DIARIO SEMISERIO DELLA QUARTA EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLE NUOVE TECNOLOGIE DEL CINEMA D’ANIMAZIONE

a cura di   LUCA BARONCINI

 

- INTRODUZIONE
- MERCOLEDI' 16 GENNAIO
- GIOVEDI' 17 GENNAIO
- VENERDI' 18 GENNAIO
- SABATO 19 GENNAIO
- DOMENICA 20 GENNAIO

 

 

 

 

È quasi un paradosso, ma vivere un festival nella propria città può risultare più stressante rispetto ad una trasferta. Se si è a Venezia, Torino, Cannes, infatti, ci si dedica interamente all’evento chiudendo il più possibile le porticine mentali aperte sul lavoro, la casa, i mille impegni quotidiani. In un festival “in casa”, invece, si cerca di conciliare tutto, con il rischio di vivere il lavoro come uno splatter film di fanta-horror e di incontrare la fidanzata chiamandola incautamente Amelie.
Detto questo, bisogna ringraziare il duo Giulietta Fara e Andrea Romeo per avere organizzato un festival interessante e ricco di opportunità, in grado di offrire una panoramica attuale ed ampia sulle nuove tecnologie abbinate all’immagine e all’immaginario. L’organizzazione è stata efficiente, con qualche inevitabile problema logistico (legato anche ad infausti ed imprevedibili eventi) e la scelta di sostituire la gratuità del festival con il pagamento simbolico di 1 euro per chi aveva gli inviti e di 5 euro per gli altri, ha reso più scorrevole gli accessi alle sale, eliminando automaticamente chi riscontrava nel termine GRATIS l’unica attrattiva all’evento.
Ma procediamo per gradi e vediamo come si sono sviluppati i cinque giorni di festival.

 

 

MERCOLEDI 16 GENNAIO 2002: INIZIO COL BOTTO!!!

 

Sembra ormai una moda: ogni festival che si rispetti deve avere il suo incendio. Comincia infatti all’insegna delle fiamme la quarta edizione del Future Film Festival. Rogo alle Scuderie Bentivoglio, locale da poco entrato nel cuore dei bolognesi, sede dell’ufficio stampa del Festival e delle attività collaterali alle proiezioni cinematografiche. I giornali parlano di un corto circuito, il festival vacilla, ma trova in fretta ospitalità presso gli accoglienti locali della ex-Sala Borsa. Ovviamente l’incidente causa variazioni di programma, ma la comunicazione è solerte e tutto sommato indolore.

Mercoledì è il giorno de “Il Signore degli anelli”. La città è invasa da emuli di Frodo e Gandalf che si aggirano sotto i portici di Bologna alla vana ricerca di elfiche principesse. La prima del film è “sold-out” da giorni e la proiezione per gli accreditati è ahimè! (grugnito di rabbia!) al mattino. Costretto a malincuore a saltare l’evento, comincio il festival con

FUTURE FILM SHORT, selezione di corti in anteprima da tutto il mondo

Una quindicina i corti presentati, quasi tutti interessanti dal punto di vista  tecnico, la maggior parte divertente e uno davvero sconvolgente.

Ma procediamo per ordine:

-         WORK IN PROGRESS, è il corto più blasonato, quello della ILM, diretto da Tom Bertino, ma il sofisticato impatto visivo non è supportato dalla storia, che spiazza lo spettatore senza riuscire a coinvolgerlo. Segna comunque un ulteriore passo avanti della ILM nell’animazione 3D a dispetto del fotorealismo, in cui si è cimentata con efficaci risultati. Tra la Dreamworks e la Pixar, ma distante da entrambe.

-         THE MOVING PYRAMID di Wolf. Produzione americana per una sorta di barzelletta ambientata nell’antico Egitto. Realizzato con cura, grazie anche all’efficace contributo sonoro, ma poco ritmato e sempre prevedibile negli sviluppi.

-         CREDO di Jonas Raeber. Favola svizzera che racconta la presa di coscienza di una pecora che decide di abbandonare i pascoli in cui cresciuta e il padrone da cui è sfruttata per costruirsi una vita autonoma. Il tutto con leggerezza ed ironia. L’aria che si respira, con una velata inquietudine a mascherare i sorrisi, è prettamente europea.

-         NEKOJIRU-SO di Tatsuo Sato. Vera sorpresa della selezione è un inquietante viaggio onirico in un mondo da incubo dove i due protagonisti fanno scelte stravaganti ed incontrano personaggi impossibili. Davvero sorprendente per il disagio che riesce a creare e per lo stupore che suscita ad ogni sequenza. Delirio narrativo che solletica la parte irrazionale dello spettatore e lavora nell’inconscio, da cui sembra provenire, anche a proiezione terminata. Da vedere assolutamente.

-         WHERE IS FRANK di Angela Jedek. Con una tecnica che ricorda ”Waking Life“, ma con molti più effetti 3D, una storia simil-western che oltre all’immagine non lascia traccia.

-         BODY STORY di Daniel Percival e Leanne Klein. Sembra la sigla iniziale di “Fight Club”, invece in pochi secondi racconta da dove veniamo. Velocissimo ed istruttivo.

-         AZIZ di Diego Zucchi. Datato corto italiano di ambientazione esotica che non colpisce da nessun punto di vista.

