Il luogo comune vuole Bergamo
sonnecchiante cittadina della provincia lombarda suddivisa tra una parte
bassa, detta “moderna”, placidamente adagiata ai piedi delle colline e
dedita alle attività produttive, e una parte alta, chiamata
“vecchia”, in cui, tra guglie medioevali e stradine in ciottolato,
trovano sede l’Università e la maggior parte dei monumenti artistici di
rilievo. A separare le due anime del capoluogo di provincia una cinta
muraria cinquecentesca. In realtà Bergamo, sia “alta” che
“bassa”, offre parecchie opportunità culturali ed è molto attiva in
campo cinematografico. Condiziona i punti di vista di più di un
“cinephile” con la rivista di culto “Cineforum”; collabora con i
cineclub di tutta la penisola (e non solo), attraverso la sempre più
dinamica “Lab 80”, casa di distribuzione specializzata nel recupero di
opere di pregio sottovalutate o semplicemente dimenticate; ed è la sede
del “Bergamo Film Meeting”. Da ben ventidue anni, infatti, un
gruppo di appassionati e cinefili dà vita, con fondi sempre più risicati
nonostante il crescente interesse di pubblico, ad un festival
cinematografico informale ma significativo. Per nove giorni presso
l’Auditorium, ricavato nei locali di inequivocabile architettura
fascista dell’ex Provveditorato, lo schermo si accende per accogliere
immagini da ogni parte del mondo. Il concorso internazionale non è però
il fulcro della manifestazione, che risulta concentrata soprattutto sulla
riedizione restaurata di capolavori che hanno fatto la storia del cinema,
qualche succosa anteprima e interessanti retrospettive d’autore.
Quest’anno è toccato a tre artisti molto diversi tra loro, accomunati
da un’idea di cinema personale e rigorosa, fuori dagli schemi
tradizionali e per questo di non sempre facile visibilità. Di Andrei
Tarkovskij il festival presenta la versione di sei film realizzati tra
il 1960 e il 1979 in Unione Sovietica, nellenuove copie ristampate appositamente dai negativi originali del
Mosfilm di Mosca, grazie anche all’Istituto Tarkovskij di
Firenze-Parigi-Mosca diretto dal figlio del regista, ospite della
manifestazione. La qualità della visione lascia incantati e la poesia
delle immagini può essere gustata al meglio in un viaggio nella memoria
in sei puntate che comprende “Il rullo compressore e il violino”,
“L’infanzia di Ivan”, “Andrej Rublev”; “Solaris”, “Lo
specchio” e “Stalker”. La retrospettiva più corposa è però quella
dedicata a Lindsay Anderson, cui l’etichetta di regista
cinematografico sta un po’ stretta, visto che le sue esperienze
artistiche comprendono cinema, teatro, televisione, critica, saggi, tutte
accomunate da un distacco dalle convenzioni abbinato al gusto per la
provocazione. Non a caso viene definito un regista “arrabbiato”, dal
carattere difficile e poco incline al compromesso. Resta famoso, oltre che
per le sue opere, come ideatore del “Free Cinema”, nato a Londra alla
fine degli anni Cinquanta con il chiaro intento di non porre limiti alla
libertà espressiva. Anderson ha sempre lottato contro l’omologazione
culturale e si è schierato contro la cosiddetta “British Renaissance”
(Rinascita Inglese), esplosa negli anni Ottanta con i quattro Oscar
attribuiti a “Momenti di gloria” di Hugh Hudson (in cui lo stesso
Anderson interpretauna parte, quella del rettore del college) e che impone lo
stile di vita inglese come prodotto da esportazione, proprio mentre
Margaret Thatcher smantella rovinosamente il Welfare State. “Si è
sempre battuto per un cinema nazionale” (sono parole di Davide
Ferrario, amico di lunga data di Anderson) “che non diventasse una
succursale di quello americano”. Il festival ripropone tutti i
lungometraggi di Anderson (“Io sono un campione”, “If …”, “O
lucky man”, “In celebration”, “Britannia Hospital”, “Le balene
d’agosto”), due interviste televisive, due programmi per la
televisione da lui curati su John Ford, più un’ampia scelta di corto e
mediometraggi realizzati tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni
Settanta.
