FAR EAST FILM FESTIVAL 2005
Udine – Teatro Nuovo / Visionario - dal 22 al 29 aprile 2005


a cura di   LUCA BARONCINI

 

 

-

-



-


-


-
INTRODUZIONE

HONG KONG
    - CRAZY N' THE CITY - James Yuen
    - ONE NITE IN MONGKOK - Derek Yee

CINA
    - A WORLD WITHOUT THIEVES - Feng XiaoGang

GIAPPONE
    - DESERT MOON - Aoyama
Shinji

COREA
    - EVERYBODY HAS SECRETS - Chang Hyun-Soo
    - PEPPERMINT CANDY - Lee Chang-Dong
    - A FAMILY -
Lee Jung-Chul

 

 

L'ORIENTE E' DI CASA A UDINE

Dati numerici e informazioni sono tratti ed elaborate dal catalogo del Festival curato dal Centro Espressioni Cinematografiche

Il cuore di Udine continua a battere a Oriente. Per la settima volta, infatti, il capoluogo friulano ospita quella che, a tutti gli effetti, si può considerare la più grande vetrina occidentale di cinema asiatico. Sono passati appena due anni da quando la S.A.R.S. rischiò di annullare la manifestazione, ma del terribile virus killer nato in Cina, e destinato a contagiare l’umanità intera, non sembra essere rimasta alcuna traccia, dando così sostegno alle tesi che ipotizzavano che il pericolo fosse stato, quantomeno, esagerato al fine di danneggiare l’economia di quel paese.
Forte di una solida tradizione culturale, e dei cospicui finanziamenti regionali (non dimentichiamo che trattasi di Regione a Statuto Speciale), il settimo compleanno del Festival presenta, oltre alla consueta cortesia, un’organizzazione oliata ed efficiente più che mai. Alla elegante sede del Teatro Nuovo Giovanni da Udine si affianca da quest’anno il Visionario, nuovo centro per le arti visive con tre sale cinematografiche (perlopiù destinate al circuito d’essai), uno spazio espositivo e una fornita libreria. Sessantasei i film presentati, con anteprime europee ed internazionali, oltre a un’ampia retrospettiva dedicata alla Nikkatsu, famosa casa di produzione giapponese, attiva dal 1954 al 1971, specializzata in film d’azione. Non manca poi l’omaggio a tre importanti direttori della fotografia: Tamra Masaki (amato da Tarantino), Kim Hyung-koo (firma storica del cinema coreano) e Gu Changwei (collaboratore di Zhang Yimou in “Sorgo Rosso”). A cornice del ricco programma, un allestimento di forte impatto nel foyer del teatro, per esporre più di duecento foto di scena, firmate dall’hongkonghese Jupiter Wong, che ripercorrono la produzione cinematografica della ex-colonia britannica negli ultimi sette anni.
La prima caratteristica che salta all’occhio, curiosando tra i vari spazi predisposti con estro e assistendo alle proiezioni, è l’assoluta assenza di snobismo. Si tratta di un festival nato dalla passione e destinato, oltre che agli addetti ai lavori, a chiunque abbia curiosità verso culture lontane e spesso conosciute solo attraverso banali luoghi comuni geografici. Un festival, quindi, della città per la città. Fa inoltre piacere che per una volta (non che debba essere sempre così, ma che qualcuno ci pensi e lo faccia è importante) l’oriente cinematografico in visione perda l’aura di arte tout-court per scendere ai livelli, non per forza infimi, di un onesto artigianato. Le opere presentate, infatti, spaziano dal film d’autore al film di genere, ma sono perlopiù destinate al grande pubblico e non create con l’intenzione di compiacere qualche capriccioso festival occidentale. Questo aspetto rischia di scontentare il palato fine (e irritabile) del “cinephile”, ma si rivela un ottimo strumento per entrare in contatto con la cultura di un popolo.
Quattro le cinematografie più rappresentate: Corea del Sud, Cina, Hong Kong e Giappone, ma anche Thailandia, Filippine e Malesia.
Vediamo, intanto, come i quattro principali mercati di Oriente si sono mossi nel corso del 2004.