-          BACK TO EPTAR di Francesco Filippi. Più che un corto, il trailer di un film o di una serie animata di prossima programmazione che promette amore ed azione. Il cast tecnico è quasi esclusivamente italiano.

-         YES / NO di Bruno Bozzetto. Sketch in rapidissima successione per descrivere cosa si può fare (YES) e cosa proprio non si deve fare (NO) quando si è al volante. Semplice nell’animazione, curato nella confezione, efficacissimo nell’impatto. Seguono fragorose risate!

-         HESSI JAMES di Johannes Weiland. Una sorta di barzelletta che cerca di essere divertente riuscendoci solo a tratti.

-         ALIENG SONG di Victor Navone. Cortissimo del 1999 che ironizza sul “must” musicale di Gloria Gaynor grazie ad una specie di alieno che le fa il verso fino a venire brutalmente stoppato. Inutile raccontarlo, è da vedere. Irresistibile.

-         VALUES di Van Phan. Pochi eleganti tratti riescono a caratterizzare i personaggi che compongono il nucleo familiare di questo corto. È l’unico aspetto interessante, mentre il pistolotto morale che viene propinato lascia un po’ a desiderare.

 

Segue il primo omaggio a Mamoru Oshii a cui il festival dedica una retrospettiva.

 

LAMÙ - BEAUTIFUL DREAMER - Mamoru OSHII

VOTO: 5,5

È il secondo lungometraggio dedicato all’eroina Lamù, aliena arrivata sulla Terra per conquistarla e poi qui stabilitasi per amore. Chi conosce la serie di cartoon televisivi (ben 218) resterà deluso, gli altri rischieranno di non capire alcuni passaggi.
L’animazione è al risparmio ma efficace, secondo la tradizione anni ottanta dei cartoon giapponesi. La sceneggiatura è alquanto sgangherata, divertente a tratti, affascinante nei continui salti onirici, ma il più delle volte forzata nei passaggi narrativi importanti. Ha il coraggio di creare una situazione intrigante e di portarla avanti, ma la soluzione non convince. La protagonista del cartone televisivo qui è relegata al ruolo di comparsa e di musa ispiratrice, ma il suo personaggio non lascia traccia. Più sfaccettata la figura dell’affascinante professoressa-guerriero, sovrapponibili per psicologia e disegno gli altri, anche Ataru, protagonista terrestre della serie televisiva. Mamoru Oshi porta avanti con tenacia il suo discorso sulla continua sovrapposizione di mondi paralleli che troverà il suo apice nel lungometraggio in carne ed ossa “Avalon”.

 

La scoperta del giorno: NANÀ SUPERGIRL ha gambe grosse come tronchi d’albero.

 

 

GIOVEDÌ 17 GENNAIO 2001: IL GIORNO DI AMELIE

 

Troppa carne al fuoco, meglio scegliere un evento e concentrarsi su di esso. Le aspettative sono alte, visto il successo di pubblico (otto milioni di spettatori solo in Francia) e i riconoscimenti della critica (Felix Europeo per Film, Regia e Fotografia). Al primo spettacolo serale il pubblico è numeroso ma non c’è ressa, mentre i più accorrono per lo spettacolo successivo. Ad incontrare gli spettatori anche il direttore della BIM (che distribuirà la pellicola) e che valuterà gli applausi a fine proiezione come termometro del possibile successo del film. Gli applausi ci sono stati (ed anche qualche lacrima), ma senza particolari clamori.

 

IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE - Jean-Pierre JEUNET

VOTO: 6,5

C'è qualcosa che non quadra nel nuovo film di Jean-Pierre Jeunet, inaspettato successo in Francia e accolto con premi e grandi consensi un po' in tutto il mondo. Parigi è un luogo da favola, e la fotografia desaturata ce lo ricorda ad ogni inquadratura, la giovane Audrey Tautou, con i suoi grandi ed espressivi occhioni neri, è davvero deliziosa, i personaggi di contorno delineati con grazia, eppure, anche "Il favoloso mondo di Amelie" soffre presto del difetto (o pregio, a seconda dei gusti) dei precedenti film di Jeunet. Il prevalere, sulla storia raccontata, delle tante trovate registiche: continui virtuosismi che abbinano la raffinatezza visiva alla virata grottesca e che sono ormai diventati la cifra stilistica del regista. All'inizio la genialità della messa in scena conquista e il prologo, che racconta i primi anni di vita di Amelie, è davvero irresistibile. Presto, però, la voglia di stupire prevale sul senso del racconto, a scapito dell'emotività. E così la razionalità, messa a dormire dal non privo di fascino mondo di Jeunet, a poco a poco si sveglia, interrompendo un simpatico e romantico sogno.
Ma vediamo di capire perché succede. Sono vari gli elementi che da carinerie, anche geniali, sfumano nella gratuità. Innanzitutto, a chi appartiene la voce fuori campo, tanto brillante nella presentazione dei personaggi e spesso presente all'interno del film? Probabilmente è l'alter-ego del regista, ma a livello narrativo non trova giustificazioni e alla lunga pone un certo distacco tra schermo e spettatore. Soprattutto nella prima parte, inoltre, non si crede molto all'introversione della protagonista che, anzi, sembra sempre avere mille risorse per affrontare la piatta quotidianità. Anche la scoperta della dedizione agli altri viene affrontata con brio ma scarso approfondimento, lasciando solo intendere la fragilità di un personaggio che, incapace di affrontare i propri problemi, sceglie di risolvere quelli degli altri, sfogando indirettamente ansie e frustrazioni. Certo, Jeunet racconta in modo originale una sorta di favola, e porsi troppe domande rischia di rovinare la magia. Il fatto è che, tra effetti sonori dirompenti, trucchi visivi ad ogni inquadratura, una protagonista delineata con problematicità solo apparente e personaggi di contorno vicini alla "macchietta", se ne ha paradossalmente tutto il tempo. E la narrazione, ogni tanto trova vantaggio nell'applicazione della tecnica, ma spesso ne esce appesantita.
Il finale ottimistico, in ogni caso, riesce a conciliare tecnica e cuore e si esce dal favoloso mondo di Jeunet di buon umore, non proprio leggeri, ma di buon umore.

