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DIARIO
SEMISERIO DELLA QUARTA EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLE NUOVE TECNOLOGIE DEL
CINEMA D’ANIMAZIONE
a cura di LUCA
BARONCINI
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È
quasi un paradosso, ma vivere un festival nella propria città può
risultare più stressante rispetto ad una trasferta. Se si è a Venezia,
Torino, Cannes, infatti, ci si dedica interamente all’evento chiudendo
il più possibile le porticine mentali aperte sul lavoro, la casa, i
mille impegni quotidiani. In un festival “in casa”, invece, si cerca
di conciliare tutto, con il rischio di vivere il lavoro come uno
splatter film di fanta-horror e di incontrare la fidanzata chiamandola
incautamente Amelie.
Detto questo, bisogna ringraziare il duo Giulietta Fara e Andrea Romeo
per avere organizzato un festival interessante e ricco di opportunità,
in grado di offrire una panoramica attuale ed ampia sulle nuove
tecnologie abbinate all’immagine e all’immaginario.
L’organizzazione è stata efficiente, con qualche inevitabile problema
logistico (legato anche ad infausti ed imprevedibili eventi) e la scelta
di sostituire la gratuità del festival con il pagamento simbolico di 1
euro per chi aveva gli inviti e di 5 euro per gli altri, ha reso più
scorrevole gli accessi alle sale, eliminando automaticamente chi
riscontrava nel termine GRATIS l’unica attrattiva all’evento.
Ma
procediamo per gradi e vediamo come si sono sviluppati i cinque giorni
di festival. |
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MERCOLEDI 16 GENNAIO 2002: INIZIO COL BOTTO!!!
Sembra
ormai una moda: ogni festival che si rispetti deve avere il suo
incendio. Comincia infatti all’insegna delle fiamme la quarta edizione
del Future Film Festival. Rogo alle Scuderie Bentivoglio, locale da poco
entrato nel cuore dei bolognesi, sede dell’ufficio stampa del Festival
e delle attività collaterali alle proiezioni cinematografiche. I
giornali parlano di un corto circuito, il festival vacilla, ma trova in
fretta ospitalità presso gli accoglienti locali della ex-Sala Borsa.
Ovviamente l’incidente causa variazioni di programma, ma la
comunicazione è solerte e tutto sommato indolore.
Mercoledì
è il giorno de “Il Signore degli anelli”. La città è invasa da
emuli di Frodo e Gandalf che si aggirano sotto i portici di Bologna alla
vana ricerca di elfiche principesse. La prima del film è “sold-out”
da giorni e la proiezione per gli accreditati è ahimè! (grugnito di
rabbia!) al mattino. Costretto a malincuore a saltare l’evento,
comincio il festival con
FUTURE
FILM SHORT, selezione di corti in anteprima da tutto il mondo
Una
quindicina i corti presentati, quasi tutti interessanti dal punto di
vista tecnico, la maggior
parte divertente e uno davvero sconvolgente.
Ma
procediamo per ordine:
-
WORK IN PROGRESS, è il corto più blasonato, quello della
ILM, diretto da Tom Bertino, ma il sofisticato impatto visivo non
è supportato dalla storia, che spiazza lo spettatore senza riuscire a
coinvolgerlo. Segna comunque un ulteriore passo avanti della ILM
nell’animazione 3D a dispetto del fotorealismo, in cui si è cimentata
con efficaci risultati. Tra la Dreamworks e la Pixar, ma distante da
entrambe.
-
THE
MOVING PYRAMID
di Wolf. Produzione americana per una sorta di barzelletta
ambientata nell’antico Egitto. Realizzato con cura, grazie anche
all’efficace contributo sonoro, ma poco ritmato e sempre prevedibile
negli sviluppi.
-
CREDO di Jonas Raeber. Favola svizzera che racconta
la presa di coscienza di una pecora che decide di abbandonare i pascoli
in cui cresciuta e il padrone da cui è sfruttata per costruirsi una
vita autonoma. Il tutto con leggerezza ed ironia. L’aria che si
respira, con una velata inquietudine a mascherare i sorrisi, è
prettamente europea.
-
NEKOJIRU-SO di Tatsuo Sato. Vera sorpresa della
selezione è un inquietante viaggio onirico in un mondo da incubo dove i
due protagonisti fanno scelte stravaganti ed incontrano personaggi
impossibili. Davvero sorprendente per il disagio che riesce a creare e
per lo stupore che suscita ad ogni sequenza. Delirio narrativo che
solletica la parte irrazionale dello spettatore e lavora
nell’inconscio, da cui sembra provenire, anche a proiezione terminata.
Da vedere assolutamente.
-
WHERE
IS FRANK
di Angela Jedek. Con una tecnica che ricorda ”Waking
Life“, ma con molti più effetti 3D, una storia simil-western che
oltre all’immagine non lascia traccia.
-
BODY STORY di Daniel Percival e Leanne Klein.
Sembra la sigla iniziale di “Fight Club”, invece in pochi secondi
racconta da dove veniamo. Velocissimo ed istruttivo.
-
AZIZ di Diego Zucchi. Datato corto italiano di
ambientazione esotica che non colpisce da nessun punto di vista.
-
BACK TO EPTAR
di Francesco Filippi. Più che un corto, il trailer di un film o
di una serie animata di prossima programmazione che promette amore ed
azione. Il cast tecnico è quasi esclusivamente italiano.
