RECENSIONI:

- PRINCESS - Anders MORGENTHALER
- BARNYARD – IL CORTILE - Steve OEDEKERK
- ORIGIN – SPIRITS OF THE PAST - Keiichi SUGIYAMA
- THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME - Mamoru HOSODA
- STORMY NIGHT - Gisaburo SUGII
- ASTERIX E I VICHINGHI - Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER
- UNA PELÍCULA DE HUEVOS - Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE
- MCDULL, THE ALUMNI - Samson CHIU
- U - Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF
- LA TELA DI CARLOTTA - Gary WINICK
- BLACK JACK – THE TWO DOCTORS OF DARKNESS - Makoto TEZUKA
- RENAISSANCE - Christian VOLCKMAN
- ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI - Luc BESSON
- BATTLESTAR GALACTICA - Battaglie nella galassia - Richard A. COLLA
- BATTLE BEYOND THE STARS - I Magnifici Sette nello Spazio - Jimmy T. MURAKAMI
- FULLMETAL ALCHEMIST - Conqueror of Shamballa - Seiji MIZUSHIMA
- GIRL OF TIME - Toki o kakeru shôjo - Nobuhiko OBAYASHI
- HELLO KITTY STUMP VILLAGE - Studio Tomorrow
- THE BOONDOCKS - Sony Pictures

 

 

PRINCESS
(
Anders MORGENTHALER)

REGIA: Anders MORGENTHALER
PRODUZIONE: Germania / Danimarca – 2006 – Drammatico
DURATA: 83’
SCENEGGIATURA: Anders Morgenthaler, Mette Heeno
FOTOGRAFIA: Kasper Tuxen Andersen
SCENOGRAFIA: Rune Fisker
MONTAGGIO: Mikkel E.G. Nielsen
MUSICHE: Mads Bauer, Casper Clausen
SITO WEB: http://www.princessmovie.com/


Princess narra la storia di una bambina, figlia di una pornostar e rimasta orfana, che viene accudita dallo zio. Quest’ultimo, ossessionato dal desiderio di vendicare la morte della sorella, finisce per coinvolgere la nipotina in situazioni sempre più drammatiche. La violenza distruttrice dello zio, infatti, renderà la nipotina partecipe e protagonista degli stessi omicidi che via via egli andrà a compiere per tentare di arrivare al boss della pornografia e ucciderlo.

Le molteplici strade dell’animazione

Il pregio dell'opera di Anders Morgenthaler, già presentata alla "Quinzaine des Réalisateurs" di Cannes e vincitrice del "Lancia Platinum Grand Prize" al Future Film Festival, è quello di dimostrare come non ci siano limiti a ciò che si può rappresentare attraverso l'animazione. Tramite i cartoni animati e la computer grafica si è soliti entrare in mondi paralleli o alternativi incontrando creature strane che la realtà non accetterebbe, dimenticando invece che tutto può essere filtrato dalla fantasia. Ecco quindi uno dei rari cartoni animati destinati a un pubblico adulto, addirittura con un fine di denuncia. La protagonista è una bambina che alla morte della madre pornostar viene affidata allo zio. Nella sua giovane vita la piccola ha subito violenze che, aggravate dall'assenza di un solido punto di riferimento affettivo, hanno finito per lasciare cicatrici fisiche ed emotive indelebili. Morgenthaler pare però non fidarsi del libero arbitrio dello spettatore e, temendone l'assenza di obiettività, finisce per forzarne il punto di vista. Alla bambina protagonista è infatti affiancato il fratello della madre, ex-religioso che si pone come scopo nella vita quello di vendicare l'infanzia violata della piccina che gli è stata affidata. A questo punto le cose si complicano e la mannaia di un moralismo tendenzioso finisce per inficiare l'obiettività del film. Se infatti la fragilità psicologica della bambina è descritta con sensibilità, non lesinando su pugni nello stomaco in linea con il destabilizzante vissuto della piccola, il delirio di vendetta del suo tutore, per cui si è portati dalla narrazione a parteggiare, inquina l'obiettività del risultato. Sembra infatti che il mondo della pornografia sia unicamente formato da gente abietta e senza scrupoli, pronta a sfruttare povere ragazze innocenti e a seviziare minori. La crociata del protagonista assume quindi i toni di una pulizia universale contro il Male. Da questo punto di vista il film si carica di ambiguità e tende a farsi tutt'altro che illuminante nello sciogliere i nodi della vicenda. Più interessante l'aspetto tecnico, che permette al mondo distorto vissuto dalla piccola protagonista, rappresentato insieme ai video girati dalla madre attraverso flashback in live action, di fondersi efficacemente con la realtà a cartoni in cui si trova a vivere. Un utilizzo del mezzo che si rivela molto più coraggioso del tutto sommato banale messaggio veicolato.

Voto:  5,5                         Luca Baroncini


Fronte del porno

La pietra dello scandalo, dopo aver già alimentato vibranti discussioni a Cannes, ci è ricaduta pesantemente in testa a Bologna. Anche stavolta senza farci troppo male. Nel senso che Princess, il provocatorio lungometraggio d’animazione del disegnatore danese Anders Morgenthaler, pur aspirando a creare una situazione di disagio, lo fa ricorrendo a semplificazioni narrative tali da annullarne la carica eversiva. Anzi, più di un sospetto grava sulla truce storia di una giovane pornostar morta in circostanze non propriamente chiare, con la giovanissima figlia subito coinvolta dal fratello della vittima, sconvolto e in cerca di una possibile vendetta, nella spirale di violenze che invece di giovare alla bimba condurrà tutti alla rovina. Insomma, un tentativo di animazione “adulta” apprezzabile solo sulla carta, perché tanto il soggetto che le modalità scelte per rappresentarlo sanno un pochino di muffa. Tra corpi flaccidi e chiazze di sangue, lo stile stesso dei disegni vorrebbe forse scioccare. Ma, in realtà, l’interazione tra parti animate spinte programmaticamente oltre una certa soglia, e scene live action introdotte per raccontare situazioni tipiche del porno, finisce dopo un po’ per diventare meccanica, banale. Tutto ciò si trasforma così in semplice cornice per quella cruenta vendetta che, nella sostanza e nelle modalità rappresentative, si avvicina più che altro ai tristi stereotipi di un giustiziere anni ’80, fin troppo “reaganiano” nel suo modo di agire. Sì, è vero che l’autore nel presentarci il protagonista ha l’accortezza di distanziarsene, evidenziando, specie verso la fine, sia la natura psicotica del personaggio che l’esito infausto del suo piano. Eppure si ha l’impressione che una preoccupante forma di compiacimento contraddistingua non solo le eliminazioni dei personaggi implicati nella morte della ragazza, ma più in generale l’ostilità verso chiunque abbia a che fare col porno, ambiente spogliato qui di ogni possibile umanità e demonizzato come forse il solo Cardinal Ruini si sognerebbe di fare. Visto che in questo caso si parla bene o male di “cinema adulto”, vi sembra poi così sbagliato rimpiangere le sfaccettature più complesse abbozzate da Davide Ferrario in un film come Guardami, per dare vita ad un set pornografico e all’ambiente che vi gira attorno? L’accostamento potrà apparire azzardato, ma a nostro avviso segna tutta la distanza che c’è tra una autentica libertà espressiva, e il più trito moralismo.

Voto:                             Stefano Coccia

 

BARNYARD – IL CORTILE
(Steve OEDEKERK)

REGIA: Steve OEDEKERK
PRODUZIONE: U.S.A. – 2006 – Animazione
DURATA: 90’
INTERPRETI (voci): Kevin James, Courteney Cox, Sam Elliott, Danny Glover, Wanda Sykes, Andie MacDowell
SCENEGGIATURA: Steve Oedekerk
SCENOGRAFIA: Philip A. Cruden  
MONTAGGIO: Paul D. Calder
MUSICHE: John Debney

SITO WEB: www.barnyardmovie.com


Otis è una spensierata mucca a cui piace cantare, ballare e fare scherzi agli umani. A differenza di suo padre Ben, il rispettato patriarca della fattoria, e di Miles, il vecchio e saggio mulo, Otis non si preoccupa di tenere segrete le doti “umane” degli animali. Quando viene improvvisamente messo in una posizione di responsabilità, l’irresponsabile mucca troverà il coraggio di essere un leader.

La fattoria degli animali

Che cosa ci fa una mucca con le sue mammelle ben in vista in un personaggio decisamente maschile? È quello che ci si domanda vedendo sia il protagonista, lo scansafatiche Otis, che il virile Padre Sam, dalla voce calda e profonda. La bizzarria, che resta senza risposta, evidenzia il taglio irriverente adottato da Steve Oedekerk, al suo debutto nel cinema d'animazione dopo aver diretto Jim Carrey nello scatologico Ace Ventura - Missione Africa ed essersi dilettato nella parodia delle arti marziali in Kung Pow!. Ma tutta l'allegra fattoria in cui è ambientata la vicenda gode di una caratterizzazione sui generis, con un contadino vegano e una sgangherata combriccola di animali da cortile che organizza feste da sballo, ordina pizze da asporto, ruba e guida l'auto dei vicini e fa surf tra i canyon. Se la cornice è trasgressiva, il messaggio veicolato non si stacca dal più classico dei conflitti risolto nel più convenzionale dei modi: quale sarà l'eredità lasciata da un padre virtuoso a un figlio degenere? Si può forse oziare e ridere per tutta la vita? Il cammino verso la responsabilità sarà irto di ostacoli ma ancora una volta il bene trionferà e i ruoli sociali saranno rispettati. Il punto di arrivo quindi non cambia, ma la via all'eroismo è più sfumata del solito. Se è vero infatti che il protagonista seguirà le orme del padre, finirà per farlo restando però fedele al suo approccio ludico alla vita. Ma al di là del pistolotto edificante e del soggetto non proprio innovativo (gli immancabili cattivi di turno sono dei coyote affamati), ciò che rende il film di Oedekerk un prodotto migliore della media è l'aria scanzonata che si respira. Il punto di forza della pellicola è infatti nel divertimento che trasmette, con un taglio trasversale in grado di compiacere tutte le età. Trovate geniali (come dimostrare che un cane non può essere un buon capo) si alternano a battute ad effetto in un ritmo rutilante che, pur con qualche digressione di troppo (la virata centaura), mantiene sotto controllo le coordinate del racconto arricchendo di brio la prevedibilità dei passaggi narrativi. Determinante per lo spasso del risultato l'essenzialità del tratto, i colori accesi e netti e l'animazione in grado di valorizzare le differenti personalità dei protagonisti.

Voto:  7                            Luca Baroncini

 

ORIGIN – SPIRITS OF THE PAST
(Keiichi SUGIYAMA)

REGIA: Keiichi SUGIYAMA
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 95’
SCENEGGIATURA: Naoko Kakimoto, Nana Shiina
MUSICHE: Taku Iwasaki


300 anni fa l’ambiente della Terra è andato in rovina a causa dello sconsiderato intervento umano che ha manipolato la natura attraverso l’ingegneria genetica, così da obbligare l’umanità ad una forzata ibernazione. Ora il pianeta è arrivato a un punto tale da dividere gli uomini in chi cerca di vivere in armonia con la natura e chi invece crede che la natura sia un nemico da combattere.

