a cura di
Emanuele Di Nicola
Priscilla Caporro
Stefano Coccia
con contributo di
Daniele Bellucci

 

INTRODUZIONE

CONCORSO

-

4 LUNI, 3 SAPTAMINI SI 2 ZILI di Cristian MUNGIU

-

AUF DER ANDEREN SEITE (The edge of Heaven) di Fatih AKIN

-

PARANOID PARK di Gus VAN SANT

-

PERSEPOLIS di Marjane SATRAPI, Vincent PARONNAUD

-

LE SCAPHANDRE ET LE PAPILLON di Julian SCHNABEL

-

TEHILIM di Raphael NADJARI

-

WE OWN THE NIGHT di James GRAY
FUORI CONCORSO

-

L’AGE DES TENEBRES di Denys ARCAND

-

REBELLION di A. NEKRASOV/O. Konskava
CERTAIN REGARD

-

LE VOYAGE DU BALLON ROUGE di HOU Hsiao-Hsien
QUINZAINE DES REALISATEURS

-

CARAMEL di Nadine LABAKI

-

CONTROL di Anton CORBIJN

-

ELLE S’APPELLE SABINE di Sandrine BONNAIRE

-

GEGENÜBER di Jan BONNY

-

MUTUM di Sandra KOGUT

-

LA QUESTION HUMAINE di Nicolas KLOTZ

-

SMILEY FACE di Gregg ARAKI

-

YUMURTA di Semih KAPLANOGLU
SEMAINE DE LA CRITIQUE

-

A VIA LÁCTEA di Lina CHAMIE

-

FUNUKEDOMO, KANASHIMINO AI WO MISERO di Daihachi YOSHIDA

-

MEDUZOT di Etgar KERET & Shira GEFFEN

-

VOLEURS DE CHEVAUX di Heiko Micha WALD
Corti

-

RABBIT TROUBLES di MITOVSKI & KALEV

-

FOG di Peter SALMON

-

MADAME TUTLI-PUTLI di Chris LAVIS & Maciek SZCZERBOWSKI

-

BOTH di Bass BRE'CHE

 

Trust Ever Cannes

Trastevere è chiuso per Bush ma si apre ai film di Cannes 2007; il cuore della selezione annuale (promossa dal Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali e dall’ANEC Lazio in collaborazione con la Direzione Generale Cinema del Ministero per i beni e le attività culturali), fondamentalmente arbitraria - ma obbligatorio considerare disponibilità delle pellicole e volontà degli esercenti - verte sugli invisibili. Oltre il film di Mungiu, una Palma particolarmente d’Oro che mette tutti d’accordo, oltre le opere premiate con l’uscita sicura, splendono le mosche bianche; il regista cult Araki e il sublime maestro Hou-Hsiao Hsien sono oggi senza distribuzione (in particolare: è mortificante l’oscurantismo culturale che avvolge l’artista cinese, tra i maggiori uomini di cinema viventi, sarebbe il terzo film consecutivo che non esce in sala) ma l’appuntamento li porta ai nostri occhi e rinforza il suo pregio. Proibito vedere tutto: l’incastro di orari è crudele, il programma, tradizionalmente schizofrenico, patisce qualche variazione. Se l’appuntamento poteva riempire altri buchi neri distributivi (tra tutti, Bela Tarr) anche il pubblico dice sì ai film di Cannes e li segue con buona affluenza, fermandosi nella chiacchiera all’uscita, assegnando palme e palmette, sostenendo i propri piccoli idoli (vedi Control, per chi lo ha apprezzato). Non sarà la Croisette, però….

Emanuele Di Nicola

 

CONCORSO

4 LUNI, 3 SAPTAMINI SI, 2 ZILI
di Cristian Mungiu

(Romania - 113')


Romania 1987. Nell’arco di una giornata Otilia, studentessa, aiuta l’amica Gabita ad abortire; ma l’interruzione di gravidanza è vietata dalla legge.

Madre senza figlio

Terrificante e straordinario. Cannes 2007 è la sede adeguata per premiare finalmente un’intera cinematografia, quella esteuropea, che risulta sempre vitale benché invisibile e a fronte di risultati alterni trova in 4 luni, 3 saptamini si 2 zile l’occasione da ricordare. Non viene mai pronunciata la parola “regime” nel film di Cristian Mungiu, ma sono ovunque i suoi tentacoli: attraverso un esercizio ricamatissimo di writing in progress, la rappresentazione non dice proprio nulla sul destino dei protagonisti (silenzio assoluto sul padre) e li lascia vivere, respirare nel quotidiano (una giornata qualunque allo studentato) finchè si giunge al nocciolo e realizza dove questi vadano a parare. Nel pieno rispetto delle unità aristoteliche (tempo, spazio, azione; 24 ore, gli interni/prigioni e gli esterni torvi e ridotti, l’aborto) i dialoghi suonano naturali e avvolgenti, il realismo è assoluto ma convoglia con la postura teatrale e incide un estratto interiore inquietante: si veda la sequenza, magnifica, della trattativa sul prezzo che si svolge tra le due ragazze e Mr. Bebe, l’uomo nero, che nella medesima inquadratura cambia più volte prospettiva (da benefattore a commerciante a stupratore). Nello Stato imbrigliato da vigilanza capillare, dove per metonimia incombono i controllori dell’autobus, questa non è un’opera di denuncia ma piuttosto una tenaglia rovente che stringe sui rapporti umani e li segna a fuoco: Gabita ottiene l’assistenza di Otilia fino a trasferire il peso del gesto su quest’ultima, che macchia il rapporto con il suo uomo e sbatte contro l’arretratezza sociale generalizzata, aprendo ferite drammatiche. Girato impeccabile: considerare l’insopportabile (per intensità, è chiaro) piano sequenza della cena di compleanno, una preziosa puntata nello scontro modernità/tradizione, lo shock alla vista del feto e il pedinamento notturno di Otilia che, occultando la prova del crimine, è immortalata su camera mobile degna dei Dardenne. Il padre che vende il figlio ne L’Enfant qui, al contrario, diventa una donna che paga per eliminare la prole prima del privilegio della vita. Trasfigurazione finale agghiacciante: Otilia non può mangiare mentre Gabita ordina un piatto di carne, in particolare interiora. Una Palma d’oro massiccio.

Voto: 7,5                                      Emanuele Di Nicola


Voto: 9                                             Stefano Coccia


Voto: 8                                             Daniele Bellucci

AUF DER ANDEREN SEITE
di Fatih A
kin

(Germania/Turchia - 122')


Germania: Nejat non approva la relazione fra suo padre e Yeter, prostituta di origine turca. Un giorno il giovane scopre che la donna invia regolarmente soldi alla figlia rimasta in Turchia per finanziarle gli studi. Il rapporto si salda e quando Yeter muore per una terribile tragedia, Nejat decide di partire per la Turchia alla ricerca della ragazza.<br>
Turchia: Ayten, attivista politica, è costretta a fuggire in Germania e coglie l'occasione per cercare la madre che non vede da tempo...

Distanze

Fatih Akin sbaglia un colpo. Dopo la dolorosa e feroce poesia de La sposa turca e il piacevole excursus musicale di Crossing the bridge, il regista anatolico che ha conquistato la Germania e l’Europa grazie al suo elegante e diretto modo di fare arte continua a scandagliare figure umane in bilico fra est e ovest. Questa condizione di costante instabilità fra libertà e prigionia, fra amore e disprezzo, fra vita e morte è il leit-motiv di The edge of Heaven, disperata parabola sull’ingiustizia sociale. Fatih Akin firma uno script solido, ben strutturato, capace di sostenere gli sviluppi di una vicenda che si srotola in diverse situazioni parallele; il premio ottenuto da Cannes per la migliore sceneggiatura appare dunque indubbiamente meritato, sebbene il lavoro di Akin sia latore di un infelice marchio: la vicenda raccontata sembra priva di ogni originalità e quanto raccontato non aggiunge nulla a ciò che mille altre volte abbiamo sentito raccontare attraverso pellicole di inchiesta come questa. L’espressività delle scene dunque, che da sempre avevamo considerato uno dei migliori tratti distintivi del regista, si sacrifica in virtù della banalità dell’azione, la cui prevedibilità inevitabilmente va a discapito dell’estro creativo. I personaggi non sono più dei diamanti neri dalle ossimoriche sfaccettature di buio e trasparenza, ma si trasformano in figure semplicissime, canalizzate nei rispettivi ruoli senza la possibilità di poter dimostrare una crescita e un’evoluzione interiore: gli unici “sbalzi emotivi” consentiti sono facilmente riconoscibili come classiche svolte narrative (la madre di Lotte, dapprima scettica di fronte all’amore della figlia verso l’attivista Ayten, alla morte della sua creatura decide di adoperarsi per l’amata, sfoderando umanità e bontà). Un vero peccato dal momento che ciascuna delle sei figure principali che animano la vicenda avrebbero meritato un’approfondita opera di “ricerca” personale: Akin infatti, con il suo solito talento nell’individuare caratteri dell’umanità, sintetizza sullo schermo sei personaggi portatori di esperienze completamente distanti eppure complementari. I protagonisti si sfiorano ma non si afferrano, scivolano gli uni accanto agli altri senza capire a pieno il senso della vicenda e della lontananza, inadeguati nel comprendere le necessità dell’altro, incapaci spesso anche nell’abbracciare appieno il concetto di “altro”. Non è da sottovalutare inoltre il tono fortemente estremizzante cui si affida Akin in alcune situazioni: nel corso della storia non sono pochi i momenti in cui le scelte cui si appellano i personaggi appaiono quanto meno iperboliche (ad esempio quando Nejat, giovane professore, decide di abbandonare la sua stabile vita in Germania per dedicarsi totalmente alla ricerca della figlia della compagna uccisa del padre, salvo poi impiegarsi in una libreria tedesca che decide di comprare…!). The edge of Heaven indubbiamente si ricollega –per tematiche e valutazioni narrative- al percorso portato avanti da La sposa turca: quel che dispiace però è essere costretti a costatare come quel cieco vigore espressivo del primo film sia stato mitigato e “addolcito” nell’ultimo lavoro del regista, che sembra discostarsi dall’indagine interiore dell’essere umano in virtù di un più ampio discorso di stampo sociale, che profuma di denuncia politica (che fa tornare alla mente la commovente intervista alla cantante kurda di Crossing the Bridge). I tempi si sfaldano, i dialoghi si appesantiscono, la velocità con cui si deve affrontare la montagna di materiale narrativo non permette ad Akin di soffermarsi a sufficienza sulle atmosfere, sui colori, negando quel senso di densità e spessore che ha sempre fornito quel quid in più alle sue precedenti opere. Un nuovo attraversamento del ponte, alla ricerca di quell’identità morale e sociale che sembra smarrita, in Germania come in Turchia, ad ovest come ad est: in The edge of the Heaven il senso di spaesamento è totale, si è stranieri all’estero come in casa. Dall’altro lato (il titolo originale della pellicola, Auf der Anderen Seite, significa questo) non abbiamo speranza di trovare nulla. Ci resta solo una spiaggia bianca dove aspettare, da soli, il ritorno dei pescatori, il ritorno del nostro passato, possibilmente scevro da fantasmi. Ci resta solo il lento e consolatorio canto delle onde che s’infrangono sul bagnasciuga, silenzioso compagno del nostro inarrestabile vagabondaggio esistenziale.

