FAR EAST FILM FESTIVAL 2003
Udine – Teatro Nuovo Giovanni da Udine, 24 aprile – 1° maggio 2003


a cura di   LUCA BARONCINI

 

 

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INTRODUZIONE

HONG KONG
    - JUST ONE LOOK - Riley Ip
    - SUMMER BREEZE OF LOVE - Joe Ma
    - FRUGAL GAME - Derek Chiu
    - INFERNAL AFFAIRS - Andrew Lau, Alan Mak

CINA
    - LIFE SHOW - Huo Jiangi
    - GONE IS THE ONE WHO HELD ME DEAREST IN THE WORLD -
      Ma Xiaoying

GIAPPONE
    - GRAVEYARD OF HONOR - Miike Takashi
    - TURN - Hirayama Hideyuki
    - PING PONG - Sori Fumihiko

COREA
    - THE WAY HOME - Lee Jeong-Hyang
    - JAIL BREAKERS - Kim Sang-jin
    - YESTERDAY - Jeong Yun-su

 

 

IL CINEMA AI TEMPI DELLA SARS

Da cinque anni Udine ospita il Far East Film Festival, appuntamento impedibile per chi è appassionato di cinema e di oriente. Quest’anno, oltre a tutti i problemi logistici e tecnici che vivacizzano una grande manifestazione, un incubo nuovo di zecca: la S.A.R.S, il virus killer nato in Cina che sta catalizzando in questi oscuri tempi l’attenzione dei media. La politica del terrore continua a seminare allarmismi ingiustificati e a condizionare chi ha deciso di non porsi domande. E’ un infallibile strumento per tenere sotto controllo menti malleabili che, alle ragioni del buon senso, hanno sostituito la PAURA. Circoscritta tutto sommato, ma folle, insana e in qualche modo rassicurante. Sta di fatto che anche Udine è stata contagiata. Non tanto il gruppo di esperti e appassionati che organizza il festival, e nemmeno il caloroso pubblico, quanto la giunta di centro-destra che ha montato un caso politico sull’equazione FESTIVAL ESTREMO ORIENTE = CONTAGIO. Tutto questo nonostante l’organizzazione abbia più volte dichiarato lo stop agli ospiti stranieri provenienti dai paesi esposti al virus. I giornali nazionali snobbano un po’ la manifestazione (la più ricca e importante del settore in Europa) relegando commenti ai film in angusti trafiletti nella pagina degli spettacoli, mentre la stampa locale dà ampio risalto sia al festival che alle polemiche politiche connesse. Le premesse non sono quindi delle più rosee. Si teme soprattutto un allontanamento del pubblico e una perdita di interesse nei confronti della manifestazione. I risultati, però, sono tutt’altro che sottotono, con la bella sala del teatro Nuovo Giovanni da Udine presa giornalmente d’assalto da curiosi, sia locali che forestieri.
Una delle caratteristiche più apprezzabili del festival è che il ricco programma non include solo i film cosiddetti “d’autore”, quelli che circolano nei festival europei più blasonati tipo Cannes o Venezia (e ormai sovrapponibili nell’inflazionata ricetta a base di temi forti, ritmi lenti e possibili scandali), ma si propone di offrire uno sguardo a trecentosessanta gradi sul cinema dell’estremo oriente. Un occhio alla produzione globale, quindi, che tiene conto anche dei gusti del pubblico: dai drammi alle commedie, dai kolossal alle piccole produzioni. Difficilmente ciò che si vede al Far East Film Festival può perciò essere visto altrove e il confronto è importante e costruttivo al di là del giudizio critico. I film orientali che arrivano in Italia passano quasi sempre attraverso il setaccio dei festival, oppure giungono dopo avere raccolto particolari clamori. Esemplare, al riguardo, il caso di “The Ring”, fenomeno di culto in Giappone, arrivato in Italia solo nel remake americano e non ancora uscito nemmeno in DVD.
Il pubblico occidentale tende a confondere l’effettiva provenienza dei film che arrivano dall’estremo oriente. Capita più volte di sentire definire come coreano un film che in realtà è giapponese e viceversa. A pensarci bene, è come se un film italiano fosse scambiato per tedesco o francese. Le differenze tra paese e paese, sia a livello di gusti che di industria cinematografica, possono essere molto grandi.

Proviamo a vedere cosa è successo nel 2002 nei quattro più importanti mercati dell’Estremo Oriente: Hong Kong, Cina, Giappone e Corea.