 

 

HONG KONG 

Un solo titolo è riuscito a risollevare un’annata cinematografica particolarmente fiacca per le produzioni nazionali: “Kung Fu Hustle” di Stephen Chian, che ha battuto il record raggiunto in precedenza con “Shaolin Soccer” diventando il maggiore successo hongkonghese di tutti i tempi. Ma una rondine non fa primavera e il forte calo delle produzioni locali ha messo sotto pressione gli esercenti. I due più importanti circuiti cinematografici per i film nazionali (“Golden Harvest” e “Newport”) hanno fatto il possibile per estendere a tre o quattro settimane la tenitura dei film nazionali, ma non sono riusciti a dare continuità alla programmazione. Il circuito “Newport, ad esempio, si è trovato costretto a mettere in circolazione un film vecchio di due anni in attesa dell’arrivo di “Kung Fu Hustle” perché non c’era un prodotto locale pronto. Al calo interno è corrisposto invece un aumento delle co-produzioni con la Cina (non sempre premiate al botteghino, però), agevolate da uno snellimento normativo che, ad esempio, ha eliminato l’obbligatorietà di almeno una sezione del film girata in Cina. Come al solito, i generi più gettonati sono stati l’action-movie (“One nite in Mongkok” di Drek Yee), il thriller (“Love battlefield” di Soi Cheang) e la commedia (“Crazy n’ the city” di James Yuen), con l’outsider a cartoni animati rappresentato dalle nuove avventure del maialino Mcdull (“Mcdull, Prince De La Bun”) vera e propria icona nazionale. Per ridare vigore alla produzione nazionale sembra che l’unica soluzione, o comunque la più saggia, possa essere il rilancio di un cinema medio, distante dai grandi budget e dalle star e attento alla sceneggiatura e alla valorizzazione di quella grande metropoli che è diventata Hong Kong.

 

CRAZY N' THE CITY - I Pazzi e la Città
(James YUEN)

Anno: 2005
Durata: 102 min.
Regia: James Yuen
Sceneggiatura: James Yuen, Law Yiu-fai, Jessica Fong
Fotografia: Venus Keung

Musica: Raymond Wong
Montaggio: Leung Kwok-wing
Interpreti: Eason Chan, Joey Yung, Francis Ng


La giovane Manly viene messa in servizio come partner dello stressato agente Chris e i due sono assegnati di pattuglia nelle variopinte strade del quartiere di Wanchai, entrando in contatto con la realtà locale e imparando a rispettarsi e a collaborare.

Due per la strada

Comincia come l'ennesima variante de "La strana coppia", prosegue seguendo il ritmo scoppiettante di una commedia, poi si tinge di venature drammatiche, sfocia nel thriller e si conclude con enfasi, rinnovato entusiasmo e patriottismo. Un poliziotto, ormai stanco della routine, e delle poche sorprese del suo lavoro sulle strade di Hong Kong, è affiancato da una ragazza giovane ed esuberante che viene dalla campagna. I loro duetti, nonostante una più che ovvia contrapposizione, sono la parte più spassosa del film. Il merito è in gran parte dell'affiatamento dei due interpreti (Eason Chang e Joey Yung) e della simpatia suscitata dalla loro complicità. Ma la sceneggiatura, a cui ha collaborato anche lo stesso regista James Yuen, opta per la coralità e si sfrangia in microstorie non altrettanto coinvolgenti. In particolare la lunga digressione sul matto Shing (ben interpretato da Francis Ng) si impantana in imperdonabili banalità, soprattutto quando con la parola "fine" si pretende di suggellare un amore improbabile con una massaggiatrice, la cattura di un serial killer e il rinsavimento dalla pazzia. Ma il regista glissa con mestiere sulla coerenza degli snodi narrativi e sembra preoccuparsi perlopiù di connotare l'ambientazione con realismo. Il film è infatti interamente girato nel popoloso quartiere di Wanchai (in cui il regista ha vissuto per anni), che da sfondo della vicenda diventa protagonista trasversale, con le sue viuzze secondarie, le attrazioni turistiche, le linee del tram, gli angoli appartati e le strade affollate. In questo il film centra pienamente il bersaglio, calando con efficacia lo spettatore nella realtà locale. Al piacere del viaggio offerto dalle immagini, però, non sempre si abbina la capacità di coinvolgerlo con intelligenza. Lo si depista più volte, facendogli assaporare generi diversi, ma la necessità di una conclusione in grado di accontentare tutti, finisce per appiattire il risultato rendendo la pellicola superflua.

