborazioni in digitale 3D. Insomma, mai come quest’anno si può dire che il festival abbia coperto a 360° tutto ciò che riguarda l’animazione in tutte le sue possibili applicazioni. Un’occasione importante per tutti quelli che, spinti dalla propria attività lavorativa o da semplice curiosità, riescono a concedersi il lusso di fuggire dalla realtà per cinque coloratissime giornate.

Luca Baroncini

 

 

Evento I PIRATI DEI CARAIBI: incontro con GEOFF CAMPBELL di INDUSTRIAL LIGHT & MAGIC

 

Il pubblico è composto da appassionati del film, desiderosi di conoscere dettagli segreti, ed esperti informatici, speranzosi di imparare qualche trucco del mestiere. Il disponibile Geoff Campbell si presenta subito con disinvoltura, sfatando il mito che vuole il tecnico timido, occhialuto e poco abile nella comunicazione. “Vorrei subito ringraziare i produttori che mi hanno permesso di lasciare San Francisco, perché mancano solo 12 settimane alla conclusione della Trilogia. Alla I.L.M. sono tante le produzioni e io sono stato indirizzato alla saga “Pirati dei Caraibi” come Digital Model Supervisor. Tra gli altri progetti a cui abbiamo partecipato recentemente “Poseidon”, di Wolfgang Petersen, e “Transformers”, di Michael Bay, che sarà uno degli eventi della prossima estate”. A questo punto Campbell spiega il contributo richiesto alla I.L.M. per la trilogia: “Per il primo episodio ci hanno chiesto i pirati scheletri, che dovevano essere visibili solo al chiaro di luna. Un ottimo stratagemma per coprire, attraverso la penombra, tantissime imprecisioni altrimenti visibili. Lo scheletro, però, non ha modo di dare emozioni e per questo il regista Gore Verbinski ha voluto per il secondo episodio un personaggio che potesse interagire con più efficacia con Johnny Depp. Ecco quindi Davy Jones e il suo equipaggio olandese di 14 membri. In totale abbiamo realizzato 1000 shots, di cui la metà per Davy Jones.”

Dopo la teoria è il momento della pratica e Campbell entra nel dettaglio di alcune sequenze, rovinando per sempre la magia. Perché la realtà è sempre peggio della finzione?

L’ISOLA DEI CANNIBALI

L’originale da cui siamo partiti è stato Santo Domingo, ma il 75% è stato modificato digitalmente eliminando le palme e l’atmosfera caraibica. Ci è stato esplicitamente chiesto di rendere il paesaggio più andino, tipo Macchu Picchu. Sono state aggiunte soprattutto rocce, per aumentare la profondità di campo. Con mat-painting digitali, poi, abbiamo ridefinito i fondali.” Pazzesco, al riguardo, vedere il girato (un indigeno che corre verso un ponte sospeso sulla giungla mentre affiora ai lati dell’immagine una strada con le auto in movimento) e il risultato finale (la strada è scomparsa, le auto pure, e la vegetazione è diventata rigogliosa). “Altra attività di nostra competenza”, continua Campbell, “sono gli extension-set, quindi l’estensione in digitale di ciò che sul set è solo accennato. Una tecnica che permette di valorizzare gli ambienti di ogni singolo fotogramma. Ad esempio la abbiamo utilizzata per l’albero maestro, che è così passato da 36 a 50 piedi. Il risparmio economico in casi come questo è davvero notevole”. Campbell mostra un'altra scena del girato e fa crollare definitivamente il sogno. È davvero terribile, infatti, vedere Johnny Depp correre a perdifiato verso una bagnarola, mentre nel film si sta dirigendo verso un suggestivo galeone!

KRAKEN

Il Kraken è un mostro marino leggendario (l’etimologia è dal tedesco “krake” che significa “piovra”) e nel film è il polipone gigante che attacca la nave avvolgendola con i suoi enormi tentacoli. “La creazione del kraken”, spiega Campbell, “è stata un’esperienza molto complessa di compositing. Per la sequenza non abbiamo utilizzato nessun blue-screen, ma sono stati ricostruiti dettagliatamente tutti i fondali perché il regista voleva avere sotto controllo l’espressività di ogni sequenza. Abbiamo creato tre diversi tipi di tentacoli in modo da prevedere ogni possibilità e per poter variare la forza distruttiva a seconda delle esigenze narrative. La bocca è una totale invenzione. Molte volte utilizziamo sosia digitali, ma la sequenza in cui il capitano viene preso dai tentacoli è frutto di un compositing.”

