Dati
numerici e informazioni sono tratti ed elaborate dal catalogo del
Festival curato dal Centro Espressioni Cinematografiche
Il
cuore di Udine continua a battere a Oriente. Per la settima volta,
infatti, il capoluogo friulano ospita quella che, a tutti gli effetti, si
può considerare la più grande vetrina occidentale di cinema asiatico.
Sono passati appena due anni da quando la S.A.R.S. rischiò di annullare
la manifestazione, ma del terribile virus killer nato in Cina, e destinato
a contagiare l’umanità intera, non sembra essere rimasta alcuna
traccia, dando così sostegno alle tesi che ipotizzavano che il pericolo
fosse stato, quantomeno, esagerato al fine di danneggiare l’economia di
quel paese.
Forte di una solida tradizione culturale, e dei cospicui finanziamenti
regionali (non dimentichiamo che trattasi di Regione a Statuto Speciale),
il settimo compleanno del Festival presenta, oltre alla consueta cortesia,
un’organizzazione oliata ed efficiente più che mai. Alla elegante sede
del Teatro Nuovo Giovanni da Udine si affianca da quest’anno il
Visionario, nuovo centro per le arti visive con tre sale cinematografiche
(perlopiù destinate al circuito d’essai), uno spazio espositivo e una
fornita libreria. Sessantasei i film presentati, con anteprime europee ed
internazionali, oltre a un’ampia retrospettiva dedicata alla Nikkatsu,
famosa casa di produzione giapponese, attiva dal 1954 al 1971,
specializzata in film d’azione. Non manca poi l’omaggio a tre
importanti direttori della fotografia: Tamra Masaki (amato da Tarantino),
Kim Hyung-koo (firma storica del cinema coreano) e Gu Changwei
(collaboratore di Zhang Yimou in “Sorgo Rosso”). A cornice del ricco
programma, un allestimento di forte impatto nel foyer del teatro, per
esporre più di duecento foto di scena, firmate dall’hongkonghese
Jupiter Wong, che ripercorrono la produzione cinematografica della
ex-colonia britannica negli ultimi sette anni.
La prima caratteristica che salta all’occhio, curiosando tra i vari
spazi predisposti con estro e assistendo alle proiezioni, è l’assoluta
assenza di snobismo. Si tratta di un festival nato dalla passione e
destinato, oltre che agli addetti ai lavori, a chiunque abbia curiosità
verso culture lontane e spesso conosciute solo attraverso banali luoghi
comuni geografici. Un festival, quindi, della città per la città. Fa
inoltre piacere che per una volta (non che debba essere sempre così, ma
che qualcuno ci pensi e lo faccia è importante) l’oriente
cinematografico in visione perda l’aura di arte tout-court per scendere
ai livelli, non per forza infimi, di un onesto artigianato. Le opere
presentate, infatti, spaziano dal film d’autore al film di genere, ma
sono perlopiù destinate al grande pubblico e non create con
l’intenzione di compiacere qualche capriccioso festival occidentale.
Questo aspetto rischia di scontentare il palato fine (e irritabile) del
“cinephile”, ma si rivela un ottimo strumento per entrare in contatto
con la cultura di un popolo.
Quattro le cinematografie più rappresentate: Corea del Sud, Cina, Hong
Kong e Giappone, ma anche Thailandia, Filippine e Malesia.
Vediamo, intanto, come i quattro principali mercati di Oriente si sono
mossi nel corso del 2004.
