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PRINCESS
(Anders
MORGENTHALER) |
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REGIA: Anders MORGENTHALER
PRODUZIONE: Germania / Danimarca – 2006 – Drammatico
DURATA: 83’
SCENEGGIATURA: Anders Morgenthaler, Mette Heeno
FOTOGRAFIA: Kasper Tuxen Andersen
SCENOGRAFIA: Rune Fisker
MONTAGGIO: Mikkel E.G. Nielsen
MUSICHE: Mads Bauer, Casper Clausen
SITO WEB: http://www.princessmovie.com/
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Princess narra la storia di una bambina, figlia di una pornostar e
rimasta orfana, che viene accudita dallo zio. Quest’ultimo,
ossessionato dal desiderio di vendicare la morte della sorella, finisce
per coinvolgere la nipotina in situazioni sempre più drammatiche. La
violenza distruttrice dello zio, infatti, renderà la nipotina partecipe
e protagonista degli stessi omicidi che via via egli andrà a compiere
per tentare di arrivare al boss della pornografia e ucciderlo.
Le
molteplici strade dell’animazione
Il
pregio dell'opera di Anders Morgenthaler, già presentata alla "Quinzaine
des Réalisateurs" di Cannes e vincitrice del "Lancia Platinum
Grand Prize" al Future Film Festival, è quello di dimostrare come
non ci siano limiti a ciò che si può rappresentare attraverso
l'animazione. Tramite i cartoni animati e la computer grafica si è
soliti entrare in mondi paralleli o alternativi incontrando creature
strane che la realtà non accetterebbe, dimenticando invece che tutto può
essere filtrato dalla fantasia. Ecco quindi uno dei rari cartoni animati
destinati a un pubblico adulto, addirittura con un fine di denuncia. La
protagonista è una bambina che alla morte della madre pornostar viene
affidata allo zio. Nella sua giovane vita la piccola ha subito violenze
che, aggravate dall'assenza di un solido punto di riferimento affettivo,
hanno finito per lasciare cicatrici fisiche ed emotive indelebili.
Morgenthaler pare però non fidarsi del libero arbitrio dello spettatore
e, temendone l'assenza di obiettività, finisce per forzarne il punto di
vista. Alla bambina protagonista è infatti affiancato il fratello della
madre, ex-religioso che si pone come scopo nella vita quello di
vendicare l'infanzia violata della piccina che gli è stata affidata. A
questo punto le cose si complicano e la mannaia di un moralismo
tendenzioso finisce per inficiare l'obiettività del film. Se infatti la
fragilità psicologica della bambina è descritta con sensibilità, non
lesinando su pugni nello stomaco in linea con il destabilizzante vissuto
della piccola, il delirio di vendetta del suo tutore, per cui si è
portati dalla narrazione a parteggiare, inquina l'obiettività del
risultato. Sembra infatti che il mondo della pornografia sia unicamente
formato da gente abietta e senza scrupoli, pronta a sfruttare povere
ragazze innocenti e a seviziare minori. La crociata del protagonista
assume quindi i toni di una pulizia universale contro il Male. Da questo
punto di vista il film si carica di ambiguità e tende a farsi
tutt'altro che illuminante nello sciogliere i nodi della vicenda. Più
interessante l'aspetto tecnico, che permette al mondo distorto vissuto
dalla piccola protagonista, rappresentato insieme ai video girati dalla
madre attraverso flashback in live
action, di fondersi
efficacemente con la realtà a cartoni in cui si trova a vivere. Un
utilizzo del mezzo che si rivela molto più coraggioso del tutto sommato
banale messaggio veicolato.
Voto:
5,5
Luca
Baroncini
Fronte del porno
La pietra dello scandalo, dopo aver già alimentato vibranti discussioni
a Cannes, ci è ricaduta pesantemente in testa a Bologna. Anche stavolta
senza farci troppo male. Nel senso che Princess, il provocatorio
lungometraggio d’animazione del disegnatore danese Anders Morgenthaler,
pur aspirando a creare una situazione di disagio, lo fa ricorrendo a
semplificazioni narrative tali da annullarne la carica eversiva. Anzi,
più di un sospetto grava sulla truce storia di una giovane pornostar
morta in circostanze non propriamente chiare, con la giovanissima figlia
subito coinvolta dal fratello della vittima, sconvolto e in cerca di una
possibile vendetta, nella spirale di violenze che invece di giovare alla
bimba condurrà tutti alla rovina. Insomma, un tentativo di animazione
“adulta” apprezzabile solo sulla carta, perché tanto il soggetto
che le modalità scelte per rappresentarlo sanno un pochino di muffa.
Tra corpi flaccidi e chiazze di sangue, lo stile stesso dei disegni
vorrebbe forse scioccare. Ma, in realtà, l’interazione tra parti
animate spinte programmaticamente oltre una certa soglia, e scene live
action introdotte per raccontare situazioni tipiche del porno,
finisce dopo un po’ per diventare meccanica, banale. Tutto ciò si
trasforma così in semplice cornice per quella cruenta vendetta che,
nella sostanza e nelle modalità rappresentative, si avvicina più che
altro ai tristi stereotipi di un giustiziere anni ’80, fin troppo
“reaganiano” nel suo modo di agire. Sì, è vero che l’autore nel
presentarci il protagonista ha l’accortezza di distanziarsene,
evidenziando, specie verso la fine, sia la natura psicotica del
personaggio che l’esito infausto del suo piano. Eppure si ha
l’impressione che una preoccupante forma di compiacimento
contraddistingua non solo le eliminazioni dei personaggi implicati nella
morte della ragazza, ma più in generale l’ostilità verso chiunque
abbia a che fare col porno, ambiente spogliato qui di ogni possibile
umanità e demonizzato come forse il solo Cardinal Ruini si sognerebbe
di fare. Visto che in questo caso si parla bene o male di “cinema
adulto”, vi sembra poi così sbagliato rimpiangere le sfaccettature più
complesse abbozzate da Davide Ferrario in un film come Guardami,
per dare vita ad un set pornografico e all’ambiente che vi gira
attorno? L’accostamento potrà apparire azzardato, ma a nostro avviso
segna tutta la distanza che c’è tra una autentica libertà
espressiva, e il più trito moralismo.
Voto:
4
Stefano
Coccia |
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BARNYARD – IL CORTILE
(Steve
OEDEKERK)
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REGIA: Steve OEDEKERK
PRODUZIONE: U.S.A. – 2006 – Animazione
DURATA: 90’
INTERPRETI (voci): Kevin
James, Courteney Cox, Sam Elliott, Danny Glover, Wanda Sykes, Andie
MacDowell
SCENEGGIATURA: Steve Oedekerk
SCENOGRAFIA: Philip A. Cruden
MONTAGGIO: Paul D. Calder
MUSICHE: John Debney
SITO WEB: www.barnyardmovie.com
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Otis è una spensierata mucca a cui piace cantare, ballare e fare scherzi
agli umani. A differenza di suo padre Ben, il rispettato patriarca della
fattoria, e di Miles, il vecchio e saggio mulo, Otis non si preoccupa di
tenere segrete le doti “umane” degli animali. Quando viene
improvvisamente messo in una posizione di responsabilità,
l’irresponsabile mucca troverà il coraggio di essere un leader.
La
fattoria degli animali
Che
cosa ci fa una mucca con le sue mammelle ben in vista in un personaggio
decisamente maschile? È quello che ci si domanda vedendo sia il
protagonista, lo scansafatiche Otis, che il virile Padre Sam, dalla voce
calda e profonda. La bizzarria, che resta senza risposta, evidenzia il
taglio irriverente adottato da Steve Oedekerk, al suo debutto nel cinema
d'animazione dopo aver diretto Jim Carrey nello scatologico Ace
Ventura - Missione Africa ed essersi dilettato nella parodia delle
arti marziali in Kung Pow!. Ma tutta l'allegra fattoria in cui è ambientata la
vicenda gode di una caratterizzazione sui generis, con un contadino
vegano e una sgangherata combriccola di animali da cortile che organizza
feste da sballo, ordina pizze da asporto, ruba e guida l'auto dei vicini
e fa surf tra i canyon. Se la cornice è trasgressiva, il messaggio
veicolato non si stacca dal più classico dei conflitti risolto nel più
convenzionale dei modi: quale sarà l'eredità lasciata da un padre
virtuoso a un figlio degenere? Si può forse oziare e ridere per tutta
la vita? Il cammino verso la responsabilità sarà irto di ostacoli ma
ancora una volta il bene trionferà e i ruoli sociali saranno
rispettati. Il punto di arrivo quindi non cambia, ma la via all'eroismo
è più sfumata del solito. Se è vero infatti che il protagonista
seguirà le orme del padre, finirà per farlo restando però fedele al
suo approccio ludico alla vita. Ma al di là del pistolotto edificante e
del soggetto non proprio innovativo (gli immancabili cattivi di turno
sono dei coyote affamati), ciò che rende il film di Oedekerk un
prodotto migliore della media è l'aria scanzonata che si respira. Il
punto di forza della pellicola è infatti nel divertimento che
trasmette, con un taglio trasversale in grado di compiacere tutte le età.
Trovate geniali (come dimostrare che un cane non può essere un buon
capo) si alternano a battute ad effetto in un ritmo rutilante che, pur
con qualche digressione di troppo (la virata centaura), mantiene sotto
controllo le coordinate del racconto arricchendo di brio la prevedibilità
dei passaggi narrativi. Determinante per lo spasso del risultato
l'essenzialità del tratto, i colori accesi e netti e l'animazione in
grado di valorizzare le differenti personalità dei protagonisti.
Voto:
7
Luca
Baroncini |
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ORIGIN – SPIRITS OF THE PAST
(Keiichi SUGIYAMA)
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REGIA: Keiichi SUGIYAMA
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 95’
SCENEGGIATURA: Naoko Kakimoto, Nana Shiina
MUSICHE: Taku Iwasaki
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300 anni fa l’ambiente della Terra è andato in rovina a causa dello
sconsiderato intervento umano che ha manipolato la natura attraverso
l’ingegneria genetica, così da obbligare l’umanità ad una forzata
ibernazione. Ora il pianeta è arrivato a un punto tale da dividere gli
uomini in chi cerca di vivere in armonia con la natura e chi invece
crede che la natura sia un nemico da combattere.
Natura o
progresso?
Lo
studio Gonzo, specializzato nella produzione di serie per la televisione
e il mercato home video, debutta nel lungometraggio con l'opera di
Sugiyama Keiichi. Evocando atmosfere alla "Nausicaa"
di Miyazaki, il racconto, ambientato in un futuro dalla connotazione
medioevale, si concentra sullo scontro tra l'Uomo e la Natura. Da una
parte c'è Agito, che rappresenta una società capace, attraverso il
compromesso, di vivere in armonia con una natura violenta e
devastatrice. Dall'altra c'è invece Toola, che si sveglia dopo essere
stata ibernata per 300 anni e capisce di dovere seguire la volontà
paterna finalizzata a dimostrare la superiorità della civiltà umana su
tutto. La ricchezza del lungometraggio è nell'iniziale assenza di
schematismi. Ogni personaggio ha una sua verità, con elementi
condivisibili e altri contestabili. Non ci sono quindi la ragione e il
torto nel conflitto messo in scena da Keiichi, ma una problematicità in
grado di sollecitare domande senza forzare le risposte. La necessità di
trovare una conclusione, però, porta la narrazione a dover identificare
un cattivo per consentire ai due protagonisti di trovare un punto di
contatto. L'unione delle forze bilancia la sceneggiatura, permette
all'amore di trionfare, ma banalizza il risultato spostando l'equilibrio
del contendere a favore di un ecologismo di maniera. A livello visivo,
nell'agire dei personaggi, caratterizzati come i più classici anime
giapponesi (occhioni, viso tondo e gambe a tronco), si alternano
invenzioni gustose (la luna frantumata) a spunti meno originali (la
contaminazione che trasforma il padre di Agito in un novello Tetsuo
arboreo - i troppi combattimenti della parte finale). Da sfilata il prêt-à-porter
post-atomic-chic dei protagonisti.