-
YES / NO di Bruno Bozzetto. Sketch in rapidissima
successione per descrivere cosa si può fare (YES) e cosa proprio non si
deve fare (NO) quando si è al volante. Semplice nell’animazione,
curato nella confezione, efficacissimo nell’impatto. Seguono fragorose
risate!
-
HESSI JAMES di Johannes Weiland. Una sorta di barzelletta
che cerca di essere divertente riuscendoci solo a tratti.
-
ALIENG SONG di Victor Navone. Cortissimo del 1999 che
ironizza sul “must” musicale di Gloria Gaynor grazie ad una specie
di alieno che le fa il verso fino a venire brutalmente stoppato. Inutile
raccontarlo, è da vedere. Irresistibile.
-
VALUES
di Van Phan. Pochi eleganti tratti riescono a caratterizzare i
personaggi che compongono il nucleo familiare di questo corto. È
l’unico aspetto interessante, mentre il pistolotto morale che viene
propinato lascia un po’ a desiderare.
Segue
il primo omaggio a Mamoru Oshii a cui il festival dedica una
retrospettiva. |
LAMÙ
- BEAUTIFUL DREAMER - Mamoru OSHII
VOTO:
5,5
È il secondo
lungometraggio dedicato all’eroina Lamù, aliena arrivata sulla Terra
per conquistarla e poi qui stabilitasi per amore. Chi conosce la serie
di cartoon televisivi (ben 218) resterà deluso, gli altri rischieranno
di non capire alcuni passaggi.
L’animazione è al risparmio ma efficace, secondo la tradizione anni
ottanta dei cartoon giapponesi. La sceneggiatura è alquanto
sgangherata, divertente a tratti, affascinante nei continui salti
onirici, ma il più delle volte forzata nei passaggi narrativi
importanti. Ha il coraggio di creare una situazione intrigante e di
portarla avanti, ma la soluzione non convince. La protagonista del
cartone televisivo qui è relegata al ruolo di comparsa e di musa
ispiratrice, ma il suo personaggio non lascia traccia. Più sfaccettata
la figura dell’affascinante professoressa-guerriero, sovrapponibili
per psicologia e disegno gli altri, anche Ataru, protagonista terrestre
della serie televisiva. Mamoru Oshi porta avanti con tenacia il suo
discorso sulla continua sovrapposizione di mondi paralleli che troverà
il suo apice nel lungometraggio in carne ed ossa “Avalon”.
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| La
scoperta del giorno: NANÀ SUPERGIRL ha gambe grosse come tronchi
d’albero. |
GIOVEDÌ 17 GENNAIO 2001: IL GIORNO DI AMELIE
Troppa
carne al fuoco, meglio scegliere un evento e concentrarsi su di esso. Le
aspettative sono alte, visto il successo di pubblico (otto milioni di
spettatori solo in Francia) e i riconoscimenti della critica (Felix
Europeo per Film, Regia e Fotografia). Al primo spettacolo serale il
pubblico è numeroso ma non c’è ressa, mentre i più accorrono per lo
spettacolo successivo. Ad incontrare gli spettatori anche il direttore
della BIM (che distribuirà la pellicola) e che valuterà gli applausi a
fine proiezione come termometro del possibile successo del film. Gli
applausi ci sono stati (ed anche qualche lacrima), ma senza particolari
clamori.
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IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE -
Jean-Pierre JEUNET
VOTO:
6,5
C'è
qualcosa che non quadra nel nuovo film di Jean-Pierre Jeunet, inaspettato
successo in Francia e accolto con premi e grandi consensi un po' in tutto
il mondo. Parigi è un luogo da favola, e la fotografia desaturata ce lo
ricorda ad ogni inquadratura, la giovane Audrey Tautou, con i suoi grandi
ed espressivi occhioni neri, è davvero deliziosa, i personaggi di
contorno delineati con grazia, eppure, anche "Il favoloso mondo di
Amelie" soffre presto del difetto (o pregio, a seconda dei gusti) dei
precedenti film di Jeunet. Il prevalere, sulla storia raccontata, delle
tante trovate registiche: continui virtuosismi che abbinano la
raffinatezza visiva alla virata grottesca e che sono ormai diventati la
cifra stilistica del regista. All'inizio la genialità della messa in
scena conquista e il prologo, che racconta i primi anni di vita di Amelie,
è davvero irresistibile. Presto, però, la voglia di stupire prevale sul
senso del racconto, a scapito dell'emotività. E così la razionalità,
messa a dormire dal non privo di fascino mondo di Jeunet, a poco a poco si
sveglia, interrompendo un simpatico e romantico sogno.
Ma vediamo di capire perché succede. Sono vari gli elementi che da
carinerie, anche geniali, sfumano nella gratuità. Innanzitutto, a chi
appartiene la voce fuori campo, tanto brillante nella presentazione dei
personaggi e spesso presente all'interno del film? Probabilmente è
l'alter-ego del regista, ma a livello narrativo non trova giustificazioni
e alla lunga pone un certo distacco tra schermo e spettatore. Soprattutto
nella prima parte, inoltre, non si crede molto all'introversione della
protagonista che, anzi, sembra sempre avere mille risorse per affrontare
la piatta quotidianità. Anche la scoperta della dedizione agli altri
viene affrontata con brio ma scarso approfondimento, lasciando solo
intendere la fragilità di un personaggio che, incapace di affrontare i
propri problemi, sceglie di risolvere quelli degli altri, sfogando
indirettamente ansie e frustrazioni. Certo, Jeunet racconta in modo
originale una sorta di favola, e porsi troppe domande rischia di rovinare
la magia. Il fatto è che, tra effetti sonori dirompenti, trucchi visivi
ad ogni inquadratura, una protagonista delineata con problematicità solo
apparente e personaggi di contorno vicini alla "macchietta", se
ne ha paradossalmente tutto il tempo. E la narrazione, ogni tanto trova
vantaggio nell'applicazione della tecnica, ma spesso ne esce appesantita.