Voto: 5                                           Priscilla Caporro


Voto: 4,5                                          Stefano Coccia

PARANOID PARK
di
Gus Van Sant

(U.S.A./Francia - 85')


Alex viene affascinato da Paranoid Park, la malfamata area per skater costruita abusivamente. Un notte al parco cambierà definitivamente la sua vita.

Lividi

Alex è un ragazzino come tanti. Skateboard sotto ai piedi, un paio di jeans e tante incertezze. Portland, Oregon è una città dai toni violacei, quasi plumbea con le sue villette tutte uguali, i grandi palazzi grigi che caratterizzano i sobborghi e le periferie, lontane dal luminosissimo skyline. Paranoid Park è un area cementata costruita abusivamente sotto ad un ponte per dar sfogo all’ acrobatica passione degli skaters; il parco dell’East-side è un paese dei balocchi lontano dagli occhi indiscreti del benpensante perbenismo, una valvola per ragazzi ai margini della società. “Nessuno è mai realmente pronto per Paranoid Park”, dichiara Jared, grande amico di Alex, al protagonista: alla luce però di quanto illustrato nella pellicola, nessuno in realtà può considerarsi davvero capace di contenere le conseguenze che possono scaturire da una notte trascorsa nel parco degli skaters. E’ per questo che Paranoid Park diventa foriero per Alex dell’angosciante smania di dover nascondere un segreto inconfessabile. Van Sant insegue ancora una volta i suoi personaggi, osservando un adolescente che è inconsapevole del proprio destino (come in Elephant), ma che stavolta sa di esserne artefice. Mentre nel film dedicato al disastro di Colombine i giovani studenti si aggiravano per il proprio istituto ignorando che la follia omicida di alcuni loro compagni fosse sul punto di mettere fine alle loro vite, Alex si rende conto che il suo futuro sarà comunque segnato dalle sue scelte e dai suoi errori, come se la tragica esperienza vissuta nella notte al Paranoid Park avesse lasciato un timbro indelebile sulla sua pelle. Così mentre le ruote dello skate scivolano su strade deserte e sempre più o meno buie, Van Sant si ritrova a raccontare un nuovo vagabondaggio esistenziale: il giovane skater non è dunque così distante da Blake di Last Days, il rocker costruito su modello di Cobain. Mentre in Last Days la disgregazione dell’io portava ad un lento e costante deterioramento esistenziale, con conseguente suicido, in Paranoid Park Gus Van Sant decide di mettere sotto ai riflettori il terrore di un ragazzino costretto a serbare, dentro mezze frasi e sguardi fuggenti, il peso di una realtà dolorosa frutto dell’incoscienza e dell’inesperienza. Il candore infantile di un giovane dalle guance paffute viene graffiato e contuso dal continuo mutamento delle situazioni; eludendo le domande dei detective, cercando di nascondere l’imbarazzo e ostentando sicurezza, Alex si ritrova alle prese con bugie sempre più grandi che cozzano con la sua natura gentile. Con Paranoid Park non siamo di fronte alla rappresentazione di un ragazzo rovinato dalla mancanza di agi, costretto a convivere con gli stenti della famiglia ritagliandosi spazi che lo allontanino dal dramma del degrado urbano-sociale in cui vive. Alex, così come i suoi amici, è un ragazzo che proviene da una famiglia borghese: il suo problema risiede nell’essere figlio della società moderna, dove i suoi due genitori separati non comprendono le vere necessità dei figli, che avrebbero solo bisogno di attenzione e di affetto. Van Sant si aggira all’interno di un’America spaesata, dove tutti sentono il bisogno di una guida e dove però tale diritto viene negato proprio a chi ne avrebbe più bisogno, come un giovane in difficoltà. Il timbro espressivo di Van Sant è ben riconoscibile e continua ad affascinare, grazie ai suoi sofferti percorsi all’interno di turbe sopite dal silenzio forzato. Le sequenze rallentate che descrivono l’attività degli skater all’interno del Paranoid Park diventano degli autentici squarci di vita reale nella vicenda narrata, ed il loro taglio “documentaristico” è sottolineato da scelte tecnico-visive particolarmente azzeccate. Van Sant gioca con i colori e con i personaggi, costruisce degli affreschi giovanili che non sfociano nel vuoto teen-movie né si attestano sui toni freddi di una rappresentazione scaturita dalla moralistica indagine di stampo adulto. Utilizzando formati diversi (dal Super 8 mm al 35 mm, passando per il video digitale), Van Sant si pone come intermediario fra Alex con la sua convulsa attività di rielaborazione del dramma da lui vissuto, e il mondo esterno che sembra non comprendere il suo malessere. Tra disagio, malinconia e tenerezza, Paranoid Park non è altro che lo sguardo fulmineo che sbircia la confessione di un adolescente raccontata in un diario nel quale prendono forma i suoi sfoghi, fra singhiozzi ed incomunicabilità.

Voto: 7,5                                        Priscilla Caporro


Voto: 7                                             Daniele Bellucci

PERSEPOLIS
di
Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

(Francia - 95')


Marjane: idealista, ribelle, appassionata, iraniana, donna. Storia di una vita.

Oltre un chador

Lungometraggio di animazione, spunto di riflessione morale e politica, Persepolis è un film emozionante e coinvolgente, adatto ad una fascia di pubblico estremamente ampio (dai bambini ai centenari). La fumettista Satrapi e Parannoud riescono a conciliare tematiche drammatiche con uno stile vivace e frizzante, che fa camminare in parallelo la tragicità di alcuni fatti narrati ad una vena di esuberante ironia. Attraverso il racconto dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta di Marjane, Persepolis si fa portavoce della storia di un Paese continuamente martoriato da conflitti e regimi dittatoriali, e le tristi vicende di un popolo si intrecciano con quella di una bambina piena di vita e di desideri, capace di cercare e trovare il lato positivo in ogni situazione e circostanza. L’Iran, così come poi l’Austria e in seguito la Francia, diventano le ambientazioni perfette per delineare i diversi stati d’animo che corrispondono alle questioni umane che Marjane e la sua famiglia si ritrovano a fronteggiare nel corso degli anni. Persepolis non è solo un “romanzo di crescita”, ma è l’appassionata epopea di un popolo e di una società. Con delicatezza e spigliatezza, il film racconta il serrato succedersi di diverse privazioni imposte dal regime dittatoriale iraniano: dall’imposizione del velo per le donne, alla censura dell’arte e della musica, alla proibizione del consumo di alcol Persepolis passa in rassegna tutti quegli elementi che hanno fatto sì che la vita in Iran diventasse sempre più pesante. Non bisogna però illudersi che la Satrapi e Parranoud scelgano di raccontare una storia a senso unico volta solo ad evidenziare i difetti e i problemi di una vita sotto un governo totalitario: nel corso della narrazione infatti vengono sbalzati e definiti i contorni anche di una società occidentale poco pronta all’accoglienza, apparentemente comprensiva salvo poi rivelarsi chiusa nelle barricate dei luoghi comuni e del pregiudizio. Marjane si trasforma così in un’eterna straniera: sebbene il mondo arabo con le sue imposizioni le vada stretto, la ragazza non si sente a suo agio, e tanto meno compresa all’interno delle salde roccaforti europee. Con disegni semplici, dai tratti netti ed espressivi, Persepolis fa da narratore ad una vicenda moderna e contemporanea appassionante e drammatica, senza piombare nel tedio. Al contrario è facile divertirsi e affezionarsi alla figura di Marjane, ragazzina intelligente, ribelle, con la passione per la politica e la musica. Un lungometraggio animato coraggioso, affrontato con l’ironica saggezza di chi riesce a destreggiarsi nelle varie situazioni con il sorriso sulle labbra, fra il fumo di una sigaretta e il nodo di un chador.

Voto: 7                                          Priscilla Caporro

LE SCAPHANDRE ET LE PAPILLON
di
Julian Schnabel
(Francia - 112')


Il caporedattore di una nota rivista di moda, in seguito ad un attacco di cuore, viene colpito dalla Locked in Syndrom. Isolato dal mondo inizia una nuova vita che sceglie di raccontare attraverso un romanzo, dettato attraverso una comunicazione fatta di battiti di ciglia.

