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a cura di LUCA
BARONCINI
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INTRODUZIONE
È
appena calato il sipario sulla quinta edizione del FUTURE FILM FESTIVAL,
svoltasi a Bologna dal 15 al 19 gennaio, e le prime immagini che vengono
alla mente, ripensando ai cinque giorni trascorsi, sono un caotico
miscuglio di pixel, freddo, meraviglia e stress.
Pixel,
perché sono il fondamento del festival, che si occupa delle Nuove
Tecnologie del Cinema d’Animazione
Freddo, perché la multisala Capitol, priva di atrio, ha
costretto il pubblico a lunghe file rasoiati dal gelo di gennaio
Meraviglia, perché un festival è sempre un’esperienza
elettrizzante, con l’opportunità di entrare e uscire in poche ore da
mondi forse inconciliabili e paralleli
Stress, perché …, ma procediamo per gradi …
Grandi
novità quest’anno: cambiamenti al vertice (Oscar Cosulich sostituisce
Andrea Romeo al fianco di Giulietta Fara), un programma fitto di
appuntamenti e una nuova sede. Le positive ambizioni hanno però
incontrato non poche difficoltà nei tanti (troppi!) inconvenienti,
molti forse imprevedibili, ma alcuni gestibili con un minimo di
organizzazione e volontà preventiva. Ma entriamo nel merito e prima di
passare alle varie sezioni, e quindi all’anima del festival,
occupiamoci dei dettagli organizzativi:
-
la nuova sede: la multisala Capitol.
Quattro le sale ricavate dalle tre precedenti, con grande attenzione per
il design, elegante e sofisticato, la comodità, poltrone larghe con
poggiatesta, e la tecnologia. Però il nuovo salottino di Bologna è
adattissimo per una serata al cinema, ma assolutamente non funzionale
per un evento di grandi dimensioni come un festival: non c’è un atrio
e le sale sono piccole! La più grande non raggiunge i
400 posti e le due piccole ne hanno solo 115. Risultato: lunghe
file tra i pinguini, spesso non premiate dall’accesso in sala. Basta
pensare che la pubblicizzata e ambita anteprima del secondo capitolo de
“Il Signore degli anelli” è stata vista solo dagli accrediti stampa
e da una parte del pubblico pagante (gli altri sono stati rimborsati).
Nemmeno un accredito culturale e professionale, dopo più di due ore di
fila, è riuscito ad entrare. Non era forse immaginabile che potesse
accadere?
-
Lo staff: tanti (troppi!) i ragazzi dello staff; un
continuo viavai di giovani perlopiù gentili ma disinformati. In più di
un’occasione l’accesso in sala è stato consentito, senza alcun
logico motivo, a proiezione o incontro cominciato; spesso le
informazioni date non trovavano riscontro pratico; il più delle volte
lo staff non era al corrente delle variazioni di programma o di sala o
di orario, con evidenti disagi per il pubblico
-
Gli inconvenienti: proiettori che non si accendono, video
che non si spengono, proiezioni in lingua originale senza avviso
preventivo al pubblico, sottotitoli sfasati rispetto alle immagini, film
presentati in DVD e non in pellicola (“Akira”), proiezioni
straordinarie decise all’ultimo momento, eventi previsti e poi
cancellati. Non tutto si può prevedere e molte sono le variabili quando
la manifestazione è così ricca di appuntamenti, però quest’anno,
anche in confronto alle edizioni precedenti, si è davvero esagerato!
Come
possessore di accredito Stampa sono riuscito il più delle volte ad
entrare in sala, ma amici con accrediti culturali e professionali, dopo
due giorni di file estenuanti hanno rinunciato a proseguire
l’esperienza. Ed è un peccato, perché il “Future Film Festival”
è cresciuto negli eventi proposti, ma sta in modo preoccupante
assimilando la (dis)organizzazione di festival più blasonati e di
richiamo.
Polemiche a parte, entriamo nel vivo della manifestazione analizzando le
varie sezioni che hanno popolato questo caotico ma affascinante viaggio
nel mondo delle nuove tecnologie del cinema d’animazione. |
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SONY
IMAGEWORKS: incontro con Rob Bredow e presentazione del making of di
“Stuart Little II”
La
Sony Imageworks è una società con sede nel Sud della California
composta da un team che varia dalle 400 alle 1.000 persone esperte negli
effetti visivi e digitali. Si è imposta solo da pochi anni nel mondo in
continua evoluzione degli effetti speciali, entrando in diretta
concorrenza con i già affermati leader del settore (I.L.M., P.D.I.,
Digital Domain). L’anno scorso la consacrazione è avvenuta con
“Spider Man” e con il topolino di sintesi protagonista di “Stuart
Little II”.
A presentare il faticoso lavoro alla base dell’animazione digitale,
spesso dato quasi per scontato, arriva, direttamente dagli States, Rob
Bredow, meglio identificabile come Computer Graphic Supervisor. Come
tutti gli incontri tecnici, il rischio prolissità è dietro l’angolo,
ma il giovane americano riesce a conciliare la spiegazione con
l’intrattenimento. Il segreto della sua presentazione è quello di
analizzare le problematiche affrontate durante le riprese mostrando i
vari passaggi fino al risultato finale. Ed è curioso constatare come da
uno zoo sia possibile arrivare al grande schermo di una sala
cinematografica.
Rob
Bredow inizia soffermandosi su due personaggi del film “Stuart Little
II”: Falcon (un falco) e Margalo (un passero). Entrambi hanno creato
non pochi problemi a causa delle piume di cui sono ricoperti. Si è
passati da disegni su carta a vari test molto dettagliati (passaggio da
ali chiuse ad aperte, con un controllo matematico su ogni singola
piuma). Lavorando con uccelli, le piume sono da considerare a livello di
espressività come le dita di una mano e numerosi algoritmi matematici
hanno risolto i non pochi problemi di coerenza visiva.