 

LA SCOPERTA DEL GIORNO: “Troppe aspettative pianificano la delusione”

 

 

VENERDI 18 GENNAIO 2001: SIAMO GIÀ A METÀ FESTIVAL!

 

Finalmente il week-end si avvicina e il lavoro potrà essere per un po’ accantonato. La giornata è lunga e riserva interessanti scoperte.

MILL FILM: incontro con Gabriel White che presenta il making di “TOMB RAIDER”

L’incontro è presieduto dal timido Gabriel White che conferma i luoghi comuni degli esperti di computer: grandi tecnici non troppo comunicativi senza il filtro di un video (ad eccezione, ma lo vedremo più avanti, della Pixar).
Il giovane White inizia presentando la MILL FILM, società fondata nel 1997 come diramazione del MILL GROUP, attivo in Inghilterra già da dieci anni e specializzato nella post-produzine di spot pubblicitari (ve la ricordate quella del Mulino Bianco che inseriva paesaggi e campi di grano nelle piazze italiane?).
Il primo film ai cui effetti speciali ha collaborato la MILL FILM è “Babe, maialino coraggioso” (1995), che ha regalato subito una nomination agli Oscar. Nel 1998, con il film “Nemico Pubblico”, inizia la collaborazione con i fratelli Tony e Ridley Scott. Altri recenti film ha cui ha partecipato sono “Come cani & gatti”, “Hannibal”, “Harry Potter” (per il seguito sperano vivamente di essere coinvolti). Ma il vero trampolino verso la notorietà internazionale è stato l’Oscar conseguito per gli effetti visivi de “Il gladiatore”.
Dopo la presentazione della società, Gabriel accenna al suo tipo di lavoro: anni di gavetta (molti i caffè che ha dovuto preparare!) che lo hanno portato a specializzarsi nella post-produzione, mentre nella produzione non ha mai lavorato. “I creatori di effetti speciali”, spiega Gabriel, “devono trasformare in realtà la visione del regista” e continua ricordando “Il lavoro, per essere davvero valido, deve risultare invisibile”.

Ed ora il cuore dell’incontro: gli effetti speciali di “Tomb Raider”.

Il film ha avuto una pre-produzione davvero lunga, con la solita fase di disegno delle singole sequenze su “story-board”, resi poi tridimensionali attraverso un software per preventivare ogni possibile inconveniente. Quando si arriva sul set, infatti, tutto è calcolato per contenere il più possibile costi ed energie. Addirittura nella sceneggiatura originale di “Tomb Raider” (scoperta inaspettata: ma allora c’era una sceneggiatura?) era previsto lo scontro tra Lara Croft e ben 7000 guerrieri cinesi. Il risultato era possibile, ma il budget ha consigliato di passare ad altro. Ecco quindi in Cambogia le statue che si animano e, all’inizio del film, l’allenamento di Lara Croft con un robot interamente digitale. Gabriel anticipa che l’incontro diventerà tecnico e soporifero e mostra fasi del suo lavoro attraverso slide.La digitalizzazione del robot protagonista della sequenza iniziale del film è stata una fase molto lunga che ha richiesto mesi di lavoro, mentre il risultato si consuma sullo schermo in pochi minut”i e, ci tiene a sottolinearlo Gabriel, “c’è una tendenza del pubblico a dare per scontati gli effetti speciali senza capire che un singolo fotogramma può richiedere intere giornate di applicazione”.

Le parole di Gabriel colpiscono, soprattutto se abbinate al risultato. Ha ragione, gli effetti di “Tomb Raider” si danno per scontati e non generano alcun stupore. Ma la colpa non è certo della Mill Film, ma dell’assenza di sceneggiatura e di una regia esclusivamente tecnica.
Forse aveva ragione Gabriel, la successione di slide con le varie fasi della digitalizzazione del robot produce un effetto, non sò, come di zzzz … zzzz … zzzzz!!!  