DAVY JONES

È la vera novità del film, con la sua particolare testa tentacolata. Lui e il suo equipaggio olandese sono una sorta di reef corallino animato. Gore Verbinski ha infatti deciso che i loro corpi dovevano essere ricoperti di fauna marina. La cosa più difficile è stata convincere i produttori che Davy Jones era completamente digitale. Dicevano infatti che gli occhi dell’attore staccavano troppo dal resto del corpo rendendo evidente il trucco. In realtà non c’è nessun attore sotto a Davy Jones, ma solo calcoli matematici molto elaborati. È stato costruito facendo riferimento ad Anthony Hopkins che avrebbe dovuto interpretare il personaggio. La difficoltà è stata quella di renderlo credibile sia al buio che alla luce. Per i movimenti abbiamo utilizzato la motion-capture. Per l’occasione la I.L.M. ha sviluppato un nuovo software per rendere più agevole e più snella possibile la produzione. A questo punto speriamo in una nomination agli Oscar!”

Cosa che, manco a dirlo, è arrivata. Non resta che attendere per vedere se i sogni prenderanno la forma dell’ambita statuetta.

Luca Baroncini

 

 MIT Media Lab: Incontro con Amanda Parkes del Tangible Media Group del Massachussets Institute of Technology e presentazione di Topobo, il “Lego Intelligente”

 

La bionda Amanda Parkes non si perde in preamboli e parte subito parlando del progetto a cui ha collaborato insieme ad Hayes Raffle per il Massachussets Institute of Technology. “Il progetto di cui vi parlerò oggi si chiama Topobo. La sua prospettiva è quella di una persona che affronta non tanto il punto di vista dell’animazione, ma quello elettronico. L’ispirazione è nata da una domanda: cosa significa scolpire qualche cosa che possa muoversi? La risposta è in una tecnologia che a prima vista sembra un gioco, mentre in realtà è un sistema di costruzioni tridimensionali dotato di una memoria cinetica, cioè in grado di registrare e poi ripetere. Dei mattoncini che collegati tra di loro danno un input che, una volta elaborato, crea un output nello spazio, cioè un movimento. L’idea era quella di sviluppare non solo un giocattolo, ma un’interfaccia che potesse risultare utile nel campo dello studio del movimento. Un sistema di apprendimento di tipo manipolativo, quindi, per insegnare ai bambini le regole alla base del movimento. Per mettere in pratica la nostra teoria abbiamo sviluppato diversi tool e poi dei giocattoli di costruzione tridimensionale in verticale, tipo lego, ma anche forme biomorfe aventi una struttura più organica. Siamo poi passati ai “manipolativi digitali”. In pratica si lavora al computer e solo successivamente si scarica sull’oggetto, che diventa in questo modo fulcro manipolativo e contiene forme di programmazione. Per decentralizzare i dati è stato necessario studiare parti della robotica, anche modulare. Per la struttura, invece, il nostro modello sono stati i cristalli e le ossa cave degli uccelli, in modo da abbinare l’organicità con la leggerezza. Per il design abbiamo pensato che il risultato doveva essere robusto, espressivo, accessibile ma sofisticato e attraente anche da fermo. Inoltre l’utilizzo doveva poter essere in scala. Ma come funziona un Topobo?“ chiede Amanda alla platea incuriosita ma ancora perlessa. “Occorre montare insieme un numero variabile di componenti passivi, quindi statici, e attivi, cioè motorizzati. I componenti passivi possono essere uniti tra loro in vario modo e dare vita a un risultato che può essere bidimensionale o tridimensionale. A questo punto si inserisce il componente attivo, si preme un bottone, si registra il movimento e poi si replica. Ma a cosa serve?” incalza Amanda alla platea sempre più attonita. “Il nostro obiettivo”, continua la Parkes, “era di verificare se il sistema fosse in grado di insegnare in modo indiretto principi di fisica. Il nostro target erano bambini dai 5 ai 13 anni. Considerando che gli argomenti erano universitari, Topobo poteva fungere da semplificatore di concetti difficili. Facendo esperimenti nelle scuole abbiamo visto che i bambini di cinque anni consideravano il sistema come una sorta di robot, ma lo vedevano anche come un essere vivente, però non capivano i rapporti di causa ed effetto e percepivano un’entità esterna che creava il movimento. I ragazzini delle elementari, invece, avevano una maggiore capacità di comprensione, perché capivano che il sistema rifletteva i movimenti da  loro impartiti; erano anche interessati al design e cercavano di rappresentare animali e astronavi. Ai ragazzi delle medie abbiamo dato anche compiti a casa e dopo lo sviluppo su carta glielo abbiamo fatto costruire. La cosa curiosa era che quello che costruivano era spesso indipendente dalla fase di progettazione su carta. Altri invece facevano la costruzione seguendo il progetto cartaceo, ma alla fine non riuscivano a farlo funzionare e allora decostruivano e ricominciavano da capo.” Non resta che verificare se, come spesso accade per i prototipi creati al Mit, anche il Topobo troverà la strada del mercato.