HONG
KONG
Un solo titolo è riuscito a risollevare un’annata
cinematografica particolarmente fiacca per le produzioni nazionali: “Kung
Fu Hustle” di Stephen Chian, che ha battuto il record raggiunto in
precedenza con “Shaolin Soccer” diventando il maggiore successo
hongkonghese di tutti i tempi. Ma una rondine non fa primavera e il forte
calo delle produzioni locali ha messo sotto pressione gli esercenti. I due
più importanti circuiti cinematografici per i film nazionali (“Golden
Harvest” e “Newport”) hanno fatto il possibile per estendere a tre o
quattro settimane la tenitura dei film nazionali, ma non sono riusciti a
dare continuità alla programmazione. Il circuito “Newport, ad esempio,
si è trovato costretto a mettere in circolazione un film vecchio di due
anni in attesa dell’arrivo di “Kung Fu Hustle” perché non c’era
un prodotto locale pronto. Al calo interno è corrisposto invece un
aumento delle co-produzioni con la Cina (non sempre premiate al
botteghino, però), agevolate da uno snellimento normativo che, ad
esempio, ha eliminato l’obbligatorietà di almeno una sezione del film
girata in Cina. Come al solito, i generi più gettonati sono stati
l’action-movie (“One nite in Mongkok” di Drek Yee), il
thriller (“Love battlefield” di Soi Cheang) e la commedia (“Crazy
n’ the city” di James Yuen), con l’outsider a cartoni animati
rappresentato dalle nuove avventure del maialino Mcdull (“Mcdull,
Prince De La Bun”) vera e propria icona nazionale. Per ridare vigore
alla produzione nazionale sembra che l’unica soluzione, o comunque la più
saggia, possa essere il rilancio di un cinema medio, distante dai grandi
budget e dalle star e attento alla sceneggiatura e alla valorizzazione di
quella grande metropoli che è diventata Hong Kong.
CRAZY N' THE CITY -
I Pazzi e la Città (James
YUEN)
Anno: 2005 Durata: 102 min. Regia: James Yuen Sceneggiatura: James Yuen, Law Yiu-fai, Jessica Fong Fotografia: Venus Keung Musica: Raymond Wong Montaggio:
Leung Kwok-wing Interpreti:
Eason
Chan, Joey Yung, Francis Ng
La
giovane Manly viene messa in servizio come partner dello stressato
agente Chris e i due sono assegnati di pattuglia nelle variopinte strade
del quartiere di Wanchai, entrando in contatto con la realtà locale e
imparando a rispettarsi e a collaborare.
Due
per la strada
Comincia come l'ennesima variante de "La strana
coppia", prosegue seguendo il ritmo scoppiettante di una commedia,
poi si tinge di venature drammatiche, sfocia nel thriller e si conclude
con enfasi, rinnovato entusiasmo e patriottismo. Un poliziotto, ormai
stanco della routine, e delle poche sorprese del suo lavoro sulle strade
di Hong Kong, è affiancato da una ragazza giovane ed esuberante che
viene dalla campagna. I loro duetti, nonostante una più che ovvia
contrapposizione, sono la parte più spassosa del film. Il merito è in
gran parte dell'affiatamento dei due interpreti (Eason Chang e Joey Yung)
e della simpatia suscitata dalla loro complicità. Ma la sceneggiatura,
a cui ha collaborato anche lo stesso regista James Yuen, opta per la
coralità e si sfrangia in microstorie non altrettanto coinvolgenti. In
particolare la lunga digressione sul matto Shing (ben interpretato da
Francis Ng) si impantana in imperdonabili banalità, soprattutto quando
con la parola "fine" si pretende di suggellare un amore
improbabile con una massaggiatrice, la cattura di un serial killer e il
rinsavimento dalla pazzia. Ma il regista glissa con mestiere sulla
coerenza degli snodi narrativi e sembra preoccuparsi perlopiù di
connotare l'ambientazione con realismo. Il film è infatti interamente
girato nel popoloso quartiere di Wanchai (in cui il regista ha vissuto
per anni), che da sfondo della vicenda diventa protagonista trasversale,
con le sue viuzze secondarie, le attrazioni turistiche, le linee del
tram, gli angoli appartati e le strade affollate. In questo il film
centra pienamente il bersaglio, calando con efficacia lo spettatore
nella realtà locale. Al piacere del viaggio offerto dalle immagini, però,
non sempre si abbina la capacità di coinvolgerlo con intelligenza. Lo
si depista più volte, facendogli assaporare generi diversi, ma la
necessità di una conclusione in grado di accontentare tutti, finisce
per appiattire il risultato rendendo la pellicola superflua.
