a cura di   LUCA BARONCINI

 

 

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INTRODUZIONE

SONY IMAGEWORKS: incontro con Rob Bredow e presentazione del making of di “Stuart Little II”
Incontro con Godfrey Reggio

WALT DISNEY: incontro con Chris Peterson e presentazione dei personaggi 3D creati per i parchi a tema
Incontro con Art Leonardi, famoso disegnatore della Pantera Rosa e autore dei titoli di testa del film di Blake Edwards

Future Film Short: selezione di cortometraggi da tutto il mondo

Anteprima: IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LE DUE TORRI di Peter Jackson

ELYSIUM - Kwon Jae-Woong
SPIRITED AWAY - Hayao Miyazaki
L'UOVO - Dario Picciau
MERCANO EL MARCIANO - Juan Antin
MY BEAUTIFUL GIRL, MARI - Sung-gang Lee
HOTEL - Mike Figgis
GHOST SHIP - Steve Beck
LA CARICA DEI 101 (II) - (MACCHIA, UN EROE A LONDRA) - Jim Kammerud, Brian Smith

 

 

INTRODUZIONE

È appena calato il sipario sulla quinta edizione del FUTURE FILM FESTIVAL, svoltasi a Bologna dal 15 al 19 gennaio, e le prime immagini che vengono alla mente, ripensando ai cinque giorni trascorsi, sono un caotico miscuglio di pixel, freddo, meraviglia e stress.
Pixel, perché sono il fondamento del festival, che si occupa delle Nuove Tecnologie del Cinema d’Animazione
Freddo, perché la multisala Capitol, priva di atrio, ha costretto il pubblico a lunghe file rasoiati dal gelo di gennaio
Meraviglia, perché un festival è sempre un’esperienza elettrizzante, con l’opportunità di entrare e uscire in poche ore da mondi forse inconciliabili e paralleli
Stress, perché …, ma procediamo per gradi …

Grandi novità quest’anno: cambiamenti al vertice (Oscar Cosulich sostituisce Andrea Romeo al fianco di Giulietta Fara), un programma fitto di appuntamenti e una nuova sede. Le positive ambizioni hanno però incontrato non poche difficoltà nei tanti (troppi!) inconvenienti, molti forse imprevedibili, ma alcuni gestibili con un minimo di organizzazione e volontà preventiva. Ma entriamo nel merito e prima di passare alle varie sezioni, e quindi all’anima del festival, occupiamoci dei dettagli organizzativi:

-         la nuova sede: la multisala Capitol. 
Quattro le sale ricavate dalle tre precedenti, con grande attenzione per il design, elegante e sofisticato, la comodità, poltrone larghe con poggiatesta, e la tecnologia. Però il nuovo salottino di Bologna è adattissimo per una serata al cinema, ma assolutamente non funzionale per un evento di grandi dimensioni come un festival: non c’è un atrio e le sale sono piccole! La più grande non raggiunge i  400 posti e le due piccole ne hanno solo 115. Risultato: lunghe file tra i pinguini, spesso non premiate dall’accesso in sala. Basta pensare che la pubblicizzata e ambita anteprima del secondo capitolo de “Il Signore degli anelli” è stata vista solo dagli accrediti stampa e da una parte del pubblico pagante (gli altri sono stati rimborsati). Nemmeno un accredito culturale e professionale, dopo più di due ore di fila, è riuscito ad entrare. Non era forse immaginabile che potesse accadere?

-         Lo staff: tanti (troppi!) i ragazzi dello staff; un continuo viavai di giovani perlopiù gentili ma disinformati. In più di un’occasione l’accesso in sala è stato consentito, senza alcun logico motivo, a proiezione o incontro cominciato; spesso le informazioni date non trovavano riscontro pratico; il più delle volte lo staff non era al corrente delle variazioni di programma o di sala o di orario, con evidenti disagi per il pubblico

-         Gli inconvenienti: proiettori che non si accendono, video che non si spengono, proiezioni in lingua originale senza avviso preventivo al pubblico, sottotitoli sfasati rispetto alle immagini, film presentati in DVD e non in pellicola (“Akira”), proiezioni straordinarie decise all’ultimo momento, eventi previsti e poi cancellati. Non tutto si può prevedere e molte sono le variabili quando la manifestazione è così ricca di appuntamenti, però quest’anno, anche in confronto alle edizioni precedenti, si è davvero esagerato!

Come possessore di accredito Stampa sono riuscito il più delle volte ad entrare in sala, ma amici con accrediti culturali e professionali, dopo due giorni di file estenuanti hanno rinunciato a proseguire l’esperienza. Ed è un peccato, perché il “Future Film Festival” è cresciuto negli eventi proposti, ma sta in modo preoccupante assimilando la (dis)organizzazione di festival più blasonati e di richiamo.
Polemiche a parte, entriamo nel vivo della manifestazione analizzando le varie sezioni che hanno popolato questo caotico ma affascinante viaggio nel mondo delle nuove tecnologie del cinema d’animazione.

 

SONY IMAGEWORKS: incontro con Rob Bredow e presentazione del making of di “Stuart Little II” 

La Sony Imageworks è una società con sede nel Sud della California composta da un team che varia dalle 400 alle 1.000 persone esperte negli effetti visivi e digitali. Si è imposta solo da pochi anni nel mondo in continua evoluzione degli effetti speciali, entrando in diretta concorrenza con i già affermati leader del settore (I.L.M., P.D.I., Digital Domain). L’anno scorso la consacrazione è avvenuta con “Spider Man” e con il topolino di sintesi protagonista di “Stuart Little II”.
A presentare il faticoso lavoro alla base dell’animazione digitale, spesso dato quasi per scontato, arriva, direttamente dagli States, Rob Bredow, meglio identificabile come Computer Graphic Supervisor. Come tutti gli incontri tecnici, il rischio prolissità è dietro l’angolo, ma il giovane americano riesce a conciliare la spiegazione con l’intrattenimento. Il segreto della sua presentazione è quello di analizzare le problematiche affrontate durante le riprese mostrando i vari passaggi fino al risultato finale. Ed è curioso constatare come da uno zoo sia possibile arrivare al grande schermo di una sala cinematografica.
Rob Bredow inizia soffermandosi su due personaggi del film “Stuart Little II”: Falcon (un falco) e Margalo (un passero). Entrambi hanno creato non pochi problemi a causa delle piume di cui sono ricoperti. Si è passati da disegni su carta a vari test molto dettagliati (passaggio da ali chiuse ad aperte, con un controllo matematico su ogni singola piuma). Lavorando con uccelli, le piume sono da considerare a livello di espressività come le dita di una mano e numerosi algoritmi matematici hanno risolto i non pochi problemi di coerenza visiva.