 

 

HONG KONG 

Incertezza economica, disoccupazione crescente, calo di fiducia da parte dei consumatori, caduta del mercato immobiliare. Una situazione economica così critica e precaria si è riflessa anche nell’industria cinematografica (escludendo ovviamente l’impatto della S.A.R.S. che ha causato una contrazione degli spettatori pari al 70%). Il 2002 è stato per il cinema (e non solo) un anno povero. Rispetto all’Italia, dove il dominio americano è incontrastato, le preferenze del pubblico di Hong Kong vanno comunque ai film nazionali. Nel 2002 si è avuta una diminuzione, passando dal 47,1% al 40,2%, ma si tratta comunque di percentuali alte che testimoniano il buon impatto della produzione interna nel paese. Considerando che gli incassi dei film hollywoodiani sono rimasti praticamente immutati, a salire sono le percentuali relative ai film giapponesi e, soprattutto, coreani. Un caso a parte è rappresentato dal film cinese di Zhang Yimou “Hero”, grande successo natalizio che si presenta come una sorta di ibrido, in quanto unisce alla produzione made in China le star del cinema di Hong Kong. Ma il vero fenomeno dell’anno, che ha risollevato le sorti del mercato interno, è stato il thriller “Infernal Affair”. Arrivato nelle sale a dicembre ha raggiunto, da solo, il 16% degli incassi nazionali.
Quanto ai gusti del pubblico, a ricevere consensi sono soprattutto i kolossal d’azione, ma quest’anno anche le commedie hanno ottenuto buoni risultati.

 

JUST ONE LOOK - Solo uno sguardo
(Riley IP)

Anno: 2002
Durata: 101 min.
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Riley Ip
Musica: Henry Lai
Montaggio: Maurice Li
Interpreti: Shawn Yu, Wong You-Nam, Gillian Chung, Charlene Choi, Anthony Won, Eric Kot


Anni Settanta, isola di Cheung Chau: una coppia di amici adolescenti, Fan e Fishball Ming, si invaghiscono di due ragazze del posto e cercano di coronare il loro sogno d’amore

C'era una volta

C’è il sapore della nostalgia in questo simpatico film di Riley Ip, a metà strada tra  “Nuovo cinema Paradiso” e la commedia giovanilistica in stile MTV. Ambientato negli anni Settanta, in una piccola isola tropicale ad ovest di Hong Kong, il lungometraggio racconta gli anni dell’adolescenza di due ragazzi, alle prese con i primi problemi sentimentali. L’occidente è un miraggio lontano e nella piccola comunità predomina ancora una tradizione con radici secolari. L’unica finestra sul mondo, in grado di  raccontare altro, diventa quindi il cinema del villaggio, attorno a cui ruota gran parte della vicenda. Nonostante la malinconia che si respira, l’approccio del regista è tutt’altro che piagnucoloso e ha la meglio il lato comico, con gag in parte divertenti, qualche volta stiracchiate. Il film punta molto sulla verve dei due protagonisti, in pena d’amor verso due graziose fanciulle interpretate dalle “Twins”, vero e proprio fenomeno pop in patria. Al di là del raccontino pulito e un po’ ruffiano, con tutte le romanticherie imposte da una “liason” per teen-ager, emerge trasversalmente un amore nei confronti del cinema che entra più volte, in modo risolutivo, nella narrazione: lettere d’amore copiate dalle sinossi dei film, appuntamenti fuori dal cinema dove i due giovani protagonisti hanno un banchetto in cui vendono crocchette di pesce, frequenti citazioni dei film “wuxia” degli anni Sessanta, quelli tutti improbabili duelli e arti marziali, l’importanza della sala come luogo di incontro, mentore sentimentale e addirittura definitive rese dei conti.
A scandire l’azione e a sottolineare i diversi momenti narrativi, poi, i cartelloni dipinti a mano dei film in programmazione. C’è più simpatia che verità e la carineria prevale sulle pulsioni, anestetizzate da caratteri scolpiti nello stereotipo. Senza la cornice esotica e l’esuberanza degli interpreti, la commedia dai colori brillanti si confonderebbe tra le altre.

Voto:  6

 

SUMMER BREEZE OF LOVE - Brezza d'amore estiva
(Joe MA)

Anno: 2002
Durata: 107 min.
Regia: Joe Ma
Sceneggiatura: Joe Ma, Sunny Chan, YY Kong
Fotografia: Cheung Man-po
Musica: Lincoln Lo
Montaggio: Cheung Ka-fai
Interpreti: Charlene Choi, Gillian Chung, Dave Wang, Hui Shiu-hung, Tsui Tien-you, Roy Chow, Matt Chow


Due amiche si innamorano pazzamente di due uomini poco convinti. Uno è timido e introverso, l’altro esuberante e inaffidabile.