Voto:
6
Luca
Baroncini |
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THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME
(Mamoru HOSODA)
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REGIA: Mamoru HOSODA
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 98’
SCENEGGIATURA: Satoko Okudera
SCENOGRAFIA: Nizou Yamamoto
MONTAGGIO: Shigeru Nishiyama
MUSICHE: Kiyoshi Yoshida
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La vita ordinaria di Makoto Konno viene turbata da un inaspettato potere:
quello di “viaggiare” indietro nel tempo a suo piacimento, a seconda
della forza con cui salta nello spazio. Makoto inizia ben presto a
sfruttare questo potere con molta disinvoltura, tanto da ricorrere al
“viaggio nel tempo” per rincorrere e prevenire i piccoli incidenti
quotidiani.
Back to
the future
L'omonimo racconto, scritto da Tsutsui Yasutaka nel 1965, in Giappone è
un fenomeno nazionale, già portato sullo schermo varie volte. Non è un
caso che la versione a cartoni animati di Mamoru Hosoda (regista di
episodi di numerose serie televisive e scelto dallo Studio Ghibli per
dirigere "Il castello
errante di Howl" prima che Hayao Miyazaki accettasse di aderire
al progetto) sia stata in patria uno dei più grandi successi dell'anno,
sia a livello di pubblico che di critica. L'idea forte del film è
l'utilizzo, per una commedia giovanile, di uno spunto solitamente
applicato al genere fantascientifico. La protagonista è infatti una
diciassettenne come tante che scopre per puro caso di riuscire,
correndo, a viaggiare nel tempo. Anziché pensare in grande, però, la
ragazza utilizza l'inaspettato talento per risolvere i suoi problemi
quotidiani, prevenendo i dissidi familiari e la soluzione di prove
scolastiche, migliorando i rapporti di amicizia ed evitando pericolosi
incidenti stradali. Dove il fluire del tempo sembra meno determinante è
nei rapporti affettivi, governati da una fatalità capricciosa che
assoggetta l'amore a una sorta di predestinazione divina, immune dai
calcoli e dalla razionalità. Un cammino che renderà la protagonista
consapevole dell'importanza di ogni istante della vita. Se la teoria è
affascinante, il risultato scorre piacevolmente ma con meno profondità
delle aspettative. La causa è da ricercarsi nelle caratterizzazioni
inclini allo stereotipo, nella ripetitività di gesti e situazioni (le
continue corse a perdifiato della protagonista), ma anche nell'ambiguità
dello stile adottato. L'apparenza leggera e chiassosa rischia infatti di
essere interpretata come "sciocchina" (le insistenti gag
legate alla goffaggine della protagonista non sono così spassose), così
come la fumosità, probabilmente ricercata, di alcuni passaggi narrativi
è a stretto confine con il "buco" di sceneggiatura (le poche
domande che si pone la protagonista in relazione al dono prodigioso che
ha; le regole su cui si basa l'andirivieni temporale; la presenza di un
non meglio specificato quadro che sembra racchiudere il fulcro del
racconto). Il compenetrarsi dei generi, la commedia e la fantascienza,
getta quindi le basi a considerazioni filosofiche non prive di
interesse, ma l’approccio originale non compensa un certo
disequilibrio nel risultato.
Voto:
6
Luca
Baroncini
Carpe diem. Tra i ricordi più belli di questa
edizione del Future Film Festival rimarranno senz’altro le forsennate
corse contro il tempo, o per meglio dire DENTRO IL TEMPO, della
simpatica e pasticciona Makoto. In questo caso conviene sbilanciarsi: The
Girl Who Leapt Through Time è effettivamente un piccolo capolavoro
dell’animazione, ed il fatto che risulti tra le più apprezzate
produzioni giapponesi di quest’anno depone ancora una volta a favore
della MadHouse, sempre in grado di riunire intorno ad un soggetto
affascinante e complesso la più qualificata equipe di animatori, capaci
a loro volta di sfruttarne fino in fondo le potenzialità. Qui a Bologna
si sono già svolte in passato anteprime utili al pubblico italiano per
fare conoscenza con nomi importanti del firmamento giapponese,
basterebbe ricordare il Satoshi Kon di Tokyo Godfathers. E adesso
è il turno di Mamoru Hosoda.
Il giovane regista ha mostrato di avere stile, e di puntare ad una forte
risposta emotiva da parte del pubblico, applicandosi con entusiasmo e
generosità ad un soggetto di sicuro appeal: The Girl Who Leapt
Through Time (Toki wo kakeru shôjo) è infatti la più
recente trasposizione cinematografica dell’omonimo racconto di
Yasutaka Tsutsui, popolare scrittore specializzato in storie
fantastiche. Il suo Toki wo kakeru shôjo è stato già adattato
altre volte per il grande schermo, tant’è che in Giappone molti
cultori del genere ricordano con affetto, a livello di fiction, Girl
of Time di Nobuhiko Obayashi, eclettico regista capace di creare con
le sue invenzioni di montaggio un’atmosfera del tutto particolare.
Ebbene, Mamoru Hosoda e i suoi collaboratori hanno scelto di ripartire
da qui, guardando oltre. Nel senso che la loro versione animata
dell’emozionante racconto ha per protagonista Makoto, vivacissima
nipote di quella Kazuko già protagonista del film di Obayashi! La
quale, non a caso, viene amichevolmente chiamata in famiglia “zia
strega”… già, perché anche gli altri sono destinati, prima o poi,
ad avvertire qualcosa di strano in Makoto e in Kazuko, accomunate da una
capacità fuori del comune: viaggiare nel tempo. Entrambe hanno
acquisito questo potere in circostanze analoghe, e cioè
conseguentemente ad un singolare incidente scolastico. Un dono da usare
con parsimonia o una potenziale fonte di guai? The Girl Who Leapt
Through Time diverte ed affascina, ancor più delle versioni che lo
hanno preceduto, per l’abilità dell’autore nel giocare con registri
differenti, fino a evidenziare l’avvenuta maturazione della
protagonista come nel più classico racconto di formazione. Le continue
variazioni di tono si avvertono quindi nell’opera non come una
accidentale sfasatura, ma alla stregua di una immensa risorsa
espressiva. E così di fronte ai primi tentativi, casuali o voluti,
dell’imbranata studentessa di prendere la rincorsa e viaggiare a
ritroso nel tempo, è difficile trattenere le risate. L’effetto comico
si deve tanto alla curiosa dinamica del salto in questione, che alle
conseguenze spesso imprevedibili di tale gesto. Gli eventi stessi
spingono però Makoto a rendersi conto che non si tratta solo di un
gioco… All’incoscienza dei primi viaggi si sostituisce
progressivamente la consapevolezza di quanto essi possano risultare
pericolosi per altre vite. Il ripetersi di momenti drammatici non
annulla l’ironia leggera che sempre contamina il racconto, ma spalanca
le porte a sentimenti più profondi. La vicenda di Makoto è destinata
ad incrociarsi più volte, in un complesso gioco di incastri, con quella
di un ragazzo venuto dal futuro. Si comincia così a prefigurare un
finale romantico, e alle risate sollecitate da qualche scenetta buffa
gli spettatori più partecipi alternano, con frequenza sempre maggiore,
lacrimoni e sguardi trasognati. Grazie, MadHouse.
Voto:
8,5
Stefano
Coccia |
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STORMY NIGHT
(Gisaburo SUGII)
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REGIA: Gisaburo SUGII
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 110’
SCENEGGIATURA: Gisaburo Sugii
SCENOGRAFIA: Yukio Abe
MONTAGGIO: Tadashi Furukawa
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Durante uno spaventoso temporale una capretta e un lupo, all’insaputa
l’uno dell’altro, trovano rifugio in un casolare abbandonato. Non
possono vedersi né annusarsi, ma nulla vieta loro di parlare e di fare
amicizia. A pericolo scampato i due giurano di rincontrarsi, usando come
parola d’ordine “stormy night”.
Brokeback
animal
Cosa
può unire la capretta Mei al lupo Gav? Sicuramente l'istinto di
sopravvivenza, che rende la prima ottimo banchetto per il secondo. Ma
l'omonima favola illustrata di Kimura Yuichi, molto famosa in Giappone,
prevede un destino diverso per i due complementari protagonisti.
Complice un temporale improvviso, infatti, la preda e il predatore
trovano rifugio in una cascina. Il buio fa pensare a ognuno di trovarsi
di fronte a un compagno della sua specie. Una volta scoperta la verità,
però, i due proveranno a superare la reciproca diffidenza e a diventare
amici. L'intesa che progressivamente si crea, a stretto confine con
l'amore, ambisce a un luogo utopico in cui non ci sono leggi da seguire
e dove i sentimenti possono esprimersi superando qualunque pregiudizio.
Il microcosmo di appartenenza dei due animali, però, non è certo
adatto per vivere relazioni non codificate. Se da un lato il gruppo
protegge, infatti, dall'altro giudica inesorabilmente: sia la curiosità
di Mei che la morbidezza di Gav finiranno per essere considerate
pericolose e, quindi, combattute. Gli elementi per una passione
melodramatica ci sono quindi tutti: la "diversità" dei
protagonisti, il rifiuto da parte della società, la fuga, l'ombra del
sacrificio e addirittura l'amnesia. Ma a peggiorare la situazione ci si
mette un altro elemento, fondamentale data la natura dei personaggi:
l'istinto. Gav non è erbivoro (come in una produzione americana
finirebbe per diventare), e per mantenere il suo rapporto affettivo deve
lottare costantemente con le proprie pulsioni fameliche. Con grande
sensibilità il regista Sugii Gisaburo (animatore della Mushi Production
e collaboratore per le serie televisive di Tezuka Osamu) porta avanti in
modo razionale la irresolubile visceralità del conflitto, costruendo
un'allegoria coinvolgente e problematica, capace di alternare, senza
forzature, la lacrima al sorriso. L'eccesso di eventi, soprattutto nella
seconda parte, rischia l'effetto ridondanza, ma lo stile della
narrazione riesce sempre a trovare la necessaria levità. In linea con
la delicatezza del racconto la semplicità dei disegni e la cura dei
fondali.
Voto:
7,5
Luca
Baroncini
Lupus et agnus… happy together!