La lavorazione, spiega Rob, è stata suddivisa in varie fasi:

-         studio del materiale di riferimento: i tecnici hanno trascorso intere giornate ad osservare reali falchi pellegrini, studiando nel dettaglio il perfetto controllo che i volatili hanno su ogni singola piuma, analizzando cosa succede quando il falco ingoia, come rotea gli occhi che sono importantissimi perché in essi è concentrata la resa espressiva dell’animale (al riguardo nel film si è evitato appositamente che il falco sbattesse le palpebre perché risultava troppo spaventoso per i bambini)

-         dissezione dell’anatomia: un vero e proprio confronto tra l’anatomia dell’animale da rappresentare tramite pixel e quella dell’uomo, apportando opportune modifiche nel caso in cui il movimento naturale non risulti confacente alla scena da girare

-         modellazione di un pupazzo: per il film se ne è occupata la Henson

-         aggiunta di pelle e dettagli facciali

-         verifica dell’integrazione tra personaggi diversi: Margalo, ad esempio, è stato ridotto perché a misura naturale avrebbe sovrastato Stuart Little, dando più l’idea di un predatore che di un amico; quanto alle ali, sono state elaborate con misure diverse a seconda della scena e dell’oggetto con cui dovevano interagire

-         approvazione modelli

-         riggin: movimento dei modelli attraverso la creazione di uno scheletro digitale; Margalo, ad esempio, non muoveva le anche e la fluidità finale ha richiesto molti test e sforzi matematici

-         test di animazione: verifica definitiva del movimento in modo da renderlo il più umano possibile

-         clothing: la vestizione dei personaggi, avvenuta utilizzando il software Maya che contiene già la possibilità di utilizzare vari tessuti; la fase è particolarmente delicata perché, oltre al tessuto, bisogna studiare la reazione di questo con l’ambiente in cui si muove il personaggio: per esempio il vento nelle scene in aeroplano, oppure le ombre sul maglione di Stuart

-         lighting: il tentativo di valorizzare l’espressività dei personaggi di sintesi attraverso un particolare utilizzo della luce: un raggio di sole illumina la testa di Margalo a simboleggiare la speranza provata nella scena dal personaggio. Non sempre le luci vengono disposte in modo naturale; in una sequenza Stuart è innaturalmente illuminato da dietro per sottolineare dettagli del viso altrimenti non evidenziabili

-         predisposizione oggetti di scena: il Pishking, edificio in cui si svolge buona parte dell’azione, non esiste realmente a New York, ma deriva dall’unione tra una porzione di palazzo reale e un edificio generato al computer. Il realismo è ottenuto grazie all’”Ambient Occlusion Pass”, una tecnica innovativa che permette di applicare un’illuminazione naturale, lontana dal tipico e riconoscibile effetto visivo digitale. Altri oggetti di scena digitali: l’aereoplano, l’anello (sembra semplice ma ha richiesto complesse soluzioni per gestire la rifrazione della luce). Altra tecnica applicata è quella del Pan-n-tile, in pratica uno sviluppo che sembra reale ma invece è digitale; ad esempio, le carrellate dall’alto del palazzo o la scelta di un azzurro intenso per il cielo, solitamente grigio, di New York.

La fase finale della lunga lavorazione mostrata da Rob (ricordiamo che un frame di 8 secondi può arrivare a richiedere anche 2 settimane di lavoro) è un divertente collage degli sfoghi dei vari tecnici che hanno collaborato alla realizzazione degli effetti digitali del film: vediamo Geena Davis con i denti neri, Margalo con un’ala ingessata e per finire Stuart Little che cade dall’alto del Pishking sfracellandosi al suolo. Ma, rassicura Rob, nessun animale di sintesi è stato realmente maltrattato nel corso della lavorazione!!!
E per finire, Rob mostra il gustoso cortometraggio di Eric Armstrong “ChubbChubbs”. È un perfetto esempio di tecnica evoluta applicata ad una storia spassosa, che spazia dal musical al gusto per la citazione. Nato come test, è venuto talmente bene che si è deciso di abbinarlo alle proiezioni in sala di “Men in Black II” e “Stuart Little II”. 
Al termine dell’incontro c’è da chiedersi sella poltrona su cui si è comodamente adagiati sia vera o digitale. Chiudo gli occhi, sobbalzo un po’, temo di vedermi sovrastato da un falco pellegrino in picchiata verso di me, ma apro subito gli occhi e torno all’interno della multisala Capitol. I confini tra mondi paralleli, soprattutto in giornate così movimentate, sono molto sottili.

 

Incontro con Godfrey Reggio

Il festival dedica una retrospettiva al mitico autore della trilogia iniziata nel 1983 con “Koyaanisqatsi”, proseguita nel 1988 con “Powaqqatsi” e giunta al termine quest’anno con “Naqoyqatsi”.
Ma è lo stesso Godfrey Reggio, un carismatico omone di più di due metri dall’aria molto guru, a raccontarsi al pubblico. Comincia l’incontro spiegando che avrebbe voluto mostrare il suo film “Evidence”, girato a Roma nel 1995, ma non essendo riuscito a predisporne una copia opta per un racconto del film dalla sua viva voce. “Il film”, spiega Reggio, “si sofferma sulle reazioni di alcuni bambini che stanno guardando alla televisione Dumbo”. Ma ecco la descrizione dalle vive parole del regista, che inventa una sorta di innovativo reading-film:

“facce di bambini”
“occhi immobili, rapiti dalle immagini”
“respiro quasi assente”
“un’emozione catatonica dei bambini, quasi come sotto l’effetto del Prozac”
“ed in effetti la loro droga è la televisione

Da questo momento in poi Reggio comincia un viaggio nella Tecnologia a base di efficaci slogan, maturati con l’esperienza personale sul campo e filtrati attraverso la serenità della consapevolezza. Ecco alcuni estratti del suo discorso.