M'ama non ama

Sembra scritta dalla redazione di CIOE’ questa favoletta per teen-ager, che al di là della terribile omologazione di facciata racconta più di quello che sembra sulle contraddizioni di Hong Kong, città che incornicia la vicenda. La serenità trova identificazione nel consumismo più sfrenato, l’appagamento deriva dal possesso, i ragazzetti sorridenti dei manifesti pubblicitari diventano icone da imitare. Non a caso, gran parte delle tante scene madri avviene all’interno di centri commerciali, luoghi predisposti dall’imitazione di un modello americano, più alla socialità che allo shopping. In realtà il film non ha pretese di critica sociale e si concentra sugli amorazzi delle giovani protagoniste (ancora una volta le dive pop “Twins”), due graziose ragazzine tutte moine e palpiti d’amore. La sceneggiatura è talmente improponibile da risultare simpatica. Non c’è ricerca di verità, il luogo comune sembra essere la parola d’ordine a cui assoggettarsi e si percepisce il desiderio di catturare il pubblico di ragazzine alla prima smaltatura di unghie, puntando molto sul look e sulla verve degli interpreti (comunque a loro agio e simpatici). E’ un tipico esempio di film commerciale che insegue gli spettatori piuttosto che raccontare un punto di vista personale e autentico, con una improbabile successione di amori impossibili, cotte colossali, rifiuti, lacrime, delusioni, liti e risate. Un insieme di banalità eccessivo anche per un cartone animato per bambini, amplificato da romanticherie al pianoforte che sprofondano ulteriormente il film in una melassa non lontana dall’inconsistenza. Uniche digressioni, alcuni inaspettati guizzi grotteschi: il ragazzetto impacciato e cavalier servente che impugna l’ombrello come un supereroe per proteggere la sua bella stramazzata al suolo sotto la pioggia, o la compagna del padre di una delle protagoniste che si dedica a un’accurata e assai zozza pedicure in salotto mentre attende di sedersi a tavola.

Voto:  5

 

FRUGAL GAME - Il gioco della frugalità
(Derek CHIU)

Anno: 2002
Durata: 101 min.
Regia: Derek CHIU
Sceneggiatura: Fung Chi-cheung, Lee Biu-cheung
Fotografia: Tony Cheung
Musica: Chan Sau-pok
Montaggio: Angie Lam
Interpreti: Eric Tsang, Carol Cheng, Miriam Yeung, Eason Chan


A due famiglie vengono dati 400 dollari di Hong Kong con i quali dovranno vivere per una settimana, sotto il continuo controllo delle telecamere. A vincere sarà la squadra che avrà più soldi al termine della settimana. Protagonista del film è la famiglia Wai, composta da un padre divorziato, i suoi figli e l’ex collega Diana che finge di essere sua moglie.

La Grande Famiglia

Lo spunto è ironico e divertente: un reality show prevede il saldo dei debiti per la famiglia che in una settimana di tempo, e sotto l’occhio costante delle telecamere, riuscirà a risparmiare la maggior parte del budget a disposizione. Anche la regia tratta con verve l’originale soggetto, alternando uno stile cinematografico ad uno televisivo, con inserti sgranati di chiara matrice catodica. La scelta di uno stile o dell’altro appare però totalmente casuale, senza un disegno preciso di logica o coerenza. Ma ciò che davvero inficia l’efficacia del film è la superficialità della sceneggiatura, che non si preoccupa minimamente di raccordare con un minimo di senso le varie sequenze. Tante situazioni ed equivoci, infatti, sulla carta divertenti, senza una motivazione perdono gran parte della loro carica comica, scadendo nella gag insulsa e fine a se stessa. Perché, ad esempio, la finta famiglia protagonista è selezionata tra milioni di possibili famiglie concorrenti? Anche la critica della società dei consumi, la descrizione del cinismo dei mezzi di comunicazione, lo specchio della vacillante situazione economica, si limitano ad essere spunti interessanti privi di qualsiasi sviluppo. Una comicità poco incisiva e di grana grossa sfuma così le potenzialità della commedia, genere in altri casi perfetto per divertire non spegnendo il cervello.

Voto:  5

 

INFERNAL AFFAIRS - Affari infernali
(Andrew LAU & Alan MAK)

Anno: 2002
Durata: 100 min.
Regia: Andrew Lau & Alan Mak
Sceneggiatura: Alan Mak, Felix Chong
Fotografia: Andrew Lau, Lai Yiu Fai
Musica: Chan Kwong Wing
Montaggio: Danny Pang, Pang Ching Hei
Interpreti: Tony Leung Chiu-wai, Andy Lau, Anthony Wong, Eric Tsang, Chapman To, Lam Ka Tung


Il poliziotto Ming è l’informatore di un potente boss della droga; ma anche il gangster Yan fa il doppio gioco e in realtà è un poliziotto. Il meccanismo però si inceppa …