A completare le retrospettive, un
autore che definire emergente è un po’ limitativo, vista la sua ormai
ventennale esperienza. C’è da dire, però, che il suo cinema, almeno in
Italia, è finora circolato solo nei festival o nei cineclub, e solo il
passaparola ha creato un’aura di culto intorno alle sue opere. Si tratta
del canadese Guy Maddin. La sua caratteristica principale è
l’utilizzo di una tecnica che richiama i classici del cinema muto degli
anni Venti, sia nell’aspetto puramente visivo che nel modo di raccontare
e di dirigere gli attori. Da qui tutta una serie di etichette e di
“ismi” (postmoderno, pop art, espressionista, avanguardista, surreale,
formalista, costruttivista, distruttivista) con cui la critica ufficiale
ha cercato, invano, di racchiudere un estro incontenibile e incapace di
adattarsi a una semplice definizione. La sua fama nasce con il primo
lungometraggio del 1988 “Tales from the Gimli Hospital” che viene
proiettato per mesi a mezzanotte in alcune sale di New York. Il festival
propone la personale completa dei suoi lungometraggi, più qualche corto.
Rimpolpa il programma un omaggio a John
Ford, regista preferito di Anderson, curatore anche di un libro
intitolato “About John Ford” (in Italia è uscito nel 1985 tradotto da
Davide Ferrario con il titolo “John Ford”). La ricca retrospettiva
include dieci lungometraggi che è possibile vedere o rivedere sul grande
schermo, quasi tutti in versione originale. Tra i titoli, pilastri del
cinema come “Ombre Rosse”, “Sfida infernale” e “Furore”.
Per ultimo, una piccola nota sull’organizzazione. Capita spesso ai
festival di fare file che non vengono premiate dall’accesso in sala. Al
“Bergamo Film Meeting, nonostante la grande affluenza e la non enormità
della struttura, l’accesso è consentito anche quando i posti a sedere
sono esauriti. E vedere la sala gremita con persone in ogni angolo libero,
pronte a sgranare gli occhi davanti alle promesse delle schermo, è un
buon termometro del successo della manifestazione.
HANNO
DETTO
“Aiuto, ci stanno derubando.
L’uomo oggi non è in grado di sperare in qualcosa di inatteso, di
contraddittorio, che non corrisponda alla logica “normale”. Non riesce
neanche a pensare al miracolo, ad ammetterne la forza meravigliosa. La
mancanza di questa capacità porta a un vero disastro spirituale”
Andrei Tarkovskij
“L’artista deve sempre
mordere la mano che lo nutre. Deve sempre puntare al di là dei limiti
della tollerabilità. Il suo dovere è di essere un mostro”.
Lindsay Anderson
“C’è una forte pressione da
parte del pubblico perché l’immagine e il suono siano al servizio di un
realismo banale, c’è una forte esigenza di avere dei film identici alla
vita vera. Ma la vita vera noi la viviamo. Quando invece si legge un
libro, si ha voglia di essere trasportati in luoghi meravigliosi. E fra le
storie che ci sono state raccontate, le più attraenti sono quelle che
abbiamo ascoltato da bambini, rannicchiati sotto le coperte. Perché mai
non dovremmo riproporre questa tradizione della nostra infanzia in forme
adulte che possano ancora farci provare quelle emozioni che i bambini
sentono? Questo è lo scopo che mi sono fissato per tutti i film che
voglio fare”.
Guy Maddin
INCONTRO CON GUY MADDIN
Il regista canadese incontra il
pubblico presso la multisala Capitol. Nonostante l’orario mattutino, la
sala si riempie presto di studenti, giornalisti, appassionati e curiosi.