Ecco a voi la difficoltosa amicizia tra una
capretta ed un lupo, nell’opera di un veterano dell’animazione
giapponese, Gisaburô
Sugii. Nonostante un evidente calo di tensione nella parte finale, Stormy
Night può essere annoverato tra le sorprese positive di questa
edizione del festival, in quanto fiaba cinematografica che senza
risultare eccessivamente retorica riesce ad esaltare amicizia e lealtà,
quali sentimenti cui viene attribuito il potere di annullare qualsiasi
predeterminazione sociale. Ma non è soltanto la ”morale” del film,
ovvio, a conquistare la platea. Lupi e caprette, che potevano condurre
il discorso animazione su sentieri scontati, si impongono invece a
livello di character design attraverso tipizzazioni piuttosto riuscite,
originali, dando così il là a soluzioni di regia quasi sempre
convincenti, da cui emerge di tanto in tanto qualche intuizione sopra la
media. Tale è ad esempio la sequenza dell’incontro notturno tra Gav,
il lupo, e Mei, la capretta, costretti entrambi da un violento temporale
a cercare rifugio in un capanno abbandonato. Il fatto che i due
potenziali nemici non possano vedersi, nell’oscurità, ma continuino a
parlarsi amichevolmente per tutta la notte, acquista pathos grazie al
bagliore improvviso di quei lampi, che illuminano per pochi istanti le
loro sagome immerse nel buio, offrendole così alle rapidissime zoomate
di Gisaburô Sugii. Altrettanto significative certe inquadrature che
ironizzano sul precario rapporto di amicizia che si stabilisce nei
giorni successivi tra il lupus e l’agnus dell’ insolita novella; il
primo, nel seguire la capretta sui tornanti di montagna che dovrebbero
condurli ad uno spiazzo panoramico bello da mozzare il fiato, sembra
intento più che altro ad osservare, con aria famelica, il fondoschiena
ondeggiante di Mei. Il fatto che entrambi gli animali siano di genere
maschile, l’ambientazione montana, e l’insistere del regista tanto
sullo sguardo estatico di Gav che sulle chiappe al vento di Mei, ha
suggerito a più di uno spettatore letture omoerotiche degne di un Brokeback
Mountain a cartoni animati! Tutto sommato ci può anche stare.
Gli sviluppi del racconto, tra annotazioni ironiche e momenti di
autentica commozione, pongono Gav e Mei a confronto con l’ostilità
delle rispettive comunità d’appartenenza. La vicenda fino a questo
punto è stata sempre condotta con mano sicura, brillante. I problemi
cominciano ad avvertirsi dopo, giacché la spossante fuga dei due
attraverso gole impervie e coperte di neve viene tirata troppo per le
lunghe, diluendo il pathos in un susseguirsi di scene madri, che alla
fine stanca. Peccato per questa prolissità. Una maggiore asciuttezza
narrativa, nelle fasi conclusive di Stormy Night, avrebbe
senz’altro giovato al film.
Voto:
6,5
Stefano
Coccia |
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ASTERIX E I VICHINGHI
(Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER)
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REGIA: Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER
PRODUZIONE: Francia / Germania – 2006 – Animazione
DURATA: 78’
SCENEGGIATURA: Jean-Luc Goossens, Stefan Fjeldmark, Philip LaZebnik
MONTAGGIO: Martin Wichmann
MUSICHE: Replicant
SITO WEB: www.asterixetlesvikings.com
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Asterix e Obelix sono alle prese con un ragazzo veramente ribelle alle
regole del campo, il giovane Menabotte. A complicare il lavoro arriva
anche una tribù vichinga, capitanata dal grande Grossebaf, alla ricerca
di qualcuno che abbia molta paura, convinto che con il terrore spuntino
le ali.
Un gradito
ritorno
Chi
pensa che l'animazione tradizionale sia ormai obsoleta, si dovrà
ricredere davanti alle nuove divertenti avventure di Asterix e Obelix. A
rivitalizzare la saga, creata da René Goscinny e Albert Uderzo, ci
pensano Jesper Møller e Stefan Fjeldmark, quest'ultimo già co-regista
del riuscito Terkel in trouble,
distribuito malamente in Italia nella scorsa stagione. Questa volta i
due simpatici Galli devono vedersela con i Vichinghi, ma il fulcro della
vicenda è nel tentativo di insegnare l'arte della guerra al pacifista
Menabotte, nipote del capo del loro villaggio. La sceneggiatura affianca
quindi l'avventura, risolta come al solito a suon di sganassoni, a un
classico percorso di formazione che vede ancora una volta il pischello
trasfomarsi in eroe, senza però che la sua personalità subisca
tendenziose modifiche al testosterone. A Menabotte è affidato anche il
ruolo di attualizzare la vicenda alla contemporaneità. Il giovane
conosce infatti i balli di tendenza, ama la musica degli anni Ottanta e
ha un piccione viaggiatore chiamato SMS che invia messaggi alle
fidanzate picchiettandoli con il becco sugli alberi. Il contrasto che dà
verve al racconto vede quindi i virili Asterix e Obelix alle prese con
un ragazzo dalle motivazioni a loro ignote che sembra provenire dal
futuro. Ovvio che la iniziale diffidenza si trasformerà poi in affetto
reciproco. Al di là della storia, non certo originale ma ben condotta e
piacevole, ciò che rende il film accattivante è la cura visiva. I
protagonisti restano infatti fedeli al tratto dalle linee nette e dalle
forme rotonde ormai entrato nell'immaginario e ogni personaggio gode di
caratterizzazioni attente ai dettagli. Molto curata anche
l'ambientazione e particolarmente fluida l'animazione, con la placida
morbidezza di Asterix e Obelix efficacemente contrapposta al ritmo
frenetico, ma non frastornante, dell'azione. Il felice risultato è
frutto di una co-produzione franco-danese e ha richiesto 4 anni di
lavoro, 1300 inquadrature diverse, più di 100.000 disegni e un budget
di ben 22 milioni di euro. Scontato che l'obiettivo sia il mercato
internazionale (non a caso la canzone dei titoli di coda è cantata da Céline
Dion). Per una volta, però, la "grandeur" ha trovato un
giusto compromesso, capace di aggiornare il “mito” ai tempi senza
annullarlo in nome di una presunta commerciabilità.
Voto:
7
Luca
Baroncini
C’era una volta la Gallia.
Fa un certo effetto doversi confrontare ancora
una volta con Asterix, scanzonato personaggio nato da un’intuizione di
René Goscinny e Albert Uderzo, che vollero piazzare lui, Obelix,
Panoramix, ed altri soggetti irresistibilmente buffi, tra gli strenui
difensori di una tribù gallica irriducibile all’invasione romana.
Ebbene, risulta davvero difficile, ameno per chi scrive, parlare del
pittoresco universo di Asterix senza provare nostalgia al ricordo delle
passate avventure, affrontate dal nostro eroe in spassosissimi
lungometraggi d’animazione quali Asterix e Cleopatra (1968) o Le
dodici fatiche di Asterix (1976).
Fatto salvo il tentativo di mantenere quell’umorismo un po’
infantile e le coordinate di base dei tradizionali disegni animati,
questo Asterix e i Vichinghi (ispirato all’albo Asterix e i
Normanni) si
distingue tra le rivisitazioni successive per la volontà di
ringiovanire gli scenari, che qui strizzano visibilmente l’occhio alle
nuove generazioni. Con esiti tutto sommato modesti. Nel villaggio dei
Galli sempre ostinati, un pochino sbruffoni, e persino annoiati dalle
sempre più insipide scazzottate con Romani e pirati, fanno così la
loro comparsa nuovi ospiti. Il più significativo è senz’altro
Goudurix, giovanotto molto cool col vizio degli sms (da inviare
tramite piccione viaggiatore, visti i tempi…), in visita da Obelix e
compagni per apprenderne le virtù belliche, ma decisamente più
interessato alla musica hip hop e alle tresche adolescenziali. Se lo
sforzo di aggiornare le tematiche del cartone non produce in fin dei
conti grossi risultati, un impatto più sostanzioso è quello dovuto
alla presenza vichinga. In tutti i sensi. Essendo il film una
co-produzione franco-danese, non è certo fuori luogo ironizzare
sull’origine “vichinga” dei due registi, Jesper Møller e Stefan
Fjeldmark! Sono pazzi questi danesi… e sembrano anche essersi
divertiti un mondo nel giocare sul caratteraccio dei remoti progenitori
delle genti scandinave, la cui fama di spietati conquistatori viene
riproposta in chiave caricaturale, col bonus di alcune macchiette non
disprezzabili. Complice uno sforzo produttivo superiore ai precedenti
capitoli della serie, si nota un lavoro molto accurato sui fondali e sul
character design dei nuovi personaggi, ma sono tutte innovazioni che
risultano tali solo sulla carta, non brillando quasi mai per originalità.
Piuttosto godibili risultano invece l’allegria dell’insieme e
l’orientarsi del racconto, in bilico tra goliardia e spirito
d’avventura, verso quelle situazioni strambe, che gli autori
introducono con apprezzabile leggerezza. Come a dire che le imprese di
Asterix, se ci si lascia pervadere strada facendo da un certo mood fanciullesco,
un po’ di simpatia riescono comunque a strapparla.
Voto:
5,5
Stefano
Coccia |
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UNA PELÍCULA DE HUEVOS
(Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE) |
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REGIA: Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE
PRODUZIONE: Messico – 2006 – Animazione
DURATA: 90’
SCENEGGIATURA: Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste, Francisco Arriagada, Fernando Meza
SCENOGRAFIA: Martha Camarillo, Diego Puente
MUSICHE: Carlos Zepeda
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Una gallina depone il suo amato uovo che, proprio come un piccolo
pargolo, ha braccia, gambe e occhi. Il piccolo uovo viene subito preso
dal contadino per essere venduto, assieme ad altri, agli umani. Un
gruppo di dodici uova viene acquistato così da una signora. A questo
punto le uova, con l’eterno terrore di rompersi e morire, tentano di
trovare una via di fuga per tornare dalle rispettive chiocce.
Alegre
Tortilla
"Los
Huevos Cartoons" sono cortometraggi messicani di animazione aventi
come protagonisti alcune uova. Visto il successo ottenuto in patria i
due creatori, Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste, hanno deciso di
sfidare la lunga durata. Il risultato è il divertente "Una
pelicula de huevos" che gode di un soggetto tanto assurdo
quanto esilarante: un uovo appena deposto sogna di diventare un pollo e
lotta per non finire venduto al supermercato. Tra mille peripezie il suo
sogno si avvererà, ma il cammino sarà molto difficile. Dovrà infatti
affrontare un gatto famelico, la voracità di una famiglia mostruosa, il
delirio di uno scuolabus pieno di bambini urlanti dall’interno di un
cestino della merenda e i temibili abitanti di un rettilario.
L’interrogativo immediato, che trova risposta fin dalle prime,
spassosissime, gag è "come
si può caratterizzare un uovo?" Sembra impossibile dare vita a
un ovale privo di segni distintivi, eppure si ride fin da subito per via
dell'antropomorfizzazione scelta dai registi. Ogni uovo, grazie
all’aggiunta di gambe, braccia e bocca, può muoversi e parlare, dando
la possibilità alla sceneggiatura di prendersi gioco, con simpatia e
cinismo, delle debolezze umane. La caratteristica dell’estrema
fragilità, comunque, viene rispettata e diventa l’ispirazione
principale, e spesso il fatale punto di arrivo, di numerose sequenze.