Doppia Identità

Un poliziotto è infiltrato in una banda criminale. Un criminale è infiltrato nella polizia. Entrambi vivono da anni una doppia vita, guardandosi costantemente alle spalle. Ogni passo falso può essere fatale. Il grande successo dell’anno di Hong Kong, che con gli strepitosi incassi ha risollevato le sorti di un’industria cinematografica in dichiarato declino, è un film solido, teso e ben fatto. Molto curato sia nella composizione delle immagini che negli sviluppi narrativi, attento a caratterizzare con energia e credibilità i contradditori profili psicologici dei protagonisti. Si respira un’atmosfera a metà strada tra “Face Off” e “Miami Vice”. Nel film di Andrew Lau & Alan Mak non c’è uno scambio di faccia, ma sono i ruoli ad invertirsi, con lo stesso straniamento causato dal non sapere fino in fondo a quale identità credere. Poliziotto o criminale? Criminale o poliziotto?
Ben diretto e fotografato, montato con grande senso del ritmo, “Infernal Affairs” gioca a spiazzare continuamente lo spettatore e ci riesce, spostando con calibrata misura l’attenzione ora su uno ora sull’altro protagonista, entrambi non a senso unico. Non originale ma efficace il costante tappeto sonoro mononota, che carica di tensione gli sviluppi narrativi amplificandoli con inaspettati e potenti effetti sonori.
Perfetto esempio di film di genere che riesce a trovare un equilibrio tra le parti che lo compongono mantenendo ciò che promette.

Voto:  7,5

 

 

CINA

Per la Cina il 2002 è stato un anno di grande fermento, sia economico che sociale. La figura femminile ha finito per ricoprire un ruolo sempre più centrale nella società, testimoniato anche dal mezzo cinematografico. In costante aumento, infatti, il numero di donne che lavora nel cinema e che popola gli schermi, con molte storie imperniate su personaggi femminili. Una donna forte, seducente e volitiva, rispetto a un uomo sempre più debole e insicuro, in profonda crisi di identità, che trova conforto solo nell’apparenza decisionale perpetrata dalla tradizione.
Oltre al cinema ufficiale degli Studios, attento al botteghino e alla veicolazione di valori tradizionali, il 2002 è stato anche l’anno del Cinema Indipendente. Il National Film Bureau ha infatti approvato, con decorrenza 1° Febbraio, una legge che consente alle produzioni indipendenti di operare in territorio cinese. Il passo è molto importante perché il conseguente visto della censura permette ai film valutati di trovare una distribuzione nazionale, con buone possibilità di recupero degli investimenti. Continua a sopravvivere, comunque, per gli autori meno inclini al compromesso, il cinema underground, che viaggia al di fuori dell’ufficialità ed è quindi destinato esclusivamente al mercato estero; in genere la tipologia di film presente nei programmi dei festival internazionali.
Da una parte i tempi lunghissimi per ottenere il visto della Censura (si parla anche di due anni e più) e l’interferenza delle istituzioni nel processo di creazione artistico. Dall’altra la necessità di soddisfare le esigenze del mercato estero attraverso il canale privilegiato dei festival. In entrambi i casi c’è un condizionamento. Riusciranno gli autori cinesi ad esprimersi al di là dei vincoli imposti, direttamente o indirettamente, da altri?

 

LIFE SHOW - Lo Spettacolo della Vita
(HUO Jiangi)

Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Huo Jianqi
Sceneggiatura: Si Wu
Fotografia: Sun Ming
Musica: Wang Xiaofeng
Interpreti: Tao Hong, Tao Zeru


Lai è una giovane donna che gestisce un piccolo ristorante. La sua maggiore priorità è aiutare il fratello tossicodipendente che è in prigione e risolvere antichi dissapori familiari legati alla proprietà di una casa. Un cliente la corteggia con insistenza fino a quando…

Immagini da respirare

Un ritratto femminile è al centro del lungometraggio di Huo Jianqi. La protagonista Lai lavora al mercato notturno della enorme città cinese di Chongqing e il film racconta un estratto della sua vita. Più della storia, un riempitivo alla lunga noiosetto e poco coinvolgente, colpisce l’assoluta padronanza del mezzo cinematografico da parte del regista che combina, con risultati di grande fascino, le luci e i colori dei luoghi, valorizzando l’intensa interpretazione della brava Tao Hong, giustamente premiata al “Shanghai International Film festival”. Sono molto belle ed evocative, infatti, le immagini che impaginano il film. Sembra davvero di essere in un mercato notturno di un paese della Cina, se ne respirano gli odori, i ritmi, se ne toccano quasi le forme. La brezza che bagna costantemente di grigio la città arriva a lambire le poltrone del teatro. Il taglio della regia è quasi documentaristico, nel senso che documenta, con estrema precisione e dovizia di dettagli, il mondo in cui colloca la sua protagonista. Vediamo quindi da più punti di vista la città di Chongqing, ne percepiamo la vastità attraverso lunghe panoramiche che vanno di pari passo con l’interiorità di Lai, perduta in un mondo che non offre più risposte ma non rassegnata, volitiva ma non determinata e profondamente ambivalente. Da una parte infatti vorrebbe cedere alle lusinghe di un uomo ricco e ancora piacente, dall’altra sente di poterne fare a meno, di bastare a se stessa. I suo sogni sono la rispettabilità e l’autonomia, e si preoccupa più di essere amata che di amare, cedendo così alle radicate trappole di una società maschilista che vuole la donna come silenzioso oggetto del desiderio. La brava Tao Long si colloca nella visione malinconica ma non greve del regista con grande espressività, donando al suo personaggio fascino e sensualità. Il nuovo che avanza non dà molta fiducia, ma il film non celebra nemmeno le certezze del vecchio, collocandosi in una fragile ma consapevole instabilità del presente.