La
lavorazione, spiega Rob, è stata suddivisa in varie fasi:
-
studio del materiale di riferimento: i tecnici hanno
trascorso intere giornate ad osservare reali falchi pellegrini,
studiando nel dettaglio il perfetto controllo che i volatili hanno su
ogni singola piuma, analizzando cosa succede quando il falco ingoia,
come rotea gli occhi che sono importantissimi perché in essi è
concentrata la resa espressiva dell’animale (al riguardo nel film si
è evitato appositamente che il falco sbattesse le palpebre perché
risultava troppo spaventoso per i bambini)
-
dissezione dell’anatomia: un vero e proprio confronto
tra l’anatomia dell’animale da rappresentare tramite pixel e quella
dell’uomo, apportando opportune modifiche nel caso in cui il movimento
naturale non risulti confacente alla scena da girare
-
modellazione di un pupazzo: per il film se ne è occupata
la Henson
-
aggiunta di pelle e dettagli facciali
-
verifica dell’integrazione tra personaggi diversi:
Margalo, ad esempio, è stato ridotto perché a misura naturale avrebbe
sovrastato Stuart Little, dando più l’idea di un predatore che di un
amico; quanto alle ali, sono state elaborate con misure diverse a
seconda della scena e dell’oggetto con cui dovevano interagire
-
approvazione modelli
-
riggin: movimento dei modelli attraverso la creazione di
uno scheletro digitale; Margalo, ad esempio, non muoveva le anche e la
fluidità finale ha richiesto molti test e sforzi matematici
-
test di animazione: verifica definitiva del movimento in
modo da renderlo il più umano possibile
-
clothing: la vestizione dei personaggi, avvenuta
utilizzando il software Maya che contiene già la possibilità di
utilizzare vari tessuti; la fase è particolarmente delicata perché,
oltre al tessuto, bisogna studiare la reazione di questo con
l’ambiente in cui si muove il personaggio: per esempio il vento nelle
scene in aeroplano, oppure le ombre sul maglione di Stuart
-
lighting: il tentativo di valorizzare l’espressività
dei personaggi di sintesi attraverso un particolare utilizzo della luce:
un raggio di sole illumina la testa di Margalo a simboleggiare la
speranza provata nella scena dal personaggio. Non sempre le luci vengono
disposte in modo naturale; in una sequenza Stuart è innaturalmente
illuminato da dietro per sottolineare dettagli del viso altrimenti non
evidenziabili
-
predisposizione oggetti di scena: il Pishking, edificio in
cui si svolge buona parte dell’azione, non esiste realmente a New
York, ma deriva dall’unione tra una porzione di palazzo reale e un
edificio generato al computer. Il realismo è ottenuto grazie all’”Ambient
Occlusion Pass”, una tecnica innovativa che permette di applicare
un’illuminazione naturale, lontana dal tipico e riconoscibile effetto
visivo digitale. Altri oggetti di scena digitali: l’aereoplano,
l’anello (sembra semplice ma ha richiesto complesse soluzioni per
gestire la rifrazione della luce). Altra tecnica applicata è quella del
Pan-n-tile, in pratica uno sviluppo che sembra reale ma invece è
digitale; ad esempio, le carrellate dall’alto del palazzo o la scelta
di un azzurro intenso per il cielo, solitamente grigio, di New York.
La
fase finale della lunga lavorazione mostrata da Rob (ricordiamo che un
frame di 8 secondi può arrivare a richiedere anche 2 settimane di
lavoro) è un divertente collage degli sfoghi dei vari tecnici che hanno
collaborato alla realizzazione degli effetti digitali del film: vediamo
Geena Davis con i denti neri, Margalo con un’ala ingessata e per
finire Stuart Little che cade dall’alto del Pishking sfracellandosi al
suolo. Ma, rassicura Rob, nessun animale di sintesi è stato realmente
maltrattato nel corso della lavorazione!!!
E
per finire, Rob mostra il gustoso cortometraggio di Eric Armstrong “ChubbChubbs”.
È un perfetto esempio di tecnica evoluta applicata ad una storia
spassosa, che spazia dal musical al gusto per la citazione. Nato come
test, è venuto talmente bene che si è deciso di abbinarlo alle
proiezioni in sala di “Men in Black II” e “Stuart Little II”.
Al
termine dell’incontro c’è da chiedersi sella poltrona su cui si è
comodamente adagiati sia vera o digitale. Chiudo gli occhi, sobbalzo un
po’, temo di vedermi sovrastato da un falco pellegrino in picchiata
verso di me, ma apro subito gli occhi e torno all’interno della
multisala Capitol. I confini tra mondi paralleli, soprattutto in
giornate così movimentate, sono molto sottili. |
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Incontro
con Godfrey Reggio
Il
festival dedica una retrospettiva al mitico autore della trilogia
iniziata nel 1983 con “Koyaanisqatsi”, proseguita nel 1988 con
“Powaqqatsi” e giunta al termine quest’anno con “Naqoyqatsi”.
Ma è lo stesso Godfrey Reggio, un carismatico omone di più di due
metri dall’aria molto guru, a raccontarsi al pubblico. Comincia
l’incontro spiegando che avrebbe voluto mostrare il suo film “Evidence”,
girato a Roma nel 1995, ma non essendo riuscito a predisporne una copia
opta per un racconto del film dalla sua viva voce. “Il film”,
spiega Reggio, “si sofferma sulle reazioni di alcuni bambini
che stanno guardando alla televisione Dumbo”. Ma ecco la
descrizione dalle vive parole del regista, che inventa una sorta di
innovativo reading-film:
“facce
di bambini”
“occhi immobili, rapiti dalle immagini”
“respiro quasi assente”
“un’emozione catatonica dei bambini, quasi come sotto l’effetto
del Prozac”
“ed
in effetti la loro droga è la televisione”
Da
questo momento in poi Reggio comincia un viaggio nella Tecnologia a base
di efficaci slogan, maturati con l’esperienza personale sul campo e
filtrati attraverso la serenità della consapevolezza. Ecco alcuni
estratti del suo discorso.