L’atmosfera è molto informale, Guy è in tuta da ginnastica e si
dimostra assai disponibile, glissando con ironia sulle domande più
insidiose e imbarazzanti e non prendendosi mai troppo sul serio. Sentirlo
parlare è un po’ come vedere i suoi film: tante idee in rapida
successione unite dal collante di una sana follia. Non c’è neanche
bisogno di rompere il ghiaccio, perché la visione delle sue opere stimola
subito moltissimi interrogativi:
Qual è il suo
rapporto con la musica?
La musica è sempre importante. È
un motore trainante della mia vita, della mia logica, del mio modo di
vedere le cose. Ha lo stesso potere dei sogni ed è per questo che la
ritengo fondamentale per tramutare i miei sogni in immagini.
Quanto
l’immaginario è realtà nei suoi sogni e viceversa?
Tutti i miei film li considero
verità, ma è come guardare qualche cosa attraverso uno specchio rotto
che deforma le immagini. L’essenza è vera, ma le angolazioni possono
cambiare.
Lei viene spesso
definito un autore post-moderno. Che cosa significa?
Non conosco il significato
effettivo della parola. Ho avuto il sentore di essere colpevole di esserlo
quando ne ho sentito parlare con un’accezione negativa negli anni
ottanta. Non saprei, sono quello che sono. Vorrei essere romantico, forse
sono un simbolista e probabilmente anche post-moderno. Per questo,
comunque, mi scuso.
Il suo cinema mescola
una tecnica del passato con sesso, sangue e corpi smembrati, perché?
Non lo so! Quando mia figlia aveva
quattro anni, la guardavo disegnare e mi piaceva molto. La sua tecnica era
embrionale, non c’era alcun senso della proporzione, era tutto
esagerato, il tratto era incerto, ma a livello emozionale i suoi disegni
erano un concentrato di estrema genuinità. Ho pensato che anche il cinema
primitivo, così melodrammatico, potesse in qualche modo avere
caratteristiche analoghe: un’onestà emotiva e onirica in grado di
supplire alle carenze tecniche.
Nei suoi film ci sono
spesso personaggi smemorati. Perché questa scelta?
Beh, tendo anche io all’amnesia.
Davvero! Dimentico spesso le cose che faccio. In fondo si può considerare
l’amnesia come una droga legalizzata che ci permette di sopravvivere a
noi stessi e al mondo che ci circonda. Nella mia vita ho spesso
dimenticato i miei obblighi, ho dimenticato di essere sposato, che persone
care erano morte, molti momenti difficili, ma tutto questo mi ha permesso
di vivere meglio. L’amnesia avvicina al sogno, in cui ogni inibizione è
persa.
C’è chi la
considera un autore omosessuale. Che cosa ne pensa?
Forse vedendo i miei film,
conoscete meglio i miei gusti di me. Tempo fa non accettavo di parlare
della mia vita privata per non fare capire le mie inclinazioni. Forse i
miei film vanno al di là di una semplice suddivisione sessuale. Del
resto, sono stato invitato a festival di vario genere, da rassegne sul
Terzo Reich a manifestazioni gay o lesbiche. Comunque, ho visionato molti
film muti girati da registi omosessuali e mi sono accorto della presenza
di messaggi codificati per il pubblico gay. Mi sono appropriato di questi
messaggi e li ho riproposti per un pubblico globale, ma ho notato che
questi codici sono stati ugualmente riconosciuti. Per me è come un gioco,
scivoloso come una saponetta che cade nella doccia!
Come sceglie le
canzoni per i suoi film?
In linea generale mi piace l’arte
in forma primitiva e anche la musica mi piace molto a livello grezzo.
Preferisco ascoltare chi ha appena imparato a suonare piuttosto che il
veterano, c’è più energia, più vitalità. L’artista affermato in
genere esegue una rappresentazione fedele del suo brano, mentre adoro le
genuine imperfezioni. Comunque non ascolto solo le “garage band”. Lo
stesso principio lo applico al cinema. Preferisco il cinema underground (Kenneth
Anger, Bruce Labruce) a quello ufficialmente riconosciuto.
Si dice che durante
le riprese di “The saddest music in the world” fosse particolarmente
preoccupato per la gambe di Isabella Rossellini. È vero?