Ed ora subito in fila per l’anteprima italiana di “EL BOSQUE ANIMADO” di Angel de La Cruz e Manolo Gomez  

 

“EL BOSCO ANIMADO” - Angel DE LA CRUZ - Manolo GOMEZ

VOTO: 5,5

La tecnologia e il mondo di “A bug’s life” e una storia vicina a “La carica dei 101”. Anche la Spagna si cimenta con il mondo virtuale e realizza il primo lungometraggio interamente in 3D, dedicato soprattutto ai bambini. La protagonista è una piccola talpa innamorata che deve liberare futura fidanzata ed amici dalle grinfie di una cattiva umana, che vuole trasformarli in pelliccia. Se alcune trovate sono davvero simpatiche e il risultato visivo non ha nulla da invidiare ai più blasonati esempi d’oltreoceano, “Il bosco animato” stimola però una considerazione. Perché riciclare anziché inventare? Sembra che il fine sia quello di dimostrare una capacità tecnologica alla pari di quella americana, con personaggi e situazioni che pescano a piene mani da un immaginario che riserva ormai ben poche sorprese. Colpa forse di una sceneggiatura che non osa e si limita a riproporre tipologie di personaggi ormai divenuti luoghi comuni: il perdente in cerca di redenzione, un certo maschilismo di fondo riscontrabile sia negli animali (è l’uomo che deve liberare la donna) che negli umani (l’uomo sempliciotto vittima della donna cattiva e volitiva), la solidarietà tra razze diverse, la canzoncina mielosa a suggellare l’amore.
Tutto già visto, politically correct e ormai ampiamente superato, sia dalla Walt Disney che dalla Dreamwoks, che sono riusciti a trovare strade nuove per conciliare il divertimento con la tecnica. Sembra davvero che l’Europa per arrivare al successo debba dimostrare di saper fare ciò in cui gli americani sono leader già da tempo. Succede in Spagna, ma ad esempio anche in Francia, dove quest’anno la “grandeur” è incappata in due pasticci (“Belfagor” e “Il patto dei lupi”) tutti giocati sul glamour, i gratuiti effetti speciali e la ricchezza visiva, ma privi di qualsiasi interesse. Domanda: è necessario adattarsi a quella che si suppone una logica di mercato o può essere più produttivo, e non necessariamente fallimentare, raccontare storie interessanti, che facciano sognare senza dover per forza azzerare il senso critico?
Curiosità: perché tutte le talpe si fanno in quattro per salvare la protagonista e quando muore uno dei loro compagni non battono ciglio?

 

Ed ora subito in fila … ma non l’ho già scritto? … cavoli, quando si mangia? … un’altra fila … ma è un tour de force!!!

 

AVALON - Mamoru OSHII

VOTO: 6,5

Ci sono film tratti da videogame, film girati come videogame e film di impossibile definizione, che viaggiano nel sottile confine tra realtà e immaginazione. “Avalon” rientra tra questi e sembra bussare più alle porte dell’inconscio che a quelle della ragione. Racconta infatti di Axa, giovane campionessa di un videogioco che sembra l’unico scopo della sua vita e della vita delle persone che le gravitano intorno. Il suo solo interesse è raggiungere il livello superiore e scoprire che cosa nasconde. Non privo di fascino, il film di Mamoru Oshii soffre però di una narrazione assai complessa, in cui allo spettatore vengono negati troppi elementi per poter giocare insieme alla protagonista. La parte centrale è tutta un susseguirsi di incontri con vescovi, arcivescovi, guerrieri, fantasmi ed è giocata visivamente sulla desaturazione dei colori che rende perfettamente la cupezza dell’ambientazione polacca. La lunga sequenza finale, accompagnata dall’efficace tema lirico del film, è ben girata e di grande suggestione, ma la soluzione non scioglie tutti i dubbi accumulati nel corso della narrazione lasciando un po’ insoddisfatti. Ciò che si capisce, e che già si era supposto fin dalle prime sequenze, risulta banale, e ciò che si immagina, resta un insondabile mistero. Chissà, forse Oshii cerca la strada per rappresentare l’imponderabilità di un mondo privo di punti di riferimento, in cui ogni mossa può essere quella giusta ma rischia di essere quella definitivamente sbagliata. Un po’ metafora della vita, un po’ specchio della fantasia. Ma se non ci si può rifugiare nemmeno nei sogni, cosa ci resta?

 

LA SCOPERTA DEL GIORNO (che poi è una domanda): “Chi ha un’aspirina?”

 

 

SABATO 19 GENNAIO 2002: “PIXAR E MEGALOMAN”
(OVVERO COME MORIRE DAL RIDERE, PER OPPOSTE RAGIONI!)  

In fila per entrare all’incontro con la Pixar mi fermo a pensare. Da una parte un video al plasma di quelli che tutti vorrebbero avere in casa (ma prima bisognerebbe avere una casa abbastanza grande per contenerlo) ripropone a tormentone il trailer de “Il Signore degli anelli”. Ho visto solo quel trailer, ma potrei mimarlo ad occhi chiusi. Dopo cominciano alcuni corti, ma il mio sguardo di ferma ad osservare le altre persone in fila. C’è un pubblico variegato. Pochi bolognesi, molti giovani, ma anche parecchi adulti. È difficile tracciare un identikit del frequentatore del Future Film Festival. Ci sono anche alcuni stranieri, forse studenti, ed i curiosi si aggirano con occhio da piccione alla ricerca di un manifesto su cui scaricare le proprie tacite domande.

Finalmente si entra.