Voto:  5

 

ONE NITE IN MONGKOK - Una notte in Mongkok
(Derek YEE)

Anno: 2004
Durata: 110 min.
Regia e Sceneggiatura: Derek Yee
Fotografia: Venus Keung
Musica: Peter Kam
Montaggio: Cheung Kafai
Interpreti: Daniel Wu, Cecilia Cheung, Alex Fong
Produzione: Cary Cheng, Stephen Lam


Un killer proveniente dalla Cina continentale viene assoldato da un capobanda di Hong Kong per uccidere un boss rivale, ma il piano inizia a vacillare quando il sicario incontra per caso una prostituta cinese e la protegge da un cliente manesco.

Sulle strade di Hong Kong

Ancora conflitti fra le triadi di Hong Kong con doppi giochi e scontri violentissimi. Il tutto sulle strade affollate di uno dei quartieri più movimentati della metropoli alla vigilia del Natale, dove lo shopping all'ombra dei grattacieli cede il passo ai festeggiamenti notturni. Ovviamente non è l'originalità il punto di forza del lungometraggio di Derek Yee, perché di guerre tra bande rivali, soprattutto calate nella realtà orientale, si rischia davvero di non poterne più. Ma superata la banalità delle premesse, ci si trova invischiati in un racconto molto ben strutturato dove l'azione ha un ritmo vorticoso e non prova mai a sostituirsi alle psicologie dei personaggi che, infatti, risultano caratterizzati in modo organico. Non tutto è subito chiaro nel copione imbastito da Yee, ma la narrazione permette di capire le dinamiche essenziali dell'azione e di approfondire a posteriori gli interrogativi in cerca di risposta. C'è sempre un'esigenza contingente a cui sottostare e manca il tempo per porsi domande sul come e il perché. La coralità della sceneggiatura trova sbocco in almeno due personaggi molto ben delineati, il sicario e la prostituta. Anche in questo caso nessuna originalità nella contrapposizione tra l'uomo silenzioso con parecchi segreti e la donna disperata ma vitale, accomunati da uno spaesamento geografico e culturale (sono entrambi immigrati cinesi). Il merito è anche delle intense interpretazioni di Daniel Wu, che agisce di sottrazione per dare spessore all'introversione del personaggio, e Cecilia Cheung, perfetta simbiosi di grazia e determinazione. Meno efficace la descrizione della squadra di poliziotti, con troppi personaggi a cui risulta difficile abituarsi e, di conseguenza, affezionarsi. Ironica anche la presa di posizione, certamente non casuale, nei confronti della polizia che, nonostante la grande organizzazione interna, arriva al successo solo per caso e dopo una serie di imperdonabili errori. Molto ben girato, con una colonna sonora ad effetto e un montaggio che accentua l'incalzante progressione della storia, il film centra l'obiettivo di intrattenere non azzerando l'intelligenza dello spettatore. Nel marzo del 2005 "One Nite in Mongkok" ha vinto i premi per il Miglior Regista e la Migliore Sceneggiatura al 24° Hong Kong Film Awards.