Beh, in effetti c’è del vero.
Del resto, Kyle McCulloch (il protagonista di “Archangel”) nel film
interpreta uno smemorato e nella realtà dopo avere investito un’alce ha
perso veramente la memoria. Anche uno degli attori di “Careful” come
nel film ha scoperto di avere davvero un foro nel cuore. È quindi logico
che temessi per le gambe di Isabella (nel film la Rossellini è senza
entrambe le gambe a causa di un incidente n.d.r.).
Ci racconta qualche
cosa del film?
Il soggetto è di Kazuo Ishiguro
(autore di “Quel che resta del giorno” n.d.r.) e la sceneggiatura era
pronta dal 1985, ma non si era mai deciso di farne un film. Quando mi è
stata proposta, ci ho pensato un po’ su per capire se la storia mi
apparteneva. Ho mantenuto il titolo e l’essenza, ma l’azione è stata
spostata da Londra a Winnipeg e dagli anni Ottanta agli anni Trenta.
Questa modifica mi ha permesso di parlare dello sfruttamento del
proibizionismo.
Quanto pesa il
bagaglio cinematografico del passato?
Mi sono sempre imposto di non
pensare troppo alle mie motivazioni. A volte il passato e gli eventi
collaterali mi bloccano. Devo chiudermi nell’utero per ritrovare la mia
sicurezza. Il passato è un’alcova, il futuro è un flusso di emozioni,
sopra ci sono nuvole nere e sotto l’ombra della morte. Quando
l’isteria raggiunge un buon livello, allora è segno che il soggetto è
quello giusto!
Si dice che lei abbia
girato molti più cortometraggi di quelli che ha mostrato al pubblico!
È vero! All’inizio della mia
carriera, succedeva che tra un film e l’altro passasse molto tempo. Così
mi capitava di dimenticare come funzionava la macchina da presa ed è per
questo che ho girato moltissimi corti, per mantenermi in allenamento. Una
sorta di palestra creativa con storie molto elaborate, anche per
pochissimi minuti. Sono dei lungometraggi compattati in breve.
Naturalmente, tra tanto materiale, sono pochi i corti validi. Questi li
mostro al pubblico, gli altri li tengo in casa.
Un altro tema
centrale dei suoi film è il rapporto con i genitori.
Il mio cinema è una specie di
infanzia in cui potermi tuffare. Non sono davvero convinto di essere
uscito dall’infanzia. Una famosa autrice americana,
Mary Flannery O'Connor, malata per lungo tempo tanto da non
potere più uscire di casa, ha affermato: “Se uno ha superato
l’infanzia, ha vissuto abbastanza!” I genitori sono miti senza tempo
che ci segnano per sempre. Il cinema è una forma di terapia perché
consente di rivivere e analizzare. In questo senso, il melodramma è un
genere perfetto, perché consente di esagerare, e quindi giocare, per poi
capire. I film muti sono non reali in maniera aggressiva e hanno una
grande potenzialità poetica.
Si vocifera di un
progetto abortito!
Meno male che è rimasto tale. Era
un musical alluvionale. In pratica un’alluvione uccideva solo gli
uomini, restava una popolazione completamente femminile e a un certo punto
doveva uscire, tipo da una conchiglia, una sorta di dea, che doveva essere
Leni Riefenstahl. Ho dimostrato arroganza, ma grazie al cielo non se ne è
fatto nulla, Forse andrò ancora in paradiso!
Lei segue spesso i
suoi film in giro per il mondo!
Il mondo è vasto e crudele e i
miei film sono piccoli e fragili. Ci tengo a verificare la condizione
delle sale in cui vengono proiettati, a equilibrare i volumi, a vivere
l’esperienza insieme al pubblico. Questo, naturalmente non può sempre
accadere e i film sono reperibili anche in DVD. Molti non li sopportano,
ma un paio di persone magari li apprezza e li aiuta ad attraversare la
strada, arrivare a casa, andare a letto, e magari rimbocca loro pure le
coperte.
Attraverso quale
tecnica riesce ad invecchiare i suoi film?