Il finale ottimistico, in ogni caso, riesce a conciliare tecnica e cuore e
si esce dal favoloso mondo di Jeunet di buon umore, non proprio leggeri,
ma di buon umore.
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LA
SCOPERTA DEL GIORNO:
“Troppe aspettative pianificano la delusione” |
VENERDI 18 GENNAIO 2001: SIAMO GIÀ A METÀ FESTIVAL!
Finalmente
il week-end si avvicina e il lavoro potrà essere per un po’
accantonato. La giornata è lunga e riserva interessanti scoperte.
MILL
FILM: incontro con Gabriel White che presenta il making di “TOMB
RAIDER”
L’incontro
è presieduto dal timido Gabriel White che conferma i luoghi comuni
degli esperti di computer: grandi tecnici non troppo comunicativi senza
il filtro di un video (ad eccezione, ma lo vedremo più avanti, della
Pixar).
Il giovane White inizia presentando la MILL FILM, società fondata nel
1997 come diramazione del MILL GROUP, attivo in Inghilterra già da
dieci anni e specializzato nella post-produzine di spot pubblicitari (ve
la ricordate quella del Mulino Bianco che inseriva paesaggi e campi di
grano nelle piazze italiane?).
Il primo film ai cui effetti speciali ha collaborato la MILL FILM è
“Babe, maialino coraggioso” (1995), che ha regalato subito una
nomination agli Oscar. Nel 1998, con il film “Nemico Pubblico”,
inizia la collaborazione con i fratelli Tony e Ridley Scott. Altri
recenti film ha cui ha partecipato sono “Come cani & gatti”, “Hannibal”,
“Harry Potter” (per il seguito sperano vivamente di essere
coinvolti). Ma il vero trampolino verso la notorietà internazionale è
stato l’Oscar conseguito per gli effetti visivi de “Il
gladiatore”.
Dopo la presentazione della società, Gabriel accenna al suo tipo di
lavoro: anni di gavetta (molti i caffè che ha dovuto preparare!) che lo
hanno portato a specializzarsi nella post-produzione, mentre nella
produzione non ha mai lavorato. “I creatori di effetti speciali”,
spiega Gabriel, “devono trasformare in realtà la visione
del regista” e continua ricordando “Il lavoro, per essere
davvero valido, deve risultare invisibile”.
Ed
ora il cuore dell’incontro: gli effetti speciali di “Tomb Raider”.
Il
film ha avuto una pre-produzione davvero lunga, con la solita fase di
disegno delle singole sequenze su “story-board”, resi poi
tridimensionali attraverso un software per preventivare ogni possibile
inconveniente. Quando si arriva sul set, infatti, tutto è calcolato per
contenere il più possibile costi ed energie. Addirittura nella
sceneggiatura originale di “Tomb Raider” (scoperta inaspettata: ma
allora c’era una sceneggiatura?) era previsto lo scontro tra Lara
Croft e ben 7000 guerrieri cinesi. Il risultato era possibile, ma il
budget ha consigliato di passare ad altro. Ecco quindi in Cambogia le
statue che si animano e, all’inizio del film, l’allenamento di Lara
Croft con un robot interamente digitale. Gabriel anticipa che
l’incontro diventerà tecnico e soporifero e mostra fasi del suo
lavoro attraverso slide. “La digitalizzazione del robot
protagonista della sequenza iniziale del film è stata una fase molto
lunga che ha richiesto mesi di lavoro, mentre il risultato si consuma
sullo schermo in pochi minut”i e, ci tiene a sottolinearlo
Gabriel, “c’è una tendenza del pubblico a dare per scontati gli
effetti speciali senza capire che un singolo fotogramma può richiedere
intere giornate di applicazione”.
Le
parole di Gabriel colpiscono, soprattutto se abbinate al risultato. Ha
ragione, gli effetti di “Tomb Raider” si danno per scontati e non
generano alcun stupore. Ma la colpa non è certo della Mill Film, ma
dell’assenza di sceneggiatura e di una regia esclusivamente tecnica.
Forse aveva ragione Gabriel, la successione di slide con le varie
fasi della digitalizzazione del robot produce un effetto, non sò, come
di zzzz … zzzz … zzzzz!!!
Ed
ora subito in fila per l’anteprima italiana di “EL BOSQUE ANIMADO”
di Angel de La Cruz e Manolo Gomez
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“EL
BOSCO ANIMADO” - Angel
DE LA CRUZ - Manolo GOMEZ
VOTO: 5,5
La
tecnologia e il mondo di “A bug’s life” e una storia vicina a “La
carica dei 101”. Anche la Spagna si cimenta con il mondo virtuale e
realizza il primo lungometraggio interamente in 3D, dedicato soprattutto
ai bambini. La protagonista è una piccola talpa innamorata che deve
liberare futura fidanzata ed amici dalle grinfie di una cattiva umana, che
vuole trasformarli in pelliccia. Se alcune trovate sono davvero simpatiche
e il risultato visivo non ha nulla da invidiare ai più blasonati esempi
d’oltreoceano, “Il bosco animato” stimola però una considerazione.