L'avventura, che include anche l'amicizia con una fetta di bacon,
procede a ritmo indiavolato inanellando gag su gag, con qualche caduta
dovuta al sovraccarico solo nella roboante seconda parte. Il modello di
riferimento sono i cartoon Disney e, pur nella convenzionalità del
risultato e in assenza di innovazioni stilistiche, il divertimento è
assicurato. Sulle orme della Pixar, i titoli di coda prevedono qualche
ciak sbagliato e alcuni gustosi fuori scena. Attenzione poi a non
abbandonare ancora la sala: prima che si accendano le luci c’è ancora
una sorpresa.
Voto:
7
Luca
Baroncini
Sicuramente
lo scanzonato lungometraggio diretto dai messicani Rodolfo e Gabriel Riva
Palacio Alatriste è stato quello accolto con più risate in sala, durante
il Future Film Festival di quest’anno. Nessuna sorpresa, considerando
che il film rappresenta una rielaborazione di sketch più brevi,
ribattezzati Los Huevos Cartoons, che a partire dalla loro
apparizione in internet hanno saputo calamitare l’attenzione del
pubblico per le disavventure, così “umane”, delle uova in questione.
I personaggi, rappresentati come ovetti dotati di bocca, occhi,
braccia e gambe, divertono i bambini ma sono diventati famosi anche
presso gli spettatori più grandicelli, che sanno apprezzare
lo spirito irriverente delle situazioni immaginate dagli autori.
La goliardia di fondo del progetto ha attecchito piuttosto bene nel
lungometraggio, che illustra il periglioso cammino intrapreso da alcune
uova, prelevate pochi giorni prima dalle rispettive fattorie, ed ora in
fuga per salvarsi dal vorace appetito di famiglie abituate a consumarne
parecchie, specialmente a colazione. Particolarmente travagliato il
tragitto dell’uovo protagonista, il cui ritorno a casa diventa una
specie di Anabasi, le cui tappe coincidono con scenari descritti in modo
sempre molto pittoresco: la cartella con dentro la colazione della
ragazzina diretta a scuola, le fogne della città abitate da toponi sempre
affamati, e soprattutto il luna park, dove le più miti uova di gallina si
trovano a dover fare i conti con soggetti ben più bellicosi… uova di
rettile, ovvero la progenie dei vari coccodrilli, tartarughe e serpenti
custoditi in quelle gabbie, dove i nostri eroi si avventurano per sbaglio!
Nonostante la qualità dell’animazione possa non essere
all’avanguardia, gli autori se la sono cavata egregiamente, dando vita a
personaggi ben caratterizzati che suscitano immediatamente empatia o
almeno curiosità da parte degli spettatori, e costruendo intorno ad essi
una sceneggiatura piuttosto briosa; a renderla più frizzante ci pensa
l’ironia che pervade il racconto dall’inizio alla fine, nel suo
parafrasare, con toni decisamente parodici, quelle situazioni che spesso
caratterizzano i più gettonati film della Disney o di altri colossi
americani. Quel “dall’inizio alla fine” va preso nel modo più
letterale possibile: un certo divertimento è infatti assicurato sia dai
titoli di testa, con la buffa canzone dedicata al mondo delle uova, che da
quelli di coda, in cui viene ripresa in modo fantasioso e originale la
consuetudine di inserire i ciak sbagliati anche alla fine dei film di
animazione.
Voto:
7
Stefano
Coccia |
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MCDULL, THE ALUMNI
(Samson CHIU)
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REGIA: Samson CHIU
PRODUZIONE: Hong Kong – 2006 – Animazione / Commedia
DURATA: 95’
INTERPRETI: Ronald Cheng, Kelly Chen, Anthony Wong, Gigi Leung, Josie Ho
SCENEGGIATURA: Brian Tse
FOTOGRAFIA: Charlie Lam
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Il maialino McDull e i suoi compagni si ritrovano immersi in un ambiente
color pastello, mentre i loro “cugini” adulti sono catapultati in un
mondo crudo, preso dagli impegni della vita di tutti i giorni. Mentre a
scuola McDull è invitato dalla maestra a parlare del “cosa farò da
grande”, nel mondo reale gli adulti vivono immersi nella frenesia del
lavoro, nel delirio dei tempi che si accavallano e delle cose da fare
che non finiscono mai.
McDull
colpisce ancora
Alla terza puntata il maialino McDull, star di Hong Kong e ormai
conosciuto anche in occidente, rende predominante ciò che negli episodi
precedenti era solo marginale. Il lungometraggio è infatti realizzato
con una tecnica mista che fa prevalere il live
action sulle tinte pastello dei cartoni animati. Il contrasto serve
per rendere ancora più stridente la differenza tra i sogni
dell'infanzia, carichi di ingenuità e curiosità verso il mondo, e la
realtà, schiava di regole sociali in cui c'è posto solo per la
pragmaticità del quotidiano. Ma matita e attori non sono in
contrapposizione, bensì facce della stessa insoddisfazione nei
confronti di una società che mira a spersonalizzare l'individuo e a
renderlo un mero strumento produttivo. La frenesia degli impegni, la
competitività sul lavoro, l'infelicità, vengono affrontati da Samson
Chiu in chiave allegorica attraverso gag che spingono con decisione sul
grottesco, alcune riuscite, altre meno comprensibili, altre ancora
troppo caricaturali per lasciare un segno. Uno dei temi affrontati è
quello della realizzazione personale. Mentre i precetti culturali
impongono all’individuo di diventare un pilastro della società e c'è
chi ambisce alla professione di avvocato, il piccolo McDull, dagli
obiettivi semplici e molto terreni, decide che l'unica cosa che vuole
fare è non portare i pantaloni, per cui si presenta a scuola vestito da
impiegata d'ufficio. Lo stesso disorientamento si riscontra nel mondo
reale per chi sogna di lavorare come "disossatore di pollo
tailandese", o di "fare le bolle del cappuccino" oppure
il "commesso di lecca lecca". Spassosa la gag che vede la
ragazza "laureata in barbecue" con "specializzazione in
scodellatura del riso" trovare difficoltà al colloquio di
assunzione quando le viene presentato un pollo da tagliare perché
all'università il "taglio del pollo" era un corso opzionale.
Di delirio in delirio, con il cibo spesso in evidenza, la sgangherata
narrazione passa da una tavolata di duemila studenti che ordinano da
mangiare emettendo suoni gutturali a una cameriera che ripete fedelmente
gli stessi suoni (l'iterazione ossessiva è uno degli elementi
caratteristici della serie), a un ristorante in cui quando ordini il
“menù John Denver” la cameriera ti ringrazia "per
il tuo apporto alla musica folk!". Ma c'è spazio anche per il
canto delle verdure alla griglia, per una sonata di Chopin rimaneggiata
per esaltare i prodigi delle salsicce Kee-Wah e per il capitano di una
nave naufragata costretto a sacrificare (inutilmente) una propria
chiappa per sfamare i superstiti. Non tutto ovviamente è in grado di
aprirsi un varco nello spettatore, anche perché molte gag sono radicate
nella cultura locale, e alla lunga il gioco perde in leggerezza, ma
l'assurdità della sceneggiatura offre risate non prive di un
apprezzabile retrogusto amarognolo. Peccato che il maialino Mcdull sia
confinato solo in poche sequenze. Il tormentone, altro classico della
serie, prevede questa volta un folle menù a base di "marmitte
mongole".
Voto:
6,5
Luca
Baroncini |
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U
(Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF)
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REGIA: Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF
PRODUZIONE: Francia – 2006 – Animazione
DURATA: 71’
SCENEGGIATURA: Grégoire Solotareff
SCENOGRAFIA: Geneviève Gratien
MONTAGGIO: Céline Kelepikis
MUSICHE: Sanseverino
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La piccola principessa Mona vive in un castello, tenuta in semischiavitù
da una coppia di orrendi personaggi. Mona passa molto tempo a piangere e
questo richiama una femmina di unicorno che le cambierà la vita
diventandone la confidente e migliore amica. Quando Mona diventerà una
piccola donna, il suo incontro con i Wéwé, che abitano il bosco
adiacente al castello, ne segnerà definitivamente l’affrancamento da
ogni dolore.
Una vocale
per amica
"U" è un angelo custode, un po' amica, un po' confidente, che
appare alla principessa Mona chiamata dai suoi lamenti (le dirà "Hai
detto Uuuuuuuuu piangendo!"). L'aspetto è quello di un piccolo
unicorno, ma è la pura fantasia a tenere le redini di un mondo
apparentemente disomogeneo abitato da creature che combinano, senza una
logica riconoscibile, la specie umana con quella animale. Oltre alla
nasuta principessa ci sono gli sgradevoli Goomi e Monseigneur,
dall'aspetto roditore, il musicista seduttore Kulka, un po' gattone, e
il pacifico popolo degli strambi Wéwé. L'allegoria segue il passaggio
dalla giovinezza all'età adulta della principessa soffermandosi con
ironia e malizia sul nascere delle pulsioni, ma si abbandona a numerose
digressioni che rendono il percorso narrativo spesso disorientante. Ciò
che sfugge alla razionalità, e rischia di pesare, ha comunque una
insolita fascinazione. Il merito è di uno stile molto personale, che
accarezza il sogno pur tenendo ben presente la concretezza delle
situazioni messe in scena, ma a incuriosire è soprattutto l'originalità
del disegno. Le immagini sono infatti dipinte ad acquarello e si
distinguono per la semplicità e lo spessore del tratto nel definire i
contorni dei personaggi, con una dominante calda nei colori. Per dare
vita alla loro particolare visione i due registi, i francesi Grégoire
Solotareff e Serge Elissalde, hanno suddiviso la realizzazione del film,
come sempre più spesso accade in Europa, in tre parti sparse per il
mondo: le due più corpose a Shanghai e Kiev, e una terza ad Angouleme,
in Francia, per la cura delle sequenze più delicate (tra cui quella del
bacio). Nonostante la segmentazione il risultato finale mantiene armonia
e grazia e si configura come una favola non irresistibile ma piacevole
proprio per la sua atipicità.
Voto:
6
Luca
Baroncini
Per quanto l’impronta acquarellistica e la
naiveté dei disegni di Grégoire Solotareff, talentuoso artista
francese, siano più che apprezzabili, il film realizzato in sintonia
col regista Serge Elissalde non riesce ad appassionare più di tanto. La
principessa triste e la graziosa femmina di unicorno apparsa al suo
fianco per consolarla, così come la coppia di esseri ripugnanti cui
appartiene il castello e le creature dallo spirito libero che abitano
nei boschi, danno subito l’idea di una galleria di personaggi su cui
si sarebbe potuto lavorare meglio, concedendo maggiore freschezza al
racconto invece di congelarlo in sequenze statiche e dialoghi
eccessivamente prolissi e ripetitivi. L’idea era evidentemente quella
di ricreare l’atmosfera dei classici dilemmi adolescenziali,
descrivendo le insicurezze di personaggi sospesi tra momenti di euforia
e stati d’animo malinconici, ma il risultato è di una verbosità tale
che già si sopporterebbe a fatica nel più cerebrale e compiaciuto tra
i lungometraggi francesi di fiction, figuriamoci qui!
Una nota a margine, forse un po’ frivola: la co-protagonista di U,
se la memoria non ci inganna, è la principessa Mona. A questo punto ci
sembra ovvio sconsigliare la distribuzione del film in territorio
veneto. Non solo per la prolissità, ma perché un nome simile potrebbe
scatenare in sala reazioni incontrollabili.