Natura o progresso?

Lo studio Gonzo, specializzato nella produzione di serie per la televisione e il mercato home video, debutta nel lungometraggio con l'opera di Sugiyama Keiichi. Evocando atmosfere alla "Nausicaa" di Miyazaki, il racconto, ambientato in un futuro dalla connotazione medioevale, si concentra sullo scontro tra l'Uomo e la Natura. Da una parte c'è Agito, che rappresenta una società capace, attraverso il compromesso, di vivere in armonia con una natura violenta e devastatrice. Dall'altra c'è invece Toola, che si sveglia dopo essere stata ibernata per 300 anni e capisce di dovere seguire la volontà paterna finalizzata a dimostrare la superiorità della civiltà umana su tutto. La ricchezza del lungometraggio è nell'iniziale assenza di schematismi. Ogni personaggio ha una sua verità, con elementi condivisibili e altri contestabili. Non ci sono quindi la ragione e il torto nel conflitto messo in scena da Keiichi, ma una problematicità in grado di sollecitare domande senza forzare le risposte. La necessità di trovare una conclusione, però, porta la narrazione a dover identificare un cattivo per consentire ai due protagonisti di trovare un punto di contatto. L'unione delle forze bilancia la sceneggiatura, permette all'amore di trionfare, ma banalizza il risultato spostando l'equilibrio del contendere a favore di un ecologismo di maniera. A livello visivo, nell'agire dei personaggi, caratterizzati come i più classici anime giapponesi (occhioni, viso tondo e gambe a tronco), si alternano invenzioni gustose (la luna frantumata) a spunti meno originali (la contaminazione che trasforma il padre di Agito in un novello Tetsuo arboreo - i troppi combattimenti della parte finale). Da sfilata il prêt-à-porter post-atomic-chic dei protagonisti.

Voto:  6                            Luca Baroncini

 

THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME
(Mamoru HOSODA)

REGIA: Mamoru HOSODA
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 98’
SCENEGGIATURA: Satoko Okudera
SCENOGRAFIA: Nizou Yamamoto
MONTAGGIO: Shigeru Nishiyama
MUSICHE: Kiyoshi Yoshida


La vita ordinaria di Makoto Konno viene turbata da un inaspettato potere: quello di “viaggiare” indietro nel tempo a suo piacimento, a seconda della forza con cui salta nello spazio. Makoto inizia ben presto a sfruttare questo potere con molta disinvoltura, tanto da ricorrere al “viaggio nel tempo” per rincorrere e prevenire i piccoli incidenti quotidiani.

Back to the future

L'omonimo racconto, scritto da Tsutsui Yasutaka nel 1965, in Giappone è un fenomeno nazionale, già portato sullo schermo varie volte. Non è un caso che la versione a cartoni animati di Mamoru Hosoda (regista di episodi di numerose serie televisive e scelto dallo Studio Ghibli per dirigere "Il castello errante di Howl" prima che Hayao Miyazaki accettasse di aderire al progetto) sia stata in patria uno dei più grandi successi dell'anno, sia a livello di pubblico che di critica. L'idea forte del film è l'utilizzo, per una commedia giovanile, di uno spunto solitamente applicato al genere fantascientifico. La protagonista è infatti una diciassettenne come tante che scopre per puro caso di riuscire, correndo, a viaggiare nel tempo. Anziché pensare in grande, però, la ragazza utilizza l'inaspettato talento per risolvere i suoi problemi quotidiani, prevenendo i dissidi familiari e la soluzione di prove scolastiche, migliorando i rapporti di amicizia ed evitando pericolosi incidenti stradali. Dove il fluire del tempo sembra meno determinante è nei rapporti affettivi, governati da una fatalità capricciosa che assoggetta l'amore a una sorta di predestinazione divina, immune dai calcoli e dalla razionalità. Un cammino che renderà la protagonista consapevole dell'importanza di ogni istante della vita. Se la teoria è affascinante, il risultato scorre piacevolmente ma con meno profondità delle aspettative. La causa è da ricercarsi nelle caratterizzazioni inclini allo stereotipo, nella ripetitività di gesti e situazioni (le continue corse a perdifiato della protagonista), ma anche nell'ambiguità dello stile adottato. L'apparenza leggera e chiassosa rischia infatti di essere interpretata come "sciocchina" (le insistenti gag legate alla goffaggine della protagonista non sono così spassose), così come la fumosità, probabilmente ricercata, di alcuni passaggi narrativi è a stretto confine con il "buco" di sceneggiatura (le poche domande che si pone la protagonista in relazione al dono prodigioso che ha; le regole su cui si basa l'andirivieni temporale; la presenza di un non meglio specificato quadro che sembra racchiudere il fulcro del racconto). Il compenetrarsi dei generi, la commedia e la fantascienza, getta quindi le basi a considerazioni filosofiche non prive di interesse, ma l’approccio originale non compensa un certo disequilibrio nel risultato.

Voto:  6                             Luca Baroncini


A Better Today

Carpe diem. Tra i ricordi più belli di questa edizione del Future Film Festival rimarranno senz’altro le forsennate corse contro il tempo, o per meglio dire DENTRO IL TEMPO, della simpatica e pasticciona Makoto. In questo caso conviene sbilanciarsi: The Girl Who Leapt Through Time è effettivamente un piccolo capolavoro dell’animazione, ed il fatto che risulti tra le più apprezzate produzioni giapponesi di quest’anno depone ancora una volta a favore della MadHouse, sempre in grado di riunire intorno ad un soggetto affascinante e complesso la più qualificata equipe di animatori, capaci a loro volta di sfruttarne fino in fondo le potenzialità. Qui a Bologna si sono già svolte in passato anteprime utili al pubblico italiano per fare conoscenza con nomi importanti del firmamento giapponese, basterebbe ricordare il Satoshi Kon di Tokyo Godfathers. E adesso è il turno di Mamoru Hosoda.
Il giovane regista ha mostrato di avere stile, e di puntare ad una forte risposta emotiva da parte del pubblico, applicandosi con entusiasmo e generosità ad un soggetto di sicuro appeal: The Girl Who Leapt Through Time (Toki wo kakeru shôjo) è infatti la più recente trasposizione cinematografica dell’omonimo racconto di Yasutaka Tsutsui, popolare scrittore specializzato in storie fantastiche. Il suo Toki wo kakeru shôjo è stato già adattato altre volte per il grande schermo, tant’è che in Giappone molti cultori del genere ricordano con affetto, a livello di fiction, Girl of Time di Nobuhiko Obayashi, eclettico regista capace di creare con le sue invenzioni di montaggio un’atmosfera del tutto particolare. Ebbene, Mamoru Hosoda e i suoi collaboratori hanno scelto di ripartire da qui, guardando oltre. Nel senso che la loro versione animata dell’emozionante racconto ha per protagonista Makoto, vivacissima nipote di quella Kazuko già protagonista del film di Obayashi! La quale, non a caso, viene amichevolmente chiamata in famiglia “zia strega”… già, perché anche gli altri sono destinati, prima o poi, ad avvertire qualcosa di strano in Makoto e in Kazuko, accomunate da una capacità fuori del comune: viaggiare nel tempo. Entrambe hanno acquisito questo potere in circostanze analoghe, e cioè conseguentemente ad un singolare incidente scolastico. Un dono da usare con parsimonia o una potenziale fonte di guai? The Girl Who Leapt Through Time diverte ed affascina, ancor più delle versioni che lo hanno preceduto, per l’abilità dell’autore nel giocare con registri differenti, fino a evidenziare l’avvenuta maturazione della protagonista come nel più classico racconto di formazione. Le continue variazioni di tono si avvertono quindi nell’opera non come una accidentale sfasatura, ma alla stregua di una immensa risorsa espressiva. E così di fronte ai primi tentativi, casuali o voluti, dell’imbranata studentessa di prendere la rincorsa e viaggiare a ritroso nel tempo, è difficile trattenere le risate. L’effetto comico si deve tanto alla curiosa dinamica del salto in questione, che alle conseguenze spesso imprevedibili di tale gesto. Gli eventi stessi spingono però Makoto a rendersi conto che non si tratta solo di un gioco… All’incoscienza dei primi viaggi si sostituisce progressivamente la consapevolezza di quanto essi possano risultare pericolosi per altre vite. Il ripetersi di momenti drammatici non annulla l’ironia leggera che sempre contamina il racconto, ma spalanca le porte a sentimenti più profondi. La vicenda di Makoto è destinata ad incrociarsi più volte, in un complesso gioco di incastri, con quella di un ragazzo venuto dal futuro. Si comincia così a prefigurare un finale romantico, e alle risate sollecitate da qualche scenetta buffa gli spettatori più partecipi alternano, con frequenza sempre maggiore, lacrimoni e sguardi trasognati. Grazie, MadHouse.

Voto:  8,5                           Stefano Coccia

 

STORMY NIGHT
(Gisaburo SUGII)

REGIA: Gisaburo SUGII
PRODUZIONE: Giappone – 2006 – Animazione
DURATA: 110’
SCENEGGIATURA: Gisaburo Sugii
SCENOGRAFIA: Yukio Abe
MONTAGGIO: Tadashi Furukawa


Durante uno spaventoso temporale una capretta e un lupo, all’insaputa l’uno dell’altro, trovano rifugio in un casolare abbandonato. Non possono vedersi né annusarsi, ma nulla vieta loro di parlare e di fare amicizia. A pericolo scampato i due giurano di rincontrarsi, usando come parola d’ordine “stormy night”.

Brokeback animal

Cosa può unire la capretta Mei al lupo Gav? Sicuramente l'istinto di sopravvivenza, che rende la prima ottimo banchetto per il secondo. Ma l'omonima favola illustrata di Kimura Yuichi, molto famosa in Giappone, prevede un destino diverso per i due complementari protagonisti. Complice un temporale improvviso, infatti, la preda e il predatore trovano rifugio in una cascina. Il buio fa pensare a ognuno di trovarsi di fronte a un compagno della sua specie. Una volta scoperta la verità, però, i due proveranno a superare la reciproca diffidenza e a diventare amici. L'intesa che progressivamente si crea, a stretto confine con l'amore, ambisce a un luogo utopico in cui non ci sono leggi da seguire e dove i sentimenti possono esprimersi superando qualunque pregiudizio. Il microcosmo di appartenenza dei due animali, però, non è certo adatto per vivere relazioni non codificate. Se da un lato il gruppo protegge, infatti, dall'altro giudica inesorabilmente: sia la curiosità di Mei che la morbidezza di Gav finiranno per essere considerate pericolose e, quindi, combattute. Gli elementi per una passione melodramatica ci sono quindi tutti: la "diversità" dei protagonisti, il rifiuto da parte della società, la fuga, l'ombra del sacrificio e addirittura l'amnesia. Ma a peggiorare la situazione ci si mette un altro elemento, fondamentale data la natura dei personaggi: l'istinto. Gav non è erbivoro (come in una produzione americana finirebbe per diventare), e per mantenere il suo rapporto affettivo deve lottare costantemente con le proprie pulsioni fameliche. Con grande sensibilità il regista Sugii Gisaburo (animatore della Mushi Production e collaboratore per le serie televisive di Tezuka Osamu) porta avanti in modo razionale la irresolubile visceralità del conflitto, costruendo un'allegoria coinvolgente e problematica, capace di alternare, senza forzature, la lacrima al sorriso. L'eccesso di eventi, soprattutto nella seconda parte, rischia l'effetto ridondanza, ma lo stile della narrazione riesce sempre a trovare la necessaria levità. In linea con la delicatezza del racconto la semplicità dei disegni e la cura dei fondali.