Perché riciclare anziché inventare? Sembra che il fine sia quello di
dimostrare una capacità tecnologica alla pari di quella americana, con
personaggi e situazioni che pescano a piene mani da un immaginario che
riserva ormai ben poche sorprese. Colpa forse di una sceneggiatura che non
osa e si limita a riproporre tipologie di personaggi ormai divenuti luoghi
comuni: il perdente in cerca di redenzione, un certo maschilismo di fondo
riscontrabile sia negli animali (è l’uomo che deve liberare la donna)
che negli umani (l’uomo sempliciotto vittima della donna cattiva e
volitiva), la solidarietà tra razze diverse, la canzoncina mielosa a
suggellare l’amore.
Tutto già visto, politically correct e ormai ampiamente superato, sia
dalla Walt Disney che dalla Dreamwoks, che sono riusciti a trovare strade
nuove per conciliare il divertimento con la tecnica. Sembra davvero che
l’Europa per arrivare al successo debba dimostrare di saper fare ciò in
cui gli americani sono leader già da tempo. Succede in Spagna, ma ad
esempio anche in Francia, dove quest’anno la “grandeur” è incappata
in due pasticci (“Belfagor” e “Il patto dei lupi”) tutti giocati
sul glamour, i gratuiti effetti speciali e la ricchezza visiva, ma privi
di qualsiasi interesse. Domanda: è necessario adattarsi a quella che si
suppone una logica di mercato o può essere più produttivo, e non
necessariamente fallimentare, raccontare storie interessanti, che facciano
sognare senza dover per forza azzerare il senso critico?
Curiosità: perché tutte le talpe si fanno in quattro per salvare la
protagonista e quando muore uno dei loro compagni non battono ciglio?
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|
Ed
ora subito in fila … ma non l’ho già scritto? … cavoli, quando si
mangia? … un’altra fila … ma è un tour de force!!! |
AVALON
- Mamoru OSHII
VOTO:
6,5
Ci
sono film tratti da videogame, film girati come videogame e film di
impossibile definizione, che viaggiano nel sottile confine tra realtà e
immaginazione. “Avalon” rientra tra questi e sembra bussare più alle
porte dell’inconscio che a quelle della ragione. Racconta infatti di Axa,
giovane campionessa di un videogioco che sembra l’unico scopo della sua
vita e della vita delle persone che le gravitano intorno. Il suo solo
interesse è raggiungere il livello superiore e scoprire che cosa
nasconde. Non privo di fascino, il film di Mamoru Oshii soffre però di
una narrazione assai complessa, in cui allo spettatore vengono negati
troppi elementi per poter giocare insieme alla protagonista. La parte
centrale è tutta un susseguirsi di incontri con vescovi, arcivescovi,
guerrieri, fantasmi ed è giocata visivamente sulla desaturazione dei
colori che rende perfettamente la cupezza dell’ambientazione polacca. La
lunga sequenza finale, accompagnata dall’efficace tema lirico del film,
è ben girata e di grande suggestione, ma la soluzione non scioglie tutti
i dubbi accumulati nel corso della narrazione lasciando un po’
insoddisfatti. Ciò che si capisce, e che già si era supposto fin dalle
prime sequenze, risulta banale, e ciò che si immagina, resta un
insondabile mistero. Chissà, forse Oshii cerca la strada per
rappresentare l’imponderabilità di un mondo privo di punti di
riferimento, in cui ogni mossa può essere quella giusta ma rischia di
essere quella definitivamente sbagliata. Un po’ metafora della vita, un
po’ specchio della fantasia. Ma se non ci si può rifugiare nemmeno nei
sogni, cosa ci resta?
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LA
SCOPERTA DEL GIORNO (che poi è una domanda):
“Chi ha un’aspirina?” |
SABATO 19 GENNAIO 2002: “PIXAR E MEGALOMAN”
(OVVERO
COME MORIRE DAL RIDERE, PER OPPOSTE RAGIONI!)
In
fila per entrare all’incontro con la Pixar mi fermo a pensare. Da una
parte un video al plasma di quelli che tutti vorrebbero avere in casa
(ma prima bisognerebbe avere una casa abbastanza grande per contenerlo)
ripropone a tormentone il trailer de “Il Signore degli anelli”. Ho
visto solo quel trailer, ma potrei mimarlo ad occhi chiusi. Dopo
cominciano alcuni corti, ma il mio sguardo di ferma ad osservare le
altre persone in fila. C’è un pubblico variegato. Pochi bolognesi,
molti giovani, ma anche parecchi adulti. È difficile tracciare un
identikit del frequentatore del Future Film Festival. Ci sono anche
alcuni stranieri, forse studenti, ed i curiosi si aggirano con occhio da
piccione alla ricerca di un manifesto su cui scaricare le proprie tacite
domande.
Finalmente
si entra.
PIXAR
ANIMATION STUDIOS: incontro con John Kahrs
La
Pixar Animation Studios è fedele sostenitrice del Festival fin dalla
prima edizione e resta uno degli eventi più attesi. La sala 1 del
Nosadella è abbastanza gremita e John Kahrs conferma il “Pixar touch”
che prevede una grande abilità tecnica unita a non indifferenti doti
comunicative.