PIXAR ANIMATION STUDIOS: incontro con John Kahrs

 La Pixar Animation Studios è fedele sostenitrice del Festival fin dalla prima edizione e resta uno degli eventi più attesi. La sala 1 del Nosadella è abbastanza gremita e John Kahrs conferma il “Pixar touch” che prevede una grande abilità tecnica unita a non indifferenti doti comunicative.
Dopo i fasti di “Toy Story” e “A bug’s life”, la Pixar si è ingrandita. Il video di presentazione mostrato da John, infatti, esibisce enormi locali nuovi di zecca in cui si respira un’aria informale (e si indossano orribili camicie hawaiane!).
Dopo la ri-presentazione di “For the birds”, geniale corto che sarà allegato al film “Monsters Inc”, John parla della società e del film di prossima uscita (già grande successo negli U.S.A.), definendo John Lasseter, presidente della società, come il Walt Disney della Pixar.

Le fasi di lavorazione di un qualsiasi progetto prevedono diverse fasi:
-         STORYBOARD: la sceneggiatura viene trasformata in disegni
-         LAYOUT: si costruiscono e si popolano gli ambienti con i personaggi digitali (ancora 
           immobili, però!)
-         ANIMATION: i personaggi si muovono e prendono vita
-         SIMULATION: si curano dettagli che risulteranno importanti (per “Monsters Inc”, ad 
           esempio, i peli di Sullivan o le pieghe del vestito della bambina)
-         FINAL RENDER: si inseriscono le luci che creano lo spessore degli oggetti e dei personaggi

John Kahrs è animatore e fondamentale per la sua attività è il suono. All’interno della Pixar esiste la cosiddetta “stanza degli specchi” in cui gli animatori “provano” i personaggi, cioè li vivono in prima persona per definire movimenti ed espressioni.

Il lavoro”, spiega John, “prevede un 50% di pianificazione ed un 50% di sviluppo dell’animazione”. “Per creare coinvolgimento”, continua John, “la parte più delicata da creare è l’occhio, ma in generale è la cura del dettaglio che deve rendere l’animazione invisibile! Per Sullivan (il personaggio curato da John, n.d.r.) erano previsti tentacoli al posto dei piedi, ma sono stati abbandonati perché difficili da animare

Mentre John continua la sua interessante presentazione, salta all’occhio un particolare inquietante, che conferma il metodo di lavoro della PIXAR: John assomiglia mostruosamente a SULLIVAN!!!

Ed ora di corsa nella sala 2 dove Canal-Jimmy presenta alcune chicche che provocano un misto di tenerezza e grosse risate.

CYBORG 009

Serie animata nata nel 1968 e tratta dal manga di Shotaro Ishinomori, racconta le avventure di nove cyborg rapiti dal Signore dei Mercanti e trasformati in macchine da guerra. Il leader è 009, cioè Joe Shimamura che guida l’eterogeneo gruppo (diversi provenienza, età, sesso, statura) alla lotta contro il male e alla ribellione nei confronti di un tragico e non scelto destino.
L’atmosfera, all’interno della sala 2 del Nosadella, è di grande calore: ci si vuole nostalgicamente divertire e “Cyborg 009” offre non pochi spunti al riguardo, ma anche alcune considerazioni più seriose.
L’episodio presentato inizia con una giovane coppia che viene vampirizzata dal redivivo conte Dracula. I cyborg devono intervenire per liberare il paese dai vampiri.
Al di là delle parecchie ingenuità narrative, colpisce la violenza, anche psicologica, di certe situazioni: il figlio del sindaco del paese viene vampirizzato e mosso contro il padre che rischia a sua volta di ucciderlo. Il nucleo familiare, nei cartoni nipponici, non è quasi mai intero e odi ancestrali trovano sfogo nelle dinamiche dei singoli componenti. La famiglia, quindi, da rifugio diventa luogo da cui fuggire, a meno che non sia già zoppa in partenza e allora l’eroe si troverà a dover vendicare qualcuno dei genitori.

MEGALOMAN

Un vero trionfo la ri-proposta del primo episodio della serie, accolto con applausi e liberatorie risate del pubblico. La serie, nata già datata, è girata in totale economia con una grossolanità davvero esilarante e anticipa di una ventina d’anni il trionfo dei “Power Rangers”. Come non ridere alla terribile recitazione esagitata, ai continui “oh!” di finto stupore, ai mostri di gomma, ai fili che pendono dall’alto per sostenere l’eroe in volo, alla nullità della sceneggiatura, all’arma “chioma di fuoco” con cui Megaloman rotea la testa e fa uscire dagli ispidi capelli vere e proprie palle di fuoco, al look indegno dei ragazzi protagonisti. Insomma, un vero e proprio spasso, tanto trash e ridicolo da risultare imperdibile. 

Piccola pausa per mangiare in tutta fretta qualche grissino, poi è il tempo di un film del 1987  dal titolo assolutamente affascinante.