Voto: 5
ONE
NITE IN MONGKOK - Una notte in Mongkok (Derek
YEE)
Anno: 2004 Durata: 110 min. Regia e Sceneggiatura: Derek Yee Fotografia:
Venus Keung Musica: Peter Kam Montaggio: Cheung Kafai Interpreti: Daniel Wu, Cecilia Cheung, Alex Fong Produzione:
Cary Cheng, Stephen Lam
Un
killer proveniente dalla Cina continentale viene assoldato da un
capobanda di Hong Kong per uccidere un boss rivale, ma il piano inizia a
vacillare quando il sicario incontra per caso una prostituta cinese e la
protegge da un cliente manesco.
Sulle
strade di Hong Kong
Ancora conflitti fra le triadi di Hong Kong con
doppi giochi e scontri violentissimi. Il tutto sulle strade affollate di
uno dei quartieri più movimentati della metropoli alla vigilia del
Natale, dove lo shopping all'ombra dei grattacieli cede il passo ai
festeggiamenti notturni. Ovviamente non è l'originalità il punto di
forza del lungometraggio di Derek Yee, perché di guerre tra bande
rivali, soprattutto calate nella realtà orientale, si rischia davvero
di non poterne più. Ma superata la banalità delle premesse, ci si
trova invischiati in un racconto molto ben strutturato dove l'azione ha
un ritmo vorticoso e non prova mai a sostituirsi alle psicologie dei
personaggi che, infatti, risultano caratterizzati in modo organico. Non
tutto è subito chiaro nel copione imbastito da Yee, ma la narrazione
permette di capire le dinamiche essenziali dell'azione e di approfondire
a posteriori gli interrogativi in cerca di risposta. C'è sempre
un'esigenza contingente a cui sottostare e manca il tempo per porsi
domande sul come e il perché. La coralità della sceneggiatura trova
sbocco in almeno due personaggi molto ben delineati, il sicario e la
prostituta. Anche in questo caso nessuna originalità nella
contrapposizione tra l'uomo silenzioso con parecchi segreti e la donna
disperata ma vitale, accomunati da uno spaesamento geografico e
culturale (sono entrambi immigrati cinesi). Il merito è anche delle
intense interpretazioni di Daniel Wu, che agisce di sottrazione per dare
spessore all'introversione del personaggio, e Cecilia Cheung, perfetta
simbiosi di grazia e determinazione. Meno efficace la descrizione della
squadra di poliziotti, con troppi personaggi a cui risulta difficile
abituarsi e, di conseguenza, affezionarsi. Ironica anche la presa di
posizione, certamente non casuale, nei confronti della polizia che,
nonostante la grande organizzazione interna, arriva al successo solo per
caso e dopo una serie di imperdonabili errori. Molto ben girato, con una
colonna sonora ad effetto e un montaggio che accentua l'incalzante
progressione della storia, il film centra l'obiettivo di intrattenere
non azzerando l'intelligenza dello spettatore. Nel marzo del 2005
"One Nite in Mongkok" ha vinto i premi per il Miglior Regista
e la Migliore Sceneggiatura al 24° Hong Kong Film Awards.
Voto: 6,5
CINA
Il 2004 è stato un anno particolarmente florido per
il cinema in Cina, sia in termini di produzione che di incassi. Questi
ultimi hanno premiato “La foresta dei pugnali volanti” di
Zhang Yimou e “A world without thieves” di Feng Xiaogang,
oltre al pigliatutto “Kung Fu Hustle” di Stephen Chiau
(prodotto da Hong Kong ma considerato anche cinese in fase distributiva
in virtù degli accordi del CEPA tra Cina continentale e Hong Kong). Non
è certo un caso che i maggiori successi ricalchino il modello
hollywoodiano (alto budget, perizia tecnica e star) visto che la Cina
sta sempre più diventando a livello economico, ma anche sociale, una
colonia americana. Sembra quindi che per sopravvivere anche la Settima
Arte si trovi obbligata a globalizzare lo sguardo (la cerimonia degli
Oscar nel 2004 ha avuto indici di ascolto senza precedenti). Il problema
è annoso e fonte di numerose discussioni perché sono molti a trovare
il cinema ridotto a mera merce di scambio con il rischio di vedere
svilito l’alto profilo artistico conquistato negli anni dalla
cinematografia cinese. Le previste riforme della censura, intanto,
restano ancora nelle intenzioni e nulla si è rinnovato nel concreto.