Voto:
5
Stefano
Coccia |
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LA TELA DI CARLOTTA
(Gary WINICK)
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REGIA: Gary WINICK
PRODUZIONE: U.S.A. – 2006 – Commedia / Fantastico
DURATA: 113’
INTERPRETI: Dakota Fanning + (voci) Julia Roberts, Oprah Winfrey, Steve Buscemi, Kathy Bates, John Cleese, Thomas Haden Church, Robert Redford
SCENEGGIATURA: Susannah Grant, Karey Kirkpatrick
FOTOGRAFIA: Seamus McGarvey
SCENOGRAFIA: Stuart Wurtzel
MONTAGGIO: Susan Littenberg, Sabrina Plisco
COSTUMI: Rita Ryack
MUSICHE: Danny Elfman
SITO WEB: www.charlotteswebmovie.com
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Fern è uno dei due unici esseri viventi che vedono nel maialino Wilbur
le caratteristiche che ne fanno un’autentica perla nel porcile. Al
trasferimento in una nuova fattoria, Wilbur allaccia la seconda profonda
amicizia della sua vita con un ragno di nome Carlotta e il loro legame
spinge gli altri animali a iniziare a comportarsi come una grande
famiglia. Quando per Wilbur giunge il momento di essere trasformato in
salsicce, nulla sembra poterlo salvare dal suo triste destino, ma sarà
Carlotta a usare la sua ragnatela per convincere il fattore che Wilbur
non è un maiale come tutti gli altri e non merita di essere macellato.
Appeso a
un filo
Il
libro omonimo di E.B.White è un vero must per l'infanzia nei paesi di
cultura anglosassone e in tutto il mondo ha venduto più di 45 milioni
di copie. Ovvio che l'industria cinematografica abbia fiutato l'affare.
Il compito viene affidato a Gary Winick e punta sull'ormai rodato
giochino di affidare le voci dei personaggi di sintesi ad attori famosi
(tra gli altri Julia Roberts, Robert Redford, Steve Buscemi, Kathy Bates
e John Cleese). A collegare il mondo virtuale degli animali parlanti con
la realtà di un microcosmo rurale, la piccola Dakota Fanning, babi-diva
di spaventosa determinazione e consumata bravura. Sollecitare la
sospensione dell'incredulità spetta invece alle note riconoscibili ed
evocative di Danny Elfman, con una colonna sonora a volte un po'
ingombrante ma in grado di sottolineare con adeguata enfasi il racconto.
Il risultato ha i limiti e i pregi dell' onesta trasposizione
cinematografica di una favola: buoni sentimenti, messaggio edificante
dagli intenti smaccatamente educativi, qualche risata e un accenno di
lacrime. Forse tutto un po' troppo zuccheroso e senza ombre per poter
davvero colpire il cuore indurito dello spettatore, ma sicuramente
destinato più a un pubblico infantile che adulto. L'amicizia tra un
maialino destinato al macello e un ragno virtuoso è comunque atipica e
offre spunti di riflessione non banali sulla "diversità", su
una grandezza legata più all'ingegno che alle dimensioni,
sull'importanza della forza di volontà e sul potere della solidarietà.
Determinante, dato il soggetto, la resa visiva degli animali parlanti e
della loro interazione. Da questo punto di vista la computer grafica fa
miracoli, ma resta il limite, oggettivo, di un protagonista (il
maialino) e di un'ambientazione rustica troppo debitori nei confronti di
"Babe - maialino coraggioso",
tanto che sembra di assistere a un'ulteriore tappa delle sue avventure.
Unica vera sfida, felicemente superata, la rappresentazione di sintesi
del ragno co-protagonista, fedele ai movimenti aggraziati con cui si
configura in natura e solo un poco ammorbidito nell'aspetto per renderlo
meno minaccioso. Se tutto il progetto non fugge da una professionale
convenzionalità, la vera magia è quella di potersi librare con
leggerezza insieme al ragno e alla sua tela "parlante",
mostrando la peculiare e insostituibile capacità del cinema di
renderci, anche solo per un attimo, quello che non siamo.
Voto:
6,5
Luca
Baroncini
Piano… piano, dolce Carlotta.
Allora,
premesso che il film può essere consigliato solo con una certa cautela
a chiunque soffra di accentuata “aracnofobia”, c’è da dire che la
visione di Charlotte’s Web potrebbe ottenere un effetto persino
terapeutico su tali soggetti. Al cinema, infatti, era successo
raramente, almeno fino ad ora, che si percepisse tanta sensibilità,
tanto “calore umano” (se ci è concessa questa espressione,
senz’altro poco appropriata alle circostanze…), al centro di una
ragnatela. Come descrivere questo amico ad otto zampe? Charlotte, il
ragno in questione, è un esemplare femmina la cui generosità, nel
momento in cui gli altri animali della fattoria cominciano invece a
defilarsi, fa sì che lei sia praticamente l’unica a preoccuparsi per
il destino del nuovo arrivato, il maialino Wilbur. Il porcellino,
destinato probabilmente al macello, trova infatti i suoi unici veri
sostenitori in lei, Charlotte, e nella figlia del fattore, una ragazzina
di nome Fern. Ma sarà proprio il ragnetto ad avere l’idea
giusta.
La fonte di ispirazione del film di Gary Winick è una favoletta
piuttosto popolare nel mondo anglosassone. Un certo brio è assicurato
alla narrazione dal felice dosaggio di quegli effetti che permettono
agli animali di parlare, con interventi al computer mai troppo invadenti
e un mood bucolico tutto sommato apprezzabile. Tuttavia, ciò non
evita che certe fasi del racconto si trascinino stancamente, e che un
po’ di melassa rimanga appiccicata, insieme a qualche insetto di
passaggio, alla tela del ragno protagonista, la simpatica Charlotte. In
definitiva ne esce fuori quello che un tempo si sarebbe chiamato “un
buon film per famiglie”, non particolarmente brillante, ma
assolutamente dignitoso e capace a tratti di generare qualche emozione
sincera.
Voto:
6
Stefano
Coccia |
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BLACK JACK – THE TWO DOCTORS OF DARKNESS
(Makoto
TEZUKA)
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REGIA: Makoto TEZUKA
PRODUZIONE: Giappone – 2005 – Animazione
DURATA: 97’
FOTOGRAFIA: Toshiya Kimura
SCENOGRAFIA: Masami Saito, Masato Shibata
MONTAGGIO: Seiji Morita
MUSICHE: Akihiko Matsumoto
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Black Jack è in galera, perché continua a esercitare la sua professione
privo di una licenza regolare: è osteggiato dal sistema, che non
accetta la sua libertà morale. È pronto ad azioni impossibili in
cambio di un salario miliardario. Black Jack crede nella lotta per la
sopravvivenza, e il suo corpo ne è la prova tangibile. Ma egli ha una
nemesi, il Dr. Kiriko che, reso insensibile dalla propria esperienza
durante la seconda guerra mondiale, ha come missione quella di porre
fine al dolore umano praticando l’eutanasia. Il confronto tra i due si
fa ancora più difficile nel momento in cui vengono portati su una
strana isola, una sorta di Jurassic Park dove le mutazioni genetiche
hanno provocato un nuovo virus, altamente mortale.
Il mistero
della vita
Black
Jack e il Dr. Kiriko guardano alla vita con occhi complementari. Il
primo, oltre che uno dei personaggi più famosi creati da Tezuka Osamu,
è uno straordinario chirurgo
disposto a salvare vite umane in cambio di cachet altissimi. Il secondo
è invece esperto nel praticare l'eutanasia, sempre a pagamento, per
evitare la sofferenza a pazienti ammalati destinati a morte certa.
Entrambi sono le facce di una stessa medaglia e cioè il senso
dell'esistenza. Per fortuna il film non sceglie una tesi rispetto a
un'altra ma sostanzia l'inquietudine di ambedue i personaggi. L'incipit
è molto potente, con un salvataggio in extremis, enfatizzato dallo
split-screen e sottolineato da note jazz, capace di attirare subito lo
sguardo solleticando un punto di vista, parziale, sul protagonista.
L'entrata in scena dell'alter-ego Kiriko mescola le acque e intorbidisce
quello che sembrava un giudizio scontato. Dopo un innesto così
efficace, però, e un episodio in cui il destino rende ancora più
difficile consolidare un'opinione (una famiglia salvata da Black Jack e
sottratta a Kiriko muore in un incidente stradale), la sceneggiatura
limita l'azione allo spazio di un'isola, dove lo studio di un misterioso
virus inizia a mietere vittime e a porre le basi di una futura guerra
batteriologica. La narrazione cade così in uno stallo da cui non si
rialza più e, moltiplicando i doppi giochi e il numero dei personaggi,
perde per strada lo spettatore digiuno della serie televisiva originale,
fino a una chiusa più roboante che significativa. Le immagini omaggiano
lo stile dell'anime tratto dal personaggio creato da Tekuka 34 anni fa e
si caratterizzano per la convenzionalità del tratto e l’animazione
semplice.
Voto:
6
Luca
Baroncini |
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RENAISSANCE
(Christian
VOLCKMAN)
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REGIA:
Christian Volckman
PRODUZIONE: Fra/GB/Lux - 2006 - Animazione
DURATA: 105’
SCENEGGIATURA: Alexandre de La Patellière, Mathieu Delaporte, Jean-Bernard Pouy
(Adattamento), Patrick Raynal (Adattamento)
MONTAGGIO: Pascal Tosi
MUSICHE: Nicholas Dodd
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Parigi,
anno 2054. Il rapimento di una giovane e bella ricercatrice, Ilona
Tasuiev, crea ulteriore scompiglio in
una città sempre più caotica, dove la politica e l’economia
sono dominate dalle strategie commerciali di Avalon. Avalon è una
multinazionale specializzata nel settore genetico, campo in cui qualcuno
ha già intrapreso esperimenti un tempo inimmaginabili. Un duro come
l’agente Karas, grazie ai suoi metodi, intuisce presto che il nesso
tra tali esperimenti e la sparizione della ragazza porterà a galla
altre verità, altri segreti…
Lo stile
su tutto
Il decor del film è davvero
immaginifico, con una Parigi del futuro (la vicenda è ambientata nel
2054) che, pur conservando una perfetta riconoscibilità, è integrata
con architetture avveniristiche di grande fascino (su tutte, la presenza
di strade per i pedoni sopraelevate e trasparenti). Ma ciò che rende il
film davvero unico è la tecnica scelta dal regista Christian Volckman,
capace di trasformare ogni sequenza nelle pagine di un fumetto. Il
risultato è infatti un ibrido molto interessante, con tutte le immagini
costruite in computer animation che, grazie alla scelta cromatica netta e
contrastata (un fulgido bianco e nero), sembrano in molti momenti
bidimensionali. Nella magnificenza del risultato si muovono con estrema
fluidità personaggi stilizzati, spesso ricalcati su attori in carne ed
ossa tramite la motion capture
e con le voci di star (tra gli altri Daniel Craig e Jonathan Pryce),
attraverso scenografie accuratamente fotorealistiche. Purtroppo una
tecnica così sofisticata e originale non trova adeguata materia
narrativa di cui cibarsi. La storia, infatti, si limita a riciclare
epigoni illustri fondendo con poco estro noir
e fantascienza. C'è il "duro" di turno alle prese con il
"grande fratello" di turno, nel caso specifico la società
Avalon che controlla la vita delle persone e promette l'eterna
giovinezza. E non manca la "bella" di turno, sorella di una
scienziata misteriosamente rapita. La manipolazione genetica è dietro
l'angolo, e tra inseguimenti, omicidi e depistaggi, un esperimento
insabbiato farà emergere la verità. Tutto confusamente accumulato in
una sceneggiatura farraginosa che appesantisce il film penalizzandone
l’impatto nonostante la incontestabile bellezza, decisamente sopra la
media, dell'impianto visivo.
