Van vs. Von

di Francesca Manfroni

 

The Winner

In molti si aspettavano che la Palma d’Oro della 56^ edizione del festival di Cannes andasse a “Dogville” di Lars Von Trier. Infatti, la pellicola di Von Trier è il primo episodio di una trilogia sull’America ed è un film formalmente perfetto, nel suo tentativo di descrivere la cattiveria dell’uomo (americano?) e le sua drammatiche conseguenze. Ma la giuria presieduta dal regista francese Pratice Chéreau e composta tra gli altri dall’attrice Mag Ryan e da Steven Soderbergh, ha letteralmente voluto ignorare questo film, consegnando la Palma d’Oro, e il premio per la miglior regia ad “Elephant” di Gus Van Sant. Anche qui siamo in America, ma questa volta non si tratta di una condanna totale-globale ad una nazione e ai suoi abitanti, ma piuttosto di una denuncia seria di uno dei problemi più attuali di questo controverso Paese e cioè la violenza nelle scuole.
Prendendo spunto dai numerosi episodi di stragi all’interno dei licei americani tra 1997 e 1999 (noto a tutti quello di Culumbine del ’99, magistralmente raccontato nel documentario di Michael Moore “Bowling for Columbine”), Van Sant “spia” la vita all’interno di una scuola americana, seguendo le  varie attività dei ragazzi: la macchina da presa si incolla ai protagonisti, seguendoli nei loro quotidiani movimenti, alla ricerca vana di spiegazioni Plausibili. E Van Sant, con una tecnica già sperimentata nel suo “Gerry” del 2002, fa largo uso dei piano-sequenza per non perdere mai d’occhio quei ragazzi, riprendendoli spesso da dietro, nelle lunghe camminate all’interno della scuola o durante le lezioni. Per questo “Elephant” è formalmente il seguito di Gerry, non certo come storia, sebbene anche lì ci fosse al centro la vita di due ragazzi ed un tragico finale, ma come ricerca stilistica ora che, lontano dai circuiti di Hollywood, Van Sant può permettersi di sperimentare liberamente.

Ed il messaggio di “Elephant”, che ha commosso Meg Ryan e il pubblico della Croisette è molto forte, perché immergendo lo spettatore nella storia, grazie ad un intelligente uso del silenzio per raccontare quelle vite ingarbugliate, fatte più di azioni che di parole, costringe chi lo guarda a prendere parte alla vicenda. In questo modo ognuno di noi si sente in qualche modo responsabile di quanto vede rappresentato sullo schermo e capace di fare qualcosa, al di là di quella storia.

The Loser

Dopo la palma d’oro con “Dancer in the dark”, Lars Von Trier ha cercato il bis con “Dogville”, primo episodio di una trilogia sull’America. Ma la giuria di Cannes, malgrado l’imponenza della pellicola dell’esuberante danese, sembra davvero averlo voluto ignorare. Infatti, “Dogville” non ha ricevuto nessun riconoscimento a questa 56^ edizione, che ha premiato in totale solo quattro film e tutti, in deroga alle regole della manifestazione, con doppi premi: “Elephant” di Gus Van Sant che si è aggiudicato la Palma d’oro ed il premio per la miglior regia; “Uzak” del turco Nuri Bilge Ceylan, Gran Prix e premio ex aequo per le migliori interpretazioni maschili; “Les invasions barbares” del canadese Denys Arcand premiato per la sceneggiatura e per la miglior interpretazione femminile e “Panj è Asr” di Samira Makhmalbaf che ha ottenuto il premio speciale della giuria.
“Dogville” è il nome della quieta e stravagante cittadina disegnata in un luogo qualunque della fantasia. Disegnata, nel vero senso della parola, perché a Dogville non esistono case né strade, ma solo tratti di gesso su uno sfondo che cambia colore a seconda dell’ora del giorno: bianco con la luce e nero di notte. I suoi abitanti sono un gruppo variopinto di buoni cittadini, onesti e lavoratori. Non esiste violenza, né furti, né malavita a Dogville e tutti si vogliono bene ed hanno l’orecchio teso verso l’altro. Insomma, sembra davvero il paradiso della civiltà e della pace. Questo finché non arriva nella tranquilla cittadina una bella straniera in fuga da un gruppo di gangster, non meglio identificati. La ragazza impaurita incontra subito il più bello e giovane abitante di Dogville che la nasconde e le promette protezione. Ben presto anche il resto della “popolazione” accetta la presenza della straniera e le affida una casa e un lavoro. Tutti sono gentili ed anche eccitati dal nuovo arrivo, ma le cose cambiano quando un poliziotto affigge sulla piazza un manifesto con una ricompensa per chi ritroverà la fuggitiva. Allora verrà fuori la vera indole degli abitanti di Dogville che, al primo contatto con la vita vera, si mostreranno molto meno virtuosi di quanto non sembrassero.

Lars Von Trier con Dogville ha voluto sfidare se stesso, proponendo una pellicola contro ogni regola del Dogma. L’unica fiammella è la camera a spalla, in mano allo stesso regista. Per il resto Dogville è una favola spietata sulla cattiveria dell’uomo (americano), che sembra perdersi nella forma, senza dare un vero contributo di originalità alla sostanza del problema. L’uomo è cattivo, e questo si sa, l’America è ancora più cattiva dell’uomo e gli americani sono il massimo della cattiveria. Insomma un po’ pochino per il genio Von Trier e per il suo progetto di una trilogia esaustiva sui mali della nazione più contestata del momento. Malgrado ciò la trovata della città disegnata per terra, come in un teatro di posa, e la splendida interpretazione di Nicole Kidman, Paul Betty, Lauren Bacall e Ben Gazzara rendono questa pellicola assolutamente imperdibile. Forse è il film più ricercato di Von Trier, ma sembra anche il meno sentito, tanto che, uscendo dal cinema, resta solo il piacere cerebrale di una splendida costruzione artistica.