“Si
parla di televisione dall’esterno e non dall’interno. Sesso e
violenza sono solo una minima parte del problema. Come maceratori di
luce, assorbiamo la luminosità che esce dal tubo catodico senza
metterla in discussione”
Poi
ancora:
“Cinquecento
anni fa in Florida, quattro navi cercavano di attraccare. C’era grande
agitazione a causa degli indiani che abitavano la baia. Si stava per
realizzare il primo incontro tra popoli diversi. Quando sbarcarono i
primi cinquanta bianchi, gli indiani non se ne curarono e li trattarono
con indifferenza. Spagnoli e indiani erano invisibili gli uni agli altri. Noi siamo gli
indiani di cinquecento anni fa e viviamo coltivando un incredibile
potere ma rischiamo di finire schiavizzati perché non siamo capaci di
vedere ciò che ci circonda.”
“I
tre film QATSI sono sulla tecnologia, parola ormai inflazionata e priva
di significato. Di solito si dice che la tecnologia è neutrale, dipende
dall’utilizzo che se ne fa. Questo per me è un grande errore. Non è
qualcosa che usiamo, ma qualcosa che viviamo. La Tecnologia è la nuova
terraferma dell’individuo.”
“Tutti
i linguaggi non descrivono più l’ambiente in cui viviamo. Si può
parlare di Losangeleizzazione del pianeta e il mondo è passato da un
ANIMAMUNDI, che valorizza le differenze, a un TECNOMUNDI, in cui le
differenze sono annullate in nome di una presunta unità”
Dopo
queste prime dichiarazioni sorgono spontanee domande sulla professione
esercitata dallo stesso Reggio. In fondo è un regista che mastica
quotidianamente la tecnologia e nell’ultimo QATSI fa ampio uso di
computer grafica. Non è una contraddizione? Ecco allora che, quasi in
grado di leggere il pensiero, prontamente Reggio risponde:
“Faccio
film. Lavoro con le immagini e quindi con i demoni. L’autore
brasiliano Paolo Fredi fu esiliato in Svizzera dopo avere scritto
“Tecnologia dell’oppresso” a causa del suo tentativo di rinominare
il mondo. È per questo che la trilogia non ha parole: un’immagine,
per me vale mille parole; una parola vale mille immagini”
Poi
si sofferma sui film della trilogia:
“Koyaanisqatsi
analizza la realtà del mondo cosiddetto del Nord, dominato dalla
Tecnologia”
“Powaqqatsi
si occupa del mondo del Sud, in cui sopravvivono l’artigianato e la
semplicità. Il concetto chiave è che i paesi del Sud sono consumati
dal Nord”
“Naqoyqatsi”
affronta la globalizzazione, che trova fondamento nell’immagine
manufatta”
“I
primi due film sono girati in esterni, mentre per l’ultimo le location
sono le immagini stesse, che vengono torturate e modificate”
“In
tutti e tre i film la musica è di Philip Glass e ha la funzione di
raggiungere direttamente l’anima dell’ascoltatore. Ecco quindi la
rinuncia ad un linguaggio esplicito e la scelta della metafora. Il
computer è sotteso ad ognuno dei tre film. Il computer ha assunto un
ruolo divino, il nuovo Pantheon, un Dio che adoriamo e che sta ricreando
il mondo a sua immagine e somiglianza. Il computer produce ciò che
rappresenta, una sorta di nuovo sacramento. Il computer è il nuovo
Frankenstein, non quello hollywoodiano, ma quello originale di Mary
Shelley. Il computer utilizza linguaggi talmente estremi che la lingua
non può esprimerli”
“Al
di là degli effetti pirotecnici è necessaria questa dipendenza dal
computer ai fini della sopravvivenza. Ecco perché siamo tutti dei
Cyborg. Diventiamo ciò che i nostri sensi ci fanno percepire,
diventiamo l’ambiente che ci circonda, quindi diventiamo tecnologia.
Non siamo creature della nostra mente. È il nostro comportamento che
condiziona la nostra mente e non viceversa. Il prezzo che paghiamo è la
perdita della libertà. Siamo liberi quando conosciamo ciò che ci
soggioga. Potremmo provare a dire NO, ma è impossibile e per fortuna la
vita è questo e quello. La libertà è abbracciare le contraddizioni
della vita. Questi film trattano del valore positivo della negazione.
Sono pessimista, ma è l’unica via al cambiamento, quindi metterei la
parola pessimista tra virgolette, utilizzando un modo di dire che è
entrato fastidiosamente nella quotidianità.”
E
per finire
“La
trilogia celebra la tragedia: la mancanza di speranza è stata esclusa
dalla nostra vita. Traendo spunto dai Greci, la tragedia assume un ruolo
catartico. Non esiste destino senza la capacità di resistere.
Continuiamo quindi a lottare contro la dipendenza dalla tecnologia”
Amen!
Opps! Questo l’ho aggiunto io! |
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WALT
DISNEY: incontro con Chris Peterson e presentazione dei personaggi 3D
creati per i parchi a tema
L’appuntamento
con Chris Peterson, sulla carta molto interessante, si rivela invece
estremamente noioso. Un po’ perché si parla a lungo del 3D (quello da
vedere con gli appositi occhialini che trasformano lo schermo e i suoi
abitanti in temibili aggressori tridimensionali) ma non si ha
l’opportunità di sperimentarlo, un po’ perché il taglio è quasi
esclusivamente tecnico, un po’ perché il relatore è disponibile ma non
certo spumeggiante.
Chris
Peterson lavora alla Walt Disney da sei anni. Ha svolto il ruolo di
supervisore alle luci e agli effetti speciali nel film “Dinosaur” e il
suo ultimo progetto è ”The magic Lamp”, un’attrazione stereoscopica
creata per il parco di divertimenti “Disney Tokio Sea”.
Chris
Peterson racconta come si sono evolute le attrazioni nei parchi Disney
dislocati nel mondo. “L’immagine bidimensionale non basta più. Ci
vuole fantasia e originalità”. Ad esempio, l’attrazione originata
da “A bug’s life” prevede l’interazione del pubblico con odori e
animali in animatronic. Mentre “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”
è diventato “Tesoro mi si è ristretto il pubblico”, con una tribuna
mossa da un sistema idraulico per dare al pubblico la sensazione di
essersi rimpicciolito.