“Si parla di televisione dall’esterno e non dall’interno. Sesso e violenza sono solo una minima parte del problema. Come maceratori di luce, assorbiamo la luminosità che esce dal tubo catodico senza metterla in discussione”

Poi ancora:

“Cinquecento anni fa in Florida, quattro navi cercavano di attraccare. C’era grande agitazione a causa degli indiani che abitavano la baia. Si stava per realizzare il primo incontro tra popoli diversi. Quando sbarcarono i primi cinquanta bianchi, gli indiani non se ne curarono e li trattarono con indifferenza. Spagnoli  e indiani erano invisibili gli uni agli altri. Noi siamo gli indiani di cinquecento anni fa e viviamo coltivando un incredibile potere ma rischiamo di finire schiavizzati perché non siamo capaci di vedere ciò che ci circonda.”

“I tre film QATSI sono sulla tecnologia, parola ormai inflazionata e priva di significato. Di solito si dice che la tecnologia è neutrale, dipende dall’utilizzo che se ne fa. Questo per me è un grande errore. Non è qualcosa che usiamo, ma qualcosa che viviamo. La Tecnologia è la nuova terraferma dell’individuo.”

“Tutti i linguaggi non descrivono più l’ambiente in cui viviamo. Si può parlare di Losangeleizzazione del pianeta e il mondo è passato da un ANIMAMUNDI, che valorizza le differenze, a un TECNOMUNDI, in cui le differenze sono annullate in nome di una presunta unità”

Dopo queste prime dichiarazioni sorgono spontanee domande sulla professione esercitata dallo stesso Reggio. In fondo è un regista che mastica quotidianamente la tecnologia e nell’ultimo QATSI fa ampio uso di computer grafica. Non è una contraddizione? Ecco allora che, quasi in grado di leggere il pensiero, prontamente Reggio risponde:

“Faccio film. Lavoro con le immagini e quindi con i demoni. L’autore brasiliano Paolo Fredi fu esiliato in Svizzera dopo avere scritto “Tecnologia dell’oppresso” a causa del suo tentativo di rinominare il mondo. È per questo che la trilogia non ha parole: un’immagine, per me vale mille parole; una parola vale mille immagini”

Poi si sofferma sui film della trilogia:

“Koyaanisqatsi analizza la realtà del mondo cosiddetto del Nord, dominato dalla Tecnologia”

“Powaqqatsi si occupa del mondo del Sud, in cui sopravvivono l’artigianato e la semplicità. Il concetto chiave è che i paesi del Sud sono consumati dal Nord”

“Naqoyqatsi” affronta la globalizzazione, che trova fondamento nell’immagine manufatta”

“I primi due film sono girati in esterni, mentre per l’ultimo le location sono le immagini stesse, che vengono torturate e modificate”

In tutti e tre i film la musica è di Philip Glass e ha la funzione di raggiungere direttamente l’anima dell’ascoltatore. Ecco quindi la rinuncia ad un linguaggio esplicito e la scelta della metafora. Il computer è sotteso ad ognuno dei tre film. Il computer ha assunto un ruolo divino, il nuovo Pantheon, un Dio che adoriamo e che sta ricreando il mondo a sua immagine e somiglianza. Il computer produce ciò che rappresenta, una sorta di nuovo sacramento. Il computer è il nuovo Frankenstein, non quello hollywoodiano, ma quello originale di Mary Shelley. Il computer utilizza linguaggi talmente estremi che la lingua non può esprimerli

“Al di là degli effetti pirotecnici è necessaria questa dipendenza dal computer ai fini della sopravvivenza. Ecco perché siamo tutti dei Cyborg. Diventiamo ciò che i nostri sensi ci fanno percepire, diventiamo l’ambiente che ci circonda, quindi diventiamo tecnologia. Non siamo creature della nostra mente. È il nostro comportamento che condiziona la nostra mente e non viceversa. Il prezzo che paghiamo è la perdita della libertà. Siamo liberi quando conosciamo ciò che ci soggioga. Potremmo provare a dire NO, ma è impossibile e per fortuna la vita è questo e quello. La libertà è abbracciare le contraddizioni della vita. Questi film trattano del valore positivo della negazione. Sono pessimista, ma è l’unica via al cambiamento, quindi metterei la parola pessimista tra virgolette, utilizzando un modo di dire che è entrato fastidiosamente nella quotidianità.”

E per finire

“La trilogia celebra la tragedia: la mancanza di speranza è stata esclusa dalla nostra vita. Traendo spunto dai Greci, la tragedia assume un ruolo catartico. Non esiste destino senza la capacità di resistere. Continuiamo quindi a lottare contro la dipendenza dalla tecnologia”  

Amen! Opps! Questo l’ho aggiunto io!