Non dovrei svelare i miei segreti, ma nessuno me lo chiede mai! Beh, non
pulisco mai l’obiettivo e faccio il montaggio a letto. La tecnica
migliore è riuscire a mantenere il punto di vista del bambino:
pasticciare restando retti.
THE
SADDEST MUSIC IN THE WORLD
- La Musica più triste del mondo - (Guy
MADDIN)
Regia: Guy
Maddin Interpreti: Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros,
David Fox, Ross McMillan Soggetto: Kazuo Ishiguro Sceneggiatura: Guy Maddin, George Toles Fotografia: Luc Montpeller, CSC Musica:
Christopher Dedrick Produttori:
Niv Fichman, Jody Shapiro, Atom Egoyan, Daniel Iron Produzione: Rhombus
Media Inc. Durata:
100'
1933:
la Grande Depressione ha raggiunto il suo peggior momento. Quando
Chester Kent, un impresario di Broadway ormai fallito, e la sua
smemorata fidanzata Narcisa ritornano a Winnipeg, si trovano nel bel
mezzo di una riunione di famiglia. In contemporanea in città si tiene
una gara nella fabbrica di birra per scegliere la canzone più triste
del mondo.
Colpo
di fulmine
Ci
sono diversi livelli di lettura in questo interessante progetto
artistico (chiamarlo film sarebbe riduttivo) del canadese Guy Maddin:
- c'è la linearità di uno script che funziona (la sceneggiatura è
tratta da un soggetto di Kazuo Ishiguro, autore del famoso romanzo
"Quel che resta del giorno") con personaggi strepitosi a cui
abbandonarsi: affascinante, divertita e divertente Isabella Rossellini,
mai stanca di sperimentarsi e questa volta nei panni di una lady senza
gambe, spietata e dissoluta, che con due protesi di vetro ripiene di
birra fa un baffo alla soporifera Helena dell'omonimo "Boxing"
film; strepitosa l'eterea Maria de Medeiros, una delle poche attrici
capaci di mantenere intatta la credibilità nel dire battute acide con
un candore da educanda ("È americana? No, ninfomane!");
- c'è la ricerca di uno stile personale in grado di reinventare la
narrazione attraverso il cinema; il regista pesca a piene mani dal
passato: film muti, musical hollywoodiani, espressionismo tedesco,
reportage d'epoca, comiche, il tutto frullato e centrifugato fino ad
ottenere immagini anticate, pervase da un grande senso di modernità. È
vero cinema post-moderno che, però, non si accontenta di citare o di
rifare, ma adotta e rielabora stili diversi per crearne uno
nuovo, personale, autentico e comunicativo. Un'idea non troppo dissimile
da quella di Baz Luhrmann in "Moulin Rouge", con la differenza
che "The saddest music in the world" ha anche una
sceneggiatura efficace, con personaggi vivi e pulsanti;
- c'è un discorso politico sui giochi di potere e sullo sfruttamento
delle etnie più sottosviluppate; la storia prevede infatti un concorso
mondiale per eleggere la canzone più triste del mondo e mostra con
ironia gli stratagemmi adottati dai singoli paesi per colpire al cuore i
giudici di gara;
- il livello più entusiasmante, però, è l'assoluta follia che trasuda
da ogni fotogramma; una libertà creativa mai debordante che lascia da
parte l'autore e il suo ego per concentrarsi sulle potenzialità del
mezzo espressivo. Può
non piacere, risultare pesante, eccessivo o magari gratuito. Ma se si
sta al gioco, c'è da divertirsi ed imparare.
