Da cinque anni Udine ospita il Far
East Film Festival, appuntamento impedibile per chi è appassionato di
cinema e di oriente. Quest’anno, oltre a tutti i problemi logistici e
tecnici che vivacizzano una grande manifestazione, un incubo nuovo di
zecca: la S.A.R.S, il virus killer nato in Cina che sta catalizzando in
questi oscuri tempi l’attenzione dei media. La politica del terrore
continua a seminare allarmismi ingiustificati e a condizionare chi ha
deciso di non porsi domande. E’ un infallibile strumento per tenere
sotto controllo menti malleabili che, alle ragioni del buon senso, hanno
sostituito la PAURA. Circoscritta tutto sommato, ma folle, insana e in
qualche modo rassicurante. Sta di fatto che anche Udine è stata
contagiata. Non tanto il gruppo di esperti e appassionati che organizza il
festival, e nemmeno il caloroso pubblico, quanto la giunta di
centro-destra che ha montato un caso politico sull’equazione FESTIVAL
ESTREMO ORIENTE = CONTAGIO. Tutto questo nonostante l’organizzazione
abbia più volte dichiarato lo stop agli ospiti stranieri provenienti dai
paesi esposti al virus. I giornali nazionali snobbano un po’ la
manifestazione (la più ricca e importante del settore in Europa)
relegando commenti ai film in angusti trafiletti nella pagina degli
spettacoli, mentre la stampa locale dà ampio risalto sia al festival che
alle polemiche politiche connesse. Le premesse non sono quindi delle più
rosee. Si teme soprattutto un allontanamento del pubblico e una perdita di
interesse nei confronti della manifestazione. I risultati, però, sono
tutt’altro che sottotono, con la bella sala del teatro Nuovo Giovanni da
Udine presa giornalmente d’assalto da curiosi, sia locali che
forestieri.
Una delle caratteristiche più apprezzabili del festival è che il ricco
programma non include solo i film cosiddetti “d’autore”, quelli che
circolano nei festival europei più blasonati tipo Cannes o Venezia (e
ormai sovrapponibili nell’inflazionata ricetta a base di temi forti,
ritmi lenti e possibili scandali), ma si propone di offrire uno sguardo a
trecentosessanta gradi sul cinema dell’estremo oriente. Un occhio alla
produzione globale, quindi, che tiene conto anche dei gusti del pubblico:
dai drammi alle commedie, dai kolossal alle piccole produzioni.
Difficilmente ciò che si vede al Far East Film Festival può perciò
essere visto altrove e il confronto è importante e costruttivo al di là
del giudizio critico. I film orientali che arrivano in Italia passano
quasi sempre attraverso il setaccio dei festival, oppure giungono dopo
avere raccolto particolari clamori. Esemplare, al riguardo, il caso di
“The Ring”, fenomeno di culto in Giappone, arrivato in Italia solo nel
remake americano e non ancora uscito nemmeno in DVD.
Il pubblico occidentale tende a confondere l’effettiva provenienza dei
film che arrivano dall’estremo oriente. Capita più volte di sentire
definire come coreano un film che in realtà è giapponese e viceversa. A
pensarci bene, è come se un film italiano fosse scambiato per tedesco o
francese. Le differenze tra paese e paese, sia a livello di gusti che di
industria cinematografica, possono essere molto grandi.
Proviamo a vedere cosa è successo nel 2002 nei quattro più importanti
mercati dell’Estremo Oriente: Hong Kong, Cina, Giappone e Corea.
HONG
KONG
Incertezza economica,
disoccupazione crescente, calo di fiducia da parte dei consumatori, caduta
del mercato immobiliare. Una situazione economica così critica e precaria
si è riflessa anche nell’industria cinematografica (escludendo
ovviamente l’impatto della S.A.R.S. che ha causato una contrazione degli
spettatori pari al 70%). Il 2002 è stato per il cinema (e non solo) un
anno povero. Rispetto all’Italia, dove il dominio americano è
incontrastato, le preferenze del pubblico di Hong Kong vanno comunque ai
film nazionali. Nel 2002 si è avuta una diminuzione, passando dal 47,1%
al 40,2%, ma si tratta comunque di percentuali alte che testimoniano il
buon impatto della produzione interna nel paese. Considerando che gli
incassi dei film hollywoodiani sono rimasti praticamente immutati, a
salire sono le percentuali relative ai film giapponesi e, soprattutto,
coreani. Un caso a parte è rappresentato dal film cinese di Zhang Yimou
“Hero”, grande successo natalizio che si presenta come una sorta di
ibrido, in quanto unisce alla produzione made in China le star del cinema
di Hong Kong. Ma il vero fenomeno dell’anno, che ha risollevato le sorti
del mercato interno, è stato il thriller “Infernal Affair”. Arrivato
nelle sale a dicembre ha raggiunto, da solo, il 16% degli incassi
nazionali.