Dopo i fasti di “Toy Story” e “A bug’s life”, la Pixar si è
ingrandita. Il video di presentazione mostrato da John, infatti,
esibisce enormi locali nuovi di zecca in cui si respira un’aria
informale (e si indossano orribili camicie hawaiane!).
Dopo la ri-presentazione di “For the birds”, geniale corto che sarà
allegato al film “Monsters Inc”, John parla della società e del
film di prossima uscita (già grande successo negli U.S.A.), definendo
John Lasseter, presidente della società, come il Walt Disney della
Pixar.
Le
fasi di lavorazione di un qualsiasi progetto prevedono diverse fasi:
-
STORYBOARD: la sceneggiatura viene trasformata in disegni
-
LAYOUT: si costruiscono e si popolano gli ambienti con i
personaggi digitali (ancora
immobili,
però!)
-
ANIMATION: i personaggi si muovono e prendono vita
-
SIMULATION: si curano dettagli che risulteranno importanti (per
“Monsters Inc”, ad
esempio, i
peli di Sullivan o le pieghe del vestito della bambina)
-
FINAL RENDER: si inseriscono le luci che creano lo spessore degli
oggetti e dei personaggi
John
Kahrs è animatore e fondamentale per la sua attività è il suono.
All’interno della Pixar esiste la cosiddetta “stanza degli
specchi” in cui gli animatori “provano” i personaggi, cioè li
vivono in prima persona per definire movimenti ed espressioni.
“Il
lavoro”, spiega John, “prevede un 50% di pianificazione ed un
50% di sviluppo dell’animazione”. “Per creare
coinvolgimento”, continua John, “la parte più delicata da
creare è l’occhio, ma in generale è la cura del dettaglio che deve
rendere l’animazione invisibile! Per Sullivan (il personaggio
curato da John, n.d.r.) erano previsti tentacoli al posto dei piedi,
ma sono stati abbandonati perché difficili da animare”
Mentre
John continua la sua interessante presentazione, salta all’occhio un
particolare inquietante, che conferma il metodo di lavoro della PIXAR: John
assomiglia mostruosamente a SULLIVAN!!!
Ed
ora di corsa nella sala 2 dove Canal-Jimmy presenta alcune chicche che
provocano un misto di tenerezza e grosse risate.
CYBORG
009
Serie
animata nata nel 1968 e tratta dal manga di Shotaro Ishinomori, racconta
le avventure di nove cyborg rapiti dal Signore dei Mercanti e
trasformati in macchine da guerra. Il leader è 009, cioè Joe Shimamura
che guida l’eterogeneo gruppo (diversi provenienza, età, sesso,
statura) alla lotta contro il male e alla ribellione nei confronti di un
tragico e non scelto destino.
L’atmosfera, all’interno della sala 2 del Nosadella, è di grande
calore: ci si vuole nostalgicamente divertire e “Cyborg 009” offre
non pochi spunti al riguardo, ma anche alcune considerazioni più
seriose.
L’episodio presentato inizia con una giovane coppia che viene
vampirizzata dal redivivo conte Dracula. I cyborg devono intervenire per
liberare il paese dai vampiri.
Al di là delle parecchie ingenuità narrative, colpisce la violenza,
anche psicologica, di certe situazioni: il figlio del sindaco del paese
viene vampirizzato e mosso contro il padre che rischia a sua volta di
ucciderlo. Il nucleo familiare, nei cartoni nipponici, non è quasi mai
intero e odi ancestrali trovano sfogo nelle dinamiche dei singoli
componenti. La famiglia, quindi, da rifugio diventa luogo da cui
fuggire, a meno che non sia già zoppa in partenza e allora l’eroe si
troverà a dover vendicare qualcuno dei genitori.
MEGALOMAN
Un
vero trionfo la ri-proposta del primo episodio della serie, accolto con
applausi e liberatorie risate del pubblico. La serie, nata già datata,
è girata in totale economia con una grossolanità davvero esilarante e
anticipa di una ventina d’anni il trionfo dei “Power Rangers”.
Come non ridere alla terribile recitazione esagitata, ai continui
“oh!” di finto stupore, ai mostri di gomma, ai fili che pendono
dall’alto per sostenere l’eroe in volo, alla nullità della
sceneggiatura, all’arma “chioma di fuoco” con cui Megaloman rotea
la testa e fa uscire dagli ispidi capelli vere e proprie palle di fuoco,
al look indegno dei ragazzi protagonisti. Insomma, un vero e proprio
spasso, tanto trash e ridicolo da risultare imperdibile.
Piccola
pausa per mangiare in tutta fretta qualche grissino, poi è il tempo di
un film del 1987 dal titolo
assolutamente affascinante. |
LA
CITTÀ DELLE BESTIE INCANTATRICI - Yoshiaki
KAWAJIRI
VOTO:
7
Il
sottile confine tra il nostro mondo e il regno dei demoni è alla base del
lungometraggio del 1987 di Yoshiaki Kawajiri, tratto dalla storia
originale di Hideyuki Kikuchi. Gli uomini, infatti, sono in lotta con
creature mutanti che dietro un’apparenza umana nascondono mostruose
protuberanze. Ecco quindi l’esasperazione della contaminazione tra uomo
e mostro, tra bene e male, tra normale e diverso, tra carne e acciaio.