Anche “Magic Lamp”, che trae ispirazione da “Aladdin”, prevede la
fusione tra attori su un palco e immagini tridimensionali. La struttura è
quindi un teatro di posa reso orientale con le opportune scenografie.
Chris
mostra in video, prima la parte tridimensionale dell’attrazione, poi la
stessa scena unita alla recitazione degli attori ed entra nei dettagli
tecnici sulla difficile fusione dei due elementi. È la separazione dei
colori (rosso e blu) a creare l’idea di tridimensionalità e la
proiezione avviene tramite due diversi proiettori su vetri polarizzati su
uno schermo argentato.
L’effetto
visivo, mostrato alla fine su pellicola in 35 mm, è tecnicamente
stupefacente, con la sensazione di tridimensionalità anche senza gli
appositi occhialini. Il soggetto prevede varie trasformazioni del genio ma
non racconta una vera e propria storia o perlomeno, vedendo solo le
immagini, non è dato capirlo. Come spesso accade nei parchi a tema, il
trash, anche se iper-sofisticato, è dietro l’angolo. Nel caso specifico
accentuato anche dai personaggi Disney doppiati in giapponese. |
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Incontro
con Art Leonardi, famoso disegnatore della Pantera Rosa e autore dei
titoli di testa del film di Blake Edwards
Non
si deve ad Art Leonardi, successivo disegnatore, la creazione della mitica
Pantera Rosa, ma a Friz Freleng. Il muto cartone animato non nasce come
serie autonoma, ma deve il suo successo all’omonimo film di Blake
Edwards, in cui movimenta con ironia i titoli di testa. Il successo è
tale che la Pantera Rosa, accompagnata dall’intramontabile tema musicale
di Henry Mancini, diventa una vera e propria star, con cartoni tutti suoi
e merchandising di vario tipo.
Art Leonardi si presenta al pubblico del FutureFilmFestival con vario
materiale di repertorio. Non particolarmente brillante nell’esposizione,
il disegnatore della Pantera Rosa affida alle immagini il compito di
tenere desta l’attenzione. Tra gli spezzoni presentati: i titoli di
testa de “La vendetta della Pantera Rosa” e di “Sulle orme della
Pantera Rosa”, due veri e propri cortometraggi animati con gag
divertenti e ritmate. Tra gli episodi spassosi raccontati da Leonardi, un
incidente “mortale” accaduto sul set e ben visibile nella sequenza
finale di “La vendetta della Pantera Rosa”: Peter Sellers arriva con
la sua auto scassata sotto casa di Dyan Cannon. La bionda scende e i due
si fermano a parlare sul marciapiede, ma durante il dialogo l’auto
parcheggiata ha un tracollo e cade a pezzi. Osservando attentamente la
scena, si può notare sul lato destro dello schermo un piccione che cade
rovinosamente al suolo. Tanto che la Cannon, quando i due decidono di
andarsene a piedi, si gira per vedere cosa è successo. Come spiega
Leonardi, una molla dell’auto, partendo verso l’alto, ha
irrimediabilmente colpito un piccione.
Che dire: buona la prima!!! |
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Future
Film Short: selezione di cortometraggi da tutto il mondo
È
una delle sezioni più interessanti del festival perché raggruppa
cortometraggi animati provenienti da ogni parte del mondo e permette di
tastare il polso sul fermento tecnologico in atto ad ogni latitudine del
pianeta. In alcuni casi si capisce chiaramente come il corto funzioni da
curriculum per mostrare le capacità tecniche dell’autore, ma in altri
casi il talento visivo esce dai canoni della promozione e diventa opera
autonoma e personale in grado di colpire l’immaginario dello
spettatore.
Una quarantina gli Short presentati. Tra gli altri:
-
QUI
VEUT DU PATÈ DE FOLE?
di Anne-Laure Bizot e Amélie Graux. Un mondo grottesco,
sottolineato da un incisivo e straniante tema musicale, in cui un
bambino è circondato da una famiglia che si preoccupa solo di mangiare
il più possibile. Il piccolo troverà rifugio nel frigorifero, ma non
riuscirà a sfuggire alla voracità dei familiari. Un universo sinistro
e inquietante reso con efficacia da un’animazione a passo uno di
pupazzi in plastilina.
-
MOUSE
di Wojtek Wawszczyk. Produzione tedesca che evoca atmosfere
kafkiane in cui l’uomo è socialmente riconosciuto in base
all’animale che lo accompagna. Il protagonista è malvisto a causa di
un topolino. Una interessante e ben condotta
critica al conformismo e alle trappole sociali.
-
PUPPETS
di Andrea Fazzini. Uno dei pochi corti italiani presenti nella
rassegna. Sembra più che altro il promo di un videogioco, con il solito
cyborg che impazzisce e vive di vita propria. Poco originale ma efficace
nell’animazione in computer grafica.
-
COSMIC COWBOYS di Francois Rosso, Hugo Gittard, Laurent
Nicolas. Dalla Francia arriva un coniglietto rosa apparentemente innocuo
in realtà cattivissimo. Ritmato e a tratti divertente, si dimentica in
fretta.
-
LE PAPILLON di Antoine Antin, Jenny Rakotomamonjy. Ancora
la Francia con una breve storia ambientata nel Giappone feudale.
Efficaci, nella loro semplicità, i fondali in acquerello.
-
HISTOIRE DE CESARIA
di Camille Henrot. È uno dei corti più interessanti della rassegna,
proviene dalla Francia e ha ricevuto il premio speciale della giuria al
“Festival International du Film d’Animation di Annecy”. Racconta,
in un evocativo bianco e nero, la presa di coscienza della fruttivendola
Cesaria che passa il giorno al lavoro e la vita a fianco di un uomo che
la ignora. Liberandosi di ciò che non la soddisfa riuscirà a
raggiungere una nuova consapevolezza.
-
Kayàs
Screen Test
di Alceu Baptistao. Dal Brasile pochi fotogrammi dimostrano
l’elevato livello tecnico raggiunto nella creazione di personaggi di
sintesi umani. Una giovane e bella ragazza insinua per pochi secondi il
dubbio: vera o digitale?