Tanto per fare un esempio, in base alla censura cinese un horror non
deve mostrare fantasmi, fare riferimento al soprannaturale e propagare
credenze e pratiche superstiziose. Sembra quasi un miracolo, quindi,
che un film come “Suffocation”di Zhang Bingjian,
dichiaratamente di genere, abbia visto la luce e sia stato distribuito.
L’importante, sembra assurdo ma è così, è che gli spunti orrorifici
finiscano per essere riconducibili alla mente malata di qualcuno e non a
entità astratte. Della serie, se non puoi convincerli, confondili.
A WORLD WITHOUT
THIEVES - Un Mondo senza Ladri (FENG
XiaoGang)
Anno: 2004 Durata: 120 min. Regia: Feng Xiaogang Sceneggiatura: Feng
Xiaogang, Lin Lisheng, Wang Gang, Ah Lu Fotografia: Zhang
Li Musica: Wang Liguang Montaggio: Liu Maiomiao Interpreti: Andy Lau, René Liu Ruo-Ying, Ge You Produzione:
Wang Zhonglei, Liu Zhenyun, John Chong, Wang Wei, Wang Zhongjun
Wang
Bo e Wang Li fanno coppia sia nella vita che nelle estorsioni di alto
livello. Dopo l’ultimo colpo andato a buon fine si avventurano in una
traversata della Cina in treno. Nel viaggio incontrano anche Root, un
ragazzo ingenuo e innocente, e una banda di ladri di elevata
professionalità capeggiati da Zio Hu Li.
In
questo mondo di ladri
Il re del botteghino cinese Feng Xiaogang, al suo
settimo lungometraggio, costruisce una sorta di apologo morale in cui
Bene e Male si fronteggiano su un treno che attraversa il paesaggio
roccioso della Cina Occidentale. Nel microcosmo che corre sui binari il
perno è un ragazzetto ingenuo che lavora ristrutturando templi e che
ritorna al paese natio con un notevole gruzzolo per cercare moglie e
mettere su famiglia. A contenderselo, un lui ladro per passione, una lei
in odore di redenzione e un team di professionisti specializzati in
sfide impossibili. Non manca poi l'infiltrato della polizia e nemmeno un
gruppetto di outsiders svitati. Uno dei massimi successi commerciali
dell’anno in Cina è un film di puro intrattenimento che fa leva
sull’eleganza formale, con una regia molto attenta alla fluidità dei
movimenti di macchina e abile nello sfruttare in modo spettacolare gli
spazi ristretti del treno, teatro quasi esclusivo del pur frenetico
racconto. Purtroppo alla innegabile professionalità tecnica è abbinata
una sceneggiatura in cui le pretese filosofiche si scontrano con
personaggi che non sfuggono alla macchietta: il ladro simpatico, la
donna forte (sia redenta che malvagia, comunque ribelle), l’ingenuo
inconsapevole di tutto ciò che gli ruota intorno e un cattivo di cui
sembra non si possa fare a meno. Con grande senso del ritmo e punti di
vista accattivanti la vicenda si stiracchia più per gioco che per
necessità, riuscendo comunque a ispirare simpatia. Le gag si susseguono
con brio lasciando poco spazio alla psicologia dei personaggi,
prigionieri dei ruoli bidimensionali imposti dalla sceneggiatura.