Voto:  7,5                          Luca Baroncini


Lupus et agnus… happy together!

Ecco a voi la difficoltosa amicizia tra una capretta ed un lupo, nell’opera di un veterano dell’animazione giapponese, Gisaburô Sugii. Nonostante un evidente calo di tensione nella parte finale, Stormy Night può essere annoverato tra le sorprese positive di questa edizione del festival, in quanto fiaba cinematografica che senza risultare eccessivamente retorica riesce ad esaltare amicizia e lealtà, quali sentimenti cui viene attribuito il potere di annullare qualsiasi predeterminazione sociale. Ma non è soltanto la ”morale” del film, ovvio, a conquistare la platea. Lupi e caprette, che potevano condurre il discorso animazione su sentieri scontati, si impongono invece a livello di character design attraverso tipizzazioni piuttosto riuscite, originali, dando così il là a soluzioni di regia quasi sempre convincenti, da cui emerge di tanto in tanto qualche intuizione sopra la media. Tale è ad esempio la sequenza dell’incontro notturno tra Gav, il lupo, e Mei, la capretta, costretti entrambi da un violento temporale a cercare rifugio in un capanno abbandonato. Il fatto che i due potenziali nemici non possano vedersi, nell’oscurità, ma continuino a parlarsi amichevolmente per tutta la notte, acquista pathos grazie al bagliore improvviso di quei lampi, che illuminano per pochi istanti le loro sagome immerse nel buio, offrendole così alle rapidissime zoomate di Gisaburô Sugii. Altrettanto significative certe inquadrature che ironizzano sul precario rapporto di amicizia che si stabilisce nei giorni successivi tra il lupus e l’agnus dell’ insolita novella; il primo, nel seguire la capretta sui tornanti di montagna che dovrebbero condurli ad uno spiazzo panoramico bello da mozzare il fiato, sembra intento più che altro ad osservare, con aria famelica, il fondoschiena ondeggiante di Mei. Il fatto che entrambi gli animali siano di genere maschile, l’ambientazione montana, e l’insistere del regista tanto sullo sguardo estatico di Gav che sulle chiappe al vento di Mei, ha suggerito a più di uno spettatore letture omoerotiche degne di un Brokeback Mountain a cartoni animati! Tutto sommato ci può anche stare.
Gli sviluppi del racconto, tra annotazioni ironiche e momenti di autentica commozione, pongono Gav e Mei a confronto con l’ostilità delle rispettive comunità d’appartenenza. La vicenda fino a questo punto è stata sempre condotta con mano sicura, brillante. I problemi cominciano ad avvertirsi dopo, giacché la spossante fuga dei due attraverso gole impervie e coperte di neve viene tirata troppo per le lunghe, diluendo il pathos in un susseguirsi di scene madri, che alla fine stanca. Peccato per questa prolissità. Una maggiore asciuttezza narrativa, nelle fasi conclusive di Stormy Night, avrebbe senz’altro giovato al film.

Voto:  6,5                           Stefano Coccia

 

ASTERIX E I VICHINGHI
(Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER)

REGIA: Stefan FJELDMARK e Jesper MØLLER
PRODUZIONE: Francia / Germania – 2006 – Animazione 
DURATA: 78’
SCENEGGIATURA: Jean-Luc Goossens, Stefan Fjeldmark, Philip LaZebnik
MONTAGGIO: Martin Wichmann
MUSICHE: Replicant 
SITO WEB: www.asterixetlesvikings.com


Asterix e Obelix sono alle prese con un ragazzo veramente ribelle alle regole del campo, il giovane Menabotte. A complicare il lavoro arriva anche una tribù vichinga, capitanata dal grande Grossebaf, alla ricerca di qualcuno che abbia molta paura, convinto che con il terrore spuntino le ali.

Un gradito ritorno

Chi pensa che l'animazione tradizionale sia ormai obsoleta, si dovrà ricredere davanti alle nuove divertenti avventure di Asterix e Obelix. A rivitalizzare la saga, creata da René Goscinny e Albert Uderzo, ci pensano Jesper Møller e Stefan Fjeldmark, quest'ultimo già co-regista del riuscito Terkel in trouble, distribuito malamente in Italia nella scorsa stagione. Questa volta i due simpatici Galli devono vedersela con i Vichinghi, ma il fulcro della vicenda è nel tentativo di insegnare l'arte della guerra al pacifista Menabotte, nipote del capo del loro villaggio. La sceneggiatura affianca quindi l'avventura, risolta come al solito a suon di sganassoni, a un classico percorso di formazione che vede ancora una volta il pischello trasfomarsi in eroe, senza però che la sua personalità subisca tendenziose modifiche al testosterone. A Menabotte è affidato anche il ruolo di attualizzare la vicenda alla contemporaneità. Il giovane conosce infatti i balli di tendenza, ama la musica degli anni Ottanta e ha un piccione viaggiatore chiamato SMS che invia messaggi alle fidanzate picchiettandoli con il becco sugli alberi. Il contrasto che dà verve al racconto vede quindi i virili Asterix e Obelix alle prese con un ragazzo dalle motivazioni a loro ignote che sembra provenire dal futuro. Ovvio che la iniziale diffidenza si trasformerà poi in affetto reciproco. Al di là della storia, non certo originale ma ben condotta e piacevole, ciò che rende il film accattivante è la cura visiva. I protagonisti restano infatti fedeli al tratto dalle linee nette e dalle forme rotonde ormai entrato nell'immaginario e ogni personaggio gode di caratterizzazioni attente ai dettagli. Molto curata anche l'ambientazione e particolarmente fluida l'animazione, con la placida morbidezza di Asterix e Obelix efficacemente contrapposta al ritmo frenetico, ma non frastornante, dell'azione. Il felice risultato è frutto di una co-produzione franco-danese e ha richiesto 4 anni di lavoro, 1300 inquadrature diverse, più di 100.000 disegni e un budget di ben 22 milioni di euro. Scontato che l'obiettivo sia il mercato internazionale (non a caso la canzone dei titoli di coda è cantata da Céline Dion). Per una volta, però, la "grandeur" ha trovato un giusto compromesso, capace di aggiornare il “mito” ai tempi senza annullarlo in nome di una presunta commerciabilità.

Voto:  7                             Luca Baroncini


C’era una volta la Gallia.

Fa un certo effetto doversi confrontare ancora una volta con Asterix, scanzonato personaggio nato da un’intuizione di René Goscinny e Albert Uderzo, che vollero piazzare lui, Obelix, Panoramix, ed altri soggetti irresistibilmente buffi, tra gli strenui difensori di una tribù gallica irriducibile all’invasione romana. Ebbene, risulta davvero difficile, ameno per chi scrive, parlare del pittoresco universo di Asterix senza provare nostalgia al ricordo delle passate avventure, affrontate dal nostro eroe in spassosissimi lungometraggi d’animazione quali Asterix e Cleopatra (1968) o Le dodici fatiche di Asterix (1976).
Fatto salvo il tentativo di mantenere quell’umorismo un po’ infantile e le coordinate di base dei tradizionali disegni animati, questo Asterix e i Vichinghi (ispirato all’albo Asterix e i Normanni)  si distingue tra le rivisitazioni successive per la volontà di ringiovanire gli scenari, che qui strizzano visibilmente l’occhio alle nuove generazioni. Con esiti tutto sommato modesti. Nel villaggio dei Galli sempre ostinati, un pochino sbruffoni, e persino annoiati dalle sempre più insipide scazzottate con Romani e pirati, fanno così la loro comparsa nuovi ospiti. Il più significativo è senz’altro Goudurix, giovanotto molto cool col vizio degli sms (da inviare tramite piccione viaggiatore, visti i tempi…), in visita da Obelix e compagni per apprenderne le virtù belliche, ma decisamente più interessato alla musica hip hop e alle tresche adolescenziali. Se lo sforzo di aggiornare le tematiche del cartone non produce in fin dei conti grossi risultati, un impatto più sostanzioso è quello dovuto alla presenza vichinga. In tutti i sensi. Essendo il film una co-produzione franco-danese, non è certo fuori luogo ironizzare sull’origine “vichinga” dei due registi, Jesper Møller e Stefan Fjeldmark! Sono pazzi questi danesi… e sembrano anche essersi divertiti un mondo nel giocare sul caratteraccio dei remoti progenitori delle genti scandinave, la cui fama di spietati conquistatori viene riproposta in chiave caricaturale, col bonus di alcune macchiette non disprezzabili. Complice uno sforzo produttivo superiore ai precedenti capitoli della serie, si nota un lavoro molto accurato sui fondali e sul character design dei nuovi personaggi, ma sono tutte innovazioni che risultano tali solo sulla carta, non brillando quasi mai per originalità. Piuttosto godibili risultano invece l’allegria dell’insieme e l’orientarsi del racconto, in bilico tra goliardia e spirito d’avventura, verso quelle situazioni strambe, che gli autori introducono con apprezzabile leggerezza. Come a dire che le imprese di Asterix, se ci si lascia pervadere strada facendo da un certo mood fanciullesco, un po’ di simpatia riescono comunque a strapparla.

Voto:  5,5                           Stefano Coccia

 

UNA PELÍCULA DE HUEVOS
(Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE)

REGIA: Rodolfo e Gabriel RIVA PALACIO ALATRISTE
PRODUZIONE: Messico – 2006 – Animazione
DURATA: 90’
SCENEGGIATURA: Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste, Francisco Arriagada, Fernando Meza
SCENOGRAFIA: Martha Camarillo, Diego Puente 
MUSICHE: Carlos Zepeda


Una gallina depone il suo amato uovo che, proprio come un piccolo pargolo, ha braccia, gambe e occhi. Il piccolo uovo viene subito preso dal contadino per essere venduto, assieme ad altri, agli umani. Un gruppo di dodici uova viene acquistato così da una signora. A questo punto le uova, con l’eterno terrore di rompersi e morire, tentano di trovare una via di fuga per tornare dalle rispettive chiocce.

