BERGAMO FILM MEETING 2004
Bergamo – Auditorium di Piazza della Libertà - 13/21 marzo 2004


a cura di   LUCA BARONCINI

 

 

     - Bergamo città del Cinema

     - Hanno detto

     - Incontro con Guy Maddin

     - Recensioni:

           - The Saddest Music in the World
                                         di Guy Maddin

           - La Spettatrice di Paolo Franchi

 

 

 

BERGAMO CITTA' DEL CINEMA

 

Il luogo comune vuole Bergamo sonnecchiante cittadina della provincia lombarda suddivisa tra una parte bassa, detta “moderna”, placidamente adagiata ai piedi delle colline e dedita alle attività produttive, e una parte alta, chiamata “vecchia”, in cui, tra guglie medioevali e stradine in ciottolato, trovano sede l’Università e la maggior parte dei monumenti artistici di rilievo. A separare le due anime del capoluogo di provincia una cinta muraria cinquecentesca. In realtà Bergamo, sia “alta” che “bassa”, offre parecchie opportunità culturali ed è molto attiva in campo cinematografico. Condiziona i punti di vista di più di un “cinephile” con la rivista di culto “Cineforum”; collabora con i cineclub di tutta la penisola (e non solo), attraverso la sempre più dinamica “Lab 80”, casa di distribuzione specializzata nel recupero di opere di pregio sottovalutate o semplicemente dimenticate; ed è la sede del “Bergamo Film Meeting”. Da ben ventidue anni, infatti, un gruppo di appassionati e cinefili dà vita, con fondi sempre più risicati nonostante il crescente interesse di pubblico, ad un festival cinematografico informale ma significativo. Per nove giorni presso l’Auditorium, ricavato nei locali di inequivocabile architettura fascista dell’ex Provveditorato, lo schermo si accende per accogliere immagini da ogni parte del mondo. Il concorso internazionale non è però il fulcro della manifestazione, che risulta concentrata soprattutto sulla riedizione restaurata di capolavori che hanno fatto la storia del cinema, qualche succosa anteprima e interessanti retrospettive d’autore. Quest’anno è toccato a tre artisti molto diversi tra loro, accomunati da un’idea di cinema personale e rigorosa, fuori dagli schemi tradizionali e per questo di non sempre facile visibilità. Di Andrei Tarkovskij il festival presenta la versione di sei film realizzati tra il 1960 e il 1979 in Unione Sovietica, nelle  nuove copie ristampate appositamente dai negativi originali del Mosfilm di Mosca, grazie anche all’Istituto Tarkovskij di Firenze-Parigi-Mosca diretto dal figlio del regista, ospite della manifestazione. La qualità della visione lascia incantati e la poesia delle immagini può essere gustata al meglio in un viaggio nella memoria in sei puntate che comprende “Il rullo compressore e il violino”, “L’infanzia di Ivan”, “Andrej Rublev”; “Solaris”, “Lo specchio” e “Stalker”. La retrospettiva più corposa è però quella dedicata a Lindsay Anderson, cui l’etichetta di regista cinematografico sta un po’ stretta, visto che le sue esperienze artistiche comprendono cinema, teatro, televisione, critica, saggi, tutte accomunate da un distacco dalle convenzioni abbinato al gusto per la provocazione. Non a caso viene definito un regista “arrabbiato”, dal carattere difficile e poco incline al compromesso. Resta famoso, oltre che per le sue opere, come ideatore del “Free Cinema”, nato a Londra alla fine degli anni Cinquanta con il chiaro intento di non porre limiti alla libertà espressiva. Anderson ha sempre lottato contro l’omologazione culturale e si è schierato contro la cosiddetta “British Renaissance” (Rinascita Inglese), esplosa negli anni Ottanta con i quattro Oscar attribuiti a “Momenti di gloria” di Hugh Hudson (in cui lo stesso Anderson interpreta  una parte, quella del rettore del college) e che impone lo stile di vita inglese come prodotto da esportazione, proprio mentre Margaret Thatcher smantella rovinosamente il Welfare State. “Si è sempre battuto per un cinema nazionale” (sono parole di Davide Ferrario, amico di lunga data di Anderson) “che non diventasse una succursale di quello americano”. Il festival ripropone tutti i lungometraggi di Anderson (“Io sono un campione”, “If …”, “O lucky man”, “In celebration”, “Britannia Hospital”, “Le balene d’agosto”), due interviste televisive, due programmi per la televisione da lui curati su John Ford, più un’ampia scelta di corto e mediometraggi realizzati tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta.