Quanto ai gusti del pubblico, a ricevere consensi sono soprattutto i
kolossal d’azione, ma quest’anno anche le commedie hanno ottenuto
buoni risultati.
JUST ONE LOOK - Solo
uno sguardo (Riley
IP)
Anno: 2002
Durata: 101 min. Regia, Soggetto e
Sceneggiatura: Riley Ip Musica: Henry Lai Montaggio:
Maurice Li Interpreti:
Shawn Yu, Wong You-Nam, Gillian Chung, Charlene Choi, Anthony Won, Eric
Kot
Anni
Settanta, isola di Cheung Chau: una coppia di amici adolescenti, Fan e
Fishball Ming, si invaghiscono di due ragazze del posto e cercano di
coronare il loro sogno d’amore
C'era
una volta
C’è il sapore della nostalgia
in questo simpatico film di Riley Ip, a metà strada tra“Nuovo cinema Paradiso” e la commedia giovanilistica in stile
MTV. Ambientato negli anni Settanta, in una piccola isola tropicale ad
ovest di Hong Kong, il lungometraggio racconta gli anni
dell’adolescenza di due ragazzi, alle prese con i primi problemi
sentimentali. L’occidente è un miraggio lontano e nella piccola
comunità predomina ancora una tradizione con radici secolari. L’unica
finestra sul mondo, in grado diraccontare
altro, diventa quindi il cinema del villaggio, attorno a cui ruota gran
parte della vicenda. Nonostante la malinconia che si respira,
l’approccio del regista è tutt’altro che piagnucoloso e ha la
meglio il lato comico, con gag in parte divertenti, qualche volta
stiracchiate. Il film punta molto sulla verve dei due protagonisti, in
pena d’amor verso due graziose fanciulle interpretate dalle “Twins”,
vero e proprio fenomeno pop in patria. Al di là del raccontino pulito e
un po’ ruffiano, con tutte le romanticherie imposte da una
“liason” per teen-ager, emerge trasversalmente un amore nei
confronti del cinema che entra più volte, in modo risolutivo, nella
narrazione: lettere d’amore copiate dalle sinossi dei film,
appuntamenti fuori dal cinema dove i due giovani protagonisti hanno un
banchetto in cui vendono crocchette di pesce, frequenti citazioni dei
film “wuxia” degli anni Sessanta, quelli tutti improbabili duelli e
arti marziali, l’importanza della sala come luogo di incontro, mentore
sentimentale e addirittura definitive rese dei conti.
A scandire l’azione e a sottolineare i diversi momenti narrativi, poi,
i cartelloni dipinti a mano dei film in programmazione. C’è più
simpatia che verità e la carineria prevale sulle pulsioni,
anestetizzate da caratteri scolpiti nello stereotipo. Senza la cornice
esotica e l’esuberanza degli interpreti, la commedia dai colori
brillanti si confonderebbe tra le altre.
Voto: 6
SUMMER
BREEZE OF LOVE - Brezza d'amore estiva (Joe
MA)
Anno: 2002
Durata: 107 min.
Regia: Joe Ma
Sceneggiatura: Joe Ma, Sunny Chan, YY Kong Fotografia: Cheung Man-po
Musica: Lincoln Lo
Montaggio: Cheung Ka-fai Interpreti:
Charlene Choi, Gillian Chung, Dave Wang, Hui Shiu-hung, Tsui Tien-you,
Roy Chow, Matt Chow
Due amiche si innamorano pazzamente di due uomini
poco convinti. Uno è timido e introverso, l’altro esuberante e
inaffidabile.
M'ama
non ama
Sembra scritta dalla redazione di CIOE’ questa
favoletta per teen-ager, che al di là della terribile omologazione di
facciata racconta più di quello che sembra sulle contraddizioni di Hong
Kong, città che incornicia la vicenda. La serenità trova
identificazione nel consumismo più sfrenato, l’appagamento deriva dal
possesso, i ragazzetti sorridenti dei manifesti pubblicitari diventano
icone da imitare. Non a caso, gran parte delle tante scene madri avviene
all’interno di centri commerciali, luoghi predisposti
dall’imitazione di un modello americano, più alla socialità che allo
shopping. In realtà il film non ha pretese di critica sociale e si
concentra sugli amorazzi delle giovani protagoniste (ancora una volta le
dive pop “Twins”), due graziose ragazzine tutte moine e palpiti
d’amore. La sceneggiatura è talmente improponibile da risultare
simpatica. Non c’è ricerca di verità, il luogo comune sembra essere
la parola d’ordine a cui assoggettarsi e si percepisce il desiderio di
catturare il pubblico di ragazzine alla prima smaltatura di unghie,
puntando molto sul look e sulla verve degli interpreti (comunque a loro
agio e simpatici). E’ un tipico esempio di film commerciale che
insegue gli spettatori piuttosto che raccontare un punto di vista
personale e autentico, con una improbabile successione di amori
impossibili, cotte colossali, rifiuti, lacrime, delusioni, liti e
risate. Un insieme di banalità eccessivo anche per un cartone animato
per bambini, amplificato da romanticherie al pianoforte che sprofondano
ulteriormente il film in una melassa non lontana dall’inconsistenza.