 

LA CITTÀ DELLE BESTIE INCANTATRICI - Yoshiaki KAWAJIRI

 VOTO: 7

Il sottile confine tra il nostro mondo e il regno dei demoni è alla base del lungometraggio del 1987 di Yoshiaki Kawajiri, tratto dalla storia originale di Hideyuki Kikuchi. Gli uomini, infatti, sono in lotta con creature mutanti che dietro un’apparenza umana nascondono mostruose protuberanze. Ecco quindi l’esasperazione della contaminazione tra uomo e mostro, tra bene e male, tra normale e diverso, tra carne e acciaio. Elementi non per forza in antitesi, che per sopravvivere hanno bisogno di trovare un compromesso per riuscire a camminare affiancati. Nonostante alcune ingenuità e un’animazione in parte datata, “La città delle bestie incantatrici” ha un forte impatto. La carne diventa burro, nasconde  lame acuminate e diviene grembo materno in grado di assorbire essere umani. Il sesso è un’ossessione morbosa, dietro alla ricerca del piacere c’è sempre un’insidia, un possibile tormento. Indimenticabile, al riguardo, il primo incontro amoroso in cui il malcapitato protagonista si trova a fronteggiare una vagina con denti di ferro e una focosa amante che diviene mostruoso ragno. Anche gli strumenti di seduzione più canonici possono trasformarsi in armi pericolose: ecco infatti le unghie smaltate dell’eroina prolungarsi in temibili raggi distruttivi. La religione è soprattutto meditazione, la forza è generata dal pensiero, le immagini sacre non hanno più potere e celano il maligno. Come somma dissacrazione e affermazione di un pensiero laico  (ma non troppo, viste le conseguenze procreatrici), l’amore viene consumato in una chiesa.
Fantasioso, violento, fluido, splatter, affascinante.

 

In contemporanea c’è l’anteprima per il pubblico di “Waking Life”. L’esperimento di Richard Linklater, già presentato al Festival di Venezia, sembra aver trovato finalmente la strada per la distribuzione  nelle sale.

 

WAKING LIFE - Richard LINKLATER

VOTO: 7

Il Sogno è Destino

In "Prima dell'alba" Richard Linklater ci ha trasportato a Vienna nell'incontro casuale tra un ragazzo americano e una ragazza francese che, da perfetti sconosciuti, nel giro di ventiquattro ore diventano prima amici e poi amanti. In "Waking life" il regista riprende, in una delle brevi sequenze in cui il film è ripartito, gli stessi attori (Ethan Hawke e Julie Delpy) persi in una filosofica discussione sullo scorrere del tempo e la reincarnazione. In apparenza i due film sono molto diversi, perché "Prima dell'alba" inserisce il continuo e libero confronto tra i due protagonisti in una storia che permette immedesimazione e complicità con i personaggi. In "Waking life", invece, gli incontri di un giovane con tanti loquaci personaggi sembrano succedersi senza una logica particolare in grado di contenerli e all'inizio la sensazione è di totale spaesamento. Sembra di dovere subire la summa del Linklater pensiero suddivisa in siparietti.
Se però si ha la pazienza di superare la prima ostica parte, con graduale progressione si entra in una dimensione onirica che, anziché spiazzare ulteriormente, chiarisce la sofisticata linea narrativa. E alla confusione si sostituisce la poesia e una sensazione di chiarezza che appaga e, al contempo, inquieta e rasserena. Ecco quindi che le tante teorie ascoltate sul destino dell'uomo, il caos, la comunicazione, il fluire del tempo, il sogno, l'universo, diventano non più gratuite, ma necessarie e illuminanti. Come anche la forma utilizzata per esprimerli - film girato con attori trasformato attraverso un software specifico in cartone animato -  che da vezzo d'autore diventa efficace espediente visivo per rendere la natura onirica del progetto. Del resto, come scoprono i due bambini che giocano nella prima sequenza, "il sogno è destino".

 

LA SCOPERTA DEL GIORNO: Megaloman potrebbe essere un’attualissima icona gay (ri-vedere per credere!)

 

 

DOMENICA 20 GENNAIO 2002
“INTERA GIORNATA TRA I PIXEL!”

 

Qualche signore porta a spasso il cane, un uomo di mezza età si ferma all’edicola per acquistare il giornale, una signora molto grassa, pettinata come Platinette, dà indicazioni al marito per uscire dal parcheggio ma non gli impedisce di rimbalzare sull’auto dietro, i semafori alternano inutilmente il verde al rosso, i viali sembrano una lunga pista di pattinaggio prima dell’inizio della gara e senza il pubblico.
Siamo sul set di “Avalon”?
No, è semplicemente domenica mattina e sono le 9.40.
Anche sotto i portici di via Nosadella non c’è nessuno e sembra strano pensare che, mentre ancora Bologna dorme, sta per iniziare un fantasioso viaggio in una città del futuro, non troppo dissimile da qualche metropoli del presente.
Nella sala 1 del Nosadella, invece, il pubblico è abbastanza numeroso e in fervente attesa, pronto a cercare le cinture di sicurezza per iniziare il viaggio.