Dialoghi al limite del ridicolo, infarciti di simbologie spicciole (il
lupo e l’agnello ricorrono più volte per identificare i ladri e la
vittima prescelta), banalizzano ulteriormente le già deboli
implicazioni morali della storia. Costruito per compiacere il pubblico
orientale grazie alla presenza ditre
star del mondo cinematografico di lingua cinese (Ge You dalla Cina
continentale, Andy Lau da Hong Kong e René Liu Ruo-ying da Taiwan) il
film abbina Hollywood alla tradizione, unendo azione, sentimenti e
religione. Il frullato che ne deriva solletica gli occhi ma eccede negli
zuccheri, rivelandosi un perfetto "hesuipain", cioè un film
commerciale costruito ad arte per la distribuzione natalizia. Unica
eccezione l’assenza di lieto fine, passaggio ritenuto necessario per
allietare le masse in cerca di conforto da shopping e libagioni,
astutamente sostituita da un pensiero positivo in saldo.
Voto: 5
GIAPPONE
Sono gli anime a spingere il pubblico
giapponese nelle sale cinematografiche. Dei venti film più visti nel
2004, ben nove sono cartoni animati, con ancora Hayao Miyazaki dominatore
incontrastato del botteghino. Con la consueta sensibilità, nonostante
l’ambientazione europea e la derivazione letteraria, il maestro
nipponico (chiamarlo solo regista sarebbe limitativo) in “Il castello
errante di Howl” immerge lo spettatore in atmosfere magiche dove
sogno e realtà si compenetrano fino a confondersi. Harry Potter e
l’ultimo episodio della saga tolkeniana hanno dovuto piegarsi al
linguaggio dell’inconscio parlato da Miyazaki. Tra gli atri cartoni
animati, rispetto alla mole degli investimenti e alla durata dell’attesa
(dieci anni), ha forse un po’ deluso le aspettative “Steamboy”
di Katsuhiro Otomo, che pare non sia riuscito a conquistare le giovani
generazioni. Un pubblico di fedelissimi ha invece premiato “Innocence”,
il seguito di “Ghost in the shell” sempre di Oshii Mamoru, che ha
beneficiato anche dell’ammissione in concorso al Festival di Cannes
(prima volta per un film di animazione giapponese). Buono anche il
riscontro per “Appleseed” di Aramaki Shinji, certamente il
lungometraggio più innovativo dal punto di vista tecnico, con una messa
in scena altamente sofisticata non altrettanto valorizzata dalla
convenzionalità della narrazione. Animazione a parte, il 2004 è stato
l’anno di “Nobody knows”, di Kore-eda Hirokazu, storia di
quattro bambini, figli di padre diverso e abbandonati dalla madre, che
vengono accuditi dal maggiore dei quattro, e di “Crying out love, in
the center of the world”, dove Yukisada Isao riesce ad aggiornare il
dramma romantico ad un’estetica MTV in grado di coinvolgere il pubblico
adolescente. Grande assente, invece, l’horror. Mentre “The Ring” e
“The Grudge” moltiplicano (all’infinito?) a livello planetario i
loro malefici nei saccheggi hollywoodiani, il genere sonnecchia in
Giappone. Solo “One missed call” di Miike Takashi attira
l’interesse del pubblico mentre gli espliciti, almeno nei titoli, “Premonition”
e “Infection” si rivelano fiacchi tentativi di riaccendere i
riflettori sull’horror. In ogni caso, nessun film pronto a creare una
nuova tendenza.
DESERT MOON - La
Luna nel Deserto (AOYAMA
Shinji)
Anno: 2001 Durata: 128 min. Regia e Sceneggiatura: Aoyama Shinji Fotografia: Tamra Masaki Montaggio: Aoyama Shinji Interpreti: Mikami Hiroshi, Toyota Maho, Kashiwabara Shuji Produzione:
Sento Takenori
Nagai
è un imprenditore di successo, ma le pressioni degli azionisti si
uniscono a una famiglia in disfacimento, lasciandolo completamente solo.
Assume quindi il gigolò Keechie per ritrovare la moglie.
Anima persa (davvero ritrovata?)