Uniche digressioni, alcuni inaspettati guizzi grotteschi: il ragazzetto
impacciato e cavalier servente che impugna l’ombrello come un
supereroe per proteggere la sua bella stramazzata al suolo sotto la
pioggia, o la compagna del padre di una delle protagoniste che si dedica
a un’accurata e assai zozza pedicure in salotto mentre attende di
sedersi a tavola.
Voto: 5
FRUGAL GAME - Il
gioco della frugalità (Derek
CHIU)
Anno: 2002
Durata: 101 min.
Regia: Derek CHIU
Sceneggiatura: Fung Chi-cheung, Lee Biu-cheung Fotografia: Tony Cheung
Musica: Chan Sau-pok
Montaggio: Angie Lam Interpreti:
Eric Tsang, Carol Cheng, Miriam Yeung, Eason Chan
A due famiglie vengono dati 400 dollari di Hong Kong
con i quali dovranno vivere per una settimana, sotto il continuo
controllo delle telecamere. A vincere sarà la squadra che avrà più
soldi al termine della settimana. Protagonista del film è la famiglia
Wai, composta da un padre divorziato, i suoi figli e l’ex collega
Diana che finge di essere sua moglie.
La
Grande Famiglia
Lo spunto è ironico e divertente: un reality show
prevede il saldo dei debiti per la famiglia che in una settimana di
tempo, e sotto l’occhio costante delle telecamere, riuscirà a
risparmiare la maggior parte del budget a disposizione. Anche la regia
tratta con verve l’originale soggetto, alternando uno stile
cinematografico ad uno televisivo, con inserti sgranati di chiara
matrice catodica. La scelta di uno stile o dell’altro appare però
totalmente casuale, senza un disegno preciso di logica o coerenza. Ma ciò
che davvero inficia l’efficacia del film è la superficialità della
sceneggiatura, che non si preoccupa minimamente di raccordare con un
minimo di senso le varie sequenze. Tante situazioni ed equivoci,
infatti, sulla carta divertenti, senza una motivazione perdono gran
parte della loro carica comica, scadendo nella gag insulsa e fine a se
stessa. Perché, ad esempio, la finta famiglia protagonista è
selezionata tra milioni di possibili famiglie concorrenti? Anche la
critica della società dei consumi, la descrizione del cinismo dei mezzi
di comunicazione, lo specchio della vacillante situazione economica, si
limitano ad essere spunti interessanti privi di qualsiasi sviluppo. Una
comicità poco incisiva e di grana grossa sfuma così le potenzialità
della commedia, genere in altri casi perfetto per divertire non
spegnendo il cervello.
Voto: 5
INFERNAL AFFAIRS -
Affari infernali (Andrew
LAU & Alan MAK)
Anno: 2002
Durata: 100 min. Regia: Andrew Lau & Alan Mak
Sceneggiatura: Alan Mak, Felix Chong Fotografia: Andrew Lau, Lai Yiu
Fai Musica:
Chan Kwong Wing
Montaggio: Danny Pang, Pang Ching Hei Interpreti:
Tony Leung Chiu-wai, Andy Lau, Anthony Wong, Eric Tsang, Chapman To, Lam
Ka Tung
Il poliziotto Ming è l’informatore di un potente
boss della droga; ma anche il gangster Yan fa il doppio gioco e in realtà
è un poliziotto. Il meccanismo però si inceppa …
Doppia
Identità
Un poliziotto è infiltrato in
una banda criminale. Un criminale è infiltrato nella polizia. Entrambi
vivono da anni una doppia vita, guardandosi costantemente alle spalle.
Ogni passo falso può essere fatale. Il grande successo dell’anno di
Hong Kong, che con gli strepitosi incassi ha risollevato le sorti di
un’industria cinematografica in dichiarato declino, è un film solido,
teso e ben fatto. Molto curato sia nella composizione delle immagini che
negli sviluppi narrativi, attento a caratterizzare con energia e
credibilità i contradditori profili psicologici dei protagonisti. Si
respira un’atmosfera a metà strada tra “Face Off” e “Miami
Vice”. Nel film di Andrew Lau & Alan Mak non c’è uno scambio di
faccia, ma sono i ruoli ad invertirsi, con lo stesso straniamento
causato dal non sapere fino in fondo a quale identità credere.