A completare le retrospettive, un autore che definire emergente è un po’ limitativo, vista la sua ormai ventennale esperienza. C’è da dire, però, che il suo cinema, almeno in Italia, è finora circolato solo nei festival o nei cineclub, e solo il passaparola ha creato un’aura di culto intorno alle sue opere. Si tratta del canadese Guy Maddin. La sua caratteristica principale è l’utilizzo di una tecnica che richiama i classici del cinema muto degli anni Venti, sia nell’aspetto puramente visivo che nel modo di raccontare e di dirigere gli attori. Da qui tutta una serie di etichette e di “ismi” (postmoderno, pop art, espressionista, avanguardista, surreale, formalista, costruttivista, distruttivista) con cui la critica ufficiale ha cercato, invano, di racchiudere un estro incontenibile e incapace di adattarsi a una semplice definizione. La sua fama nasce con il primo lungometraggio del 1988 “Tales from the Gimli Hospital” che viene proiettato per mesi a mezzanotte in alcune sale di New York. Il festival propone la personale completa dei suoi lungometraggi, più qualche corto.

Rimpolpa il programma un omaggio a John Ford, regista preferito di Anderson, curatore anche di un libro intitolato “About John Ford” (in Italia è uscito nel 1985 tradotto da Davide Ferrario con il titolo “John Ford”). La ricca retrospettiva include dieci lungometraggi che è possibile vedere o rivedere sul grande schermo, quasi tutti in versione originale. Tra i titoli, pilastri del cinema come “Ombre Rosse”, “Sfida infernale” e “Furore”.

Per ultimo, una piccola nota sull’organizzazione. Capita spesso ai festival di fare file che non vengono premiate dall’accesso in sala. Al “Bergamo Film Meeting, nonostante la grande affluenza e la non enormità della struttura, l’accesso è consentito anche quando i posti a sedere sono esauriti. E vedere la sala gremita con persone in ogni angolo libero, pronte a sgranare gli occhi davanti alle promesse delle schermo, è un buon termometro del successo della manifestazione.

 

 

HANNO DETTO 

“Aiuto, ci stanno derubando. L’uomo oggi non è in grado di sperare in qualcosa di inatteso, di contraddittorio, che non corrisponda alla logica “normale”. Non riesce neanche a pensare al miracolo, ad ammetterne la forza meravigliosa. La mancanza di questa capacità porta a un vero disastro spirituale”

Andrei Tarkovskij

 

“L’artista deve sempre mordere la mano che lo nutre. Deve sempre puntare al di là dei limiti della tollerabilità. Il suo dovere è di essere un mostro”.

Lindsay Anderson

 

C’è una forte pressione da parte del pubblico perché l’immagine e il suono siano al servizio di un realismo banale, c’è una forte esigenza di avere dei film identici alla vita vera. Ma la vita vera noi la viviamo. Quando invece si legge un libro, si ha voglia di essere trasportati in luoghi meravigliosi. E fra le storie che ci sono state raccontate, le più attraenti sono quelle che abbiamo ascoltato da bambini, rannicchiati sotto le coperte. Perché mai non dovremmo riproporre questa tradizione della nostra infanzia in forme adulte che possano ancora farci provare quelle emozioni che i bambini sentono? Questo è lo scopo che mi sono fissato per tutti i film che voglio fare”.