La bolla speculativa scoppiata nella finanza
mondiale al sorgere del nuovo millennio è uno dei temi centrali del
lungometraggio del giapponese Aoyama Shinji. Il protagonista è infatti
uno dei fondatori delle tante società basate sulle nuove tecnologie che
incontra la strada del fallimento dopo qualche anno ai vertici della
scala economica e sociale. A una deriva lavorativa corrisponde la
perdita della famiglia (moglie e figlia) a lungo trascurata per seguire
il rutilante mondo degli affari. Il film parte con incisività
presentando con pochi cenni il protagonista e l'agghiacciante universo
in cui è immerso, con lavoratori che si licenziano nell'indifferenza
generale, soci che dormono in azienda e capi boriosi per cui la
debolezza è un male da schiacciare. Poi la voglia di raccontare la
rabbia dei figli nei confronti dei padri, che non hanno saputo coltivare
i sogni affogandoli nell'ambizione, trova espressione nell'iperbole
attraverso il personaggio di un borderline gigolo che diventa il punto
di contatto tra il protagonista e quel che resta della sua famiglia.
Purtroppo l'analisi puntuale cede il passo alla grevità e l'autore
finisce per calcare inutilmente la mano sul destino dei personaggi, con
dialoghi e situazioni che devono sopportare il peso dell'indottrinamento
e paiono sempre avere i sottotitoli del disagio. Poco aggiunge, quindi,
il dolore del protagonista esternato dal suo continuo guardare il
filmino dell'idillio familiare perduto, così come il mettere la
bottiglia in mano alla moglie delusa o il far diventare un vero e
proprio tormentone la frase "quando ottieni la cosa che vuoi questa
scompare e diventa solo un'illusione". Più significative, anche se
alla lunga prevedibili, le apparizioni dei genitori, spettro di un senso
di colpa latente e mai sanato. Di grevità in grevità si giunge, a
fatica, a un finale dove la tragedia lascia il posto ad una presa di
coscienza risolutiva. Come spesso accade gli estremi fanno rumore, ma si
perdono nella superficialità. La vita di campagna, l'abbandono delle
responsabilità lavorative e un ritrovato equilibrio familiare paiono la
soluzione ad ogni problema. Ma davvero sette galline e una casa isolata
con moglie e figlia fanno la felicità?
Voto: 4,5
COREA
Anno difficile il 2004 per la
cinematografia coreana. Nonostante l’affermazione internazionale di
alcuni autori (Kim Ki-duk in primis, premiato al Festival di Venezia per
la regia di “Ferro 3 – La casa vuota”, ma anche Kim
Dong-won con il pluripremaito documentario “Repatriation”),
alcuni accordi distribuitivi hanno posto l’attenzione sul rischioso
spostamento verso il commerciale della produzione nazionale. A
movimentare il sottobosco cinematografico, anche il licenziamento in
tronco del direttore del Festival di Puchon (il secondo più importante
della Corea), le azioni legali suscitate dal film “The President’s
last bang” di In Sang-soo (già in concorso a Venezia con “La
moglie dell’avvocato”) sulla morte del dittatore coreano Park
Chung-hee e, per finire, il suicidio di Lee Eun-ju, giovanissima star
nazionale (ventiquattro anni). Attenendosi alle mere valutazioni
numeriche, invece, solo i primi tre mesi dell’anno hanno garantito
successo al box-office nazionale, grazie ai record segnati da “Silmido”
e “Tae Guk Gi”. La sovrabbondanza di offerta estiva, infatti,
ha finito per penalizzare il mercato interno creando una concorrenza
dagli esiti negativi, così come non hanno riscosso il successo sperato
alcuni titoli costosissimi come “Rikidozan”, storia di un
lottatore professionista coreano che divenne eroe nazionale nel Giappone
del 1950.
A offrire una rete di salvataggio intervengono, con un peso sempre
maggiore, le esportazioni, soprattutto nel vicino Giappone, tanto che
per i film a grosso budget la possibilità di essere venduti sul mercato
nipponico diventa un elemento spesso vincolante alla realizzazione.