-
THE
CATHEDRAL
di Tomek Baginski. Un corto di fantascienza polacco in cui la
tecnica domina sul racconto. Apocalittico, a tratti suggestivo,
ma lungo e poco coinvolgente.
-
SALLY BURTON di Anna Kubik. Rievoca atmosfere alla Tim
Burton questo bel cortometraggio tedesco in cui una inquietante ragazza,
dai capelli crespi e dal volto affusolato, sogna di diventare un albero.
Dopo vari tentativi riuscirà nel tentativo di trasfigurarsi. Nonostante
il lieto fine, lascia un retrogusto di cupa malinconia.
-
SHH di Adam Robb. Dall’Australia un corto bellissimo in
cui l’idea, applicata ad una tecnica semplice, regala cinque minuti
entusiasmanti. Un bambino non vuole saperne di smettere di piangere.
Esplorando il suo inconscio si cercherà di tramutare gli elementi
negativi in positivi. Impossibile da raccontare è da vedere e gustare.
Geniale.
-
BIG
CAN CAN di
Steve Agland. Un frenetico can can ballato da bidoni della
spazzatura animati in digitale. Folle e divertente, un’altra sorpresa
dall’Australia.
-
PINOCCHIO di Michele Restaino. Nell’anno del celebrativo
e deludente Pinocchio di Benigni, una dissacrante vendetta del burattino
di legno nei confronti di Geppetto, ripetutamente preso a martellate.
Caustico e graffiante.
-
PASSING
MOMENTS
di Don Phillips. Un uomo e una donna in autobus animati in
computer grafica. Dagli Stati Uniti, un glossario non particolarmente
incisivo delle occasioni perdute.
-
DAS
RAD
di Chris Stenner, Heidi Wittilinger, Arvid Uibel. Storia di due pietre,
da prima della nascita dell’uomo fino a dopo la sua scomparsa. Tutto
passa, cambia e si evolve, ma le due pietre hanno i soliti problemi
quotidiani da affrontare: la noia e il muschio. Le pietre sono animate
in stop motion e, essendo entità geologiche, per loro il tempo passa
molto lentamente, mentre l’evoluzione corre a velocità frenetica.
Ottimo connubio tra tecnica e racconto. |
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Anteprima del film
"IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LE DUE TORRI"
di Peter Jackson
E
la Saga continua
È
passato un anno, con tutto il concentrato di vita racchiuso nella
convenzione dei giorni che si succedono ineluttabilmente, ma nella Terra
di Mezzo il tempo si è fermato ed è finalmente giunto il momento di
ricominciare l'avventura. "Le Due Torri" inizia esattamente
dov'era finito il primo riuscito episodio: nessun riassunto
della puntata precedente, secondo il volere di Peter Jackson che temeva un
approccio televisivo, ma subito all'interno dell'azione per continuare il
viaggio. Indubbio il talento visivo di Jackson e la quasi sovrumana
capacità di tenere sotto controllo una storia così complessa e
articolata, ma la obbligata frammentazione di questo secondo episodio
limita per forze di cose il coinvolgimento. Pur riuscendo sempre a trovare
appigli a cui aggrapparsi, per non perdersi nella moltitudine di
personaggi e situazioni, si fatica un po', a meno di non essere
approfonditi conoscitori della saga di Tolkien, a distinguere, non tanto
le molteplici creature, quanto le diverse motivazioni di ogni personaggio.
La prima parte scorre compatta e avvince, poi i continui rimandi da una
sezione all'altra del racconto appesantiscono un po' la visione fino alla
spettacolare battaglia finale. Tra i nuovi personaggi colpisce
l'espressività del quasi completamente di sintesi Gollum, lacerato da una
scissione psicologica non certo originale ma di indubbia efficacia. Il
vagare di Pipino e Merry, trasportati da Barbalbero nella foresta di
Fangorn, è invece la parte meno riuscita del film e, pur essendo
funzionale alla narrazione, evoca una suggestione che non riesce a creare.
Anche Gandalf, nel passaggio dal Grigio
al Bianco, perde in carisma e diviene un supereroe tra i tanti. In
generale si può dire che la maggior parte dei personaggi perde quelle
sfumature preziose che avevano contribuito a mantenere alta la tensione
nel film capostipite. Ne "Le due torri", infatti, anche quando
l'eroe è solo contro mille nemici, o cade da una roccia a precipizio sul
vuoto, siamo sicuri che in qualche modo ce la farà e la possibilità di
anticipare la vittoria riduce la tensione emotiva. Nonostante una maggiore
cupezza di insieme, una a volte inopportuna ironia (le solite battutine
virili) stempera troppo le tinte. Lo stesso Frodo ha cedimenti nei
confronti del potere dell'anello di prevedibile esito. In ogni caso, un
grande spettacolo.
C'è
chi ha visto nella determinazione alla guerra, alla base del film, una
sorta di metafora dell'attuale situazione tra U.S.A. e Irak e in effetti
... ma per una volta evitiamo metafore, collegamenti e analisi delle
intenzioni e lasciamoci trasportare, per quel che ci è possibile,
nell'epica avventura.
Voto:
7,5 |
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ELYSIUM
(KWON
Jae-Woong)
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NAZIONE:
Corea
REGIA: Kwon Jae-Woong
SCENEGGIATURA:
Park Jung-Hoon
MUSICA: Sebastian Arocha Morton
PRODUTTORI: Kim Seok-ki, Oh Won-Chul
DURATA:
85’
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Nell’anno
2113 un ragazzo diciottenne deve lottare per la sopravvivenza della
specie affrontando un misterioso nemico proveniente dall’astronave
Elysium.
Cyborg
senz'anima
Personaggi
interamente di sintesi popolano questo anonimo film di fantascienza
coreano, vero compendio di tutti i luoghi comuni dei cartoni animati
giapponesi: l’amore puro destinato a non realizzarsi, uno scenario
post-atomico, robot enormi (tipo
Mazinga e Goldrake) in continua lotta tra loro, un cattivone che pare
Don Zauker di Daitarn III. Pur ricalcandone in modo sofisticato la
forma, però, non riesce a evocarne, se non in superficie, la liricità,
specie nella rappresentazione dei dissidi interiori dei protagonisti.