Voto:  6,5

 

GONE IS THE ONE WHO HELD ME DEAREST IN THE WORLD
(MA Xiaoying)

Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Ma Xiaoying
Sceneggiatura: Ma Xiaoying
Fotografia: Gao Fei
Musica: Ding Wei
Interpreti: Siqin Gaowa, Huang Suying, Shi Weijian


Una donna di mezz’età vive il dramma della malattia e della perdita della madre.

Amore e Sensi di Colpa

Una madre e una figlia. Un rapporto conflittuale che si acutizza quando la madre si ammala e nella figlia si scatenano i sensi di colpa per avere vissuto solo geograficamente vicino all’anziano genitore. La regista Ma Xiaoying fotografa con sensibilità, tra sequenze separate da nere dissolvenze, le naturali contraddizioni di un rapporto così profondo. C’è un amore forte che sembra cozzare con l’altrettanto forte bisogno di indipendenza. Da una parte si cerca quindi il legame, dall’altra lo si vorrebbe spezzare, come per rivendicare l’autonomia di un proprio spazio nel mondo. Il problema del lungometraggio è che l’idea di partenza si amplia senza progredire, fino all’inevitabile conclusione. La figlia è una scrittrice famosa in crisi con il marito che sente di avere fatto tanto per gli altri, ma non per sua madre e il lungometraggio è la radiografia del suo senso di colpa. C’è poco altro nel film, che al di là di qualche spiraglio di verità, banalizza, sia narrativamente che a livello visivo, un soggetto ampiamente dissertato. Le tante, troppe parole, si preoccupano costantemente di motivare ogni azione, rubando espressività alle intense interpretazioni delle due brave  protagoniste. Ad aggiungere enfasi contribuisce anche la voce fuori campo, che, anziché aggiungere dettagli o stati d’animo visivamente taciuti, propina più che altro banalità; come del resto i dialoghi, con battute tutt’altro che illuminanti (“quando si  invecchia si torna bambini”). Anche la scelta delle immagini non brilla per originalità (la morte rappresentata da una lampadina che si fulmina). Resta la vibrante interpretazione delle due protagoniste, ma non basta a rischiarare un film che annaspa nei luoghi comuni e cerca la lacrima facile spacciandola per riflessione esistenziale.

Voto:  5

 

 

GIAPPONE

Anche in Giappone il 2002 è stato un anno di contrazione delle quote di mercato interne: si è passato dal 39% al 27%. Ma si veniva da un anno eccezionale in cui “Spirited away” (attualmente sui nostri schermi con l’anonimo titolo “La città incantata”) aveva battuto i record di incasso di tutti i tempi. I maggiori successi restano comunque i film di animazione, genere prediletto dagli spettatori giapponesi. Tra gli altri film distribuiti, ha lasciato un segno, perlomeno al botteghino, una nuova avventura del lucertolone Godzilla (“Godzilla, Mothra, King Ghidora: Giant Monster All-Out Attack”). Buoni risultati anche per i sempreverdi samurai e spunta, tra i film più visti, qualche commedia a basso budget. Un tentativo delle case di produzione di incontrare il favore del pubblico limitando gli investimenti.
Piccolo caso dell’anno, l’horror “Ju-on: The Grudge” (già trasmesso pochi mesi fa da TelePiù). La solita casa infestata diventa pretesto per situazioni angoscianti con attimi di puro terrore, anche se il clamore suscitato intorno alla pellicola pare un po’ eccessivo. Forse ha contribuito la decisione di Sam Raimi di un rifacimento americano con la sua GHOST HOUSE PICTURES che conferma la tendenza, tutta made in U.S.A., di saccheggiare qua e là in giro per il mondo. Che sia una metafora politica?

 

GRAVEYARD OF HONOR - Il Cimitero dell'Onore
(Miike TAKASHI)

Anno: 2002
Durata: 131 min.
Regia: Miike Takashi
Sceneggiatura: Takechi Takenori
Fotografia: Yamamoto Hideo
Musica: Endo Koji
Montaggio: Shimamura Yasushi
Interpreti: Kishitani Goro, Arimori Narimi, Miki Ryosuke, Yamashiro Shingo, Tamba Tetsuro


Un gangster della Yakuza viola il codice delle gang andando incontro alla rovina e alla morte.