Voto: 8
LA
SPETTATRICE
{vincitore della ROSA CAMUNA D’ARGENTO, attribuita dal pubblico} (Paolo
FRANCHI)
Regia: Paolo
Franchi Interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Renzi, Brigitte Catillon,
Matteo Mussoni, Chiara Picchi Sceneggiatura: Paolo Franchi, Heidrun Schleef, Daniela Ceselli,
Diego Ribon, Rinaldo Rocco Fotografia: Beppe Lanci Musica: Carlo Crivelli Produzione: Emme
Produzioni, UBU Film Distribuzione: Istituto Luce Durata:
98’
Valeria
è una ragazza chiusa e solitaria. Vive a Torino dove lavora come
interprete. Non ha un compagno, ma condivide l’appartamento con la
coetanea Sonia. Attraverso le finestre del suo appartamento spia la vita
di Massimo. Quando il vicino decide di trasferirsi a Roma per lavoro,
nell’esistenza di Valeria tutto sembra, di colpo, precipitare.
Vivere
o restare a galla?
Il piacere di osservare, di contemplare, di perdersi
in un dettaglio, sono sensazioni che chi ama il cinema conosce molto
bene. È davvero una magia, infatti, potersi sedere su una poltrona per
fissare uno schermo che si accende di vite altrui in rapido fluire. Un
viaggio catartico alle radici dell'inconscio che contrappone alla
completa immobilità fisica un benefico flusso di emozioni. Questa
inclinazione naturale, il cui grado di intensità è ovviamente
soggettivo, può sfociare nel patologico quando l'osservare si
sostituisce al vivere. È quello che accade alla giovane protagonista
del debutto cinematografico di Paolo Franchi. Valeria, infatti, è bella
e intelligente, ma vittima di una stasi emotiva paralizzante che le
impedisce di dare concretezza ai suoi desideri, tramutando in
introversione la sua natura più intima. Si riempie delle vite altrui e
scruta con morbosa curiosità Massimo, il quarantenne dirimpettaio,
anch'egli single e dall'aria sognante e malinconica. Quando lui si
trasferisce a Roma per lavoro, Valeria non può fare altro che seguirlo,
insinuandosi da spettatrice nella sua vita affettiva. L'esordiente
Franchi parte da uno spunto non particolarmente originale ("La
finestra di fronte"), anche nei possibili sviluppi thriller
("Attrazione fatale", "Inserzione pericolosa"), per
adottare un punto di vista personale e comunicativo. L'innesto dei
personaggi non è dei più felici e sfiora lo stereotipo (lui che beve
birra in casa da solo, lei sdraiata sul letto che lo guarda, la compagna
di stanza solare e ciarliera, qualche coincidenza di troppo) poi la
storia e i personaggi crescono gradualmente con
l'entrata in scena di Flavia, la compagna di Massimo. Immagini curate,
fotografate con gusto e montate con fluidità, trasmettono efficacemente
la distanza tra l'apparenza dei personaggi ed il loro effettivo sentire.
Tutto è sussurrato, gli eventi si succedono nella pacatezza, non ci
sono scene madri, eppure alla fine del film il destino dei tre
protagonisti avrà subito una svolta, se non altro a livello di
consapevolezza personale. Una storia del genere non stonerebbe nella
campagna inglese, tra pizzi e merletti dell'epoca vittoriana.
L'ambientazione attuale è una boccata d'ossigeno rispetto alle vite
vincenti esibite con sfacciataggine da copertine di rotocalchi e
televisione spazzatura, e risulta un buon compromesso tra l'ovatta della
fiction e ciò che invece capita di incontrare e sperimentare nel
quotidiano. Senza clamori, urla, inutili grevità o virate narrative a
perpendicolo, ma con sensibilità. Gli interpreti sono tutti ben diretti
e a loro agio: è forte la presenza scenica di Barbora Bobulova, che
riesce a non cadere nei clichè del disagio psichico e costruisce in
modo credibile un personaggio difficile e sfaccettato come Valeria;
Andrea Renzi può apparire monolitico ed è invece bravo nel contrarre
le emozioni di Massimo senza prevaricarlo e Brigitte Catillon ha
l'occhio pungente della primadonna, perfetta nella sicurezza ostentata
con cui amplifica la sua maschera di infelicità (è doppiata da Licia
Maglietta, che non avrebbe sfigurato nel ruolo). Speriamo che la
distribuzione non boicotti il film e lo faccia vivere nelle sale
abbastanza a lungo da crescere con il passaparola.