Poliziotto o criminale? Criminale o poliziotto?
Ben diretto e fotografato, montato con grande senso del ritmo,
“Infernal Affairs” gioca a spiazzare continuamente lo spettatore e
ci riesce, spostando con calibrata misura l’attenzione ora su uno ora
sull’altro protagonista, entrambi non a senso unico. Non originale ma
efficace il costante tappeto sonoro mononota, che carica di tensione gli
sviluppi narrativi amplificandoli con inaspettati e potenti effetti
sonori. Perfetto esempio di film di genere che riesce a trovare un equilibrio tra
le parti che lo compongono mantenendo ciò che promette.
Voto: 7,5
CINA
Per la Cina il 2002 è stato un
anno di grande fermento, sia economico che sociale. La figura femminile ha
finito per ricoprire un ruolo sempre più centrale nella società,
testimoniato anche dal mezzo cinematografico. In costante aumento,
infatti, il numero di donne che lavora nel cinema e che popola gli
schermi, con molte storie imperniate su personaggi femminili. Una donna
forte, seducente e volitiva, rispetto a un uomo sempre più debole e
insicuro, in profonda crisi di identità, che trova conforto solo
nell’apparenza decisionale perpetrata dalla tradizione.
Oltre al cinema ufficiale degli Studios, attento al botteghino e
alla veicolazione di valori tradizionali, il 2002 è stato anche l’anno
del CinemaIndipendente. Il National Film Bureau ha infatti
approvato, con decorrenza 1° Febbraio, una legge che consente alle
produzioni indipendenti di operare in territorio cinese. Il passo è molto
importante perché il conseguente visto della censura permette ai film
valutati di trovare una distribuzione nazionale, con buone possibilità di
recupero degli investimenti. Continua a sopravvivere, comunque, per gli
autori meno inclini al compromesso, il cinema underground, che
viaggia al di fuori dell’ufficialità ed è quindi destinato
esclusivamente al mercato estero; in genere la tipologia di film presente
nei programmi dei festival internazionali. Da una parte i tempi lunghissimi per ottenere il visto della
Censura (si parla anche di due anni e più) e l’interferenza delle
istituzioni nel processo di creazione artistico. Dall’altra la
necessità di soddisfare le esigenze del mercato estero attraverso il
canale privilegiato dei festival. In entrambi i casi c’è un
condizionamento. Riusciranno gli autori cinesi ad esprimersi al di là dei
vincoli imposti, direttamente o indirettamente, da altri?
LIFE SHOW - Lo
Spettacolo della Vita (HUO
Jiangi)
Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Huo Jianqi
Sceneggiatura: Si Wu Fotografia: Sun Ming
Musica: Wang Xiaofeng Interpreti:
Tao Hong, Tao Zeru
Lai è una giovane donna che gestisce un piccolo
ristorante. La sua maggiore priorità è aiutare il fratello
tossicodipendente che è in prigione e risolvere antichi dissapori
familiari legati alla proprietà di una casa. Un cliente la corteggia
con insistenza fino a quando…
Immagini
da respirare
Un ritratto femminile è al centro del
lungometraggio di Huo Jianqi. La protagonista Lai lavora al mercato
notturno della enorme città cinese di Chongqing e il film racconta un
estratto della sua vita. Più della storia, un riempitivo alla lunga
noiosetto e poco coinvolgente, colpisce l’assoluta padronanza del
mezzo cinematografico da parte del regista che combina, con risultati di
grande fascino, le luci e i colori dei luoghi, valorizzando l’intensa
interpretazione della brava Tao Hong, giustamente premiata al
“Shanghai International Film festival”. Sono molto belle ed
evocative, infatti, le immagini che impaginano il film. Sembra davvero
di essere in un mercato notturno di un paese della Cina, se ne respirano
gli odori, i ritmi, se ne toccano quasi le forme. La brezza che bagna
costantemente di grigio la città arriva a lambire le poltrone del
teatro. Il taglio della regia è quasi documentaristico, nel senso che
documenta, con estrema precisione e dovizia di dettagli, il mondo in cui
colloca la sua protagonista. Vediamo quindi da più punti di vista la
città di Chongqing, ne percepiamo la vastità attraverso lunghe
panoramiche che vanno di pari passo con l’interiorità di Lai, perduta
in un mondo che non offre più risposte ma non rassegnata, volitiva ma
non determinata e profondamente ambivalente. Da una parte infatti
vorrebbe cedere alle lusinghe di un uomo ricco e ancora piacente,
dall’altra sente di poterne fare a meno, di bastare a se stessa. I suo
sogni sono la rispettabilità e l’autonomia, e si preoccupa più di
essere amata che di amare, cedendo così alle radicate trappole di una
società maschilista che vuole la donna come silenzioso oggetto del
desiderio. La brava Tao Long si colloca nella visione malinconica ma non
greve del regista con grande espressività, donando al suo personaggio
fascino e sensualità. Il nuovo che avanza non dà molta fiducia, ma il
film non celebra nemmeno le certezze del vecchio, collocandosi in una
fragile ma consapevole instabilità del presente.