Alegre Tortilla

"Los Huevos Cartoons" sono cortometraggi messicani di animazione aventi come protagonisti alcune uova. Visto il successo ottenuto in patria i due creatori, Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste, hanno deciso di sfidare la lunga durata. Il risultato è il divertente "Una pelicula de huevos" che gode di un soggetto tanto assurdo quanto esilarante: un uovo appena deposto sogna di diventare un pollo e lotta per non finire venduto al supermercato. Tra mille peripezie il suo sogno si avvererà, ma il cammino sarà molto difficile. Dovrà infatti affrontare un gatto famelico, la voracità di una famiglia mostruosa, il delirio di uno scuolabus pieno di bambini urlanti dall’interno di un cestino della merenda e i temibili abitanti di un rettilario. L’interrogativo immediato, che trova risposta fin dalle prime, spassosissime, gag è "come si può caratterizzare un uovo?" Sembra impossibile dare vita a un ovale privo di segni distintivi, eppure si ride fin da subito per via dell'antropomorfizzazione scelta dai registi. Ogni uovo, grazie all’aggiunta di gambe, braccia e bocca, può muoversi e parlare, dando la possibilità alla sceneggiatura di prendersi gioco, con simpatia e cinismo, delle debolezze umane. La caratteristica dell’estrema fragilità, comunque, viene rispettata e diventa l’ispirazione principale, e spesso il fatale punto di arrivo, di numerose sequenze. L'avventura, che include anche l'amicizia con una fetta di bacon, procede a ritmo indiavolato inanellando gag su gag, con qualche caduta dovuta al sovraccarico solo nella roboante seconda parte. Il modello di riferimento sono i cartoon Disney e, pur nella convenzionalità del risultato e in assenza di innovazioni stilistiche, il divertimento è assicurato. Sulle orme della Pixar, i titoli di coda prevedono qualche ciak sbagliato e alcuni gustosi fuori scena. Attenzione poi a non abbandonare ancora la sala: prima che si accendano le luci c’è ancora una sorpresa.

Voto:  7                             Luca Baroncini


Piccolo grande uovo

Sicuramente lo scanzonato lungometraggio diretto dai messicani Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste è stato quello accolto con più risate in sala, durante il Future Film Festival di quest’anno. Nessuna sorpresa, considerando che il film rappresenta una rielaborazione di sketch più brevi, ribattezzati Los Huevos Cartoons, che a partire dalla loro apparizione in internet hanno saputo calamitare l’attenzione del pubblico per le disavventure, così “umane”, delle uova in questione. I personaggi, rappresentati come ovetti dotati di bocca, occhi,  braccia e gambe, divertono i bambini ma sono diventati famosi anche presso gli spettatori più grandicelli, che sanno  apprezzare lo spirito irriverente delle situazioni immaginate dagli autori.
La goliardia di fondo del progetto ha attecchito piuttosto bene nel lungometraggio, che illustra il periglioso cammino intrapreso da alcune uova, prelevate pochi giorni prima dalle rispettive fattorie, ed ora in fuga per salvarsi dal vorace appetito di famiglie abituate a consumarne parecchie, specialmente a colazione. Particolarmente travagliato il tragitto dell’uovo protagonista, il cui ritorno a casa diventa una specie di Anabasi, le cui tappe coincidono con scenari descritti in modo sempre molto pittoresco: la cartella con dentro la colazione della ragazzina diretta a scuola, le fogne della città abitate da toponi sempre affamati, e soprattutto il luna park, dove le più miti uova di gallina si trovano a dover fare i conti con soggetti ben più bellicosi… uova di rettile, ovvero la progenie dei vari coccodrilli, tartarughe e serpenti custoditi in quelle gabbie, dove i nostri eroi si avventurano per sbaglio! Nonostante la qualità dell’animazione possa non essere all’avanguardia, gli autori se la sono cavata egregiamente, dando vita a personaggi ben caratterizzati che suscitano immediatamente empatia o almeno curiosità da parte degli spettatori, e costruendo intorno ad essi una sceneggiatura piuttosto briosa; a renderla più frizzante ci pensa l’ironia che pervade il racconto dall’inizio alla fine, nel suo parafrasare, con toni decisamente parodici, quelle situazioni che spesso caratterizzano i più gettonati film della Disney o di altri colossi americani. Quel “dall’inizio alla fine” va preso nel modo più letterale possibile: un certo divertimento è infatti assicurato sia dai titoli di testa, con la buffa canzone dedicata al mondo delle uova, che da quelli di coda, in cui viene ripresa in modo fantasioso e originale la consuetudine di inserire i ciak sbagliati anche alla fine dei film di animazione.

Voto:                             Stefano Coccia

 

MCDULL, THE ALUMNI
(Samson CHIU)

REGIA: Samson CHIU 
PRODUZIONE: Hong Kong – 2006 – Animazione / Commedia
DURATA: 95’
INTERPRETI: Ronald Cheng, Kelly Chen, Anthony Wong, Gigi Leung, Josie Ho
SCENEGGIATURA: Brian Tse
FOTOGRAFIA: Charlie Lam


Il maialino McDull e i suoi compagni si ritrovano immersi in un ambiente color pastello, mentre i loro “cugini” adulti sono catapultati in un mondo crudo, preso dagli impegni della vita di tutti i giorni. Mentre a scuola McDull è invitato dalla maestra a parlare del “cosa farò da grande”, nel mondo reale gli adulti vivono immersi nella frenesia del lavoro, nel delirio dei tempi che si accavallano e delle cose da fare che non finiscono mai.

McDull colpisce ancora

Alla terza puntata il maialino McDull, star di Hong Kong e ormai conosciuto anche in occidente, rende predominante ciò che negli episodi precedenti era solo marginale. Il lungometraggio è infatti realizzato con una tecnica mista che fa prevalere il live action sulle tinte pastello dei cartoni animati. Il contrasto serve per rendere ancora più stridente la differenza tra i sogni dell'infanzia, carichi di ingenuità e curiosità verso il mondo, e la realtà, schiava di regole sociali in cui c'è posto solo per la pragmaticità del quotidiano. Ma matita e attori non sono in contrapposizione, bensì facce della stessa insoddisfazione nei confronti di una società che mira a spersonalizzare l'individuo e a renderlo un mero strumento produttivo. La frenesia degli impegni, la competitività sul lavoro, l'infelicità, vengono affrontati da Samson Chiu in chiave allegorica attraverso gag che spingono con decisione sul grottesco, alcune riuscite, altre meno comprensibili, altre ancora troppo caricaturali per lasciare un segno. Uno dei temi affrontati è quello della realizzazione personale. Mentre i precetti culturali impongono all’individuo di diventare un pilastro della società e c'è chi ambisce alla professione di avvocato, il piccolo McDull, dagli obiettivi semplici e molto terreni, decide che l'unica cosa che vuole fare è non portare i pantaloni, per cui si presenta a scuola vestito da impiegata d'ufficio. Lo stesso disorientamento si riscontra nel mondo reale per chi sogna di lavorare come "disossatore di pollo tailandese", o di "fare le bolle del cappuccino" oppure il "commesso di lecca lecca". Spassosa la gag che vede la ragazza "laureata in barbecue" con "specializzazione in scodellatura del riso" trovare difficoltà al colloquio di assunzione quando le viene presentato un pollo da tagliare perché all'università il "taglio del pollo" era un corso opzionale. Di delirio in delirio, con il cibo spesso in evidenza, la sgangherata narrazione passa da una tavolata di duemila studenti che ordinano da mangiare emettendo suoni gutturali a una cameriera che ripete fedelmente gli stessi suoni (l'iterazione ossessiva è uno degli elementi caratteristici della serie), a un ristorante in cui quando ordini il “menù John Denver” la cameriera ti ringrazia "per il tuo apporto alla musica folk!". Ma c'è spazio anche per il canto delle verdure alla griglia, per una sonata di Chopin rimaneggiata per esaltare i prodigi delle salsicce Kee-Wah e per il capitano di una nave naufragata costretto a sacrificare (inutilmente) una propria chiappa per sfamare i superstiti. Non tutto ovviamente è in grado di aprirsi un varco nello spettatore, anche perché molte gag sono radicate nella cultura locale, e alla lunga il gioco perde in leggerezza, ma l'assurdità della sceneggiatura offre risate non prive di un apprezzabile retrogusto amarognolo. Peccato che il maialino Mcdull sia confinato solo in poche sequenze. Il tormentone, altro classico della serie, prevede questa volta un folle menù a base di "marmitte mongole".

Voto:  6,5                          Luca Baroncini

 

U
(Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF)

REGIA: Serge ELISSALDE, Grégoire SOLOTAREFF
PRODUZIONE: Francia – 2006 – Animazione
DURATA: 71’
SCENEGGIATURA: Grégoire Solotareff
SCENOGRAFIA: Geneviève Gratien
MONTAGGIO: Céline Kelepikis
MUSICHE: Sanseverino


La piccola principessa Mona vive in un castello, tenuta in semischiavitù da una coppia di orrendi personaggi. Mona passa molto tempo a piangere e questo richiama una femmina di unicorno che le cambierà la vita diventandone la confidente e migliore amica. Quando Mona diventerà una piccola donna, il suo incontro con i Wéwé, che abitano il bosco adiacente al castello, ne segnerà definitivamente l’affrancamento da ogni dolore.

Una vocale per amica

"U" è un angelo custode, un po' amica, un po' confidente, che appare alla principessa Mona chiamata dai suoi lamenti (le dirà "Hai detto Uuuuuuuuu piangendo!"). L'aspetto è quello di un piccolo unicorno, ma è la pura fantasia a tenere le redini di un mondo apparentemente disomogeneo abitato da creature che combinano, senza una logica riconoscibile, la specie umana con quella animale. Oltre alla nasuta principessa ci sono gli sgradevoli Goomi e Monseigneur, dall'aspetto roditore, il musicista seduttore Kulka, un po' gattone, e il pacifico popolo degli strambi Wéwé. L'allegoria segue il passaggio dalla giovinezza all'età adulta della principessa soffermandosi con ironia e malizia sul nascere delle pulsioni, ma si abbandona a numerose digressioni che rendono il percorso narrativo spesso disorientante. Ciò che sfugge alla razionalità, e rischia di pesare, ha comunque una insolita fascinazione. Il merito è di uno stile molto personale, che accarezza il sogno pur tenendo ben presente la concretezza delle situazioni messe in scena, ma a incuriosire è soprattutto l'originalità del disegno. Le immagini sono infatti dipinte ad acquarello e si distinguono per la semplicità e lo spessore del tratto nel definire i contorni dei personaggi, con una dominante calda nei colori. Per dare vita alla loro particolare visione i due registi, i francesi Grégoire Solotareff e Serge Elissalde, hanno suddiviso la realizzazione del film, come sempre più spesso accade in Europa, in tre parti sparse per il mondo: le due più corpose a Shanghai e Kiev, e una terza ad Angouleme, in Francia, per la cura delle sequenze più delicate (tra cui quella del bacio). Nonostante la segmentazione il risultato finale mantiene armonia e grazia e si configura come una favola non irresistibile ma piacevole proprio per la sua atipicità.

Voto:  6                             Luca Baroncini


U(ff)… Quanti sbadigli!