Anche perché il mercato home video non permette ancora, come in America
e in misura crescente in Europa, di recuperare i costi produttivi e
distributivi. Sembra infatti che i prezzi elevati e la pirateria
informatica abbiano impedito ai dvd di diffondersi, tanto che nel
2004 solo il 29%, dei due milioni di famiglie che possiedono un lettore,
ha acquistato un dvd.
EVERYBODY HAS
SECRETS - Tutti hanno dei segreti (CHANG
Hyun-Soo )
Anno: 2004 Durata: 105 min. Regia: Chang Hyun-soo Sceneggiatura:
Kim Young-chan, Kim Hui-jae Fotografia: Kim
Young-cheol Musica:
Shin Hyun-jeong Montaggio: Kim
Seon-min Interpreti: Lee Byung-heon, Choo Sang-mi, Choi Ji-woo, Kim
Hyo-jin Produzione:
Chung Tae-won
Le
sorelle Han ritrovano la placida superficie delle loro vite messa
sottosopra dall’arrivo di Soo-hyun, un affabile adulatore che sembra
essere l’incarnazione di tutte le qualità.
L'Uomo
Perfetto?
Non è solo l'occidente a
saccheggiare l'oriente (“The ring” e “The Grudge” sono diventati
vere e proprie miniere d'oro), ma succede anche il contrario. Capita con
l'irlandese "About Adam" di Gerard Stembridge, film non
irresistibile ma acuto, in cui l'arrivo improvviso di un uomo bellissimo
mette a soqquadro un'intera famiglia (tre sorelle e un fratello) e,
soprattutto, permette alle pulsioni di tutti i personaggi di uscire allo
scoperto. Più che un remake, il film del coreano Chang Hyun-soo è una
fotocopia dell'originale. Sono minime, infatti, le varianti, con
situazioni, ma anche inquadrature, riproposte esattamente uguali al
prototipo irlandese. La versione coreana accentua i toni grotteschi per
via delle interpretazioni, spesso sopra le righe, dell'affiatato cast, e
di alcuni eccessi nei doppi sensi che tolgono eleganza e incisività
allo spirito vagamente amorale della pellicola. La regia di Chang
Hyun-soo insegue con brio la commedia ma rischia di porre l'accento sui
risvolti comici a discapito dell'ironia, lasciando un vago retrogusto di
superficialità. L'idea centrale resta comunque molto forte e il
protagonista maschile (Lee Byung-heon, considerato l'uomo più bello
della Corea) rimane un mistero per tutta la durata del film: un uomo il
cui unico scopo sembra quello di nutrirsi delle esigenze altrui, uno
spirito libero non minato da giudizi poco risolutivi, incapace, forse,
di leggersi dentro, ma pronto a buttarsi nella vita a capofitto,
minimizzando le conseguenze con invidiabile leggerezza. Per chi non ha
visto l'originale (in Italia "About Adam" è stato distribuito
poco e male) l'occasione è comunque interessante per immergersi in una
simpatica commedia degli equivoci. Per chi invece già conosce Adam e le
sue peculiarità affettive, la vicenda perde ovviamente mordente, ma ne
acquista il confronto con la diversa società in cui gli equivoci
prendono vita. Più che altro sulla carta, però, perché nella realtà
filmica il contesto sociale resta uno sfondo indistinto e l'unica vera e
propria differenza si riscontra nei canoni di bellezza dei protagonisti.
Curiosità: costruito per il pubblico locale, il film ha riscosso
maggiori consensi in Giappone, ormai tappa obbligata per far quadrare i
conti delle produzioni coreane.
Voto: 5,5
PEPPERMINT CANDY -
Caramella alla Menta (LEE
Chang-Dong )
Anno: 2000 Durata: 129 min. Regia e Sceneggiatura: Lee Chang-dong Fotografia:
Kim Hyung-koo Musica: Lee
Jae-jin Montaggio: Kim Hyun Interpreti: Sol Kyung-koo, Moon So-ri, Kim Yeo-jin Produzione:
Myubg Kay-nam, Jeon Jae-young
Kim
Young-ho urla disperato “Voglio tornare indietro” mentre un treno lo
sta per investire. Come ad esaudire il suo desiderio, il film ci riporta
indietro ripercorrendo venti anni della sua vita passata.