Voto: 6,5
GONE IS THE ONE WHO
HELD ME DEAREST IN THE WORLD (MA
Xiaoying)
Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Ma Xiaoying
Sceneggiatura: Ma Xiaoying Fotografia: Gao Fei Musica:
Ding Wei Interpreti:
Siqin Gaowa, Huang Suying, Shi Weijian
Una donna di mezz’età vive il dramma della
malattia e della perdita della madre.
Amore
e Sensi di Colpa
Una madre e una figlia. Un rapporto conflittuale che
si acutizza quando la madre si ammala e nella figlia si scatenano i
sensi di colpa per avere vissuto solo geograficamente vicino
all’anziano genitore. La regista Ma Xiaoying fotografa con
sensibilità, tra sequenze separate da nere dissolvenze, le naturali
contraddizioni di un rapporto così profondo. C’è un amore forte che
sembra cozzare con l’altrettanto forte bisogno di indipendenza. Da una
parte si cerca quindi il legame, dall’altra lo si vorrebbe spezzare,
come per rivendicare l’autonomia di un proprio spazio nel mondo. Il
problema del lungometraggio è che l’idea di partenza si amplia senza
progredire, fino all’inevitabile conclusione. La figlia è una
scrittrice famosa in crisi con il marito che sente di avere fatto tanto
per gli altri, ma non per sua madre e il lungometraggio è la
radiografia del suo senso di colpa. C’è poco altro nel film, che al
di là di qualche spiraglio di verità, banalizza, sia narrativamente
che a livello visivo, un soggetto ampiamente dissertato. Le tante,
troppe parole, si preoccupano costantemente di motivare ogni azione,
rubando espressività alle intense interpretazioni delle due braveprotagoniste. Ad aggiungere enfasi contribuisce anche la voce
fuori campo, che, anziché aggiungere dettagli o stati d’animo
visivamente taciuti, propina più che altro banalità; come del resto i
dialoghi, con battute tutt’altro che illuminanti (“quando siinvecchia si torna bambini”). Anche la scelta delle immagini
non brilla per originalità (la morte rappresentata da una lampadina che
si fulmina). Resta la vibrante interpretazione delle due protagoniste,
ma non basta a rischiarare un film che annaspa nei luoghi comuni e cerca
la lacrima facile spacciandola per riflessione esistenziale.
Voto: 5
GIAPPONE
Anche in Giappone il 2002 è stato
un anno di contrazione delle quote di mercato interne: si è passato dal
39% al 27%. Ma si veniva da un anno eccezionale in cui “Spirited away”
(attualmente sui nostri schermi con l’anonimo titolo “La città
incantata”) aveva battuto i record di incasso di tutti i tempi. I
maggiori successi restano comunque i film di animazione, genere prediletto
dagli spettatori giapponesi. Tra gli altri film distribuiti, ha lasciato
un segno, perlomeno al botteghino, una nuova avventura del lucertolone
Godzilla (“Godzilla, Mothra, King Ghidora: Giant Monster All-Out Attack”).
Buoni risultati anche per i sempreverdi samurai e spunta, tra i film più
visti, qualche commedia a basso budget. Un tentativo delle case di
produzione di incontrare il favore del pubblico limitando gli
investimenti. Piccolo caso dell’anno, l’horror “Ju-on: The Grudge” (già
trasmesso pochi mesi fa da TelePiù). La solita casa infestata diventa
pretesto per situazioni angoscianti con attimi di puro terrore, anche se
il clamore suscitato intorno alla pellicola pare un po’ eccessivo. Forse
ha contribuito la decisione di Sam Raimi di un rifacimento americano con
la sua GHOST HOUSE PICTURES che conferma la tendenza, tutta made in U.S.A.,
di saccheggiare qua e là in giro per il mondo. Che sia una metafora
politica?
GRAVEYARD OF HONOR -
Il Cimitero dell'Onore (Miike
TAKASHI)
Un gangster della Yakuza viola il codice delle gang
andando incontro alla rovina e alla morte.
Neverending
Yakuza
Ancora la terribile mafia giapponese, la Yakuza, è
al centro dell’ultimo film dell’instancabile Miike Takashi, famoso
soprattutto per l’interessante comedy-horror “Audition” (circolato
in Italia solo in qualche volonteroso cineclub) e autore dello splatter
di culto “Ichi the killer”, presentato quest’anno al 20°
“Torino Film Festival”. Il protagonista è un uomo che ha perso
qualsiasi barlume di umanità, una specie di animale dalla furia
devastante incapace di rapportarsi sia con gli amici che con i nemici.