E, S, A, R, I, N, T…

La comunicazione è fra le attività fondamentali dell’esistenza umana: è condivisione, comprensione, confronto, espressione, senza di lei molte esperienze della vita sarebbero svuotate di significato. Schnabel cerca la rappresentazione forte, poetica e ironica della grintosa convalescenza di un direttore di una famosa rivista di moda, Jean-Dominque Bauby: questi non si arrende di fronte alle difficoltà fisiche che lo hanno imprigionato nel suo corpo rendendolo un pesante scafandro, dal quale cerca di evadere inseguendo le onde di quel canale espressivo del quale un grave attacco cardiaco lo ha privato. Mentre Jean-Do si ritrova a comunicare con una palpebra, rincorrendo come piccoli aquiloni colorati le parole ormai impossibili da modulare, l’intera prospettiva del film si sposta dal lato del protagonista: Le scaphandre et le papillon non è il classico film su un recupero fisico visto con lo sguardo -seppure partecipe- esterno rispetto al malato. Schnabel nasconde l’obiettivo dietro l’occhio di Jean-Do (colpito dalla rara Locked in Syndrom), dapprima osservando il mondo dal letto sul quale l’uomo è bloccato, poi accompagnandolo nei suoi primi giri sulla sedia a rotelle, nelle sale di fisioterapia, nelle terrazze dove può riavvicinarsi alla natura. Vengono portati avanti programmi di riabilitazione, si cercano metodi per comunicare: il racconto è scandito dall’ironia fresca e vivace di un uomo che malgrado le difficoltà non rinuncia a regalarsi dei sarcastici sorrisi interiori, che sono ormai tutto ciò che gli resta. Attorno a Jean-Do il mondo: un’ex-compagna ancora legata a lui, due bambini, un’integralista cattolica che si occupa del suo recupero facciale, una logopedista particolarmente affettuosa, una silenziosa e premurosa copista. Il dramma della condizione del malato non viene riprodotto con il tono lacrimevole che spesso caratterizza questo tipo di filmografia: Schnabel, attraverso i battiti delle ciglia di Bauby, dimostra che c’è una via di fuga anche per una prigionia dalla quale apparentemente non esiste evasione. E’ qui che Le scaphandre et le papillon, ispirato alla vera storia dell’ex-caporedattore di Elle France, si riallaccia al tema fondamentale della comunicazione: Jean-Do trova un nuovo scopo per la sua vita decidendo di raccontare la propria esperienza, ripercorrendo le sue giornate, ricordando il passato, riflettendo sul suo futuro. Attraverso la palpebra sinistra, unico legame con il mondo esterno, l’uomo si dedica alla scrittura del suo romanzo, portata avanti grazie alla sua capacità mnemonica, alla sua forza d’animo e alla pazienza della donna che trascrive lettera dopo lettera i suoi pensieri. Schnabel si discosta dal punto di vista del suo magistrale protagonista solo quando ripercorre insieme a lui il filo dei suoi ricordi, come Dedalo che tenta di allontanarsi dal labirinto con le sue ali artificiali: così Bauby abbandona le luminose stanze della clinica dove è ricoverato e vola lontano con la sua fantasia, rievocando le immagini di quel passato pieno di soddisfazioni e tenerezza dal quale ormai si è dovuto drasticamente allontanare. Il protagonista appare così nella frizzante completezza della sua vita precedente l’attacco cardiaco, uomo innamorato, figlio premuroso, padre divertente: il viaggio nei ricordi di Jean-Do si trasforma in un’esperienza che completa un percorso interiore emotivamente profondo, che cinge il personaggio della sicurezza necessaria per permettergli di affrontare il difficile presente. Schnabel ci guida attraverso viaggi in auto con il vento fra i capelli, placide chiacchierate con un padre anziano ormai indebolito dalla vecchiaia; ci porta sulle note di Ultra-violet fra le strade di una Lourdes notturna che sembra una Las Vegas della religione, neon sopra le madonnine-souvenir e tanta ipocrisia. Le scaphandre et le papillon non estorce lacrime a nessuno. Con un racconto fluido, sebbene inframezzato da alcune sequenze surreali (alcune delle quali anche vagamente forzate), Le scaphandre et le papillon è una radiografia del sentimento: si sfiora l’emozione più pura e la si stempera con la dissacrante ironia di chi ha sempre vissuto mordendo ogni singolo istante di vita e con ha alcuna intenzione di mettere in pensione la propria forza di volontà.

Voto: 8                                          Priscilla Caporro


Voto: 8                                          Daniele Bellucci

TEHILIM
di
Raphael Nadjari
(Israele/Francia - 96')

 
Gerusalemme. Il 17enne Menachem e la sua famiglia conducono una vita tranquilla e ordinaria che viene però sconvolta dalla misteriosa sparizione del padre dopo un incidente automobilistico.

La scomparsa del Padre

Se un uomo perde la vista come potrà orientarsi verso Gerusalemme per pregare?
Basterà che si volga verso l'alto, perché lì è Dio.

Eppure questo insegnamento, che potrebbe appartenere a un testo sacro di qualunque religione trascendente, si dimostrerà inadeguato quando la perdita colpirà per ironia della sorte proprio la famiglia del vecchio maestro che lo ha enunciato nella sequenza di apertura del film.
La scomparsa, l'assenza, e non la morte. Già questo scarto spiazza lo spettatore abituato a pensare la vita israeliana non svincolabile dal rapporto/conflitto con i vicini arabi. E Nadjari non usa terroristi e kamikaze come alibi per giustificare una crisi "della famiglia", che si genera esclusivamente per le sue contraddizioni interne, e che degenera quando si tratta di affrontare il prodotto esplosivo di quella crisi.
Ma un modus vivendi cadenzato su una serie di regole può essere in grado di superare una situazione così indefinita? Può un claustrofobico quotidiano rituale di preghiera protrarsi ossessivamente all'infinito senza appoggiarsi a soluzioni alternative? L'atteggiamento un po' vigliacco del vecchio religioso che si ostina a pregare in aria indifferente al mondo esterno è lo stesso di quello del suo nipote maggiore, che guarda in cielo perché la terra non riesce a fornirgli una spiegazione accettabile razionalmente. Sarà la moglie dello scomparso, laica, donna, dunque più pragmatica ed elastica, a salvare, pur immersa nello strazio, la famiglia dal collasso economico, anche se sacrificando i compiti di madre, lasciando solo l'immaturo figlio maggiore: Menachem, in balia dei condizionamenti del nonno, senza controllo, finirà per deragliare anche dai binari dell'ortodossia.
Lo schematismo dimostrativo della linea narrativa principale, in particolare l'evoluzione del comportamento di Menachem (evoluzione priva di ellissi e sfumature, rappresentata dalla programmatica sequenza dei suoi incontri e scontri), nuoce alla fluidità del film, gia appesantito dall'estenuante recita dei salmi che tuttavia ha la funzione di cristallizzare l'ostinato immobilismo di chi delega a Dio la risoluzione dei propri problemi.
Sono invece i punti oscuri a lasciare spazio a suggestive interpretazioni e a intriganti sottotesti. 
La rappresentazione dinamica dell'incidente, così goffa da renderlo irreale, e il "fuori campo" della sparizione, ma già da prima la stanchezza così posticcia dell'uomo, lasciano l'impressione non di un malore ma di un disegno preparato a tavolino, quasi una recita "pirandelliana". L'uomo fugge dalle responsabilità di capofamiglia, ma soprattutto dal fallimentare tentativo di conciliare la rigida tradizione millenaria con un approccio pedagogico più moderno e flessibile, che tenga conto dei tempi che cambiano e delle esigenze di libertà sempre più pressanti da parte dei figli (illuminante a tal proposito la discussione in famiglia sull'opportunità di ospitare un fratello del padre cui nessuno dei figli vuol cedere la stanza).
Si affaccia anche una dimensione squisitamente geopolitica: come sopperire alla scomparsa di un Dio che pare abbandonare quella zona martoriata lasciandola in balia di una follia inspiegabile? Si ha la sensazione che il pragmatismo della protagonista femminile del film sia un consiglio, una sferzata alle nuove generazioni che dovranno guidare Israele e non solo: forse è il caso di finirla con azioni giustificate sempre in nome di Dio, forse è il caso di caricarsi sulle deboli spalle le proprie pesanti "umane" responsabilità.

Voto: 6,5                                         Daniele Bellucci

WE OWN THE NIGHT
di
James Gray

(U.S.A. - 105')

 
La New York anni ’80 fa da teatro a una drammatica vicenda che vede protagonisti Bobby, il gestore di un locale notturno, e il resto della famiglia, di origine russa. La posizione di Bobby è particolarmente complessa, ingarbugliata, visto che tanto il padre, Burt, che il fratello, Joseph, hanno ruoli importanti nella polizia newyorchese; d’altro canto, il proprietario del club e altre persone dell’ambiente intrattengono rapporti ambigui e pericolosi con certi mafiosi russi, gente decisamente priva di scrupoli. Arriverà il momento in cui anche Bobby sarà costretto a schierarsi…

Brothers

Tagliente come una lama, il noir di James Gray torna ad esplorare gli aspetti contraddittori legati a un precario senso di appartenenza, da cui le difficili scelte di campo contestualizzate in un ambiente a lui familiare, quello dell’immigrazione russa e ucraina a New York. La zona della Grande Mela abitata prevalentemente da famiglie di origine slava è il campo di battaglia, così come lo era stato nel sontuoso Little Odessa (1994); ed anche qui, nel più recente We Own the Night, si respira un’atmosfera tragica in grado di corrodere i rapporti all’interno di un nucleo particolare, nel caso specifico il piccolo clan dei Grusinsky. Complice un cast di gran classe, sale da subito al centro dell’attenzione il delicato rapporto tra due fratelli, con scelte di vita differenti alle spalle. Ad uno, Bobby (alias Joaquin Phoenix), è imputabile una condotta piuttosto spregiudicata, in sintonia col ruolo di gestore di un locale notturno frequentato anche dalla mafia russa; l’altro, Joseph (alias Mark Wahlberg), è un morigerato padre di famiglia arruolato quale brillante e determinato ufficiale in quel corpo di polizia al cui comando vi è proprio Burt (alias Robert Duvall), il padre dei due. Considerando che Bobby ha cambiato da tempo il suo cognome in Green, per non avere problemi sul lavoro (è un ambiente, il suo, dove avere un parente sbirro non è certo un bel biglietto da visita, figuriamoci due…), e che il resto della famiglia sembra non accettare le origini latinoamericane della sua nuova fiamma, la bellissima e passionale Amada (alias Eva Mendes), non tardano a manifestarsi le prime scintille. Ma lo stesso Bobby, figura sospesa tra il senso del dovere inculcato dai suoi e la tentazione di un successo facile, ovvero tra innumerevoli luci e ombre, si troverà costretto a sciogliere il nodo di una condizione liminare, ormai insostenibile allorché la malavita russa vorrà alzare il tiro, colpendone al cuore gli affetti famigliari.
Scritto e diretto con una profondità che procede ben oltre lo strato epidermico del genere cinematografico di riferimento, We Own the Night acquista progressivamente toni lividi, sviluppando in pieno il suo potenziale (melo)drammatico; ma senza subire tentazioni ricattatorie a livello sentimentale, mescolando anzi il pathos naturale dei rapporti tra personaggi differentemente orientati con scelte di sceneggiatura sempre più ciniche. La tensione accumulata sfocia poi nei riflessi plumbei di scene d’azione rappresentate con grande asciuttezza, grazie a un taglio crudo, essenziale, che trova la sua celebrazione nella magnifica scena dell’inseguimento in macchina sotto la pioggia, con spari che rimbombano come tuoni.