 

WALT DISNEY: incontro con Chris Peterson e presentazione dei personaggi 3D creati per i parchi a tema

L’appuntamento con Chris Peterson, sulla carta molto interessante, si rivela invece estremamente noioso. Un po’ perché si parla a lungo del 3D (quello da vedere con gli appositi occhialini che trasformano lo schermo e i suoi abitanti in temibili aggressori tridimensionali) ma non si ha l’opportunità di sperimentarlo, un po’ perché il taglio è quasi esclusivamente tecnico, un po’ perché il relatore è disponibile ma non certo spumeggiante.
Chris Peterson lavora alla Walt Disney da sei anni. Ha svolto il ruolo di supervisore alle luci e agli effetti speciali nel film “Dinosaur” e il suo ultimo progetto è ”The magic Lamp”, un’attrazione stereoscopica creata per il parco di divertimenti “Disney Tokio Sea”.
Chris Peterson racconta come si sono evolute le attrazioni nei parchi Disney dislocati nel mondo. “L’immagine bidimensionale non basta più. Ci vuole fantasia e originalità”. Ad esempio, l’attrazione originata da “A bug’s life” prevede l’interazione del pubblico con odori e animali in animatronic. Mentre “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” è diventato “Tesoro mi si è ristretto il pubblico”, con una tribuna mossa da un sistema idraulico per dare al pubblico la sensazione di essersi rimpicciolito.
Anche “Magic Lamp”, che trae ispirazione da “Aladdin”, prevede la fusione tra attori su un palco e immagini tridimensionali. La struttura è quindi un teatro di posa reso orientale con le opportune scenografie.

Chris mostra in video, prima la parte tridimensionale dell’attrazione, poi la stessa scena unita alla recitazione degli attori ed entra nei dettagli tecnici sulla difficile fusione dei due elementi. È la separazione dei colori (rosso e blu) a creare l’idea di tridimensionalità e la proiezione avviene tramite due diversi proiettori su vetri polarizzati su uno schermo argentato.
L’effetto visivo, mostrato alla fine su pellicola in 35 mm, è tecnicamente stupefacente, con la sensazione di tridimensionalità anche senza gli appositi occhialini. Il soggetto prevede varie trasformazioni del genio ma non racconta una vera e propria storia o perlomeno, vedendo solo le immagini, non è dato capirlo. Come spesso accade nei parchi a tema, il trash, anche se iper-sofisticato, è dietro l’angolo. Nel caso specifico accentuato anche dai personaggi Disney doppiati in giapponese.

 

Incontro con Art Leonardi, famoso disegnatore della Pantera Rosa e autore dei titoli di testa del film di Blake Edwards

Non si deve ad Art Leonardi, successivo disegnatore, la creazione della mitica Pantera Rosa, ma a Friz Freleng. Il muto cartone animato non nasce come serie autonoma, ma deve il suo successo all’omonimo film di Blake Edwards, in cui movimenta con ironia i titoli di testa. Il successo è tale che la Pantera Rosa, accompagnata dall’intramontabile tema musicale di Henry Mancini, diventa una vera e propria star, con cartoni tutti suoi e merchandising di vario tipo.
Art Leonardi si presenta al pubblico del FutureFilmFestival con vario materiale di repertorio. Non particolarmente brillante nell’esposizione, il disegnatore della Pantera Rosa affida alle immagini il compito di tenere desta l’attenzione. Tra gli spezzoni presentati: i titoli di testa de “La vendetta della Pantera Rosa” e di “Sulle orme della Pantera Rosa”, due veri e propri cortometraggi animati con gag divertenti e ritmate. Tra gli episodi spassosi raccontati da Leonardi, un incidente “mortale” accaduto sul set e ben visibile nella sequenza finale di “La vendetta della Pantera Rosa”: Peter Sellers arriva con la sua auto scassata sotto casa di Dyan Cannon. La bionda scende e i due si fermano a parlare sul marciapiede, ma durante il dialogo l’auto parcheggiata ha un tracollo e cade a pezzi. Osservando attentamente la scena, si può notare sul lato destro dello schermo un piccione che cade rovinosamente al suolo. Tanto che la Cannon, quando i due decidono di andarsene a piedi, si gira per vedere cosa è successo. Come spiega Leonardi, una molla dell’auto, partendo verso l’alto, ha irrimediabilmente colpito un piccione. 

Che dire: buona la prima!!!

 

Future Film Short: selezione di cortometraggi da tutto il mondo

È una delle sezioni più interessanti del festival perché raggruppa cortometraggi animati provenienti da ogni parte del mondo e permette di tastare il polso sul fermento tecnologico in atto ad ogni latitudine del pianeta. In alcuni casi si capisce chiaramente come il corto funzioni da curriculum per mostrare le capacità tecniche dell’autore, ma in altri casi il talento visivo esce dai canoni della promozione e diventa opera autonoma e personale in grado di colpire l’immaginario dello spettatore.
Una quarantina gli Short presentati. Tra gli altri:

-         QUI VEUT DU PATÈ DE FOLE? di Anne-Laure Bizot e Amélie Graux. Un mondo grottesco, sottolineato da un incisivo e straniante tema musicale, in cui un bambino è circondato da una famiglia che si preoccupa solo di mangiare il più possibile. Il piccolo troverà rifugio nel frigorifero, ma non riuscirà a sfuggire alla voracità dei familiari. Un universo sinistro e inquietante reso con efficacia da un’animazione a passo uno di pupazzi in plastilina.

-         MOUSE di Wojtek Wawszczyk. Produzione tedesca che evoca atmosfere kafkiane in cui l’uomo è socialmente riconosciuto in base all’animale che lo accompagna. Il protagonista è malvisto a causa di un topolino. Una interessante e ben condotta  critica al conformismo e alle trappole sociali.

-         PUPPETS di Andrea Fazzini. Uno dei pochi corti italiani presenti nella rassegna. Sembra più che altro il promo di un videogioco, con il solito cyborg che impazzisce e vive di vita propria. Poco originale ma efficace nell’animazione in computer grafica.

-         COSMIC COWBOYS di Francois Rosso, Hugo Gittard, Laurent Nicolas. Dalla Francia arriva un coniglietto rosa apparentemente innocuo in realtà cattivissimo. Ritmato e a tratti divertente, si dimentica in fretta.

-         LE PAPILLON di Antoine Antin, Jenny Rakotomamonjy. Ancora la Francia con una breve storia ambientata nel Giappone feudale. Efficaci, nella loro semplicità, i fondali in acquerello.