Se nel precedente “Ichi the killer” Takashi riusciva, al di là dei
regolamenti di conti previsti dalla sceneggiatura, a raccontare un
disagio con spirito dissacrante e liberatorio, in “Graveyard of honor”
riduce gli spunti splatter e si sofferma sulla rabbia incontenibile ma
ripetitiva del protagonista. Si succedono quindi tradimenti e vendette
che finiscono con il diventare indistinguibili, anche perché realizzati
con poca verosimiglianza (il protagonista arriva e fa una strage senza
che nessuno riesca mai a fermarlo). La variante droga aggiunge ulteriore
straniamento, ma null’altro. Unico spunto di interesse la storia
d’amore distruttiva e anticonvenzionale con una giovane
accompagnatrice. Ci sono tutte le premesse per la creazione di un eroe
(positivo o negativo poco importa)con cui condividere lo spazio del film, da amare, odiare, o
semplicemente guardare. Invece non si varca mai la dimensione del mito
limitandosi a una stanca iterazione di violenze perlopiù gratuite. Non
basta certo il solito sax di sottofondo per evocare struggimento e
perdizione.
La giovane Maki si ritrova costretta a vivere per
sempre la stessa giornata. Ma qualcosa accade …
Voglia
di Ricominciare
La giovane Maki si trova a vivere tutti i giorni la
stessa giornata. Non è una metafora sugli effetti devastanti della
routine, perché la protagonista si trova proprio nel concreto a
sfogliare sempre lo stesso foglio del calendario. Non è nemmeno il
giorno della marmotta come nell’analogo, almeno quanto a spunto
iniziale, “Ricomincio da capo” di Harold Ramis. Maki è infatti
entrata in coma in seguito a un incidente e vive in una specie di
universo parallelo. Grazie a un’accurata sceneggiatura il
lungometraggio di Hirayama Hideyuki non brucia subito le sue carte e
ogni volta che sta per arenarsi verso un punto morto riprende quota,
attraverso varianti originali e fantasiose. E’ interessante quindi
come l’idea di partenza non venga semplicemente dilatata con trovate
riempitive, ma sia arricchita da una progressione drammatica. Bella
l’invenzione di un non-luogo di parcheggio, in cui chi è in coma
nella dimensione terrestre attende un ritorno alla vita o la morte
definitiva, e non casuale il fatto che l’unica ancora di salvezza,
l’unico collegamento tra il perdersi e il ritrovarsi, sia dato
dall’arte. Un surreale punto di incontro che rappresenta uno stimolo a
credere nelle proprie capacità, a ciò che si sente, senza cedere al
ricatto dell’omologazione. Ma sono tanti gli spunti di riflessione
offerti dal film, che può essere letto come un’originale storia
d’amore, come un racconto di fantascienza senza effetti speciali o
come uno specchio dell’incomunicabilità dei tempi. Brava e graziosa
la protagonista Makise Riho, anche se la regia non riesce sempre a
valorizzare il suo impegno.
Voto: 7
PING PONG (Sori
FUMIHIKO)
Anno: 2002
Durata: 114 min.
Regia: Sori Fumihiko
Sceneggiatura: Kudo Kankuro Fotografia: Sakou Akira
Montaggio: Ueno Souichi Interpreti:
Arata, Kubozuka Yosuke, Sam Lee, Okura Koji
Peko e Smile sono amici d’infanzia, cresciuti
insieme giocando a ping-pong. Peko ama lo sport, mentre Smile lo
considera un passatempo. I due arriveranno a sfidarsi.
Sport
Atipico, Coppia Tipica
Sport e iniziazione alla vita. Binomio indissolubile
che ha spesso ispirato il cinema, e non solo orientale. Questa volta
tocca al ping-pong, sport perlomeno poco frequentato. Meno originale la
scelta dei due protagonisti, prima amici di infanzia e poi rivali sul
tavolo da gioco: Smile è occhialuto e introverso, Peko è esuberante e
sfrontato. Il contrasto dei caratteri non fa però scintille. Ci vengono
risparmiati i pistolotti edificanti sui valori veicolati dallo sport, ma
non si esce da una logica di perdente contro vincente. Anche se non
sembra essere questo ciò che interessa al regista Sori Fumihiko, uno
dei più richiesti tecnici di computer grafica del Giappone, già
supervisore agli effetti visivi per Titanic di James Cameron. La
competizione non regala infatti gare appassionanti e coinvolgenti,
nonostante la narrazione sia quasi esclusivamente incentrata su prove e
tornei. Ciò che il regista pare avere a cuore sono i limiti visivi
imposti da uno spazio angusto. Ecco quindi il tavolo da gioco estendersi
e la pallina seguire traiettorie impossibili per consentire al regista
di prodursi in virtuosismi della macchina da presa abbinati a un
cospicuo utilizzo della computer grafica. Il dettaglio prevale sulla
visione d’insieme e il risultato lascia tutto sommato impassibili. I
numerosi match si succedono quindi con una certa monotonia, senza
riuscire nemmeno a procurare affezione verso i personaggi. Qualche
approfondimento psicologico è abbozzato attraverso alcuni flashback in
fotografia desaturata, ma sui personaggi prevalgono le urla di giubilo o
disperazione che fanno da corollario ai tornei. Alla fine risulta più
divertente e simpatica una puntata di “Mimì e le ragazze della
pallavolo”.