Luca Baroncini

 

 

FUTURE FILM SHORTS: 
selezione di cortometraggi da tutto il mondo

 

Particolarmente ricca la sezione dei corti di animazione della nona edizione, con ben 146 short film provenienti da 22 paesi. Purtroppo alla quantità non è corrisposta altrettanta qualità, con troppo materiale privo di vero mordente e poco entusiasmante anche dal punto di vista tecnico. Sicuramente un’ottima opportunità per i realizzatori di mostrare il frutto della propria fatica, un po’ meno per lo spettatore.

Ecco alcuni dei cortometraggi presentati:

 

·         Dudù – o menino solùvel, Claudio Mazzanti, Riccardo Sivelli, Loop srl, 2006, Italia.

Il corto è stato realizzato dai bambini di una scuola elementare in Mozambico (10 giorni nel dicembre del 2006) e racconta con i toni della favola la storia di un bambino che non si lava perché ha paura di sciogliersi. L’invito alla pulizia è narrato dai bambini stessi con l’ausilio di disegni in bianco e nero dall’animazione essenziale.

·         A clean sweep, Violette Sacre, Ringling School of Art and Design, 2006 Usa.

Gli opposti continuano ad attrarsi. Questa volta la strana coppia è composta da un topino, che vive nell’immondizia, e da un vecchio che butta la spazzatura. All’iniziale diffidenza subentrerà l’amicizia. Realizzato in computer grafica, riesce a dare espressività ai personaggi nonostante l’animazione non sempre fluida. Un po’ invadente la chitarra nella colonna sonora.

·         Kiss Kiss Bum Bum, Anna Ciammitti, 2005, Italia.

Simpatico video musicale dei “Profumo” dedicato a baci in plastilina tra differenti personaggi che a passo uno fanno incontrare le loro labbra. Ma il romanticismo nasconde un piano terroristico. Sullo sfondo la band suona.

·         Le temps d’une cigarette, Jeremie Mazurek, Atelier de Production La Cambre, 2006, Belgio.

Il bilancio di una vita procede per associazione di idee, proprio come quando si fuma e i pensieri vanno a ruota libera. A cartoni animati.

·         Murmures, Murs, Mur, Leopold Joris, Atelier de Production La Cambre, 2006, Belgio.

Cartone animato dalle atmosfere kafkiane che gioca sul blocco creativo di uno scrittore. Il vuoto della pagina bianca invade la realtà senza che le storie che vagano nell’aria riescano a prendere una forma compiuta. Suggestiva l’immagine dell’uomo che sale un’infinita parete di parole per inseguire un’ispirazione che non arriva. Almeno fino a quando non raggiunge la FINE.

·         One at time, G. Barrocu, A. Cordini, V. Ghignone, CSC Dipartimento Animazione, 2005, Italia.

Una pecora, un lupo e un cavolo devono attraversare un fiume su una barca a due posti e sono costretti a trovare la giusta formazione per evitare che il lupo mangi la pecora e la pecora mangi il cavolo. Un classico degli indovinelli trasformato in cartone animato, con una stilizzazione esasperata che non rende sempre chiara la dinamica, spesso frenetica, dell’azione.

·         Sherlock Holmes and Doctor Watson, Alexander Buhnov, Fund of Welfare Programs “Province”/Master Film 2005, Russia.