Puzzle
della Memoria
Vent'anni di storia della Corea attraverso il
racconto a ritroso delle fallimentari esperienze di vita di un uomo. Lo
incontriamo a un passo dal suicidio per poi scoprire, sui binari
malinconici della memoria, come è passato dai sogni artistici
dell'adolescenza, a fianco di una ragazza dolce e devota, alla
disperazione dell'età adulta, dove una vita professionale poco
appagante si unisce a un’esistenza piatta con una donna traditrice e
non amata. Si parte dal personale per arrivare al generale, con la messa
in scena dell'intimità di un singolo personaggio per rappresentare il
disagio di un intero paese. I quadri finali, infatti, sono incentrati
sugli scontri con i dissidenti politici attivi e sul colpo di stato da
cui è nata la dittatura militare. Un'esperienza traumatica, in cui è
la tortura a garantire rispettabilità sociale, che segnerà
irrimediabilmente il protagonista per tutta la vita, assorbito da
un'esistenza che forse non lo rappresenta ma non riesce nemmeno a
mettere in discussione. La redenzione passerà per una via crucis a cui
solo la morte sarà in grado di mettere la parola fine. Ben scritto,
interpretato con adesione totale da Kim Hyung-koo, diretto da Lee
Chang-dong (poi vincitore a Venezia con "Oasis") con rigore
senza eccedere in sentimentalismi, sconta eccessi di retorica solo nel
quadro finale, in cui l'idillio della giovinezza assume i connotati di
una purezza che rischia di diventare acritica, facendo passare in
secondo piano le possibilità di scelta del protagonista e la sua
incapacità di dare voce a un senso di inadeguatezza con radici
profonde. Forse ancora più lontane del punto di arrivo a cui ci conduce
il film.
Voto: 7,5
A FAMILY - Una
Famiglia (LEE
Jung-Chul)
Anno: 2004 Durata: 94 min. Regia e Sceneggiatura: Lee Jung-chul Fotografia: Choi
Sang-mok Musica: Lee Dong-jun Montaggio: Nam Na-young Interpreti: Soo Ae, Joo Hyun, Park Ji-min Produzione:
Hwang Woo-hyun, Hwang Jae-woo
Il
difficile rapporto tra un padre single e la figlia, appena uscita di
galera e nuovamente invischiata con una banda di strada.
Ciak
si piange
Cresciuto al botteghino coreano grazie al
passaparola, "A family" è in realtà un drammone ricattatorio
costruito per spremere lacrime. L'edificante racconto prevede il ritorno
in famiglia di una ragazza dopo tre anni di galera. Il rapporto con il
padre ubriacone non è dei migliori, ma una grave leucemia incombe,
inoltre c'è un fratellino simpatico e vivace che pare uscire dritto
dritto da una sit-com. A rallentare la riconciliazione del quadretto
familiare ci si mette un super-cattivo, di quelli vestiti eccentrici che
si innervosiscono per un nonnulla e spaccano ogni locale in cui mettono
piede. Ad una prima parte tutto sommato onesta nel tratteggiare i
profili psicologici, elementari ma funzionali, segue una escalation
menagrama così eccessiva da ridicolizzare gli intenti commoventi
dell'epilogo. A svilire il racconto è soprattutto la banalità con cui
la sceneggiatura costruisce le motivazioni dei personaggi, dando per
l'ennesima volta la priorità al senso di colpa. Redenzione, sacrificio,
riscatto ed eroismo sono una diretta conseguenza, con i risvolti
introspettivi azzerati in nome di una facile, quanto evitabile,
tragedia. L'obiettivo è talmente esplicito e i mezzi per arrivarci
talmente frusti che la commozione finisce stritolata nelle spire della
premeditazione. Unico motivo per soggiacere alla visione, la
spigliatezza della giovane protagonista Soo Ae, capace di passare con
grazia ed estrema naturalezza dalle lacrime al sorriso.