-         HISTOIRE DE  CESARIA di Camille Henrot. È uno dei corti più interessanti della rassegna, proviene dalla Francia e ha ricevuto il premio speciale della giuria al “Festival International du Film d’Animation di Annecy”. Racconta, in un evocativo bianco e nero, la presa di coscienza della fruttivendola Cesaria che passa il giorno al lavoro e la vita a fianco di un uomo che la ignora. Liberandosi di ciò che non la soddisfa riuscirà a raggiungere una nuova consapevolezza.

-         Kayàs Screen Test di Alceu Baptistao. Dal Brasile pochi fotogrammi dimostrano l’elevato livello tecnico raggiunto nella creazione di personaggi di sintesi umani. Una giovane e bella ragazza insinua per pochi secondi il dubbio: vera o digitale?

-         THE CATHEDRAL di Tomek Baginski. Un corto di fantascienza polacco in cui la tecnica domina sul racconto. Apocalittico, a tratti suggestivo,  ma lungo e poco coinvolgente.

-         SALLY BURTON di Anna Kubik. Rievoca atmosfere alla Tim Burton questo bel cortometraggio tedesco in cui una inquietante ragazza, dai capelli crespi e dal volto affusolato, sogna di diventare un albero. Dopo vari tentativi riuscirà nel tentativo di trasfigurarsi. Nonostante il lieto fine, lascia un retrogusto di cupa malinconia.

-         SHH di Adam Robb. Dall’Australia un corto bellissimo in cui l’idea, applicata ad una tecnica semplice, regala cinque minuti entusiasmanti. Un bambino non vuole saperne di smettere di piangere. Esplorando il suo inconscio si cercherà di tramutare gli elementi negativi in positivi. Impossibile da raccontare è da vedere e gustare. Geniale.

-         BIG CAN CAN di Steve Agland. Un frenetico can can ballato da bidoni della spazzatura animati in digitale. Folle e divertente, un’altra sorpresa dall’Australia.

-         PINOCCHIO di Michele Restaino. Nell’anno del celebrativo e deludente Pinocchio di Benigni, una dissacrante vendetta del burattino di legno nei confronti di Geppetto, ripetutamente preso a martellate. Caustico e graffiante.

-         PASSING MOMENTS di Don Phillips. Un uomo e una donna in autobus animati in computer grafica. Dagli Stati Uniti, un glossario non particolarmente incisivo delle occasioni perdute.

-          DAS RAD di Chris Stenner, Heidi Wittilinger, Arvid Uibel. Storia di due pietre, da prima della nascita dell’uomo fino a dopo la sua scomparsa. Tutto passa, cambia e si evolve, ma le due pietre hanno i soliti problemi quotidiani da affrontare: la noia e il muschio. Le pietre sono animate in stop motion e, essendo entità geologiche, per loro il tempo passa molto lentamente, mentre l’evoluzione corre a velocità frenetica. Ottimo connubio tra tecnica e racconto.

 

Anteprima del film
 
"IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LE DUE TORRI" 
di Peter Jackson
 

E la Saga continua

È passato un anno, con tutto il concentrato di vita racchiuso nella convenzione dei giorni che si succedono ineluttabilmente, ma nella Terra di Mezzo il tempo si è fermato ed è finalmente giunto il momento di ricominciare l'avventura. "Le Due Torri" inizia esattamente dov'era finito il primo riuscito episodio: nessun riassunto della puntata precedente, secondo il volere di Peter Jackson che temeva un approccio televisivo, ma subito all'interno dell'azione per continuare il viaggio. Indubbio il talento visivo di Jackson e la quasi sovrumana capacità di tenere sotto controllo una storia così complessa e articolata, ma la obbligata frammentazione di questo secondo episodio limita per forze di cose il coinvolgimento. Pur riuscendo sempre a trovare appigli a cui aggrapparsi, per non perdersi nella moltitudine di personaggi e situazioni, si fatica un po', a meno di non essere approfonditi conoscitori della saga di Tolkien, a distinguere, non tanto le molteplici creature, quanto le diverse motivazioni di ogni personaggio. La prima parte scorre compatta e avvince, poi i continui rimandi da una sezione all'altra del racconto appesantiscono un po' la visione fino alla spettacolare battaglia finale. Tra i nuovi personaggi colpisce l'espressività del quasi completamente di sintesi Gollum, lacerato da una scissione psicologica non certo originale ma di indubbia efficacia. Il vagare di Pipino e Merry, trasportati da Barbalbero nella foresta di Fangorn, è invece la parte meno riuscita del film e, pur essendo funzionale alla narrazione, evoca una suggestione che non riesce a creare. Anche Gandalf, nel passaggio dal Grigio al Bianco, perde in carisma e diviene un supereroe tra i tanti. In generale si può dire che la maggior parte dei personaggi perde quelle sfumature preziose che avevano contribuito a mantenere alta la tensione nel film capostipite. Ne "Le due torri", infatti, anche quando l'eroe è solo contro mille nemici, o cade da una roccia a precipizio sul vuoto, siamo sicuri che in qualche modo ce la farà e la possibilità di anticipare la vittoria riduce la tensione emotiva. Nonostante una maggiore cupezza di insieme, una a volte inopportuna ironia (le solite battutine virili) stempera troppo le tinte. Lo stesso Frodo ha cedimenti nei confronti del potere dell'anello di prevedibile esito. In ogni caso, un grande spettacolo.
C'è chi ha visto nella determinazione alla guerra, alla base del film, una sorta di metafora dell'attuale situazione tra U.S.A. e Irak e in effetti ... ma per una volta evitiamo metafore, collegamenti e analisi delle intenzioni e lasciamoci trasportare, per quel che ci è possibile, nell'epica avventura.

Voto:  7,5

 

 

ELYSIUM
(KWON Jae-Woong)

NAZIONE: Corea
REGIA: Kwon Jae-Woong
SCENEGGIATURA: Park Jung-Hoon
MUSICA: Sebastian Arocha Morton
PRODUTTORI: Kim Seok-ki, Oh Won-Chul
DURATA: 85’


Nell’anno 2113 un ragazzo diciottenne deve lottare per la sopravvivenza della specie affrontando un misterioso nemico proveniente dall’astronave Elysium.