Un vero e proprio giallo d’animazione ricco di colpi di scena che gioca con i luoghi comuni del genere. Più del non sempre irresistibile umorismo, molto british nonostante la produzione russa, colpiscono i personaggi dai corpi enormi e dalle gambe filiformi che si muovono in una realtà grottesca e mostruosa.

·         Week end en foret, Loic Anquetil, Mathieu Samuel, Xavier Zahra, Supinfocom Arles/Premium Films, 2006, Francia.

La musica mixa i più grandi successi dei Goblin mentre le immagini citano i classici dell’horror, da “Poltergeist” a “The Ring”, senza dimenticare “Shining” e “The Blair Witch Project”. Uno splatter d’animazione per ricordare ancora una volta che è nelle pareti casalinghe che si racchiude il male.

·         Terres conscientes, Mathieu Burri, Floury, Nicolas Lambois, Supinfocom Arles/Premium Films, 2006, Francia.

Un corto in computer grafica senza parole giocato sulla compenetrazione, “Tetsuo” docet, dei luoghi con la carne. Ottimo l’utilizzo del digitale nelle spettacolari scenografie rocciose, meno nella rigidità dei movimenti umani e nell’espressività vitrea dei personaggi.

·         Chez Madame Poule, Tali, National Film Board of Canada, 2006, Canada.

Ha il sapore dell’autobiografia questo simpatico cartone animato sul rapporto tra una mamma chioccia casalinga e i due figli, entrambi in salopette. Il più piccolo non fa troppe storie, mentre la figlia più grande ha le tipiche intemperanze dell’adolescenza, tra play station, capricci culinari e ribellione. Ma la ruota è destinata a girare.

·         Histoire à la gomme, Eric Blésin, Zorobabel, 2006, Belgio.

Il  nerdissimo Gaspare avrà modo di riscattarsi dall’inettitudine trasformandosi in un super-eroe per salvare l’amata Leontine da quello che sembra un gruppo di scienziati coinvolti in loschi traffici. Moderata simpatia per un’avventura in plastilina con tanto di colpo scena.

·         Making of, Rémi Chapotot, Damien Tournaire, Aurore Valery, Supinfocom Arles/Premium Films, 2006, Francia.

Un drago digitale sogna di diventare una star del cinema attraverso una narrazione ritmatissima e caotica. Niente di nuovo.

·         The white wolf, Pierre-Luc Granjon, Sacrebleu Productions, 2006, Francia.

Una favola nera racconta, attraverso l’amicizia di un bambino e di un lupo, dell’insanabile conflitto tra razionalità e pulsioni. L’atmosfera è cupa, il tratto dei disegni rimanda agli incubi dell’infanzia e la morale sottesa al racconto non dimentica aggressività, spirito di sopravvivenza e rispetto.

·         Warped, Chokwah Man, Apvis, 2006, Olanda.

Video sperimentale sul legame tra suoni e oggetti. Una cucina risponde con la deformazione alle continue sollecitazioni ritmiche, ma si danno da fare anche panchine, cartelli stradali e palazzi. Tutti gli oggetti convergono poi in un mostro ricettore che ricorda ancora una volta il “Tetsuo” di Tsukamoto. Chok Wah Man dirige e compone le musiche.

·         Weiss, Florian Grolig, Kunsthochschule Kassel, 2006, Germania.

È giocato sul contrasto questo cartone animato tedesco. È infatti completamente bianco il mondo in cui vive il nero e filiforme protagonista. In cerca di un senso in un mondo privo di coordinate riconoscibili, la creatura raggiungerà la sua immagine riflessa e finirà per perdersi in un labirinto. Il nonsense coglie di sorpresa e affascina, ma non spiazza come vorrebbe.

·         Dreams and desires, Joanna Quinn, Beryl Productions International, 2006, Uk.

Disegno a matita alla Bill Plympton per l’irriverente filmino di un matrimonio che mostra quello che accade dietro alle quinte della festa simulando con efficacia i movimenti manuali della freneticissima macchina da presa. Il primo cartone animato in stile Dogma!

·         Goodbye canine, Simon Lallement, Grégory Fatine, David Van den Broecke, Supinfocom Valenciennes/ Premium Films, 2006, Francia.