Piuttosto, scimmiotta uno stile MTV con eroi Big Jim ed eroine Barbie,
dove il ritmo fracassone copre qualsiasi approfondimento. Quanto alla
tecnica, risulta perfetta nei combattimenti tra robot, ma assolutamente
non funzionale all’espressività nel lato umano della storia, con
personaggi che l’animazione 3D rende privi di anima. Più che un film
potrebbe essere il “pilot” di un videogioco: azione, azione,
azione!!!
Voto: 4,5 |
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SPIRITED AWAY
(Hayao MIYAZAKI)
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REGIA:
Hayao Miyazaki
SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Hayao Miyazaki
MUSICA:
Joe Hisaishi
SUPERVISORE
DELL’ANIMAZIONE: Masashi Andou
DIREZIONE ARTISTICA: Youji Takeshige
PRODUZIONE: Studio Ghibli
DURATA: 124’
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La
piccola Chihiro è in macchina con i suoi genitori e si sta dirigendo
nella nuova casa. Il padre sbaglia strada e la famiglia si trova davanti
a una grande costruzione in apparenza abbandonata. L’entrata è un
lungo e buio cunicolo. Chihiro vorrebbe non entrare ma segue i genitori
che, incuriositi, vogliono scoprire dove sono capitati.
Chihiro
nel Paese delle Meraviglie
È
un percorso onirico quello compiuto dalla giovane protagonista del nuovo
film del maestro giapponese Miyazaki Hayao. Una sorta di viaggio
nell’inconscio reso necessario dal difficile passaggio
dall’infanzia all’adolescenza, in cui un mondo interiore, ricco di
speranza, si scontra con la concretezza della vita. Un cammino che
rischia di essere a senso unico se non si hanno la forza e la capacità
di prendere in mano la propria esistenza, assumendosi responsabilità,
facendo scelte, anche dolorose, non tradendo il proprio istinto e le
proprie intuizioni ma anche non cedendo
alle trappole dell’illusione. È la purezza dello sguardo a salvare
ripetutamente la piccola Chihiro, a consentirle di aggiungere tasselli
al suo lungo e difficile percorso iniziatico. E lo spettatore accompagna
la protagonista nel suo viaggio incontrando divinità a riposo, streghe
macrocefale, lupi volanti, escrementi animati e mostri di ogni foggia.
Un universo fantasioso e colorato, curato visivamente fin nei minimi
dettagli, dove la narrazione procede in modo razionale, seguendo le
varie prove subite dalla protagonista, ma si scontra con
l’irrazionalità degli eventi che si succedono, proprio come in un
sogno, senza rispondere apparentemente ad alcuna domanda.
La
visione affascina senza riuscire sempre a conquistare, ma le varie tappe
del viaggio di Chihiro danno la sensazione di essere stati testimoni di
un punto di vista prezioso. C’è una sorta di immedesimazione con il
mondo onirico della protagonista. Un’identificazione che non nasce da
appigli reali, ma si lega probabilmente a un vissuto emotivo che tutti,
invariabilmente, abbiamo respirato nei confusi anni dell’adolescenza,
in cui bene e male cercavano risposte assolute e non si accontentavano
di convivere.
Voto: 8 |
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L'UOVO
(Dario PICCIAU)
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REGIA:
Dario Picciau
CHARACTER
DESIGNER: Mauro Gandini, Eloisa Scichilone
3D MODELER e 3D CHARACTER DESIGNER: Marco Pavone
PRODOTTO DA: Max Reynaud, Dario Picciau, Roberto Malini e Synthesis
International
TRATTO
DAL POEMA IN VERSI DI: Roberto Malini
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Maria
vive una vita serena accanto a Fabio, fino a quando non resta incinta e
partorisce un uovo.
Eran’i
pixel d’oro a l’aura sparsi
Assai
pubblicizzato e fortemente sostenuto dall’organizzazione del Festival
arriva, pronto per il mercato home-video, il primo medio-metraggio
tridimensionale italiano. Il film è coraggioso e non privo di fascino,
ma si rivela un esperimento perlopiù pretenzioso. La storia, che
ricorda l’incubo lynchano di “Eraserhead”, prevede una tranquilla
e serena coppia (da Mulino Bianco d’altri tempi), prima rallegrata
dalla futura maternità e poi sconvolta dalla nascita di un inquietante
e inatteso uovo di carne. La madre si lega con affetto alla creatura, il
padre la rifiuta, fino al tragico epilogo. Ed è proprio la conclusione
a lasciare molti dubbi sull’interpretazione del soggetto. La frase
promozionale suggerisce “la storia che risveglierà la parte migliore
di te”, mentre ciò che si evince dalla visione pare contaminato dal
peggio della morale cattolica dilagante, con la diversità assimilata
alla mostruosità, con l’affetto materno interpretato come nevrosi,
con la famiglia tradizionale come unico baluardo della società. Quanto
alla tecnica, alcune scelte stilistiche assolvono la duplice funzione di
ambire all”Arte” e di coprire le carenze tecniche. I due
protagonisti sono infatti legnosi e poco espressivi, ma i dialoghi sono
ridotti al minimo a causa di una narrazione che procede per
endecasillabi, sciorinati con enfasi fuori campo. Discorso analogo per
l’onnipresente effetto “vetro” che contamina ogni sequenza: regala
atmosfere di derivazione pittorica e maschera ulteriormente
l’inespressività dei protagonisti di sintesi.
Voto: 5 |
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MERCANO EL MARCIANO
(Juan ANTIN)
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REGIA:
Juan Antin
DIREZIONE ARTISTICA: Ayar Blasco
ANIMATORE: Maximiliano Balbo
PRODUTTORE ESECUTIVO: Mario Santos
DURATA:
87’
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Mercano
è un marziano che capita in Argentina. Da uno scantinato cerca di
contattare il suo pianeta ma conosce un complessato ragazzino, figlio di
uno dei corrotti uomini di governo del paese. Tra i due si stabilirà
una costruttiva complicità.