Per quanto l’impronta acquarellistica e la naiveté dei disegni di Grégoire Solotareff, talentuoso artista francese, siano più che apprezzabili, il film realizzato in sintonia col regista Serge Elissalde non riesce ad appassionare più di tanto. La principessa triste e la graziosa femmina di unicorno apparsa al suo fianco per consolarla, così come la coppia di esseri ripugnanti cui appartiene il castello e le creature dallo spirito libero che abitano nei boschi, danno subito l’idea di una galleria di personaggi su cui si sarebbe potuto lavorare meglio, concedendo maggiore freschezza al racconto invece di congelarlo in sequenze statiche e dialoghi eccessivamente prolissi e ripetitivi. L’idea era evidentemente quella di ricreare l’atmosfera dei classici dilemmi adolescenziali, descrivendo le insicurezze di personaggi sospesi tra momenti di euforia e stati d’animo malinconici, ma il risultato è di una verbosità tale che già si sopporterebbe a fatica nel più cerebrale e compiaciuto tra i lungometraggi francesi di fiction, figuriamoci qui!
Una nota a margine, forse un po’ frivola: la co-protagonista di U, se la memoria non ci inganna, è la principessa Mona. A questo punto ci sembra ovvio sconsigliare la distribuzione del film in territorio veneto. Non solo per la prolissità, ma perché un nome simile potrebbe scatenare in sala reazioni incontrollabili.

Voto:                             Stefano Coccia

 

LA TELA DI CARLOTTA
(Gary WINICK)

REGIA: Gary WINICK
PRODUZIONE: U.S.A. – 2006 – Commedia / Fantastico
DURATA: 113’
INTERPRETI: Dakota Fanning + (voci) Julia Roberts, Oprah Winfrey, Steve Buscemi, Kathy Bates, John Cleese, Thomas Haden Church, Robert Redford
SCENEGGIATURA: Susannah Grant, Karey Kirkpatrick
FOTOGRAFIA: Seamus McGarvey
SCENOGRAFIA: Stuart Wurtzel
MONTAGGIO: Susan Littenberg, Sabrina Plisco
COSTUMI: Rita Ryack
MUSICHE: Danny Elfman
SITO WEB: www.charlotteswebmovie.com


Fern è uno dei due unici esseri viventi che vedono nel maialino Wilbur le caratteristiche che ne fanno un’autentica perla nel porcile. Al trasferimento in una nuova fattoria, Wilbur allaccia la seconda profonda amicizia della sua vita con un ragno di nome Carlotta e il loro legame spinge gli altri animali a iniziare a comportarsi come una grande famiglia. Quando per Wilbur giunge il momento di essere trasformato in salsicce, nulla sembra poterlo salvare dal suo triste destino, ma sarà Carlotta a usare la sua ragnatela per convincere il fattore che Wilbur non è un maiale come tutti gli altri e non merita di essere macellato.

Appeso a un filo

Il libro omonimo di E.B.White è un vero must per l'infanzia nei paesi di cultura anglosassone e in tutto il mondo ha venduto più di 45 milioni di copie. Ovvio che l'industria cinematografica abbia fiutato l'affare. Il compito viene affidato a Gary Winick e punta sull'ormai rodato giochino di affidare le voci dei personaggi di sintesi ad attori famosi (tra gli altri Julia Roberts, Robert Redford, Steve Buscemi, Kathy Bates e John Cleese). A collegare il mondo virtuale degli animali parlanti con la realtà di un microcosmo rurale, la piccola Dakota Fanning, babi-diva di spaventosa determinazione e consumata bravura. Sollecitare la sospensione dell'incredulità spetta invece alle note riconoscibili ed evocative di Danny Elfman, con una colonna sonora a volte un po' ingombrante ma in grado di sottolineare con adeguata enfasi il racconto. Il risultato ha i limiti e i pregi dell' onesta trasposizione cinematografica di una favola: buoni sentimenti, messaggio edificante dagli intenti smaccatamente educativi, qualche risata e un accenno di lacrime. Forse tutto un po' troppo zuccheroso e senza ombre per poter davvero colpire il cuore indurito dello spettatore, ma sicuramente destinato più a un pubblico infantile che adulto. L'amicizia tra un maialino destinato al macello e un ragno virtuoso è comunque atipica e offre spunti di riflessione non banali sulla "diversità", su una grandezza legata più all'ingegno che alle dimensioni, sull'importanza della forza di volontà e sul potere della solidarietà. Determinante, dato il soggetto, la resa visiva degli animali parlanti e della loro interazione. Da questo punto di vista la computer grafica fa miracoli, ma resta il limite, oggettivo, di un protagonista (il maialino) e di un'ambientazione rustica troppo debitori nei confronti di "Babe - maialino coraggioso", tanto che sembra di assistere a un'ulteriore tappa delle sue avventure. Unica vera sfida, felicemente superata, la rappresentazione di sintesi del ragno co-protagonista, fedele ai movimenti aggraziati con cui si configura in natura e solo un poco ammorbidito nell'aspetto per renderlo meno minaccioso. Se tutto il progetto non fugge da una professionale convenzionalità, la vera magia è quella di potersi librare con leggerezza insieme al ragno e alla sua tela "parlante", mostrando la peculiare e insostituibile capacità del cinema di renderci, anche solo per un attimo, quello che non siamo.

Voto:  6,5                          Luca Baroncini


Piano… piano, dolce Carlotta.

Allora, premesso che il film può essere consigliato solo con una certa cautela a chiunque soffra di accentuata “aracnofobia”, c’è da dire che la visione di Charlotte’s Web potrebbe ottenere un effetto persino terapeutico su tali soggetti. Al cinema, infatti, era successo raramente, almeno fino ad ora, che si percepisse tanta sensibilità, tanto “calore umano” (se ci è concessa questa espressione, senz’altro poco appropriata alle circostanze…), al centro di una ragnatela. Come descrivere questo amico ad otto zampe? Charlotte, il ragno in questione, è un esemplare femmina la cui generosità, nel momento in cui gli altri animali della fattoria cominciano invece a defilarsi, fa sì che lei sia praticamente l’unica a preoccuparsi per il destino del nuovo arrivato, il maialino Wilbur. Il porcellino, destinato probabilmente al macello, trova infatti i suoi unici veri sostenitori in lei, Charlotte, e nella figlia del fattore, una ragazzina di nome Fern. Ma sarà proprio il ragnetto ad avere l’idea giusta. 
La fonte di ispirazione del film di Gary Winick è una favoletta piuttosto popolare nel mondo anglosassone. Un certo brio è assicurato alla narrazione dal felice dosaggio di quegli effetti che permettono agli animali di parlare, con interventi al computer mai troppo invadenti e un mood bucolico tutto sommato apprezzabile. Tuttavia, ciò non evita che certe fasi del racconto si trascinino stancamente, e che un po’ di melassa rimanga appiccicata, insieme a qualche insetto di passaggio, alla tela del ragno protagonista, la simpatica Charlotte. In definitiva ne esce fuori quello che un tempo si sarebbe chiamato “un buon film per famiglie”, non particolarmente brillante, ma assolutamente dignitoso e capace a tratti di generare qualche emozione sincera.

Voto:                             Stefano Coccia

 

BLACK JACK – THE TWO DOCTORS OF DARKNESS
(Makoto TEZUKA)

REGIA: Makoto TEZUKA
PRODUZIONE: Giappone – 2005 – Animazione
DURATA: 97’
FOTOGRAFIA: Toshiya Kimura
SCENOGRAFIA: Masami Saito, Masato Shibata
MONTAGGIO: Seiji Morita
MUSICHE: Akihiko Matsumoto


Black Jack è in galera, perché continua a esercitare la sua professione privo di una licenza regolare: è osteggiato dal sistema, che non accetta la sua libertà morale. È pronto ad azioni impossibili in cambio di un salario miliardario. Black Jack crede nella lotta per la sopravvivenza, e il suo corpo ne è la prova tangibile. Ma egli ha una nemesi, il Dr. Kiriko che, reso insensibile dalla propria esperienza durante la seconda guerra mondiale, ha come missione quella di porre fine al dolore umano praticando l’eutanasia. Il confronto tra i due si fa ancora più difficile nel momento in cui vengono portati su una strana isola, una sorta di Jurassic Park dove le mutazioni genetiche hanno provocato un nuovo virus, altamente mortale.

Il mistero della vita

Black Jack e il Dr. Kiriko guardano alla vita con occhi complementari. Il primo, oltre che uno dei personaggi più famosi creati da Tezuka Osamu, è uno straordinario  chirurgo disposto a salvare vite umane in cambio di cachet altissimi. Il secondo è invece esperto nel praticare l'eutanasia, sempre a pagamento, per evitare la sofferenza a pazienti ammalati destinati a morte certa. Entrambi sono le facce di una stessa medaglia e cioè il senso dell'esistenza. Per fortuna il film non sceglie una tesi rispetto a un'altra ma sostanzia l'inquietudine di ambedue i personaggi. L'incipit è molto potente, con un salvataggio in extremis, enfatizzato dallo split-screen e sottolineato da note jazz, capace di attirare subito lo sguardo solleticando un punto di vista, parziale, sul protagonista. L'entrata in scena dell'alter-ego Kiriko mescola le acque e intorbidisce quello che sembrava un giudizio scontato. Dopo un innesto così efficace, però, e un episodio in cui il destino rende ancora più difficile consolidare un'opinione (una famiglia salvata da Black Jack e sottratta a Kiriko muore in un incidente stradale), la sceneggiatura limita l'azione allo spazio di un'isola, dove lo studio di un misterioso virus inizia a mietere vittime e a porre le basi di una futura guerra batteriologica. La narrazione cade così in uno stallo da cui non si rialza più e, moltiplicando i doppi giochi e il numero dei personaggi, perde per strada lo spettatore digiuno della serie televisiva originale, fino a una chiusa più roboante che significativa. Le immagini omaggiano lo stile dell'anime tratto dal personaggio creato da Tekuka 34 anni fa e si caratterizzano per la convenzionalità del tratto e l’animazione semplice.

Voto:  6                             Luca Baroncini

 

RENAISSANCE
(Christian VOLCKMAN)

REGIA: Christian Volckman
PRODUZIONE: Fra/GB/Lux - 2006 - Animazione
DURATA: 105’
SCENEGGIATURA: Alexandre de La Patellière, Mathieu Delaporte, Jean-Bernard Pouy (Adattamento), Patrick Raynal (Adattamento)
MONTAGGIO: Pascal Tosi
MUSICHE: Nicholas Dodd


Parigi, anno 2054. Il rapimento di una giovane e bella ricercatrice, Ilona Tasuiev, crea ulteriore scompiglio in  una città sempre più caotica, dove la politica e l’economia sono dominate dalle strategie commerciali di Avalon. Avalon è una multinazionale specializzata nel settore genetico, campo in cui qualcuno ha già intrapreso esperimenti un tempo inimmaginabili. Un duro come l’agente Karas, grazie ai suoi metodi, intuisce presto che il nesso tra tali esperimenti e la sparizione della ragazza porterà a galla altre verità, altri segreti…

Lo stile su tutto

Il decor del film è davvero immaginifico, con una Parigi del futuro (la vicenda è ambientata nel 2054) che, pur conservando una perfetta riconoscibilità, è integrata con architetture avveniristiche di grande fascino (su tutte, la presenza di strade per i pedoni sopraelevate e trasparenti). Ma ciò che rende il film davvero unico è la tecnica scelta dal regista Christian Volckman, capace di trasformare ogni sequenza nelle pagine di un fumetto. Il risultato è infatti un ibrido molto interessante, con tutte le immagini costruite in computer animation che, grazie alla scelta cromatica netta e contrastata (un fulgido bianco e nero), sembrano in molti momenti bidimensionali. Nella magnificenza del risultato si muovono con estrema fluidità personaggi stilizzati, spesso ricalcati su attori in carne ed ossa tramite la motion capture e con le voci di star (tra gli altri Daniel Craig e Jonathan Pryce), attraverso scenografie accuratamente fotorealistiche. Purtroppo una tecnica così sofisticata e originale non trova adeguata materia narrativa di cui cibarsi. La storia, infatti, si limita a riciclare epigoni illustri fondendo con poco estro noir e fantascienza. C'è il "duro" di turno alle prese con il "grande fratello" di turno, nel caso specifico la società Avalon che controlla la vita delle persone e promette l'eterna giovinezza. E non manca la "bella" di turno, sorella di una scienziata misteriosamente rapita. La manipolazione genetica è dietro l'angolo, e tra inseguimenti, omicidi e depistaggi, un esperimento insabbiato farà emergere la verità. Tutto confusamente accumulato in una sceneggiatura farraginosa che appesantisce il film penalizzandone l’impatto nonostante la incontestabile bellezza, decisamente sopra la media, dell'impianto visivo.