È rischiosissimo scegliere dei topi in computer grafica come protagonisti perché ormai i piccoli roditori sono stati utilizzati dai colossi dell’animazione con risultati visivamente superlativi (da “Stuart Little” e seguito a “Giù per il tubo” fino al prossimo “Ratatouille”). Il confronto penalizza quindi l’ambizioso cortometraggio francese, simpatico ma obsoleto a causa di un’animazione non sempre fluida e di personaggi legnosi.

·         Piccionaia, Massimo Sarzi Madidini, Loop Srl,, 2006, Italia.

Il punto di forza del cortometraggio, che si è aggiudicato il Secondo Premio del Pubblico Groupama di  500 euro, è nel soggetto e nella scelta linguistica.  Siamo a Bologna e il protagonista è uno degli incubi dei bolognesi, un piccione, a cui un rappresentante, anch’esso pennuto e alato, vuole per forza vendere qualcosa. Il confronto tra i due è reso brioso dalla parlata in dialetto bolognese del piccione protagonista, con risultati spesso esilaranti. Meno sferzante la chiusa sul “crescentone” in Piazza Maggiore. Efficace l’animazione in 3d e la caratterizzazione perfettamente petroniana dei personaggi. Un modo originale di abbinare l’evoluzione tecnologica con la tradizione culturale e linguistica.

·         A Gentleman’s Duel, Francisco Ruiz, S. McNally, Blur Studio, 2006, Usa.

Vincitore del Primo Premio del Pubblico Groupama di 1000 euro, il corto è un duello tra due gentiluomini, un inglese e un francese, per ottenere i favori di una pettoruta donzella. Sarà una gara senza esclusione di colpi, con un perfetto equilibrio tra la sceneggiatura, ricca di gag divertenti (corazze antiche trasformate in enormi robot meccanici), e la tecnica, con un utilizzo superlativo della computer grafica. Ovviamente tra i due litiganti a godere sarà il terzo!

Luca Baroncini

 

 