Neverending Yakuza

Ancora la terribile mafia giapponese, la Yakuza, è al centro dell’ultimo film dell’instancabile Miike Takashi, famoso soprattutto per l’interessante comedy-horror “Audition” (circolato in Italia solo in qualche volonteroso cineclub) e autore dello splatter di culto “Ichi the killer”, presentato quest’anno al 20° “Torino Film Festival”. Il protagonista è un uomo che ha perso qualsiasi barlume di umanità, una specie di animale dalla furia devastante incapace di rapportarsi sia con gli amici che con i nemici. Se nel precedente “Ichi the killer” Takashi riusciva, al di là dei regolamenti di conti previsti dalla sceneggiatura, a raccontare un disagio con spirito dissacrante e liberatorio, in “Graveyard of honor” riduce gli spunti splatter e si sofferma sulla rabbia incontenibile ma ripetitiva del protagonista. Si succedono quindi tradimenti e vendette che finiscono con il diventare indistinguibili, anche perché realizzati con poca verosimiglianza (il protagonista arriva e fa una strage senza che nessuno riesca mai a fermarlo). La variante droga aggiunge ulteriore straniamento, ma null’altro. Unico spunto di interesse la storia d’amore distruttiva e anticonvenzionale con una giovane accompagnatrice. Ci sono tutte le premesse per la creazione di un eroe (positivo o negativo poco importa)  con cui condividere lo spazio del film, da amare, odiare, o semplicemente guardare. Invece non si varca mai la dimensione del mito limitandosi a una stanca iterazione di violenze perlopiù gratuite. Non basta certo il solito sax di sottofondo per evocare struggimento e perdizione.

Voto:  5

 

TURN - Svolta
(Hirayama HIDEYUKI)

Anno: 2000
Durata: 111 min.
Regia: Hirayama Hideyuki
Sceneggiatura: Muratami Osamu
Fotografia: Fujisawa Junichi
Musica: Yoshino Mickey
Montaggio: Okuhara Shigeru
Interpreti: Makise Riho, Baisho Mitsuko, Nakamura Cantaro, Kitamura Kazuki


La giovane Maki si ritrova costretta a vivere per sempre la stessa giornata. Ma qualcosa accade …

Voglia di Ricominciare

La giovane Maki si trova a vivere tutti i giorni la stessa giornata. Non è una metafora sugli effetti devastanti della routine, perché la protagonista si trova proprio nel concreto a sfogliare sempre lo stesso foglio del calendario. Non è nemmeno il giorno della marmotta come nell’analogo, almeno quanto a spunto iniziale, “Ricomincio da capo” di Harold Ramis. Maki è infatti entrata in coma in seguito a un incidente e vive in una specie di universo parallelo. Grazie a un’accurata sceneggiatura il lungometraggio di Hirayama Hideyuki non brucia subito le sue carte e ogni volta che sta per arenarsi verso un punto morto riprende quota, attraverso varianti originali e fantasiose. E’ interessante quindi come l’idea di partenza non venga semplicemente dilatata con trovate riempitive, ma sia arricchita da una progressione drammatica. Bella l’invenzione di un non-luogo di parcheggio, in cui chi è in coma nella dimensione terrestre attende un ritorno alla vita o la morte definitiva, e non casuale il fatto che l’unica ancora di salvezza, l’unico collegamento tra il perdersi e il ritrovarsi, sia dato dall’arte. Un surreale punto di incontro che rappresenta uno stimolo a credere nelle proprie capacità, a ciò che si sente, senza cedere al ricatto dell’omologazione. Ma sono tanti gli spunti di riflessione offerti dal film, che può essere letto come un’originale storia d’amore, come un racconto di fantascienza senza effetti speciali o come uno specchio dell’incomunicabilità dei tempi. Brava e graziosa la protagonista Makise Riho, anche se la regia non riesce sempre a valorizzare il suo impegno.

Voto:  7

 

PING PONG
(Sori FUMIHIKO)

Anno: 2002
Durata: 114 min.
Regia: Sori Fumihiko
Sceneggiatura: Kudo Kankuro
Fotografia: Sakou Akira
Montaggio: Ueno Souichi
Interpreti: Arata, Kubozuka Yosuke, Sam Lee, Okura Koji


Peko e Smile sono amici d’infanzia, cresciuti insieme giocando a ping-pong. Peko ama lo sport, mentre Smile lo considera un passatempo. I due arriveranno a sfidarsi.