Cyborg senz'anima

Personaggi interamente di sintesi popolano questo anonimo film di fantascienza coreano, vero compendio di tutti i luoghi comuni dei cartoni animati giapponesi: l’amore puro destinato a non realizzarsi, uno scenario post-atomico, robot enormi (tipo Mazinga e Goldrake) in continua lotta tra loro, un cattivone che pare Don Zauker di Daitarn III. Pur ricalcandone in modo sofisticato la forma, però, non riesce a evocarne, se non in superficie, la liricità, specie nella rappresentazione dei dissidi interiori dei protagonisti. Piuttosto, scimmiotta uno stile MTV con eroi Big Jim ed eroine Barbie, dove il ritmo fracassone copre qualsiasi approfondimento. Quanto alla tecnica, risulta perfetta nei combattimenti tra robot, ma assolutamente non funzionale all’espressività nel lato umano della storia, con personaggi che l’animazione 3D rende privi di anima. Più che un film potrebbe essere il “pilot” di un videogioco: azione, azione, azione!!!

Voto:  4,5

 

SPIRITED AWAY
(Hayao MIYAZAKI)

REGIA: Hayao Miyazaki
SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Hayao Miyazaki
MUSICA: Joe Hisaishi
SUPERVISORE DELL’ANIMAZIONE: Masashi Andou
DIREZIONE ARTISTICA: Youji Takeshige
PRODUZIONE: Studio Ghibli

DURATA: 124’


La piccola Chihiro è in macchina con i suoi genitori e si sta dirigendo nella nuova casa. Il padre sbaglia strada e la famiglia si trova davanti a una grande costruzione in apparenza abbandonata. L’entrata è un lungo e buio cunicolo. Chihiro vorrebbe non entrare ma segue i genitori che, incuriositi, vogliono scoprire dove sono capitati.

Chihiro nel Paese delle Meraviglie

È un percorso onirico quello compiuto dalla giovane protagonista del nuovo film del maestro giapponese Miyazaki Hayao. Una sorta di viaggio  nell’inconscio reso necessario dal difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, in cui un mondo interiore, ricco di speranza, si scontra con la concretezza della vita. Un cammino che rischia di essere a senso unico se non si hanno la forza e la capacità di prendere in mano la propria esistenza, assumendosi responsabilità, facendo scelte, anche dolorose, non tradendo il proprio istinto e le proprie intuizioni ma anche non cedendo alle trappole dell’illusione. È la purezza dello sguardo a salvare ripetutamente la piccola Chihiro, a consentirle di aggiungere tasselli al suo lungo e difficile percorso iniziatico. E lo spettatore accompagna la protagonista nel suo viaggio incontrando divinità a riposo, streghe macrocefale, lupi volanti, escrementi animati e mostri di ogni foggia. Un universo fantasioso e colorato, curato visivamente fin nei minimi dettagli, dove la narrazione procede in modo razionale, seguendo le varie prove subite dalla protagonista, ma si scontra con l’irrazionalità degli eventi che si succedono, proprio come in un sogno, senza rispondere apparentemente ad alcuna domanda.
La visione affascina senza riuscire sempre a conquistare, ma le varie tappe del viaggio di Chihiro danno la sensazione di essere stati testimoni di un punto di vista prezioso. C’è una sorta di immedesimazione con il mondo onirico della protagonista. Un’identificazione che non nasce da appigli reali, ma si lega probabilmente a un vissuto emotivo che tutti, invariabilmente, abbiamo respirato nei confusi anni dell’adolescenza, in cui bene e male cercavano risposte assolute e non si accontentavano di convivere.

Voto:  8

 

L'UOVO
(Dario PICCIAU)

REGIA: Dario Picciau
CHARACTER DESIGNER: Mauro Gandini, Eloisa Scichilone
3D MODELER e 3D CHARACTER DESIGNER: Marco Pavone
PRODOTTO DA: Max Reynaud, Dario Picciau, Roberto Malini e Synthesis International
TRATTO DAL POEMA IN VERSI DI: Roberto Malini


Maria vive una vita serena accanto a Fabio, fino a quando non resta incinta e partorisce un uovo.

Eran’i pixel d’oro a l’aura sparsi

Assai pubblicizzato e fortemente sostenuto dall’organizzazione del Festival arriva, pronto per il mercato home-video, il primo medio-metraggio tridimensionale italiano. Il film è coraggioso e non privo di fascino, ma si rivela un esperimento perlopiù pretenzioso. La storia, che ricorda l’incubo lynchano di “Eraserhead”, prevede una tranquilla e serena coppia (da Mulino Bianco d’altri tempi), prima rallegrata dalla futura maternità e poi sconvolta dalla nascita di un inquietante e inatteso uovo di carne. La madre si lega con affetto alla creatura, il padre la rifiuta, fino al tragico epilogo. Ed è proprio la conclusione a lasciare molti dubbi sull’interpretazione del soggetto. La frase promozionale suggerisce “la storia che risveglierà la parte migliore di te”, mentre ciò che si evince dalla visione pare contaminato dal peggio della morale cattolica dilagante, con la diversità assimilata alla mostruosità, con l’affetto materno interpretato come nevrosi, con la famiglia tradizionale come unico baluardo della società. Quanto alla tecnica, alcune scelte stilistiche assolvono la duplice funzione di ambire all”Arte” e di coprire le carenze tecniche. I due protagonisti sono infatti legnosi e poco espressivi, ma i dialoghi sono ridotti al minimo a causa di una narrazione che procede per endecasillabi, sciorinati con enfasi fuori campo. Discorso analogo per l’onnipresente effetto “vetro” che contamina ogni sequenza: regala atmosfere di derivazione pittorica e maschera ulteriormente l’inespressività dei protagonisti di sintesi.