Voto:  6,5

 

 

CINA

Il 2004 è stato un anno particolarmente florido per il cinema in Cina, sia in termini di produzione che di incassi. Questi ultimi hanno premiato “La foresta dei pugnali volanti” di Zhang Yimou e “A world without thieves” di Feng Xiaogang, oltre al pigliatutto “Kung Fu Hustle” di Stephen Chiau (prodotto da Hong Kong ma considerato anche cinese in fase distributiva in virtù degli accordi del CEPA tra Cina continentale e Hong Kong). Non è certo un caso che i maggiori successi ricalchino il modello hollywoodiano (alto budget, perizia tecnica e star) visto che la Cina sta sempre più diventando a livello economico, ma anche sociale, una colonia americana. Sembra quindi che per sopravvivere anche la Settima Arte si trovi obbligata a globalizzare lo sguardo (la cerimonia degli Oscar nel 2004 ha avuto indici di ascolto senza precedenti). Il problema è annoso e fonte di numerose discussioni perché sono molti a trovare il cinema ridotto a mera merce di scambio con il rischio di vedere svilito l’alto profilo artistico conquistato negli anni dalla cinematografia cinese. Le previste riforme della censura, intanto, restano ancora nelle intenzioni e nulla si è rinnovato nel concreto. Tanto per fare un esempio, in base alla censura cinese un horror non deve mostrare fantasmi, fare riferimento al soprannaturale e propagare credenze e pratiche superstiziose. Sembra quasi un miracolo, quindi, che un film come “Suffocation”di Zhang Bingjian, dichiaratamente di genere, abbia visto la luce e sia stato distribuito. L’importante, sembra assurdo ma è così, è che gli spunti orrorifici finiscano per essere riconducibili alla mente malata di qualcuno e non a entità astratte. Della serie, se non puoi convincerli, confondili.

 

A WORLD WITHOUT THIEVES - Un Mondo senza Ladri
(FENG XiaoGang)

Anno: 2004
Durata: 120 min.
Regia: Feng Xiaogang
Sceneggiatura: Feng Xiaogang, Lin Lisheng, Wang Gang, Ah Lu
Fotografia: Zhang Li
Musica: Wang Liguang
Montaggio: Liu Maiomiao
Interpreti: Andy Lau, René Liu Ruo-Ying, Ge You
Produzione: Wang Zhonglei, Liu Zhenyun, John Chong, Wang Wei, Wang Zhongjun


Wang Bo e Wang Li fanno coppia sia nella vita che nelle estorsioni di alto livello. Dopo l’ultimo colpo andato a buon fine si avventurano in una traversata della Cina in treno. Nel viaggio incontrano anche Root, un ragazzo ingenuo e innocente, e una banda di ladri di elevata professionalità capeggiati da Zio Hu Li.

In questo mondo di ladri

Il re del botteghino cinese Feng Xiaogang, al suo settimo lungometraggio, costruisce una sorta di apologo morale in cui Bene e Male si fronteggiano su un treno che attraversa il paesaggio roccioso della Cina Occidentale. Nel microcosmo che corre sui binari il perno è un ragazzetto ingenuo che lavora ristrutturando templi e che ritorna al paese natio con un notevole gruzzolo per cercare moglie e mettere su famiglia. A contenderselo, un lui ladro per passione, una lei in odore di redenzione e un team di professionisti specializzati in sfide impossibili. Non manca poi l'infiltrato della polizia e nemmeno un gruppetto di outsiders svitati. Uno dei massimi successi commerciali dell’anno in Cina è un film di puro intrattenimento che fa leva sull’eleganza formale, con una regia molto attenta alla fluidità dei movimenti di macchina e abile nello sfruttare in modo spettacolare gli spazi ristretti del treno, teatro quasi esclusivo del pur frenetico racconto. Purtroppo alla innegabile professionalità tecnica è abbinata una sceneggiatura in cui le pretese filosofiche si scontrano con personaggi che non sfuggono alla macchietta: il ladro simpatico, la donna forte (sia redenta che malvagia, comunque ribelle), l’ingenuo inconsapevole di tutto ciò che gli ruota intorno e un cattivo di cui sembra non si possa fare a meno. Con grande senso del ritmo e punti di vista accattivanti la vicenda si stiracchia più per gioco che per necessità, riuscendo comunque a ispirare simpatia. Le gag si susseguono con brio lasciando poco spazio alla psicologia dei personaggi, prigionieri dei ruoli bidimensionali imposti dalla sceneggiatura. Dialoghi al limite del ridicolo, infarciti di simbologie spicciole (il lupo e l’agnello ricorrono più volte per identificare i ladri e la vittima prescelta), banalizzano ulteriormente le già deboli implicazioni morali della storia. Costruito per compiacere il pubblico orientale grazie alla presenza di  tre star del mondo cinematografico di lingua cinese (Ge You dalla Cina continentale, Andy Lau da Hong Kong e René Liu Ruo-ying da Taiwan) il film abbina Hollywood alla tradizione, unendo azione, sentimenti e religione. Il frullato che ne deriva solletica gli occhi ma eccede negli zuccheri, rivelandosi un perfetto "hesuipain", cioè un film commerciale costruito ad arte per la distribuzione natalizia. Unica eccezione l’assenza di lieto fine, passaggio ritenuto necessario per allietare le masse in cerca di conforto da shopping e libagioni, astutamente sostituita da un pensiero positivo in saldo.