 

METROPOLIS - Rin TARO

VOTO: 7,5

Film profondamente attuale nelle sue tematiche no-global quello del giapponese Rin Taro, che fonde Fritz Lang con Artificial Intelligence, Frankenstein con Blade Runner, il cyberpunk con echi biblici. Tutto già visto, letto, sentito, raccontato, urlato, ma rappresentato attraverso una magnificenza visiva alla cui potenza è impossibile sottrarsi. E sono proprio gli occhi a godere maggiormente dell’incredibile cura con cui ogni dettaglio viene valorizzato. L’animazione tradizionale dei personaggi, fusa con la tridimensionalità dei fondali, stupisce e affascina. La narrazione, nonostante i tanti personaggi e le tante possibili sfumature delle situazioni descritte, procede lineare evitando approfondimenti interessanti (ma forse dall’effetto ridondante) e semplificando alcuni raccordi. Troppi, infatti, gli incontri casuali che pongono il personaggio nel posto giusto al momento giusto. Non struggente come avrebbe potuto essere a causa di una caratterizzazione di Tami, estrema evoluzione dell’uomo robot, in fondo abbastanza superficiale. Il centro narrativo del film, infatti, rimane spesso in secondo piano, schiacciato dalle micro-storie dei personaggi di contorno.
Ennesimo spunto sui limiti del progresso, “Metropolis” è un’opera complessa che ha richiesto sei anni di lavorazione e si imprimerà nella memoria grazie all’indiscutibile fascino visivo. Indimenticabile, al riguardo, l’accostamento della romantica “I can’t stop loving you”, vellutata da Ray Charles, mentre sullo schermo si succedono le immagini della distruzione di Metropolis, città creata ad esaltazione dell’egoismo dell’uomo sulle spalle di chi vive in condizioni di estrema povertà. Un po’ quello che i recenti fatti internazionali hanno dimostrato, con la differenza che le esplosioni sullo schermo provocano vittime di cartone.
Per stupirsi senza rinunciare a pensare.

 

Alle 14 appuntamento con la Disney per il seguito de “Il gobbo di Notre Dame”. All’entrata un elegante e ricco press-book anticipa la natura prettamente commerciale del progetto e recita: “dopo l’entusiasmante accoglienza della critica al Future Film Festival di Bologna”. Davvero?

 

IL GOBBO DI NOTRE DAME II

VOTO: 4

Film prodotto per l’home video con il tentativo, attraverso una strategica uscita italiana per San Valentino, di richiamare quanti più spettatori possibili. Il film, al di là del marketing, offre ben pochi spunti di interesse. I personaggi sono gli stessi del modello originale, ma la zuccherosa (oltre ogni limite!) storia potrebbe riempire una mezz’oretta di qualsiasi anonima serie tv a cartoni. Invece viene dilatata per riempire  poco più di un’ora di buoni sentimenti al gusto di plastica. Il messaggio è chiaro: “non bisogna giudicare dalle apparenze”, ma viene ostentato attraverso una problematicità nulla dei personaggi. Che il gobbo sia buono nessuno lo mette in dubbio, ma che questo lo renda anche bello e “baciabile” ha davvero dell’irritante. L’edificante pistolotto propina una morale facile facile priva di appigli concreti, attraverso amori conditi di problematicità solo apparente. Vabbé che è una favola, ma perché i bambini devono essere manipolati in nome di un “politically correct” così becero?
I personaggi sono ovviamente scolpiti nella caratterizzazione: il gobbo “buonissimo”, gli altri tutti “buoni”, a parte il “cattivo” (ovviamente cattivissimo) dal cuore di pietra. Anche visivamente, il film non offre alcuna sorpresa: tutto in economia, dall’animazione ai fondali.
Chissà perché la Disney si ostina ad inventare seguiti improponibili dei grandi successi precedenti. Sembra davvero che l’unico scopo sia quello di batter cassa, sottovalutando però il pubblico, che non è detto continui ad abboccare.

 

C’è un po’ di ritardo, causa i problemi legati al cambiamento di sede degli eventi collaterali, così l’incontro con la DUBOI è posticipato di circa mezz’ora. Nell’attesa chiacchiere e visita al negozio che vende gadget legati al mondo del cartoon e dei fumetti. La bambola di Chucky versione naturale veglia dall’alto mentre un pubblico sempre più stanco ma onnivoro si aggira per l’atrio del cinema. Tante le occhiaie che si incontrano.

DUBOI: incontro con Antoine Simkine che presenta il making-of de “Il favoloso mondo di Amelie”

Il mite e molto francese Antoine Simkine, direttore della sempre più ricercata Duboi, racconta qualche retroscena di uno dei film più chiacchierati dell’anno, che in Francia è diventato un fenomeno di costume e nel resto del mondo sta raccogliendo consensi ed importanti riconoscimenti, anticamera (visto che dietro c’è la Miramax) dell’Oscar.
La DUBOI, già ospitata nella precedente edizione del Festival, fu fondata una decina di anni fa ed ha all’attivo un centinaio di film. Nei primi anni, non essendoci tecniche informatiche disponibili, gli investimenti sono stati indirizzati prevalentemente alla produzione di nuovi software evolutisi, poi, nel cosiddetto “metodo Duboi”. Il primo film interamente digitalizzato prima di essere trasferito su pellicola a cui collabora la Duboi è del 1996 e si tratta di “Mordburo” di Lionel Kapp. Fu un insuccesso commerciale, ma determinò un grande passo avanti nell’utilizzo della tecnica.
Tutto l’incontro è ovviamente incentrato su “Amelie”. Quello che Antoine mostra non è un making-of, ma cinque sequenze del film (in pellicola) facendo vedere il girato (con la luce naturale) e il risultato. In mezzo il “metodo Duboi”, che interviene direttamente sui negativi del girato calibrando i colori e, nel caso di “Amelie”, rendendo sature le tinte primarie. “L’effetto”, spiega Antoine, “è rivoluzionario perché consente una totale modifica cromatica e quindi espressiva dei colori”. “Del resto”, continua Antoine, “Amelie non è un film di effetti speciali! I 120 piani truccati, infatti, sono a supporto della narrazione”.
Antoine conclude l’incontro ricordando che per calibrare il colore sono state necessarie cinque settimane, mentre i singoli trucchi hanno richiesto una post-produzione di quattro mesi.