Voto:  7                             Luca Baroncini


Parigi cyberpunk

Dopo le “rotoscopiche” visioni di Richard Linklater (Waking Life, A Scanner Darkly) e dopo Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller, arriva il film che per quanto concerne simili esperimenti costituisce già un approdo importante, tanto a livello tecnico che a livello estetico. L’integrazione tra riprese dal vivo e animazione digitale raggiunge qui esiti particolarmente seducenti e sbalorditivi. In questo caso i movimenti degli attori sono stati ripresi con la tecnica sempre più in voga del Motion Capture, che ha permesso poi di trasferirli sul piano dell’animazione, caratterizzata nella circostanza dalla scelta di un bianco e nero fortemente contrastato.
Nulla di più appropriato, per un film come Renaissance: particolarmente funzionali al progetto sono proprio quei tagli di luce netti, taglienti, come anche le espressioni facciali e le pose dei personaggi, che attraverso il processo sommariamente descritto si convertono da figure in carne ed ossa ad icone degne di un fumetto cyberpunk. Qualcuno potrebbe contestare proprio questo, l’assoluta classicità del prodotto finale. Una classicità rapportata ovviamente all’acquisizione, da parte dell’immaginario collettivo, di quelle monumentali visioni della fantascienza cinematografica più o meno recente, in cui la visione della metropoli futuristica si sposa con una miriade di ritagli post-moderni codificati secondo le più svariate poetiche di genere. Il noir tende qui ad essere, tra i diversi generi cinematografici, un punto di riferimento essenziale. Lo è anche per Christian Volckman, astro nascente dell’animazione digitale europea, e per il suo staff di validissimi collaboratori. Quanto cerchiamo di dire è che il fascino di Renaissance non va cercato nell’originalità, obiettivamente scarsa, del soggetto. Sono invece le variazioni su un tema abusato ma ancora incredibilmente vitale a confondere e soggiogare lo sguardo. L’indagine del detective Barthélémy Karas cattura proprio in quanto assorbe e restituisce in forma altra le convenzioni del noir in salsa Sci-Fi, integrandole con una scenografia virtuale dallo straordinario impatto visivo. Non mancano quei topoi, la cui presenza è quasi imprescindibile, come ad esempio gli schermi giganteschi che monopolizzano i cieli della città, stile Blade Runner. C’è poi una multinazionale, Avalon, interessata a pericolosi esperimenti genetici. Ci sono mondi simulati e tecnologie militari all’avanguardia. Ma fa già un certo effetto vedere tutto questo in una Parigi futuribile, dove i monumenti tradizionali quasi si fondono con avveniristici innesti architettonici. Un gran lavoro in quanto ad integrazione tra fondali ricreati al computer e movimenti dei personaggi, dunque, ma i pregi di Renaissance vanno oltre. Si estendono infatti ad una impostazione fotografica talmente curata, da esaltare quel sottile ordito di trasparenze, di luci riflesse, di interventi sulla profondità di campo, che uno difficilmente si aspetterebbe di trovare in un lavoro di animazione, per quanto sperimentale. E invece Volckman è riuscito a mettere a frutto un complesso lavoro durato anni, regalandoci infine una Parigi ciberbunk dal volto enigmatico e sfuggente.

Voto:                             Stefano Coccia

 

ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI
(Luc BESSON)

REGIA: Luc BESSON 
PRODUZIONE: FRANCIA/U.S.A. – 2006 – Avventura
DURATA: 102’
INTERPRETI: Mia Farrow, Freddie Highmore, Penny Balfour + (solo voce) David Bowie, Snoop Dogg, Madonna
SCENEGGIATURA: Luc Besson, Céline Garcia
FOTOGRAFIA: Thierry Arbogast
SCENOGRAFIA: Hugues Tissandier
COSTUMI: Olivier Bériot 
MUSICHE: Eric Serra


Arthur, un bambino di dieci anni, cerca di decifrare un enigma che dovrebbe permettergli di trovare un tesoro. La sorpresa e lo stupore sono grandi quando, riuscendoci, si trova in un mondo magico abitato dalla tribù dei Minimei, folletti alti poco più di due millimetri e mezzo che vivono in totale armonia con l’ambiente.

In fondo al suol...

Luc Besson è l'uomo dei contrasti e delle sfide. Dopo il fiacco e minimale Angela-A resta nei toni della favola ma torna alla grandeur e dà vita a un nuovo mondo a pochi passi da quello reale. Basta infatti scendere di qualche metro nel sottosuolo per entrare in contatto con il popolo dei Minimei, inventati da Céline e Patrice Garcia e portati al successo dallo stesso Besson che ha scritto i primi due volumi della serie, già tradotti in 34 lingue e con un milione di copie vendute solo in Francia. L'investimento colossale (65 milioni di euro), i cinque anni di lavoro, il cast sontuoso (Madonna, David Bowie, Robert De Niro) e la cura maniacale dei dettagli, rendono il prodotto commercialmente competitivo e in grado di aprirsi un varco nel mercato mondiale, ma il sense of wonder delle intenzioni affiora solo a tratti. Se infatti le premesse in live action, pur nel luogo comune, ben dispongono alla meraviglia, con il malinconico e intraprendente Arthur che si mette alla ricerca di un tesoro per risolvere i problemi economici della nonna, gli sviluppi in computer grafica si limitano a stordire. È proprio il mondo dei Minimei, fulcro del racconto, a non convincere, perché la stessa storia di sempre viene soffocata dalla voglia continua di stupire, con un ritmo inutilmente febbrile che affianca, già pensando al videogame, difficoltà senza sosta e mordente. Le trovate originali sono infatti pochine e il percorso di Arthur si affida a coordinate risapute e stantie. Il problema è anche nei personaggi, ammansiti da caratterizzazioni troppo schematiche per attirare nel racconto: dal protagonista catapultato in un universo sconosciuto che non si perde mai d'animo e supera con disinvoltura ogni difficoltà, alla ragazzina dura e tosta che lo accompagna. Un'omologazione narrativa che evidenzia il problema maggiore delle opere di animazione attualmente in circolazione: sembra di vedere sempre lo stesso film. Sostituendo i Minimei con i topolini, l'avventura di Arthur è quasi identica a quella di Roddy, protagonista di Giù per il tubo. Discorso a parte per la resa visiva dei personaggi. Se Arthur trova una felice rappresentazione nel suo alter-ego Minimeo, gli altri gnomi non godono di altrettanta espressività, dalla vitrea Selenia al cattivissimo Maltazard, troppo simile al Viceré Nute Gunray della nuova trilogia di Guerre Stellari. La fedeltà a un immaginario consolidato (o colonizzato?) lascia aperto un interrogativo: perché ancora una volta scimmiottare il cinema americano anziché personalizzare? Ennesima dimostrazione di come la perizia tecnica, fondamentale, non sia però sufficiente per creare un universo che non sia solo vendibile, ma anche magico e capace di coinvolgere.

Voto:  6                             Luca Baroncini


Oltre il giardino…

Non si sa mai da che verso prenderlo: basta guardare alle prestazioni registiche di Luc Besson degli ultimi dieci anni, e ancor di più alle sue uscite in qualità di sceneggiatore e/o produttore, perché più di un timore si faccia strada, non ultimo quello che il francese finisca col prendersi troppo sul serio. Ci dovesse scappare un’altra Giovanna d’Arco! Ma anche quando il tono si alleggerisce, i rischi non sono aboliti. Già, perché allora potrebbe scattare in lui un’altra tentazione, quella di rivisitare il cinema di genere americano gingillandosi con dialoghi da liceale in calore, in contesti dove bulli & pupe continuano a provocarsi verbalmente, lanciandosi occhiate languide tra un inseguimento e l’altro. Il problema è che tutto questo poteva funzionare una decina di anni fa, quando regista e spettatore avevano ancora voglia di giocare insieme, arrivando magari ad emozionarsi per un pomeriggio intero di balle spaziali. Se raccontate bene, s’intende… Ed infatti Il quinto elemento rimane, almeno per chi scrive, uno dei migliori Besson di sempre, da buon giocattolone sci-fi variopinto e carnevalesco quale indubbiamente è: senza particolari pretese sul piano narrativo (e meno male, in questo caso…), ma con doti di ritmo non trascurabili, qualche soluzione visiva originale, l’apprezzabile tentativo di rimodellare ironicamente un certo immaginario fantastico, e alcuni interpreti visibilmente divertiti dal far parte dell’allegro carrozzone. Purtroppo, la stessa freschezza raramente ha fatto capolino nei progetti successivi. Fino allo scialbo Angel-A, dove un bianco e nero degno del più lezioso spot mai dedicato a un aperitivo accoglieva i due protagonisti, coppia bizzarra in trama risibile, nello sfondo da cartolina di una Parigi mai così noiosa. Trattavasi però di un intermezzo low budget, perché Luc Besson era al lavoro già da tempo su un progetto ben più ambizioso, la versione cinematografica di una serie letteraria per l’infanzia da lui scritta in collaborazione con Céline e Patrice Garcia, cui si devono rispettivamente l’idea e le illustrazioni di Arthur et les Minimoys.
Eccoci al punto. Un’altra delusione? Francamente, no! Nonostante le aspettative fossero più alte, visti gli anni di produzione impiegati per portare sullo schermo i primi volumi della piccola saga, baciata intanto da un discreto successo internazionale, Arthur e il popolo dei Minimei regge bene, almeno come film per ragazzi il cui piglio avventuroso tiene desta l’attenzione fino alla fine. Ciò che diverte, laddove le singole trovate soffrono di una certa sudditanza rispetto al cinema e alla letteratura fantastica del passato, è il continuo passaggio dalla cornice di fiction alle parti realizzate in 3D, autentica sfida produttiva proposta dal film. Ne consegue un ritmo non disprezzabile, che prima ci fa interessare alle difficoltà del piccolo Arthur nel mondo dei grandi, con alcuni speculatori che vorrebbero portare via la classica “casa nella prateria” alla nonna (una Mia Farrow energica e quanto mai giovanile, visto il ruolo); per poi catapultarci insieme a lui nel mondo miniaturizzato dei Minimei, simpatica e quasi invisibile popolazione con domicilio nel giardino di casa, per essere più precisi SOTTO il giardino, tra cunicoli e ristrettissimi ambienti insospettabilmente pieni di vita. Per l’impavido ragazzino non sarà così difficile fare amicizia con i Minimei, che già intrattenevano pacifici rapporti col nonno, prima che costui scomparisse in circostanze misteriose. L’avventura che scaturisce da questo incontro vede Arthur e i Minimei solidali nei rispettivi obiettivi, ovvero trovare il tesoro che salverebbe la proprietà della nonna nel primo caso, e sventare i piani del perfido Maltazard per quel che concerne invece la minuscola comunità sotterranea… riusciranno i nostri eroi?
Accennavamo alle parti del film realizzate in 3D. Certo, non ci si poteva aspettare dal neofita Besson che si trovasse perfettamente a suo agio sul terreno dell’animazione, che può invece contare in Francia su poeti autentici come Michel Ocelot e Sylvain Chomet. Anzi, nella sfida lanciata da Luc ai colossi dell’animazione americana si possono rintracciare fastidiosi echi di quella “grandeur” mai messa da parte. Ed il character design dei personaggi non sempre convince. Nonostante questo, il desiderio di rimettersi in gioco sembra aver resuscitato nel regista transalpino una vena ludica e spensierata, finalmente messa a profitto. Come per Il quinto elemento succede così che alcune scene, coreografate fantasiosamente, si stacchino dall’insieme facendo spettacolo vero, ed è questo il caso della mini-discoteca sotterranea, con pista da ballo ricavata da un vecchio giradischi con annesso vinile; altrettanto curioso il sistema di irrigazione progettato in giardino con cannucce da bibita! Per finire, si consiglia se possibile la visione in originale, perché le voci dei personaggi in 3D sono parecchio in palla e corrispondono infatti ai vari David Bowie, Madonna e Snoop Dogg.