Elementi non per forza in antitesi, che per sopravvivere hanno bisogno di
trovare un compromesso per riuscire a camminare affiancati. Nonostante
alcune ingenuità e un’animazione in parte datata, “La città delle
bestie incantatrici” ha un forte impatto. La carne diventa burro,
nasconde lame acuminate e
diviene grembo materno in grado di assorbire essere umani. Il sesso è
un’ossessione morbosa, dietro alla ricerca del piacere c’è sempre
un’insidia, un possibile tormento. Indimenticabile, al riguardo, il
primo incontro amoroso in cui il malcapitato protagonista si trova a
fronteggiare una vagina con denti di ferro e una focosa amante che diviene
mostruoso ragno. Anche gli strumenti di seduzione più canonici possono
trasformarsi in armi pericolose: ecco infatti le unghie smaltate
dell’eroina prolungarsi in temibili raggi distruttivi. La religione è
soprattutto meditazione, la forza è generata dal pensiero, le immagini
sacre non hanno più potere e celano il maligno. Come somma dissacrazione
e affermazione di un pensiero laico (ma
non troppo, viste le conseguenze procreatrici), l’amore viene consumato
in una chiesa.
Fantasioso, violento, fluido, splatter, affascinante.
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In
contemporanea c’è l’anteprima per il pubblico di “Waking Life”.
L’esperimento di Richard Linklater, già presentato al Festival di
Venezia, sembra aver trovato finalmente la strada per la distribuzione nelle sale. |
WAKING
LIFE - Richard LINKLATER
VOTO:
7
Il Sogno
è Destino
In
"Prima dell'alba" Richard Linklater ci ha trasportato a Vienna
nell'incontro casuale tra un ragazzo americano e una ragazza francese che,
da perfetti sconosciuti, nel giro di ventiquattro ore diventano prima
amici e poi amanti. In "Waking life" il regista riprende, in una
delle brevi sequenze in cui il film è ripartito, gli stessi attori (Ethan
Hawke e Julie Delpy) persi in una filosofica discussione sullo scorrere
del tempo e la reincarnazione. In apparenza i due film sono molto diversi,
perché "Prima dell'alba" inserisce il continuo e libero
confronto tra i due protagonisti in una storia che permette
immedesimazione e complicità con i personaggi. In "Waking
life", invece, gli incontri di un giovane con tanti loquaci
personaggi sembrano succedersi senza una logica particolare in grado di
contenerli e all'inizio la sensazione è di totale spaesamento. Sembra di
dovere subire la summa del Linklater pensiero suddivisa in siparietti.
Se
però si ha la pazienza di superare la prima ostica parte, con graduale
progressione si entra in una dimensione onirica che, anziché spiazzare
ulteriormente, chiarisce la sofisticata linea narrativa. E alla confusione
si sostituisce la poesia e una sensazione di chiarezza che appaga e, al
contempo, inquieta e rasserena. Ecco quindi che le tante teorie ascoltate
sul destino dell'uomo, il caos, la comunicazione, il fluire del tempo, il
sogno, l'universo, diventano non più gratuite, ma necessarie e
illuminanti. Come anche la forma utilizzata per esprimerli - film girato
con attori trasformato attraverso un software specifico in cartone animato
- che da vezzo d'autore
diventa efficace espediente visivo per rendere la natura onirica del
progetto. Del resto, come scoprono i due bambini che giocano nella prima
sequenza, "il sogno è destino".
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LA
SCOPERTA DEL GIORNO: Megaloman potrebbe essere un’attualissima
icona gay (ri-vedere per credere!) |
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DOMENICA
20 GENNAIO 2002:
“INTERA GIORNATA TRA I PIXEL!”
Qualche
signore porta a spasso il cane, un uomo di mezza età si ferma
all’edicola per acquistare il giornale, una signora molto grassa,
pettinata come Platinette, dà indicazioni al marito per uscire dal
parcheggio ma non gli impedisce di rimbalzare sull’auto dietro, i
semafori alternano inutilmente il verde al rosso, i viali sembrano una
lunga pista di pattinaggio prima dell’inizio della gara e senza il
pubblico.
Siamo sul set di “Avalon”?
No, è semplicemente domenica mattina e sono le 9.40.
Anche sotto i portici di via Nosadella non c’è nessuno e sembra strano
pensare che, mentre ancora Bologna dorme, sta per iniziare un fantasioso
viaggio in una città del futuro, non troppo dissimile da qualche
metropoli del presente.
Nella
sala 1 del Nosadella, invece, il pubblico è abbastanza numeroso e in
fervente attesa, pronto a cercare le cinture di sicurezza per iniziare il
viaggio. |
METROPOLIS
- Rin TARO
VOTO:
7,5
Film
profondamente attuale nelle sue tematiche no-global quello del giapponese
Rin Taro, che fonde Fritz Lang con Artificial Intelligence, Frankenstein
con Blade Runner, il cyberpunk con echi biblici. Tutto già visto, letto,
sentito, raccontato, urlato, ma rappresentato attraverso una magnificenza
visiva alla cui potenza è impossibile sottrarsi. E sono proprio gli occhi
a godere maggiormente dell’incredibile cura con cui ogni dettaglio viene
valorizzato. L’animazione tradizionale dei personaggi, fusa con la
tridimensionalità dei fondali, stupisce e affascina. La narrazione,
nonostante i tanti personaggi e le tante possibili sfumature delle
situazioni descritte, procede lineare evitando approfondimenti
interessanti (ma forse dall’effetto ridondante) e semplificando alcuni
raccordi. Troppi, infatti, gli incontri casuali che pongono il personaggio
nel posto giusto al momento giusto. Non struggente come avrebbe potuto
essere a causa di una caratterizzazione di Tami, estrema evoluzione
dell’uomo robot, in fondo abbastanza superficiale. Il centro narrativo
del film, infatti, rimane spesso in secondo piano, schiacciato dalle
micro-storie dei personaggi di contorno.