Voto: 8                                           Stefano Coccia

 

 

FUORI CONCORSO

L’AGE DES TENEBRES
di
Denys Arcand
(Canada/Francia - 115')

 
Nell’intersecarsi continuo e ossessivo di fantasie incontrollabili, incentrate sul sesso e sul delirio di onnipotenza, con una realtà quotidiana ben più avvilente e modesta, si svelano gli orizzonti di uno sconfitto, Jean Marc, il cui sguardo amaro su una società sempre più ipocrita non è certo privo di ironia.

Il declino dell’impero. Sì, ma quale?

Denys Arcand colpisce ancora. Come se Il declino dell’impero americano (1986) non fosse bastato allo scopo, come se Le invasioni barbariche (2003) da lui osservate con legittimo sgomento non avessero travolto ogni restante utopia, esaurendo persino le scorte di fiele e disillusione, riecco lo sguardo pungente del moralista. Un moralista costantemente amareggiato che con ironia si fa beffe del politically correct e dei luoghi comuni sostenuti dal pensiero dominante, ma senza rinunciare ad un certo afflato sentimentale.
L’alter ego scenico del regista canadese si chiama in questo caso Jean Marc (ed è interpretato da un attonito Marc Lebreche, perfetto nel ruolo). Abita un mondo asettico, falso, nel quale svolge un lavoro insignificante che solo sulla carta può essere messo in relazione con ideali di solidarietà, mentre nella prassi non rappresenta altro che un anello arrugginito, nella catena di montaggio dell’assistenzialismo improduttivo. Tempi moderni. Visti da Arcand, sono il regno dell’ipocrisia e dell’imbarbarimento collettivo, lo si poteva chiamare impero americano ma forse è più giusto definirlo oggi impero globale. Il sesso, di cui altri maestri del cinema (Oshima, Pasolini, Bunuel) hanno colto alla perfezione il nesso forte e imprescindibile con l’inquadramento politico e sociale, diventa per Arcand un termometro ideale del disagio vissuto dal protagonista, costretto a rifugiarsi in improbabili sogni erotici per distogliere lo sguardo dal fallimento della propria vita privata. Chissà, qualcuno anche adesso si potrebbe scandalizzare di fronte agli atteggiamenti da erotomane di Jean-Marc, magari qualche femminista post-datata pervenuta ormai allo stato fossile, eppure quel che dovrebbe seriamente far preoccupare è il clima algido, impersonale, biecamente opportunista, colto sarcasticamente da Arcand nei rapporti inter-personali, in quelli famigliari, e specialmente in quelli che investono la sfera della sessualità. Dalla reazione scomposta di Jean-Marc emerge così il totale disorientamento dell’intellettuale moderno stanco, insoddisfatto e privato del proprio ruolo, in un mondo dominato dalle impalcature di un capitalismo sempre più fatiscente e dai relitti di ideologie alla deriva.

Ammettiamolo, l’incipit de L’Âge des ténèbres lascia in qualche misura perplessi; e la sfiancante carrellata di incontri che servono a delineare le coordinate esistenziali del protagonista, con l’accumulo forzato di battute, di segni posti a marcare l’insofferenza di Jean-Marc verso tutto e tutti, presta il fianco a qualche caduta di umorismo. L’impressione è però quella di assistere ad un vero e proprio crescendo, conseguentemente ad una sceneggiatura che solo in un secondo momento depone l’eccessiva verbosità in favore della sintesi, da cui il sollievo di alcuni bozzetti memorabili; su tutti lo sprofondare di Jean-Marc sbigottito ed esausto in un finto scenario medioevale, gioco di ruolo all’aria aperta creato da gente annoiata e probabilmente un bel po’ frustrata, cui regista guarda con aria divertita ma senza risparmiare qualche uscita al vetriolo. L’allusione regna sovrana: ad Arcand pare naturale, in un mondo sottoposto a spinte tanto regressive, che a venire idealizzato sia proprio il Medio Evo, con castità incorporata!

Voto: 7                                           Stefano Coccia

REBELLION
di
Andrej Nekrasov, Olga Konskaya

(Russia - 113')


Un’inchiesta sulla tragica scomparsa di Aleksandr Val’terovic Litvinenko, agente dissidente dei servizi segreti, deceduto per avvelenamento da polonio il 23 novembre 2006. Uno squarcio inquietante sulla situazione politica nella Russia di Putin.

La morte del mio amico

C’è un particolare che rende straordinario il documentario (inchiesta, reportage) di Andrej Nekrassov e Olga Konskaya, che lo distingue dalla tradizionale e ringhiosa denuncia e ce lo offre come un regalo sincero, intimo e toccante: l’amicizia. Prima di parlare delle nefandezze del governo Putin, che stravolge la società russa e la tiene lontana dalla democrazia, il film racconta infatti la scomparsa di una persona cara, la perdita di un affetto. Nekrassov piange per il suo amico. E’ chiaro in apertura: fuori dall’ospedale che vede Litvinenko in fase terminale, egli risulta scosso e sbigottito, si commuove apertamente e chiede alla telecamera: Com’è possibile ridurre un essere umano in quello stato? Dalla domanda, scioccante come ogni dolore improvviso, parte lo splendido Rebellion: il regista ha avuto la fortuna di intervistare l’amico, in esilio a Londra dal 2000, in perfette condizioni fisiche e di ottenere una sconvolgente chiacchierata con Anna Politkovskaja, la cronista misteriosamente assassinata il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo. C’è tutto nel documentario, e anche di più: Nekrassov espone la situazione concettuale con esemplare chiarezza, senza peli sulla lingua, e, affidando lungamente la voce narrante proprio a Litvinenko, raggiunge mirabili risultati cinematografici. L’uomo si accomoda su un tavolino e racconta pacatamente la sua storia, con calma e lucida consapevolezza; tra resurrezione e predizione crolla il canone del documentario e, attraverso la peculiare testimonianza dall’aldilà, è innescato un effetto a ritroso che introduce alla rappresentazione della vita con gli occhi del morto. Fondamentale lo sguardo: quello vispo e combattivo dell’ex spia viene affiancato alle riprese dopo l’avvelenamento, il paragone è spietato. Entrando nello specifico, il film parla espressamente: oggi la Russia non è una democrazia. Quindi, uno spaccato sconcertante: ricostruendo l’apparato dei servizi segreti, la questione cecena e la scalata di Putin con particolari che non voglio svelare, si forma il disegno di un potere feroce, che si nutre del silenzio/assenso del popolo intimorito (la Novaya Gazeta, se attacca il governo, scompare dalle edicole) e dal miope lassismo dei vicini (l’intervento del filosofo André Glucksmann è tanto stringente da mettere a disagio). Chi denuncia episodi sospetti, le numerose morti violente, la condotta lobbistica dell’intelligence lo fa nella piena acquisizione del rischio: Politkovskaja conviveva perfettamente col pericolo di vita (parole sue) come Litvinenko, la cui fine rende l’idea della struttura tentacolare che sottende questi processi (Non avrei mai pensato che potesse accadere a Londra, dice la moglie). Ma più che la vicenda singola, raccontata tra volontà di ricordo (le inquadrature del dissidente in casa e in famiglia) e punte naturali di commozione, a fare centro è il quadro complessivo: fra interviste a studiosi e ipotesi allucinanti contornate di prove, pesanti ricorsi storici e vita di ogni giorno, oscuri sospetti e manifestazioni represse, gli amici ci lasciano e sbocciano petali di sangue sotto l’indolente velo occidentale.
Riposa in pace, Sasha.

Voto: 7,5                                     Emanuele Di Nicola


Voto: 10                                             Stefano Coccia

 

 

CERTAIN REGARD

LE VOYAGE DU BALLON ROUGE
di
Hou Hsiao-Hsien

(Francia/Taiwan - 113')


A Parigi il piccolo Simon è trascurato, lo segue un palloncino rosso; la madre presta la voce ai burattini e, presa dai preparativi del nuovo spettacolo, affida il figlio alle attenzioni di Song Fang, studentessa di cinema taiwanese.

Distrazione di Parigi

Hou Hsiao-Hsien sfida apertamente la maniera e vince. Girato su commissione per il 20° compleanno del Musée d’Orsay, (ma anche il bellissimo Cafe Lumiere era confezionato per i 100 anni di Ozu), dove il plot superfluo si chiude, il film è un’associazione deliziosa per immagini: lente spoglia sui rapporti umani che crepitano al fuoco della distrazione (la madre tralascia il figlio come la casa, ostaggio di altri abitatori), valorizzazione suprema dei tempi morti, accostamenti arditi e timide fughe nel surreale. Alla prima opera europea, l’autore continua a manovrare nel contemporaneo e marca ancora il segno dei tempi, inchiodando i personaggi alla rispettiva confusione e mostrandone sottovoce l’avvenuto regresso, agli esatti antipodi del progresso; quindi costringendoli a rivolgersi alle marionette, come Suzanne (un’ottima Binoche), perché è questo l’unico “oggetto” che si può controllare (favolosa rappresentazione amorosa, sui titoli di coda, in cinico contrasto con l’instabilità interiore della donna). Le voyage du ballon rouge è un nuovo titolo raffinato, colto e cinefilo: nell’asiatica Song Fang (non a caso babysitter), palese doppio del regista, la realtà è filtrata dall’occhio meccanico e rivestita in altra forma. Ma non solo: a ben guardare nel corso d’opera, come riverente inchino a Parigi, parecchie espressioni di arte (scultura, pittura) mostrano il proprio meccanismo, perfino l’artificio del palloncino rosso è candidamente svelato. Conosciamo il trucco ma questo non smette di evocare meraviglia (il prefinale: il bimbo scivola nel sonno, il palloncino si allontana) perché l’altissima idea di cinema del taiwanese, declinata in lievi piani sequenza, ammazza la trama e cammina per metafore e semplici visioni. C’è lo sfondo francese ma nessuna concessione all’occhio occidentale e alla funesta ricerca dell’inizio, svolgimento e fine. Variazione sul tema della nuova famiglia, sullo sfilacciamento delle relazioni e sulla malattia della negligenza che sviluppa tra rumori e colori nella media città occidentale (Parigi gemella di Tokyo); inferiore alla prova precedente, il maestoso capolavoro Three Times, ma comunque memorabile.