Guy Maddin

 

 

INCONTRO CON GUY MADDIN

Il regista canadese incontra il pubblico presso la multisala Capitol. Nonostante l’orario mattutino, la sala si riempie presto di studenti, giornalisti, appassionati e curiosi. L’atmosfera è molto informale, Guy è in tuta da ginnastica e si dimostra assai disponibile, glissando con ironia sulle domande più insidiose e imbarazzanti e non prendendosi mai troppo sul serio. Sentirlo parlare è un po’ come vedere i suoi film: tante idee in rapida successione unite dal collante di una sana follia. Non c’è neanche bisogno di rompere il ghiaccio, perché la visione delle sue opere stimola subito moltissimi interrogativi:

Qual è il suo rapporto con la musica?

La musica è sempre importante. È un motore trainante della mia vita, della mia logica, del mio modo di vedere le cose. Ha lo stesso potere dei sogni ed è per questo che la ritengo fondamentale per tramutare i miei sogni in immagini.

Quanto l’immaginario è realtà nei suoi sogni e viceversa?

Tutti i miei film li considero verità, ma è come guardare qualche cosa attraverso uno specchio rotto che deforma le immagini. L’essenza è vera, ma le angolazioni possono cambiare.

Lei viene spesso definito un autore post-moderno. Che cosa significa?

Non conosco il significato effettivo della parola. Ho avuto il sentore di essere colpevole di esserlo quando ne ho sentito parlare con un’accezione negativa negli anni ottanta. Non saprei, sono quello che sono. Vorrei essere romantico, forse sono un simbolista e probabilmente anche post-moderno. Per questo, comunque, mi scuso.

Il suo cinema mescola una tecnica del passato con sesso, sangue e corpi smembrati, perché?

Non lo so! Quando mia figlia aveva quattro anni, la guardavo disegnare e mi piaceva molto. La sua tecnica era embrionale, non c’era alcun senso della proporzione, era tutto esagerato, il tratto era incerto, ma a livello emozionale i suoi disegni erano un concentrato di estrema genuinità. Ho pensato che anche il cinema primitivo, così melodrammatico, potesse in qualche modo avere caratteristiche analoghe: un’onestà emotiva e onirica in grado di supplire alle carenze tecniche.

Nei suoi film ci sono spesso personaggi smemorati. Perché questa scelta?

Beh, tendo anche io all’amnesia. Davvero! Dimentico spesso le cose che faccio. In fondo si può considerare l’amnesia come una droga legalizzata che ci permette di sopravvivere a noi stessi e al mondo che ci circonda. Nella mia vita ho spesso dimenticato i miei obblighi, ho dimenticato di essere sposato, che persone care erano morte, molti momenti difficili, ma tutto questo mi ha permesso di vivere meglio. L’amnesia avvicina al sogno, in cui ogni inibizione è persa.

C’è chi la considera un autore omosessuale. Che cosa ne pensa?

Forse vedendo i miei film, conoscete meglio i miei gusti di me. Tempo fa non accettavo di parlare della mia vita privata per non fare capire le mie inclinazioni. Forse i miei film vanno al di là di una semplice suddivisione sessuale. Del resto, sono stato invitato a festival di vario genere, da rassegne sul Terzo Reich a manifestazioni gay o lesbiche. Comunque, ho visionato molti film muti girati da registi omosessuali e mi sono accorto della presenza di messaggi codificati per il pubblico gay. Mi sono appropriato di questi messaggi e li ho riproposti per un pubblico globale, ma ho notato che questi codici sono stati ugualmente riconosciuti. Per me è come un gioco, scivoloso come una saponetta che cade nella doccia!

Come sceglie le canzoni per i suoi film?

In linea generale mi piace l’arte in forma primitiva e anche la musica mi piace molto a livello grezzo. Preferisco ascoltare chi ha appena imparato a suonare piuttosto che il veterano, c’è più energia, più vitalità. L’artista affermato in genere esegue una rappresentazione fedele del suo brano, mentre adoro le genuine imperfezioni. Comunque non ascolto solo le “garage band”. Lo stesso principio lo applico al cinema. Preferisco il cinema underground (Kenneth Anger, Bruce Labruce) a quello ufficialmente riconosciuto.