Voto:  5

 

MERCANO EL MARCIANO
(Juan ANTIN)

REGIA: Juan Antin
DIREZIONE ARTISTICA: Ayar Blasco
ANIMATORE: Maximiliano Balbo
PRODUTTORE ESECUTIVO: Mario Santos
DURATA: 87’


Mercano è un marziano che capita in Argentina. Da uno scantinato cerca di contattare il suo pianeta ma conosce un complessato ragazzino, figlio di uno dei corrotti uomini di governo del paese. Tra i due si stabilirà una costruttiva complicità.

Mira, el Marciano!!!

Non solo Oriente e Occidente si confrontano nella sfida tra cartoni animati, ma anche il Sud del mondo. “Mercano el marciano” è infatti una giovane produzione argentina. L’aspetto più originale e accattivante del film di Juan Antin è che, per una volta, i verdi marziani non vogliono radere al suolo l’America o distruggere i grattacieli di Tokio, ma capitano in una Buenos Aires devastata dai problemi economici. A parte una simpatia di fondo per il soggetto, il film non si discosta troppo da una puntata de “I Simpson”, da cui trae ispirazione nel tratto del disegno e nel cinismo di fondo. Ritmato e a tratti divertente, contestualizza il protagonista con efficacia, ma interpreta in modo un po’ grossolano la difficile situazione politica ed economica dell’Argentina. È vero, in fondo è un cartone animato e per forza di cose la sintesi si rivela necessaria nella costruzione delle psicologie dei personaggi, ma l’estremizzazione attuata dall’autore limita l’obiettività dello sguardo a favore di una facile satira.

Voto:  6

 

MY BEAUTIFUL GIRL, MARI
(Sung-gang LEE)

REGIA: Sung-gang Lee
SCENEGGIATURA: Soo-jung Kang, Mi-ae- Seo, Sung-gang Lee
DIREZIONE ARTISTICA: Min-ho Kim
SCENOGRAFIA: Ji-heun Hong
DIREZIONE DELL’ANIMAZIONE: Moon-hee Kim
FOTOGRAFIA: Kun-uk Kwon
MONTAGGIO: Gok-ji Park
MUSICA: Byung-woo Lee
SUONO: Seok-won Kim
DURATA: 80’


Nam-woo e Jun-ho sono amici di infanzia e si ritrovano a Seul molti anni dopo essersi persi di vista. Nelle ore che trascorrono insieme ricordano gli anni vissuti nel piccolo paese di pescatori dove sono nati.

Poesia in pixel

Fin dalla prima bellissima sequenza, in cui seguiamo il planare di un gabbiano tra  i grattacieli di Seul, il lungometraggio coreano di Sung-gang Lee si caratterizza per l’estrema abilità con cui riesce a coniugare un racconto intimo con la perizia tecnica. Per una volta nessun robot, niente distruzioni galattiche, ma la quotidianità di due ragazzini, amici inseparabili separati dalla vita. Il film racconta il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza dei due protagonisti e contrappone, a un mondo reale fatto di scuola, mare, dissidi familiari e interiori, un universo fantastico in cui trovare rifugio, dove rintanarsi e incontrare qualcuno che senza parlare ci capisce e ci coccola. Lo stile visivo adottato dal regista rispecchia perfettamente il taglio del racconto, con una prevalenza di tinte pastello e un’animazione in 3D morbidamente nascosta sotto una colorazione bidimensionale. I risvolti onirici richiamano alla mente l’universo fantastico di Hayao Miyazaki e, pur nella loro bellezza, sono forse la parte meno originale del film. Più riuscite le sfumature del quotidiano, rese con una delicatezza non priva di incisività. Pervaso da un sentimento nostalgico, il lungometraggio non sfocia mai in un greve piangersi addosso dei protagonisti, che evitano i rimpianti a favore di una lucida consapevolezza. Giustamente premiato con il Gran Prix al “Festival International du Film d’Animation di Annecy”, speriamo riesca a trovare una distribuzione anche in Italia.

Voto:  8

 

HOTEL
(Mike FIGGIS)

REGIA: Mike Figgis
INTERPRETI: Fabrizio Bentivoglio, Saffron Burrows, Elisabetta Cavallotti, Valentina Cervi, George DiCenzo, Andrea Di Stefano, Nicola Farron, Valeria Golino, Salma Hayek, Danny Huston, Rhys Ifans, John Malkovich, Chiara Mastroianni, Laura Morante, Ornella Muti, Burt Reynolds, Stefania Rocca, Julian Sands, David Schwimmer
DURATA: 112’


Una troupe si installa in un hotel veneziano per girare un film, ma nell’albergo si respira un’aria inquietante.

Embhè?

Immaginiamo un gruppo di artisti intellettuali annoiati dall’ampiamente rodata espressività del mezzo cinematografico che decidono di buttarsi in un progetto sperimentale. Il risultato è “Hotel” di Mike Figgis. Il discontinuo regista inglese ha riunito nell’albergo Hungaria del Lido di Venezia una quarantina di attori, perlopiù famosi, dopo avere loro inviato, tramite posta elettronica, un trattamento di massima a cui attenersi. Nessuna monolitica sceneggiatura quindi, ma un vero e proprio lavoro di gruppo, maturato giorno dopo giorno attraverso visioni collettive del girato, discussioni e conseguenti decisioni prese in comune. L’abbozzo di storia imbastito prevede una troupe cinematografica ospite a Venezia in un albergo in cui avvengono strani incidenti. Il fine è quello di girare in stile Dogma “La Duchessa di Amalfi”. Ma la storia del film nel film (che novità!) è solo un pretesto per consentire agli attori di esprimersi al di là delle rigide battute di un copione. Secondo le intenzioni di Figgis, il tentativo di filmare la verità di un attimo sfruttando le potenzialità del mezzo digitale. Nel risultato, un guazzabuglio non privo di inventiva, con momenti riusciti ma senza la sufficiente ironia per trasformarlo da prodotto elitario, utile unicamente a chi vi ha partecipato, a vera e propria esperienza cinematografica. Senza l’appeal dei divi che hanno aderito al progetto, infatti, il film perderebbe qualsiasi attrattiva. Anche il digitale viene spremuto nelle sue più inflazionate varianti: sgranature, traballante macchina da presa a mano, effettacci. Non manca il “must” di Figgis: lo “split-screen”, che seziona parti del racconto in quattro simultanee porzioni di schermo; scelta ormai usurata ma utilizzata perlopiù con efficacia. Quanto agli attori, Salma Hayek e Lucy Liu si godono la vacanza italiana con divertimento, Laura Morante conferma le sue doti espressive pur confinata nel mutismo del suo ruolo, Valentina Cervi si prende un po’ troppo sul serio, Burt Reynolds e Ornella Muti paiono di passaggio, Valeria Golino si doppia in modo terribile, Stefania Rocca si spoglia con credibilità, Chiara Mastroianni pensa di essere una “dark lady” ma suscita ilarità involontaria, Fabrizio Bentivoglio vaneggia per pochi minuti, John Malkovich fa se stesso, mentre David Schwimmer, Saffron Burrows e Rhys Ifans credono nel progetto e si sperimentano con convinzione.
Apprezzabile nelle intenzioni, all’inizio il film si segue con curiosità, ma quando la grevità prende il sopravvento la cifra stilistica diventa insopportabile. Forse anche i “divi” dovrebbero capire che non tutto ciò fanno o dicono può suscitare interesse.