Voto:  5

 

 

GIAPPONE

Sono gli anime a spingere il pubblico giapponese nelle sale cinematografiche. Dei venti film più visti nel 2004, ben nove sono cartoni animati, con ancora Hayao Miyazaki dominatore incontrastato del botteghino. Con la consueta sensibilità, nonostante l’ambientazione europea e la derivazione letteraria, il maestro nipponico (chiamarlo solo regista sarebbe limitativo) in “Il castello errante di Howl” immerge lo spettatore in atmosfere magiche dove sogno e realtà si compenetrano fino a confondersi. Harry Potter e l’ultimo episodio della saga tolkeniana hanno dovuto piegarsi al linguaggio dell’inconscio parlato da Miyazaki. Tra gli atri cartoni animati, rispetto alla mole degli investimenti e alla durata dell’attesa (dieci anni), ha forse un po’ deluso le aspettative “Steamboy” di Katsuhiro Otomo, che pare non sia riuscito a conquistare le giovani generazioni. Un pubblico di fedelissimi ha invece premiato “Innocence”, il seguito di “Ghost in the shell” sempre di Oshii Mamoru, che ha beneficiato anche dell’ammissione in concorso al Festival di Cannes (prima volta per un film di animazione giapponese). Buono anche il riscontro per “Appleseed” di Aramaki Shinji, certamente il lungometraggio più innovativo dal punto di vista tecnico, con una messa in scena altamente sofisticata non altrettanto valorizzata dalla convenzionalità della narrazione. Animazione a parte, il 2004 è stato l’anno di “Nobody knows”, di Kore-eda Hirokazu, storia di quattro bambini, figli di padre diverso e abbandonati dalla madre, che vengono accuditi dal maggiore dei quattro, e di “Crying out love, in the center of the world”, dove Yukisada Isao riesce ad aggiornare il dramma romantico ad un’estetica MTV in grado di coinvolgere il pubblico adolescente. Grande assente, invece, l’horror. Mentre “The Ring” e “The Grudge” moltiplicano (all’infinito?) a livello planetario i loro malefici nei saccheggi hollywoodiani, il genere sonnecchia in Giappone. Solo “One missed call” di Miike Takashi attira l’interesse del pubblico mentre gli espliciti, almeno nei titoli, “Premonition” e “Infection” si rivelano fiacchi tentativi di riaccendere i riflettori sull’horror. In ogni caso, nessun film pronto a creare una nuova tendenza.

 

DESERT MOON - La Luna nel Deserto
(AOYAMA Shinji)

Anno: 2001
Durata: 128 min.
Regia e Sceneggiatura: Aoyama Shinji
Fotografia: Tamra Masaki
Montaggio: Aoyama Shinji
Interpreti: Mikami Hiroshi, Toyota Maho, Kashiwabara Shuji
Produzione: Sento Takenori


Nagai è un imprenditore di successo, ma le pressioni degli azionisti si uniscono a una famiglia in disfacimento, lasciandolo completamente solo. Assume quindi il gigolò Keechie per ritrovare la moglie.