Voto:
7
Luca
Baroncini
Parigi
cyberpunk
Dopo
le “rotoscopiche” visioni di Richard Linklater (Waking Life, A
Scanner Darkly) e dopo Sin City di Robert Rodriguez e Frank
Miller, arriva il film che per quanto concerne simili esperimenti
costituisce già un approdo importante, tanto a livello tecnico che a
livello estetico. L’integrazione tra riprese dal vivo e animazione
digitale raggiunge qui esiti particolarmente seducenti e sbalorditivi.
In questo caso i movimenti degli attori sono stati ripresi con la
tecnica sempre più in voga del Motion Capture, che ha permesso poi di
trasferirli sul piano dell’animazione, caratterizzata nella
circostanza dalla scelta di un bianco e nero fortemente contrastato.
Nulla di più appropriato, per un film come Renaissance:
particolarmente funzionali al progetto sono proprio quei tagli di luce
netti, taglienti, come anche le espressioni facciali e le pose dei
personaggi, che attraverso il processo sommariamente descritto si
convertono da figure in carne ed ossa ad icone degne di un fumetto
cyberpunk. Qualcuno potrebbe contestare proprio questo, l’assoluta
classicità del prodotto finale. Una classicità rapportata ovviamente
all’acquisizione, da parte dell’immaginario collettivo, di quelle
monumentali visioni della fantascienza cinematografica più o meno
recente, in cui la visione della metropoli futuristica si sposa con una
miriade di ritagli post-moderni codificati secondo le più svariate
poetiche di genere. Il noir tende qui ad essere, tra i diversi generi
cinematografici, un punto di riferimento essenziale. Lo è anche per
Christian Volckman, astro nascente dell’animazione digitale europea, e
per il suo staff di validissimi collaboratori. Quanto cerchiamo di dire
è che il fascino di Renaissance non va cercato nell’originalità,
obiettivamente scarsa, del soggetto. Sono invece le variazioni su un
tema abusato ma ancora incredibilmente vitale a confondere e soggiogare
lo sguardo. L’indagine del detective Barthélémy Karas cattura
proprio in quanto assorbe e restituisce in forma altra le convenzioni
del noir in salsa Sci-Fi, integrandole con una scenografia virtuale
dallo straordinario impatto visivo. Non mancano quei topoi, la
cui presenza è quasi imprescindibile, come ad esempio gli schermi
giganteschi che monopolizzano i cieli della città, stile Blade
Runner. C’è poi una multinazionale, Avalon, interessata a
pericolosi esperimenti genetici. Ci sono mondi simulati e tecnologie
militari all’avanguardia. Ma fa già un certo effetto vedere tutto
questo in una Parigi futuribile, dove i monumenti tradizionali quasi si
fondono con avveniristici innesti architettonici. Un gran lavoro in
quanto ad integrazione tra fondali ricreati al computer e movimenti dei
personaggi, dunque, ma i pregi di Renaissance vanno oltre. Si
estendono infatti ad una impostazione fotografica talmente curata, da
esaltare quel sottile ordito di trasparenze, di luci riflesse, di
interventi sulla profondità di campo, che uno difficilmente si
aspetterebbe di trovare in un lavoro di animazione, per quanto
sperimentale. E invece Volckman è riuscito a mettere a frutto un
complesso lavoro durato anni, regalandoci infine una Parigi ciberbunk
dal volto enigmatico e sfuggente.
Voto:
8
Stefano
Coccia |
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ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI
(Luc BESSON)
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REGIA: Luc BESSON
PRODUZIONE: FRANCIA/U.S.A. – 2006 – Avventura
DURATA: 102’
INTERPRETI: Mia Farrow, Freddie Highmore, Penny Balfour + (solo voce) David Bowie, Snoop Dogg, Madonna
SCENEGGIATURA: Luc Besson, Céline Garcia
FOTOGRAFIA: Thierry Arbogast
SCENOGRAFIA: Hugues Tissandier
COSTUMI: Olivier Bériot
MUSICHE: Eric Serra
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Arthur, un bambino di dieci anni, cerca di decifrare un enigma che
dovrebbe permettergli di trovare un tesoro. La sorpresa e lo stupore
sono grandi quando, riuscendoci, si trova in un mondo magico abitato
dalla tribù dei Minimei, folletti alti poco più di due millimetri e
mezzo che vivono in totale armonia con l’ambiente.
In fondo al suol...
Luc Besson è l'uomo dei contrasti e delle sfide. Dopo il fiacco e minimale
Angela-A resta nei toni della favola ma torna alla grandeur e dà vita a un nuovo
mondo a pochi passi da quello reale. Basta infatti scendere di qualche metro nel sottosuolo per entrare in contatto con il popolo
dei Minimei, inventati da Céline e Patrice Garcia e portati al successo dallo stesso Besson che ha scritto i primi due volumi
della serie, già tradotti in 34 lingue e con un milione di copie vendute solo in Francia. L'investimento colossale (65 milioni di euro),
i cinque anni di lavoro, il cast sontuoso (Madonna, David Bowie, Robert De Niro) e la cura maniacale dei dettagli, rendono il prodotto commercialmente competitivo e in grado
di aprirsi un varco nel mercato mondiale, ma il sense of wonder delle intenzioni affiora solo a tratti. Se infatti le premesse in live action, pur nel luogo
comune, ben dispongono alla meraviglia, con il malinconico e intraprendente Arthur che si mette alla ricerca di un tesoro per risolvere i problemi economici della nonna, gli
sviluppi in computer grafica si limitano a stordire. È proprio il mondo dei Minimei, fulcro del racconto, a non convincere, perché la stessa storia di sempre viene soffocata
dalla voglia continua di stupire, con un ritmo inutilmente febbrile che affianca, già pensando al videogame, difficoltà senza sosta e mordente. Le trovate originali sono infatti
pochine e il percorso di Arthur si affida a coordinate risapute e stantie. Il problema è anche nei personaggi, ammansiti da caratterizzazioni troppo schematiche per attirare nel
racconto: dal protagonista catapultato in un universo sconosciuto che non si perde mai d'animo e supera con disinvoltura ogni difficoltà, alla ragazzina dura e tosta che lo
accompagna. Un'omologazione narrativa che evidenzia il problema maggiore delle opere di animazione attualmente in circolazione: sembra di vedere sempre lo stesso film. Sostituendo
i Minimei con i topolini, l'avventura di Arthur è quasi identica a quella di Roddy, protagonista di Giù per il tubo. Discorso a parte per la resa visiva dei
personaggi. Se Arthur trova una felice rappresentazione nel suo alter-ego Minimeo, gli altri gnomi non godono di altrettanta espressività, dalla vitrea Selenia al cattivissimo
Maltazard, troppo simile al Viceré Nute Gunray della nuova trilogia di Guerre Stellari. La fedeltà a un immaginario consolidato (o colonizzato?) lascia aperto
un interrogativo: perché ancora una volta scimmiottare il cinema americano anziché personalizzare? Ennesima dimostrazione di come la perizia tecnica, fondamentale, non sia però
sufficiente per creare un universo che non sia solo vendibile, ma anche magico e capace di coinvolgere.
Voto:
6
Luca
Baroncini
Oltre il
giardino…
Non si sa mai da che
verso prenderlo: basta guardare alle prestazioni registiche di Luc
Besson degli ultimi dieci anni, e ancor di più alle sue uscite in
qualità di sceneggiatore e/o produttore, perché più di un timore si
faccia strada, non ultimo quello che il francese finisca col prendersi
troppo sul serio. Ci dovesse scappare un’altra Giovanna
d’Arco! Ma anche quando il tono si alleggerisce, i rischi non
sono aboliti. Già, perché allora potrebbe scattare in lui un’altra
tentazione, quella di rivisitare il cinema di genere americano
gingillandosi con dialoghi da liceale in calore, in contesti dove bulli
& pupe continuano a provocarsi verbalmente, lanciandosi occhiate
languide tra un inseguimento e l’altro. Il problema è che tutto
questo poteva funzionare una decina di anni fa, quando regista e
spettatore avevano ancora voglia di giocare insieme, arrivando magari ad
emozionarsi per un pomeriggio intero di balle spaziali. Se raccontate
bene, s’intende… Ed infatti Il quinto elemento
rimane, almeno per chi scrive, uno dei migliori Besson di sempre, da
buon giocattolone sci-fi variopinto e carnevalesco quale
indubbiamente è: senza particolari pretese sul piano narrativo (e meno
male, in questo caso…), ma con doti di ritmo non trascurabili, qualche
soluzione visiva originale, l’apprezzabile tentativo di rimodellare
ironicamente un certo immaginario fantastico, e alcuni interpreti
visibilmente divertiti dal far parte dell’allegro carrozzone.
Purtroppo, la stessa freschezza raramente ha fatto capolino nei progetti
successivi. Fino allo scialbo Angel-A, dove un bianco e
nero degno del più lezioso spot mai dedicato a un aperitivo accoglieva
i due protagonisti, coppia bizzarra in trama risibile, nello sfondo da
cartolina di una Parigi mai così noiosa. Trattavasi però di un
intermezzo low budget, perché Luc Besson era al lavoro già da tempo su
un progetto ben più ambizioso, la versione cinematografica di una serie
letteraria per l’infanzia da lui scritta in collaborazione con Céline
e Patrice Garcia, cui si devono rispettivamente l’idea e le
illustrazioni di Arthur et les Minimoys.
Eccoci al punto. Un’altra delusione? Francamente, no! Nonostante le
aspettative fossero più alte, visti gli anni di produzione impiegati
per portare sullo schermo i primi volumi della piccola saga, baciata
intanto da un discreto successo internazionale, Arthur e il
popolo dei Minimei regge bene, almeno come film per ragazzi il
cui piglio avventuroso tiene desta l’attenzione fino alla fine. Ciò
che diverte, laddove le singole trovate soffrono di una certa sudditanza
rispetto al cinema e alla letteratura fantastica del passato, è il
continuo passaggio dalla cornice di fiction alle parti realizzate in 3D,
autentica sfida produttiva proposta dal film. Ne consegue un ritmo non
disprezzabile, che prima ci fa interessare alle difficoltà del piccolo
Arthur nel mondo dei grandi, con alcuni speculatori che vorrebbero
portare via la classica “casa nella prateria” alla nonna (una Mia
Farrow energica e quanto mai giovanile, visto il ruolo); per poi
catapultarci insieme a lui nel mondo miniaturizzato dei Minimei,
simpatica e quasi invisibile popolazione con domicilio nel giardino di
casa, per essere più precisi SOTTO il giardino, tra cunicoli e
ristrettissimi ambienti insospettabilmente pieni di vita. Per
l’impavido ragazzino non sarà così difficile fare amicizia con i
Minimei, che già intrattenevano pacifici rapporti col nonno, prima che
costui scomparisse in circostanze misteriose. L’avventura che
scaturisce da questo incontro vede Arthur e i Minimei solidali nei
rispettivi obiettivi, ovvero trovare il tesoro che salverebbe la
proprietà della nonna nel primo caso, e sventare i piani del perfido
Maltazard per quel che concerne invece la minuscola comunità
sotterranea… riusciranno i nostri eroi?