Voto:  4,5

 

GHOST SHIP
(Steve BECK)

REGIA: Steve Beck
INTERPRETI: Gabriel Byrne, Julianna Margulies, Ron Eldard, Desmond Harrington, Isaiah Washington, Alex Dimitriades, Karl Urban, Emily Browning
SOGGETTO: Mark Hanlon
SCENEGGIATURA: Mark Hanlon, John Pogue
FOTOGRAFIA: Gale Tattersall
MUSICA: John Frizzel
COSTUMI: Margot Wilson
PRODUTTORI: Joel Silver, Robert Zemeckis, Gilbert Adler
DURATA: 91’


È il 1962 e una lussuosa nave da crociera italiana sta navigando verso l’America. Nessuno immagina che per tutti i passeggeri la spensieratezza del viaggio sarà presto interrotta in modo terribile. Quarant’anni dopo, un gruppo specializzato nel recupero di tesori sommersi decide di …

Sen(d)za Fine

A Robert Zemeckis, Gilbert Adler e Joel Silver, titolari della società Dark Castle, dobbiamo due recenti remake di film di William Castle: l’interessante “Il mistero della casa sulla collina” e il per nulla riuscito “I tredici spettri”. Quest’ultimo porta la firma di Steve Beck, abile creatore di effetti speciali ma non di suspence, che torna ad occuparsi di fantasmi, sempre sotto l’egida della Dark Castle, dirigendo il nuovo “Ghost Ship”. Non più una casa in cui perdersi, ma un luogo ugualmente claustrofobico: il relitto di una grande nave da crociera scoperto da un equipaggio specializzato nel recupero di tesori sommersi. Nessun luogo comune del genere ci viene risparmiato: il fantasma di una bambina di bianco vestita, la tensione di un luogo chiuso che amplifica la portata dei conflitti, i “buh!” improvvisi, l’impossibilità di fuga, la progressiva decimazione dell’equipaggio. L’insieme, non certo originale, è però orchestrato con ritmo e adeguate soluzioni visive (il flashback che ricostruisce lo sterminio avvenuto sulla barca nel 1962). Pur non riuscendo nell’intento di spaventare, funziona a dovere come puro intrattenimento. Ottima la sequenza iniziale, in cui le note di “Senza fine” di Gino Paoli, cantate da una sensuale vamp vestita rosso fuoco (nelle intenzioni italiana, ma tradita dalla pronuncia all’americana “sendza”), accompagnano la fantasiosa carneficina gore del prologo. La narrazione prevede che il transatlantico protagonista sia italiano e per il pubblico nostrano sarà divertente notare i dettagli all’interno della nave, non sempre curati alla “perfezione” (vedi la targhetta “cabina di capitano”). Cinema non certo di sfumature quindi, privo di retrogusto e determinato a catturare l’attenzione dello spettatore attraverso il ritmo dell’azione. Se si sta al gioco non ci si annoia.

Voto:  6

 

LA CARICA DEI 101 II
(MACCHIA, UN EROE A LONDRA)

(Jim KAMMERUD - Brian SMITH)

 

REGIA: Jim Kammerud e Brian Smith

 

A volte ritornano

Dopo il classico del 1961 e due film con attori (umani e canini) in carne ed ossa, la Walt Disney propone per l’home-video una seconda avventura a cartoni animati dei 101 simpatici dalmata. L’iniziativa segue una precisa strategia aziendale che prevede, unicamente per la vendita in DVD e videocassetta, i sequel di grandi successi commerciali cinematografici. E così si sono succeduti nell’anonimato “Pocahontas II”, “La Sirenetta II”, lo scipitissimo “Il gobbo di Notre Dame II” e l’anno prossimo arriverà anche “Tarzan II”. L’obiettivo è chiaramente quello di vendere il più possibile, sfruttando il richiamo di personaggi già fermamente presente nell’immaginario collettivo. Nonostante le premesse però, tutt’altro che artistiche, questo sequel si mantiene fedele allo spirito dell’originale, sia nel disegno che nello spirito, e si propone come piacevole intrattenimento, soprattutto per i più piccini. La storiella imbastita propone la solita moralina spicciola in cui, per distinguerti dagli altri, devi dimostrare di essere migliore di loro, ma nonostante il messaggio celebrativo della competitività come unica molla sociale (molto “american way of life”), il film si vede con simpatia. Merito soprattutto della caratterizzazione dei personaggi, schematica ma buffa: Crudelia De Mon si conferma come uno dei più gustosi “cattivi” dei cartoni animati; l’incompreso Lars è una divertente caricatura dell’artista snob ed eccentrico; il cane Fulmine fa il verso al mondo dello show-business, dove la cosa più difficile è “restare sulla cresta dell’onda”. 
La canzone “Prova ancora” è cantata, nella versione italiana, da Paolo Belli.

Voto:  6

 

 

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