Voto: 7                                        Emanuele Di Nicola


Bollire il mare

Hou Hsiao Hsien sussurra una storia dolce-amara di tenerezza e disincanto inseguendo un bambino e un palloncino rosso: Le vojage de ballon rouge raccoglie nel suo abbraccio protettivo le sensazioni e i guizzi vitali di una famiglia ormai in frantumi, di una studentessa cinese aspirante regista dal talento visionario e di una serie di altri piccoli personaggi che costellano la vita di una Parigi viva ed elegante. Hou Hsiao Hsien si accomoda con compostezza nelle pieghe della vita di anime semplici, assetate di arte e di poesia, attente all’importanza dei rapporti umani: gli abbracci e i baci si fanno così messaggeri di profondi sentimenti di affetto, rispetto, reciproca stima. Poco importa dunque se ogni personaggio che compare sulla scena sembra sempre trascinato via dall’impeto forsennato del tempo che scorre implacabile in giornate piene di impegni: basta uno sguardo per capirsi, un sorriso per donare sicurezza, una mano sulla spalla per far sentire la propria presenza. E’ in questo sottile e poetico quadro emotivo di comunione e attaccamento che Hou Hsiao Hsien inserisce il doloroso tema della disillusione: il sogno di una famiglia unita si scioglie come zucchero nell’acqua davanti agli occhi del piccolo Simon, ragazzino la cui sensibilità scalpita balenando dietro i suoi grandi occhi castani. Una madre affettuosa ma spesso troppo impegnata si ritrova alle prese con un marito ormai distante, che con il pretesto della carriera di scrittore si è allontanato da casa e da allora fornisce raramente frammentarie notizie su di sé. Mille sono le questioni che vengono a galla nel corso dei minuti: inquilini che non pagano l’affitto, spettacoli da organizzare, assenze e ritorni: il ruolo fondamentale di ogni familiare si tramuta nell’evanescente fantasma di una realtà da ricostruire. Hou Hsiao Hsien continua a seguire con attenzione le reazioni dei suoi personaggi: il riferimento continuo al mondo delle marionette non è da intendersi come l’ennesima formalizzazione del rapporto storia/regista quanto come l’esemplificazione del solito ruolo di burattinaio posseduto saldamente dal Destino. Apparentemente una visione così severa mal si adatterebbe allo spirito aggraziato e morbido con il quale si articola il film: in realtà Le vojage de ballon rouge si affida ad una struttura malleabile che riesce ad attutire i colpi di una realtà cruda e difficile. Il palloncino rosso vola silenziosamente per le strade di Parigi, ricalcando le rotte di volo che già erano state al centro dell’omonimo film di Lamorisse. Come un compagno di viaggio fedele, il palloncino si trasforma in un’ancora di sicurezza per il bambino: in un mondo dove una dopo l’altra scivolano via e si sostituiscono situazioni, emozioni, protagonisti, resta stabile solo la presenza di quel piccolo punto rosso nel cielo azzurro/grigio di Parigi. Anche qui però si tratta di illusione: la compagnia del palloncino è determinata dalla regia della giovane cinese e lo scarlatto volteggiare dell’amico di gomma è guidato dal talento invisibile di un uomo vestito di verde (destinato ad essere “cancellato”), dalla fantasia di un’artista lontana da casa che cerca di respirare a pieni polmoni la vita della capitale del cinema.
Così la personificazione umana più consistente diventa quella del flipper, il cui gioco non a caso rappresenta un divertimento quasi ossessivo: la pallina schizza via sotto le spinte dei pulsanti in maniera apparentemente libera, ma in realtà incanalando i proprio movimenti all’interno di percorsi prestabiliti. La vita è una scatola chiusa nella quale è possibile schizzare via, a patto che non si resti eccessivamente schiaffeggiati dagli impulsi delle levette.
Il resto è rumore di stoviglie in una brasserie, profumo di asfalto bagnato per le strade e di stufati cotti sui fornelli a gas: Hou Hsiao Hsien si affida ad un quadro per definire i significati delle sue suggestioni, evocando un fare didascalico che poco si addice alla sua poetica. Ciò non toglie che si continui a volare via, scorgendo da lontano il bagliore candido del Sacro Cuore e poi a poco a poco ogni tetto parigino, che si fa familiare, amico.

Voto: 7,5                                      Priscilla Caporro


Voto: 7                                          Daniele Bellucci

 

 

QUINZAINE DES REALISATEURS

CARAMEL
di
Nadine Labaki

(Libano/Francia - 96')


Donne che si incontrano nella Beirut di oggi, con un salone di bellezza quale epicentro delle chiacchiere, degli incontri, come anche del nascere, dello sfaldarsi o del ricomporsi di rapporti sentimentali e affettivi di vario genere.

Dolciastro quanto il titolo

Vi è senz’altro un merito da ascrivere alla commedia diretta e interpretata da Nadine Labaki: l’averci presentato un film dove non vi è più il Libano sotto il giogo del sanguinoso conflitto civile, al centro dell’attenzione, quanto piuttosto la ripresa della normalità, con rapporti di coppia e delicate vicende famigliari che si intrecciano tra loro nella capitale libanese, finalmente raffigurata in tempo di pace (pace sempre relativa, ahimè, stando a quanto propone periodicamente l’agenda politica della tormentata regione mediorientale).
Già, ci eravamo ormai abituati alla rappresentazione cinematografica di una città devastata dai combattimenti, in balia delle diverse fazioni in guerra tra loro, per quanto con esiti artistici talvolta piuttosto elevati e immuni da retorica (tra i vari prodotti della diaspora meritano di essere ricordati West Beyrouth di Ziad Doueiri, Beyrouth fantôme
di Ghassan Salhab, e per quel taglio particolarmente anomalo, visionario e al contempo autobiografico, il recentissimo Zozo diretto da un Josef Fares immigrato in Svezia quando aveva appena 10 anni). Desta quindi una certa simpatia, a prescindere, imbattersi in un film che si propone ora di dipingere quella realtà da un’altra angolazione, puntando decisamente su storie al femminile. Peccato però che i toni risultino in certi momenti eccessivamente melensi, caramellosi persino più di quanto suggerisca, suo malgrado, il titolo. Intorno ad un salone di bellezza ruotano infatti le vicende di diverse donne, tra clienti e parrucchiere, con la proprietaria ovviamente in primo piano. Flirt, tradimenti, matrimoni tradizionali, vecchie questioni di famiglia, tanti racconti passano attraverso la porta del negozio. Ed alcuni bozzetti si rivelano pure graziosi, come quello della vecchietta, accudita per anni dalla sorella, che è solita raccattare per strada volantini, multe, pezzetti di carta, credendoli tutti lettere dello spasimante di un tempo. Ma altre vicende sono trattate in modo francamente un po’ scontato, superficiale, poco coinvolgente anche per colpa di un commento musicale troppo invadente e comunque insipido. Tra gli spunti appena abbozzati vi è persino l’attrazione di una parrucchiera (non a caso presentata sin dall’inizio come la più mascolina) per una delle clienti, ma la possibile deriva lesbica è accennata senza alcuna convinzione, come un qualsiasi cliché, forse per paura di urtare una sensibilità diffusa e ancora poco incline al superamento di certi pregiudizi. E così Caramel finisce in più di un’occasione per essere ammiccante, invischiando lo spettatore nelle trame dei suoi personaggi, ma senza mostrare particolare coraggio qualora si tratti di sviluppare certe premesse e dar loro sostanza. Così, piuttosto che assomigliare al caramello che si vede scorrere copiosamente nelle prime inquadrature, il film di Nadine Labaki tende da un certo punto in poi ad afflosciarsi sullo schermo, simulando a tratti la consistenza di un budino.

Voto: 5                                           Stefano Coccia

CONTROL
di
Anton Corbijn

(Regno Unito/Australia - 119')


Vita e morte di Ian Curtis (1956-1980), angelo nero, la voce dei Joy Division.

L’amore ci farà a pezzi

Non c’è artista celebre, problematico e precocemente scomparso che non abbia il suo biopic e Curtis non fa eccezione; avvolto in una confezione obiettivamente più attenta del solito, immortalato dal b/n dell’epoca (d’altronde, nessun reperto dei JD vanta il privilegio del colore), il film infoltisce da subito l’archivio del maledettismo; impaginando diligentemente le splendide note del gruppo e associandole puntualmente alla vita della star (ogni peripezia di Curtis – la morte della giovane epilettica, la rottura con la moglie – è diretta ispirazione per qualcuna delle sue canzoni, argh), l’opera non esce mai dal film a tappe e propone peraltro raccordi palesemente sbagliati. La tremenda epilessia del protagonista, tra le ragioni principali del suicidio, è prefigurata dalle movenze di Sam Riley che, sfruttando il phisique du role e gli effettivi comportamenti di Curtis sul palco, si muove nervosamente anticipando la crisi che non tarderà ad arrivare. Segni allo spettatore, sulla malattia ma anche in campo sentimentale, che la dicono lunga sull’andazzo del film rendendolo poco interessante; è tutto spiegato e reso esplicito per chi non avesse capito (una scelta curiosa, vista l’oscura sfuggevolezza che vela il percorso dell’artista) e strenuamente incatenato alla trama. Anton Corbijn, proveniente dal videoclip, sa girare un film ma soffre anche parecchie acerbità nella scelta delle prospettive; se certi squarci sono involuti e ribadiscono solo la dannazione del protagonista, come i primi piani sulle mani nodose, altri invece colpiscono nel segno, vedi la nube nera che si leva nel finale e porta lo skyline industriale inglese a omaggiare la tragedia. Control si limita all’esposizione dei fatti; ci sono gli schizzi, manca il quadro.

Voto: 5                                      Emanuele Di Nicola


Voto: 6                                                 Daniele Bellucci


Voto: 6,5                                              Stefano Coccia

ELLE S’APPELLE SABINE
di
Sandrine Bonnaire

(Francia - 85')


Sandrine Bonnaire ci parla della sorella Sabine, autistica fin da bambina.