Mira,
el Marciano!!!
Non
solo Oriente e Occidente si confrontano nella sfida tra cartoni animati,
ma anche il Sud del mondo. “Mercano el marciano” è infatti una
giovane produzione argentina. L’aspetto più originale e accattivante
del film di Juan Antin è che, per una volta, i verdi marziani non
vogliono radere al suolo l’America o distruggere i grattacieli
di Tokio, ma capitano in una Buenos Aires devastata dai problemi
economici. A parte una simpatia di fondo per il soggetto, il film non si
discosta troppo da una puntata de “I Simpson”, da cui trae
ispirazione nel tratto del disegno e nel cinismo di fondo. Ritmato e a
tratti divertente, contestualizza il protagonista con efficacia, ma
interpreta in modo un po’ grossolano la difficile situazione politica
ed economica dell’Argentina. È vero, in fondo è un cartone animato e
per forza di cose la sintesi si rivela necessaria nella costruzione
delle psicologie dei personaggi, ma l’estremizzazione attuata
dall’autore limita l’obiettività dello sguardo a favore di una
facile satira.
Voto: 6 |
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MY BEAUTIFUL GIRL,
MARI
(Sung-gang LEE)
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REGIA:
Sung-gang Lee
SCENEGGIATURA: Soo-jung Kang, Mi-ae- Seo, Sung-gang Lee
DIREZIONE
ARTISTICA: Min-ho Kim
SCENOGRAFIA: Ji-heun Hong
DIREZIONE DELL’ANIMAZIONE: Moon-hee Kim
FOTOGRAFIA:
Kun-uk Kwon
MONTAGGIO:
Gok-ji Park
MUSICA:
Byung-woo Lee
SUONO: Seok-won Kim
DURATA:
80’
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Nam-woo
e Jun-ho sono amici di infanzia e si ritrovano a Seul molti anni dopo
essersi persi di vista. Nelle ore che trascorrono insieme ricordano gli
anni vissuti nel piccolo paese di pescatori dove sono nati.
Poesia
in pixel
Fin
dalla prima bellissima sequenza, in cui seguiamo il planare di un
gabbiano tra i grattacieli
di Seul, il lungometraggio coreano di Sung-gang Lee si caratterizza per
l’estrema abilità con cui riesce a coniugare un racconto intimo con
la perizia tecnica. Per una volta nessun robot, niente distruzioni
galattiche, ma la quotidianità di due ragazzini, amici inseparabili
separati dalla vita. Il film racconta il difficile passaggio
dall’infanzia all’adolescenza dei due protagonisti e contrappone, a
un mondo reale fatto di scuola, mare, dissidi familiari e interiori, un
universo fantastico in
cui trovare rifugio, dove rintanarsi e incontrare qualcuno che senza
parlare ci capisce e ci coccola. Lo stile visivo adottato dal regista
rispecchia perfettamente il taglio del racconto, con una prevalenza di
tinte pastello e un’animazione in 3D morbidamente nascosta sotto una
colorazione bidimensionale. I risvolti onirici richiamano alla mente
l’universo fantastico di Hayao Miyazaki e, pur nella loro bellezza,
sono forse la parte meno originale del film. Più riuscite le sfumature
del quotidiano, rese con una delicatezza non priva di incisività.
Pervaso da un sentimento nostalgico, il lungometraggio non sfocia mai in
un greve piangersi addosso dei protagonisti, che evitano i rimpianti a
favore di una lucida consapevolezza. Giustamente premiato con il Gran
Prix al “Festival International du Film d’Animation di Annecy”,
speriamo riesca a trovare una distribuzione anche in Italia.
Voto: 8 |
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HOTEL
(Mike FIGGIS)
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REGIA:
Mike Figgis
INTERPRETI: Fabrizio Bentivoglio, Saffron Burrows, Elisabetta
Cavallotti, Valentina Cervi, George DiCenzo, Andrea Di Stefano, Nicola
Farron, Valeria Golino, Salma Hayek, Danny Huston, Rhys Ifans, John
Malkovich, Chiara Mastroianni, Laura Morante, Ornella Muti, Burt
Reynolds, Stefania Rocca, Julian Sands, David Schwimmer
DURATA:
112’
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Una
troupe si installa in un hotel veneziano per girare un film, ma
nell’albergo si respira un’aria inquietante.
Embhè?
Immaginiamo
un gruppo di artisti intellettuali annoiati dall’ampiamente rodata
espressività del mezzo cinematografico che decidono di buttarsi in un
progetto sperimentale. Il risultato è “Hotel” di Mike Figgis. Il
discontinuo regista inglese ha riunito nell’albergo Hungaria del Lido
di Venezia una quarantina di attori, perlopiù famosi, dopo avere loro
inviato, tramite posta elettronica, un trattamento di massima a cui
attenersi. Nessuna monolitica sceneggiatura quindi, ma un vero e proprio
lavoro di gruppo, maturato giorno dopo giorno attraverso visioni
collettive del girato, discussioni e conseguenti decisioni prese in
comune. L’abbozzo di storia imbastito prevede una troupe
cinematografica ospite a Venezia in un albergo in cui avvengono strani
incidenti. Il fine è quello di girare in stile Dogma “La Duchessa
di Amalfi”. Ma la storia del film nel film (che novità!) è solo un
pretesto per consentire agli attori di esprimersi al di là delle rigide
battute di un copione. Secondo le intenzioni di Figgis, il tentativo di
filmare la verità di un attimo sfruttando le potenzialità del mezzo
digitale. Nel risultato, un guazzabuglio non privo di inventiva, con
momenti riusciti ma senza la sufficiente ironia per trasformarlo da
prodotto elitario, utile unicamente a chi vi ha partecipato, a vera e
propria esperienza cinematografica. Senza l’appeal dei divi che hanno
aderito al progetto, infatti, il film perderebbe qualsiasi attrattiva.