Anima persa (davvero ritrovata?)

La bolla speculativa scoppiata nella finanza mondiale al sorgere del nuovo millennio è uno dei temi centrali del lungometraggio del giapponese Aoyama Shinji. Il protagonista è infatti uno dei fondatori delle tante società basate sulle nuove tecnologie che incontra la strada del fallimento dopo qualche anno ai vertici della scala economica e sociale. A una deriva lavorativa corrisponde la perdita della famiglia (moglie e figlia) a lungo trascurata per seguire il rutilante mondo degli affari. Il film parte con incisività presentando con pochi cenni il protagonista e l'agghiacciante universo in cui è immerso, con lavoratori che si licenziano nell'indifferenza generale, soci che dormono in azienda e capi boriosi per cui la debolezza è un male da schiacciare. Poi la voglia di raccontare la rabbia dei figli nei confronti dei padri, che non hanno saputo coltivare i sogni affogandoli nell'ambizione, trova espressione nell'iperbole attraverso il personaggio di un borderline gigolo che diventa il punto di contatto tra il protagonista e quel che resta della sua famiglia. Purtroppo l'analisi puntuale cede il passo alla grevità e l'autore finisce per calcare inutilmente la mano sul destino dei personaggi, con dialoghi e situazioni che devono sopportare il peso dell'indottrinamento e paiono sempre avere i sottotitoli del disagio. Poco aggiunge, quindi, il dolore del protagonista esternato dal suo continuo guardare il filmino dell'idillio familiare perduto, così come il mettere la bottiglia in mano alla moglie delusa o il far diventare un vero e proprio tormentone la frase "quando ottieni la cosa che vuoi questa scompare e diventa solo un'illusione". Più significative, anche se alla lunga prevedibili, le apparizioni dei genitori, spettro di un senso di colpa latente e mai sanato. Di grevità in grevità si giunge, a fatica, a un finale dove la tragedia lascia il posto ad una presa di coscienza risolutiva. Come spesso accade gli estremi fanno rumore, ma si perdono nella superficialità. La vita di campagna, l'abbandono delle responsabilità lavorative e un ritrovato equilibrio familiare paiono la soluzione ad ogni problema. Ma davvero sette galline e una casa isolata con moglie e figlia fanno la felicità?

Voto:  4,5

 

 

COREA

Anno difficile il 2004 per la cinematografia coreana. Nonostante l’affermazione internazionale di alcuni autori (Kim Ki-duk in primis, premiato al Festival di Venezia per la regia di “Ferro 3 – La casa vuota”, ma anche Kim Dong-won con il pluripremaito documentario “Repatriation”), alcuni accordi distribuitivi hanno posto l’attenzione sul rischioso spostamento verso il commerciale della produzione nazionale. A movimentare il sottobosco cinematografico, anche il licenziamento in tronco del direttore del Festival di Puchon (il secondo più importante della Corea), le azioni legali suscitate dal film “The President’s last bang” di In Sang-soo (già in concorso a Venezia con “La moglie dell’avvocato”) sulla morte del dittatore coreano Park Chung-hee e, per finire, il suicidio di Lee Eun-ju, giovanissima star nazionale (ventiquattro anni). Attenendosi alle mere valutazioni numeriche, invece, solo i primi tre mesi dell’anno hanno garantito successo al box-office nazionale, grazie ai record segnati da “Silmido” e “Tae Guk Gi”. La sovrabbondanza di offerta estiva, infatti, ha finito per penalizzare il mercato interno creando una concorrenza dagli esiti negativi, così come non hanno riscosso il successo sperato alcuni titoli costosissimi come “Rikidozan”, storia di un lottatore professionista coreano che divenne eroe nazionale nel Giappone del 1950.
A offrire una rete di salvataggio intervengono, con un peso sempre maggiore, le esportazioni, soprattutto nel vicino Giappone, tanto che per i film a grosso budget la possibilità di essere venduti sul mercato nipponico diventa un elemento spesso vincolante alla realizzazione. Anche perché il mercato home video non permette ancora, come in America e in misura crescente in Europa, di recuperare i costi produttivi e distributivi. Sembra infatti che i prezzi elevati e la pirateria informatica abbiano impedito ai dvd di diffondersi, tanto che nel 2004 solo il 29%, dei due milioni di famiglie che possiedono un lettore, ha acquistato un dvd.