A mia sorella

Toccante, sconvolgente esordio alla regia di Sandrine Bonnaire; l’attrice racconta la storia di Sabine, sua sorella, che manifestò in tenera età i primi segni dell’autismo. La morte di un fratello e il progressivo distacco dai famigliari, il disfarsi del focolare domestico, il viaggio in America, la nuova vita con la sola madre, il peggioramento della malattia e il ricovero in strutture inadeguate; tutto questo viene ripercorso dell’autrice con mano intima, ponendosi personalmente in gioco con il proprio dolore. Sabine, ormai adulta, vive oggi in un avanzato centro di riabilitazione che le permette di riacquisire gradualmente le funzioni vitali minime; dallo stato vegetativo e la condotta violenta, frutto degli anni di ricovero coatto, sta lentamente recuperando facoltà di espressione e movimento ma sempre con esiti incerti (Potrò viaggiare ancora con mia sorella?, si chiede Sandrine). Il documentario procede in montaggio alternato e, grazie alle abilità videoamatoriali della regista, affianca il passato di Sabine alle sue condizioni attuali. Il confronto della giovane protagonista, in forma smagliante e piena di vita, con la realtà (i diversi sguardi mettono i brividi) innesca un effetto duplice: è lampante l’agghiacciante degenerazione della patologia e, insieme, resta vivo il lumicino verso un domani migliore. Lavoro lucido e consapevole, che esce dallo specifico per indagare anche sugli altri degenti della clinica, adeguatamente corredato da testimonianze intime e interviste a medici e studiosi, Elle s’appelle Sabine è tanto coraggioso, personale e commovente da generare solo ammirazione e rispetto, non certo il giudizio di un voto.

Voto: s.v.                                    Emanuele Di Nicola


Voto: 6,5                                        Daniele Bellucci

GEGENÜBER
di
Jan Bonny

(Germania - 100')


Tutti lo credono un poliziotto modello, ma la moglie depressa nonché isterica lo picchia continuamente e lui subisce, peggio di un Fantozzi qualunque. Per quanto tempo il prode Georg, inopinatamente candidato a una promozione, sarà in grado di nascondere i lividi a figli, conoscenti e colleghi?

Eins, zwei, Polizei

Pare quasi che l’esordiente tedesco Jan Bonny abbia voluto fondere le atmosfere plumbee di certo cinema mitteleuropeo con una qualsiasi puntata dell’Ispettore Derrick, passando suo malgrado e incidentalmente per Fantozzi subisce ancora. In realtà le aspirazioni di questo Gegenüber erano decisamente alt(r)e: trattare un tema difficile come quello delle violenze famigliari, trasferendolo in un contesto atipico; con un uomo insicuro, Georg, condannato in qualche modo dal ruolo di poliziotto a esibire, almeno nelle relazioni esterne, una scorza coriacea, schiacciato invece all’interno delle mura domestiche dalla propria insicurezza e da una personalità opposta, molto più aggressiva della sua; ecco quindi svettare, quale controcampo ideale, la moglie Anne, sempre più inacidita, depressa, repressa, spinta a sfogare le frustrazioni indotte da una coppia di genitori tremendamente teutonici, rigidi e invadenti, sulle costole dello sventurato consorte. E giù botte. Di notte, di giorno, prima e dopo i pasti, con pretesti assurdi e saltando da gesti d’ira immotivati a coccole riparatrici, in barba alla totale e sconcertante passività del marito. Siamo al punto. Se l’idea di partenza, la violenza di una donna esaurita su un uomo troppo debole nella cornice di un contesto famigliare malato, poteva anche reggere, la realizzazione è sfociata poi nel ridicolo. Si profilano qui situazioni da barzelletta, rese ancora più ridicole dal tono serioso delle riprese, uno stile simil-Dogma dai toni cupi e lividi, per raccontare semplicemente storie di lividi.
E così si accumulano scenette da antologia, con Georg che rientra anticipamene a casa e assiste al tradimento della moglie con un collega senza reagire, fingendo piuttosto un qualche interesse per la cena lasciata sul tavolo; o il momento topico in cui, prima che la squadra si sposti per un’operazione, il poliziotto si presenta loro con un’aria totalmente annichilita cominciando a esibire in pubblico ematomi, medicazioni, e altri segni inequivocabili delle mazzate ricevute dalla moglie, come a cercare approvazione. L’impatto di una sequenza simile genera imbarazzo, ma non tanto per un moto di solidarietà nei confronti del protagonista, quanto piuttosto per la scarsa credibilità espressa qui e altrove dall’autore: strano, si ha ancora una volta l’impressione che personaggi in fuga da una pellicola di Haneke o Seidl si siano infilati per sbaglio in una puntata di Derrick.

Voto: 3                                           Stefano Coccia

MUTUM
di
Sandra Kogut

(Brasile/Francia - 95')


In una sperduta regione montuosa del Brasile l’estrema povertà genera violenza. Il giovanissimo Thiago, forse troppo sveglio per un ambiente votato all’accettazione passiva di determinate condizioni di vita, assiste impotente alla morte di un fratellino, alle ripetute violenze di un padre reso bestiale e manesco dall’estrema indigenza, annaspando così in una situazione che sembra offrire ben poche occasioni di riscatto. Tra queste vi sono le occasionali visite di uno zio la cui apertura mentale, decisamente più ampia rispetto ad altri componenti della famiglia, accende qualche speranza alimentando al contempo nuovi attriti.

Fuori dal mondo

L’approssimarsi ad una realtà arcaica e apparentemente immobile dell’entroterra brasiliano è tutto in quella soggettiva iniziale, con la testa del cavallo che avanza come la prua di una nave su un territorio brullo, dall’aria poco ospitale. A cavallo ci sono Thiago, un bambino, e suo zio. Al ritorno da un breve viaggio i due portano in dono alcuni oggetti di uso comune al resto della famiglia, ancorata ad un poco generoso appezzamento di terra e a quella specie di casa colonica che odora immediatamente di povertà. Le frequenti inquadrature in campo lungo cominciano a catalogare sin da ora le piccole tensioni domestiche, i giochi tra ragazzi, il lavoro degli adulti.
La regista Sandra Kogut, sudamericana di origine ungherese, mette a fuoco con sufficiente lucidità e asciuttezza una condizione esistenziale isolata, abbrutita, in cui gli affetti che legano tra loro i personaggi sembrano crescere difficoltosamente come la vegetazione circostante. Asciugando rigorosamente il racconto di formazione imperniato sull’infanzia di Thiago, troppo irrequieto e sognatore agli occhi del padre padrone di turno, la Kogut dimostra non poco acume, nel tracciare le coordinate del disagio e svilupparne in sordina le potenzialità tragiche. L’esplodere delle tensioni famigliari non aspira forse all’epos sanguigno e dolente della faida descritta da Walter Salles in Disperato Aprile, ma riesce a suggerire in altri modi la cappa opprimente che condiziona la vita e le scelte di Thiago, di quello stesso padre padrone che non sa più controllare i propri impulsi violenti, della madre a volte remissiva ma in cerca di una pur minima libertà, e degli altri componenti di un microcosmo isolato dal resto del mondo. Il  ritmo del racconto, al contrario, non convince pienamente. Lo studio delle inquadrature e il realismo delle interpretazioni, pur apprezzabili, in Mutum si traducono troppo spesso nella stagnante riproposizione di tempi morti, che rendono tutto sommato poco digeribile la parte centrale del film.

Voto: 6,5                                        Stefano Coccia

LA QUESTION HUMAINE
di
Nicolas Klotz

(Francia - 141')


Intrighi e retroscena in una grande azienda...

Narciso

Klotz decisamente non pone al centro delle proprie scelte l’originalità dei temi da affrontare per il suo ultimo film, La question humaine: una grande azienda dai soddisfacenti profitti, tagli al personale, un funzionario dall’infallibile efficienza e dalla morale professionale ferrea, un capo misterioso, intrighi aziendali. E’ triste dover constatare come l’ultimo lavoro del regista francese possa facilmente rappresentare la citazione perfetta per esemplificare il concetto di un film banale, ripetitivo, ipertrofico e profondamente fastidioso. Con tono saccente e spocchioso Klotz costella la storia di personaggi odiosi, personalità dalla doppia vita, futili e vuote in entrambi i casi: non esiste una faccia della medaglia migliore dell’altra, tutto è uniformato in un grigiore imbarazzante e deprimente. Le intricate relazioni fra colleghi all’interno dell’azienda, raccontate con il tono cospiratorio delle invidiose “zitelle” alla prima cotta, finiscono ben presto per guastare la presunta atmosfera torbida insita nel luogo di lavoro, e ben presto si ha la sensazione di essere precipitati in una confusionaria commedia dell’equivoco e della gelosia. Gli eventi si susseguono in un implacabile corsa all’incoerenza, i personaggi (in virtù del costante colpo di scena) perdono la loro identità trasfigurandosi in clamorose banderuole: basta poco dunque perché l’intero film perda credibilità. Alcune scelte inoltre finiscono per determinare la definitiva disfatta dell’operazione: optare per l’inserimento all’interno del percorso narrativo di una lunghissima parentesi di musica spagnola non fa che appesantire ulteriormente un discorso già di per sé piuttosto fragile. Come se non bastasse, la virata in campo storico è quantomeno azzardata: Klotz prova a ritirare in alto le sorti del suo progetto, inserendo a tutti i costi una connessione al losco passato nazista dei dirigenti aziendali. L’esperimento potrebbe vagamente ricordare il primo episodio de I fiumi di porpora, ma siamo ben lontani dalla discreta solidità vantata dal lavoro di Kassovitz. I dialoghi sono ampollosi esercizi di stile, alcune scene scadono nel patetico (la scena al rave techno), i sentimenti vengono esasperati e portati al ridicolo: La question humaine è un film cavilloso e povero di spunti, che colma le lacune e le incongruenze del suo sviluppo con interminabili parentesi, tutte irrimediabilmente destinate ad essere stroncate con brutalità senza avere la possibilità di completare il proprio svolgimento. Klotz prova a mettere in luce il lato di follia e di instabilità che risiede in ciascuno di noi, analizzando con seriosa scientificità i comportamenti dei suoi personaggi: quello che resta è il ritratto alterato di un film ubriaco del proprio stesso essere, superbo e incredibilmente monotono.

Voto: 3,5                                        Priscilla Caporro


Voto: 6,5                                    Emanuele Di Nicola


Voto: 4                                          Daniele Bellucci

SMILEY FACE
di
Gregg Araki

(U.S.A. - 85')


Jane è strafatta di prima mattina, sarà una giornata lunga e difficile.