 

La  sala si riempie quasi del tutto per l’atteso incontro con il disegnatore MORDILLO. Ormai il Nosadella è la mia seconda casa e chiedo alla cassiera di poter indossare comode babbucce in peluche.

Incontro con il grande illustratore Mordillo e i suoi comici personaggi

Il disegnatore argentino si presenta timido agli intervistatori e racconta episodi della sua vita. Sullo schermo alcuni cartoni animati prodotti da una casa di produzione tedesca sulla base delle sue vignette. Progetto a cui lui non ha partecipato, perché Mordillo è un disegnatore e non un animatore.
Il disegno” dichiara Mordillo “è una seconda lingua, ed è difficile spiegare a parole ciò che ci si è sforzati di spiegare senza parole!
Nato a Buenos Aires nel 1932, figlio di immigrati spagnoli in Argentina, Guillermo Mordillo, rimane folgorato nel 1938 dalla visione di “Biancaneve e i sette nani”. Dall’età di sei anni non smetterà più di disegnare. Prima in Argentina, attraverso pubblicità e libri per bambini, poi a Lima, in Perù, dove trova lavoro in una grande agenzia pubblicitaria. Nel 1960 va a New York dove lavora alla Paramount, in cui cura i disegni di Popeye. Ma la sua seconda casa diventa Parigi, dove si trasferisce nel 1966 e dove comincia a definirsi quello che sarà unanimemente riconosciuto come lo stile Mordillo: personaggi buffi e panciuti in vignette morbide, umoristiche e spesso grottesche. Non a caso, ricorda Mordillo, “gli elementi del mio disegno sono tenerezza e amore”.

 

E per  finire in bellezza, un po’ di manga giapponesi erotici.

LA CLINICA DELL’AMORE III

Prodotto per l’home video, deve il suo successo all’ironia con cui affronta il sesso in tutte le sue possibili varianti. Negli episodi presentati, lesbiche gelose del vibratore, donne insoddisfatte del marito e rock star anorgasmiche. I personaggi femminili convergono con le loro problematiche nella “Clinica dell’amore”, dove la soluzione ai problemi è una trombata esagerata con il primario, ovviamente superdotato e con una fida assistente volenterosa collaboratrice. Le tante scene hard sono schermate da un flou di pixel che impedisce di vedere penetrazioni ed organi genitali. Si ridacchia qua e là, ma dopo tre episodi le palpebre diventano pesanti.

LE GUERRIERE SAILOR

Gruppo di ninfette in divisa da scolaretta deve vedersela nientepopodimenoche con i pornodiavoli, orrendi mostri dalle esagerate protuberanze che si nascondono nel corpo dei professori di una scuola per risvegliare non so bene quale divinità. Il manga è ricco di dettagli morbosi, questa volta non schermati, che culminano nella masturbazione ad un gatto dai super-poteri. Animazione poco fluida e prevalenza di tinte pastello. L’ordine, rappresentato dalla scuola e dalle divise, cela sempre qualche pericolo.

SEXY BEAST

Trattasi di creature luciferine che cercano di riprodursi violentando giovani donne ma, incapaci di controllare la loro potenza, finiscono con il massacrarle. Davvero malsano nell’abbinamento tra sesso e violenza, mostra squartamenti e incontri sessuali, dettagliati soprattutto nelle violente conseguenze. Il sesso ne esce con cupezza e forse il manga è il significativo specchio di un ordine sociale che cela pulsioni represse e  sensi di colpa.

 

LA SCOPERTA DEL GIORNO (che poi è un dubbio): “… ma i cartoni animati, quando fanno l’amore, fingono?”

 

Stanco ma felice mi appropinquo verso l’uscita, ma devo sbagliare qualche cosa perché la porta si apre su quella che sembra una cabina di proiezione. Per terra varie pizze di film, appoggiato alla parete un plastico di Frodo ad altezza naturale. Mi guardo intorno e non vedo nessuno, sto per girarmi ed uscire quando il proiettore si accende e … ahh! No! devo resistere! aiutoooo!

Le mie parole riecheggiano nel vuoto e provo una sensazione di incredibile leggerezza, mi sembra quasi di volare. Di colpo sbatto contro a qualcosa, ma intorno a me tutto sembra indefinito e riconosco solo sfumature di grigio. Provo ad avanzare ma non riesco. Sento uno stacco musicale, come una sigla televisiva, guardo meglio e vedo, proprio davanti a me, tante persone sedute, “ma è l’interno del Nosadella!”
Mi giro attirato da una luce quasi accecante “Aiuto !!! Un pornodiavolo!”

DRINN! DRINN! DRINN!

“Presto guerriere Sailor fate qualcosa!”
“Come … eh … che cos …!”

Sul lato sinistro del letto la sveglia pulsa con spietata precisione e segna le 7.15 … 7.16 … “Cazzo! È già lunedì!!!”

 

 

 Torna a capo pagina           Torna alla homepage