Sport Atipico, Coppia Tipica

Sport e iniziazione alla vita. Binomio indissolubile che ha spesso ispirato il cinema, e non solo orientale. Questa volta tocca al ping-pong, sport perlomeno poco frequentato. Meno originale la scelta dei due protagonisti, prima amici di infanzia e poi rivali sul tavolo da gioco: Smile è occhialuto e introverso, Peko è esuberante e sfrontato. Il contrasto dei caratteri non fa però scintille. Ci vengono risparmiati i pistolotti edificanti sui valori veicolati dallo sport, ma non si esce da una logica di perdente contro vincente. Anche se non sembra essere questo ciò che interessa al regista Sori Fumihiko, uno dei più richiesti tecnici di computer grafica del Giappone, già supervisore agli effetti visivi per Titanic di James Cameron. La competizione non regala infatti gare appassionanti e coinvolgenti, nonostante la narrazione sia quasi esclusivamente incentrata su prove e tornei. Ciò che il regista pare avere a cuore sono i limiti visivi imposti da uno spazio angusto. Ecco quindi il tavolo da gioco estendersi e la pallina seguire traiettorie impossibili per consentire al regista di prodursi in virtuosismi della macchina da presa abbinati a un cospicuo utilizzo della computer grafica. Il dettaglio prevale sulla visione d’insieme e il risultato lascia tutto sommato impassibili. I numerosi match si succedono quindi con una certa monotonia, senza riuscire nemmeno a procurare affezione verso i personaggi. Qualche approfondimento psicologico è abbozzato attraverso alcuni flashback in fotografia desaturata, ma sui personaggi prevalgono le urla di giubilo o disperazione che fanno da corollario ai tornei. Alla fine risulta più divertente e simpatica una puntata di “Mimì e le ragazze della pallavolo”.

Voto:  5

 

 

COREA

La Corea è un caso più unico che raro nel panorama cinematografico mondiale. Anche nel 2002, infatti, i film nazionale hanno coperto ben il 47% del mercato (49% nel 2001). Questa affezione è stata sostenuta anche dall’estero. Basta pensare che tre prestigiosi festival europei hanno attribuito riconoscimenti a film coreani: “Oasis” a Venezia, “Ebbro di donne e di pittura” a Cannes e “My beautiful girl, Mari” ad Annecy. Il pubblico ha apprezzato soprattutto le commedie, mentre le mega-produzioni basate su azione e sofisticati effetti speciali, non hanno ottenuto i risultati sperati.
A livello di tendenza, si può notare un ritorno, nelle ambientazioni dei film, agli anni Ottanta, simbolo ormai di una preistoria economica guardata con un misto di nostalgia e tagliente ironia. Per l’anno in corso c’è qualche timore causato dalla fusione delle due più importanti compagnie cinematografiche del paese (“Cj Entertainment” e “Cinema Service”); si teme infatti un calo nel numero di film prodotti, ma guardando i progetti in fase di realizzazione c’è da ben sperare, sia a livello di kolossal che di commedie.

 

THE WAY HOME
(LEE Jeong-Hyang)

Anno: 2002
Durata: 87 min.
Regia: Lee Jeong-hyang
Sceneggiatura: Lee Jeong-hyang
Fotografia: Yoon Hong-shik
Musica: Kim Dae-hong, Kim Yang-hui
Montaggio: Kim Sang-beom, Kim Jae-beom
Interpreti: Yoo Seung-ho, Kim Ul-boon, Dong Hyo-hee, Min Kyung-hoon


Un bambino di Seoul viene spedito a vivere con la nonna muta che non ha mai conosciuto. Senza televisione, fast-food e batterie per il suo gioco elettronico si sente perduto e comincia a rendere sempre più difficile la vita alla nonna avanzando pretese irrealizzabili.

Il Vecchio e il Bambino

Il cinema da sempre adora le strane coppie, soprattutto quelle male assortite che sembrano lontane anni luce, sia nel fisico che nella conciliabilità caratteriale. In genere sulle reciproche differenze si basano i presupposti di una prevedibile contaminazione. Il film della giovane Lee Jeong-hyang (classe 1964) rientra appieno nel cliché, ma si distingue per il talento visivo e la sensibilità con cui affronta i suoi personaggi (firma anche la sceneggiatura). Si racconta infatti dell’estate trascorsa da un bambino viziato e capriccioso presso la nonna muta e ottantenne. La città tecnologica e la campagna immobile sono i due specchi di un’evoluzione dispari che, lungi dall’estendersi a tutto il paese, ha lasciato ampie frange della popolazione ancora ferme all’inizio del secolo. 
Il bambino pensa che la nonna sia una stupida e ha gusti prefabbricati di chiara derivazione pubblicitaria; è il prodotto di un marketing spietato dal vago sapore di vuoto, che promette molto più di quello che è in grado di offrire. La nonna si esprime a gesti, la vecchiaia l’ha resa grinza e curva e affronta con estrema lentezza e serenità i compiti quotidiani. Il film è scandito dal succedersi dei giorni che trascorrono senza che, almeno in apparenza, qualcosa di rilevante accada. I due mondi agli antipodi sembrano impermeabili e si teme per tutta la durata del film un avvicinamento causato dall’incontro ineluttabile con la morte o la sofferenza, scelta ricattatoria a cui spesso gli sceneggiatori attingono per sbloccare situazioni di stallo narrativo. Per fortuna la regista ci risparmia tutto questo e punta sui dettagli, sui cambiamenti impercettibili, segue con cura i gesti, le espressioni. L’affetto non urlato che ne consegue, parimenti alla commozione, ha quindi lo spessore della sincerità. Nonostante poco accada, il contrasto tra i due protagonisti genera curiosità e i tempi lenti non assumono la connotazione di un vezzo autoriale, ma diventano un’esigenza stilistica che si adatta all’interiorità dei personaggi. Indimenticabile l’interpretazione della non attrice Kim Ul-boon che nelle rughe del viso, nella fatica dei movimenti, nella forte espressività della sua presenza scenica, vale da sola la visione del film. In patria “The way home …” ha battuto negli incassi sia “Spider man” che “Il Signore degli anelli”.