Accennavamo alle parti del film realizzate in 3D. Certo, non ci si
poteva aspettare dal neofita Besson che si trovasse perfettamente a suo
agio sul terreno dell’animazione, che può invece contare in Francia
su poeti autentici come Michel Ocelot e Sylvain Chomet. Anzi, nella
sfida lanciata da Luc ai colossi dell’animazione americana si possono
rintracciare fastidiosi echi di quella “grandeur” mai messa da
parte. Ed il character design dei personaggi non sempre convince.
Nonostante questo, il desiderio di rimettersi in gioco sembra aver
resuscitato nel regista transalpino una vena ludica e spensierata,
finalmente messa a profitto. Come per Il quinto elemento
succede così che alcune scene, coreografate fantasiosamente, si
stacchino dall’insieme facendo spettacolo vero, ed è questo il caso
della mini-discoteca sotterranea, con pista da ballo ricavata da un
vecchio giradischi con annesso vinile; altrettanto curioso il sistema di
irrigazione progettato in giardino con cannucce da bibita! Per finire,
si consiglia se possibile la visione in originale, perché le voci dei
personaggi in 3D sono parecchio in palla e corrispondono infatti ai vari
David Bowie, Madonna e Snoop Dogg.
Voto:
6,5
Stefano
Coccia |
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BATTLESTAR GALACTICA - Battaglie nella galassia
(Richard A. COLLA)
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REGIA: Richard A. Colla
PAESE: Usa, 1978
SCENEGGIATURA: Glen A. Larson, Frank Lupo, Donald P. Bellisario
INTERPRETI: Lorne Green, Richard Hatch, Dirk Benedict, Jane Seymour.
DURATA: 125 minuti
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Anno 7000. L’intera flotta stellare degli umani viene annientata con
l’inganno dai nemici di sempre, i Cylon. Si salva solo una grande
astronave da battaglia, il “Galactica”, cui spetta il compito di
radunare i superstiti di varie colonie spaziali, in cui la presenza
umana è stata spazzata via dagli stessi Cylon, e di guidarli verso un
remoto pianeta, da dove si narra che la colonizzazione di altri mondi
abbia avuto inizio… sarà forse la Terra?
Una Caporetto di proporzioni cosmiche!
E l'astronave è già passata e
tu dov'eri?
Nei vernissage a festeggiare eroi leggeri
l'attualità si estrinsecava in altre forme
tutti esauriti, lì, a sognar che non si dorme
si, l'astronave è già passata e tu dormivi
meglio così, magari non ti divertivi.
Sergio Caputo, “Bon Voyage”
Anno
7000? No grazie, troppo difficile da immaginare. Pensiamo invece al
1978, anno in cui venne realizzato Battlestar Galactica (Battaglie
nella galassia), episodio pilota di una serie televisiva di discreto
successo, qui adattato per il grande schermo. Complice la sete di
fantascienza ad alto contenuto spettacolare tipica di quegli anni, si può
dire che l’operazione ottenne il suo scopo, anche considerando che di
lì a poco sarebbe approdato al cinema un seguito, Galactica:
l’attacco dei Cylon, sempre concepito come crasi di più episodi
della serie televisiva. Del resto è facile ricollegare l’ispirazione
dei creatori di questa nuova saga ad una scia, senz’altro feconda,
quella tracciata dalla nascita di Star Wars e del suo mito,
evento di poco antecedente.
Quel cinema di esplorazione spaziale che negli anni ’60 non si era
particolarmente distinto, forse perché surclassato a livello di impatto
mediatico dalle imprese reali dei cosmonauti americani e sovietici,
conobbe quindi dalla metà degli anni ’70 fino al decennio successivo
un crescendo di popolarità. Sarà per questo che il sempre arguto
Franco La Polla, curatore al Future della retrospettiva “L’astronave
è già passata”, già dal titolo della rassegna ha reso omaggio
trasversalmente (e noi con lui…) alla verve ironica e sottilmente
iconoclasta di un cantautore come Sergio Caputo (“Bon Voyage”, la
fonte diretta). Astronavi dal sapore malinconicamente pop, in questa e
in altre canzoni.
Certo, bisogna premettere subito che la ricchezza dell’immaginario Sci-Fi
forgiato da George Lucas non è nemmeno lontanamente paragonabile a
quanto proposto da Battlestar Galactica. Non lo è dal punto di
vista delle invenzioni visive, tanto meno a livello di ingegnosità
narrativa. Anzi, narrando Battlestar Galactica delle fasi
antecedenti alla fuga verso la Terra di questo formidabile incrociatore
stellare, unico sopravvissuto di una flotta immensa annientata con
irrisoria facilità da esseri bio-meccanici chiamati Cylon, molto si
potrebbe ironizzare sulle circostanze di questa debacle cosmica: si dà
infatti il caso che gli umani, nel nome di una improbabile missione di
pace, allontanino dalle loro dodici colonie gran parte di quella flotta
preposta a difenderle dai nemici di sempre, cadendo in una serie di
tranelli così elementari che un bimbo di cinque anni se ne sarebbe
accorto prima! Condizionati invece da una cieca fiducia nella proposta
di pace, gentilmente offerta da esseri descritti fino a un attimo prima
come mostri sanguinari, gli umani fresconi riescono a perdere in un
colpo solo flotta e colonie. Le modalità dell’immane distruzione
vengono rappresentate con un gusto artigianale che vive di quella stessa
ingenuità, ma non dispiace del tutto, anche quando le scenografie
parlano un linguaggio decisamente kitsch: si parla infatti di apocalissi
planetarie, e per tutto il tempo il bombardamento delle colonie viene
rappresentato attraverso navicelle che scaricano raggi laser a casaccio,
su piccoli set degni degli ultimi giorni di Pompei, con comparse che
fuggono a destra e a sinistra, visibilmente ansiose di andare a ritirare
la diaria! Per quanto l’intera serie sia stata realizzata con
l’aiuto di John Dykstra, il creatore degli effetti speciali in Guerre
Stellari, un simile trait d’union tra la saga cinematografica di
Lucas e Battlestar Galactica non sembra incidere più di tanto,
viste poi le non trascurabili differenze di budget… Laddove nemmeno il
racconto si avvale di trovate geniali, transitando ad anni luce dalle
memorabili imprese del Millennium Falcon e dei cavalieri Jedi, la
perigliosa crociera dell’astronave Galactica, diretta col suo carico
di profughi verso la Terra, concede agli appassionati quel tanto di
avventura e intrattenimento che con un po’ di spensieratezza si può
ancora oggi gustare.
Voto:
5,5
Stefano
Coccia |
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BATTLE BEYOND THE STARS - I Magnifici Sette nello Spazio
(Jimmy T. MURAKAMI)
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REGIA: Jimmy T. Murakami
PAESE: Usa, 1980
SCENEGGIATURA: John Sayles
INTERPRETI: George Peppard, Richard Thomas, Robert Vaughn, John Saxon, Marta Kristen.
DURATA: 99 minuti
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Praticamente I
sette samurai (o I magnifici sette)in chiave fantascientifica, con
i pacifici abitanti del pianeta Akir stanchi di subire le vessazioni di
un tiranno come Sador. Costui, al comando di un’astronave da guerra
tecnologicamente all’avanguardia, continua ad alternare impunemente
massacri a richieste di tributi, forte di un’arma che gli consente di
spazzare via i mondi che gli oppongono resistenza. Gli abitanti di Akir,
fautori della non violenza, spediscono il giovane Shad in giro per la
galassia, alla ricerca di quei mercenari che possano garantire loro la
difesa del pianeta…
Attenti a quei sette
Pianeta terra, parla albatros
dal dragastelle "mon amour"...
ricevo chiara vostra immagine...
yes i do... yes i do... yes i do...
Sergio Caputo, “Bingo torna giù”
Di cose rimarchevoli se ne possono rintracciare
parecchie in questo delizioso B-movie, nato produttivamente parlando da
una felice intuizione del solito Roger Corman. Ed infatti spulciando il
cast tecnico di Battle Beyond the Stars (I magnifici sette
nello spazio) spunta fuori addirittura il nome di James Cameron (qui
accreditato come Jim Cameron), già allora uno dei più promettenti tra
i tecnici degli effetti speciali attivi nella scuderia cormaniana. Ma ad
una immagine in particolare è assolutamente impossibile non
affezionarsi: quella dell’indimenticabile George Peppard, nelle vesti
sgualcite di un mercenario a spasso tra le stelle! Con tanto di
astronave battente bandiera Confederata, il “sudista” dello spazio
se ne va in giro per tutto il film con un’aria scanzonata, la boccetta
di whisky sempre a portata di mano e un’armonica a bocca da tirare
fuori nelle occasioni speciali.
Il personaggio di Peppard è un ottimo esempio delle caratterizzazioni
quasi farsesche, a metà tra immaginario Sci-Fi e classiche icone
western, toccate in sorte ai protagonisti di questa stralunata epopea
siderale, che occhieggia ad uno dei plot più celebri e imitati della
storia del cinema. Sempre di sette combattenti a gettone si tratta, ma
dalla matrice originaria giapponese de I sette samurai al
selvaggio west de I magnifici sette ci si è ora spostati sul
piano, molto alla moda nei primi anni ’80, della fantascienza di
esplorazione spaziale. Il dinamismo dell’azione non permette che
l’istinto parodico prenda completamente il sopravvento, ma l’ironia
presente in certi dialoghi decisamente burleschi è anch’essa indizio
del carattere libero, irriverente, di una sceneggiatura che rivela qui
un altro nome importante: John Sayles. Passati in rassegna tutti questi
nomi, si può facilmente intuire quanto la spinta verso
l’intrattenimento si sposi bene con una latente vocazione satirica, il
cui obiettivo si identifica in parte con la sete di dominio del predone
spaziale di turno, l’arrogante e dispotico Sador. Battle Beyond the
Stars paga invece qualcosa nella resa spettacolare, laddove le scene
di combattimento tra astronavi, nonostante l’impegno di Cameron &
soci, sembrano risentire della risicatezza del budget. Fa poi un certo
effetto notare sia nel film diretto da Jimmy T. Murakami, sia nel quasi
coevo Battlestar Galactica o in altri prodotti consimili, il persistente ricorso a inquadrature
laterali di astronavi che sembrano non finire mai, un topos la
cui deliziosa ingenuità farà senz’altro sorridere gli estimatori di
Mel Brooks e del suo Balle Spaziali. Non tragga in inganno tale
accostamento: la godibilità, l’acume narrativo e il fascino low
budget dell’epica impresa compiuta dai sette mercenari spaziali sono
fuori discussione. Il giusto voto per una pellicola del genere risulta
quindi, neanche a dirlo… sette!