Voto: 5
COREA
La Corea è un caso più unico che
raro nel panorama cinematografico mondiale. Anche nel 2002, infatti, i
film nazionale hanno coperto ben il 47% del mercato (49% nel 2001). Questa
affezione è stata sostenuta anche dall’estero. Basta pensare che tre
prestigiosi festival europei hanno attribuito riconoscimenti a film
coreani: “Oasis” a Venezia, “Ebbro di donne e di pittura” a Cannes
e “My beautiful girl, Mari” ad Annecy. Il pubblico ha apprezzato
soprattutto le commedie, mentre le mega-produzioni basate su azione e
sofisticati effetti speciali, non hanno ottenuto i risultati sperati. A livello di tendenza, si può notare un ritorno, nelle ambientazioni dei
film, agli anni Ottanta, simbolo ormai di una preistoria economica
guardata con un misto di nostalgia e tagliente ironia. Per l’anno in
corso c’è qualche timore causato dalla fusione delle due più
importanti compagnie cinematografiche del paese (“Cj Entertainment” e
“Cinema Service”); si teme infatti un calo nel numero di film
prodotti, ma guardando i progetti in fase di realizzazione c’è da ben
sperare, sia a livello di kolossal che di commedie.
THE WAY HOME (LEE
Jeong-Hyang)
Anno:
2002
Durata: 87 min.
Regia: Lee Jeong-hyang
Sceneggiatura: Lee Jeong-hyang
Fotografia: Yoon Hong-shik
Musica: Kim Dae-hong, Kim Yang-hui
Montaggio: Kim Sang-beom, Kim Jae-beom Interpreti:
Yoo Seung-ho, Kim Ul-boon, Dong Hyo-hee, Min Kyung-hoon
Un
bambino di Seoul viene spedito a vivere con la nonna muta che non ha mai
conosciuto. Senza televisione, fast-food e batterie per il suo gioco
elettronico si sente perduto e comincia a rendere sempre più difficile
la vita alla nonna avanzando pretese irrealizzabili.
Il
Vecchio e il Bambino
Il
cinema da sempre adora le strane coppie, soprattutto quelle male
assortite che sembrano lontane anni luce, sia nel fisico che nella
conciliabilità caratteriale. In genere sulle reciproche differenze si
basano i presupposti di una prevedibile contaminazione. Il film della
giovane Lee Jeong-hyang (classe 1964) rientra appieno nel cliché, ma si
distingue per il talento visivo e la sensibilità con cui affronta i
suoi personaggi (firma anche la sceneggiatura). Si racconta infatti
dell’estate trascorsa da un bambino viziato e capriccioso presso la
nonna muta e ottantenne. La città tecnologica e la campagna immobile
sono i due specchi di un’evoluzione dispari che, lungi
dall’estendersi a tutto il paese, ha lasciato ampie frange della
popolazione ancora ferme all’inizio del secolo.
Il bambino pensa che la nonna sia una stupida e ha gusti prefabbricati
di chiara derivazione pubblicitaria; è il prodotto di un marketing
spietato dal vago sapore di vuoto, che promette molto più di quello che
è in grado di offrire. La nonna si esprime a gesti, la vecchiaia l’ha
resa grinza e curva e affronta con estrema lentezza e serenità i
compiti quotidiani. Il film è scandito dal succedersi dei giorni che
trascorrono senza che, almeno in apparenza, qualcosa di rilevante
accada. I due mondi agli antipodi sembrano impermeabili e si teme per
tutta la durata del film un avvicinamento causato dall’incontro
ineluttabile con la morte o la sofferenza, scelta ricattatoria a cui
spesso gli sceneggiatori attingono per sbloccare situazioni di stallo
narrativo. Per fortuna la regista ci risparmia tutto questo e punta sui
dettagli, sui cambiamenti impercettibili, segue con cura i gesti, le
espressioni. L’affetto non urlato che ne consegue, parimenti alla
commozione, ha quindi lo spessore della sincerità. Nonostante poco
accada, il contrasto tra i due protagonisti genera curiosità e i tempi
lenti non assumono la connotazione di un vezzo autoriale, ma diventano
un’esigenza stilistica che si adatta all’interiorità dei
personaggi. Indimenticabile l’interpretazione della non attrice Kim
Ul-boon che nelle rughe del viso, nella fatica dei movimenti, nella
forte espressività della sua presenza scenica, vale da sola la visione
del film. In patria “The way home …” ha battuto negli incassi sia
“Spider man” che “Il Signore degli anelli”.