Voto:  7,5

 

JAIL BREAKERS - Gli Evasi
(KIM Sang-jin)

Regia: Kim Sang-jin
Anno: 2002
Durata: 118 min.
Sceneggiatura: Park Jeong-woo
Fotografia: Kim Dong-chun
Musica: Son Mu-hyun
Montaggio: Goh Im-pyo
Interpreti: Sol Kyung-gu, Cha Seung-won, Song Yoon-ah, Kang Sung-jin


Due carcerati riescono a scappare dalla prigione scavando un tunnel sotterraneo, ma appena fuori scoprono che …

Il Silenzio è d'Oro

Comincia scimmiottando “Le ali della libertà”, poi sfocia nella totale demenza. Il genere carcerario continua a fare proseliti (o vittime, a seconda dei gusti) raccontando di grandi fughe organizzate all’interno di prigioni vissute come allegri ostelli della gioventù (il sciapo “Lucky break” di Peter Cattaneo docet). Nel film di Kim Sang-jin (autore di commedie di travolgente successo in patria), la fuga è però solo un pretesto per costruire i fondamenti di una sgangherata commedia che si scatena, appunto, non appena la libertà diventa un dato di fatto. Di cliché in cliché si passa quindi dal genere carcerario alle coppie male assortite. Pur con momenti divertenti e nonostante la totale identificazione degli attori con i personaggi, il film diventa presto insopportabile. La causa principale è la ricerca spasmodica di un ritmo forsennato da imprimere al racconto. Dopo un po’ infatti la storia ristagna e gira a vuoto, ma i personaggi continuano a correre come pazzi e, soprattutto, a urlare senza sosta come ossessi. È curioso come l’effetto di questo circo ambulante sia alla fine tutt’altro che adrenalinico. È come se il frastuono schiacciasse psicologie e caratterizzazioni fino a renderle sovrapponibili o, meglio, piatte come un encefalogramma. Chi riesce a sintonizzarsi, riuscirà probabilmente a divertirsi.

Voto:  5

 

YESTERDAY - Ieri
(JEONG Yun-su)

Anno: 2002
Durata: 121 min.
Regia: Jeong Yun-su
Sceneggiatura: Jeong Yun-su
Fotografia: Jung Han-chul
Musica: Kang Ho-jeong
Montaggio: Kim Sun-min
Interpreti: Kim Seung-woo, Kim Yoon-jin, Choi Min-soo, Kim Sun-ah


Nel 2020 in una città sul confine tra la Cina e la Corea riunificata un gruppo di investigatori cerca l’identità e i movimenti di un misterioso criminale che ha rapito il padre di una giovane psicologa.

Inutile Frastuono

C’è davvero di tutto in questa super produzione coreana: azione, mistero, eroi solitari, serial killer, preti, la bella di turno che combatte in tailleur e tacchi alti. Anche i temi trattati sono forti e attuali e si va dai riferimenti biblici a Davide e Golia fino alla clonazione, non trascurando la politica, con qualche accenno a una riunificazione delle due Coree. Tanta carne al fuoco non riesce però a incontrare una visione d’insieme capace di incastrare i tasselli al punto giusto. L’interrogativo “chi deve fare cosa?” non trova mai adeguate risposte e lo spettatore viene letteralmente bombardato di dettagli che infittiscono le aspettative senza arrivare poi a soddisfarle. La tecnica di frammentazione del racconto produce quindi un puzzle incompleto. Poco male se le immagini riuscissero a sopperire al nonsense narrativo, ma lo stile da videoclip e il montaggio a perdifiato aggiungono solo rumore al caos. Anche le scene d’azione, che costituiscono parte integrante del film, sono elaborate impedendo allo spettatore di capire cosa stia effettivamente succedendo sullo schermo. La regia procede affiancando dettagli in rapida successione senza preoccuparsi di rendere comprensibile il punto di partenza e quello di arrivo. Si arriva quindi a scene madri con frasi sussurrate e scontri, basilari nell’economia del racconto, senza avere raggiunto la climax necessaria per un coinvolgimento. Tutto scorre con una sterile frenesia che non regala né brividi, né emozioni. Il film è stato, comprensibilmente, uno dei grandi flop della stagione in Corea.

Voto:  4

 

 

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