Voto:
7
Stefano
Coccia |
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FULLMETAL
ALCHEMIST - Conqueror of Shamballa
(Seiji
MIZUSHIMA)
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REGIA: Seiji Mizushima
PAESE: Giappone, 2005
SCENEGGIATURA: Shô Aikawa
PRODUTTORE: Seiji Takeda
DURATA: 104 minuti
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Mondi paralleli: Edward Elric, ovvero il Fullmetal Alchemist, si ritrova
nella Germania del 1923 dopo aver attraversato uno dei varchi
dimensionali che separano il suo mondo dal nostro. Pur non potendo
contare nella nuova realtà sul potere dell’Alchimia, Edward tenta
ugualmente di impedire che i seguaci di Adolf Hitler facciano il
tragitto inverso al suo, per coronare i sogni di conquista del loro
leader… riuscirà a fermarli?
Alchimia, unica via
Il neofita rimane inevitabilmente suggestionato dalla felice commistione
di elementi che caratterizza Fullmetal Alchemist – Conqueror of
Shamballa, un riuscito mix di fantasy e di allusioni alla storia del
novecento, qui rivisitata con un’attenzione iconografica a certe realtà
mitteleuropee che a tratti potrebbe anche ricordare Miyazaki; senza poi
trascurare gli elementi che possono suggerire un generico accostamento
all’Otomo di Steamboy e Cannon Fodder, sia per il gusto
di talune ambientazioni che per le dinamiche dell’azione. Eppure,
detto questo, non si può nascondere quanto il neofita sia destinato a
rimanere spaesato. Non perché il racconto sia strutturato male, o
povero di idee, al contrario le sorprese non mancano e gli incastri tra
differenti piani spazio-temporali funzionano in modo sempre assai
stimolante. Il problema, piuttosto, è che questo lungometraggio
d’animazione presuppone, almeno in taluni passaggi, una confidenza con
i personaggi e con il loro background, che solo i cultori della serie
animata e dei manga cui è strettamente legato possono vantare. I
retroscena relativi al ruolo di numerosi personaggi, con in primo piano
due fratelli spinti da una serie di avventurose circostanze in mondi
paralleli, emergono a sprazzi dalla trama, senza riuscire però a fare
chiarezza su tutto, perché troppi sono i sottintesi che solo chi ha
seguito l’evolversi della saga può comprendere pienamente. Gli altri
non rimangono comunque esclusi dai giochi, perché il contesto
illustrato da Fullmetal Alchemist – Conqueror of Shamballa abbonda
di riferimenti affascinanti. Oltre alla curiosa rappresentazione della
Germania anni ’20, con società esoteriche che complottano appoggiando
clandestinamente Hitler e il nazismo (qui il richiamo ad organizzazioni
realmente esistite è tutt’altro che peregrino) e che in questo
ipotizzano addirittura l’invasione di paesi situati in altre
dimensioni, degna di nota è l’attività dei cosiddetti “Alchimisti
di Stato”. Il mondo parallelo descritto nell’intera serie di Fullmetal
Alchemist è infatti una realtà stravolta, dove al progresso
tecnologico si è accompagnato nel tempo uno studio dell’alchimia
decisamente avanzato, grazie al quale taluni soggetti hanno ottenuto
grandi poteri. Anche a livello di animazione, di descrizioni visive, il
confronto tra i personaggi dotati di tali poteri risulta molto spesso
fantasioso e avvincente.
Voto:
6,5
Stefano
Coccia |
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GIRL
OF TIME - Toki o kakeru shôjo
(Nobuhiko
OBAYASHI)
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REGIA: Nobuhiko Obayashi
PAESE: Giappone, 1983
SCENEGGIATURA: Wataru Kenmochi, Yasutaka Tsutsui
ATTORI: Tomoyo Harada, Takako Irie, Wakaba Irie
DURATA: 104 minuti
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Dopo lo strano incidente capitatole nel laboratorio di chimica, una
normale studentessa delle superiori si trova a rivivere più volte la
stessa giornata, scoprendo così di poter viaggiare nel tempo.
Sospesi nel tempo
Il motivo per cui gli organizzatori del Future di Bologna hanno voluto
riproporre questo lungometraggio di Nobuhiko Obayashi, datato 1983,
appare abbastanza evidente: trattasi di uno dei più noti adattamenti
cinematografici del bel racconto scritto da Yasutaka Tsutsui nel 1965,
racconto che recentemente ha ispirato anche The Girl Who Leapt
Through Time, l’apprezzatissimo lungo di animazione targato
MadHouse. Proiettato durante la serata conclusiva del festival, Girl
of Time ha sorpreso quel pubblico che non si era mai confrontato con
l’autore, grazie ad un mix davvero irresistibile di fantasiose trovate
e momenti assolutamente ingenui, per non dire trash; difficile sostenere
che l’espressione appaia esagerata, in rapporto a quel finale nel
quale la protagonista Tomoyo Harada, all’epoca stellina nascente del
pop e del cinema giapponese, si produce in una sorta di scombiccherato
videoclip! Eppure, nonostante la recitazione a tratti acerba e certi
dialoghi improbabili facciano il resto, non ci si lasci ingannare: la
fiction cinematografica di Nobuhiko Obayashi è, come sempre, una
miniera di invenzioni narrative e stilistiche accompagnate da grande
libertà espressiva, ed in questo assolutamente godibili. La
compenetrazione di elementi fantastici, pulsioni adolescenziali e
quotidianità, riprodotta ottimamente anche in questo film, ha
rappresentato negli anni ‘80 il suo marchio di fabbrica, come ebbero
occasione di constatare gli spettatori della retrospettiva presentata a
Roma, un bel po’ di tempo fa, dall’Istituto di Cultura Giapponese.
Oltre allo stesso Girl of Time vi fu modo di vedere altre
pellicole, tra cui i precedenti lungometraggi Hausu (The house,
1977) e Tenkosei (Exchange Students, 1982). Una costante
nelle opere di Obayashi è la grande spregiudicatezza formale, abbinata
al gusto per il fantastico, che consente a film come Girl of Time
di collezionare brevi inserti animati, effetti speciali di sapore
artigianale, ed intere sequenze organizzate visivamente alla maniera di
un collage. Tutto questo per raccontare, nel caso in questione, la
singolare odissea di una liceale giapponese che insieme alla possibilità
di viaggiare nel tempo scopre anche l’amore, grazie alla presenza
“under cover” di un ragazzo proveniente dal futuro.
Voto:
7
Stefano
Coccia |
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HELLO
KITTY STUMP VILLAGE
(Studio
Tomorrow)
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PAESE: Giappone – Corea del Sud, 2006
PRODUZIONE: Studio Tomorrow
DURATA: episodi di circa 10 minuti
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Adoperandosi di continuo per inventare nuovi giochi, portare a termine
qualche lavoretto utile, e risolvere piccoli bisticci tra amici, gli
abitanti del villaggio di Hello Kitty conducono un’esistenza tutto
sommato tranquilla… beati loro!
Voglio andare a vivere in
campagna. Miao!
A vederlo da lontano assomiglia un po’ al villaggio dei Puffi. E in fin
dei conti i paciosi abitanti di Hello Kitty Stump Village (Il
villaggio di Hello Kitty) condividono spesso e volentieri il
particolare destino degli esserini blu: ovvero finire sulle cartelle, i
diari e i quaderni degli scolari di mezzo mondo! Accantonando per un
attimo l’ironia che operazioni del genere tendono inevitabilmente a
suscitare, ci troviamo con nostra grande sorpresa ad ammettere che
dall’accordo tra i giapponesi della Sanrio, proprietari del marchio, e
i coreani di Studio Tomorrow, realizzatori della nuova serie animata, è
uscito fuori un prodotto più che dignitoso. Hello Kitty, My Melody e
gli altri animaletti del gruppo, fatti agire in uno scenario bucolico
rappresentato con la giusta freschezza e colori vivaci, danno vita a
esili avventure che sicuramente sapranno coinvolgere i più piccini,
avvalendosi peraltro delle risorse espressive di un’animazione a passo
uno condotta con molta perizia. Gli episodi di Hello Kitty Stump
Village si distinguono perciò tanto per l’abilità con cui
vengono animati i pupazzi in questione, che per lo spirito quasi
pedagogico con cui sono introdotte le azioni dei personaggi, graziose
creature non immuni da piccoli litigi e ripicche infantili, ma sempre
pronte a ricucire i rapporti con un pensiero gentile. Ed è frequente
che questo pensiero si concretizzi in qualche stravagante regalo
costruito con le proprie mani da Hello Kitty o da qualcun altro dei suoi
amichetti; il che manifesta anche, volendo, uno stimolo verso la
manualità da non trascurare, trattandosi di lavori d’animazione
rivolti prevalentemente ad un pubblico di bambini in tenera età. Ma
qualche adulto disposto ad emozionarsi, di fronte alle piccole amenità
di questo mondo idilliaco, lo si può sempre trovare… vero, Coccia?
Vero, Baroncini?
Voto:
6
Stefano
Coccia |
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THE
BOONDOCKS
(Sony
Pictures)
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PAESE: Usa, 2005
PRODUZIONE: Sony Pictures
SOGGETTO: episodi che si ispirano al fumetto di Aaron McGruder
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Il violento confronto tra due vecchietti che si provocano a vicenda,
usando il nomignolo “negro” ogni cinque secondi; la strana fobia di
un giovane avvocato di colore, che teme da sempre di finire in carcere
per errore ed essere sodomizzato da qualche bruto; le disavventure di un
“gangsta rapper” dalla condotta non proprio ineccepibile; tutto
questo e molto altro ancora, filtrato dallo sguardo penetrante di Huey
Freeman, un ragazzino afroamericano che guarda a modelli come Malcolm X.
Black or nigger?
A
Bologna ne sono state presentate solo alcune puntate, ma su certi canali
televisivi la serie fa già tendenza, e non mancano neppure gli
estimatori della prima ora, quelli che si leggevano le strip su Linus o
in altre raccolte. Stiamo parlando ovviamente dei Boondocks e
della loro dirompente rivisitazione dell’ “american way of life”.
Creato da
Aaron McGruder per la rivista universitaria “The Diamondback”, The
Boondocks nasce come fumetto nel 1997, diventando presto un cult. La
storia della serie animata è più recente, ma sta già ricevendo
consensi per l’irriverenza con cui vengono affrontati particolari
argomenti. Dall’assaggio che abbiamo avuto durante il Future
l’impressione è che la qualità dell’animazione non faccia faville,
mentre i personaggi restano impressi e sono soprattutto le singole
storie a distinguersi, non solo per il loro umorismo acido, ma per
l’approccio originale a temi e situazioni in cui il “politically
correct” va a farsi benedire. Basta vedere la puntata in cui si
discute di cosa sia un “Negro moment”, per chiarirsi le idee:
quell’America che da sempre ha difficoltà nell’impostare un
qualsiasi rapporto inter-razziale, senza incappare in atteggiamenti
violenti o rimozioni ipocrite, sembra implodere su se stessa. Al
contempo, lo sguardo sui media è livido. Ed è la stessa comunità
afroamericana ad essere chiamata in gioco, facendosi qui affidamento sul
prezioso bonus dell’auto-ironia, in modo da poterne passare al
setaccio svariati modelli culturali e metterne così in discussione i più
consolidati cliché.
Voto:
7
Stefano
Coccia |
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Future
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