Si dice che durante le riprese di “The saddest music in the world” fosse particolarmente preoccupato per la gambe di Isabella Rossellini. È vero?

Beh, in effetti c’è del vero. Del resto, Kyle McCulloch (il protagonista di “Archangel”) nel film interpreta uno smemorato e nella realtà dopo avere investito un’alce ha perso veramente la memoria. Anche uno degli attori di “Careful” come nel film ha scoperto di avere davvero un foro nel cuore. È quindi logico che temessi per le gambe di Isabella (nel film la Rossellini è senza entrambe le gambe a causa di un incidente n.d.r.).

Ci racconta qualche cosa del film?

Il soggetto è di Kazuo Ishiguro (autore di “Quel che resta del giorno” n.d.r.) e la sceneggiatura era pronta dal 1985, ma non si era mai deciso di farne un film. Quando mi è stata proposta, ci ho pensato un po’ su per capire se la storia mi apparteneva. Ho mantenuto il titolo e l’essenza, ma l’azione è stata spostata da Londra a Winnipeg e dagli anni Ottanta agli anni Trenta. Questa modifica mi ha permesso di parlare dello sfruttamento del proibizionismo.

Quanto pesa il bagaglio cinematografico del passato?

Mi sono sempre imposto di non pensare troppo alle mie motivazioni. A volte il passato e gli eventi collaterali mi bloccano. Devo chiudermi nell’utero per ritrovare la mia sicurezza. Il passato è un’alcova, il futuro è un flusso di emozioni, sopra ci sono nuvole nere e sotto l’ombra della morte. Quando l’isteria raggiunge un buon livello, allora è segno che il soggetto è quello giusto!

Si dice che lei abbia girato molti più cortometraggi di quelli che ha mostrato al pubblico!

È vero! All’inizio della mia carriera, succedeva che tra un film e l’altro passasse molto tempo. Così mi capitava di dimenticare come funzionava la macchina da presa ed è per questo che ho girato moltissimi corti, per mantenermi in allenamento. Una sorta di palestra creativa con storie molto elaborate, anche per pochissimi minuti. Sono dei lungometraggi compattati in breve. Naturalmente, tra tanto materiale, sono pochi i corti validi. Questi li mostro al pubblico, gli altri li tengo in casa.

Un altro tema centrale dei suoi film è il rapporto con i genitori.

Il mio cinema è una specie di infanzia in cui potermi tuffare. Non sono davvero convinto di essere uscito dall’infanzia. Una famosa autrice americana, Mary Flannery O'Connor, malata per lungo tempo tanto da non potere più uscire di casa, ha affermato: “Se uno ha superato l’infanzia, ha vissuto abbastanza!” I genitori sono miti senza tempo che ci segnano per sempre. Il cinema è una forma di terapia perché consente di rivivere e analizzare. In questo senso, il melodramma è un genere perfetto, perché consente di esagerare, e quindi giocare, per poi capire. I film muti sono non reali in maniera aggressiva e hanno una grande potenzialità poetica.

Si vocifera di un progetto abortito!

Meno male che è rimasto tale. Era un musical alluvionale. In pratica un’alluvione uccideva solo gli uomini, restava una popolazione completamente femminile e a un certo punto doveva uscire, tipo da una conchiglia, una sorta di dea, che doveva essere Leni Riefenstahl. Ho dimostrato arroganza, ma grazie al cielo non se ne è fatto nulla, Forse andrò ancora in paradiso!

Lei segue spesso i suoi film in giro per il mondo!

Il mondo è vasto e crudele e i miei film sono piccoli e fragili. Ci tengo a verificare la condizione delle sale in cui vengono proiettati, a equilibrare i volumi, a vivere l’esperienza insieme al pubblico. Questo, naturalmente non può sempre accadere e i film sono reperibili anche in DVD. Molti non li sopportano, ma un paio di persone magari li apprezza e li aiuta ad attraversare la strada, arrivare a casa, andare a letto, e magari rimbocca loro pure le coperte.

