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The Winner
In molti si aspettavano che la Palma d’Oro
della 56^ edizione del festival di Cannes andasse a “Dogville” di
Lars Von Trier. Infatti, la pellicola di Von Trier è il primo episodio
di una trilogia sull’America ed è un film formalmente perfetto, nel
suo tentativo di descrivere la cattiveria dell’uomo (americano?) e le
sua drammatiche conseguenze. Ma la giuria presieduta dal regista
francese Pratice Chéreau e composta tra gli altri dall’attrice Mag
Ryan e da Steven Soderbergh, ha letteralmente voluto ignorare questo
film, consegnando la Palma d’Oro, e il premio per la miglior regia ad
“Elephant” di Gus Van Sant. Anche qui siamo in America, ma questa
volta non si tratta di una condanna totale-globale ad una nazione e ai
suoi abitanti, ma piuttosto di una denuncia seria di uno dei problemi più
attuali di questo controverso Paese e cioè la violenza nelle scuole.
Prendendo spunto dai numerosi episodi di stragi all’interno dei licei
americani tra 1997 e 1999 (noto a tutti quello di Culumbine del ’99,
magistralmente raccontato nel documentario di Michael Moore “Bowling
for Columbine”), Van Sant “spia” la vita all’interno di una
scuola americana, seguendo le varie attività dei ragazzi: la macchina
da presa si incolla ai protagonisti, seguendoli nei loro quotidiani
movimenti, alla ricerca vana di spiegazioni Plausibili. E Van Sant, con
una tecnica già sperimentata nel suo “Gerry” del 2002, fa largo uso
dei piano-sequenza per non perdere mai d’occhio quei ragazzi,
riprendendoli spesso da dietro, nelle lunghe camminate all’interno
della scuola o durante le lezioni. Per questo “Elephant” è
formalmente il seguito di Gerry, non certo come storia, sebbene anche lì
ci fosse al centro la vita di due ragazzi ed un tragico finale, ma come
ricerca stilistica ora che, lontano dai circuiti di Hollywood, Van Sant
può permettersi di sperimentare liberamente.
Ed il messaggio di “Elephant”, che ha commosso Meg Ryan e il
pubblico della Croisette è molto forte, perché immergendo lo
spettatore nella storia, grazie ad un intelligente uso del silenzio per
raccontare quelle vite ingarbugliate, fatte più di azioni che di
parole, costringe chi lo guarda a prendere parte alla vicenda. In questo
modo ognuno di noi si sente in qualche modo responsabile di quanto vede
rappresentato sullo schermo e capace di fare qualcosa, al di là di
quella storia. |
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The Loser
Dopo la palma d’oro con
“Dancer in the dark”, Lars Von Trier ha cercato il bis con “Dogville”,
primo episodio di una trilogia sull’America. Ma la giuria di Cannes,
malgrado l’imponenza della pellicola dell’esuberante danese, sembra
davvero averlo voluto ignorare. Infatti, “Dogville” non ha ricevuto
nessun riconoscimento a questa 56^ edizione, che ha premiato in totale
solo quattro film e tutti, in deroga alle regole della manifestazione,
con doppi premi: “Elephant” di Gus Van Sant che si è aggiudicato la
Palma d’oro ed il premio per la miglior regia; “Uzak” del turco
Nuri Bilge Ceylan, Gran Prix e premio ex aequo per le migliori
interpretazioni maschili; “Les invasions barbares” del canadese
Denys Arcand premiato per la sceneggiatura e per la miglior
interpretazione femminile e “Panj è Asr” di Samira Makhmalbaf che
ha ottenuto il premio speciale della giuria.
“Dogville” è il nome della quieta e stravagante cittadina disegnata
in un luogo qualunque della fantasia. Disegnata, nel vero senso della
parola, perché a Dogville non esistono case né strade, ma solo tratti
di gesso su uno sfondo che cambia colore a seconda dell’ora del
giorno: bianco con la luce e nero di notte. I suoi abitanti sono un
gruppo variopinto di buoni cittadini, onesti e lavoratori. Non esiste
violenza, né furti, né malavita a Dogville e tutti si vogliono bene ed
hanno l’orecchio teso verso l’altro. Insomma, sembra davvero il
paradiso della civiltà e della pace. Questo finché non arriva nella
tranquilla cittadina una bella straniera in fuga da un gruppo di
gangster, non meglio identificati. La ragazza impaurita incontra subito
il più bello e giovane abitante di Dogville che la nasconde e le
promette protezione. Ben presto anche il resto della “popolazione”
accetta la presenza della straniera e le affida una casa e un lavoro.
Tutti sono gentili ed anche eccitati dal nuovo arrivo, ma le cose
cambiano quando un poliziotto affigge sulla piazza un manifesto con una
ricompensa per chi ritroverà la fuggitiva. Allora verrà fuori la vera
indole degli abitanti di Dogville che, al primo contatto con la vita
vera, si mostreranno molto meno virtuosi di quanto non sembrassero.
Lars Von Trier con Dogville ha voluto sfidare se stesso, proponendo una
pellicola contro ogni regola del Dogma. L’unica fiammella è la camera
a spalla, in mano allo stesso regista. Per il resto Dogville è una
favola spietata sulla cattiveria dell’uomo (americano), che sembra
perdersi nella forma, senza dare un vero contributo di originalità alla
sostanza del problema. L’uomo è cattivo, e questo si sa, l’America
è ancora più cattiva dell’uomo e gli americani sono il massimo della
cattiveria. Insomma un po’ pochino per il genio Von Trier e per il suo
progetto di una trilogia esaustiva sui mali della nazione più
contestata del momento. Malgrado ciò la trovata della città disegnata
per terra, come in un teatro di posa, e la splendida interpretazione di
Nicole Kidman, Paul Betty, Lauren Bacall e Ben Gazzara rendono questa
pellicola assolutamente imperdibile. Forse è il film più ricercato di
Von Trier, ma sembra anche il meno sentito, tanto che, uscendo dal
cinema, resta solo il piacere cerebrale di una splendida costruzione
artistica.
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