Anche il digitale viene spremuto nelle sue più inflazionate varianti:
sgranature, traballante macchina da presa a mano, effettacci. Non manca
il “must” di Figgis: lo “split-screen”, che seziona parti del
racconto in quattro simultanee porzioni di schermo; scelta ormai usurata
ma utilizzata perlopiù con efficacia. Quanto agli attori, Salma Hayek e
Lucy Liu si godono la vacanza italiana con divertimento, Laura Morante
conferma le sue doti espressive pur confinata nel mutismo del suo ruolo,
Valentina Cervi si prende un po’ troppo sul serio, Burt Reynolds e
Ornella Muti paiono di passaggio, Valeria Golino si doppia in modo
terribile, Stefania Rocca si spoglia con credibilità, Chiara
Mastroianni pensa di essere una “dark lady” ma suscita ilarità
involontaria, Fabrizio Bentivoglio vaneggia per pochi minuti, John
Malkovich fa se stesso, mentre David Schwimmer, Saffron Burrows e Rhys
Ifans credono nel progetto e si sperimentano con convinzione.
Apprezzabile
nelle intenzioni, all’inizio il film si segue con curiosità, ma
quando la grevità prende il sopravvento la cifra stilistica diventa
insopportabile. Forse anche i “divi” dovrebbero capire che non tutto
ciò fanno o dicono può suscitare interesse.
Voto: 4,5 |
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GHOST SHIP
(Steve BECK)
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REGIA:
Steve Beck
INTERPRETI: Gabriel Byrne, Julianna Margulies, Ron Eldard, Desmond
Harrington, Isaiah Washington, Alex Dimitriades, Karl Urban, Emily
Browning
SOGGETTO:
Mark Hanlon
SCENEGGIATURA: Mark Hanlon, John Pogue
FOTOGRAFIA: Gale Tattersall
MUSICA:
John Frizzel
COSTUMI: Margot Wilson
PRODUTTORI:
Joel Silver, Robert Zemeckis, Gilbert Adler
DURATA:
91’
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È
il 1962 e una lussuosa nave da crociera italiana sta navigando verso
l’America. Nessuno immagina che per tutti i passeggeri la
spensieratezza del viaggio sarà presto interrotta in modo terribile.
Quarant’anni dopo, un gruppo specializzato nel recupero di tesori
sommersi decide di …
Sen(d)za
Fine
A
Robert Zemeckis, Gilbert Adler e Joel Silver, titolari della società
Dark Castle, dobbiamo due recenti remake di film di William Castle:
l’interessante “Il mistero della casa sulla collina” e il per
nulla riuscito “I tredici spettri”. Quest’ultimo porta la firma di
Steve Beck, abile creatore di effetti speciali ma non di suspence, che
torna ad occuparsi di fantasmi, sempre sotto l’egida della Dark Castle,
dirigendo il nuovo “Ghost Ship”. Non più una casa in cui perdersi,
ma un luogo ugualmente claustrofobico: il relitto di una grande nave da
crociera scoperto da un equipaggio specializzato nel recupero di tesori
sommersi. Nessun luogo comune del genere ci viene risparmiato: il
fantasma di una bambina di bianco vestita, la tensione di un luogo
chiuso che amplifica la portata dei conflitti, i “buh!” improvvisi,
l’impossibilità di fuga, la progressiva decimazione
dell’equipaggio. L’insieme, non certo originale, è però
orchestrato con ritmo e adeguate soluzioni visive (il flashback che
ricostruisce lo sterminio avvenuto sulla barca nel 1962). Pur non
riuscendo nell’intento di spaventare, funziona a dovere come puro
intrattenimento. Ottima la sequenza iniziale, in cui le note di “Senza
fine” di Gino Paoli, cantate da una sensuale vamp vestita rosso fuoco
(nelle intenzioni italiana, ma tradita dalla pronuncia all’americana
“sendza”), accompagnano la fantasiosa carneficina gore del prologo.
La narrazione prevede che il transatlantico protagonista sia italiano e
per il pubblico nostrano sarà divertente notare i dettagli
all’interno della nave, non sempre curati alla “perfezione” (vedi
la targhetta “cabina di capitano”). Cinema non certo di sfumature
quindi, privo di retrogusto e determinato a catturare l’attenzione
dello spettatore attraverso il ritmo dell’azione. Se si sta al gioco
non ci si annoia.
Voto: 6 |
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LA CARICA DEI 101 II
(MACCHIA, UN EROE A LONDRA)
(Jim KAMMERUD - Brian SMITH)
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REGIA:
Jim Kammerud e Brian Smith
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A
volte ritornano
Dopo
il classico del 1961 e due film con attori (umani e canini) in carne ed
ossa, la Walt Disney propone per l’home-video una seconda avventura a
cartoni animati dei 101 simpatici dalmata. L’iniziativa segue una
precisa strategia aziendale che prevede, unicamente per la vendita in
DVD e videocassetta, i sequel di grandi successi commerciali
cinematografici. E così si sono succeduti nell’anonimato
“Pocahontas II”, “La Sirenetta II”, lo scipitissimo “Il gobbo
di Notre Dame II” e l’anno prossimo arriverà anche “Tarzan II”.
L’obiettivo è chiaramente quello di vendere il più possibile,
sfruttando il richiamo di personaggi già fermamente presente
nell’immaginario collettivo. Nonostante le premesse però,
tutt’altro che artistiche, questo sequel si mantiene fedele allo
spirito dell’originale, sia nel disegno che nello spirito, e si
propone come piacevole intrattenimento, soprattutto per i più piccini.
La storiella imbastita propone la solita moralina spicciola in cui, per
distinguerti dagli altri, devi dimostrare di essere migliore di loro, ma
nonostante il messaggio celebrativo della competitività come unica
molla sociale (molto “american way of life”), il film si vede con
simpatia. Merito soprattutto della caratterizzazione dei personaggi,
schematica ma buffa: Crudelia De Mon si conferma come uno dei più
gustosi “cattivi” dei cartoni animati; l’incompreso Lars è una
divertente caricatura dell’artista snob ed eccentrico; il cane Fulmine
fa il verso al mondo dello show-business, dove la cosa più difficile è
“restare sulla cresta dell’onda”.
La
canzone “Prova ancora” è cantata, nella versione italiana, da Paolo
Belli.
Voto: 6 |
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