Nuoce gravemente alla salute

Commedia drogata per Gregg Araki; Smiley Face è il primo lavoro riconciliato del regista che, consumato il tema dell’omosessualità, segue i periodi sconvolti nelle 24 ore di una giovane fattona (i muffin alla maria, il provino, la ricerca di soldi per pagare uno spacciatore). Se il costrutto si crogiola beatamente nello stereotipo (è pur sempre un film a tappe), straordinaria è l’abilità alla cinepresa; in vena colorata e smodatamente freak (il coinquilino, l’innamorato sono gli ennesimi mostri), all’insegna di una peculiare gioia inventiva, il film dice due o tre cose interessanti sottovoce. E’ la parodia scatenata del fancazzismo che oggi ci avvolge: Jane è mediamente impreparata su tutto, incollata a una canna o ipnotizzata alla play, ma si permette di cianciare a proposito di economia, Ronald Reagan, Karl Marx…. Sul tema, è folgorante la parodia al vetriolo del delegato di fabbrica (il sindacalista rompipalle pieno di luoghi comuni) e, infine, la singolare propaganda con spargimento per Los Angeles del Manifesto del Partito Comunista. Un film stravolto che rilegge ironicamente il rigiramento di Araki nel labirinto giovanile il quale, narcotizzato, fa più ridere ma in ultimo non è meno tragico e allarmante delle passate declinazioni drammatiche. Un po’ vuoto e un po’ di sostanza, rivestito di didascalie sullo schermo e innesti digitali, onirici e trasognati (c’è un po’ di tutto), è il classico film fumato che però non sballa il giudizio, retto egregiamente dalla formidabile Anna Faris (lady scary movie), e la sede che conferma l’infuocata vena figurativa dell’autore. Dopo il debole Mysterious Skin, un semplice giochino e/o/ma una svolta ludica nella sua filmografia, lo sapremo domani.

Voto: 6                                       Emanuele Di Nicola


Voto: 6                                                   Daniele Bellucci


Voto: 7,5                                                Stefano Coccia

YUMURTA
di
Semih Kaplanogu

(Turchia/Grecia - 97')


La madre di Yusuf è morta: questi si reca in campagna, recuperando contatti con le sue radici e il suo passato.

Il poeta e il sacrificio

Yumurta è un film di poderosi silenzi: parole taciute, sguardi che si nascondono negli angoli di case povere ma dignitose. Semih Kaplanoglu per il primo capitolo della sua trilogia dedicata al personaggio di Yusuf sceglie le atmosfere attutite dalla nebbia della campagna turca, lontana dal chiasso vitale di una Istanbul in continuo cambiamento. La sequenza iniziale, con l’anziana madre avvolta nella nebbia che cammina lungo un piccolo sentiero fra le coltivazioni, richiama ad un immaginario pittorico che spazia nell’impressionismo: una figura umana persa nello sterminato estendersi dei campi, sola nel grigiore di una vecchiaia prossima alla fine. Kaplanoglu bisbiglia una storia senza colpi di scena, che si scioglie con placida progressività attraverso momenti intensi di una vita rurale prevedibile, fatta di suoni familiari che ricordano esperienze infantili, corse sugli acciottolati, grandi amori adolescenziali destinati a soccombere sotto il peso delle incomprensioni. Il regista prende come riferimento artistico Nuri Bilge Ceylan (esplicitamente ringraziato nei titoli di coda): in effetti i richiami alla filmografia dell’artista turco sono diversi, non ultimo il legame con una simbologia universale che si intreccia con la vicenda strettamente umana (ricordiamo ad esempio l’ape, allegoria dell’innamoramento ne Il piacere e l’amore di Ceylan). In Yumurta possiamo rintracciare riferimenti all’uovo (in turco appunto “yumurta”): l’uovo non solo è elemento primario dell’alimentazione e dono ovicolo portatore di “frugale sicurezza”, ma diventa simbolo del candore e della fragilità umana, dalla quale è però possibile una nascita e una rinascita, una nuova genesi che trova le sue radici in un ciclo continuo di eco primordiale. Non a caso nel finale Ayla donerà a Yusuf una delle rare uova deposte dalla sua gallina quando sembra che si ricongiungano le due metà dissonanti del poeta, diviso fra il proprio passato e il presente. Ovviamente però il riferimento a Ceylan non si ferma alla rassegna di simbolismi: Kaplanoglu si ispira direttamente ad uno stile fortemente evocativo, suscitato da immagini cariche di trasognata bellezza e da un substratum poetico forte e stabile. La contemplazione quasi estatica del poeta di fronte ad alcune visioni che gli si presentano davanti agli occhi va di pari passo a quella del regista, che carpisce con l’obiettivo la bellezza della natura, della semplicità, “il fascino del nulla”. Così mentre Yusuf rammenda gli strappi che lo hanno allontanato dalla sua tradizione, Kaplanoglu ci conduce in un mondo rustico dove con il sentimento convive un senso vivo e fremente di superstizione.

Voto: 6                                        Priscilla Caporro

 

 

SEMAINE DE LA CRITIQUE

A VIA LÁCTEA
di
Lina Chamie

(Brasile - 86')


Heitor, intellettuale disincantato ma ancora capace di slanci passionali, ha una accesa discussione telefonica con Julia, l’attrice di teatro con cui ha avuto una vibrante storia d’amore, e decide perciò di raggiungerla in macchina, per chiarire le cose. L’impresa è meno facile del previsto, tra i due si frappone infatti lo spaventoso traffico di São Paulo, tentacolare metropoli brasiliana.

Nell’ora di punta

Mi telefoni o no, chissà chi vincerà… Cuori al telefono, cuori persi nel traffico. Lo spunto di partenza scelto dalla brasiliana Lina Chamie sembrerebbe non particolarmente originale: un banale litigio telefonico, per effetto del quale matura nel protagonista, lo stanco e disilluso Heitor, la decisione di raggiungere il prima possibile l’amata, nei cui confronti ha appena avuto una pesante scenata di gelosia. Tra il dire e il fare vi è però una distanza non trascurabile, quella che costringe l’uomo a imbarcarsi nel traffico impazzito di São Paulo, pur di raggiungere la sua meta. A questo punto subentrano però due considerazioni, in qualche modo complementari. Da un lato, vi è il groviglio di veicoli e persone della immensa, caotica metropoli brasiliana, che fa da pretesto per uno sguardo semi-documentaristico sul flusso continuo che popola quartieri e strade. Dall’altro, il tempo del viaggio in macchina si frammenta in vario modo, assecondando quella notevole libertà espressiva che consente alla regista di giocare su flashback, ellissi, sequenze sviluppate in autonomia, ed improvvise incursioni nel surreale quotidiano.
Insomma, non dispiace affatto constatare in
A via láctea  quello spirito da nouvelle vague e il ricorso a soluzioni stranianti, di matrice para-godardiana, che si affermano sin dall’incipit. Al contrario, vi sono momenti di questa storia d’amore decostruita e spinta ai confini dell’amor fou che seducono pienamente, quantomeno per la freschezza del linguaggio cinematografico che li accompagna. Si passa con disinvoltura dall’evocazione del primo incontro in teatro alle tante didascalie che citano brani letterari, dalla pazzesca soggettiva che simula il punto di vista di un gatto al giocoso apparire e nascondersi dei due protagonisti tra gli scaffali di una libreria. I problemi emergono andando avanti. La creatività di certe scene (notevolissima anche quella in cui la protagonista, Julia, si rivolge al suo Heitor da uno schermo pubblicitario posto in strada) finisce per cozzare con la noia, dovuta allo stanco  susseguirsi di riprese effettuate con la camera-car, o dedicate comunque all’interminabile tragitto in macchina; un percorso, questo, che si prolunga fino al sopraggiungere della notte e che cessa a un certo punto di stupire, di generare curiosità, lasciando in compenso il sospetto che la struttura fluida dell’opera tolleri poco la durata di un lungometraggio. Il sospetto diviene quasi certezza di fronte a un finale che, riconducendo il lungo viaggio nell’oscura metropoli a una particolare condizione psico-fisica del protagonista, dà più che altro l’impressione di una scorciatoia narrativa, atta a semplificare eccessivamente le tensioni sprigionate lungo la via.

Voto: 5,5                                      Stefano Coccia

FUNUKEDOMO, KANASHIMINO AI WO MISERO
di
Daihachi Yoshida
(Giappone - 101')


Il ritorno di Sumika, attricetta fallita a Tokyo, nella sua città natale per il funerale dei genitori; la sorella minore ha paura di lei, il fratello maggiore ne risulta attratto. La violenta e grottesca esplosione di un conflitto famigliare mai sopito.

Senza senso

Un sinistro tragicomico, un gatto nero sulla strada che distrugge una famiglia; una moglie sottomessa, prestata a ogni angheria e inappagata nella sfera sessuale; una sorellanza bellicosa, condita da esplosioni di violenza e pause di cinico sarcasmo; un ventilatore autonomo, che funziona senza neanche la spina, stimolando l’incanto degli astanti. E’ il cinema orientale più detestabile, quello che punta tutto sul non sense per evitare di fornire una spiegazione tramica/figurativa/concettuale credibile alle proprie marachelle. Funeke, che ricorda certe prove deviate di Takashi Miike (in particolare Ichi the Killer e Izo, ma senza il tocco del maestro), malgrado il sensazionale titolo esortativo (vogliamo deciderci ad amare, please?), cade totalmente nel vuoto. Ovvero, il film fa un po’ come gli pare: raduna ad arte fattori stimolanti – l’attrazione/repulsione generale per Sumika (deus ex machina), il luogo natìo specchio dell’anima e riflesso del proprio fallimento, la vanità dell’illusione, l’alone dell’incesto, l’ombra del manga rivelatore su cultura e società nipponica – e non bada minimamente al problema di impastarli tra loro. Il cocktail micidiale è servito: figure si muovono senza meta, fatti accadono privi di continuity, la tecnica ipertrofica non fa mai centro. Daihachi Yoshida, che vuole suggerire approdi drammatici con i toni della farsa, non riesce a gestire lo slittamento tra significante e significato e, rendendolo eccessivo, perde totalmente il timone nel finale inutile e prolisso. Unica sequenza da ricordare: il fratello, apprestandosi alla copula famigliare, intravede la sorellina che sbircia allo spioncino ma consapevolmente fa finta di niente, offrendo uno squarcio conturbante di deriva domestica. Per il resto, non ha senso.