Attraverso quale tecnica riesce ad invecchiare i suoi film?

Non dovrei svelare i miei segreti, ma nessuno me lo chiede mai! Beh, non pulisco mai l’obiettivo e faccio il montaggio a letto. La tecnica migliore è riuscire a mantenere il punto di vista del bambino: pasticciare restando retti.

 

 

THE SADDEST MUSIC IN THE WORLD
- La Musica più triste del mondo -

(Guy MADDIN)

RegiaGuy Maddin
Interpreti: Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, David Fox, Ross McMillan
Soggetto: Kazuo Ishiguro
Sceneggiatura: Guy Maddin, George Toles
Fotografia: Luc Montpeller, CSC
Musica: Christopher Dedrick
Produttori: Niv Fichman, Jody Shapiro, Atom Egoyan, Daniel Iron
Produzione: Rhombus Media Inc.
Durata:  100'


1933: la Grande Depressione ha raggiunto il suo peggior momento. Quando Chester Kent, un impresario di Broadway ormai fallito, e la sua smemorata fidanzata Narcisa ritornano a Winnipeg, si trovano nel bel mezzo di una riunione di famiglia. In contemporanea in città si tiene una gara nella fabbrica di birra per scegliere la canzone più triste del mondo.

Colpo di fulmine

Ci sono diversi livelli di lettura in questo interessante progetto artistico (chiamarlo film sarebbe riduttivo) del canadese Guy Maddin:
- c'è la linearità di uno script che funziona (la sceneggiatura è tratta da un soggetto di Kazuo Ishiguro, autore del famoso romanzo "Quel che resta del giorno") con personaggi strepitosi a cui abbandonarsi: affascinante, divertita e divertente Isabella Rossellini, mai stanca di sperimentarsi e questa volta nei panni di una lady senza gambe, spietata e dissoluta, che con due protesi di vetro ripiene di birra fa un baffo alla soporifera Helena dell'omonimo "Boxing" film; strepitosa l'eterea Maria de Medeiros, una delle poche attrici capaci di mantenere intatta la credibilità nel dire battute acide con un candore da educanda ("È americana? No, ninfomane!");
- c'è la ricerca di uno stile personale in grado di reinventare la narrazione attraverso il cinema; il regista pesca a piene mani dal passato: film muti, musical hollywoodiani, espressionismo tedesco, reportage d'epoca, comiche, il tutto frullato e centrifugato fino ad ottenere immagini anticate, pervase da un grande senso di modernità. È vero cinema post-moderno che, però, non si accontenta di citare o di rifare, ma adotta e rielabora stili diversi per crearne uno nuovo, personale, autentico e comunicativo. Un'idea non troppo dissimile da quella di Baz Luhrmann in "Moulin Rouge", con la differenza che "The saddest music in the world" ha anche una sceneggiatura efficace, con personaggi vivi e pulsanti;
- c'è un discorso politico sui giochi di potere e sullo sfruttamento delle etnie più sottosviluppate; la storia prevede infatti un concorso mondiale per eleggere la canzone più triste del mondo e mostra con ironia gli stratagemmi adottati dai singoli paesi per colpire al cuore i giudici di gara;
- il livello più entusiasmante, però, è l'assoluta follia che trasuda da ogni fotogramma; una libertà creativa mai debordante che lascia da parte l'autore e il suo ego per concentrarsi sulle potenzialità del mezzo espressivo.
Può non piacere, risultare pesante, eccessivo o magari gratuito. Ma se si sta al gioco, c'è da divertirsi ed imparare.