Voto: 7,5
JAIL BREAKERS - Gli
Evasi (KIM
Sang-jin)
Regia: Kim Sang-jin
Anno: 2002
Durata: 118 min.
Sceneggiatura: Park Jeong-woo
Fotografia: Kim Dong-chun
Musica: Son Mu-hyun Montaggio: Goh Im-pyo Interpreti:
Sol Kyung-gu, Cha Seung-won, Song Yoon-ah, Kang Sung-jin
Due carcerati riescono a scappare dalla prigione
scavando un tunnel sotterraneo, ma appena fuori scoprono che …
Il
Silenzio è d'Oro
Comincia scimmiottando “Le ali della libertà”,
poi sfocia nella totale demenza. Il genere carcerario continua a fare
proseliti (o vittime, a seconda dei gusti) raccontando di grandi fughe
organizzate all’interno di prigioni vissute come allegri ostelli della
gioventù (il sciapo “Lucky break” di Peter Cattaneo docet). Nel
film di Kim Sang-jin (autore di commedie di travolgente successo in
patria), la fuga è però solo un pretesto per costruire i fondamenti di
una sgangherata commedia che si scatena, appunto, non appena la libertà
diventa un dato di fatto. Di cliché in cliché si passa quindi dal
genere carcerario alle coppie male assortite. Pur con momenti divertenti
e nonostante la totale identificazione degli attori con i personaggi, il
film diventa presto insopportabile. La causa principale è la ricerca
spasmodica di un ritmo forsennato da imprimere al racconto. Dopo un
po’ infatti la storia ristagna e gira a vuoto, ma i personaggi
continuano a correre come pazzi e, soprattutto, a urlare senza sosta
come ossessi. È curioso come l’effetto di questo circo ambulante sia
alla fine tutt’altro che adrenalinico. È come se il frastuono
schiacciasse psicologie e caratterizzazioni fino a renderle
sovrapponibili o, meglio, piatte come un encefalogramma. Chi riesce a
sintonizzarsi, riuscirà probabilmente a divertirsi.
Voto: 5
YESTERDAY - Ieri (JEONG
Yun-su)
Anno: 2002
Durata: 121 min.
Regia: Jeong Yun-su
Sceneggiatura: Jeong Yun-su Fotografia:
Jung Han-chul Musica: Kang Ho-jeong Montaggio:
Kim Sun-min Interpreti:
Kim Seung-woo, Kim Yoon-jin, Choi Min-soo, Kim Sun-ah
Nel 2020 in una città sul confine tra la Cina e la
Corea riunificata un gruppo di investigatori cerca l’identità e i
movimenti di un misterioso criminale che ha rapito il padre di una
giovane psicologa.
Inutile
Frastuono
C’è davvero di tutto in questa super produzione
coreana: azione, mistero, eroi solitari, serial killer, preti, la bella
di turno che combatte in tailleur e tacchi alti. Anche i temi trattati
sono forti e attuali e si va dai riferimenti biblici a Davide e Golia
fino alla clonazione, non trascurando la politica, con qualche accenno a
una riunificazione delle due Coree. Tanta carne al fuoco non riesce però
a incontrare una visione d’insieme capace di incastrare i tasselli al
punto giusto. L’interrogativo “chi deve fare cosa?” non trova mai
adeguate risposte e lo spettatore viene letteralmente bombardato di
dettagli che infittiscono le aspettative senza arrivare poi a
soddisfarle. La tecnica di frammentazione del racconto produce quindi un
puzzle incompleto. Poco male se le immagini riuscissero a sopperire al
nonsense narrativo, ma lo stile da videoclip e il montaggio a perdifiato
aggiungono solo rumore al caos. Anche le scene d’azione, che
costituiscono parte integrante del film, sono elaborate impedendo allo
spettatore di capire cosa stia effettivamente succedendo sullo schermo.
La regia procede affiancando dettagli in rapida successione senza
preoccuparsi di rendere comprensibile il punto di partenza e quello di
arrivo. Si arriva quindi a scene madri con frasi sussurrate e scontri,
basilari nell’economia del racconto, senza avere raggiunto la climax
necessaria per un coinvolgimento. Tutto scorre con una sterile frenesia
che non regala né brividi, né emozioni. Il film è stato,
comprensibilmente, uno dei grandi flop della stagione in Corea.