Ennesimo spunto sui limiti del progresso, “Metropolis” è un’opera
complessa che ha richiesto sei anni di lavorazione e si imprimerà nella
memoria grazie all’indiscutibile fascino visivo. Indimenticabile, al
riguardo, l’accostamento della romantica “I can’t stop loving you”,
vellutata da Ray Charles, mentre sullo schermo si succedono le immagini
della distruzione di Metropolis, città creata ad esaltazione
dell’egoismo dell’uomo sulle spalle di chi vive in condizioni di
estrema povertà. Un po’ quello che i recenti fatti internazionali hanno
dimostrato, con la differenza che le esplosioni sullo schermo provocano
vittime di cartone.
Per
stupirsi senza rinunciare a pensare. |
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Alle
14 appuntamento con la Disney per il seguito de “Il gobbo di Notre
Dame”. All’entrata un elegante e ricco press-book anticipa la natura
prettamente commerciale del progetto e recita: “dopo l’entusiasmante
accoglienza della critica al Future Film Festival di Bologna”. Davvero? |
IL
GOBBO DI NOTRE DAME II
VOTO:
4
Film
prodotto per l’home video con il tentativo, attraverso una strategica
uscita italiana per San Valentino, di richiamare quanti più spettatori
possibili. Il film, al di là del marketing, offre ben pochi spunti di
interesse. I personaggi sono gli stessi del modello originale, ma la
zuccherosa (oltre ogni limite!) storia potrebbe riempire una mezz’oretta
di qualsiasi anonima serie tv a cartoni. Invece viene dilatata per
riempire poco più di
un’ora di buoni sentimenti al gusto di plastica. Il messaggio è chiaro:
“non bisogna giudicare dalle apparenze”, ma viene ostentato attraverso
una problematicità nulla dei personaggi. Che il gobbo sia buono nessuno
lo mette in dubbio, ma che questo lo renda anche bello e “baciabile”
ha davvero dell’irritante. L’edificante pistolotto propina una morale
facile facile priva di appigli concreti, attraverso amori conditi di
problematicità solo apparente. Vabbé che è una favola, ma perché i
bambini devono essere manipolati in nome di un “politically correct”
così becero?
I personaggi sono ovviamente scolpiti nella caratterizzazione: il gobbo
“buonissimo”, gli altri tutti “buoni”, a parte il “cattivo”
(ovviamente cattivissimo) dal cuore di pietra. Anche visivamente, il film
non offre alcuna sorpresa: tutto in economia, dall’animazione ai
fondali.
Chissà
perché la Disney si ostina ad inventare seguiti improponibili dei grandi
successi precedenti. Sembra davvero che l’unico scopo sia quello di
batter cassa, sottovalutando però il pubblico, che non è detto continui
ad abboccare. |
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C’è
un po’ di ritardo, causa i problemi legati al cambiamento di sede
degli eventi collaterali, così l’incontro con la DUBOI è posticipato
di circa mezz’ora. Nell’attesa chiacchiere e visita al negozio che
vende gadget legati al mondo del cartoon e dei fumetti. La bambola di
Chucky versione naturale veglia dall’alto mentre un pubblico sempre più
stanco ma onnivoro si aggira per l’atrio del cinema. Tante le occhiaie
che si incontrano.
DUBOI:
incontro con Antoine Simkine che presenta il making-of de “Il favoloso
mondo di Amelie”
Il
mite e molto francese Antoine Simkine, direttore della sempre più
ricercata Duboi, racconta qualche retroscena di uno dei film più
chiacchierati dell’anno, che in Francia è diventato un fenomeno di
costume e nel resto del mondo sta raccogliendo consensi ed importanti
riconoscimenti, anticamera (visto che dietro c’è la Miramax)
dell’Oscar.
La DUBOI, già ospitata nella precedente edizione del Festival, fu
fondata una decina di anni fa ed ha all’attivo un centinaio di film.
Nei primi anni, non essendoci tecniche informatiche disponibili, gli
investimenti sono stati indirizzati prevalentemente alla produzione di
nuovi software evolutisi, poi, nel cosiddetto “metodo Duboi”. Il
primo film interamente digitalizzato prima di essere trasferito su
pellicola a cui collabora la Duboi è del 1996 e si tratta di
“Mordburo” di Lionel Kapp. Fu un insuccesso commerciale, ma determinò
un grande passo avanti nell’utilizzo della tecnica.
Tutto l’incontro è ovviamente incentrato su “Amelie”. Quello che
Antoine mostra non è un making-of, ma cinque sequenze del film (in
pellicola) facendo vedere il girato (con la luce naturale) e il
risultato. In mezzo il “metodo Duboi”, che interviene direttamente
sui negativi del girato calibrando i colori e, nel caso di “Amelie”,
rendendo sature le tinte primarie. “L’effetto”, spiega
Antoine, “è rivoluzionario perché consente una totale modifica
cromatica e quindi espressiva dei colori”. “Del resto”,
continua Antoine, “Amelie non è un film di effetti speciali! I 120
piani truccati, infatti, sono a supporto della narrazione”.