  VideoCoop
Videoclip italiani alla riscossa

Tra i diversi territori dell’immagine lambiti usualmente dal Future Film Festival, si può tranquillamente affermare che il videoclip abbia ricevuto anche quest’anno la giusta attenzione. Con eventi focalizzati, tra l’altro, sulla produzione dei video italiani, una realtà interessante e in continuo movimento che però risulta troppo spesso marginalizzata dalla miopia delle istituzioni culturali e del mercato stesso, restio a premiare gli sforzi degli artisti che vi si applicano. Ci fa piacere ricordare, per inciso, un altro evento che di recente ci aveva portato a contatto con uno dei realizzatori più bravi e prolifici, ovvero l’incontro con Lorenzo Vignolo avvenuto durante l’ultima edizione del Genova Film Festival; in quell’occasione il regista, decisamente eclettico ed anche molto simpatico, aveva rivisto e commentato insieme al pubblico alcuni dei numerosi video realizzati per artisti come Subsonica, Delta V, Meganoidi e Tre allegri ragazzi morti. Situazioni come queste dimostrano, inoltre, l’apertura nei confronti dei nuovi linguaggi dell’audiovisivo dimostrata da festival che non possono certo contare sul budget e sulla risonanza mediatica di Roma o di Venezia, ma che spesso riescono a proporre programmi meno scontati e più inclini alla ricerca, all’esplorazione di aspetti della produzione cinematografica altrove poco considerati.
Tornando al Future, la giornata clou, almeno per quanti risultano impegnati nella realizzazione di videoclip o che comunque hanno a cuore l’argomento, è stata venerdì 19 febbraio, grazie a un pomeriggio denso di appuntamenti alla cui riuscita ha collaborato attivamente il MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti che si svolge ogni anno a Faenza). Alle 16 si è proceduto al lancio di VideoCoop, una nuova associazione destinata a promuovere i video-maker impegnati nella realizzazione di video musicali. L’incontro si è svolto in una sala del palazzo Re Enzo a Bologna, dove Christian Battiferro, curatore del progetto, ha provveduto con Fabio Melandri dell’associazione culturale Akuò a chiarire le linee guida dell’iniziativa, alla presenza di giovani film-maker attivi da tempo nel settore, tra cui alcuni degli autori di video cui è stato dato successivamente spazio. Già, perché alle 17 ci si è spostati nella Sala del Capitano, dove sono stati proiettati i video che hanno vinto l’ultima edizione del premio Pivi (Premio Italiano Videoclip Indipendente). Non ci dispiace affatto elencarli, trattandosi poi di opere realizzate con discreta fantasia e capacità tecniche elevate, quasi a compensare il fatto che i mezzi a disposizione non coincidono certo con le risorse, di gran lunga superiori, che le multinazionali della musica leggera possono mettere a disposizione delle popstar più affermate. La selezione proposta a Bologna comprendeva, quindi, i seguenti videoclip: L'abbandono di Marta sui Tubi, regia di Fabio Luongo, miglior videoclip; Campo Minato di Amari, regia di DanXzen, premio miglior regia; Domani di Otto Ohm, regia di Gianandrea Tintori, premio miglior montaggio;  Piove Piano di Blume, regia di Roberto Galassini, premio miglior fotografia; Satan Eats Seitan di Julie's Haircut, regia di Luca Lumaca, premio miglior soggetto originale. Tutti o quasi, volendo, concettualmente diversi tra loro, con una punta di preferenza da parte di chi scrive per le fantasmagoriche immagini che accompagnano il brano, altresì sognante, dei Marta sui tubi.
Non meno stimolante è stata la tavola rotonda sulle tecniche di realizzazione dei video appena presentati, con alcuni degli artisti coinvolti nella discussione che si sono abbandonati con slancio sincero al confronto con altri esperti del settore, sul tema specifico come anche su problematiche culturali più ampie, legate alla produzione italiana di videoclip. Tant’è che, facendo un piccolo passo indietro, va segnalato come alcuni dei video-maker invitati all’incontro abbiano tenuta accesa, con osservazioni pertinenti e talvolta giustamente provocatorie, anche la fase precedente della discussione, quella relativa alla presentazione del progetto VideoCoop. Ciò che si lamenta, da parte degli autori, è soprattutto la scarsa considerazione economica e professionale di cui sono resi oggetto in Italia i registi di videoclip. Questo, purtroppo, e un dato di fatto. Per cui anche le novità introdotte dalla nascita di VideoCoop sono state vagliate con molta attenzione dagli addetti ai lavori, non sempre propensi ad attribuire al progetto la capacità di smuovere un mercato, cristallizzatosi ormai da tempo su posizioni inique nei confronti di chi peraltro contribuisce, attraverso la regia di un video, al successo di una proposta musicale. Eppure, con VideoCoop qualcosa sembra essersi mosso, in direzione di un polo organizzativo che offra ai video-maker qualche chance in più di veder riconosciuto, sotto diversi punti di vista, il proprio lavoro. Per capirci qualcosa di più, riportiamo una parte della dichiarazione di intenti diffusa dai promotori: “L'associazione VideoCoop nasce per creare un circuito alternativo, libero ed indipendente in cui veicolare materiale audiovisivo di eterogenea provenienza e fattura: videoclip musicali, doc, corti e lunghi indie, video d'arte, contaminazioni ed intersezioni tra forme espressive ad artistiche, e con l'intento di tutelare i video-maker e le case di produzione, nonché dare maggiore visibilità attraverso un circuito distributivo multimediale. Questo è possibile  grazie ai numerosi partner (internet, canali tv, festival, eventi, serate) e un vero e proprio portale che offrirà servizi per gli associati di diverso tipo: dalla pagina web in cui "linkare" i propri video, alla newsletter con tutte le novità, concorsi, festival del settore, ecc. Ma la cosa più importante, l'anima dell'associazione, sono gli incontri con tutti i soci e interessati che permette di elaborare nuove strategie di collaborazione e di unire le energie per "proteggere" una categoria molto spesso dimenticata o sottovalutata.”
Queste le premesse. L’iniziativa è giovane, soltanto il tempo potrà dire se porterà i suoi frutti.

Stefano Coccia

 

Raggi… Gamma!