 

EVERYBODY HAS SECRETS - Tutti hanno dei segreti
(CHANG Hyun-Soo )

Anno: 2004
Durata: 105 min.
Regia: Chang Hyun-soo
Sceneggiatura: Kim Young-chan, Kim Hui-jae
Fotografia: Kim Young-cheol
Musica: Shin Hyun-jeong
Montaggio: Kim Seon-min
Interpreti: Lee Byung-heon, Choo Sang-mi, Choi Ji-woo, Kim Hyo-jin
Produzione: Chung Tae-won


Le sorelle Han ritrovano la placida superficie delle loro vite messa sottosopra dall’arrivo di Soo-hyun, un affabile adulatore che sembra essere l’incarnazione di tutte le qualità.

L'Uomo Perfetto?

Non è solo l'occidente a saccheggiare l'oriente (“The ring” e “The Grudge” sono diventati vere e proprie miniere d'oro), ma succede anche il contrario. Capita con l'irlandese "About Adam" di Gerard Stembridge, film non irresistibile ma acuto, in cui l'arrivo improvviso di un uomo bellissimo mette a soqquadro un'intera famiglia (tre sorelle e un fratello) e, soprattutto, permette alle pulsioni di tutti i personaggi di uscire allo scoperto. Più che un remake, il film del coreano Chang Hyun-soo è una fotocopia dell'originale. Sono minime, infatti, le varianti, con situazioni, ma anche inquadrature, riproposte esattamente uguali al prototipo irlandese. La versione coreana accentua i toni grotteschi per via delle interpretazioni, spesso sopra le righe, dell'affiatato cast, e di alcuni eccessi nei doppi sensi che tolgono eleganza e incisività allo spirito vagamente amorale della pellicola. La regia di Chang Hyun-soo insegue con brio la commedia ma rischia di porre l'accento sui risvolti comici a discapito dell'ironia, lasciando un vago retrogusto di superficialità. L'idea centrale resta comunque molto forte e il protagonista maschile (Lee Byung-heon, considerato l'uomo più bello della Corea) rimane un mistero per tutta la durata del film: un uomo il cui unico scopo sembra quello di nutrirsi delle esigenze altrui, uno spirito libero non minato da giudizi poco risolutivi, incapace, forse, di leggersi dentro, ma pronto a buttarsi nella vita a capofitto, minimizzando le conseguenze con invidiabile leggerezza. Per chi non ha visto l'originale (in Italia "About Adam" è stato distribuito poco e male) l'occasione è comunque interessante per immergersi in una simpatica commedia degli equivoci. Per chi invece già conosce Adam e le sue peculiarità affettive, la vicenda perde ovviamente mordente, ma ne acquista il confronto con la diversa società in cui gli equivoci prendono vita. Più che altro sulla carta, però, perché nella realtà filmica il contesto sociale resta uno sfondo indistinto e l'unica vera e propria differenza si riscontra nei canoni di bellezza dei protagonisti.
Curiosità: costruito per il pubblico locale, il film ha riscosso maggiori consensi in Giappone, ormai tappa obbligata per far quadrare i conti delle produzioni coreane.

Voto:  5,5

 

PEPPERMINT CANDY - Caramella alla Menta
(LEE Chang-Dong )

Anno: 2000
Durata: 129 min.
Regia e Sceneggiatura: Lee Chang-dong
Fotografia: Kim Hyung-koo
Musica: Lee Jae-jin
Montaggio: Kim Hyun
Interpreti: Sol Kyung-koo, Moon So-ri, Kim Yeo-jin
Produzione: Myubg Kay-nam, Jeon Jae-young


Kim Young-ho urla disperato “Voglio tornare indietro” mentre un treno lo sta per investire. Come ad esaudire il suo desiderio, il film ci riporta indietro ripercorrendo venti anni della sua vita passata.