Voto: 4,5                                    Emanuele Di Nicola


Voto: 7,5                                                 Stefano Coccia

MEDUZOT
di
Etgar Keret & Shira Geffen
(Israele/Francia - 78')


Karen si rompe una gamba nel giorno delle nozze, Joy è una badante filippina lontana dal figlio, Batya incontra una bambina silenziosa venuta dal mare… Tre storie a Tel Aviv, oggi.

La medusa che non morde

Etgar Keret e Shira Geffen, marito e moglie nella vita, rivoltano lo scenario politico di Gitai e mostrano l’altra faccia cinematografica di Israele; l’intreccio corale che, seguendo figure in librazione come meduse, finisce per sbattere nell’attualità perlomeno in filigrana. Le rispettive povertà dei personaggi, i rapporti parentali eternamente difficoltosi, la dose massiccia di dolori sottintesi sono le virgole di un discorso imploso ma lucidamente presente; e se il riferimento è ai soliti numi (Altman, sempre lui), l’opera centra il bersaglio quando sfoglia le minuzie del quotidiano e si fa minimalista (mi riferisco all’episodio di Batya, il migliore, che nella bimba/sirena incontra la proiezione del proprio passato) ma gira largamente a vuoto se avverte l’esigenza di poetizzare le sue piccole storie e rivestirle di abiti generali. L’episodio della donna filippina, variante sulla lontananza e integrazione del diverso, è una storiella che non diventa mai universale; l’abisso di coppia muove ai confini del ridondante (velo sul finale); resta benvenuta l’intenzione di cambiare lente e guardare l’arcinota questione sotto nuovi occhi, focalizzando sull’oscillazione di fatti minimi, ma gli addendi non fanno esattamente la somma memorabile.

Voto: 5,5                                   Emanuele Di Nicola


Voto: 8,5                                                 Stefano Coccia


Voto: 5,5                                               Daniele Bellucci

VOLEURS DE CHEVAUX
di
Micha Wald
(Belgio/Francia - 86')


Europa Orientale, agli inizi del diciannovesimo secolo. Sullo sfondo di una natura selvaggia e di una società  turbolenta, il caso fa incontrare, tragicamente, due coppie di fratelli. Il più energico Jakub e il timido Vladimir si sono arruolati insieme, tra mille difficoltà imposte da un addestramento durissimo, nel corpo dei Cosacchi, dove sanno bene che perdere i propri cavalli è considerato un disonore. Quando altri due fratelli dediti al furto di cavalli, Roman e il più giovane Elias, rubano le loro cavalcature lasciando sul campo lo sfortunato Vladimir, nella testa di Jakub rimane spazio solo per la vendetta.

Caccia all’uomo

Protagonisti di questa affascinante pellicola i Cosacchi e i loro cavalli, non quelli che a detta di alcuni avrebbero dovuto abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro, ma i progenitori di tali equini. Siamo infatti nel diciannovesimo secolo, in un non precisato territorio dell’Europa Orientale, dove le imprese dei Cosacchi fanno sognare l’irruento Jakub, desideroso di impugnare una sciabola e cavalcare un buon destriero. Spinto da questo ideale convince il meno combattivo Vladimir, fratello cui è molto legato, ad arruolarsi con lui, ma entrambi scopriranno che dietro il fascino della mitologia popolare la vita dei Cosacchi è scandita da brutalità e indicibili asprezze.
Il film del giovane regista belga Micha Wald (le cui origini famigliari si perdono in quelle stesse terre dell’Est Europa) possiede un appeal tutto particolare, accentuato dalla particolare struttura narrativa e dal carattere evocativo delle musiche, che tendono ad enfatizzare la fascinazione esercitata dagli ambienti naturali e dalla scarna ricostruzione storica. L’autore, del resto, non intendeva portare a compimento un lavoro dettagliato e scrupoloso dal punto di vista storiografico, ma soltanto suggerire atmosfere, che risultassero poi funzionali ad un film d’avventure atipico, un po’ old style, focalizzato comunque su asciutti e vigorosi contrasti drammatici tra personaggi totalmente immersi nella wilderness circostante. Già, perché le cavalcate, gli agguati, le scorribande dei Cosacchi, gli stessi duelli che coinvolgono i protagonisti sono filmati con toni da western crepuscolare, nonostante negli interni fotografati a lume di candela si cerchi invece di restituire, con pochi elementi, un mood compatibile con i fortini e i villaggi dell’Europa Orientale in cui è ambientata la storia. Lo sviluppo diegetico, cui accennavamo prima, aspira all’essenzialità sin dalla sua divisione in capitoli, una vera e propria tripartizione. Il segmento anticipato dalla didascalia Him lega il drammatico incontro tra le due coppie di fratelli, linea spartiacque del film, al passato di Vladimir e Jakub, con in primo piano la determinazione del secondo nel voler entrare a tutti i costi nel corpo dei Cosacchi, trascinandovi anche il più insicuro fratello. Storie di sciabole e cavalli lanciati al galoppo, ma anche di un’educazione militare brutale e severa. Il secondo capitolo, Them, sposta l’attenzione sul complesso rapporto tra Elias e Roman, gli altri due fratelli, ladri di cavalli abituati a un’esistenza selvatica e raminga. In The Chase il cerchio si stringe sulla vendetta cercata ossessivamente da Jakub, il quale, abbandonati i Cosacchi, finisce per aggirarsi tra i boschi come un animale selvaggio, aspetto sottolineato dalla pelliccia di volpe presa un tempo come bottino di guerra e usata ora come copricapo. La caccia all’uomo da lui intrapresa si fa sempre più emozionante…
Micha Wald, partendo da un soggetto originale e bizzarro, è riuscito con mezzi visibilmente limitati a costruire un film d’avventure piuttosto avvincente, ben interpretato da attori giovani e di talento come i francesi
Adrien Jolivet, Grégoire Colin, Grégoire Leprince-Ringuet, il belga François-René Dupont e la canadese Mylène St-Sauveur. Si guarda in ogni caso a modelli alti, stando all’ammirazione dichiarata in più occasioni dal regista per Barry Lyndon di Kubrick e I duellanti di Ridley Scott, nonché per il cinema di Akira Kurosawa; da quest’ultimo il belga sembra mutuare soprattutto l’attenzione per il fattore umano, rappresentato in Voleurs de chevaux attraverso il vagabondare di personaggi liminari, marginali, non dissimili nel loro atteggiamento verso la vita da certi vagabondi e samurai in disgrazia tanto cari alla poetica del maestro giapponese.

Voto: 7,5                                       Stefano Coccia

 

 

Corti

FOG
di
Peter Salmon

(Nuova Zelanda - 15')


E’ notte in Nuova Zelanda, un ragazzo perde la verginità nella nebbia.

Lui vessato dalle pretese del padre pescatore, lei un tipo strano e vagamente matta; insieme vanno in barca e si perdono in un banco di nebbia… Muccino sui fiordi: lo sfondo è nordico e ghiacciato (“Fa molto Patagonia”, dice la signora accanto a me) ma questa sarà la notte più bollente. Il tema del confine, del primo sesso come tradizionale ingresso nell’età adulta, è disegnato dal regista con rappresentazione figurativa stimolante (la nebbia: cade la vecchia percezione, il bambino, e si forma la nuova, l’uomo), discettando inoltre sulla grettezza atavica (ma inevitabile) di certi contesti. Attori da ricordare ma purtroppo lo stereotipo è eccessivo, la tenerezza troppo ricercata e l’obiettivo del corto sostanzialmente prevedibile.

Voto: 5                                       Emanuele Di Nicola


Voto:                                                  Stefano Coccia


Voto: 5                                                  Daniele Bellucci

RABBIT TROUBLES
di
Mitovski & Kalev
(Bulgaria - 8')


Lui e lei in silenzio nell’auto, c’è un coniglio sulla strada.

Ancora la metafora più deviata degli ultimi anni, il Coniglio (da Kelly a Lynch), riproposto in chiave non sense; i bulgari Mitovski e Kalev distruggono la catena alimentare, uomini e roditori si ammazzano a vicenda, giocano sullo spazio chiuso/aperto (l’abitacolo, l’esterno) e incrociano beatamente universi paralleli in 8 minuti ben girati, ben diretti, ottimamente fotografati. Non c’è niente di originale sotto l’ombrello del surrealismo, ma resta notevole ripasso sull’esplosione della coppia (Azzurra Antonacci va in pezzi, credetemi) e come sottofondo provocatorio al devasto un pezzo stupendo: Bellissimo di Ilya.

Voto: 6                                       Emanuele Di Nicola


Voto: 6                                                     Stefano Coccia

MADAME TUTLI-PUTLI
di
Chris Lavis & Maciek Szczerbowski

(Canada - 17')


Il viaggio di Madame Tutli-Putli su un fantasmagorico treno che, nel cuore della notte, rimane fermo ai bordi di una foresta, permettendo a strani e spaventosi figuri di salire a bordo.

Nightmare Express

Impreziosito da un humour nero e da atmosfere sinistre che fanno pensare immediatamente a Tim Burton, Madame Tutli-Putli è un gioiellino di animazione a passo uno, con alcune scene in cui la computer grafica fa capolino, senza stonare ma arricchendo ulteriormente l’impianto figurativo, tendente prima al caricaturale (i compagni di scompartimento), poi al magico e al surreale. Protagonista la figura sottile ed eterea di Madame Tutli-Putli, cappellino anni ’20 sulla testa, circondata da ombre inquietanti durante un viaggio in treno che fa presto a tingersi di mistero.

Voto: 9                                        Stefano Coccia

BOTH
di
Bass Bre'che

(Libano - 11')


La guerra tra Israele e il Libano trasferita, attraverso l’immaginazione di un vecchio miliziano, sul piano di una quotidianità stravolta, di ambientazione londinese.

Ian Hart allo sbaraglio

L’unico punto fermo è Ian Hart, in un magma di immagini indecifrabili. Scelto per interpretare Moussà, stanco cecchino libanese, e le sue fantasie, l’attore si muove tra differenti piani di realtà in cerca di una qualche collocazione. Cortometraggio in veste di oggetto misterioso: dopo la visione, per capire anche solo a cosa alludesse, è stato necessario leggere più volte sul catalogo la breve sinossi. 

Voto: 5                                        Stefano Coccia

 

 

 

Festival                                                    Homepage