In un’annata che forse non ha offerto retrospettive all’altezza delle edizioni passate, pur continuando a produrre qualche spunto lodevole (quale ad esempio il tentativo di offrire uno spaccato vario e movimentato della produzione animata iraniana), il Future di Bologna si è giocato una carta importante attraverso l’omaggio alla Gamma Film. Un’ottima occasione, questa, per tracciare un percorso all’interno dell’immaginario italico, senz’altro condizionato nei primi decenni di programmazione televisiva dall’inserimento, in programmi come Carosello, di cortometraggi pubblicitari in genere realizzati ricorrendo all’animazione. La scelta è caduta in un momento particolarmente propizio, considerando i cinquant’anni trascorsi dal debutto del noto contenitore televisivo. Ripresentare in tale ricorrenza alcuni lavori della Gamma, che tanto hanno inciso sulla grande popolarità di Carosello, ha richiamato l’attenzione e la curiosità di molti, tra gli spettatori del festival. Una tale dimostrazione di interesse è stata premiata? Sì, ma fino a un certo punto. Qualche difficoltà nell’arrivo dei materiali ha condizionato in negativo le primissime proiezioni, mentre il modo in cui sono stati strutturati gli stessi programmi è parso, in linea di massima, un po’ dispersivo. Al di là di questo, abbiamo approfittato dell’opportunità, comunque gradita, per recuperare qualche piacevole ricordo d’infanzia e gettare così uno sguardo più ampio sulle produzioni della Gamma Film.
La società, fondata nel 1953 dai fratelli Gino e Roberto Gavioli, ha operato in certi periodi con tale intensità sul mercato italiano da offrire lavoro a circa 150 disegnatori, impegnati su svariati fronti. Passando in rassegna nel corso della stessa serata cortometraggi, spezzoni di film, spot di interesse sociale e quant’altro la Gamma abbia realizzato dagli esordi fino al declino, emerge una sensazione, anche piuttosto netta: tra i corti d’animazione a scopo pubblicitario, sono proprio quelli realizzati per Carosello le perle della collezione! Sarà un pericoloso attacco di nostalgia, sarà il paragone con le più trite e squallide forme di pubblicità che vanno per la maggiore oggigiorno, sarà che noi tutti invecchiamo, ma è ancora adesso divertentissimo rivedere le immagini desuete di Caio Gregorio er guardiano der Pretorio, Vitaccia cavallina, Gringo, Capitan Trinchetto e Cimabue. Tutti protagonisti di storielle che solo alla fine, in forme che oggi possono persino far sorridere, rivelavano la loro finalità commerciale. Accompagnati da siglette e ritornelli musicali che erano un po’ i tormentoni dell’epoca, tanto da trasmettersi in taluni casi di generazione in generazione, i corti in questione fecero entrare nell’immaginario collettivo personaggi fortemente tipizzati, sia per il tratto del disegno, sia per il ricorso in fase di doppiaggio al classico canovaccio delle inflessioni dialettali. Curioso, tanto per dirne una, che la quasi totalità dei personaggi aventi a che fare col mare esibissero un vistoso accento genovese!
A paragone di questi, gli spot realizzati da Gavioli & company nel periodo post-Carosello rivelano a volte un’ispirazione più debole, specie quando all’animazione si sostituiscono operazioni di montaggio di dubbio gusto, appesantite da scelte musicali non sempre appropriate. Ha creato qualche risolino in sala, per esempio, la riproposizione di un commercial realizzato durante gli anni ’80 per la Lancia (con qualche frecciatina aggiuntiva, rivolta dal pubblico al fatto che la casa automobilistica fosse, almeno quest’anno, tra i principali sponsor del festival!); ovvero un filmato i cui intermezzi orchestrali, già piuttosto improbabili, si alternavano a scene di pistoni al lavoro ritmate da pezzi pop del periodo.

Le ambizioni della casa italiana si sono anche misurate, nel corso degli anni, con la produzione di lungometraggi d’animazione, rivelando pure qui un impegno sempre apprezzabile ma discontinuo a livello di risultati artistici. Un po’ troppo ricalcato sul fac-simile disneyano può apparire, ad esempio, il fiabesco Maria d’Oro e Bello Blu, co-prodotto dalla Germania nel 1973 e diretto da Rolf Kauka; senz’altro meglio, in quanto a qualità del racconto e originalità dei disegni, La lunga calza verde (1961), per la regia dello stesso Roberto Gavioli. Non bisogna infine dimenticare che la Gamma Film si è distinta, nel suo periodo d’oro, anche per la capacità di mettere a disposizione di registi e disegnatori strumenti estremamente pratici, come dimostra la collezione di macchinari un tempo all’avanguardia (utilizzati poi per sigle di successo, come quelle della Domenica Sportiva), collezione che oggi si può ammirare nella Fondazione Micheletti per il Museo dell’Industria e del Lavoro Eugenio Battisti di Brescia.

Stefano Coccia

 

 

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