Voto:  8

 

LA SPETTATRICE
{
vincitore della ROSA CAMUNA D’ARGENTO, attribuita dal pubblico}

(Paolo FRANCHI)

RegiaPaolo Franchi
Interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Renzi, Brigitte Catillon, Matteo Mussoni, Chiara Picchi
Sceneggiatura: Paolo Franchi, Heidrun Schleef, Daniela Ceselli, Diego Ribon, Rinaldo Rocco
Fotografia: Beppe Lanci
Musica: Carlo Crivelli
Produzione: Emme Produzioni, UBU Film
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 98’


Valeria è una ragazza chiusa e solitaria. Vive a Torino dove lavora come interprete. Non ha un compagno, ma condivide l’appartamento con la coetanea Sonia. Attraverso le finestre del suo appartamento spia la vita di Massimo. Quando il vicino decide di trasferirsi a Roma per lavoro, nell’esistenza di Valeria tutto sembra, di colpo, precipitare.

Vivere o restare a galla?

Il piacere di osservare, di contemplare, di perdersi in un dettaglio, sono sensazioni che chi ama il cinema conosce molto bene. È davvero una magia, infatti, potersi sedere su una poltrona per fissare uno schermo che si accende di vite altrui in rapido fluire. Un viaggio catartico alle radici dell'inconscio che contrappone alla completa immobilità fisica un benefico flusso di emozioni. Questa inclinazione naturale, il cui grado di intensità è ovviamente soggettivo, può sfociare nel patologico quando l'osservare si sostituisce al vivere. È quello che accade alla giovane protagonista del debutto cinematografico di Paolo Franchi. Valeria, infatti, è bella e intelligente, ma vittima di una stasi emotiva paralizzante che le impedisce di dare concretezza ai suoi desideri, tramutando in introversione la sua natura più intima. Si riempie delle vite altrui e scruta con morbosa curiosità Massimo, il quarantenne dirimpettaio, anch'egli single e dall'aria sognante e malinconica. Quando lui si trasferisce a Roma per lavoro, Valeria non può fare altro che seguirlo, insinuandosi da spettatrice nella sua vita affettiva. L'esordiente Franchi parte da uno spunto non particolarmente originale ("La finestra di fronte"), anche nei possibili sviluppi thriller ("Attrazione fatale", "Inserzione pericolosa"), per adottare un punto di vista personale e comunicativo. L'innesto dei personaggi non è dei più felici e sfiora lo stereotipo (lui che beve birra in casa da solo, lei sdraiata sul letto che lo guarda, la compagna di stanza solare e ciarliera, qualche coincidenza di troppo) poi la storia e i personaggi crescono gradualmente con l'entrata in scena di Flavia, la compagna di Massimo. Immagini curate, fotografate con gusto e montate con fluidità, trasmettono efficacemente la distanza tra l'apparenza dei personaggi ed il loro effettivo sentire. Tutto è sussurrato, gli eventi si succedono nella pacatezza, non ci sono scene madri, eppure alla fine del film il destino dei tre protagonisti avrà subito una svolta, se non altro a livello di consapevolezza personale. Una storia del genere non stonerebbe nella campagna inglese, tra pizzi e merletti dell'epoca vittoriana. L'ambientazione attuale è una boccata d'ossigeno rispetto alle vite vincenti esibite con sfacciataggine da copertine di rotocalchi e televisione spazzatura, e risulta un buon compromesso tra l'ovatta della fiction e ciò che invece capita di incontrare e sperimentare nel quotidiano. Senza clamori, urla, inutili grevità o virate narrative a perpendicolo, ma con sensibilità. Gli interpreti sono tutti ben diretti e a loro agio: è forte la presenza scenica di Barbora Bobulova, che riesce a non cadere nei clichè del disagio psichico e costruisce in modo credibile un personaggio difficile e sfaccettato come Valeria; Andrea Renzi può apparire monolitico ed è invece bravo nel contrarre le emozioni di Massimo senza prevaricarlo e Brigitte Catillon ha l'occhio pungente della primadonna, perfetta nella sicurezza ostentata con cui amplifica la sua maschera di infelicità (è doppiata da Licia Maglietta, che non avrebbe sfigurato nel ruolo). Speriamo che la distribuzione non boicotti il film e lo faccia vivere nelle sale abbastanza a lungo da crescere con il passaparola.

Voto:  7

 

 

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