Antoine conclude
l’incontro ricordando che per calibrare il colore sono state
necessarie cinque settimane, mentre i singoli trucchi hanno richiesto
una post-produzione di quattro mesi.
La
sala si riempie quasi del tutto per l’atteso incontro con il
disegnatore MORDILLO. Ormai il Nosadella è la mia seconda casa e chiedo
alla cassiera di poter indossare comode babbucce in peluche.
Incontro
con il grande illustratore Mordillo e i suoi comici personaggi
Il
disegnatore argentino si presenta timido agli intervistatori e racconta
episodi della sua vita. Sullo schermo alcuni cartoni animati prodotti da
una casa di produzione tedesca sulla base delle sue vignette. Progetto a
cui lui non ha partecipato, perché Mordillo è un disegnatore e non un
animatore.
“Il disegno” dichiara Mordillo “è una seconda lingua,
ed è difficile spiegare a parole ciò che ci si è sforzati di spiegare
senza parole!”
Nato a Buenos Aires nel 1932, figlio di immigrati spagnoli in Argentina,
Guillermo Mordillo, rimane folgorato nel 1938 dalla visione di
“Biancaneve e i sette nani”. Dall’età di sei anni non smetterà
più di disegnare. Prima in Argentina, attraverso pubblicità e libri
per bambini, poi a Lima, in Perù, dove trova lavoro in una grande
agenzia pubblicitaria. Nel 1960 va a New York dove lavora alla Paramount,
in cui cura i disegni di Popeye. Ma la sua seconda casa diventa Parigi,
dove si trasferisce nel 1966 e dove comincia a definirsi quello che sarà
unanimemente riconosciuto come lo stile Mordillo: personaggi buffi e
panciuti in vignette morbide, umoristiche e spesso grottesche. Non a
caso, ricorda Mordillo, “gli elementi del mio disegno sono
tenerezza e amore”.
E
per finire in bellezza, un
po’ di manga giapponesi erotici.
LA
CLINICA DELL’AMORE III
Prodotto
per l’home video, deve il suo successo all’ironia con cui affronta
il sesso in tutte le sue possibili varianti. Negli episodi presentati,
lesbiche gelose del vibratore, donne insoddisfatte del marito e rock
star anorgasmiche. I personaggi femminili convergono con le loro
problematiche nella “Clinica dell’amore”, dove la soluzione ai
problemi è una trombata esagerata con il primario, ovviamente
superdotato e con una fida assistente volenterosa collaboratrice. Le
tante scene hard sono schermate da un flou di pixel che impedisce di
vedere penetrazioni ed organi genitali. Si ridacchia qua e là, ma dopo
tre episodi le palpebre diventano pesanti.
LE
GUERRIERE SAILOR
Gruppo
di ninfette in divisa da scolaretta deve vedersela nientepopodimenoche
con i pornodiavoli, orrendi mostri dalle esagerate protuberanze che si
nascondono nel corpo dei professori di una scuola per risvegliare non so
bene quale divinità. Il manga è ricco di dettagli morbosi, questa
volta non schermati, che culminano nella masturbazione ad un gatto dai
super-poteri. Animazione poco fluida e prevalenza di tinte pastello.
L’ordine, rappresentato dalla scuola e dalle divise, cela sempre
qualche pericolo.
SEXY
BEAST
Trattasi
di creature luciferine che cercano di riprodursi violentando giovani
donne ma, incapaci di controllare la loro potenza, finiscono con il
massacrarle. Davvero malsano nell’abbinamento tra sesso e violenza,
mostra squartamenti e incontri sessuali, dettagliati soprattutto nelle
violente conseguenze. Il sesso ne esce con cupezza e forse il manga è
il significativo specchio di un ordine sociale che cela pulsioni
represse e sensi di colpa.
LA
SCOPERTA DEL GIORNO
(che poi è un dubbio): “… ma i cartoni animati, quando fanno
l’amore, fingono?” |
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Stanco
ma felice mi appropinquo verso l’uscita, ma devo sbagliare qualche
cosa perché la porta si apre su quella che sembra una cabina di
proiezione. Per terra varie pizze di film, appoggiato alla parete un
plastico di Frodo ad altezza naturale. Mi guardo intorno e non vedo
nessuno, sto per girarmi ed uscire quando il proiettore si accende e …
ahh! No! devo resistere! aiutoooo!
Le
mie parole riecheggiano nel vuoto e provo una sensazione di incredibile
leggerezza, mi sembra quasi di volare. Di colpo sbatto contro a
qualcosa, ma intorno a me tutto sembra indefinito e riconosco solo
sfumature di grigio. Provo ad avanzare ma non riesco. Sento uno stacco
musicale, come una sigla televisiva, guardo meglio e vedo, proprio
davanti a me, tante persone sedute, “ma è l’interno del Nosadella!”
Mi giro attirato da una luce quasi accecante “Aiuto !!! Un
pornodiavolo!”
DRINN!
DRINN! DRINN!
“Presto
guerriere Sailor fate qualcosa!”
“Come … eh … che cos …!”
Sul
lato sinistro del letto la sveglia pulsa con spietata precisione e segna
le 7.15 … 7.16 … “Cazzo! È già lunedì!!!” |
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