Voto:  6,5                           Stefano Coccia

 

BATTLESTAR GALACTICA - Battaglie nella galassia
(Richard A. COLLA)

REGIA: Richard A. Colla
PAESE: Usa, 1978
SCENEGGIATURA: Glen A. Larson, Frank Lupo, Donald P. Bellisario 
INTERPRETI: Lorne Green, Richard Hatch, Dirk Benedict, Jane Seymour.
DURATA: 125 minuti


Anno 7000. L’intera flotta stellare degli umani viene annientata con l’inganno dai nemici di sempre, i Cylon. Si salva solo una grande astronave da battaglia, il “Galactica”, cui spetta il compito di radunare i superstiti di varie colonie spaziali, in cui la presenza umana è stata spazzata via dagli stessi Cylon, e di guidarli verso un remoto pianeta, da dove si narra che la colonizzazione di altri mondi abbia avuto inizio… sarà forse la Terra?

Una Caporetto di proporzioni cosmiche!

E l'astronave è già passata e tu dov'eri?
Nei vernissage a festeggiare eroi leggeri
l'attualità si estrinsecava in altre forme
tutti esauriti, lì, a sognar che non si dorme
si, l'astronave è già passata e tu dormivi
meglio così, magari non ti divertivi.
Sergio Caputo, “Bon Voyage”

Anno 7000? No grazie, troppo difficile da immaginare. Pensiamo invece al 1978, anno in cui venne realizzato Battlestar Galactica (Battaglie nella galassia), episodio pilota di una serie televisiva di discreto successo, qui adattato per il grande schermo. Complice la sete di fantascienza ad alto contenuto spettacolare tipica di quegli anni, si può dire che l’operazione ottenne il suo scopo, anche considerando che di lì a poco sarebbe approdato al cinema un seguito, Galactica: l’attacco dei Cylon, sempre concepito come crasi di più episodi della serie televisiva. Del resto è facile ricollegare l’ispirazione dei creatori di questa nuova saga ad una scia, senz’altro feconda, quella tracciata dalla nascita di Star Wars e del suo mito, evento di poco antecedente.
Quel cinema di esplorazione spaziale che negli anni ’60 non si era particolarmente distinto, forse perché surclassato a livello di impatto mediatico dalle imprese reali dei cosmonauti americani e sovietici, conobbe quindi dalla metà degli anni ’70 fino al decennio successivo un crescendo di popolarità. Sarà per questo che il sempre arguto Franco La Polla, curatore al Future della retrospettiva “L’astronave è già passata”, già dal titolo della rassegna ha reso omaggio trasversalmente (e noi con lui…) alla verve ironica e sottilmente iconoclasta di un cantautore come Sergio Caputo (“Bon Voyage”, la fonte diretta). Astronavi dal sapore malinconicamente pop, in questa e in altre canzoni.

Certo, bisogna premettere subito che la ricchezza dell’immaginario Sci-Fi forgiato da George Lucas non è nemmeno lontanamente paragonabile a quanto proposto da Battlestar Galactica. Non lo è dal punto di vista delle invenzioni visive, tanto meno a livello di ingegnosità narrativa. Anzi, narrando Battlestar Galactica delle fasi antecedenti alla fuga verso la Terra di questo formidabile incrociatore stellare, unico sopravvissuto di una flotta immensa annientata con irrisoria facilità da esseri bio-meccanici chiamati Cylon, molto si potrebbe ironizzare sulle circostanze di questa debacle cosmica: si dà infatti il caso che gli umani, nel nome di una improbabile missione di pace, allontanino dalle loro dodici colonie gran parte di quella flotta preposta a difenderle dai nemici di sempre, cadendo in una serie di tranelli così elementari che un bimbo di cinque anni se ne sarebbe accorto prima! Condizionati invece da una cieca fiducia nella proposta di pace, gentilmente offerta da esseri descritti fino a un attimo prima come mostri sanguinari, gli umani fresconi riescono a perdere in un colpo solo flotta e colonie. Le modalità dell’immane distruzione vengono rappresentate con un gusto artigianale che vive di quella stessa ingenuità, ma non dispiace del tutto, anche quando le scenografie parlano un linguaggio decisamente kitsch: si parla infatti di apocalissi planetarie, e per tutto il tempo il bombardamento delle colonie viene rappresentato attraverso navicelle che scaricano raggi laser a casaccio, su piccoli set degni degli ultimi giorni di Pompei, con comparse che fuggono a destra e a sinistra, visibilmente ansiose di andare a ritirare la diaria! Per quanto l’intera serie sia stata realizzata con l’aiuto di John Dykstra, il creatore degli effetti speciali in Guerre Stellari, un simile trait d’union tra la saga cinematografica di Lucas e Battlestar Galactica non sembra incidere più di tanto, viste poi le non trascurabili differenze di budget… Laddove nemmeno il racconto si avvale di trovate geniali, transitando ad anni luce dalle memorabili imprese del Millennium Falcon e dei cavalieri Jedi, la perigliosa crociera dell’astronave Galactica, diretta col suo carico di profughi verso la Terra, concede agli appassionati quel tanto di avventura e intrattenimento che con un po’ di spensieratezza si può ancora oggi gustare.

Voto:  5,5                           Stefano Coccia

 

BATTLE BEYOND THE STARS - I Magnifici Sette nello Spazio
(Jimmy T. MURAKAMI)

REGIA: Jimmy T. Murakami
PAESE: Usa, 1980
SCENEGGIATURA: John Sayles
INTERPRETI: George Peppard, Richard Thomas, Robert Vaughn, John Saxon, Marta Kristen.
DURATA: 99 minuti


Praticamente I sette samurai (o I magnifici sette)in chiave fantascientifica, con i pacifici abitanti del pianeta Akir stanchi di subire le vessazioni di un tiranno come Sador. Costui, al comando di un’astronave da guerra tecnologicamente all’avanguardia, continua ad alternare impunemente massacri a richieste di tributi, forte di un’arma che gli consente di spazzare via i mondi che gli oppongono resistenza. Gli abitanti di Akir, fautori della non violenza, spediscono il giovane Shad in giro per la galassia, alla ricerca di quei mercenari che possano garantire loro la difesa del pianeta…

Attenti a quei sette

Pianeta terra, parla albatros 
dal dragastelle "mon amour"...
ricevo chiara vostra immagine...
yes i do... yes i do... yes i do...
Sergio Caputo, “Bingo torna giù”

Di cose rimarchevoli se ne possono rintracciare parecchie in questo delizioso B-movie, nato produttivamente parlando da una felice intuizione del solito Roger Corman. Ed infatti spulciando il cast tecnico di Battle Beyond the Stars (I magnifici sette nello spazio) spunta fuori addirittura il nome di James Cameron (qui accreditato come Jim Cameron), già allora uno dei più promettenti tra i tecnici degli effetti speciali attivi nella scuderia cormaniana. Ma ad una immagine in particolare è assolutamente impossibile non affezionarsi: quella dell’indimenticabile George Peppard, nelle vesti sgualcite di un mercenario a spasso tra le stelle! Con tanto di astronave battente bandiera Confederata, il “sudista” dello spazio se ne va in giro per tutto il film con un’aria scanzonata, la boccetta di whisky sempre a portata di mano e un’armonica a bocca da tirare fuori nelle occasioni speciali.
Il personaggio di Peppard è un ottimo esempio delle caratterizzazioni quasi farsesche, a metà tra immaginario Sci-Fi e classiche icone western, toccate in sorte ai protagonisti di questa stralunata epopea siderale, che occhieggia ad uno dei plot più celebri e imitati della storia del cinema. Sempre di sette combattenti a gettone si tratta, ma dalla matrice originaria giapponese de I sette samurai al selvaggio west de I magnifici sette ci si è ora spostati sul piano, molto alla moda nei primi anni ’80, della fantascienza di esplorazione spaziale. Il dinamismo dell’azione non permette che l’istinto parodico prenda completamente il sopravvento, ma l’ironia presente in certi dialoghi decisamente burleschi è anch’essa indizio del carattere libero, irriverente, di una sceneggiatura che rivela qui un altro nome importante: John Sayles. Passati in rassegna tutti questi nomi, si può facilmente intuire quanto la spinta verso l’intrattenimento si sposi bene con una latente vocazione satirica, il cui obiettivo si identifica in parte con la sete di dominio del predone spaziale di turno, l’arrogante e dispotico Sador. Battle Beyond the Stars paga invece qualcosa nella resa spettacolare, laddove le scene di combattimento tra astronavi, nonostante l’impegno di Cameron & soci, sembrano risentire della risicatezza del budget. Fa poi un certo effetto notare sia nel film diretto da Jimmy T. Murakami, sia nel quasi coevo 
Battlestar Galactica o in altri prodotti consimili, il persistente ricorso a inquadrature laterali di astronavi che sembrano non finire mai, un topos la cui deliziosa ingenuità farà senz’altro sorridere gli estimatori di Mel Brooks e del suo Balle Spaziali. Non tragga in inganno tale accostamento: la godibilità, l’acume narrativo e il fascino low budget dell’epica impresa compiuta dai sette mercenari spaziali sono fuori discussione. Il giusto voto per una pellicola del genere risulta quindi, neanche a dirlo… sette!