Puzzle della Memoria

Vent'anni di storia della Corea attraverso il racconto a ritroso delle fallimentari esperienze di vita di un uomo. Lo incontriamo a un passo dal suicidio per poi scoprire, sui binari malinconici della memoria, come è passato dai sogni artistici dell'adolescenza, a fianco di una ragazza dolce e devota, alla disperazione dell'età adulta, dove una vita professionale poco appagante si unisce a un’esistenza piatta con una donna traditrice e non amata. Si parte dal personale per arrivare al generale, con la messa in scena dell'intimità di un singolo personaggio per rappresentare il disagio di un intero paese. I quadri finali, infatti, sono incentrati sugli scontri con i dissidenti politici attivi e sul colpo di stato da cui è nata la dittatura militare. Un'esperienza traumatica, in cui è la tortura a garantire rispettabilità sociale, che segnerà irrimediabilmente il protagonista per tutta la vita, assorbito da un'esistenza che forse non lo rappresenta ma non riesce nemmeno a mettere in discussione. La redenzione passerà per una via crucis a cui solo la morte sarà in grado di mettere la parola fine. Ben scritto, interpretato con adesione totale da Kim Hyung-koo, diretto da Lee Chang-dong (poi vincitore a Venezia con "Oasis") con rigore senza eccedere in sentimentalismi, sconta eccessi di retorica solo nel quadro finale, in cui l'idillio della giovinezza assume i connotati di una purezza che rischia di diventare acritica, facendo passare in secondo piano le possibilità di scelta del protagonista e la sua incapacità di dare voce a un senso di inadeguatezza con radici profonde. Forse ancora più lontane del punto di arrivo a cui ci conduce il film.

Voto:  7,5

 

A FAMILY - Una Famiglia
(LEE Jung-Chul)

Anno: 2004
Durata: 94 min.
Regia e Sceneggiatura: Lee Jung-chul
Fotografia: Choi Sang-mok
Musica: Lee Dong-jun
Montaggio: Nam Na-young
Interpreti: Soo Ae, Joo Hyun, Park Ji-min
Produzione: Hwang Woo-hyun, Hwang Jae-woo


Il difficile rapporto tra un padre single e la figlia, appena uscita di galera e nuovamente invischiata con una banda di strada.

Ciak si piange

Cresciuto al botteghino coreano grazie al passaparola, "A family" è in realtà un drammone ricattatorio costruito per spremere lacrime. L'edificante racconto prevede il ritorno in famiglia di una ragazza dopo tre anni di galera. Il rapporto con il padre ubriacone non è dei migliori, ma una grave leucemia incombe, inoltre c'è un fratellino simpatico e vivace che pare uscire dritto dritto da una sit-com. A rallentare la riconciliazione del quadretto familiare ci si mette un super-cattivo, di quelli vestiti eccentrici che si innervosiscono per un nonnulla e spaccano ogni locale in cui mettono piede. Ad una prima parte tutto sommato  onesta nel tratteggiare i profili psicologici, elementari ma funzionali, segue una escalation menagrama così eccessiva da ridicolizzare gli intenti commoventi dell'epilogo. A svilire il racconto è soprattutto la banalità con cui la sceneggiatura costruisce le motivazioni dei personaggi, dando per l'ennesima volta la priorità al senso di colpa. Redenzione, sacrificio, riscatto ed eroismo sono una diretta conseguenza, con i risvolti introspettivi azzerati in nome di una facile, quanto evitabile, tragedia. L'obiettivo è talmente esplicito e i mezzi per arrivarci talmente frusti che la commozione finisce stritolata nelle spire della premeditazione. Unico motivo per soggiacere alla visione, la spigliatezza della giovane protagonista Soo Ae, capace di passare con grazia ed estrema naturalezza dalle lacrime al sorriso.

Voto:  5

 

 

 Torna a capo pagina           Torna alla homepage