Voto:                             Stefano Coccia

 

FULLMETAL ALCHEMIST - Conqueror of Shamballa
(Seiji MIZUSHIMA)

REGIA: Seiji Mizushima
PAESE: Giappone, 2005
SCENEGGIATURA: Shô Aikawa
PRODUTTORE: Seiji Takeda
DURATA: 104 minuti


Mondi paralleli: Edward Elric, ovvero il Fullmetal Alchemist, si ritrova nella Germania del 1923 dopo aver attraversato uno dei varchi dimensionali che separano il suo mondo dal nostro. Pur non potendo contare nella nuova realtà sul potere dell’Alchimia, Edward tenta ugualmente di impedire che i seguaci di Adolf Hitler facciano il tragitto inverso al suo, per coronare i sogni di conquista del loro leader… riuscirà a fermarli?

Alchimia, unica via

Il neofita rimane inevitabilmente suggestionato dalla felice commistione di elementi che caratterizza Fullmetal Alchemist – Conqueror of Shamballa, un riuscito mix di fantasy e di allusioni alla storia del novecento, qui rivisitata con un’attenzione iconografica a certe realtà mitteleuropee che a tratti potrebbe anche ricordare Miyazaki; senza poi trascurare gli elementi che possono suggerire un generico accostamento all’Otomo di Steamboy e Cannon Fodder, sia per il gusto di talune ambientazioni che per le dinamiche dell’azione. Eppure, detto questo, non si può nascondere quanto il neofita sia destinato a rimanere spaesato. Non perché il racconto sia strutturato male, o povero di idee, al contrario le sorprese non mancano e gli incastri tra differenti piani spazio-temporali funzionano in modo sempre assai stimolante. Il problema, piuttosto, è che questo lungometraggio d’animazione presuppone, almeno in taluni passaggi, una confidenza con i personaggi e con il loro background, che solo i cultori della serie animata e dei manga cui è strettamente legato possono vantare. I retroscena relativi al ruolo di numerosi personaggi, con in primo piano due fratelli spinti da una serie di avventurose circostanze in mondi paralleli, emergono a sprazzi dalla trama, senza riuscire però a fare chiarezza su tutto, perché troppi sono i sottintesi che solo chi ha seguito l’evolversi della saga può comprendere pienamente. Gli altri non rimangono comunque esclusi dai giochi, perché il contesto illustrato da Fullmetal Alchemist – Conqueror of Shamballa abbonda di riferimenti affascinanti. Oltre alla curiosa rappresentazione della Germania anni ’20, con società esoteriche che complottano appoggiando clandestinamente Hitler e il nazismo (qui il richiamo ad organizzazioni realmente esistite è tutt’altro che peregrino) e che in questo ipotizzano addirittura l’invasione di paesi situati in altre dimensioni, degna di nota è l’attività dei cosiddetti “Alchimisti di Stato”. Il mondo parallelo descritto nell’intera serie di Fullmetal Alchemist è infatti una realtà stravolta, dove al progresso tecnologico si è accompagnato nel tempo uno studio dell’alchimia decisamente avanzato, grazie al quale taluni soggetti hanno ottenuto grandi poteri. Anche a livello di animazione, di descrizioni visive, il confronto tra i personaggi dotati di tali poteri risulta molto spesso fantasioso e avvincente.

Voto:  6,5                           Stefano Coccia

 

GIRL OF TIME - Toki o kakeru shôjo
(Nobuhiko OBAYASHI)

REGIA: Nobuhiko Obayashi
PAESE: Giappone, 1983
SCENEGGIATURA: Wataru Kenmochi, Yasutaka Tsutsui
ATTORI: Tomoyo Harada, Takako Irie, Wakaba Irie
DURATA: 104 minuti


Dopo lo strano incidente capitatole nel laboratorio di chimica, una normale studentessa delle superiori si trova a rivivere più volte la stessa giornata, scoprendo così di poter viaggiare nel tempo.

Sospesi nel tempo

Il motivo per cui gli organizzatori del Future di Bologna hanno voluto riproporre questo lungometraggio di Nobuhiko Obayashi, datato 1983, appare abbastanza evidente: trattasi di uno dei più noti adattamenti cinematografici del bel racconto scritto da Yasutaka Tsutsui nel 1965, racconto che recentemente ha ispirato anche The Girl Who Leapt Through Time, l’apprezzatissimo lungo di animazione targato MadHouse. Proiettato durante la serata conclusiva del festival, Girl of Time ha sorpreso quel pubblico che non si era mai confrontato con l’autore, grazie ad un mix davvero irresistibile di fantasiose trovate e momenti assolutamente ingenui, per non dire trash; difficile sostenere che l’espressione appaia esagerata, in rapporto a quel finale nel quale la protagonista Tomoyo Harada, all’epoca stellina nascente del pop e del cinema giapponese, si produce in una sorta di scombiccherato videoclip! Eppure, nonostante la recitazione a tratti acerba e certi dialoghi improbabili facciano il resto, non ci si lasci ingannare: la fiction cinematografica di Nobuhiko Obayashi è, come sempre, una miniera di invenzioni narrative e stilistiche accompagnate da grande libertà espressiva, ed in questo assolutamente godibili. La compenetrazione di elementi fantastici, pulsioni adolescenziali e quotidianità, riprodotta ottimamente anche in questo film, ha rappresentato negli anni ‘80 il suo marchio di fabbrica, come ebbero occasione di constatare gli spettatori della retrospettiva presentata a Roma, un bel po’ di tempo fa, dall’Istituto di Cultura Giapponese. Oltre allo stesso Girl of Time vi fu modo di vedere altre pellicole, tra cui i precedenti lungometraggi Hausu (The house, 1977) e Tenkosei (Exchange Students, 1982). Una costante nelle opere di Obayashi è la grande spregiudicatezza formale, abbinata al gusto per il fantastico, che consente a film come Girl of Time di collezionare brevi inserti animati, effetti speciali di sapore artigianale, ed intere sequenze organizzate visivamente alla maniera di un collage. Tutto questo per raccontare, nel caso in questione, la singolare odissea di una liceale giapponese che insieme alla possibilità di viaggiare nel tempo scopre anche l’amore, grazie alla presenza “under cover” di un ragazzo proveniente dal futuro.

Voto:                             Stefano Coccia

 

HELLO KITTY STUMP VILLAGE
(Studio Tomorrow)

PAESE: Giappone – Corea del Sud, 2006
PRODUZIONE: Studio Tomorrow
DURATA: episodi di circa 10 minuti


Adoperandosi di continuo per inventare nuovi giochi, portare a termine qualche lavoretto utile, e risolvere piccoli bisticci tra amici, gli abitanti del villaggio di Hello Kitty conducono un’esistenza tutto sommato tranquilla… beati loro!

Voglio andare a vivere in campagna. Miao!

A vederlo da lontano assomiglia un po’ al villaggio dei Puffi. E in fin dei conti i paciosi abitanti di Hello Kitty Stump Village (Il villaggio di Hello Kitty) condividono spesso e volentieri il particolare destino degli esserini blu: ovvero finire sulle cartelle, i diari e i quaderni degli scolari di mezzo mondo! Accantonando per un attimo l’ironia che operazioni del genere tendono inevitabilmente a suscitare, ci troviamo con nostra grande sorpresa ad ammettere che dall’accordo tra i giapponesi della Sanrio, proprietari del marchio, e i coreani di Studio Tomorrow, realizzatori della nuova serie animata, è uscito fuori un prodotto più che dignitoso. Hello Kitty, My Melody e gli altri animaletti del gruppo, fatti agire in uno scenario bucolico rappresentato con la giusta freschezza e colori vivaci, danno vita a esili avventure che sicuramente sapranno coinvolgere i più piccini, avvalendosi peraltro delle risorse espressive di un’animazione a passo uno condotta con molta perizia. Gli episodi di Hello Kitty Stump Village si distinguono perciò tanto per l’abilità con cui vengono animati i pupazzi in questione, che per lo spirito quasi pedagogico con cui sono introdotte le azioni dei personaggi, graziose creature non immuni da piccoli litigi e ripicche infantili, ma sempre pronte a ricucire i rapporti con un pensiero gentile. Ed è frequente che questo pensiero si concretizzi in qualche stravagante regalo costruito con le proprie mani da Hello Kitty o da qualcun altro dei suoi amichetti; il che manifesta anche, volendo, uno stimolo verso la manualità da non trascurare, trattandosi di lavori d’animazione rivolti prevalentemente ad un pubblico di bambini in tenera età. Ma qualche adulto disposto ad emozionarsi, di fronte alle piccole amenità di questo mondo idilliaco, lo si può sempre trovare… vero, Coccia? Vero, Baroncini?

Voto:                             Stefano Coccia

 

THE BOONDOCKS
(Sony Pictures)

PAESE: Usa, 2005
PRODUZIONE: Sony Pictures
SOGGETTO: episodi che si ispirano al fumetto di Aaron McGruder


Il violento confronto tra due vecchietti che si provocano a vicenda, usando il nomignolo “negro” ogni cinque secondi; la strana fobia di un giovane avvocato di colore, che teme da sempre di finire in carcere per errore ed essere sodomizzato da qualche bruto; le disavventure di un “gangsta rapper” dalla condotta non proprio ineccepibile; tutto questo e molto altro ancora, filtrato dallo sguardo penetrante di Huey Freeman, un ragazzino afroamericano che guarda a modelli come Malcolm X.

Black or nigger?

A Bologna ne sono state presentate solo alcune puntate, ma su certi canali televisivi la serie fa già tendenza, e non mancano neppure gli estimatori della prima ora, quelli che si leggevano le strip su Linus o in altre raccolte. Stiamo parlando ovviamente dei Boondocks e della loro dirompente rivisitazione dell’ “american way of life”.
Creato da Aaron McGruder per la rivista universitaria “The Diamondback”, The Boondocks nasce come fumetto nel 1997, diventando presto un cult. La storia della serie animata è più recente, ma sta già ricevendo consensi per l’irriverenza con cui vengono affrontati particolari argomenti. Dall’assaggio che abbiamo avuto durante il Future l’impressione è che la qualità dell’animazione non faccia faville, mentre i personaggi restano impressi e sono soprattutto le singole storie a distinguersi, non solo per il loro umorismo acido, ma per l’approccio originale a temi e situazioni in cui il “politically correct” va a farsi benedire. Basta vedere la puntata in cui si discute di cosa sia un “Negro moment”, per chiarirsi le idee: quell’America che da sempre ha difficoltà nell’impostare un qualsiasi rapporto inter-razziale, senza incappare in atteggiamenti violenti o rimozioni ipocrite, sembra implodere su se stessa. Al contempo, lo sguardo sui media è livido. Ed è la stessa comunità afroamericana ad essere chiamata in gioco, facendosi qui affidamento sul prezioso bonus dell’auto-ironia, in modo da poterne passare al setaccio svariati modelli culturali e metterne così in discussione i più consolidati cliché.

Voto:                             Stefano Coccia

 

 

 

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